Tag - arti e cultura

Quel Lager moderno che sorge nella periferia di Roma
LINDA PEZZANO 1 Esiste una profonda frattura etica e geografica nel cuore di Roma, dove il 4 novembre 1950 fu firmata la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), il testo cardine posto a presidio definitivo delle libertà fondamentali, dove spiccano perentori l’articolo 2, a tutela intrinseca della vita, e l’articolo 3, che sancisce il divieto assoluto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti. Quella città “centro della cristianità, punto d’incontro tra culture, religioni ed etnie diverse” (art. 1, co. 4, Statuto di Roma Capitale del 2013 2) ospita oggi nella sua periferia “spiazzi di cemento, gabbie alte otto metri, locali di pernotto sporchi e sforniti e con i materassi messi per terra. Questo è il CPR di Ponte Galeria 3”, struttura che capovolge radicalmente questa vocazione universale, configurandosi come un moderno avamposto di totale sospensione dei diritti civili. La parabola storica di questi centri rivela una precisa e progressiva mutazione geopolitica delle politiche migratorie. Nati alla fine degli anni Novanta come strutture temporanee teoricamente destinate all’accoglienza e al primo soccorso dei flussi migratori, tali luoghi hanno subito una metamorfosi semantica e funzionale, trasformandosi prima in Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) e, infine, negli attuali Centri Permanenti per il Rimpatrio (CPR). Pur mostrando un’architettura e un regime di controllo del tutto sovrapponibili a quelli della detenzione penitenziaria, queste strutture rimangono formalmente escluse dalla disciplina e dalle garanzie costituzionali del sistema carcerario. Esse galleggiano in una sorta di limbo ordinamentale, sprovviste di una normativa organica che ne definisca chiaramente i limiti e le modalità di gestione. Questa indeterminatezza non è casuale: “i CPR sono luoghi utili alla polizia per gestire, spostare, immobilizzare anche solo temporaneamente una popolazione migrante irregolarizzata ma pur sempre presente, utilizzando uno strumento – il diritto amministrativo – molto più maneggevole rispetto a quello penale 4“. La descrizione più lucida ed empirica della realtà interna al CPR di Ponte Galeria giunge dalle parole clandestine di chi quell’inferno lo ha attraversato due volte. Nel suo volume “Diario di un invisibile. Nell’inferno di un centro di detenzione amministrativa italiano”, edito da Sensibili alle foglie nel 2026, ma riguardante eventi verificatisi nel corso del 2014 e 2015, Sunjay Gookooluk descrive la propria reclusione coatta – prima per novanta giorni, poi per sessanta – restituendo la cronaca dettagliata di un Lager Moderno, isolato dal mondo, dove centinaia di invisibili vivono giorni che si susseguono tutti uguali, carichi di disperazione. Sunjay scriveva di nascosto, utilizzando una penna procuratagli da una mano solidale rimasta anonima e consumando fogli di fortuna: la carta coprente che avvolgeva un vitto quotidiano scadente e insufficiente alla sopravvivenza. La quotidianità all’interno del centro si palesa come una metodica violenza istituzionale e una demolizione dei bisogni umani elementari, oltre che dei diritti fondamentali della persona umana: “Sono entrati che ancora era buio nel camerone e l’hanno preso mentre dormiva. Un ragazzo tunisino di vent’anni, era tossicodipendente, in terapia con il metadone. L’hanno bloccato al letto e gli hanno legato le mani. Non l’abbiamo più visto, ma poco dopo polizia, carabinieri e militari sono rientrati in venti, con guanti e manganelli. […] Un ragazzo, per non essere portato via, si era messo delle lamette attorno al collo. […] Qui non possiamo avere nulla: un pettine, uno specchio, cinture e lacci delle scarpe…”. All’interno dei cameroni, dove coabitano ammassate fino a otto persone, l’unico surrogato è un tavolino di ferro dove poggiare i pochi indumenti concessi; i letti sono privi di lenzuola idonee, sostituite da fragili fogli di carta monouso, e gli asciugamani forniti ricalcano la consistenza della comune carta igienica, i wc sono alla turca e i bagni privi di luce naturale oltre che sprovvisti di interruttore per accendere la luce artificiale 5. In questo contesto di totale privazione, l’orizzonte psicofisico dei trattenuti viene sistematicamente annullato dalla mancanza di qualsivoglia attività ricreativa, culturale o intellettuale: non vi sono libri, biblioteche, scacchiere o passatempi che possano sottrarre il tempo alla sua funzione puramente punitiva. I telefoni cellulari dotati di fotocamere o registratori vengono immediatamente sequestrati all’ingresso e trattenuti in magazzino; una misura di sicurezza che, dietro lo schermo dell’ordine interno, cela il preciso intento di impedire la raccolta di prove visive e testimonianze dirette sui sistematici abusi e sul degrado strutturale delle docce e dei servizi igienici, perennemente guasti e abbandonati all’incuria. Sunjay esprime con il cuore in mano come il carcere sia mille volte meglio organizzato per quanto riguarda i diritti e i doveri dei reclusi, poiché nel CPR si viene formalmente definiti “ospiti” ma trattati peggio dei criminali, erodendo giorno dopo giorno la possibilità stessa di sopravvivenza. La violenza del CPR di Ponte Galeria – uno dei primi centri di detenzione aperti in Italia dopo l’entrata in vigore della Legge 40/1998 6 – non si esaurisce nella fatiscenza dei luoghi, ma si insinua profondamente nelle pieghe della prassi medica e burocratica. Sunjay, affetto da diabete alimentare e grave insonnia, denuncia nel suo diario il totale disprezzo della direzione sanitaria per le sue patologie croniche: le terapie psichiatriche precedentemente stabilite nel carcere di Rebibbia vengono ridotte arbitrariamente a poche gocce inefficaci da medici che si sentono come “Dio sceso in terra”, mentre l’ente gestore privato, la cooperativa GEPSA subentrata all’epoca nella gestione al ribasso della struttura, si rivela incapace di garantire persino la dieta specifica prescritta per il diabete. L’assurdo burocratico tocca il culmine quando l’Ufficio Immigrazione della Questura registra il cognome di Sunjay alterandone la grafia, inserendo una “o” al posto della “u“. Da quel momento, nonostante il possesso di un regolare codice fiscale e di un conto corrente postale che ne blindavano l’identità oggettiva, l’individuo cessa giuridicamente di esistere, trasformandosi, nel caso del sig. Gookooluk, nel numero 8703, in un’identità errata da sottoporre a infinite e reiterate procedure di identificazione, costringendo l’uomo a ricorrere allo sciopero della fame e al rifiuto della terapia insulinica come unica e disperata forma di protesta pacifica per rivendicare i propri diritti elementari. Il meccanismo del trattenimento si nutre infine dell’inganno istituzionale, prassi ormai abituale nel labirinto della detenzione amministrativa: la seconda detenzione di Sunjay prende avvio quando l’uomo viene formalmente attirato in Questura con il pretesto del ritiro di una notifica burocratica, per poi ritrovarsi improvvisamente rinchiuso a Ponte Galeria, vittima di una privazione della libertà personale convalidata ex post e successivamente censurata dalla Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 22932/2017. Dal 2015 a oggi si è assistito a una costante espansione delle politiche di repressione e contenimento delle migrazioni. Invero, le risultanze delle ispezioni politiche e i documenti ufficiali delle Commissioni Comunali gettano una luce altrettanto sinistra sulle condizioni attuali della struttura 7. Dal Verbale n. 8 del 12 marzo 2025 della V Commissione Capitolina Permanente – Politiche sociali e della salute -, emerge una profonda e angosciante sensazione di mortificazione dinnanzi alla visione di decine di uomini che vagano negli spazi di cemento del centro, palesemente e massicciamente sedati attraverso l’uso sistematico di psicofarmaci, ridotti all’incapacità di esprimersi, di comunicare o di formulare un pensiero coerente. È la materializzazione clinica di quello che gli operatori definiscono il nesso perverso tra controllo coatto e abbandono esistenziale: si priva l’individuo del suo tempo, del suo passato, delle sue relazioni e del suo mondo, per poi contenerne la legittima disperazione attraverso la chimica medica. Il medesimo verbale ricorda come la barriera linguistica sia un dato strutturale oggettivo e drammatico mai riscontrato in questi termini critici dalle relazioni dei Garanti, e come l’assenza cronica di mediatori culturali impedisca l’esecuzione di uno screening psichiatrico e clinico degno di questo nome durante le sbrigative visite di idoneità al trattenimento, che durano mediamente meno di venti minuti. La testimonianza di Sunjay Gookooluk ha quindi anticipato uno schema che ha continuato a ripresentarsi attraverso decessi, suicidi e tentativi di suicidio, autolesionismo e ricorrenti episodi di protesta collettiva (i c.d. eventi critici) contro condizioni percepite come insopportabili all’interno dei CPR italiani. Gli atti di resistenza – tra cui labbra cucite8, ingestione di lamette da barba e materassi incendiati all’interno delle celle di detenzione – appaiono come disperati tentativi di riappropriarsi della propria autonomia all’interno di un sistema progettato per privare i detenuti di individualità e libertà. Gli eventi accaduti nel CPR di Ponte Galeria negli ultimi anni illustrano la persistenza di queste carenze strutturali. Tra i casi più emblematici c’è quello di Wissem Ben Abdellatif 9, un ragazzo tunisino di 26 anni originario di Kebili, morto per arresto cardiaco dopo essere rimasto legato al letto e sedato, per cinque giorni, nel reparto psichiatrico dell’Ospedale San Camillo di Roma, in seguito al trasferimento dal CPR di Ponte Galeria. Ancora più eclatante è la morte di Ousmane Sylla10, ragazzo ventiduenne guineano che si è suicidato mentre era detenuto nel medesimo CPR nel febbraio 2024. Ousmane aveva manifestato un grave disagio psicologico e aveva ripetutamente cercato aiuto prima di togliersi la vita. La sua morte ha suscitato un’ampia condanna da parte di numerose organizzazioni per i diritti umani, avvocati e professionisti del settore medico, i quali hanno fermamente sostenuto che la tragedia non fosse un evento imprevedibile, bensì la diretta conseguenza di un sistema di detenzione che genera sistematicamente disperazione. I Centri Permanenti per il Rimpatrio si configurano pertanto come dei non-luoghi antropologici e giuridici, spazi in cui l’identità dell’individuo viene azzerata, il suo passato ignorato e il suo futuro congelato in un tempo sospeso e non predeterminabile10. Alla scadenza del termine massimo di reclusione, la stragrande maggioranza dei trattenuti non viene rimpatriata (nel solo anno 2023, su 6.620 persone entrate nei centri, meno del 50% è stato effettivamente rimpatriato, a causa della mancanza cronica di accordi bilaterali di riammissione con i paesi di provenienza, circoscritti quasi esclusivamente a Tunisia, Egitto, Albania e Marocco 11); l’apertura dei cancelli coincide semplicemente con la consegna di un ulteriore ordine di espulsione differita, un invito formale a lasciare il territorio nazionale entro sette giorni. Per chi non ha incontrato la morte o scelto il suicidio come via d’uscita, c’è il ritorno forzato alla condizione di fantasmi metropolitani, spinti ai margini della microcriminalità dalla medesima macchina statale che ne preclude la regolarizzazione onesta. Resta, nel silenzio di Ponte Galeria, il disperato anelito alla dignità umana racchiuso nelle ultime righe del diario di Sunjay, la volontà incrollabile di raccogliere i frammenti della propria esistenza, per veder finalmente soddisfatto il proprio diritto alla libertà in un cielo pieno di stelle: “di notte spesso guardo il cielo immenso con le stelle che brillano lassù, osservo i volatili, i gabbiani lassù e nel cuore desidero di poter volare anche io nel cielo stellato e libero. Stasera c’è la luna piena ed è estremamente bello osservare questa immensità e bellezza” (Diario di un invisibile, Sunjay Gookooluk, p. 31). 1. Socia di Attiva Diritti. Giurista esperta in Diritti Umani, Migrazioni e Protezione Internazionale ↩︎ 2. Statuto di Roma Capitale ↩︎ 3. Così l’On. Rachele Scarpa, in seguito a una sua visita al CPR di Ponte Galeria in data 18 giugno 2024 ↩︎ 4. Così Giulia Fabini in Controfuoco N. 0 di Melting Pot Europa ↩︎ 5. Come riportato ancora oggi dalla Relazione del Garante delle Persone Private della Libertà del 2025 ↩︎ 6. Dal progetto Trattenuti realizzato da ActionAid e UniBa ↩︎ 7. Report della visita del 27 maggio 2025 dell’ On. Rachele Scarpa e dell’ Avv. Martina Ciardullo; Libertà e dignità: le osservazioni di Amnesty International sulla detenzione amministrativa di persone migranti e richiedenti asilo in Italia, 2024 ↩︎ 8. «Mentre qui qualcuno s’era cucito la bocca, nel reparto donne c’era una delegazione con il sindaco in visita. Ecco perché oggi hanno pulito tutto per bene anche nei nostri reparti… vogliono coprire la vergogna mostrando che qui tutto funziona nella norma… che schifo questa sceneggiatura. [Più tardi lo stesso giorno] Scusatemi… da ieri non c’è solo uno con la bocca cucita… sono due tunisini che da ieri e tutt’ora sono con la bocca cucita…» (da Diario di un invisibile di Sunjay Gookooluk, p. 77) ↩︎ 9. Annalisa Camilli, La battaglia per la verità sulla morte di Wissem Abdel Latif – Internazionale ↩︎ 10. Benedetta Cerea – Melting Pot Europa; Bianca Maurizi – L’Unità; Angela Stella – L’Unità ↩︎ 11. Francesca Esposito, Emilio Caja, Arianna Grasso, Note di curatella in Diario di un invisibile. Nell’inferno di un centro di detenzione amministrativa italiano di Sunjay Gookooluk ↩︎
«Sgomberi dolci. La violenza contro chi vive in campi rom, baraccopoli e occupazioni abitative»
«Se sei povero, possono farti qualunque cosa.» Lo dice un abitante della baraccopoli di Lungo Stura Lazio a Torino. È una frase che sintetizza la logica che Manu Cencetti documenta e decostruisce nel suo saggio Sgomberi dolci, edito da Eris edizioni, collana BookBlock+. Il titolo è un ossimoro dichiarato. Uno sgombero non è mai dolce: è sempre un atto violento, militare, che distrugge case, oggetti, documenti, legami, territorio. Eppure da quindici anni – a partire da Torino, città che ha inventato questo «modello», poi adottato da amministrazioni di ogni colore politico in tutta Italia, in particolare a Milano e Roma – gli sgomberi vengono raccontati come gesti umanitari. Come interventi necessari, persino benefici per chi li subisce. Il saggio nasce da anni di osservazione, ricerca e lotta condotta direttamente accanto alle comunità che vivono nei cosiddetti «campi», nelle baraccopoli e nelle occupazioni abitative sistematicamente sgomberate. L’autore mostra come la violenza che colpisce questi luoghi sia strutturale e pervasiva: non riguarda solo le forze dell’ordine e le istituzioni, ma anche parti del Terzo settore, fondazioni bancarie e filantropiche, la cittadinanza stessa. Una lunga guerra contro la popolazione povera e senza casa, che si inserisce in un più ampio dispositivo nazionale di gestione repressiva della povertà. Le persone che abitano campi, baraccopoli e occupazioni vengono trattate come «umanità in eccesso»: più o meno etnicizzate, prive di reddito sufficiente o dei documenti necessari per accedere al mercato dell’affitto. Eppure in questi spazi marginali costruiscono relazioni, reti sociali, forme di solidarietà, un luogo da chiamare casa. Lo sgombero cancella tutto questo. Il risultato è la perdita totale: della casa, degli oggetti, dei legami, del territorio. Un nuovo sradicamento che lascia famiglie e individui ancora più soli e vulnerabili. Sgomberi dolci è però anche una storia di resistenza. Di chi non si arrende passivamente, di chi nella lotta riscopre complicità, solidarietà e persino gioia. Un libro che restituisce dignità e complessità a vite sistematicamente cancellate dal discorso pubblico. L’AUTORE Manu Cencetti nasce a Torino. Si occupa da tempo di sgomberi e violenza contro persone povere e senza casa, considerate sempre fuori posto, da cacciare o da sfruttare. Video-maker. Nel 2020 insieme a Jean Diaconescu e Stella Iannitto realizza il film documentario La versione di Jean, proiettato al TFF 2020. Il progetto ha posto le basi per il successivo sito laversionedijean.it sulla storia del Platz, una grande baraccopoli di Torino, e della sua distruzione. Scrive e fa ricerca in modo indipendente. BOOKBLOCK E BOOKBLOCK+ Ogni titolo di queste due collane è uno strumento per interpretare la realtà – affrontando nuove tematiche o approfondendo singoli argomenti tramite focus specifici – e per immaginare e intraprendere percorsi diversi da quelli canonici. BookBlock e BookBlock+ nascono per dare spazio a quelle voci che esplorano, con riflessioni attuali, temi chiave della contemporaneità.
Oriri. Spiriti e Incubi.
Una parola latina che significa sorgere, nascere, venire alla luce – la stessa radice da cui discende oriente, il punto cardinale del sole che si alza. In lingua Bini, nel sud della Nigeria, significa spiriti. Incubi. Oriri parla di Sicilia, di Mediterraneo, Benin, Niger, Nigeria, Ghana. Segue il filo invisibile che lega donne che arrivano in Europa a un rito celebrato migliaia di chilometri più a sud, prima della partenza. Un giuramento. Una promessa estorta. Una forma di controllo che attraversa il mare insieme a loro. Il guardiano del Tempio dei Pitoni, il più antico luogo sacro del Voodoo, prende in braccio uno dei serpenti custoditi nel Tempio. Ouidah, Repubblica del Benin, 2018. – Ph: Francesco Bellina Questa narrazione fotografica è la storia di quel filo. L’autore è Francesco Bellina. Oriri è una storia di migrazioni, spostamenti e scambi tra persone, luoghi e ritualità. Un percorso che si svela passo dopo passo, rivelando progressivamente la realtà di troppe donne nigeriane vittime di schiavitù sessuale. Per raccontarla in immagini, Bellina ha attraversato mari, deserti, città e campagne, ritracciando le tappe delle rotte della tratta e portando lo sguardo verso realtà sottili, spesso invisibili, che nel silenzio agiscono e trasformano la vita delle vittime in oriri, appunto. Incubi. Le testimonianze che ha raccolto hanno la forza di una denuncia: il fotografo rivela come la partecipazione ai riti iniziatici delle religioni locali – generalmente associate al voodoo – rinforzi il controllo degli sfruttatori sulle vittime. Attraverso un linguaggio insieme etico ed estetico, le sue opere mettono in luce la dipendenza reciproca tra reti criminali e culti religiosi nella loro duplice dimensione di vincolo e potenziale protezione, là dove politica, economia e spiritualità si fondono in una partecipazione rituale collettiva. Due maschere tradizionali del Festival del Voodoo durante la sfilata tra le strade di Ouidah. Ouidah, Repubblica del Benin, 2018 – Ph: Francesco Bellina Dettaglio del backstage a un concerto tenutosi in occasione del festival “Emérgence, Arts et Racines”, organizzato dalla compagnia teatrale “Arène”, in Niamey, Niger, 2018 – Ph: Francesco Bellina Istituto Italiano di Cultura di Marsiglia. È il 28 maggio, l’indomani del vernissage della mostra, che resterà qui fino al 7 luglio. Incontro Francesco in questa città che è stata, dopo Palermo, uno dei luoghi di arrivo di molte donne nigeriane, vittime di tratta degli esseri umani ai fini dello sfruttamento sessuale. Mi racconta il suo lavoro e le ragioni che lo hanno spinto a trattare in immagini questo tema. Mi parla di riti, di movimento di persone, di connection house, luoghi di snodo della tratta e il suo desiderio di capire il rito voodoo, il Juju. Ne è andato a cercare le origini fino allo stato del Benin: nella “tratta nigeriana” quel rito è stato svuotato del suo senso originario di protezione. Il giuramento imposto alle donne per sancirne la sottomissione, svuotato di ciò che di benevolo lo animava, genera incubi – oriri, appunto – e si riduce a due parole: I swear. Giuro. Fedeltà e sottomissione in cambio di una protezione falsa. Protezione falsa che impone un debito capace di raggiungere fino ai cinquantamila euro. Parliamo insieme della sua rappresentazione in immagine di Oriri.  Qui di seguito, la conversazione con Francesco, il cui lavoro fotografico di inchiesta è una rivendicazione politica.  Le interviste di Radio Melting Pot Oriri. Spiriti e Incubi. Intervista al fotografo Francesco Bellina Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:30:12 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:30:12 | Registrato il 5 Giugno 2026 D: CI RACCONTI LA STORIA CHE HA GENERATO QUESTA MOSTRA? R: Io mi sono trasferito a Palermo da Trapani. Vivevo in un quartiere popolare dove sono cresciuto. Proprio quello che ha visto per la prima volta sorgere un CPT, un Centro di Permanenza Temporanea, il Serraino Vulpitta, dove il 28 dicembre 1999 sono morti sei migranti, in seguito ad una protesta sfociata in dramma. E quella, per me, è stata una vicenda importante, anche se avevo solo dieci anni. Uomini migranti, detenuti in quel centro diedero fuoco ai materassi nelle celle in cui si trovavano. Sei di loro persero la vita. Anni dopo, mi sono trasferito a Palermo. Vivevo a Ballarò, quartiere multietnico dove si parlano più di 100 lingue, di cui una è comune: il siciliano. È un posto meraviglioso, una periferia nel centro storico. Quando dal 2016-2017 molte persone migranti non passavano per il circuito dell’accoglienza vera e propria ma cercavano situazioni di fortuna, molte persone si sono rifugiate a Ballarò. Chi occupava delle case… chi invece faceva parte di organizzazioni criminali… chi era membro della Black Axe nigeriana che gestiva delle connection houses… . In realtà mi sono ritrovato a entrare dentro una di queste e, restando fedele al mio ruolo e alla mia professione, ho iniziato a fotografare quel luogo. La prima volta che ho immortalato una vittima di tratta, ricordo uno di quei ragazzi che controllavano, là dietro, con il coltello puntato sulla mia schiena, che mi ha detto: “fai la foto, ma non parlare”. Questa cosa mi ha fatto sentire in un modo terribile. Mi sentivo in colpa con questa ragazza: l’ho vissuto come un abuso nei suoi confronti, anche se non ho avuto rapporti sessuali con lei. Quello è stato un momento cruciale, in cui ho deciso che volevo capire cosa fosse la tratta. Allora, ho chiesto aiuto a Don Enzo Volpe, a Valeria Gandini, che sono degli attivisti di Ballarò, e mi hanno subito fatto entrare in quel mondo. Contestualmente, mi sono avvicinato tantissimo alla comunità ghanese, alla comunità Ibo, che mi ha dato anche un altro punto di vista. Alla fine, mi sono ritrovato un po’ con “la mia Africa” a Ballarò. E ho deciso di andarci beneficiando dell’ospitalità dalle famiglie di questi miei amici che vivono lì. Per esempio, a Kumasi, in Ghana, sono andato a dormire dai parenti dei pastori della chiesa dove andavo la domenica a fare le fotografie a Palermo e poi fino a Benin City, in Nigeria. Una gran parte del lavoro, l’ho speso in Niger, un posto veramente interessante per tutti i tipi di traffici. E poi a Benin, mi sono reso conto di quello che volevo investigare e sono riuscito ad avere un quadro completo. Nel frattempo, anni dopo quegli scatti, voglio ricordare che le tratte e le rotte sono cambiate. Quello che ho cristallizzato io anni fa non è più così. Quello è stato un periodo storico che è stato terribile, che ha lasciato delle ferite che sanguinano ancora. E poi, purtroppo la tratta continua anche con altre nazionalità, con persone di altra provenienza. D: TU FAI RIFERIMENTO A TUTTA UNA SERIE DI TERMINI CHE SONO TIPICI DELLA TRATTA NIGERIANA. PARLI DI CULTS, DI RITI, PARLI DI CONNECTION HOUSE. PUOI SPIEGARE, PER CHI NON SA CHE COSA SIANO, RAPIDAMENTE? Capire cosa c’è a livello immaginario, spirituale, religioso dietro il traffico di esseri umani ed in particolare delle donne, per me è stato fondamentale. Volevo capire quale fosse la relazione tra i rituali e il traffico di donne. In realtà, ho compreso molto andando nella Repubblica del Benin, dove il voodoo è la religione ufficiale. Ho parlato con tanti pastori e sciamani, “veri”, ma ho incontrato anche dei criminali che si spacciavano per sciamani e si vantavano con me di aver mandato a Palermo molte ragazze. A Benin City, c’erano finti preti che facevano questa sorta di rituale: di mistico non c’era nulla. Si servivano di quella paura, di quella cultura tradizionalmente radicata, quanto meno in queste persone, per cercare di spaventarle. È semplice fare un parallelismo con il giuramento d’ingresso all’Ndrangheta o alla Sacra Corona Unita: qui si bruciano le immagini sacre di santi nelle proprie mani. In realtà, non c’è una relazione tra religione e criminalità, ma chi subisce questo rito d’iniziazione sente un trasporto emotivo che altri strumenti non darebbero. D: PARLI DI CAMBIAMENTI DELLE ROTTE MIGRATORIE. COSA È SUCCESSO? Mi sono accorto, stando soprattutto in Africa, che sono cambiate le vittime di tratta, sia per quanto riguarda la lingua che i paesi di origine: Costa d’Avorio, Camerun, Burkina Faso, Liberia, non solo Nigeria o Benin City. Questa è stata la prima cosa che ho visto. E sicuramente presumo che ad Agadez sia cambiata la situazione, perché ci sono andato per tre anni ed era diverso ogni volta che tornavo. Se i paesi di origine sono altri, ci saranno altri crocevia come Agadez che si sono creati nel frattempo. E poi, la situazione nel Sahel si è ribaltata: prima era il cortile di casa della Francia, ora il tentativo è quello di mantenere un’autonomia, e penso che questo abbia determinato e determini dei cambiamenti nelle rotte. D: LA TUA OPERA SI CHIAMA ORIRI. PERCHÉ HAI SCELTO QUESTA PAROLA PER LA MOSTRA E DI CHE COSA PARLA? Oriri vuol dire incubi, spiriti, nella lingua Bini, parlata a Benin City. Ricordo che mentre lavoravo a questo progetto, lì, un ragazzo mi ha fatto sentire una canzone che si trova anche su YouTube che diceva “Oriri la notte porta gli spiriti”. Oriri è questo. Sono questi fardelli che ti seguono: il debito che hai con la tua famiglia, o il rituale del rito voodoo, o anche una sorta di sofferenza patriarcale che si porta dietro, quella familiare, che conduce poi in un modo o nell’altro dentro questo giro di schiavitù sessuale. Gli Oriri non hanno bisogno di visti, non seguono il criterio di quote per l’immigrazione, non hanno bisogno di ONG, perché i trafficanti passano sempre e riescono sempre a essere ovunque. Invece chi subisce tutta una serie di strette legalitarie sono sempre le vittime. Gli Oriri, che rappresentano la parte del male, sono quasi legittimati dal potere, altrimenti non esisterebbero. D: QUESTI ORIRI NELLE TUE FOTO SI VEDONO? Nel 2019, a bordo della Mare Jonio di Mediterranea, un amico mi aveva detto di cercare gli Oriri nel mare. Non ho dimenticato quella cosa. Ho fotografato la schiuma sull’acqua – un’immagine molto siciliana – di notte, in bianco e nero. Gli Oriri per me sono un po’ quelli.  I resti di un gommone che aveva a bordo 98 persone migranti tra cui 22 bambini, soccorsi nell’agosto 2019. Mar Mediterraneo, 2019 – Ph: Francesco Bellina D: NELLE SONO FOTO CHE FANNO PARTE DI QUESTA MOSTRA E DEL TESTO, ALCUNE RAPPRESENTANO I RITI VOODOO. POI, CI SONO FOTO DEL MARE, DELLE PERSONE… PERCHÉ RACCONTI ORIRI IN QUESTO MODO E CHE CRITERIO HAI USATO? Allora, intanto è ovvio che ci sia una scelta estetica, che rende un lavoro potente, perché comunque le nostre percezioni si basano sulla visione. In realtà ho inserito tantissime immagini che non erano necessarie per qualcun altro. Per esempio, la foto del deserto d’oro. Io sono siciliano trapanese e da noi d’inverno la spiaggia è rossa come il corallo. Allora, c’era questa associazione per me tra la polvere d’oro e quella del corallo. E poi, una riflessione alla base: nonostante questa ricchezza, sappiamo quello che succede lì. Ecco, allora, quella foto parla di colonizzazione: vecchia e nuova, di estrazione delle risorse minerarie in Niger. Poi ce ne sono altre che parlano di eventi culturali fatti nel deserto da studenti senza una lira. Un modo, per me, di mostrare che l’Africa non è solo morte e sofferenza, perché non è così. C’è una grande umanità, gioia di vivere, speranza, solidarietà, ed è giusto mostrare anche questo. È come se avessi dosato, attraverso le mie idee e i miei valori, queste fotografie. C’è un omaggio a Fela Kuti, che per me è fondamentale. C’è una critica alle Mushroom Churches, cioè a quelle chiese create solo per fregare i soldi. E poi c’è un omaggio alle suore che aiutano ragazzi ogni giorno. D: QUESTO LAVORO CHE IMPATTO HA AVUTO NELLA TUA VITA? Probabilmente lo scoprirò tra un po’. Però posso dire che mi ha dato tantissime soddisfazioni, sono felice di quello che ho fatto, lo rifarei e penso soprattutto sia utile. Per me è stato un investimento di quattro anni in cui ho faticato. Quasi nessuno ha creduto in questo progetto, non è stato finanziato, dunque è stato molto oneroso. Dal punto di vista umano, se io già avevo una particolare attenzione alle questioni di genere, verso storie e vicende particolari, il progetto l’ha amplificata. La mia sensibilità e il mio modo parlare rispetto a questi temi si sono modificati. Questo lavoro ha inciso sulla mia vita privata e sulla mia visione politica. D: IL TUO LAVORO COSA DICE DELLE DONNE E COSA DICE DELLE DONNE VITTIME DI TRATTA? Innanzitutto, per me la donna è una figura semidivina. Questo è un retaggio della mia cultura e della mia educazione. Ho subito l’influenza della mia Sicilia, una terra più matriarcali di tante altre regioni o culture. E poi, io ho avuto l’esempio di donne nella mia vita: le mie nonne e mia mamma, che mi hanno cresciuto e mi hanno insegnato la dignità, a perseguire i propri obiettivi a costo della vita. Quindi questo ha condizionato il mio modo di vedere la donna. E penso che questo si percepisca anche nelle foto, in cui cerco di trasmettere il rispetto che sento.  Sulle vittime di tratta, la risposta è semplice: mi auguro di non vederne mai più in vita mia. Purtroppo non è così. Io vivo, oltre che a Palermo, vivo anche in Ghana. Basta uscire in strada per vedere il traffico di donne. Solo che prima erano di Benin City, ora sono tutte della Namra State. Prima erano trafficate, detenute in ostaggio, sequestrate dalla Black Axe; ora vengono rapinate dalla polizia. Cambia il carnefice, però alla fine l’oggetto da utilizzare, da sfruttare, è sempre quello. Voglio però aprire una riflessione: quando si parla di donne, bisogna discutere anche di uomini — non per parità, ma per una questione di domanda e offerta. Se ci sono uomini che pagano, e che lo fanno esercitando violenza — perché non si può chiamare sesso ciò che nasce da una violenza — allora l’uomo deve entrare in questo dibattito e guardare alle proprie responsabilità. D: C’È UNA STORIA DELLE PERSONE CHE HAI FOTOGRAFATO CHE TI HA COLPITO PIÙ DI ALTRE, O CHE HAI DECISO DI RACCONTARE IN IMMAGINI? C’è la storia di Jennifer, sicuramente, che io coinvolgo in tutto quello che faccio. Mi ha colpito perché è stata una cosa inaspettata. Ero andato a Kumasi, in un quartiere; mi ero infilato in una casa di schiavitù. Questa ragazza pensava che fossi lì per fare sesso a pagamento. Invece le ho raccontato che sono un artista e che volevo parlare. Lei mi ha chiesto di aiutarla a scappare e quella sera l’ho fatto. Lei adesso è in Nigeria, salva; è sposata, con un figlio. Con lei, parliamo di mille cose — di politica, di business, di tutto e di più — perché non è un rapporto che si è fermato a quell’episodio. Ci alimentiamo a vicenda. È un rapporto alla pari. Perché per me questo è fondamentale. Siccome questa storia con lei è importante nel lavoro e ne parlo spesso, un giorno le ho chiesto di raccontarla dal suo punto di vista. E così la sua versione della storia è scritta nel libro di Oriri ed è sempre installata accanto alla sua fotografia. Quando ho letto la sua versione sono rimasto deluso in fondo, ma questi sono affari miei. Lei, mi dipinge come l’uomo bianco arrivato a salvarla. L’opposto di quello che penso. Eppure, questa visione esiste ancora: il bianco viene e ti salva. Ma non è così, ed è quanto di più lontano dalla visione che ne ho io.  Jennifer, 25 anni, è stata portata via dalla sua abitazione a Lagos e venduta a Khumasi, in Ghana, come schiava sessuale. È stata aiutata a scappare, 3 anni dopo, durante la realizzazione del progetto Oriri – Ph: Francesco Bellina D: È POLITICA LA TUA OPERA? Ovviamente è politica, come tutto quello che faccio. Il mio modo di vivere è politico. Infilo la politica ovunque. Perché come mi hanno insegnato a scuola, l’arte è un’arma carica. D: COSA VUOI TRASMETTERE CON ORIRI A CHI OSSERVA LE FOTO, A CHI GUARDA IL LIBRO? Vorrei trasmettere intanto un po’ d’Africa, anche se detto così non dà veramente l’idea giusta. Africa vuol dire decine di paesi, non uno solo, terra di molteplici visioni e culture, di ricchezza, povertà, come in tutti i posti del mondo. Ma soprattutto io vorrei che la gente si facesse domande leggendo, guardando queste immagini, guardando il libro. Più domande riesco a far suscitare in una persona, più mi avvicino a quello che mi sono prefissato. D: UNA CONCLUSIONE? Penso che la cosa più importante sia che questo lavoro venga divulgato. Non perché sia il mio, ma perché per me è importante che circolino le storie di persone in carne e ossa di cui ho raccolto la storia in immagini e che possano essere utili per migliorare il futuro. Altrimenti non abbiamo concluso niente. Poi sicuramente l’Italia non è il luogo migliore dove far circolare certe idee, esperienze o progetti. E soprattutto se vieni dalla Sicilia, spesso è molto complicato. Quindi il fatto di essere riuscito a portare a termine questo progetto e che stia girando così tanto, che ancora le persone ritratte in quelle foto lo apprezzino e mi dicano grazie… ecco, per me è la cosa più bella di tutte.
«L’algoritmo della farfalla»
Una graphic novel scritta da Lucio Cascavilla e disegnata da Giunia C., con la postfazione della rete Mai più Lager – No ai CPR e l’introduzione del ricercatore Pietro Cingolani. Il libro è edito da Morsi Editore, un’officina editoriale indipendente di Torino nata nel 2021 per dare voce a progetti di editoria militante: fumetti, libri illustrati e opere di critica sociale che uniscono narrazione visiva e sguardo radicale sul presente. Lolade è una donna Yoruba giunta in Italia da una decina d’anni. Con il permesso di soggiorno e un marito italiano, la sua vita sembrava costruita su basi solide. Poi, mentre era per strada, due carabinieri l’hanno arrestata perchè sospettata di uno scippo. Scagionata dal furto, si ritrova accusata dagli stessi agenti di resistenza a pubblico ufficiale. Prima ancora di essere rinviata a giudizio, viene spedita in un CPR, un Centro di Permanenza per il Rimpatrio. > Nei CPR non ci capita mai nessuno di famoso. Ai giornalisti non è permesso > entrare. La verità si viene a conoscere solo quando qualcuno riesce a uscire. Dopo qualche giorno nel Centro arriverà la giovane Ife. E poi Laurent. Tre storie che si intrecciano in uno spazio che non dovrebbe esistere, almeno non così. UNA FALLA NEL SISTEMA GIURIDICO L’apertura dei CPR ha significato, nella pratica, una sospensione dei diritti giuridici fondamentali. Si può essere condannati e incarcerati anche senza aver commesso alcun fatto. Questa falla nel sistema giudiziario europeo – e mondiale – apre la strada a detenzioni ingiustificate che possono protrarsi nel tempo senza alcun controllo reale. Il sistema dei CPR gestito da privati porta la situazione all’estremo: l’ente gestore non è più interessato all’amministrazione della giustizia, ma al numero dei reclusi, grazie ai quali riceve fondi dal governo. Più detenuti ci sono, più i rimborsi saranno elevati. Una macchina economica alimentata dalla privazione della libertà. ROMPERE IL SILENZIO Raccontare la storia di Lolade, Ife e Laurent significa rompere un muro di silenzio. Ai giornalisti non è permesso entrare nei CPR, e la verità si viene a conoscere solo quando qualcuno – grazie a qualche cavillo giudiziario – riesce a uscire e torna a raccontare quel che è stato. Se nella prigione si contano i giorni per uscire, dai CPR si vorrebbe uscire senza però essere rispediti nei paesi dai quali si è arrivati, né essere trasferiti nei cosiddetti paesi terzi, lontanissimi. Morsi Editore: Nata nel 2021 a Torino dal desiderio di unire diverse realtà artistiche e culturali, Morsi è un’officina indipendente di fumetti, libri illustrati e progetti creativi. Produce un’editoria militante che offre uno sguardo radicale su politica, cultura, arte e società attraverso mezzi di comunicazione artistica. Sensibilizzazione della collettività e focus sull’attualità trovano un punto d’incontro con le arti visive e una nuova editoria, rivolgendo uno sguardo critico verso la disobbedienza creativa. Grazie alla collaborazione con autori e artisti, Morsi crea prodotti cartacei che affrontano con narrativa e disegno la critica sociale.
“Ghost trail – Il sentiero dei fantasmi”
Fantasmi. Quelli del passato, le cui voci continuano a riecheggiare nella mente anche a distanza di anni. Quelli del presente, in cui ci trasformiamo mentre inseguiamo la verità nel tentativo di mettere a tacere angosce e tormenti. E quelli del futuro, che saremo costretti a diventare per tutelarci e non essere scoperti. Les Fantômes, distribuito in Italia con il titolo Ghost Trail – Il sentiero dei fantasmi, diretto da Jonathan Millet, racconta la storia di Hamid, ex professore siriano rifugiatosi in Francia dopo aver lasciato la Siria nel 2014, durante la guerra civile iniziata nel 2011. Stabilitosi a Strasburgo, l’uomo si dedica alla ricerca di colui che, nel suo paese d’origine, lo ha torturato. La sua, però, non è una missione personale. Hamid infatti fa parte di un’organizzazione clandestina impegnata nell’individuazione dei criminali di guerra siriani responsabili delle torture inflitte ai propri connazionali durante il conflitto. Il film, candidato ai premi César e Lumière, non racconta semplicemente la storia di una vendetta individuale, ma quello di una resa dei conti collettiva. A cercare giustizia non è solo il protagonista, ma un intero popolo, che lotta contro i propri oppressori, anche dopo aver raggiunto l’Europa, continente nel quale molti dei responsabili delle violenze si sono nascosti. Per portare avanti la sua missione, il protagonista deve affidarsi ai sensi più che alle prove concrete, non avendo elementi certi sull’identità del suo torturatore. Hamid infatti non l’ha mai visto in faccia e costruisce la propria indagine sulle informazioni raccolte dagli altri membri dell’organizzazione, oltre che sui propri ricordi e sul suo olfatto. Tra le immagini più intense del film vi è quella in cui il protagonista si avvicina alle spalle dell’uomo che sospetta essere il responsabile delle torture, fino quasi a riconoscerlo sentendone l’odore. Ghost Trail appartiene a più generi cinematografici, unendo thriller, spionaggio e dramma psicologico. La narrazione si sviluppa attraverso l’evoluzione della ricerca di Hamid, scandita dalle conversazioni con una donna appartenente all’organizzazione e con dei connazionali, dalle videochiamate con la madre che vive in Libano – ignara della sua attività clandestina in Francia, dai ricordi della moglie e della figlia scomparse e dalle registrazioni che raccolgono i racconti delle torture subite dai siriani nel corso della guerra. Giorno dopo giorno, Hamid tenta di dare un senso alla propria quotidianità avvicinandosi sempre di più all’uomo che ritiene essere il colpevole delle violenze subite, fino al confronto diretto in un ristorante, seduto allo stesso tavolo con lui. Il film è anche, inevitabilmente, una storia di migrazione. Inizia proprio con il viaggio che i richiedenti asilo intraprendono nel 2014, venendo caricati su dei camion sovraffollati, abbandonati poi nel deserto, nel quale alcuni di loro perdono la vita. Due anni dopo, nel pieno della cosiddetta crisi dei rifugiati, Hamid si è ormai stabilito a Strasburgo ed è costretto ad assumere una nuova identità per non essere scoperto nella sua caccia all’aguzzino. Il tema dell’identità attraversa l’intera pellicola. I membri dell’organizzazione clandestina cambiano nome e personalità per ragioni di sicurezza, ma chi vive l’esperienza migratoria è già costretto, in qualche modo, a ricostruire sé stesso. Lingua, abitudini, alimentazione, relazioni sono solo alcuni degli aspetti centrali della propria vita che cambiano nel momento in cui si approda in un paese straniero. Nel caso di Hamid e degli altri personaggi, però, anche il nome diventa instabile, aggiungendo ulteriore fragilità a un’identità già profondamente mutevole. È per questo che i protagonisti appaiono come fantasmi. Si muovono nell’ombra, cercando costantemente di non essere scoperti. Ma fantasmi sono anche i responsabili delle violenze e dei traumi subiti, impossibili da cancellare dalla memoria. Il destino di persone come Hamid sembra allora quello di continuare a vivere in bilico, come spettri, costretti a cambiare identità periodicamente pur di sopravvivere. Uscito nelle sale nel 2024, mentre la guerra civile siriana era ancora in corso e il Medio Oriente tornava a essere segnato da violenze e gravi oppressioni, Ghost Trail assume oggi un significato ancora più attuale. Il film non parla soltanto della Siria, ma delle conseguenze profonde e durature dei conflitti contemporanei, sul piano psicologico oltre che sociale e politico: l’esilio, il trauma, la ricerca di giustizia e la difficoltà di ricostruire la propria identità dopo la guerra. Nel contesto attuale, con il susseguirsi delle migrazioni forzate e delle tensioni a livello internazionale, l’opera di Jonathan Millet invita a riflettere su ciò che resta dei conflitti anche in quei territori che sembrano esserne lontani: i fantasmi che continuano a inseguire chi è sopravvissuto.
«C’è di mezzo il mare»
Il 1° ottobre 2021 la polizia libica conduce violente retate a Gargaresh, quartiere di Tripoli, arrestando oltre 5.000 persone migranti poi rinchiuse nei centri di detenzione, luoghi di violazione sistematica dei diritti umani. Dai 100 giorni di protesta che seguono, nasce il movimento di Refugees in Libya. Nel loro manifesto due richieste spiccano dal punto di vista italiano ed europeo: abolire i finanziamenti alla Guardia costiera libica e chiudere i centri di detenzione, entrambi sostenuti da Italia e Unione Europea. La prefazione del libro di Eva Castelletti, di Temperatura Edizioni, ci immerge immediatamente nella drammatica realtà delle persone migranti in Libia, un paese dove la violenza e l’ingiustizia sembrano non avere fine. Attraverso la narrazione delle retate di Gargaresh e il nascere del movimento di Refugees in Libya, l’autrice ci invita a riflettere su un sistema che perpetua violazioni sistematiche dei diritti umani, sostenuto da accordi tra Italia e Unione Europea che ignorano le grida di aiuto di migliaia di persone. Con uno sguardo critico e appassionato, Eva Castelletti ci guida attraverso le contraddizioni di un’Europa che, pur di esternalizzare le proprie frontiere, calpesta i principi fondamentali della dignità umana. “C’è di mezzo il mare” non è solo un libro, ma un manifesto di denuncia e resistenza, un appello a non voltarsi dall’altra parte. “Non possiamo permettere che i diritti inviolabili dell’uomo, come sancito dalla nostra Costituzione, vengano dimenticati. È tempo di ascoltare e agire“, ci sprona l’autrice.
Bunker, la parola del tra
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Questa parola è uno spazio di passaggio e di separazione. Dentro, chi ha superato la soglia, ha pagato il prezzo della traversata e può diventare passeggero. Fuori, chi aspetta ancora di poter entrare.  Il bunker protegge solo in parte. Le retate possono interrompere l’attesa in qualsiasi momento. Più che un rifugio, è una soglia: un luogo sospeso tra partenza e arresto, tra promessa e rischio.  Conosco più di un uomo che ha aspettato là dentro. S., un corrispondente del TheroutesJournal, dice che è una casa che connette, un luogo in cui si sta, molto prima di arrivare nell’acqua. Che ci si vive in attesa, mentre il cokseur e l’arabe lavorano per terminare la barca con cui si attraverserà. Lui ha aspettato tre giorni, prima di partire, altri invece ci restano settimane, persino mesi. I., invece, in Libia, ha atteso una settimana lì dentro, aspettando di essere lanciato. Mi scriveva ogni sera dicendo che forse l’indomani sarebbe stato il momento giusto. Poi, un giorno ha smesso di mandare messaggi. Non so se sia arrivato in Europa o se sia stato arrestato. Però, il suo silenzio per me così doloroso, significa che lui non  è più in quel tra. BUNKER  Parola a cura di Di Jacopo Anderlini, Università di Parma Spazio chiuso e protetto dove le persone in transito che hanno già pagato il viaggio attendono la partenza. A differenza degli zitounes (si veda Zitounes), il bunker è una struttura abitativa gestita direttamente da chi organizza il viaggio, che fornisce alloggio e vitto dietro pagamento di un affitto. Si tratta generalmente di case in prossimità dei luoghi di partenza, con diverse stanze dove possono essere ammassate decine di persone per camera in attesa di completare il gruppo necessario per riempire una barca. Il bunker rappresenta una tappa intermedia nel processo di attraversamento: chi vi accede ha già versato il denaro per il viaggio e si trova in una posizione privilegiata rispetto a chi vive ancora negli accampamenti. L’attesa può durare settimane o mesi, fino a quando non si raggiunge il numero minimo di passeggeri richiesto per la partenza. La parola, derivata dal proto-germanico *bankan (elevazione, altura), evoca l’idea di un rifugio sopraelevato e protetto. Il bunker è uno spazio che separa simbolicamente e fisicamente chi è pronto per il viaggio da chi ancora ne è escluso. Esso segna così una gerarchia all’interno del mondo delle partenze: essere ammessi significa aver superato la soglia economica che divide i semplici candidati al viaggio dai passeggeri effettivi. Si tratta però di una soglia che non protegge mai del tutto, viene costantemente messa in crisi dalle continue retate della polizia tunisina per deportare le persone in partenza. In tal senso il bunker rinvia alla dimensione bellica dell’avventura, evocando un luogo in cui si proteggono i soldat (si veda Soldat).  ESEMPI DAL CAMPO Mamadou e Rocky ci parlano a lungo della preparazione del loro viaggio: i differenti passaggi che anticipano la partenza, la composizione dei passeggeri, le tariffe. Si soffermano su come lavora questo trafficante, come a garanzia della qualità del suo operato e giustificazione del suo maggiore costo. Mamadou dice che il trafficante gestisce delle case dove le persone attendono di partire. Si tratta di grandi case con diverse stanze che chiamano bunker, dove in una stanza come quella in cui eravamo noi ci stanno anche venti persone. In questo contesto le persone vivono lì e pagano una sorta di affitto per l’alloggio e il vitto. Qui attendono di partire alle volte anche parecchi mesi.  Estratto dai diari di campo, gennaio 2024  Aspettiamo il buio e Mama ci viene a prendere sul ciglio dell’asfalto, la linea che separa la brousse dallo spazio pubblico, visibile, e dai suoi pericoli. Sale rapidamente sulla nostra auto e ci addentriamo su strade bianche punteggiate da case che sembrano in costruzione, ma sono tutte abitate. […] Mama è eccitato, come noi, di portarci dentro questo spazio che segna in realtà una gerarchia con il fuori: qui sono raggruppati tutti i passeggeri pronti a partire. Estratto dai diari di campo, gennaio 2024 Dietro un pesante portone di ferro, unica apertura di un muro di mattoni, si apre un vasto terreno e poi un edificio con una veranda e senza porte. Decine di persone attorno a un fuoco in cui si scalda dell’acqua. Al nostro arrivo si forma un piccolo capannello e parliamo dell’attraversamento del Mediterraneo e del meteo dei prossimi giorni. Stanno aspettando nuovi candidati paganti alla traversata, perché la barca con così poche persone non viene fatta partire. Mama e gli altri sono nel bunker da oltre un mese, hanno festeggiato Capodanno qui. Estratto dai diari di campo, gennaio 2024
«Seconda generazione, Prima destinazione»
C’è un modo di imparare che non passa solo dai libri, ma dalle relazioni, dalla creatività e dalla possibilità di raccontarsi. È da questa consapevolezza che nasce il progetto di Quadrato Meticcio (QM) 1, associazione sportiva dilettantistica attiva dal 2012 nel quartiere Palestro, dove il doposcuola è diventato negli anni molto più di uno spazio educativo: un laboratorio di espressione, crescita e condivisione. Qui, scrivere insieme e imparare insieme significa anche divertirsi, sperimentare linguaggi nuovi, trovare nella musica e nella parola strumenti per conoscersi e riconoscersi. Non è la prima volta che la scrittura e il rap diventano veicoli di unione: già in passato, queste pratiche hanno permesso ai ragazzi e alle ragazze del doposcuola di costruire ponti tra esperienze diverse, trasformando le differenze in ricchezza. Da questo percorso nasce il video-clip realizzato per il concorso nazionale “Il razzismo è una brutta storia. Cambiamola insieme”. Un lavoro che ha offerto ai giovani del quartiere Palestro qualcosa di fondamentale: la possibilità di guardare al proprio rione con occhi nuovi, ribaltando una narrazione troppo spesso schiacciata sull’idea di degrado. Seguiti dalla videocamera, i ragazzi e le ragazze hanno attraversato le strade del quartiere a testa alta. Per una volta, non come oggetto di sguardi esterni o stereotipi, ma come protagonisti della propria storia. Fier* delle proprie case, dei propri legami, dei luoghi in cui crescono. Il cuore del progetto è la canzone “Seconda generazione, Prima destinazione”, frutto di un lavoro collettivo di scrittura e registrazione. Attraverso le parole e il ritmo, emergono le esperienze vissute: il razzismo istituzionale, gli insulti quotidiani, le micro aggressioni che segnano la crescita. «Tra sorrisi e momenti di leggerezza – sottolinea QM – nascono legami tra chi condivide ferite simili: la marginalità sociale, la percezione di essere cittadini di serie B perché provenienti dalle case popolari, la dualità delle proprie identità. Insieme abbiamo capito di essere molto di più delle etichette che ci vengono assegnate». Durante questo percorso, prende forma una consapevolezza condivisa: un’identità non cancella l’altra. Essere figli e figlie di più culture non è una frattura, ma una ricchezza. Due storie, due mondi, che si intrecciano generando nuove forme di appartenenza. Tra sorrisi e complicità nascono legami profondi, soprattutto tra chi condivide esperienze simili: la marginalità sociale, lo stigma legato alle case popolari, la sensazione di essere considerati cittadini di serie B. Insieme, però, emerge una verità diversa: si è molto più delle etichette che vengono assegnate. Il valore di questo lavoro è stato riconosciuto anche a livello nazionale: il video-clip ha vinto il primo premio nella categoria Pionieri. Un riconoscimento che non riguarda solo il prodotto finale, ma il processo collettivo che lo ha reso possibile. Essere definiti “pionieri” assume allora un significato profondo. Quadrato Meticcio, insieme ai giovani del rione, rivendica questo ruolo come responsabilità e prospettiva: resistere allo spopolamento e ai processi di gentrificazione, continuare a vivere e trasformare il quartiere dall’interno, senza esserne espulsi. Per questo il lavoro non si ferma. Come pionieri e nuove generazioni, il percorso nel rione Palestro continua, giorno dopo giorno. 1. Per scoprire di più sulla storia dell’ASD Quadrato Meticcio visita questa pagina ↩︎