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Donne che trasformano il lutto in memoria e la solidarietà in lotta
Sostieni Melting Pot ABBIAMO UN OBIETTIVO: 2.667 PERSONE CHE CI SOSTENGONO CON 12 € È così che possiamo continuare a fare informazione libera, accessibile e indipendente. Ci sei anche tu? Sostieni ora → «Noi non vogliamo più questa vita, meglio morire mangiati dai pesci che dai vermi», canta Cheb Khaled, in una canzone intitolata El harraga, letteralmente “coloro che bruciano”. Il termine è usato soprattutto in Algeria, Marocco e Tunisia per indicare le persone che decidono di attraversare il mare per raggiungere l’Europa. Il “bruciare” si riferisce sia all’atto di bruciare i propri documenti d’identità per impedire l’identificazione e il rimpatrio, sia all’espressione simbolica di “bruciare” le frontiere, le tappe burocratiche e le distanze che separano il sud dal nord del Mediterraneo.  Sebbene solitamente si pensi che bruciare le frontiere sia “una cosa da uomini”, «Donne che bruciano le frontiere. Memorie e mobilitazioni nel mediterraneo», scritto da Silvia di Meo 1 (Astarte Edizioni, novembre 2026), ci racconta tutta un’altra storia. Il libro, infatti, è innanzitutto «un omaggio alla resistenza delle donne» (Di Meo, p. 283) che, lungi dall’essere semplici vittime “vulnerabili” da proteggere, figure infantilizzate dalle narrazioni umanitarie e securitarie che le descrivono come passive e spinte a muoversi solo in funzione degli uomini, sono invece soggettività autonome e complesse che mettono in pratica forme sia di lotta e resistenza che di cura e solidarietà, dando vita a mobilitazioni troppo spesso ignorate. > L’importanza di libri come questo, invece, sta proprio nel far emergere non > solo la “colonialità del genere” 2 ma anche le pratiche di resistenza che di > solito rischiano di passare inosservate 3.  Siwar N., una donna tunisina in migrazione, con cui l’autrice collabora, lo afferma chiaramente: «Bruciare le frontiere è una cosa da donne. Se guardi la mia vita lo capisci. Siamo noi che abbiamo questo compito» (p. 98). Siwar faceva parte di un gruppo di giovani donne della città di Zarzis che, accomunate dalla volontà di bruciare ciò che impediva loro di vivere una vita migliore, si definivano “le ragazze dell’harga” 4, che Silvia Di Meo incontrava alla Plage Sonia, in campagna o nel retro di una casa. Nel corso della sua ricerca sul campo – dal 2021 al 2025, tra Tunisia, confine libico-tunisino e Sicilia – l’autrice ha incontrato numerose donne di provenienza ed estrazione sociale diverse, con cui ha intessuto relazioni non solo di militanza politica, ma anche di amicizia e affetto, e sono le loro storie ad animare questo testo.  Rivendicando un’analisi etnografica decoloniale, fondata sullo “stare insieme” (p.15) e sul rifiuto di presentarsi come “neutrale”, la ricerca parte dalla consapevolezza del potere, insito nell’atto di scrivere, e del rischio di «chiudere ciò che invece resta sempre in movimento, come le persone che abitano queste pagine» (p. 12), ricordandoci invece che «creare e rafforzare affetti, anche nella ricerca, è un modo di decostruire il sistema che fa del Mediterraneo una zona coloniale» (p. 18). Se questa è quindi una ricerca in movimento, che segue da vicino le vite delle donne di cui ci racconta, le loro speranze e le loro gioie, inevitabilmente è una ricerca attraversata anche dalla disperazione, dalla rabbia e dalla morte. Le donne con cui collabora Silvia Di Meo sono soggettività multiple e complesse, piegate dalla violenza del confine ma che vi resistono, spesso per amore dei loro cari. Sono soprattutto madri, figlie, sorelle, parenti e amiche di persone in migrazione che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa.  Murale “Martiri della frontiera” realizzato dalle madri e sorelle delle persone morte o scomparse alle frontiere. Palermo, giugno 2025 CommemorAzione delle madri e sorelle per i morti di frontiera. Palermo, giugno 2025 PH: Silvia Di Meo Questo libro è anche, infatti, un’accorata denuncia del sistema globale di gestione dei confini, che ne mette in evidenza le forme di violenza politica ed epistemica, ne smaschera la sottostante logica (neo)coloniale e necropolitica, impegnandosi a fare luce sulle conseguenze dirette di questo regime, ovvero le «morti e sparizioni di frontiera» (p. 35): decessi per violenza diretta da parte di guardie costiere e milizie, per annegamento nei naufragi, per mancanza di soccorso in mare, ma anche, purtroppo sempre più spesso, decessi per il trattenimento nei CPR.  L’autrice, però, allarga l’orizzonte, guardando anche alla continuità di una struttura che lega direttamente «la repressione dei movimenti migratori lungo le coste del Sud Europa alla devastazione di Gaza; la difesa dei confini alla negazione dei diritti del popolo palestinese; la sorveglianza armata in mare alla violenza strutturale tecnologica e militare» (p. 26). Sono proprio lo spazio e il tempo del Mar Mediterraneo, allora, ad essere protagonisti accanto alle soggettività che li abitano, li attraversano e vi agiscono. Un Mediterraneo «occupato» (p. 28) – come lo definisce Diane H., attivista ivoriana in migrazione a Sfax – che, a causa di militarizzazione, violenza e razzismo, è diventato non tanto cimitero quanto fossa comune (p. 42), in cui giacciono corpi (neri, razzializzati, poveri, femminili) che non hanno diritto nemmeno al lutto e al ricordo che, solitamente, si hanno almeno nei cimiteri.  Il Mediterraneo raccontato in questo libro, però, è allo stesso tempo quello che potrebbe diventare – grazie (anche) alle resistenze delle donne – uno spazio-tempo capace di «generare alleanze, famiglie altre, posizionamenti, possibilità di pensarsi in relazione, oltre le frontiere» (p. 23). Anzi, più precisamente, è lo spazio-tempo della Mer(e) Méditerranée: mer, in francese, viene pronunciato nello stesso modo di mère, madre e, giocando su questa assonanza, l’autrice rivendica uno «sguardo femminile e femminista» e un concetto di maternità politica, «che nomina, ricorda, brucia le frontiere» (p. 23), trasformando il lutto privato in memoria pubblica (p.45). La necessità e l’urgenza della pratica di ricerca messa in atto da queste donne, infatti, è legata all’importanza di una contro-memoria, di una narrazione collettiva e alternativa a quella “istituzionale”, la quale cancella le tracce di solidarietà, autodeterminazione e resistenza delle persone migranti, arrivando perfino a relegare all’oblio la loro stessa esistenza.  «Anche nella morte c’è un ordine razzista» (p.40), scrive Di Meo, e lo si vede proprio nella decisione su chi può essere pianto e chi no, su chi può essere sepolto secondo i riti funebri del proprio credo e chi no, su chi ha diritto ad essere ricordato e chi no: come sottolinea l’autrice, «spogliare una persona della possibilità di essere riconosciuta come tale anche nella morte significa annullarne la soggettività, cancellare la memoria della sua vita e le relazioni di cura che la sostenevano» (p. 42). Lalouma sulla spiaggia di Steccato di Cutro, cercando oggetti e tracce della madre deceduta nella strage. Cutro, marzo 2023 Bitou Touré e sua sorella Awa Touré in Tunisia, durante le proteste contro gli sfratti dagli alloggi per le persone migranti. Medenine, dicembre 2021 Jalila Taamallah, madre dei morti di frontiera Hedi e Mahdi Khenissi nel luogo di sepoltura dei figli. Menzel Bourguiba, maggio 2022 PH: Silvia Di Meo In quest’ottica, l’atto del nominare 5, del ridare un’identità e del ricordare coloro che si preferirebbe dimenticare, si conferma come un atto eminentemente politico, che incrina e sbugiarda la “memoria ufficiale”, volta spesso a deresponsabilizzare gli Stati e i governi e ad addossare la colpa ai singoli individui che scelgono di partire. «Dare un senso politico alle morti di frontiera», sostiene invece Di Meo, «significa sottrarle alla retorica della fatalità o della colpa individuale e restituirle al loro statuto reale: quello di eventi politici e strutturali […]» (p. 190).  Se la donna in migrazione che chiede asilo viene accettata solo se rappresenta «innocenza, innocuità, maternità» (p. 57), le madri di cui si parla in questo libro diventano protagoniste di rivendicazioni politiche e artefici di alleanze trans-nazionali, ad esempio nel caso dei contatti tra Las Madres delle persone desaparecidas dell’America Latina e le madri tunisine in lotta per i propri figli scomparsi nel Mediterraneo (pp. 246-252). Come scrivono le donne messicane in una lettera che hanno inviato alle donne del Mediterraneo, «Io non ho ancora trovato mio fratello, e molte di voi non hanno ancora trovato i propri cari. Ma ci siamo trovate tra noi e anche questa è speranza» (p. 249). Risignificando il ruolo di madre, rendendolo una posizione pubblica e politica, creando alleanze inattese, queste donne risignificano anche lo spazio domestico, il concetto di “famiglia” e il confine tra privato e pubblico.  Lo fanno attraverso un insieme di pratiche che includono non solo la poesia, la fotografia, la narrazione biografica, ma anche il cucito, i murales, i canti e le danze, la realizzazione di manufatti che diano materialità alla memoria, come per esempio il Lenzuolo della Memoria, realizzato nel maggio 2022 dalle madri tunisine della sartoria di FreeFemmes – Artigiane per la libertà di movimento che vi hanno cucito sopra i nomi delle persone care scomparse. La sartoria è diventata, quindi, uno spazio di vita e lotta femminile collettiva, e il cucito si è configurato come «strumento tramite cui condividere le esperienze dolorose e dialogare sulle strategie di sopravvivenza» (p. 231). Rania Ben Abdel Latif e Henda Ben Ali, sorella e madre di Wissem, morto in Italia dopo la detenzione in CPR e la contenzione, mostrano i suoi vestiti. Kebili, Tunisia, dicembre 2021 Ada indossa l’Abito della Libertà, realizzato dal collettivo di donnne FreeFemmes Artisanes pour la Liberté de Mouvement. Medenine, febbraio 2022 Oumaima Mrouki, sorella di Adem Mrouki, nella sua casa a Teboulba. Ottobre 2024 PH: Silvia Di Meo Sebbene anch’esso attraversato da tensioni e asimmetrie, manifestate nei racconti delle donne provenienti dall’Africa subsahariana sul modo in cui avevano subito discriminazioni razziste anche dalle stesse donne tunisine, il lavoro del ricamo, da semplice tecnica artigianale, è diventato strumento di emancipazione e critica politica, in cui «si condensa una politica della vita che resiste» (p. 266), fatta anche di emozioni mobilizzatrici, intese nel senso in cui Audre Lorde intendeva la rabbia: «la mia rabbia è sempre anche in parte un tributo alla memoria delle mie sorelle cadute […] La rabbia delle donne può portarci a conoscere le differenze, e così trasformarle in potere. […] La mia risposta al razzismo è la rabbia. Questa rabbia ha creato lacerazioni nella mia vita solo quando è rimasta inespressa, inutile a chiunque» 6.  Il grande merito del libro di Silvia Di Meo è di farsi testimone non solo di questa rabbia, ma anche delle altre emozioni, delle storie e delle azioni di tutte le donne che non si sono arrese, fornendoci uno strumento necessario ed estremamente utile per la ricerca accademica e per l’attivismo e la militanza politica, in cui spesso si rischia di reiterare quelle stesse forme di “colonialità del genere” che si vorrebbero evitare. Le lotte di Siwar, Bintou, Ada, Nadeje, Juelle, Oumaima, Mariama, Rania, Henda – le donne con cui l’autrice ha intessuto relazioni e amicizie, e che impariamo a conoscere anche noi tramite la lettura – e di tutte coloro che continuano a sperare, cercare e resistere, ci dimostrano che «senza la cura reciproca non c’è lotta» e che «la lotta serve, noi non possiamo dimenticare» (p. 161).  Gamra Reik e sua nipote Beya davanti al murale dedicato a Lazhar Chaieb, morto nel 2019 a Lampedusa. Sfax, maggio 2023 CommemorAzione a Tunisi delle famiglie, febbraio 2022 PH: Silvia Di Meo 1. Antropologa e ricercatrice, conduce le sue ricerche tra Sicilia, Tunisia e Libia ed è cofondatrice dell’associazione MEM.MED Memoria Mediterranea, che si occupa del supporto alle famiglie delle persone migranti nella ricerca dei corpi dei propri cari defunti o scomparsi nell’attraversamento del Mediterraneo ↩︎ 2. Cfr. Maria Lugones, Coloniality of gender, Worlds & Knowledges Otherwise, 2, 2008, pp.1-17 ↩︎ 3. Su questo tema è fondamentale anche il libro di Camille Schmoll, Le dannate del mare, Astarte, Pisa 2023 ↩︎ 4. Sull’harga si veda ad esempio la tesi di laurea di Cristina Baroni ↩︎ 5. Per comprendere i tentativi pratici e quotidiani di nominare e ricordare; segnaliamo anche l’intervista di Alessia Cesana a Silvia Di Meo su Altreconomia ↩︎ 6. Audre Lorde, Gli usi della rabbia: le donne rispondono al razzismo, Intervento di apertura del Convegno nazionale della Women’s Studies Association, Storrs, Connecticut, giugno 1981, in A. Lorde, Sorella Outsider, Meltemi 2022 ↩︎
Donne che bruciano le frontiere. Memorie e mobilitazioni nel Mediterraneo
Scavano nella sabbia alla ricerca di corpi a cui restituire un nome, cuciono i nomi delle persone disperse, denunciano le violenze in mare in Tunisia o davanti ai CPR italiani. Condividono il proprio lutto e la lotta per verità e giustizia, sfidando la disumanizzazione e la criminalizzazione delle persone in migrazione e delle loro famiglie. Donne che bruciano le frontiere è un dialogo con donne in migrazione, madri e sorelle di persone uccise o fatte sparire dai regimi di frontiera, attiviste per la libertà di movimento. Radicato in una pratica di ricerca femminista e antirazzista, il libro intreccia biografie, poesie, fotografie, canti, pratiche di solidarietà. Le sue protagoniste non sono corpi da controllare o salvare: sono un archivio vivente del Mediterraneo, madri – in senso politico – di una contromemoria insorgente che brucia le frontiere coloniali e riscrive il Mediterraneo, spostando lo sguardo dalle narrazioni eurocentriche e patriarcali alle pratiche, ai saperi e alle lotte delle donne. * La scheda del libro * La bibliografia di riferimento L’AUTRICE Silvia Di Meo è antropologa e ricercatrice, è attiva nell’area del Mediterraneo, specialmente in Sicilia, Tunisia e al confine tunisino-libico. Intrecciando ricerca e impegno politico, il suo lavoro si concentra sulle necropolitiche dei regimi di frontiera e sulle forme di violenza che producono, con particolare attenzione alle pratiche di resistenza e memoria di chi vive e attraversa i confini. È cofondatrice di MEM.MED, realtà transnazionale di ricerca delle persone scomparse in migrazione, documentazione e supporto legale per verità, giustizia e libertà di movimento.
Da quale parte del mare. Voci e silenzi dal Mediterraneo
DALL’INTRODUZIONE AL VOLUME Il Mediterraneo invita ad ascoltare la sua voce: onde che si infrangono, vento che attraversa le vele e spazza la superficie, gocce che ricadono sull’acqua, oggetti che producono suoni galleggiando, le radio che gracchiano, aerei che sorvolano, silenzi. E poi voci di chi naviga. Grida… Da quale parte del mare. Voci e silenzi del Mediterraneo di Roberta Derosas 1 e Luca Queirolo Palmas 2 (Prefazione di Max Hirzel, Postfazione di Paolo Barcella) * La scheda del libro Prendi una posizione comoda, proprio quella che le persone in movimento – di cui si parla in questo libro – non possono prendere durante la navigazione quando tentano di arrivare in Europa. Puoi distenderti o sederti, puoi scegliere un luogo calmo e silenzioso. Chi naviga, invece, si incastra coi corpi altrui, talvolta per giorni interi. Sempre più di rado arriva a destinazione. Molto più spesso il suo viaggio si interrompe a pochi chilometri dalla costa con arresti di cui forse farai la scoperta nelle pagine che seguono oppure con morti per annegamento. In questi casi si parla spesso di naufragi nei giornali, mentre si dovrebbe parlare di stragi; stragi di Stato, perché sono le politiche dell’Unione Europea ad aver trasformato il Mediterraneo nell’ultimo quarto di secolo in un cimitero liquido. Questo libro ha tredici capitoli. In essi si parla delle isole Baleari e di quanti partono dall’Algeria e delle isole greche di fronte alla costa turca, e poi soprattutto del Mediterraneo centrale: dei moli di Lampedusa e dei nostri imbarchi in mare – come marinai, ricercatori e soccorritori – degli accampamenti fra gli uliveti di Sfax e di quelli nella città costiere della Libia. E poi si parla del mare visto dall’alto, di chi lo sorvola per facilitare i soccorsi di quanti provano a fuggire. Potresti leggerli nell’ordine in cui sono disposti, o entrare da qualunque punto. Anche nel mare puoi fare lo stesso, scegliendo da quale costa partire per navigare. Decidi tu da dove cominciare, se seguendo l’ordine cronologico che abbiamo deciso o l’argomento che preferisci. I capitoli funzionano come una carta nautica che descrive quello che il mare non lascia vedere in superficie: le profondità, i fondali, i margini dove l’acqua finisce e comincia qualcos’altro. Mostra le rotte possibili e le secche da evitare. Questo libro funziona allo stesso modo, tracciando punti di rilevamento di un oggetto che non sta mai fermo ed è il Mediterraneo: nome di un luogo, spazio politico di scelte precise, individuali e collettive. Troverai navi della flotta civile che opera in acque internazionali dove gli stati responsabili del controllo e del soccorso hanno scelto di negare il diritto previsto dalle convenzioni marittime e dal diritto internazionale. Troverai persone che attraversano e che hanno accettato di raccontare la storia del loro viaggio in mare, ma anche di quello che ci sta prima. Abbiamo cambiato i loro nomi, ma non le storie che ci hanno affidato. Troverai numeri che contano, ma insieme alle cifre le storie che spiegano quello che i numeri non dicono. È un libro che nasce da una continua ricerca etnografica, e non di meno partigiana, come direbbe Michael Burawoy. È un libro che nasce grazie alla cassetta degli attrezzi della sociologia, ma che si presenta come un diario di campo, un diario di bordo, che prova a riarticolare la scrittura accademica come una scrittura narrativa. Continuando a parafrasare Italo Calvino, «non che tu t’aspetti qualcosa di particolare da questo libro in particolare. Sei uno che per principio non si aspetta più niente da niente. Ci sono tanti, più giovani di te o meno giovani, che aprono un libro» sul Mediterraneo pensando di trovarci le tragedie e il numero delle vittime, per poi richiuderlo con le idee e la coscienza in ordine. > «Tu no. Tu sai che il meglio che ci si può aspettare è di evitare il peggio», > o che il meglio che ci si può aspettare è di resistere alla tentazione di > capire troppo in fretta. Questa è la conclusione a cui sei arrivato, nella vita personale come nelle questioni generali e addirittura mondiali. E coi libri? Ecco, proprio perché lo hai escluso in ogni altro campo, credi che sia giusto concederti ancora questo piacere giovanile dell’aspettativa in un settore ben circoscritto come quello dei libri, dove può andarti male o andarti bene, ma il rischio della delusione non è grave» 3. Però, quando chiuderai questo libro che parla di Mediterraneo e di persone che lo abitano e lo attraversano, forse avrai la coscienza un po’ in disordine, ma un’idea più chiara in quale parte del mare stare. Durante l’arco temporale trattato nel volume – dal gennaio 2019 al luglio 2026 – 17.268 persone, vittime della Fortezza Europa e del diritto diseguale alla mobilità internazionale, sono scomparse attraversando il Mediterraneo 4. 1. Operatrice sociale, dottoranda presso l’Università degli Studi di Palermo, ha conseguito un master in Diritto delle migrazioni. Da diversi anni svolge azioni di osservazione e monitoraggio delle frontiere e operazioni di SAR nel Mediterraneo centrale, collabora regolarmente con la rivista on-line “Melting Pot Europa”. ↩︎ 2. Sociologo delle migrazioni presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Genova. Coordina il progetto europeo “SolRoutes”. È autore e promotore di diverse pubblicazioni e iniziative scientifiche editoriali fra cui Underground Europe. Lungo le rotte migranti (2022), Boza! Diari dalla frontiera (2024), Crocevia Mediterraneo (2023) ↩︎ 3. Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Einaudi, Torino 1979. ↩︎ 4. Missing Migrants Project, International Organization for Migration (IOM) ↩︎
Frontiera Albania
Nei centri per migranti in Albania si consuma un esperimento brutale. Con questa inchiesta Luca Rondi sbugiarda la propaganda sull’accordo tra Roma e Tirana, svelando la cruda verità sulle strutture costate milioni di euro. Una detenzione offshore ispirata al modello australiano (e a tanti altri del passato), dove il diritto d’asilo e la dignità delle persone vengono sistematicamente calpestati. Lo raccontano il registro degli eventi critici -la scatola nera del Cpr di Gjadër-, la storia straziante di Hamid e di tante altre persone ridotte cinicamente a pedine elettorali. Il libro denuncia le conseguenze di uno spreco immane di denaro pubblico e una catastrofe umanitaria silenziosa. Il “modello Albania” diventa così lo specchio di un’Europa che celebra l’inizio dell’era delle deportazioni e rinnega se stessa. Prefazione di Behrouz Boochani Leggi l’anteprima GLI AUTORI Luca Rondi (Biella, 1995) è giornalista, scrive inchieste e reportage per il mensile Altreconomia. È coautore di “Gorgo Cpr. Tra vite perdute, psicofarmaci e appalti milionari” (2024) con Lorenzo Figoni; “Respinti. Le ‘sporche frontiere’ d’Europa, dai Balcani al Mediterraneo” (2022) con Duccio Facchini e di alcuni contributi nel saggio “Chiusi dentro. I campi di confinamento nell’Europa del XXI secolo” (2024) curato da RiVolti ai Balcani. Tutti i libri sono editi da Altreconomia. Con Silvia Baldetti ha curato il podcast “Limbo – Le vite sospese di chi si fa migrante”, prodotto da Engim internazionale in collaborazione con Altreconomia e Border radio.
Va bene accoglierli, ma non tutti
A partire da alcune formule ricorrenti nel discorso pubblico contemporaneo – dall’“invasione dello straniero” al “ce ne sono troppi. Va bene accogliere, ma non tutti” – Jacopo Anderlini 1 costruisce in “Hostis. Il paradigma dell’ospitalità” (Eleuthera, 2026) una genealogia dell’ospitalità volta a interrogare le condizioni storiche, sociali e politiche attraverso cui la presenza dello straniero viene definita, classificata e collocata nella società ospitante. Il principale contributo del sociologo è nel mettere in discussione una concezione dell’ospitalità come semplice apertura verso l’altro. Essa emerge piuttosto come una specifica ‘ragione’, per la quale dimensione culturale, politica ed etica si intrecciano nella continua definizione dei confini tra chi può stare “dentro” e chi deve rimanere “fuori”, articolando interrogativi relativi alla cittadinanza, alla sovranità, alla mobilità, alla sicurezza e alla costruzione dell’alterità. L’analisi proposta da Anderlini consente di osservare come il significato dell’ospitalità costituisca un “concetto in movimento” (p. 42), destinato a trasformarsi parallelamente ai legami sociali. Questi ultimi, analizzati dal linguista Benveniste nella loro “terminologia psicologica” (p. 32), riguardano il vivere in società, le norme sociali e la dimensione sentimentale, che trasformano la figura dell’ospite simmetricamente alle forme di organizzazione della società e dello Stato, introducendo nuove forme di relazione fondate sulla differenza di status ed, implicitamente, anche la possibilità dell’esclusione. Notizie/A proposito di Accoglienza/Arti e cultura «HOSTIS. IL PARADIGMA DELL’OSPITALITÀ» Un libro di Jacopo Anderlini (Elèuthera, 2026) 28 Agosto 2026 Ambivalenza già inscritta nel suo studio etimologico del termine greco xenia, nonché del latinohospes, nel quale confluiscono i significati di hostis e potis, legati rispettivamente alla relazione con l’altro e alla dimensione del potere. Con il passaggio dal genus al cives e l’ingresso nella polis, la dimensione privata dell’ospitalità – come istituto sacro fondato sulla reciprocità, sul dono e sull’obbligo – si sovrappone progressivamente a quella pubblica: la distinzione tra civis/proxenos e straniero, “non cittadino”, rende evidente come l’ospitalità implichi anche una collocazione spaziale e temporale dell’ospite nell’ordine politico della comunità. Tra XVII e XVIII secolo, questa logica si traduce sempre più esplicitamente nelle pratiche di governo. La città diviene un laboratorio della popolazione nel quale l’ospitare e l’escludere diventano declinazioni dell’azione politica. Il vagabondo (e successivamente le comunità di fuga, dei maroons e dei pirati), sottraendosi alle forme di appartenenza, stabilità e produttività richieste dal nascente ordine mercantilista, viene strategicamente regolamentato. Dal 1648, la mobilità viene incorporata nel passaporto; la sanità entra nei dispositivi di governo e la categoria del rischio consente di ricondurre l’incertezza entro “l’arrogante presunzione di controllabilità” (Z. Bauman, 2017): la compassione, attraverso la politica della pietà, “anziché fungere da cerotto per la violenza” (E. Weizman; 2012), diviene una modalità di governance capace di organizzare le condizioni entro cui protezione e controllo vengono esercitati sul “popolo degli infelici”, al limite dell’umanitario e del securitario. Il moral urbanism rende così visibili, classificabili e amministrabili soggetti e comportamenti ‘altri’ in un continuumdi pratiche che fanno dell’ospitalità un dispositivo inserito in una estesa razionalità di governo congiunta ad un governo differenziale della mobilità. * La scheda del libro * Leggi l’estratto Se, ai primi sviluppi della dimensione urbana, il ‘buon ordine’ era affidato in larga misura alla polizia, è con il ‘popolo’ che esso viene progressivamente affiancato da una molteplicità di istituzioni nazionali attraverso cui vengono individuate, classificate e amministrate le “classi pericolose”, fondamento morale delle politiche attivate. “The image, the imagined, the imaginary […] the imagination has become an organized field of social practices, a form of work (in the sense of both labor and culturally organized practice), and a form of negotiation between sites of agency (individuals) and globally 2 defined fields of possibility. […] The imagination is […] the key component of the new global order ”. Lo spazio Schengen costituisce, in questa prospettiva, un ulteriore passaggio. Seguendo logiche “legittimate dalla logica dell’ospitalità e dal registro morale da questa convocato” (p. 89), esso non elimina i confini, ma elabora nuove procedure confinarie (p. 101), un assemblage (p. 91) di norme giuridiche, impianti amministrativi e burocratici, tecnologie, controlli e pratiche di classificazione attraverso cui il confine viene prodotto, amministrato e reso operativo. Regimi dei visti, liste dei paesi sicuri, videosorveglianza e strumenti di racial profiling concorrono a una nuova grammatica della sovranità, della mobilità migrante e dell’ospitalità. In altre parole, gli Stati europei non hanno eliminato le frontiere, ma le hanno semplicemente combinate con ulteriori diagrammi in un archetipo che attraversa istituzioni e contesti differenti senza, però, coincidere con una singola politica o con un progetto unitario. In questa coniugazione, particolare rilievo assume la nozione di domopolitica introdotta da W. Walters: più che uno spazio del diritto all’asilo, per Anderlini si delinea un quadro nel quale lo Stato viene rappresentato come una casa, uno spazio domestico da proteggere e preservare “in una tattica che giustappone le parole calde di comunità, fiducia e cittadinanza alle parole associate al pericolo proveniente da un esterno caotico” (Connolly, 1995), popolato da “stranieri, clandestini, trafficanti, terroristi”, contro cui si rivolgono le tecnologie di frontiera sempre più orientate ad una gestione selettiva della mobilità. L’obiettivo di tali dispositivi, i cui diagrammi si snodano nella “terminologia psicologica” della criminalità, della vulnerabilità e della minaccia, consiste nel “selezionare” l’ospite, distinguendo tra circolazioni “buone” e “cattive”, “il cui valore di scambio risulta direttamente connesso al movimento” (p. 119). Nella sua duplice natura di apertura e chiusura, di pietà e sicurezza, l’ospitalità non si configura, per Anderlini, come ‘varco’ di casa, attraverso il quale sia indifferentemente possibile entrare e uscire, quanto piuttosto come ‘soglia’ – storicamente e strutturalmente – posta tra appartenenza ed estraneità. È su questa soglia, infatti, che si stabiliscono e continuamente si ridefiniscono le condizioni dell’ospitalità, nel rapporto, mai definitivo, tra chi ospita e chi è ospitato. Ci sono “troppi stranieri”: italiani di fatto, ma ancora privi di pari diritti. È precisamente entro questo spazio di ospitalità e di appartenenza incompleta che si articolano i criteri di inclusione ed esclusione e prendono forma le lotte politiche volte a ridefinire e ampliare la soglia della cittadinanza. RIFERIMENTI Bauman, Z. (2017). Times of interregnum, Polity Press. Connolly, W. (1995) The ethos of pluralization. University of Minnesota Press, Minneapolis, MN. Weizman, E. (2012). The least of all possible evils: Humanitarian violence from Arendt to Gaza.  London ; New York : Verso 1. Jacopo Anderlini, sociologo, è Principal Investigator del progetto Debordering materiality along migration routes e ricercatore presso l’Università di Parma, dove ha co-fondato e coordina la Clinica Sociologico-Giuridica «Migrazioni e frontiere». Ha condotto ricerche etnografiche in Tunisia, negli hotspot di Pozzallo e Lampedusa, nelle zone agricole della Sicilia e al confine francoitaliano, studiando le trasformazioni del governo europeo delle migrazioni. Fa inoltre parte del Media Board del progetto ERC Advanced SOULROUTES e del Laboratorio di Sociologia Visuale dell’Università di Genova. È co-curatore di Borderland Italia (Deriveapprodi, 2022) e di Crocevia Mediterraneo (Elèuthera, 2023). ↩︎ 2. Appadurai, A. (1996), Modernity at Large: Cultural Dimensions of Globalization, Minneapolis, University of Minnesota Press, p. 31. “L’immagine, l’immaginato, l’immaginario… l’immaginazione è divenuta un campo organizzato di pratiche sociali, una forma di lavoro (inteso sia come attività lavorativa sia come pratica culturalmente organizzata) e una forma di negoziazione tra luoghi di capacità d’azione (gli individui) e campi di possibilità definiti a livello globale. […] L’immaginazione è… la componente chiave del nuovo ordine globale” ↩︎
«Hostis. Il paradigma dell’ospitalità»
Come ci ricorda Bauman, tutte le società – compresa la nostra – creano stranieri, ma ognuna crea il suo peculiare tipo di straniero e lo fa a modo proprio. Indagare l’immaginario e le pratiche dell’ospitalità oggi significa dunque riflettere sulla nostra idea di città, di territorio, di lavoro, e in definitiva sul nostro modo di pensare il mondo. Se per interrogare il presente è utile adottare uno sguardo inattuale e misurarci con altri tempi, è allora alla storia e alla grammatica dell’ospitalità che dobbiamo rivolgerci per comprendere il governo della mobilità nell’Europa contemporanea e le nuove stratificazioni sociali che si vanno configurando. Ricostruendone la genealogia, dalle radici greco-romane fino alle recenti politiche migratorie, Anderlini ci mostra come il concetto-soglia di ospitalità – attraverso la rappresentazione dello straniero, la distinzione fra amico e nemico e i meccanismi di inclusione ed esclusione – sia la chiave per interpretare le attuali narrazioni sull’accoglienza. A partire dalla duplice razionalità – umanitaria e securitaria – che caratterizza il regime confinario oggi in vigore, chiarire i limiti e le condizioni dell’ospitalità di fatto significa esplicitare i criteri di appartenenza con cui si stanno riformulando le nozioni di sovranità, confine e cittadinanza. L’ospitalità è dunque un atto eminentemente politico che rende evidente come definire l’Altro implichi sempre definire anche un Noi. * La scheda del libro * Leggi l’estratto Jacopo Anderlini, sociologo, è Principal Investigator del progetto Debordering materiality along migration routes e ricercatore presso l’Università di Parma, dove ha co-fondato e coordina la Clinica Sociologico-Giuridica «Migrazioni e frontiere». Ha condotto ricerche etnografiche in Tunisia, negli hotspot di Pozzallo e Lampedusa, nelle zone agricole della Sicilia e al confine francoitaliano, studiando le trasformazioni del governo europeo delle migrazioni. Fa inoltre parte del Media Board del progetto ERC Advanced SOULROUTES e del Laboratorio di Sociologia Visuale dell’Università di Genova. È co-curatore di Borderland Italia (Deriveapprodi, 2022) e di Crocevia Mediterraneo (elèuthera, 2023).
«Acqua sporca»
Parte dall’improvvisa decisione di Neela di lasciare l’Italia dopo trent’anni di lavoro per tornare definitivamente in Sri Lanka, il romanzo di Nadeesha Uyangoda pubblicato da Einaudi e vincitrice del premio Campiello Opera prima 1 e finalista al Premio Strega 2026. Come l’attrazione gravitazionale della Luna, questa scelta genera maree che si ritirano dalle coste della sua famiglia, scoprendo ansie radicate nelle menti e spiriti ancestrali imprigionati nei corpi. Sull’isola, sua sorella Himali cresce una figlia sul modello di un ideale politico, con un marito fantasma, ex militante comunista immigrato senza documenti in Europa. Pavitra, la sorella piú piccola, alle spalle un matrimonio insapore, si aggira come uno spettro in un appartamento non suo, soffrendo la povertà che l’ha costretta a dare in pegno l’unica ricchezza che possedeva. Ayesha, la figlia di Neela, vive a Milano una vita sgretolata, precaria, senza mai riuscire a «trovare né la soddisfazione morale né la compensazione economica». Una storia famigliare ambientata tra il presente e il passato, tra due spazi geografici che sradicano e frammentano, tra un Paese in cui è difficile provare a realizzare i propri sogni e uno in cui la magia e il mito pervadono ancora ogni cosa. Leggi un estratto del libro Nadeesha Uyangoda è una scrittrice italofona nata in Sri Lanka, autrice del libro L’unica persona nera nella stanza (66thand2nd 2021) – vincitore del Premio Sila nella sezione Economia e Società e del Premio Rapallo Speciale Anna Maria Ortese – e di Corpi che contano (66thand2nd 2024). Per Einaudi ha pubblicato Acqua sporca (2025). Inoltre, è ideatrice del podcast Sulla Razza (Juventus/OnePodcast), ha scritto per media nazionali e stranieri e cura la rubrica Il libro di «Internazionale». 1. Motivazione: Acqua sporca, romanzo d’esordio di Nadeesha Uyangoda, dà voce, con intensità narrativa e limpidezza stilistica, alle fratture e alle appartenenze multiple del mondo contemporaneo, trasformando una vicenda familiare e migratoria in una narrazione polifonica sull’identità, la memoria e l’eredità affettiva. Attraverso una scrittura insieme nitida e simbolica, il romanzo intreccia esperienze individuali e storia collettiva, restituendo il senso dello spaesamento, del ritorno e della ricerca di sé tra lingue, culture e generazioni diverse. Acqua sporca si impone, pertanto, come voce originale ma già ben riconoscibile nella narrativa italiana contemporanea. ↩︎
Quel Lager moderno che sorge nella periferia di Roma
LINDA PEZZANO 1 Esiste una profonda frattura etica e geografica nel cuore di Roma, dove il 4 novembre 1950 fu firmata la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), il testo cardine posto a presidio definitivo delle libertà fondamentali, dove spiccano perentori l’articolo 2, a tutela intrinseca della vita, e l’articolo 3, che sancisce il divieto assoluto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti. Quella città “centro della cristianità, punto d’incontro tra culture, religioni ed etnie diverse” (art. 1, co. 4, Statuto di Roma Capitale del 2013 2) ospita oggi nella sua periferia “spiazzi di cemento, gabbie alte otto metri, locali di pernotto sporchi e sforniti e con i materassi messi per terra. Questo è il CPR di Ponte Galeria 3”, struttura che capovolge radicalmente questa vocazione universale, configurandosi come un moderno avamposto di totale sospensione dei diritti civili. La parabola storica di questi centri rivela una precisa e progressiva mutazione geopolitica delle politiche migratorie. Nati alla fine degli anni Novanta come strutture temporanee teoricamente destinate all’accoglienza e al primo soccorso dei flussi migratori, tali luoghi hanno subito una metamorfosi semantica e funzionale, trasformandosi prima in Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) e, infine, negli attuali Centri Permanenti per il Rimpatrio (CPR). Pur mostrando un’architettura e un regime di controllo del tutto sovrapponibili a quelli della detenzione penitenziaria, queste strutture rimangono formalmente escluse dalla disciplina e dalle garanzie costituzionali del sistema carcerario. Esse galleggiano in una sorta di limbo ordinamentale, sprovviste di una normativa organica che ne definisca chiaramente i limiti e le modalità di gestione. Questa indeterminatezza non è casuale: “i CPR sono luoghi utili alla polizia per gestire, spostare, immobilizzare anche solo temporaneamente una popolazione migrante irregolarizzata ma pur sempre presente, utilizzando uno strumento – il diritto amministrativo – molto più maneggevole rispetto a quello penale 4“. La descrizione più lucida ed empirica della realtà interna al CPR di Ponte Galeria giunge dalle parole clandestine di chi quell’inferno lo ha attraversato due volte. Nel suo volume “Diario di un invisibile. Nell’inferno di un centro di detenzione amministrativa italiano”, edito da Sensibili alle foglie nel 2026, ma riguardante eventi verificatisi nel corso del 2014 e 2015, Sunjay Gookooluk descrive la propria reclusione coatta – prima per novanta giorni, poi per sessanta – restituendo la cronaca dettagliata di un Lager Moderno, isolato dal mondo, dove centinaia di invisibili vivono giorni che si susseguono tutti uguali, carichi di disperazione. Sunjay scriveva di nascosto, utilizzando una penna procuratagli da una mano solidale rimasta anonima e consumando fogli di fortuna: la carta coprente che avvolgeva un vitto quotidiano scadente e insufficiente alla sopravvivenza. La quotidianità all’interno del centro si palesa come una metodica violenza istituzionale e una demolizione dei bisogni umani elementari, oltre che dei diritti fondamentali della persona umana: “Sono entrati che ancora era buio nel camerone e l’hanno preso mentre dormiva. Un ragazzo tunisino di vent’anni, era tossicodipendente, in terapia con il metadone. L’hanno bloccato al letto e gli hanno legato le mani. Non l’abbiamo più visto, ma poco dopo polizia, carabinieri e militari sono rientrati in venti, con guanti e manganelli. […] Un ragazzo, per non essere portato via, si era messo delle lamette attorno al collo. […] Qui non possiamo avere nulla: un pettine, uno specchio, cinture e lacci delle scarpe…”. All’interno dei cameroni, dove coabitano ammassate fino a otto persone, l’unico surrogato è un tavolino di ferro dove poggiare i pochi indumenti concessi; i letti sono privi di lenzuola idonee, sostituite da fragili fogli di carta monouso, e gli asciugamani forniti ricalcano la consistenza della comune carta igienica, i wc sono alla turca e i bagni privi di luce naturale oltre che sprovvisti di interruttore per accendere la luce artificiale 5. In questo contesto di totale privazione, l’orizzonte psicofisico dei trattenuti viene sistematicamente annullato dalla mancanza di qualsivoglia attività ricreativa, culturale o intellettuale: non vi sono libri, biblioteche, scacchiere o passatempi che possano sottrarre il tempo alla sua funzione puramente punitiva. I telefoni cellulari dotati di fotocamere o registratori vengono immediatamente sequestrati all’ingresso e trattenuti in magazzino; una misura di sicurezza che, dietro lo schermo dell’ordine interno, cela il preciso intento di impedire la raccolta di prove visive e testimonianze dirette sui sistematici abusi e sul degrado strutturale delle docce e dei servizi igienici, perennemente guasti e abbandonati all’incuria. Sunjay esprime con il cuore in mano come il carcere sia mille volte meglio organizzato per quanto riguarda i diritti e i doveri dei reclusi, poiché nel CPR si viene formalmente definiti “ospiti” ma trattati peggio dei criminali, erodendo giorno dopo giorno la possibilità stessa di sopravvivenza. La violenza del CPR di Ponte Galeria – uno dei primi centri di detenzione aperti in Italia dopo l’entrata in vigore della Legge 40/1998 6 – non si esaurisce nella fatiscenza dei luoghi, ma si insinua profondamente nelle pieghe della prassi medica e burocratica. Sunjay, affetto da diabete alimentare e grave insonnia, denuncia nel suo diario il totale disprezzo della direzione sanitaria per le sue patologie croniche: le terapie psichiatriche precedentemente stabilite nel carcere di Rebibbia vengono ridotte arbitrariamente a poche gocce inefficaci da medici che si sentono come “Dio sceso in terra”, mentre l’ente gestore privato, la cooperativa GEPSA subentrata all’epoca nella gestione al ribasso della struttura, si rivela incapace di garantire persino la dieta specifica prescritta per il diabete. L’assurdo burocratico tocca il culmine quando l’Ufficio Immigrazione della Questura registra il cognome di Sunjay alterandone la grafia, inserendo una “o” al posto della “u“. Da quel momento, nonostante il possesso di un regolare codice fiscale e di un conto corrente postale che ne blindavano l’identità oggettiva, l’individuo cessa giuridicamente di esistere, trasformandosi, nel caso del sig. Gookooluk, nel numero 8703, in un’identità errata da sottoporre a infinite e reiterate procedure di identificazione, costringendo l’uomo a ricorrere allo sciopero della fame e al rifiuto della terapia insulinica come unica e disperata forma di protesta pacifica per rivendicare i propri diritti elementari. Il meccanismo del trattenimento si nutre infine dell’inganno istituzionale, prassi ormai abituale nel labirinto della detenzione amministrativa: la seconda detenzione di Sunjay prende avvio quando l’uomo viene formalmente attirato in Questura con il pretesto del ritiro di una notifica burocratica, per poi ritrovarsi improvvisamente rinchiuso a Ponte Galeria, vittima di una privazione della libertà personale convalidata ex post e successivamente censurata dalla Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 22932/2017. Dal 2015 a oggi si è assistito a una costante espansione delle politiche di repressione e contenimento delle migrazioni. Invero, le risultanze delle ispezioni politiche e i documenti ufficiali delle Commissioni Comunali gettano una luce altrettanto sinistra sulle condizioni attuali della struttura 7. Dal Verbale n. 8 del 12 marzo 2025 della V Commissione Capitolina Permanente – Politiche sociali e della salute -, emerge una profonda e angosciante sensazione di mortificazione dinnanzi alla visione di decine di uomini che vagano negli spazi di cemento del centro, palesemente e massicciamente sedati attraverso l’uso sistematico di psicofarmaci, ridotti all’incapacità di esprimersi, di comunicare o di formulare un pensiero coerente. È la materializzazione clinica di quello che gli operatori definiscono il nesso perverso tra controllo coatto e abbandono esistenziale: si priva l’individuo del suo tempo, del suo passato, delle sue relazioni e del suo mondo, per poi contenerne la legittima disperazione attraverso la chimica medica. Il medesimo verbale ricorda come la barriera linguistica sia un dato strutturale oggettivo e drammatico mai riscontrato in questi termini critici dalle relazioni dei Garanti, e come l’assenza cronica di mediatori culturali impedisca l’esecuzione di uno screening psichiatrico e clinico degno di questo nome durante le sbrigative visite di idoneità al trattenimento, che durano mediamente meno di venti minuti. La testimonianza di Sunjay Gookooluk ha quindi anticipato uno schema che ha continuato a ripresentarsi attraverso decessi, suicidi e tentativi di suicidio, autolesionismo e ricorrenti episodi di protesta collettiva (i c.d. eventi critici) contro condizioni percepite come insopportabili all’interno dei CPR italiani. Gli atti di resistenza – tra cui labbra cucite8, ingestione di lamette da barba e materassi incendiati all’interno delle celle di detenzione – appaiono come disperati tentativi di riappropriarsi della propria autonomia all’interno di un sistema progettato per privare i detenuti di individualità e libertà. Gli eventi accaduti nel CPR di Ponte Galeria negli ultimi anni illustrano la persistenza di queste carenze strutturali. Tra i casi più emblematici c’è quello di Wissem Ben Abdellatif 9, un ragazzo tunisino di 26 anni originario di Kebili, morto per arresto cardiaco dopo essere rimasto legato al letto e sedato, per cinque giorni, nel reparto psichiatrico dell’Ospedale San Camillo di Roma, in seguito al trasferimento dal CPR di Ponte Galeria. Ancora più eclatante è la morte di Ousmane Sylla10, ragazzo ventiduenne guineano che si è suicidato mentre era detenuto nel medesimo CPR nel febbraio 2024. Ousmane aveva manifestato un grave disagio psicologico e aveva ripetutamente cercato aiuto prima di togliersi la vita. La sua morte ha suscitato un’ampia condanna da parte di numerose organizzazioni per i diritti umani, avvocati e professionisti del settore medico, i quali hanno fermamente sostenuto che la tragedia non fosse un evento imprevedibile, bensì la diretta conseguenza di un sistema di detenzione che genera sistematicamente disperazione. I Centri Permanenti per il Rimpatrio si configurano pertanto come dei non-luoghi antropologici e giuridici, spazi in cui l’identità dell’individuo viene azzerata, il suo passato ignorato e il suo futuro congelato in un tempo sospeso e non predeterminabile10. Alla scadenza del termine massimo di reclusione, la stragrande maggioranza dei trattenuti non viene rimpatriata (nel solo anno 2023, su 6.620 persone entrate nei centri, meno del 50% è stato effettivamente rimpatriato, a causa della mancanza cronica di accordi bilaterali di riammissione con i paesi di provenienza, circoscritti quasi esclusivamente a Tunisia, Egitto, Albania e Marocco 11); l’apertura dei cancelli coincide semplicemente con la consegna di un ulteriore ordine di espulsione differita, un invito formale a lasciare il territorio nazionale entro sette giorni. Per chi non ha incontrato la morte o scelto il suicidio come via d’uscita, c’è il ritorno forzato alla condizione di fantasmi metropolitani, spinti ai margini della microcriminalità dalla medesima macchina statale che ne preclude la regolarizzazione onesta. Resta, nel silenzio di Ponte Galeria, il disperato anelito alla dignità umana racchiuso nelle ultime righe del diario di Sunjay, la volontà incrollabile di raccogliere i frammenti della propria esistenza, per veder finalmente soddisfatto il proprio diritto alla libertà in un cielo pieno di stelle: “di notte spesso guardo il cielo immenso con le stelle che brillano lassù, osservo i volatili, i gabbiani lassù e nel cuore desidero di poter volare anche io nel cielo stellato e libero. Stasera c’è la luna piena ed è estremamente bello osservare questa immensità e bellezza” (Diario di un invisibile, Sunjay Gookooluk, p. 31). 1. Socia di Attiva Diritti. Giurista esperta in Diritti Umani, Migrazioni e Protezione Internazionale ↩︎ 2. Statuto di Roma Capitale ↩︎ 3. Così l’On. Rachele Scarpa, in seguito a una sua visita al CPR di Ponte Galeria in data 18 giugno 2024 ↩︎ 4. Così Giulia Fabini in Controfuoco N. 0 di Melting Pot Europa ↩︎ 5. Come riportato ancora oggi dalla Relazione del Garante delle Persone Private della Libertà del 2025 ↩︎ 6. Dal progetto Trattenuti realizzato da ActionAid e UniBa ↩︎ 7. Report della visita del 27 maggio 2025 dell’ On. Rachele Scarpa e dell’ Avv. Martina Ciardullo; Libertà e dignità: le osservazioni di Amnesty International sulla detenzione amministrativa di persone migranti e richiedenti asilo in Italia, 2024 ↩︎ 8. «Mentre qui qualcuno s’era cucito la bocca, nel reparto donne c’era una delegazione con il sindaco in visita. Ecco perché oggi hanno pulito tutto per bene anche nei nostri reparti… vogliono coprire la vergogna mostrando che qui tutto funziona nella norma… che schifo questa sceneggiatura. [Più tardi lo stesso giorno] Scusatemi… da ieri non c’è solo uno con la bocca cucita… sono due tunisini che da ieri e tutt’ora sono con la bocca cucita…» (da Diario di un invisibile di Sunjay Gookooluk, p. 77) ↩︎ 9. Annalisa Camilli, La battaglia per la verità sulla morte di Wissem Abdel Latif – Internazionale ↩︎ 10. Benedetta Cerea – Melting Pot Europa; Bianca Maurizi – L’Unità; Angela Stella – L’Unità ↩︎ 11. Francesca Esposito, Emilio Caja, Arianna Grasso, Note di curatella in Diario di un invisibile. Nell’inferno di un centro di detenzione amministrativa italiano di Sunjay Gookooluk ↩︎
«Sgomberi dolci. La violenza contro chi vive in campi rom, baraccopoli e occupazioni abitative»
«Se sei povero, possono farti qualunque cosa.» Lo dice un abitante della baraccopoli di Lungo Stura Lazio a Torino. È una frase che sintetizza la logica che Manu Cencetti documenta e decostruisce nel suo saggio Sgomberi dolci, edito da Eris edizioni, collana BookBlock+. Il titolo è un ossimoro dichiarato. Uno sgombero non è mai dolce: è sempre un atto violento, militare, che distrugge case, oggetti, documenti, legami, territorio. Eppure da quindici anni – a partire da Torino, città che ha inventato questo «modello», poi adottato da amministrazioni di ogni colore politico in tutta Italia, in particolare a Milano e Roma – gli sgomberi vengono raccontati come gesti umanitari. Come interventi necessari, persino benefici per chi li subisce. Il saggio nasce da anni di osservazione, ricerca e lotta condotta direttamente accanto alle comunità che vivono nei cosiddetti «campi», nelle baraccopoli e nelle occupazioni abitative sistematicamente sgomberate. L’autore mostra come la violenza che colpisce questi luoghi sia strutturale e pervasiva: non riguarda solo le forze dell’ordine e le istituzioni, ma anche parti del Terzo settore, fondazioni bancarie e filantropiche, la cittadinanza stessa. Una lunga guerra contro la popolazione povera e senza casa, che si inserisce in un più ampio dispositivo nazionale di gestione repressiva della povertà. Le persone che abitano campi, baraccopoli e occupazioni vengono trattate come «umanità in eccesso»: più o meno etnicizzate, prive di reddito sufficiente o dei documenti necessari per accedere al mercato dell’affitto. Eppure in questi spazi marginali costruiscono relazioni, reti sociali, forme di solidarietà, un luogo da chiamare casa. Lo sgombero cancella tutto questo. Il risultato è la perdita totale: della casa, degli oggetti, dei legami, del territorio. Un nuovo sradicamento che lascia famiglie e individui ancora più soli e vulnerabili. Sgomberi dolci è però anche una storia di resistenza. Di chi non si arrende passivamente, di chi nella lotta riscopre complicità, solidarietà e persino gioia. Un libro che restituisce dignità e complessità a vite sistematicamente cancellate dal discorso pubblico. L’AUTORE Manu Cencetti nasce a Torino. Si occupa da tempo di sgomberi e violenza contro persone povere e senza casa, considerate sempre fuori posto, da cacciare o da sfruttare. Video-maker. Nel 2020 insieme a Jean Diaconescu e Stella Iannitto realizza il film documentario La versione di Jean, proiettato al TFF 2020. Il progetto ha posto le basi per il successivo sito laversionedijean.it sulla storia del Platz, una grande baraccopoli di Torino, e della sua distruzione. Scrive e fa ricerca in modo indipendente. BOOKBLOCK E BOOKBLOCK+ Ogni titolo di queste due collane è uno strumento per interpretare la realtà – affrontando nuove tematiche o approfondendo singoli argomenti tramite focus specifici – e per immaginare e intraprendere percorsi diversi da quelli canonici. BookBlock e BookBlock+ nascono per dare spazio a quelle voci che esplorano, con riflessioni attuali, temi chiave della contemporaneità.
«L’algoritmo della farfalla»
Una graphic novel scritta da Lucio Cascavilla e disegnata da Giunia C., con la postfazione della rete Mai più Lager – No ai CPR e l’introduzione del ricercatore Pietro Cingolani. Il libro è edito da Morsi Editore, un’officina editoriale indipendente di Torino nata nel 2021 per dare voce a progetti di editoria militante: fumetti, libri illustrati e opere di critica sociale che uniscono narrazione visiva e sguardo radicale sul presente. Lolade è una donna Yoruba giunta in Italia da una decina d’anni. Con il permesso di soggiorno e un marito italiano, la sua vita sembrava costruita su basi solide. Poi, mentre era per strada, due carabinieri l’hanno arrestata perchè sospettata di uno scippo. Scagionata dal furto, si ritrova accusata dagli stessi agenti di resistenza a pubblico ufficiale. Prima ancora di essere rinviata a giudizio, viene spedita in un CPR, un Centro di Permanenza per il Rimpatrio. > Nei CPR non ci capita mai nessuno di famoso. Ai giornalisti non è permesso > entrare. La verità si viene a conoscere solo quando qualcuno riesce a uscire. Dopo qualche giorno nel Centro arriverà la giovane Ife. E poi Laurent. Tre storie che si intrecciano in uno spazio che non dovrebbe esistere, almeno non così. UNA FALLA NEL SISTEMA GIURIDICO L’apertura dei CPR ha significato, nella pratica, una sospensione dei diritti giuridici fondamentali. Si può essere condannati e incarcerati anche senza aver commesso alcun fatto. Questa falla nel sistema giudiziario europeo – e mondiale – apre la strada a detenzioni ingiustificate che possono protrarsi nel tempo senza alcun controllo reale. Il sistema dei CPR gestito da privati porta la situazione all’estremo: l’ente gestore non è più interessato all’amministrazione della giustizia, ma al numero dei reclusi, grazie ai quali riceve fondi dal governo. Più detenuti ci sono, più i rimborsi saranno elevati. Una macchina economica alimentata dalla privazione della libertà. ROMPERE IL SILENZIO Raccontare la storia di Lolade, Ife e Laurent significa rompere un muro di silenzio. Ai giornalisti non è permesso entrare nei CPR, e la verità si viene a conoscere solo quando qualcuno – grazie a qualche cavillo giudiziario – riesce a uscire e torna a raccontare quel che è stato. Se nella prigione si contano i giorni per uscire, dai CPR si vorrebbe uscire senza però essere rispediti nei paesi dai quali si è arrivati, né essere trasferiti nei cosiddetti paesi terzi, lontanissimi. Morsi Editore: Nata nel 2021 a Torino dal desiderio di unire diverse realtà artistiche e culturali, Morsi è un’officina indipendente di fumetti, libri illustrati e progetti creativi. Produce un’editoria militante che offre uno sguardo radicale su politica, cultura, arte e società attraverso mezzi di comunicazione artistica. Sensibilizzazione della collettività e focus sull’attualità trovano un punto d’incontro con le arti visive e una nuova editoria, rivolgendo uno sguardo critico verso la disobbedienza creativa. Grazie alla collaborazione con autori e artisti, Morsi crea prodotti cartacei che affrontano con narrativa e disegno la critica sociale.