Bunker, la parola del tra
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel
Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca
collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore
plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.
Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di
confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi,
lingue e relazioni.
Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese,
il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di
resistere alla narrazione dominante sulla mobilità.
Notizie/Arti e cultura
CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE
Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio
2026
Roberta Derosas
12 Febbraio 2026
Questa parola è uno spazio di passaggio e di separazione. Dentro, chi ha
superato la soglia, ha pagato il prezzo della traversata e può diventare
passeggero. Fuori, chi aspetta ancora di poter entrare.
Il bunker protegge solo in parte. Le retate possono interrompere l’attesa in
qualsiasi momento. Più che un rifugio, è una soglia: un luogo sospeso tra
partenza e arresto, tra promessa e rischio.
Conosco più di un uomo che ha aspettato là dentro. S., un corrispondente del
TheroutesJournal, dice che è una casa che connette, un luogo in cui si sta,
molto prima di arrivare nell’acqua. Che ci si vive in attesa, mentre il cokseur
e l’arabe lavorano per terminare la barca con cui si attraverserà. Lui ha
aspettato tre giorni, prima di partire, altri invece ci restano settimane,
persino mesi.
I., invece, in Libia, ha atteso una settimana lì dentro, aspettando di essere
lanciato. Mi scriveva ogni sera dicendo che forse l’indomani sarebbe stato il
momento giusto. Poi, un giorno ha smesso di mandare messaggi. Non so se sia
arrivato in Europa o se sia stato arrestato. Però, il suo silenzio per me così
doloroso, significa che lui non è più in quel tra.
BUNKER
Parola a cura di Di Jacopo Anderlini, Università di Parma
Spazio chiuso e protetto dove le persone in transito che hanno già pagato il
viaggio attendono la partenza. A differenza degli zitounes (si veda Zitounes),
il bunker è una struttura abitativa gestita direttamente da chi organizza il
viaggio, che fornisce alloggio e vitto dietro pagamento di un affitto.
Si tratta generalmente di case in prossimità dei luoghi di partenza, con diverse
stanze dove possono essere ammassate decine di persone per camera in attesa di
completare il gruppo necessario per riempire una barca.
Il bunker rappresenta una tappa intermedia nel processo di attraversamento: chi
vi accede ha già versato il denaro per il viaggio e si trova in una posizione
privilegiata rispetto a chi vive ancora negli accampamenti. L’attesa può durare
settimane o mesi, fino a quando non si raggiunge il numero minimo di passeggeri
richiesto per la partenza.
La parola, derivata dal proto-germanico *bankan (elevazione, altura), evoca
l’idea di un rifugio sopraelevato e protetto. Il bunker è uno spazio che separa
simbolicamente e fisicamente chi è pronto per il viaggio da chi ancora ne è
escluso.
Esso segna così una gerarchia all’interno del mondo delle partenze: essere
ammessi significa aver superato la soglia economica che divide i semplici
candidati al viaggio dai passeggeri effettivi. Si tratta però di una soglia che
non protegge mai del tutto, viene costantemente messa in crisi dalle continue
retate della polizia tunisina per deportare le persone in partenza.
In tal senso il bunker rinvia alla dimensione bellica dell’avventura, evocando
un luogo in cui si proteggono i soldat (si veda Soldat).
ESEMPI DAL CAMPO
Mamadou e Rocky ci parlano a lungo della preparazione del loro viaggio: i
differenti passaggi che anticipano la partenza, la composizione dei passeggeri,
le tariffe. Si soffermano su come lavora questo trafficante, come a garanzia
della qualità del suo operato e giustificazione del suo maggiore costo. Mamadou
dice che il trafficante gestisce delle case dove le persone attendono di
partire.
Si tratta di grandi case con diverse stanze che chiamano bunker, dove in una
stanza come quella in cui eravamo noi ci stanno anche venti persone. In questo
contesto le persone vivono lì e pagano una sorta di affitto per l’alloggio e il
vitto. Qui attendono di partire alle volte anche parecchi mesi.
Estratto dai diari di campo, gennaio 2024
Aspettiamo il buio e Mama ci viene a prendere sul ciglio dell’asfalto, la linea
che separa la brousse dallo spazio pubblico, visibile, e dai suoi pericoli. Sale
rapidamente sulla nostra auto e ci addentriamo su strade bianche punteggiate da
case che sembrano in costruzione, ma sono tutte abitate. […] Mama è eccitato,
come noi, di portarci dentro questo spazio che segna in realtà una gerarchia con
il fuori: qui sono raggruppati tutti i passeggeri pronti a partire.
Estratto dai diari di campo, gennaio 2024
Dietro un pesante portone di ferro, unica apertura di un muro di mattoni, si
apre un vasto terreno e poi un edificio con una veranda e senza porte. Decine di
persone attorno a un fuoco in cui si scalda dell’acqua. Al nostro arrivo si
forma un piccolo capannello e parliamo dell’attraversamento del Mediterraneo e
del meteo dei prossimi giorni.
Stanno aspettando nuovi candidati paganti alla traversata, perché la barca con
così poche persone non viene fatta partire. Mama e gli altri sono nel bunker da
oltre un mese, hanno festeggiato Capodanno qui.
Estratto dai diari di campo, gennaio 2024