Donne che trasformano il lutto in memoria e la solidarietà in lotta
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«Noi non vogliamo più questa vita, meglio morire mangiati dai pesci che dai
vermi», canta Cheb Khaled, in una canzone intitolata El harraga, letteralmente
“coloro che bruciano”.
Il termine è usato soprattutto in Algeria, Marocco e Tunisia per indicare le
persone che decidono di attraversare il mare per raggiungere l’Europa.
Il “bruciare” si riferisce sia all’atto di bruciare i propri documenti
d’identità per impedire l’identificazione e il rimpatrio, sia all’espressione
simbolica di “bruciare” le frontiere, le tappe burocratiche e le distanze che
separano il sud dal nord del Mediterraneo.
Sebbene solitamente si pensi che bruciare le frontiere sia “una cosa da uomini”,
«Donne che bruciano le frontiere. Memorie e mobilitazioni nel mediterraneo»,
scritto da Silvia di Meo 1 (Astarte Edizioni, novembre 2026), ci racconta tutta
un’altra storia.
Il libro, infatti, è innanzitutto «un omaggio alla resistenza delle donne» (Di
Meo, p. 283) che, lungi dall’essere semplici vittime “vulnerabili” da
proteggere, figure infantilizzate dalle narrazioni umanitarie e securitarie che
le descrivono come passive e spinte a muoversi solo in funzione degli uomini,
sono invece soggettività autonome e complesse che mettono in pratica forme sia
di lotta e resistenza che di cura e solidarietà, dando vita a mobilitazioni
troppo spesso ignorate.
> L’importanza di libri come questo, invece, sta proprio nel far emergere non
> solo la “colonialità del genere” 2 ma anche le pratiche di resistenza che di
> solito rischiano di passare inosservate 3.
Siwar N., una donna tunisina in migrazione, con cui l’autrice collabora, lo
afferma chiaramente: «Bruciare le frontiere è una cosa da donne. Se guardi la
mia vita lo capisci. Siamo noi che abbiamo questo compito» (p. 98).
Siwar faceva parte di un gruppo di giovani donne della città di Zarzis che,
accomunate dalla volontà di bruciare ciò che impediva loro di vivere una vita
migliore, si definivano “le ragazze dell’harga” 4, che Silvia Di Meo incontrava
alla Plage Sonia, in campagna o nel retro di una casa.
Nel corso della sua ricerca sul campo – dal 2021 al 2025, tra Tunisia, confine
libico-tunisino e Sicilia – l’autrice ha incontrato numerose donne di
provenienza ed estrazione sociale diverse, con cui ha intessuto relazioni non
solo di militanza politica, ma anche di amicizia e affetto, e sono le loro
storie ad animare questo testo.
Rivendicando un’analisi etnografica decoloniale, fondata sullo “stare insieme”
(p.15) e sul rifiuto di presentarsi come “neutrale”, la ricerca parte dalla
consapevolezza del potere, insito nell’atto di scrivere, e del rischio di
«chiudere ciò che invece resta sempre in movimento, come le persone che abitano
queste pagine» (p. 12), ricordandoci invece che «creare e rafforzare affetti,
anche nella ricerca, è un modo di decostruire il sistema che fa del Mediterraneo
una zona coloniale» (p. 18).
Se questa è quindi una ricerca in movimento, che segue da vicino le vite delle
donne di cui ci racconta, le loro speranze e le loro gioie, inevitabilmente è
una ricerca attraversata anche dalla disperazione, dalla rabbia e dalla morte.
Le donne con cui collabora Silvia Di Meo sono soggettività multiple e complesse,
piegate dalla violenza del confine ma che vi resistono, spesso per amore dei
loro cari. Sono soprattutto madri, figlie, sorelle, parenti e amiche di persone
in migrazione che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa.
Murale “Martiri della frontiera” realizzato dalle madri e sorelle delle persone
morte o scomparse alle frontiere. Palermo, giugno 2025 CommemorAzione delle
madri e sorelle per i morti di frontiera. Palermo, giugno 2025 PH: Silvia Di Meo
Questo libro è anche, infatti, un’accorata denuncia del sistema globale di
gestione dei confini, che ne mette in evidenza le forme di violenza politica ed
epistemica, ne smaschera la sottostante logica (neo)coloniale e necropolitica,
impegnandosi a fare luce sulle conseguenze dirette di questo regime, ovvero le
«morti e sparizioni di frontiera» (p. 35): decessi per violenza diretta da parte
di guardie costiere e milizie, per annegamento nei naufragi, per mancanza di
soccorso in mare, ma anche, purtroppo sempre più spesso, decessi per il
trattenimento nei CPR.
L’autrice, però, allarga l’orizzonte, guardando anche alla continuità di una
struttura che lega direttamente «la repressione dei movimenti migratori lungo le
coste del Sud Europa alla devastazione di Gaza; la difesa dei confini alla
negazione dei diritti del popolo palestinese; la sorveglianza armata in mare
alla violenza strutturale tecnologica e militare» (p. 26).
Sono proprio lo spazio e il tempo del Mar Mediterraneo, allora, ad essere
protagonisti accanto alle soggettività che li abitano, li attraversano e vi
agiscono.
Un Mediterraneo «occupato» (p. 28) – come lo definisce Diane H., attivista
ivoriana in migrazione a Sfax – che, a causa di militarizzazione, violenza e
razzismo, è diventato non tanto cimitero quanto fossa comune (p. 42), in cui
giacciono corpi (neri, razzializzati, poveri, femminili) che non hanno diritto
nemmeno al lutto e al ricordo che, solitamente, si hanno almeno nei cimiteri.
Il Mediterraneo raccontato in questo libro, però, è allo stesso tempo quello che
potrebbe diventare – grazie (anche) alle resistenze delle donne – uno
spazio-tempo capace di «generare alleanze, famiglie altre, posizionamenti,
possibilità di pensarsi in relazione, oltre le frontiere» (p. 23).
Anzi, più precisamente, è lo spazio-tempo della Mer(e) Méditerranée: mer, in
francese, viene pronunciato nello stesso modo di mère, madre e, giocando su
questa assonanza, l’autrice rivendica uno «sguardo femminile e femminista» e un
concetto di maternità politica, «che nomina, ricorda, brucia le frontiere» (p.
23), trasformando il lutto privato in memoria pubblica (p.45).
La necessità e l’urgenza della pratica di ricerca messa in atto da queste donne,
infatti, è legata all’importanza di una contro-memoria, di una narrazione
collettiva e alternativa a quella “istituzionale”, la quale cancella le tracce
di solidarietà, autodeterminazione e resistenza delle persone migranti,
arrivando perfino a relegare all’oblio la loro stessa esistenza.
«Anche nella morte c’è un ordine razzista» (p.40), scrive Di Meo, e lo si vede
proprio nella decisione su chi può essere pianto e chi no, su chi può essere
sepolto secondo i riti funebri del proprio credo e chi no, su chi ha diritto ad
essere ricordato e chi no: come sottolinea l’autrice, «spogliare una persona
della possibilità di essere riconosciuta come tale anche nella morte significa
annullarne la soggettività, cancellare la memoria della sua vita e le relazioni
di cura che la sostenevano» (p. 42).
Lalouma sulla spiaggia di Steccato di Cutro, cercando oggetti e tracce della
madre deceduta nella strage. Cutro, marzo 2023 Bitou Touré e sua sorella Awa
Touré in Tunisia, durante le proteste contro gli sfratti dagli alloggi per le
persone migranti. Medenine, dicembre 2021 Jalila Taamallah, madre dei morti di
frontiera Hedi e Mahdi Khenissi nel luogo di sepoltura dei figli. Menzel
Bourguiba, maggio 2022 PH: Silvia Di Meo
In quest’ottica, l’atto del nominare 5, del ridare un’identità e del ricordare
coloro che si preferirebbe dimenticare, si conferma come un atto eminentemente
politico, che incrina e sbugiarda la “memoria ufficiale”, volta spesso a
deresponsabilizzare gli Stati e i governi e ad addossare la colpa ai singoli
individui che scelgono di partire.
«Dare un senso politico alle morti di frontiera», sostiene invece Di Meo,
«significa sottrarle alla retorica della fatalità o della colpa individuale e
restituirle al loro statuto reale: quello di eventi politici e strutturali […]»
(p. 190).
Se la donna in migrazione che chiede asilo viene accettata solo se rappresenta
«innocenza, innocuità, maternità» (p. 57), le madri di cui si parla in questo
libro diventano protagoniste di rivendicazioni politiche e artefici di alleanze
trans-nazionali, ad esempio nel caso dei contatti tra Las Madres delle persone
desaparecidas dell’America Latina e le madri tunisine in lotta per i propri
figli scomparsi nel Mediterraneo (pp. 246-252).
Come scrivono le donne messicane in una lettera che hanno inviato alle donne del
Mediterraneo, «Io non ho ancora trovato mio fratello, e molte di voi non hanno
ancora trovato i propri cari. Ma ci siamo trovate tra noi e anche questa è
speranza» (p. 249).
Risignificando il ruolo di madre, rendendolo una posizione pubblica e politica,
creando alleanze inattese, queste donne risignificano anche lo spazio domestico,
il concetto di “famiglia” e il confine tra privato e pubblico.
Lo fanno attraverso un insieme di pratiche che includono non solo la poesia, la
fotografia, la narrazione biografica, ma anche il cucito, i murales, i canti e
le danze, la realizzazione di manufatti che diano materialità alla memoria, come
per esempio il Lenzuolo della Memoria, realizzato nel maggio 2022 dalle madri
tunisine della sartoria di FreeFemmes – Artigiane per la libertà di movimento
che vi hanno cucito sopra i nomi delle persone care scomparse. La sartoria è
diventata, quindi, uno spazio di vita e lotta femminile collettiva, e il cucito
si è configurato come «strumento tramite cui condividere le esperienze dolorose
e dialogare sulle strategie di sopravvivenza» (p. 231).
Rania Ben Abdel Latif e Henda Ben Ali, sorella e madre di Wissem, morto in
Italia dopo la detenzione in CPR e la contenzione, mostrano i suoi vestiti.
Kebili, Tunisia, dicembre 2021 Ada indossa l’Abito della Libertà, realizzato dal
collettivo di donnne FreeFemmes Artisanes pour la Liberté de Mouvement.
Medenine, febbraio 2022 Oumaima Mrouki, sorella di Adem Mrouki, nella sua casa a
Teboulba. Ottobre 2024 PH: Silvia Di Meo
Sebbene anch’esso attraversato da tensioni e asimmetrie, manifestate nei
racconti delle donne provenienti dall’Africa subsahariana sul modo in cui
avevano subito discriminazioni razziste anche dalle stesse donne tunisine, il
lavoro del ricamo, da semplice tecnica artigianale, è diventato strumento di
emancipazione e critica politica, in cui «si condensa una politica della vita
che resiste» (p. 266), fatta anche di emozioni mobilizzatrici, intese nel senso
in cui Audre Lorde intendeva la rabbia: «la mia rabbia è sempre anche in parte
un tributo alla memoria delle mie sorelle cadute […] La rabbia delle donne può
portarci a conoscere le differenze, e così trasformarle in potere. […] La mia
risposta al razzismo è la rabbia. Questa rabbia ha creato lacerazioni nella mia
vita solo quando è rimasta inespressa, inutile a chiunque» 6.
Il grande merito del libro di Silvia Di Meo è di farsi testimone non solo di
questa rabbia, ma anche delle altre emozioni, delle storie e delle azioni di
tutte le donne che non si sono arrese, fornendoci uno strumento necessario ed
estremamente utile per la ricerca accademica e per l’attivismo e la militanza
politica, in cui spesso si rischia di reiterare quelle stesse forme di
“colonialità del genere” che si vorrebbero evitare.
Le lotte di Siwar, Bintou, Ada, Nadeje, Juelle, Oumaima, Mariama, Rania, Henda –
le donne con cui l’autrice ha intessuto relazioni e amicizie, e che impariamo a
conoscere anche noi tramite la lettura – e di tutte coloro che continuano a
sperare, cercare e resistere, ci dimostrano che «senza la cura reciproca non c’è
lotta» e che «la lotta serve, noi non possiamo dimenticare» (p. 161).
Gamra Reik e sua nipote Beya davanti al murale dedicato a Lazhar Chaieb, morto
nel 2019 a Lampedusa. Sfax, maggio 2023 CommemorAzione a Tunisi delle famiglie,
febbraio 2022 PH: Silvia Di Meo
1. Antropologa e ricercatrice, conduce le sue ricerche tra Sicilia, Tunisia e
Libia ed è cofondatrice dell’associazione MEM.MED Memoria Mediterranea, che
si occupa del supporto alle famiglie delle persone migranti nella ricerca
dei corpi dei propri cari defunti o scomparsi nell’attraversamento del
Mediterraneo ↩︎
2. Cfr. Maria Lugones, Coloniality of gender, Worlds & Knowledges Otherwise, 2,
2008, pp.1-17 ↩︎
3. Su questo tema è fondamentale anche il libro di Camille Schmoll, Le dannate
del mare, Astarte, Pisa 2023 ↩︎
4. Sull’harga si veda ad esempio la tesi di laurea di Cristina Baroni ↩︎
5. Per comprendere i tentativi pratici e quotidiani di nominare e ricordare;
segnaliamo anche l’intervista di Alessia Cesana a Silvia Di Meo su
Altreconomia ↩︎
6. Audre Lorde, Gli usi della rabbia: le donne rispondono al razzismo,
Intervento di apertura del Convegno nazionale della Women’s Studies
Association, Storrs, Connecticut, giugno 1981, in A. Lorde, Sorella
Outsider, Meltemi 2022 ↩︎