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Racconti dalla Piazza del Mondo
Sostieni Melting Pot ABBIAMO UN OBIETTIVO: 2.667 PERSONE CHE CI SOSTENGONO CON 12 € È così che possiamo continuare a fare informazione libera, accessibile e indipendente. Ci sei anche tu? Sostieni ora → Racconti dalla Piazza del Mondo è un percorso che, mischiando immagini e parole, prova a descrivere la vita di Piazza della Libertà a Trieste, punto di arrivo della rotta balcanica, nelle sue molteplici sfaccettature. L’attesa, la cura, la casa, il gioco, la memoria, la musica: questi sono i frammenti di luce e di vita che compongono quel caleidoscopio di solidarietà che è l’azione politica di cura di “Linea d’ombra”, l’associazione fondata da Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi. La cura come atto politico di riconoscimento dei diritti di cui i migranti sono portatori. Alle fotografie si alternano i racconti e le poesie di Noman, giovane kashmiro che ha vissuto l’inferno della rotta balcanica. L’unione di parole e immagini è un tentativo di raccontare la storia della migrazione dalla parte dei migranti. Dare voce a chi normalmente non riesce a parlare. Illuminare visi, mani e racconti che di norma vengono volutamente respinti nel buio dalla retorica razzista e nazionalista. * La scheda del libro L’AUTORE Luca Greco nasce a Termoli nel 1979. Dottore di ricerca in filosofia teoretica. Sui banchi del liceo incontra Walter Benjamin e la sua flânerie. Sindacalista della CGIL, educatore, no global ai tempi del 2001, volontario, cooperante, fondatore della sezione ANPI “Vittorio Arrigoni”. “Le strade dell’Apartheid” altro non è che l’ultimo, l’ennesimo, tentativo di raccontare la storia dalla parte degli oppressi. PH: Luca Greco
Solido, Solidale
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Quando l’attesa diventa una forma di resistenza, gli aventurier si definiscono soldati:  pronti, ai margini del confine, per prepararsi a superarlo. il linguaggio della guerra sostituisce qui quello del semplice viaggio: ci sono caporali, guide, comandanti. Ma il nemico non è un esercito. È il confine stesso. Essere soldat significa imparare la disciplina dell’attesa, condividere ciò che si possiede, affidarsi al gruppo. Significa resistere alla paura, alla fame, alle incursioni della polizia e all’incertezza dei giorni. Il soldato è parte di una collettività che cerca di aprirsi un varco, non per conquistare un territorio, ma per raggiungere un luogo dove poter continuare il proprio cammino. SOLDAT a cura di Vincenza Pellegrino e Hamid Ben Moussa La parola soldat è utilizzata negli accampamenti all’interno dei quali ci si nasconde e ci si prepara alla boza (si veda Zitounes N.d.R. ancora da pubblicare), con particolare riferimento alle foreste circostanti le aree urbane di Ceuta e Melilla dove sono collocate le frontiere ispano-marocchine, ma poi utilizzato per altri accampamenti, anche in Tunisia. È una parola che nasce per indicare il grado più semplice con cui partecipare alla armata della boza, vale a dire all’organizzazione che consente di tentare l’attraversamento della barriera metallica che circonda Ceuta e Melilla, oltre la quale finalmente si potrà chiedere la protezione internazionale. Il termine, quindi, indica al tempo stesso l’uomo comune (in questo contesto è più rara la presenza delle donne poiché gli assalti alla valla comportano grandi resse e forza fisica), che non ha grado, e la necessaria affiliazione al gruppo, con le sue gerarchie e le sue differenziazioni interne. Da un lato quindi il termine rimanda alla configurazione materiale del confine (se devi superare una barriera e dall’altra parte hai dei militari che puntano fucili, ti rappresenti come un soldato avversario). Dall’altro lato identifica un atteggiamento: hai una missione, devi restare focalizzato, devi essere forte e combattere la paura. Si tratta nei fatti di rappresentare la piramide sociale creatasi nell’attesa, per difendersi e opporsi alle polizie marocchina e spagnola, la cui presenza incombente è mirata a ostacolare l’attraversamento delle barriere proprio per impedire le richieste di protezione internazionale, e le cui incursioni violente generano la specifica dinamica organizzativa in cui vive il soldat per riuscire nella sua impresa. Si tratta quindi di una parola che aiuta a rappresentare l’organizzazione, che si percepisce come per fare da traduzione e cassa di trasmissione delle informazioni «insieme di resistenti» e che detta regole simili a quelle di molte forze di guerriglia resistente non orientate all’offesa quanto piuttosto al nascondimento e alla logistica necessaria al movimento senza essere intercettate (lo scopo è appunto riuscire a superare le barriere metalliche che funzionano da confine). Nella descrizione dei testimoni la parola soldat sta quindi alla base di una precisa piramide gerarchica dentro i grandi assembramenti che negli ultimi anni sono arrivati a contare diverse decine di migliaia di migranti. «Soldat siamo tutti noi migranti», dice Hamid parlandone, «perché si vive come una armata che resiste ‘contro’: la legge mi attacca, la polizia mi attacca, è come in una guerra dove tutto il mondo è nemico e tu resisti con i tuoi compagni di brutta avventura». Coloro che spiegano le regole fondamentali ai soldat neoarrivati sono chiamati caporali, persone che raggruppano sotto di sé insiemi variegati di nazionalità e lingue madri e utilizzano le lingue coloniali (francese o inglese), e spiegano loro le regole del gioco. Perché, se tutti hanno diritto di entrare nelle forêts per tentare l’attraversamento del confine e la boza, esistono tuttavia regole precise per restare. Una delle regole più importanti è quella che riguarda la messa in comune dei propri averi: i soldi in moneta, i soldi sui conti bancari che si controllano a distanza attraverso il cellulare (quando si hanno), le carte sim, il poco cibo, i piccoli libri di preghiera. Tutto. Tranne le cose di pochissimo valore, quali vestiti logori, scampoli di stoffa, fotografie e oggetti intagliati autonomamente nel legno. Un altro ruolo importante nell’organizzazione a cui partecipa il soldat è il tiemo: sono i rappresentanti dei diversi gruppi linguistici che collaborano con i caporali per capire cosa succeda nei diversi sottogruppi, per parlare con le specifiche persone, per fare da traduzione e cassa di trasmissione delle informazioni date dai vertici dell’organizzazione verso le basi. I caporali e i tiemo si relazionano con gli officiers che a loro volta rispondono a un comandant, una sorta di equivalente terrestre del capitain per la boza marittima, colui che con le guides (che sono da lungo tempo in foresta e conoscono benissimo i luoghi e le dinamiche degli assalti delle polizie) prepara la boza, decide quando, quanti, come potranno tentare di attraversare questo confine. Sono molti i racconti sulle difficoltà di vivere in questa armata poiché, sebbene le regole ci siano e siano chiare, le prepotenze, i ricatti, i furti sono all’ordine del giorno in un contesto dove le privazioni sono tante. Qui, ancora più che negli zitounes o in altri luoghi della coabitazione resistente, la vita è «fuori dal mondo» e l’arbitrio di chi governa il campo è grande. Come abbiamo già sottolineato, maggiore è la violenza con cui le persone migranti sono respinte e impedite alla richiesta di protezione, maggiore è la durata della loro disperazione, maggiore sarà la difficoltà con cui essi organizzano la propria resistenza. Infine, anche in questo contesto si creano specifici assesta menti di classe sociale: «i soldat con qualche soldo alle spalle» (una famiglia, una carta sim e la possibilità di attingere a un conto) favoriscono la propria collocazione ma si rendono anche molto ricattabili, attenzionati; i soldat con competenze utili sono maggiormente favoriti dall’organizzazione: parlare molte lingue resta elemento importante, ma qui contano competenze diverse rispetto agli attraversamenti marittimi (contano meno le conoscenze dei motori, ad esempio, e di più le abilità fisiche, e così via). ESEMPI DAL CAMPO La boza è gratuita, tutti hanno diritto di inserirsi nell’armata e tentare la boza. Ma devi mettere tutto in comune: i soldi, gli oggetti, il cibo. Tutto. Ho visto molte perquisizioni. Anche il Corano si metteva in comune. I vestiti erano sempre pochi e logori, quelli non contano. Se il soldat nasconde per sé delle cose il fakop è grande. Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia Appena sono entrato a Melilla ho sentito parlare un caporale in hausa e ho risposto in hausa. Mi ha preso da parte, mi ha chiesto se ero solo, mi ha detto che ero sotto la sua protezione. La mia perquisizione è stata molto più leggera, praticamente non l’ho fatta. Sono stato a guardare le cose che facevano agli altri frugando nelle cachette. Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia Nella foresta siamo soldati semplicemente perché abbiamo tutti contro, e quando hai tutti contro se non fai un’armata muori. È un’armata di resistenza. Ma poi devi resistere anche all’armata. Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia
Donne che trasformano il lutto in memoria e la solidarietà in lotta
Sostieni Melting Pot ABBIAMO UN OBIETTIVO: 2.667 PERSONE CHE CI SOSTENGONO CON 12 € È così che possiamo continuare a fare informazione libera, accessibile e indipendente. Ci sei anche tu? Sostieni ora → «Noi non vogliamo più questa vita, meglio morire mangiati dai pesci che dai vermi», canta Cheb Khaled, in una canzone intitolata El harraga, letteralmente “coloro che bruciano”. Il termine è usato soprattutto in Algeria, Marocco e Tunisia per indicare le persone che decidono di attraversare il mare per raggiungere l’Europa. Il “bruciare” si riferisce sia all’atto di bruciare i propri documenti d’identità per impedire l’identificazione e il rimpatrio, sia all’espressione simbolica di “bruciare” le frontiere, le tappe burocratiche e le distanze che separano il sud dal nord del Mediterraneo.  Sebbene solitamente si pensi che bruciare le frontiere sia “una cosa da uomini”, «Donne che bruciano le frontiere. Memorie e mobilitazioni nel mediterraneo», scritto da Silvia di Meo 1 (Astarte Edizioni, novembre 2026), ci racconta tutta un’altra storia. Il libro, infatti, è innanzitutto «un omaggio alla resistenza delle donne» (Di Meo, p. 283) che, lungi dall’essere semplici vittime “vulnerabili” da proteggere, figure infantilizzate dalle narrazioni umanitarie e securitarie che le descrivono come passive e spinte a muoversi solo in funzione degli uomini, sono invece soggettività autonome e complesse che mettono in pratica forme sia di lotta e resistenza che di cura e solidarietà, dando vita a mobilitazioni troppo spesso ignorate. > L’importanza di libri come questo, invece, sta proprio nel far emergere non > solo la “colonialità del genere” 2 ma anche le pratiche di resistenza che di > solito rischiano di passare inosservate 3.  Siwar N., una donna tunisina in migrazione, con cui l’autrice collabora, lo afferma chiaramente: «Bruciare le frontiere è una cosa da donne. Se guardi la mia vita lo capisci. Siamo noi che abbiamo questo compito» (p. 98). Siwar faceva parte di un gruppo di giovani donne della città di Zarzis che, accomunate dalla volontà di bruciare ciò che impediva loro di vivere una vita migliore, si definivano “le ragazze dell’harga” 4, che Silvia Di Meo incontrava alla Plage Sonia, in campagna o nel retro di una casa. Nel corso della sua ricerca sul campo – dal 2021 al 2025, tra Tunisia, confine libico-tunisino e Sicilia – l’autrice ha incontrato numerose donne di provenienza ed estrazione sociale diverse, con cui ha intessuto relazioni non solo di militanza politica, ma anche di amicizia e affetto, e sono le loro storie ad animare questo testo.  Rivendicando un’analisi etnografica decoloniale, fondata sullo “stare insieme” (p.15) e sul rifiuto di presentarsi come “neutrale”, la ricerca parte dalla consapevolezza del potere, insito nell’atto di scrivere, e del rischio di «chiudere ciò che invece resta sempre in movimento, come le persone che abitano queste pagine» (p. 12), ricordandoci invece che «creare e rafforzare affetti, anche nella ricerca, è un modo di decostruire il sistema che fa del Mediterraneo una zona coloniale» (p. 18). Se questa è quindi una ricerca in movimento, che segue da vicino le vite delle donne di cui ci racconta, le loro speranze e le loro gioie, inevitabilmente è una ricerca attraversata anche dalla disperazione, dalla rabbia e dalla morte. Le donne con cui collabora Silvia Di Meo sono soggettività multiple e complesse, piegate dalla violenza del confine ma che vi resistono, spesso per amore dei loro cari. Sono soprattutto madri, figlie, sorelle, parenti e amiche di persone in migrazione che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa.  Murale “Martiri della frontiera” realizzato dalle madri e sorelle delle persone morte o scomparse alle frontiere. Palermo, giugno 2025 CommemorAzione delle madri e sorelle per i morti di frontiera. Palermo, giugno 2025 PH: Silvia Di Meo Questo libro è anche, infatti, un’accorata denuncia del sistema globale di gestione dei confini, che ne mette in evidenza le forme di violenza politica ed epistemica, ne smaschera la sottostante logica (neo)coloniale e necropolitica, impegnandosi a fare luce sulle conseguenze dirette di questo regime, ovvero le «morti e sparizioni di frontiera» (p. 35): decessi per violenza diretta da parte di guardie costiere e milizie, per annegamento nei naufragi, per mancanza di soccorso in mare, ma anche, purtroppo sempre più spesso, decessi per il trattenimento nei CPR.  L’autrice, però, allarga l’orizzonte, guardando anche alla continuità di una struttura che lega direttamente «la repressione dei movimenti migratori lungo le coste del Sud Europa alla devastazione di Gaza; la difesa dei confini alla negazione dei diritti del popolo palestinese; la sorveglianza armata in mare alla violenza strutturale tecnologica e militare» (p. 26). Sono proprio lo spazio e il tempo del Mar Mediterraneo, allora, ad essere protagonisti accanto alle soggettività che li abitano, li attraversano e vi agiscono. Un Mediterraneo «occupato» (p. 28) – come lo definisce Diane H., attivista ivoriana in migrazione a Sfax – che, a causa di militarizzazione, violenza e razzismo, è diventato non tanto cimitero quanto fossa comune (p. 42), in cui giacciono corpi (neri, razzializzati, poveri, femminili) che non hanno diritto nemmeno al lutto e al ricordo che, solitamente, si hanno almeno nei cimiteri.  Il Mediterraneo raccontato in questo libro, però, è allo stesso tempo quello che potrebbe diventare – grazie (anche) alle resistenze delle donne – uno spazio-tempo capace di «generare alleanze, famiglie altre, posizionamenti, possibilità di pensarsi in relazione, oltre le frontiere» (p. 23). Anzi, più precisamente, è lo spazio-tempo della Mer(e) Méditerranée: mer, in francese, viene pronunciato nello stesso modo di mère, madre e, giocando su questa assonanza, l’autrice rivendica uno «sguardo femminile e femminista» e un concetto di maternità politica, «che nomina, ricorda, brucia le frontiere» (p. 23), trasformando il lutto privato in memoria pubblica (p.45). La necessità e l’urgenza della pratica di ricerca messa in atto da queste donne, infatti, è legata all’importanza di una contro-memoria, di una narrazione collettiva e alternativa a quella “istituzionale”, la quale cancella le tracce di solidarietà, autodeterminazione e resistenza delle persone migranti, arrivando perfino a relegare all’oblio la loro stessa esistenza.  «Anche nella morte c’è un ordine razzista» (p.40), scrive Di Meo, e lo si vede proprio nella decisione su chi può essere pianto e chi no, su chi può essere sepolto secondo i riti funebri del proprio credo e chi no, su chi ha diritto ad essere ricordato e chi no: come sottolinea l’autrice, «spogliare una persona della possibilità di essere riconosciuta come tale anche nella morte significa annullarne la soggettività, cancellare la memoria della sua vita e le relazioni di cura che la sostenevano» (p. 42). Lalouma sulla spiaggia di Steccato di Cutro, cercando oggetti e tracce della madre deceduta nella strage. Cutro, marzo 2023 Bitou Touré e sua sorella Awa Touré in Tunisia, durante le proteste contro gli sfratti dagli alloggi per le persone migranti. Medenine, dicembre 2021 Jalila Taamallah, madre dei morti di frontiera Hedi e Mahdi Khenissi nel luogo di sepoltura dei figli. Menzel Bourguiba, maggio 2022 PH: Silvia Di Meo In quest’ottica, l’atto del nominare 5, del ridare un’identità e del ricordare coloro che si preferirebbe dimenticare, si conferma come un atto eminentemente politico, che incrina e sbugiarda la “memoria ufficiale”, volta spesso a deresponsabilizzare gli Stati e i governi e ad addossare la colpa ai singoli individui che scelgono di partire. «Dare un senso politico alle morti di frontiera», sostiene invece Di Meo, «significa sottrarle alla retorica della fatalità o della colpa individuale e restituirle al loro statuto reale: quello di eventi politici e strutturali […]» (p. 190).  Se la donna in migrazione che chiede asilo viene accettata solo se rappresenta «innocenza, innocuità, maternità» (p. 57), le madri di cui si parla in questo libro diventano protagoniste di rivendicazioni politiche e artefici di alleanze trans-nazionali, ad esempio nel caso dei contatti tra Las Madres delle persone desaparecidas dell’America Latina e le madri tunisine in lotta per i propri figli scomparsi nel Mediterraneo (pp. 246-252). Come scrivono le donne messicane in una lettera che hanno inviato alle donne del Mediterraneo, «Io non ho ancora trovato mio fratello, e molte di voi non hanno ancora trovato i propri cari. Ma ci siamo trovate tra noi e anche questa è speranza» (p. 249). Risignificando il ruolo di madre, rendendolo una posizione pubblica e politica, creando alleanze inattese, queste donne risignificano anche lo spazio domestico, il concetto di “famiglia” e il confine tra privato e pubblico.  Lo fanno attraverso un insieme di pratiche che includono non solo la poesia, la fotografia, la narrazione biografica, ma anche il cucito, i murales, i canti e le danze, la realizzazione di manufatti che diano materialità alla memoria, come per esempio il Lenzuolo della Memoria, realizzato nel maggio 2022 dalle madri tunisine della sartoria di FreeFemmes – Artigiane per la libertà di movimento che vi hanno cucito sopra i nomi delle persone care scomparse. La sartoria è diventata, quindi, uno spazio di vita e lotta femminile collettiva, e il cucito si è configurato come «strumento tramite cui condividere le esperienze dolorose e dialogare sulle strategie di sopravvivenza» (p. 231). Rania Ben Abdel Latif e Henda Ben Ali, sorella e madre di Wissem, morto in Italia dopo la detenzione in CPR e la contenzione, mostrano i suoi vestiti. Kebili, Tunisia, dicembre 2021 Ada indossa l’Abito della Libertà, realizzato dal collettivo di donnne FreeFemmes Artisanes pour la Liberté de Mouvement. Medenine, febbraio 2022 Oumaima Mrouki, sorella di Adem Mrouki, nella sua casa a Teboulba. Ottobre 2024 PH: Silvia Di Meo Sebbene anch’esso attraversato da tensioni e asimmetrie, manifestate nei racconti delle donne provenienti dall’Africa subsahariana sul modo in cui avevano subito discriminazioni razziste anche dalle stesse donne tunisine, il lavoro del ricamo, da semplice tecnica artigianale, è diventato strumento di emancipazione e critica politica, in cui «si condensa una politica della vita che resiste» (p. 266), fatta anche di emozioni mobilizzatrici, intese nel senso in cui Audre Lorde intendeva la rabbia: «la mia rabbia è sempre anche in parte un tributo alla memoria delle mie sorelle cadute […] La rabbia delle donne può portarci a conoscere le differenze, e così trasformarle in potere. […] La mia risposta al razzismo è la rabbia. Questa rabbia ha creato lacerazioni nella mia vita solo quando è rimasta inespressa, inutile a chiunque» 6.  Il grande merito del libro di Silvia Di Meo è di farsi testimone non solo di questa rabbia, ma anche delle altre emozioni, delle storie e delle azioni di tutte le donne che non si sono arrese, fornendoci uno strumento necessario ed estremamente utile per la ricerca accademica e per l’attivismo e la militanza politica, in cui spesso si rischia di reiterare quelle stesse forme di “colonialità del genere” che si vorrebbero evitare. Le lotte di Siwar, Bintou, Ada, Nadeje, Juelle, Oumaima, Mariama, Rania, Henda – le donne con cui l’autrice ha intessuto relazioni e amicizie, e che impariamo a conoscere anche noi tramite la lettura – e di tutte coloro che continuano a sperare, cercare e resistere, ci dimostrano che «senza la cura reciproca non c’è lotta» e che «la lotta serve, noi non possiamo dimenticare» (p. 161).  Gamra Reik e sua nipote Beya davanti al murale dedicato a Lazhar Chaieb, morto nel 2019 a Lampedusa. Sfax, maggio 2023 CommemorAzione a Tunisi delle famiglie, febbraio 2022 PH: Silvia Di Meo 1. Antropologa e ricercatrice, conduce le sue ricerche tra Sicilia, Tunisia e Libia ed è cofondatrice dell’associazione MEM.MED Memoria Mediterranea, che si occupa del supporto alle famiglie delle persone migranti nella ricerca dei corpi dei propri cari defunti o scomparsi nell’attraversamento del Mediterraneo ↩︎ 2. Cfr. Maria Lugones, Coloniality of gender, Worlds & Knowledges Otherwise, 2, 2008, pp.1-17 ↩︎ 3. Su questo tema è fondamentale anche il libro di Camille Schmoll, Le dannate del mare, Astarte, Pisa 2023 ↩︎ 4. Sull’harga si veda ad esempio la tesi di laurea di Cristina Baroni ↩︎ 5. Per comprendere i tentativi pratici e quotidiani di nominare e ricordare; segnaliamo anche l’intervista di Alessia Cesana a Silvia Di Meo su Altreconomia ↩︎ 6. Audre Lorde, Gli usi della rabbia: le donne rispondono al razzismo, Intervento di apertura del Convegno nazionale della Women’s Studies Association, Storrs, Connecticut, giugno 1981, in A. Lorde, Sorella Outsider, Meltemi 2022 ↩︎
Donne che bruciano le frontiere. Memorie e mobilitazioni nel Mediterraneo
Scavano nella sabbia alla ricerca di corpi a cui restituire un nome, cuciono i nomi delle persone disperse, denunciano le violenze in mare in Tunisia o davanti ai CPR italiani. Condividono il proprio lutto e la lotta per verità e giustizia, sfidando la disumanizzazione e la criminalizzazione delle persone in migrazione e delle loro famiglie. Donne che bruciano le frontiere è un dialogo con donne in migrazione, madri e sorelle di persone uccise o fatte sparire dai regimi di frontiera, attiviste per la libertà di movimento. Radicato in una pratica di ricerca femminista e antirazzista, il libro intreccia biografie, poesie, fotografie, canti, pratiche di solidarietà. Le sue protagoniste non sono corpi da controllare o salvare: sono un archivio vivente del Mediterraneo, madri – in senso politico – di una contromemoria insorgente che brucia le frontiere coloniali e riscrive il Mediterraneo, spostando lo sguardo dalle narrazioni eurocentriche e patriarcali alle pratiche, ai saperi e alle lotte delle donne. * La scheda del libro * La bibliografia di riferimento L’AUTRICE Silvia Di Meo è antropologa e ricercatrice, è attiva nell’area del Mediterraneo, specialmente in Sicilia, Tunisia e al confine tunisino-libico. Intrecciando ricerca e impegno politico, il suo lavoro si concentra sulle necropolitiche dei regimi di frontiera e sulle forme di violenza che producono, con particolare attenzione alle pratiche di resistenza e memoria di chi vive e attraversa i confini. È cofondatrice di MEM.MED, realtà transnazionale di ricerca delle persone scomparse in migrazione, documentazione e supporto legale per verità, giustizia e libertà di movimento.
Da quale parte del mare. Voci e silenzi dal Mediterraneo
DALL’INTRODUZIONE AL VOLUME Il Mediterraneo invita ad ascoltare la sua voce: onde che si infrangono, vento che attraversa le vele e spazza la superficie, gocce che ricadono sull’acqua, oggetti che producono suoni galleggiando, le radio che gracchiano, aerei che sorvolano, silenzi. E poi voci di chi naviga. Grida… Da quale parte del mare. Voci e silenzi del Mediterraneo di Roberta Derosas 1 e Luca Queirolo Palmas 2 (Prefazione di Max Hirzel, Postfazione di Paolo Barcella) * La scheda del libro Prendi una posizione comoda, proprio quella che le persone in movimento – di cui si parla in questo libro – non possono prendere durante la navigazione quando tentano di arrivare in Europa. Puoi distenderti o sederti, puoi scegliere un luogo calmo e silenzioso. Chi naviga, invece, si incastra coi corpi altrui, talvolta per giorni interi. Sempre più di rado arriva a destinazione. Molto più spesso il suo viaggio si interrompe a pochi chilometri dalla costa con arresti di cui forse farai la scoperta nelle pagine che seguono oppure con morti per annegamento. In questi casi si parla spesso di naufragi nei giornali, mentre si dovrebbe parlare di stragi; stragi di Stato, perché sono le politiche dell’Unione Europea ad aver trasformato il Mediterraneo nell’ultimo quarto di secolo in un cimitero liquido. Questo libro ha tredici capitoli. In essi si parla delle isole Baleari e di quanti partono dall’Algeria e delle isole greche di fronte alla costa turca, e poi soprattutto del Mediterraneo centrale: dei moli di Lampedusa e dei nostri imbarchi in mare – come marinai, ricercatori e soccorritori – degli accampamenti fra gli uliveti di Sfax e di quelli nella città costiere della Libia. E poi si parla del mare visto dall’alto, di chi lo sorvola per facilitare i soccorsi di quanti provano a fuggire. Potresti leggerli nell’ordine in cui sono disposti, o entrare da qualunque punto. Anche nel mare puoi fare lo stesso, scegliendo da quale costa partire per navigare. Decidi tu da dove cominciare, se seguendo l’ordine cronologico che abbiamo deciso o l’argomento che preferisci. I capitoli funzionano come una carta nautica che descrive quello che il mare non lascia vedere in superficie: le profondità, i fondali, i margini dove l’acqua finisce e comincia qualcos’altro. Mostra le rotte possibili e le secche da evitare. Questo libro funziona allo stesso modo, tracciando punti di rilevamento di un oggetto che non sta mai fermo ed è il Mediterraneo: nome di un luogo, spazio politico di scelte precise, individuali e collettive. Troverai navi della flotta civile che opera in acque internazionali dove gli stati responsabili del controllo e del soccorso hanno scelto di negare il diritto previsto dalle convenzioni marittime e dal diritto internazionale. Troverai persone che attraversano e che hanno accettato di raccontare la storia del loro viaggio in mare, ma anche di quello che ci sta prima. Abbiamo cambiato i loro nomi, ma non le storie che ci hanno affidato. Troverai numeri che contano, ma insieme alle cifre le storie che spiegano quello che i numeri non dicono. È un libro che nasce da una continua ricerca etnografica, e non di meno partigiana, come direbbe Michael Burawoy. È un libro che nasce grazie alla cassetta degli attrezzi della sociologia, ma che si presenta come un diario di campo, un diario di bordo, che prova a riarticolare la scrittura accademica come una scrittura narrativa. Continuando a parafrasare Italo Calvino, «non che tu t’aspetti qualcosa di particolare da questo libro in particolare. Sei uno che per principio non si aspetta più niente da niente. Ci sono tanti, più giovani di te o meno giovani, che aprono un libro» sul Mediterraneo pensando di trovarci le tragedie e il numero delle vittime, per poi richiuderlo con le idee e la coscienza in ordine. > «Tu no. Tu sai che il meglio che ci si può aspettare è di evitare il peggio», > o che il meglio che ci si può aspettare è di resistere alla tentazione di > capire troppo in fretta. Questa è la conclusione a cui sei arrivato, nella vita personale come nelle questioni generali e addirittura mondiali. E coi libri? Ecco, proprio perché lo hai escluso in ogni altro campo, credi che sia giusto concederti ancora questo piacere giovanile dell’aspettativa in un settore ben circoscritto come quello dei libri, dove può andarti male o andarti bene, ma il rischio della delusione non è grave» 3. Però, quando chiuderai questo libro che parla di Mediterraneo e di persone che lo abitano e lo attraversano, forse avrai la coscienza un po’ in disordine, ma un’idea più chiara in quale parte del mare stare. Durante l’arco temporale trattato nel volume – dal gennaio 2019 al luglio 2026 – 17.268 persone, vittime della Fortezza Europa e del diritto diseguale alla mobilità internazionale, sono scomparse attraversando il Mediterraneo 4. 1. Operatrice sociale, dottoranda presso l’Università degli Studi di Palermo, ha conseguito un master in Diritto delle migrazioni. Da diversi anni svolge azioni di osservazione e monitoraggio delle frontiere e operazioni di SAR nel Mediterraneo centrale, collabora regolarmente con la rivista on-line “Melting Pot Europa”. ↩︎ 2. Sociologo delle migrazioni presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Genova. Coordina il progetto europeo “SolRoutes”. È autore e promotore di diverse pubblicazioni e iniziative scientifiche editoriali fra cui Underground Europe. Lungo le rotte migranti (2022), Boza! Diari dalla frontiera (2024), Crocevia Mediterraneo (2023) ↩︎ 3. Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Einaudi, Torino 1979. ↩︎ 4. Missing Migrants Project, International Organization for Migration (IOM) ↩︎
La barca del nemico
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Per gli harraga è il nome dato alle motovedette della Guardia nazionale tunisina, incaricate di intercettare chi tenta di attraversare il mare. Se la skadra appare all’orizzonte, il viaggio rischia di finire prima di cominciare. Mentre flouqa rappresenta la possibilità della partenza,  skadra è il contrario: il ritorno forzato. Per chi attraversa il Mediterraneo, non è soltanto un mezzo navale: è la forma concreta della frontiera nel mare, delle politiche di controllo che generano inseguimento e cattura. Per questo la parola porta con sé paura e frustrazione. Oltre che descrivere una nave, indica il momento in cui un orizzonte aperto si chiude e segna la fine della speranza. Un’apparizione che ricorda come, al contempo, il mare sia strada e barriera nel Mediterraneo occidentale. SKADRA a cura di Filippo Torre, Università di Genova La motovedetta militare tunisina è chiamata colloquialmente, dagli harraga, skadra, un termine di evidente derivazione italiana e francese. Skadra è la nave o il gommone della Garde Nationale che pattuglia le coste in subappalto dell’Italia e dell’Unione Europea, la guardia costiera che fa il lavoro sporco intercettando e riportando indietro i migranti prima che arrivino ed entrino nella zona del non-respingimento (si veda Eau-bleue). In questo senso se flouqa è il mezzo necessario per attraversare il confine senza documenti e fabbricare una via di fuga (si veda Flouqa), skadra è la barca nemica, quella che interrompe il sogno di inseguire una vita dignitosa, trasformando il percorso migratorio in un momento di umiliazione, di ferite fisiche e psicologiche e, in tantissimi casi, di morte in mare. Il sostegno europeo alla Tunisia per controllare le coste europee, con il finanziamento e la fornitura di attrezzature nautiche e mezzi militari, risale al periodo del presidente Ben Ali, ma si è intensificato negli ultimi anni, in concomitanza con l’aumento dell’utilizzo della rotta marittima tunisina, che nel 2023 ha superato quella libica in termini di partenze undocumented verso l’Italia. Seguendo il modello degli accordi con le milizie libiche del 2017, alle autorità tunisine sono stati forniti navi, radar mobili, telecamere, veicoli, motori e pezzi di ricambio. Diversi report denunciano che a partire dal 2022 le intercettazioni delle barche dei migranti da parte della Garde Nationale hanno assunto contorni sempre più violenti, scanditi da casi di mancata assistenza, speronamenti e manovre pericolose, uso di bastoni, fucili e gas lacrimogeno, furto dei motori. Con il rafforzamento del ruolo della Tunisia come alleato dell’Europa nel controllo del confine mediterraneo, il numero di attacchi segnalati contro le imbarcazioni cariche di viaggiatori subsahariani – quanto verso quelle che trasportano cittadini tunisini – è aumentato notevolmente. Attraverso le testimonianze dei superstiti, la Garde Nationale è accusata di non limitarsi ad abbordare, arrestare e mettere in salvo i migranti ma di provocare intenzionalmente dei naufragi come tecnica di dissuasione e – una volta a terra – di organizzare delle deportazioni forzate e un sistema di vendita di esseri umani verso il confine con la Libia o l’Algeria (si vedano Or noir e Kidnappeur). Con l’istituzione della zona Sar tunisina nel giugno 2024, queste stesse pratiche prima ristrette alle acque territoriali avvengono ora anche nelle acque internazionali. ESEMPI DAL CAMPO Erano le cinque del mattino, era il 10 luglio 2021. Eravamo su una barca con sessantacinque persone. Alcune ore dopo la nostra partenza da Sfax, eravamo molto vicini alle acque internazionali (trenta minuti secondo la posizione Gps). Le guardie costiere tunisine si sono avvicinate alla nostra barca e ci hanno chiesto di fermarci. Abbiamo deciso di obbedire e il capitano ha spento il motore. Ma le guardie costiere tunisine hanno fatto una virata molto rapida e hanno deliberatamente colpito la nostra barca. La nostra barca si è rovesciata. Tutti sono caduti in acqua. Alcuni di noi avevano i giubbotti di salvataggio, ma non tutti. Molti non sapevano nuotare e sono annegati. Un’altra barca delle guardie costiere è arrivata e hanno portato i sopravvissuti sulla loro barca. Eravamo solo trentuno sopravvissuti. Tutti i bambini sono morti. Hanno portato anche sette corpi sulle loro barche. […] Quando siamo arrivati nel porto di Sfax, le guardie costiere sono scappate. Intervista con Ali, testimone del rapporto Mare Interrotto SKADRA è la parola che tutti pronunciano appena si parte in barca. Tutti si mettono a vedere se c’è una skadra e tengono i telefoni spenti per non fare luce e non essere intercettati dai radar… Se non ci sono skadra niente ti può impedire di arrivare a Lampedusa sano e salvo. A me era capitato di essere intercettato da una skadra, ma l’ultima volta mio fratello è stato accerchiato da otto navi: non avevo mai sentito di una cosa del genere. Intervista con Ismail, ragazzo di Chebba
Frontiera Albania
Nei centri per migranti in Albania si consuma un esperimento brutale. Con questa inchiesta Luca Rondi sbugiarda la propaganda sull’accordo tra Roma e Tirana, svelando la cruda verità sulle strutture costate milioni di euro. Una detenzione offshore ispirata al modello australiano (e a tanti altri del passato), dove il diritto d’asilo e la dignità delle persone vengono sistematicamente calpestati. Lo raccontano il registro degli eventi critici -la scatola nera del Cpr di Gjadër-, la storia straziante di Hamid e di tante altre persone ridotte cinicamente a pedine elettorali. Il libro denuncia le conseguenze di uno spreco immane di denaro pubblico e una catastrofe umanitaria silenziosa. Il “modello Albania” diventa così lo specchio di un’Europa che celebra l’inizio dell’era delle deportazioni e rinnega se stessa. Prefazione di Behrouz Boochani Leggi l’anteprima GLI AUTORI Luca Rondi (Biella, 1995) è giornalista, scrive inchieste e reportage per il mensile Altreconomia. È coautore di “Gorgo Cpr. Tra vite perdute, psicofarmaci e appalti milionari” (2024) con Lorenzo Figoni; “Respinti. Le ‘sporche frontiere’ d’Europa, dai Balcani al Mediterraneo” (2022) con Duccio Facchini e di alcuni contributi nel saggio “Chiusi dentro. I campi di confinamento nell’Europa del XXI secolo” (2024) curato da RiVolti ai Balcani. Tutti i libri sono editi da Altreconomia. Con Silvia Baldetti ha curato il podcast “Limbo – Le vite sospese di chi si fa migrante”, prodotto da Engim internazionale in collaborazione con Altreconomia e Border radio.
Va bene accoglierli, ma non tutti
A partire da alcune formule ricorrenti nel discorso pubblico contemporaneo – dall’“invasione dello straniero” al “ce ne sono troppi. Va bene accogliere, ma non tutti” – Jacopo Anderlini 1 costruisce in “Hostis. Il paradigma dell’ospitalità” (Eleuthera, 2026) una genealogia dell’ospitalità volta a interrogare le condizioni storiche, sociali e politiche attraverso cui la presenza dello straniero viene definita, classificata e collocata nella società ospitante. Il principale contributo del sociologo è nel mettere in discussione una concezione dell’ospitalità come semplice apertura verso l’altro. Essa emerge piuttosto come una specifica ‘ragione’, per la quale dimensione culturale, politica ed etica si intrecciano nella continua definizione dei confini tra chi può stare “dentro” e chi deve rimanere “fuori”, articolando interrogativi relativi alla cittadinanza, alla sovranità, alla mobilità, alla sicurezza e alla costruzione dell’alterità. L’analisi proposta da Anderlini consente di osservare come il significato dell’ospitalità costituisca un “concetto in movimento” (p. 42), destinato a trasformarsi parallelamente ai legami sociali. Questi ultimi, analizzati dal linguista Benveniste nella loro “terminologia psicologica” (p. 32), riguardano il vivere in società, le norme sociali e la dimensione sentimentale, che trasformano la figura dell’ospite simmetricamente alle forme di organizzazione della società e dello Stato, introducendo nuove forme di relazione fondate sulla differenza di status ed, implicitamente, anche la possibilità dell’esclusione. Notizie/A proposito di Accoglienza/Arti e cultura «HOSTIS. IL PARADIGMA DELL’OSPITALITÀ» Un libro di Jacopo Anderlini (Elèuthera, 2026) 28 Agosto 2026 Ambivalenza già inscritta nel suo studio etimologico del termine greco xenia, nonché del latinohospes, nel quale confluiscono i significati di hostis e potis, legati rispettivamente alla relazione con l’altro e alla dimensione del potere. Con il passaggio dal genus al cives e l’ingresso nella polis, la dimensione privata dell’ospitalità – come istituto sacro fondato sulla reciprocità, sul dono e sull’obbligo – si sovrappone progressivamente a quella pubblica: la distinzione tra civis/proxenos e straniero, “non cittadino”, rende evidente come l’ospitalità implichi anche una collocazione spaziale e temporale dell’ospite nell’ordine politico della comunità. Tra XVII e XVIII secolo, questa logica si traduce sempre più esplicitamente nelle pratiche di governo. La città diviene un laboratorio della popolazione nel quale l’ospitare e l’escludere diventano declinazioni dell’azione politica. Il vagabondo (e successivamente le comunità di fuga, dei maroons e dei pirati), sottraendosi alle forme di appartenenza, stabilità e produttività richieste dal nascente ordine mercantilista, viene strategicamente regolamentato. Dal 1648, la mobilità viene incorporata nel passaporto; la sanità entra nei dispositivi di governo e la categoria del rischio consente di ricondurre l’incertezza entro “l’arrogante presunzione di controllabilità” (Z. Bauman, 2017): la compassione, attraverso la politica della pietà, “anziché fungere da cerotto per la violenza” (E. Weizman; 2012), diviene una modalità di governance capace di organizzare le condizioni entro cui protezione e controllo vengono esercitati sul “popolo degli infelici”, al limite dell’umanitario e del securitario. Il moral urbanism rende così visibili, classificabili e amministrabili soggetti e comportamenti ‘altri’ in un continuumdi pratiche che fanno dell’ospitalità un dispositivo inserito in una estesa razionalità di governo congiunta ad un governo differenziale della mobilità. * La scheda del libro * Leggi l’estratto Se, ai primi sviluppi della dimensione urbana, il ‘buon ordine’ era affidato in larga misura alla polizia, è con il ‘popolo’ che esso viene progressivamente affiancato da una molteplicità di istituzioni nazionali attraverso cui vengono individuate, classificate e amministrate le “classi pericolose”, fondamento morale delle politiche attivate. “The image, the imagined, the imaginary […] the imagination has become an organized field of social practices, a form of work (in the sense of both labor and culturally organized practice), and a form of negotiation between sites of agency (individuals) and globally 2 defined fields of possibility. […] The imagination is […] the key component of the new global order ”. Lo spazio Schengen costituisce, in questa prospettiva, un ulteriore passaggio. Seguendo logiche “legittimate dalla logica dell’ospitalità e dal registro morale da questa convocato” (p. 89), esso non elimina i confini, ma elabora nuove procedure confinarie (p. 101), un assemblage (p. 91) di norme giuridiche, impianti amministrativi e burocratici, tecnologie, controlli e pratiche di classificazione attraverso cui il confine viene prodotto, amministrato e reso operativo. Regimi dei visti, liste dei paesi sicuri, videosorveglianza e strumenti di racial profiling concorrono a una nuova grammatica della sovranità, della mobilità migrante e dell’ospitalità. In altre parole, gli Stati europei non hanno eliminato le frontiere, ma le hanno semplicemente combinate con ulteriori diagrammi in un archetipo che attraversa istituzioni e contesti differenti senza, però, coincidere con una singola politica o con un progetto unitario. In questa coniugazione, particolare rilievo assume la nozione di domopolitica introdotta da W. Walters: più che uno spazio del diritto all’asilo, per Anderlini si delinea un quadro nel quale lo Stato viene rappresentato come una casa, uno spazio domestico da proteggere e preservare “in una tattica che giustappone le parole calde di comunità, fiducia e cittadinanza alle parole associate al pericolo proveniente da un esterno caotico” (Connolly, 1995), popolato da “stranieri, clandestini, trafficanti, terroristi”, contro cui si rivolgono le tecnologie di frontiera sempre più orientate ad una gestione selettiva della mobilità. L’obiettivo di tali dispositivi, i cui diagrammi si snodano nella “terminologia psicologica” della criminalità, della vulnerabilità e della minaccia, consiste nel “selezionare” l’ospite, distinguendo tra circolazioni “buone” e “cattive”, “il cui valore di scambio risulta direttamente connesso al movimento” (p. 119). Nella sua duplice natura di apertura e chiusura, di pietà e sicurezza, l’ospitalità non si configura, per Anderlini, come ‘varco’ di casa, attraverso il quale sia indifferentemente possibile entrare e uscire, quanto piuttosto come ‘soglia’ – storicamente e strutturalmente – posta tra appartenenza ed estraneità. È su questa soglia, infatti, che si stabiliscono e continuamente si ridefiniscono le condizioni dell’ospitalità, nel rapporto, mai definitivo, tra chi ospita e chi è ospitato. Ci sono “troppi stranieri”: italiani di fatto, ma ancora privi di pari diritti. È precisamente entro questo spazio di ospitalità e di appartenenza incompleta che si articolano i criteri di inclusione ed esclusione e prendono forma le lotte politiche volte a ridefinire e ampliare la soglia della cittadinanza. RIFERIMENTI Bauman, Z. (2017). Times of interregnum, Polity Press. Connolly, W. (1995) The ethos of pluralization. University of Minnesota Press, Minneapolis, MN. Weizman, E. (2012). The least of all possible evils: Humanitarian violence from Arendt to Gaza.  London ; New York : Verso 1. Jacopo Anderlini, sociologo, è Principal Investigator del progetto Debordering materiality along migration routes e ricercatore presso l’Università di Parma, dove ha co-fondato e coordina la Clinica Sociologico-Giuridica «Migrazioni e frontiere». Ha condotto ricerche etnografiche in Tunisia, negli hotspot di Pozzallo e Lampedusa, nelle zone agricole della Sicilia e al confine francoitaliano, studiando le trasformazioni del governo europeo delle migrazioni. Fa inoltre parte del Media Board del progetto ERC Advanced SOULROUTES e del Laboratorio di Sociologia Visuale dell’Università di Genova. È co-curatore di Borderland Italia (Deriveapprodi, 2022) e di Crocevia Mediterraneo (Elèuthera, 2023). ↩︎ 2. Appadurai, A. (1996), Modernity at Large: Cultural Dimensions of Globalization, Minneapolis, University of Minnesota Press, p. 31. “L’immagine, l’immaginato, l’immaginario… l’immaginazione è divenuta un campo organizzato di pratiche sociali, una forma di lavoro (inteso sia come attività lavorativa sia come pratica culturalmente organizzata) e una forma di negoziazione tra luoghi di capacità d’azione (gli individui) e campi di possibilità definiti a livello globale. […] L’immaginazione è… la componente chiave del nuovo ordine globale” ↩︎
Sconfinati Fest! 3a edizione
Sabato 10 ottobre torna Sconfinati Fest, evento organizzato dall’Associazione Naga di Milano e giunto alla sua terza edizione: una giornata di partecipazione, incontro, riflessione, informazione e festa attorno al tema dei confini. Il programma prevede due talk, un laboratorio per bambine e bambini, uno spettacolo e una mostra. Dalle 11.30 alle 20.00, con ingresso libero presso mosso in via Angelo Mosso 3 a Milano. PROGRAMMA 11.30 – 12.30 | LABORATORIO PER BAMBINE E BAMBINI | LA COSTITUZIONE A COLORI Con APIS – Arti per l’Innovazione Sociale, associazione che sviluppa progetti educativi e culturali. Un laboratorio creativo dedicato a bambine e bambini per esplorare il tema dei confini partendo dagli articoli 1, 2 e 3 della Costituzione italiana, che promuovono i diritti inviolabili della persona, l’uguaglianza e la rimozione degli ostacoli che limitano la libertà. Per scoprire il tesoro dei nostri valori condivisi e superare, insieme, ogni confine. Età consigliata a partire dai 5 anni. Per garantire a tutti un’esperienza di qualità, il laboratorio potrà accogliere le bambine e i bambini fino a esaurimento posti disponibili in sala. Non sono previste iscrizioni: si entra semplicemente in base all’ordine di arrivo, quindi vi aspettiamo con un po’ di anticipo! 14.30 – 16.00 | TALK | CONFINI E CONFLITTI Quale ruolo giocano i confini all’interno dei conflitti contemporanei? La necessità di attraversare i confini è spesso una delle conseguenze dirette delle guerre; confini che, però, finiscono poi per trasformarsi in ostacoli nei cosiddetti Paesi di accoglienza. Come si possono superare davvero? Nel talk dedicato a questi temi approfondiremo il legame tra guerre, migrazioni e controllo dei territori, con uno sguardo particolare rivolto al Medio Oriente e alle rotte migratorie contemporanee, per capire come i confini influenzino vite, guerre e possibilità di movimento. Ne parliamo con: Widad Tamimi – Giornalista e scrittrice. Figlia di un profugo palestinese fuggito dall’occupazione israeliana del 1967 e di una donna di origini ebree, è cresciuta a Milano, ha studiato Diritto internazionale a Londra e ha lavorato nei campi profughi. È autrice di Dal fiume al mare. Storia della mia famiglia divisa tra due popoli (Feltrinelli, 2026), Le rose del vento. Storia di destini incrociati (Mondadori 2016),  Il caffè delle donne (Mondadori 2012). Maysoon Majidi – Attivista, regista e giornalista della diaspora curda-iraniana, fuggita dall’Iran. La sua esperienza personale di persecuzione è diventata parte integrante della sua attività pubblica e artistica.  Modera: Martina Stefanoni – Giornalista e voce di Radio Popolare, dove conduce la trasmissione quotidiana di politica internazionale Esteri e Terzo Tempo, rubrica settimanale dedicata alle storie dal mondo. È autrice del libro Unspeakable Il silenzio delle multinazionali davanti al genocidio a Gaza (Prospero Editore, 2025). 17:00 – 18:30 | TALK | CONFINI E PROPAGANDA Esiste un legame tra confini e propaganda? Da sempre i confini e, per estensione, le migrazioni costituiscono un elemento centrale delle narrazioni propagandistiche: come possono essere decostruite e decifrate? Come si articola oggi la costruzione della propaganda contemporanea, online e offline? Il talk dedicato alla propaganda analizzerà il modo in cui si costruiscono immaginari collettivi fondati sulla paura, sull’emergenza e sulla contrapposizione tra un “noi” e un “loro”, continuamente ridefiniti attraverso media, politica e comunicazione contemporanea. Ne parliamo con: Leonardo Bianchi – Giornalista e scrittore, collabora principalmente con Internazionale, Valigia Blu e il manifesto. È autore della newsletter Complotti!, che si occupa di complottismo e disinformazione. Il suo ultimo libro è Le prime gocce della tempesta. Miti, armi e terrore dell’estrema destra globale (Solferino, 2024).     Marta Ciccolari Micaldi –  Giornalista e guida letteraria specializzata in American Studies, ha ideato il progetto divulgativo indipendente che porta il suo nome d’arte, La McMusa, attraverso il quale organizza corsi di letteratura americana in Europa e viaggi letterari negli Stati Uniti (Book Riders). È anche autrice di newsletter (Sogni Americani, States) e podcast (Miglia, Pop Corn) sulla cultura americana, nonché di un bookclub con cui esplorare la geografia fisica e sociale degli Stati Uniti (LIT). Ha pubblicato il memoir Sparire qui (Rizzoli, 2023). Mattia Salvia –Giornalista, content creator e autore ha lavorato a VICE e Rolling Stone. Nel 2019 ha fondato Iconografie, rivista sullo spirito del tempo, di cui è editor. Ha pubblicato Interregno (Nero, 2023) e Cosplayers (Nero, 2025).  Modera: Leila Belhadj Mohamed –  Giornalista, analista politica e commentatrice italo-tunisina per TV e radio, esperta di Mediterraneo, relazioni internazionali, islamofobia, diritti e migrazioni. È anche formatrice sulle tematiche relative al linguaggio e ai bias dell’intelligenza artificiale. 19:00 – 20.00 | SPETTACOLO | MATTEO CACCIA: STORIE DI CONFINE  Una narrazione dal vivo in cui storie, testimonianze e racconti si intrecciano per restituire uno sguardo sulle molteplici forme – individuali e collettive – dei confini. Matteo Caccia – Autore, attore e narratore radiofonico. Collabora con Radio 24, dove conduce la trasmissione Matteo Caccia racconta, e con Il Post, dove è responsabile dell’area podcast e conduce il podcast quotidiano Orazio. MOSTRA | “THERE IS NO BORDER HERE” DI SHILPA GUPTA Nel corso della giornata sarà esposta l’installazione “There is no border here” di Shilpa Gupta (2005-2026, Dimensioni variabili, Wall Drawing). Courtesy: Shilpa Gupta e Galleria Continua. Shilpa Gupta (nata nel 1976; vive e lavora a Mumbai) è considerata tra le voci più autorevoli dell’arte contemporanea internazionale. Il suo lavoro affronta i conflitti, le restrizioni alla libertà e i confini, indagando come le persone e le esperienze siano modellate da costrutti socio-politici e processi di classificazione e censura. Sfruttando le potenzialità della parola e dei materiali effimeri, l’artista esplora l’arbitrarietà delle divisioni geopolitiche capovolgendo i canali tradizionali con cui l’informazione e il controllo vengono solitamente veicolati. Le sue opere fanno parte delle collezioni permanenti di istituzioni come il Guggenheim Museum di New York, il Centre Pompidou di Parigi e la Tate Modern di Londra. Ha inoltre partecipato alle Biennali di Venezia, Berlino, L’Avana e Yokohama. Attualmente sono in corso due sue importanti mostre personali: “What Still Holds” all’Hamburger Bahnhof di Berlino (fino a gennaio 2027) e “One Palm Closer to the Sky” alla Galleria d’Arte Moderna di Milanoalla Galleria d’Arte Moderna di Milano dal 15 settembre 2026 al 6 gennaio 2027. Nell’installazione “There is no border here”, la rigidità dei dispositivi di sorveglianza viene sovvertita attraverso l’uso del nastro adesivo di sicurezza ad alta visibilità. Un elemento ordinario, impiegato nel paesaggio urbano per transennare e  proibire l’accesso, si traduce qui in un’opera che stimola una riflessione profonda sul senso universale di appartenenza e sulla natura intrinsecamente artificiale di ogni linea di confine. Bar e ristorante saranno aperti seguendo i normali orari di servizio di mosso (più info su mosso.org). Per il ristorante è consigliata la prenotazione chiamando questo numero +39 342 629 4082.
September 30, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Emergency apre tre mostre per parlare di migrazioni
In un settembre che confonde il mondo con temperature altissime, sembra quasi un refrigerio se non addirittura un rifugio visitare Orizzonti Negati, la mostra che Emergency ha aperto all’isola veneziana della Giudecca per parlare di migrazioni. Orizzonti che oggi sono negati nel sud del mondo, ma che potrebbero diventare un’urgenza anche per questa parte del pianeta che già programma trasferimenti di vita in spazi freschi sempre più limitati. Anche la tragedia per noi è un lusso e come tale ipotizziamo di scongiurarla. Perché come dice lo scrittore Daniele Del Giudice: «L’Europa ha questo di speciale rispetto a qualunque altra cultura: ha vinto tutto e ha perso tutto, e in questo senso è unica nell’aver conosciuto sino in fondo il diritto e il rovescio delle cose». Un diritto che ci si illude di non perdere mai. La mostra si articola in tre spazi espositivi. I loro titoli compongono un discorso che scuote e percuote le coscienze di chi osserva. DIVIDED WE DO NOT STAND…A CHANGE… Divisi non abbiamo alcuna possibilità di Lilli Müller; IDENTITÀ INTERSTIZIALI – UMARU: DIARIO DI UN VIAGGIO MIGRANTE di Claudia Virginia Vitali a cura di Virginia Monteverde; APOLIDE – Abitare il mondo di Giovanni e Marcello Chiarenza. Le parole chiave che legano un discorso che non si può non ascoltare, a tratti poetico, sempre lucido sono: acqua, trasparenza, casa, interstizi. L’acqua che collega, divide e ci spaventa nella sua forza, la trasparenza che ci permette di vedere e capire attraverso; gli interstizi i rifugi dove ci si rifugia in qualunque smarrimento e che spesso diventano case. E’ proprio questo che queste tre mostre ci chiedono: di attraversare gli interstizi, di guardare oltre ciò che siamo abituati a vedere, di riconoscere nell’altro non una distanza, ma un possibile anticipo del nostro stesso destino. Perché gli orizzonti negati non appartengono mai soltanto a qualcun altro: prima o poi possono diventare i nostri. E allora l’acqua non è più soltanto quella che separa, né la casa soltanto il luogo che protegge. Diventano entrambe domande: chi può attraversare, chi può restare, chi ha diritto a un rifugio, chi è costretto a cercarsene uno? «Quando si parla di migrazioni lo si fa spesso senza cognizione di causa, a soli scopi elettorali alla ricerca di facile consenso – ha spiegato in apertura dell’esposizione Mara Rumiz, responsabile della sede veneziana dell’associazione -. In questi ultimi tempi, le cose sembrano cambiare in peggio: c’è un inasprimento incredibile delle misure di respingimento e anche una domanda da asilo comporta comunque un internamento in strutture che sono peggio delle carcere. Perché nelle carceri alcune regole devono essere osservate e qualche garanzia chi è rinchiuso ce l’ha, i CPR invece sono delle strutture obbrobriose dove i ragazzi, perché sono soprattutto i più giovani che ci finiscono dentro, sono imbottiti di psicofarmaci e non gli viene riconosciuto nessun diritto. Per questo Emergency continua a lavorare sul tema dell’accoglienza usando anche l’arte come strumento per muovere le coscienze». Uscendo dalla sede di Emergency alla Giudecca, il refrigerio di settembre sembra improvvisamente meno rassicurante. La mostra non offre risposte, ma incrina certezze. E forse è proprio questo il compito dell’arte: non salvarci dalla realtà, ma impedirci di smettere di guardarla. La mostra sarà visitabile nella sede di Emergency, nell’isola veneziana della Giudecca (fermata Redentore) dal 4 settembre al 27 ottobre, da mercoledì a sabato dalle ore 12 alle 18. Ingresso libero.