Quel Lager moderno che sorge nella periferia di Roma
LINDA PEZZANO 1
Esiste una profonda frattura etica e geografica nel cuore di Roma, dove il 4
novembre 1950 fu firmata la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), il
testo cardine posto a presidio definitivo delle libertà fondamentali, dove
spiccano perentori l’articolo 2, a tutela intrinseca della vita, e l’articolo 3,
che sancisce il divieto assoluto di tortura e di trattamenti inumani o
degradanti.
Quella città “centro della cristianità, punto d’incontro tra culture, religioni
ed etnie diverse” (art. 1, co. 4, Statuto di Roma Capitale del 2013 2) ospita
oggi nella sua periferia “spiazzi di cemento, gabbie alte otto metri, locali di
pernotto sporchi e sforniti e con i materassi messi per terra. Questo è il CPR
di Ponte Galeria 3”, struttura che capovolge radicalmente questa vocazione
universale, configurandosi come un moderno avamposto di totale sospensione dei
diritti civili.
La parabola storica di questi centri rivela una precisa e progressiva mutazione
geopolitica delle politiche migratorie. Nati alla fine degli anni Novanta come
strutture temporanee teoricamente destinate all’accoglienza e al primo soccorso
dei flussi migratori, tali luoghi hanno subito una metamorfosi semantica e
funzionale, trasformandosi prima in Centri di Identificazione ed Espulsione
(CIE) e, infine, negli attuali Centri Permanenti per il Rimpatrio (CPR). Pur
mostrando un’architettura e un regime di controllo del tutto sovrapponibili a
quelli della detenzione penitenziaria, queste strutture rimangono formalmente
escluse dalla disciplina e dalle garanzie costituzionali del sistema carcerario.
Esse galleggiano in una sorta di limbo ordinamentale, sprovviste di una
normativa organica che ne definisca chiaramente i limiti e le modalità di
gestione. Questa indeterminatezza non è casuale: “i CPR sono luoghi utili alla
polizia per gestire, spostare, immobilizzare anche solo temporaneamente una
popolazione migrante irregolarizzata ma pur sempre presente, utilizzando uno
strumento – il diritto amministrativo – molto più maneggevole rispetto a quello
penale 4“.
La descrizione più lucida ed empirica della realtà interna al CPR di Ponte
Galeria giunge dalle parole clandestine di chi quell’inferno lo ha attraversato
due volte. Nel suo volume “Diario di un invisibile. Nell’inferno di un centro di
detenzione amministrativa italiano”, edito da Sensibili alle foglie nel 2026, ma
riguardante eventi verificatisi nel corso del 2014 e 2015, Sunjay Gookooluk
descrive la propria reclusione coatta – prima per novanta giorni, poi per
sessanta – restituendo la cronaca dettagliata di un Lager Moderno, isolato dal
mondo, dove centinaia di invisibili vivono giorni che si susseguono tutti
uguali, carichi di disperazione. Sunjay scriveva di nascosto, utilizzando una
penna procuratagli da una mano solidale rimasta anonima e consumando fogli di
fortuna: la carta coprente che avvolgeva un vitto quotidiano scadente e
insufficiente alla sopravvivenza.
La quotidianità all’interno del centro si palesa come una metodica violenza
istituzionale e una demolizione dei bisogni umani elementari, oltre che dei
diritti fondamentali della persona umana:
“Sono entrati che ancora era buio nel camerone e l’hanno preso mentre dormiva.
Un ragazzo tunisino di vent’anni, era tossicodipendente, in terapia con il
metadone. L’hanno bloccato al letto e gli hanno legato le mani. Non l’abbiamo
più visto, ma poco dopo polizia, carabinieri e militari sono rientrati in venti,
con guanti e manganelli. […] Un ragazzo, per non essere portato via, si era
messo delle lamette attorno al collo. […] Qui non possiamo avere nulla: un
pettine, uno specchio, cinture e lacci delle scarpe…”.
All’interno dei cameroni, dove coabitano ammassate fino a otto persone, l’unico
surrogato è un tavolino di ferro dove poggiare i pochi indumenti concessi; i
letti sono privi di lenzuola idonee, sostituite da fragili fogli di carta
monouso, e gli asciugamani forniti ricalcano la consistenza della comune carta
igienica, i wc sono alla turca e i bagni privi di luce naturale oltre che
sprovvisti di interruttore per accendere la luce artificiale 5.
In questo contesto di totale privazione, l’orizzonte psicofisico dei trattenuti
viene sistematicamente annullato dalla mancanza di qualsivoglia attività
ricreativa, culturale o intellettuale: non vi sono libri, biblioteche,
scacchiere o passatempi che possano sottrarre il tempo alla sua funzione
puramente punitiva. I telefoni cellulari dotati di fotocamere o registratori
vengono immediatamente sequestrati all’ingresso e trattenuti in magazzino; una
misura di sicurezza che, dietro lo schermo dell’ordine interno, cela il preciso
intento di impedire la raccolta di prove visive e testimonianze dirette sui
sistematici abusi e sul degrado strutturale delle docce e dei servizi igienici,
perennemente guasti e abbandonati all’incuria.
Sunjay esprime con il cuore in mano come il carcere sia mille volte meglio
organizzato per quanto riguarda i diritti e i doveri dei reclusi, poiché nel CPR
si viene formalmente definiti “ospiti” ma trattati peggio dei criminali,
erodendo giorno dopo giorno la possibilità stessa di sopravvivenza. La violenza
del CPR di Ponte Galeria – uno dei primi centri di detenzione aperti in Italia
dopo l’entrata in vigore della Legge 40/1998 6 – non si esaurisce nella
fatiscenza dei luoghi, ma si insinua profondamente nelle pieghe della prassi
medica e burocratica.
Sunjay, affetto da diabete alimentare e grave insonnia, denuncia nel suo diario
il totale disprezzo della direzione sanitaria per le sue patologie croniche: le
terapie psichiatriche precedentemente stabilite nel carcere di Rebibbia vengono
ridotte arbitrariamente a poche gocce inefficaci da medici che si sentono come
“Dio sceso in terra”, mentre l’ente gestore privato, la cooperativa GEPSA
subentrata all’epoca nella gestione al ribasso della struttura, si rivela
incapace di garantire persino la dieta specifica prescritta per il diabete.
L’assurdo burocratico tocca il culmine quando l’Ufficio Immigrazione della
Questura registra il cognome di Sunjay alterandone la grafia, inserendo una “o”
al posto della “u“. Da quel momento, nonostante il possesso di un regolare
codice fiscale e di un conto corrente postale che ne blindavano l’identità
oggettiva, l’individuo cessa giuridicamente di esistere, trasformandosi, nel
caso del sig. Gookooluk, nel numero 8703, in un’identità errata da sottoporre a
infinite e reiterate procedure di identificazione, costringendo l’uomo a
ricorrere allo sciopero della fame e al rifiuto della terapia insulinica come
unica e disperata forma di protesta pacifica per rivendicare i propri diritti
elementari. Il meccanismo del trattenimento si nutre infine dell’inganno
istituzionale, prassi ormai abituale nel labirinto della detenzione
amministrativa: la seconda detenzione di Sunjay prende avvio quando l’uomo viene
formalmente attirato in Questura con il pretesto del ritiro di una notifica
burocratica, per poi ritrovarsi improvvisamente rinchiuso a Ponte Galeria,
vittima di una privazione della libertà personale convalidata ex post e
successivamente censurata dalla Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n.
22932/2017.
Dal 2015 a oggi si è assistito a una costante espansione delle politiche di
repressione e contenimento delle migrazioni. Invero, le risultanze delle
ispezioni politiche e i documenti ufficiali delle Commissioni Comunali gettano
una luce altrettanto sinistra sulle condizioni attuali della struttura 7. Dal
Verbale n. 8 del 12 marzo 2025 della V Commissione Capitolina Permanente –
Politiche sociali e della salute -, emerge una profonda e angosciante sensazione
di mortificazione dinnanzi alla visione di decine di uomini che vagano negli
spazi di cemento del centro, palesemente e massicciamente sedati attraverso
l’uso sistematico di psicofarmaci, ridotti all’incapacità di esprimersi, di
comunicare o di formulare un pensiero coerente. È la materializzazione clinica
di quello che gli operatori definiscono il nesso perverso tra controllo coatto e
abbandono esistenziale: si priva l’individuo del suo tempo, del suo passato,
delle sue relazioni e del suo mondo, per poi contenerne la legittima
disperazione attraverso la chimica medica. Il medesimo verbale ricorda come la
barriera linguistica sia un dato strutturale oggettivo e drammatico mai
riscontrato in questi termini critici dalle relazioni dei Garanti, e come
l’assenza cronica di mediatori culturali impedisca l’esecuzione di uno screening
psichiatrico e clinico degno di questo nome durante le sbrigative visite di
idoneità al trattenimento, che durano mediamente meno di venti minuti.
La testimonianza di Sunjay Gookooluk ha quindi anticipato uno schema che ha
continuato a ripresentarsi attraverso decessi, suicidi e tentativi di suicidio,
autolesionismo e ricorrenti episodi di protesta collettiva (i c.d. eventi
critici) contro condizioni percepite come insopportabili all’interno dei CPR
italiani. Gli atti di resistenza – tra cui labbra cucite8, ingestione di lamette
da barba e materassi incendiati all’interno delle celle di detenzione – appaiono
come disperati tentativi di riappropriarsi della propria autonomia all’interno
di un sistema progettato per privare i detenuti di individualità e libertà.
Gli eventi accaduti nel CPR di Ponte Galeria negli ultimi anni illustrano la
persistenza di queste carenze strutturali. Tra i casi più emblematici c’è quello
di Wissem Ben Abdellatif 9, un ragazzo tunisino di 26 anni originario di Kebili,
morto per arresto cardiaco dopo essere rimasto legato al letto e sedato, per
cinque giorni, nel reparto psichiatrico dell’Ospedale San Camillo di Roma, in
seguito al trasferimento dal CPR di Ponte Galeria. Ancora più eclatante è la
morte di Ousmane Sylla10, ragazzo ventiduenne guineano che si è suicidato mentre
era detenuto nel medesimo CPR nel febbraio 2024. Ousmane aveva manifestato un
grave disagio psicologico e aveva ripetutamente cercato aiuto prima di togliersi
la vita. La sua morte ha suscitato un’ampia condanna da parte di numerose
organizzazioni per i diritti umani, avvocati e professionisti del settore
medico, i quali hanno fermamente sostenuto che la tragedia non fosse un evento
imprevedibile, bensì la diretta conseguenza di un sistema di detenzione che
genera sistematicamente disperazione.
I Centri Permanenti per il Rimpatrio si configurano pertanto come dei non-luoghi
antropologici e giuridici, spazi in cui l’identità dell’individuo viene
azzerata, il suo passato ignorato e il suo futuro congelato in un tempo sospeso
e non predeterminabile10. Alla scadenza del termine massimo di reclusione, la
stragrande maggioranza dei trattenuti non viene rimpatriata (nel solo anno 2023,
su 6.620 persone entrate nei centri, meno del 50% è stato effettivamente
rimpatriato, a causa della mancanza cronica di accordi bilaterali di
riammissione con i paesi di provenienza, circoscritti quasi esclusivamente a
Tunisia, Egitto, Albania e Marocco 11); l’apertura dei cancelli coincide
semplicemente con la consegna di un ulteriore ordine di espulsione differita, un
invito formale a lasciare il territorio nazionale entro sette giorni. Per chi
non ha incontrato la morte o scelto il suicidio come via d’uscita, c’è il
ritorno forzato alla condizione di fantasmi metropolitani, spinti ai margini
della microcriminalità dalla medesima macchina statale che ne preclude la
regolarizzazione onesta. Resta, nel silenzio di Ponte Galeria, il disperato
anelito alla dignità umana racchiuso nelle ultime righe del diario di Sunjay, la
volontà incrollabile di raccogliere i frammenti della propria esistenza, per
veder finalmente soddisfatto il proprio diritto alla libertà in un cielo pieno
di stelle: “di notte spesso guardo il cielo immenso con le stelle che brillano
lassù, osservo i volatili, i gabbiani lassù e nel cuore desidero di poter volare
anche io nel cielo stellato e libero. Stasera c’è la luna piena ed è
estremamente bello osservare questa immensità e bellezza” (Diario di un
invisibile, Sunjay Gookooluk, p. 31).
1. Socia di Attiva Diritti. Giurista esperta in Diritti Umani, Migrazioni e
Protezione Internazionale ↩︎
2. Statuto di Roma Capitale ↩︎
3. Così l’On. Rachele Scarpa, in seguito a una sua visita al CPR di Ponte
Galeria in data 18 giugno 2024 ↩︎
4. Così Giulia Fabini in Controfuoco N. 0 di Melting Pot Europa ↩︎
5. Come riportato ancora oggi dalla Relazione del Garante delle Persone
Private della Libertà del 2025 ↩︎
6. Dal progetto Trattenuti realizzato da ActionAid e UniBa ↩︎
7. Report della visita del 27 maggio 2025 dell’ On. Rachele Scarpa e dell’
Avv. Martina Ciardullo;
Libertà e dignità: le osservazioni di Amnesty International sulla
detenzione amministrativa di persone migranti e richiedenti asilo in
Italia, 2024 ↩︎
8. «Mentre qui qualcuno s’era cucito la bocca, nel reparto donne c’era una
delegazione con il sindaco in visita. Ecco perché oggi hanno pulito tutto
per bene anche nei nostri reparti… vogliono coprire la vergogna mostrando
che qui tutto funziona nella norma… che schifo questa sceneggiatura. [Più
tardi lo stesso giorno] Scusatemi… da ieri non c’è solo uno con la bocca
cucita… sono due tunisini che da ieri e tutt’ora sono con la bocca cucita…»
(da Diario di un invisibile di Sunjay Gookooluk, p. 77) ↩︎
9. Annalisa Camilli, La battaglia per la verità sulla morte di Wissem Abdel
Latif – Internazionale ↩︎
10. Benedetta Cerea – Melting Pot Europa;
Bianca Maurizi – L’Unità;
Angela Stella – L’Unità ↩︎
11. Francesca Esposito, Emilio Caja, Arianna Grasso, Note di curatella in
Diario di un invisibile. Nell’inferno di un centro di detenzione
amministrativa italiano di Sunjay Gookooluk ↩︎