Porre fine al terricidio

Comune-info - Sunday, September 27, 2026

Vivono in uno dei territori del Sud del mondo in cui il capitale conduce con grande ferocia la sua guerra contro la vita, ma hanno imparato a resistere e a reinventarsi nel tempo, mettendo la loro cosmovisione in un dialogo costante e profondo con la Terra. Terricidio è un’espressione nata dal calore delle lotte delle comunità che vivono per la difesa del territorio mapuche, un’espressione che ricorda come nel mondo ci sono ovunque persone che sanno amare la Terra, che vivono in armonia con essa, ma vengono perseguitate, assassinate. Una parola che esorta ad abbracciare insieme la sofferenza di tutte le vittime dell’Idra capitalista, patriarcale, coloniale e specista, perché tutte le vite e le forme di vita sono intimamente connesse. Terricidio. Saggezza ancestrale per un mondo alternativo (traduzione di Diego Ferraris e Anna Mary Garrapa) è il libro di Moira Millán, scrittrice mapuche, che invita non solo ad abbattere i confini che separano le tante e diverse lotte diffuse nel mondo, ma anche a superare le barriere identitarie. L’introduzione del libro (scritta da Lucia Linsalata, Diego Ferraris e Anna Mary Garrapa) che, dopo un primo appuntamento con Moira Millán, sarà letto e discusso in altri due incontri on line il 5 e il 12 ottobre

Foto di Raúl Zibechi (leggi anche La montagna sacra e il terricidio)

Moira Millán è una scrittrice mapuche nata con un newen (spirito) weychafe. «Weychafe» deriva dalla parola mapudungun «weychan», che significa «combattere». Molti traducono weychafe con la parola guerriero. Ma Moira non è una guerriera. Come lei stessa sottolinea nelle pagine del suo libro, la nazione mapuche non è mai stata una nazione espansionista o bellicosa. Le donne, gli uomini e le persone non binarie del popolo mapuche combattevano solo quando erano chiamate a difendere le loro vite e il territorio che le protegge e le sostiene: la Mapu, la loro terra, la Terra, di cui sono figlie, figli, figl* e custodi (Mapu o Puellmapu sono i nomi – in mapudungun, lingua mapuche – della terra ancestrale del popolo mapuche che è attualmente divisa tra l’Argentina e il Cile). Ecco perché Moira Millán non si definisce una guerriera ma una guardiana.

Guardiana della Mapu, difensora della vita, Moira è una donna che lotta al fianco di altre donne e gruppi dissidenti per la dignità del suo popolo, per il recupero del suo territorio, per mantenere viva la sua lingua e, con essa, la memoria ancestrale di un popolo che si rifiuta di essere sterminato. Le sue armi principali sono le parole, parole antiche e nuove, coltivate nelle lunghe conversazioni collettive intrecciate nella lotta quotidiana, conversazioni che, essendo tessute in comunità, organizzano il pensiero e il sentimento collettivo di un popolo.

In Terricidio, il suo secondo libro, Moira Millán ci invita a navigare in una narrazione che articola la scrittura biografica e il saggio politico con la memoria e la visione collettiva dei lof (comunità) mapuche di Puellmapu. Con uno stile semplice ma profondo e penetrante ci avvicina agli orrori subiti dal suo popolo, ma anche all’intelligenza politica e all’immensa saggezza che le donne, gli uomini e le persone mapuche con identità di genere non conforme hanno coltivato durante oltre cinquecento anni di lotta contro i poteri coloniali. La saggezza tenace e ribelle di un popolo che ha imparato a resistere e a reinventarsi nel tempo: dalla propria cosmovisione, in un dialogo profondo con la Terra e con le forze cosmiche che la abitano. Questo è uno dei contributi più importanti del libro. Le esperienze, le parole e la molteplicità di espressioni mapudungun che Moira condivide con noi in questo testo riflettono un’alterità epistemologica contemporanea, una episteme indigena incarnata. Questa episteme sfida l linguaggio dei discorsi politici dominanti, illuminando modi molto diversi – e decisamente più speranzosi – di relazionarsi con la vita multispecie che i nostri territori ospitano e di lottare per la loro difesa.

Terricidio, la parola che dà il titolo al libro, è un’espressione nata dal calore della lotta per la difesa del territorio mapuche, un’espressione che emerge da un sentire differente, alternativo, che abbraccia tutto il dolore della Mapu. Moira ce lo ha spiegato così quando le abbiamo chiesto di raccontarci com’è nata questa parola.

Il concetto di Terricidio è nato in un periodo molto difficile. Viaggiavo tra le comunità indigene del nord dell’Argentina, parlando con le donne, mi raccontavano degli stupri, degli omicidi, delle sparizioni e di tutto ciò che stava accadendo alla terra, ai bambini, ai corpi trans. Mi sono resa conto che venivano usati molti concetti per discutere di questi temi: ecocidio, epistemicidio, genocidio, transfemminicidio; ma in realtà mancava una prospettiva indigena su queste brutalità. Perché ovunque andassi – non solo nelle comunità mapuche, ma in tutte le comunità – sentivo dire che la vita è indivisibile, che tutti gli esseri sono interconnessi, che tutte le forze sono interconnesse, che le nostre vite soffrono un impatto diretto quando altre vite e stili di vita vengono eliminati. Terricidio, come concetto innovativo, infatti, non mette il focus soltanto i sull’eliminazione delle vite, ma sull’eliminazione delle forme di vita. Quando una cultura scompare, quando una lingua viene sterminata, quando una pratica medica viene repressa o censurata, ciò ha un impatto, un impatto su tutti noi.

Ecco perché credo che quello di Terricidio sia un concetto necessario che dobbiamo sostenere, che dobbiamo usare per descrivere ciò che ci sta accadendo in questo momento storico. Soprattutto come risposta alla terminologia o alla nomenclatura dell’Antropocene, rispetto a cui dico sempre che il capitalismo non distribuisce mai nulla se non colpe. Ecco perché risulta che tutti gli esseri umani sul pianeta sono responsabili di ciò che sta accadendo, di questa grande crisi climatica e ambientale. Ma in realtà ciò a cui stiamo assistendo è un Terricidio: ci sono persone, ci sono popolazioni che amano veramente la Terra, che vivono in armonia con essa, eppure vengono perseguitate, assassinate. Quindi parlare di Antropocene significa negare che esista una parte dell’umanità che coesiste in armonia – o almeno ci prova – con la Terra. Pertanto ho ritenuto davvero importante sostenere una nuova terminologia che offrisse una caratterizzazione di questa realtà che prendesse in considerazione il punto di vista dei popoli tellurici («Tellurico» deriva da Tellus, antica dea romana della Terra, e si riferisce a tutto ciò che è legato alla terra, al suolo, all’elemento terrestre – in contrapposizione, ad esempio, all’aereo o al celeste – Quindi «popoli tellurici» può essere tradotto letteralmente come popoli legati alla terra, popoli della terra, ndr), dei popoli indigeni. Ed è così che è nato il concetto di Terricidio.

Voglio chiarire che nessuno di questi processi è stato solitario. Ecco perché non mi piace essere presentata come una scrittrice intellettuale, perché in realtà questi processi sono stati discussi, dibattuti e presenti tra i temi delle assemblee delle donne indigene che abbiamo tenuto attraverso il Movimiento de Mujeres y Diversidades Indigenas para el Buen Vivir. Quindi, dietro questo nome, c’è un percorso di voci collettive, e sebbene sia vero che io abbia dato un nome a questo concetto, il concetto in sé non è emerso da una bolla solitaria; è un concetto vissuto per millenni e proclamato oggi nelle voci delle moltitudini in lotta, nel grido di giustizia – ambientale, di genere, culturale – delle donne indigene. Quindi, per me, è molto importante sottolineare che è un concetto che nasce collettivamente. Tutto quello che ho fatto è stato dargli un nome ma l’idea, la percezione, la definizione di come siamo intrecciati nella trama della vita, di come la vita sia circolare e tutte le vite siano importanti e tutti i modi di vivere siano necessari, fa parte della saggezza ancestrale dei popoli (intervista realizzata da chi scrive all’autrice per via telefonica nell’estate del 2025).

Terricidio, dunque, è una parola che ci invita a dare un nome alle varie forme di uccidere che questo sistema capitalista, patriarcale, coloniale e specista ci impone quotidianamente. È una parola che ci invita ad abbracciare insieme la sofferenza per tutte le morti, perché tutte le vite e le forme di vita contano e sono intimamente connesse. Una parola che ci ricorda che siamo figli della Terra e che, in questa complessa rete di materialità viventi che è la Mapu, tutti gli esseri viventi e tutti i popoli sono interconnessi in un modo o nell’altro. Non esiste un “noi” separato da “loro”: la sofferenza degli altri (umani e non solo umani) è anche la nostra sofferenza, anche se viviamo in un mondo che ci rende insensibili e ci ha abituato a normalizzare stili di vita predatori, sostenuti a scapito della vita e della dignità di molti.

La sofferenza che Moira Millán descrive in questo libro è quella del popolo mapuche e, allo stesso tempo, quella di molti altri popoli che lottano contro la ricolonizzazione dei loro territori, l’estrattivismo dilagante del grande capitale e il genocidio silenzioso che continua a essere perpetrato in molti luoghi, come le terre mapuche di Puelmapu occupate dallo Stato argentino e da quello cileno. Ascoltare questo grido di dignità è oggi più necessario che mai.

La Patagonia è uno dei territori del Sud del mondo in cui il capitale transnazionale sta conducendo la sua guerra contro la vita con grande ferocia. Negli ultimi anni, e con crescente intensità durante la presidenza di Javier Milei, l’assedio contro il popolo mapuche per costringerlo a cedere le proprie terre si è intensificato drasticamente. Grandi proprietari terrieri, magnati internazionali e imprenditori di tutto il mondo hanno puntato gli occhi sulle immense riserve idriche, sui terreni coltivabili, sulle foreste e sui minerali della Patagonia, spingendo il governo argentino ad accelerare i meccanismi per espropriare le comunità mapuche dei loro territori ancestrali al fine di metterli in vendita e successivamente installare progetti estrattivi. Tra le minacce più urgenti del momento c’è quella dello Stato di Israele che, seguendo gli stessi principi con cui sta perpetrando il genocidio del popolo palestinese e la devastazione del suo territorio, rivendica ora i frutti dell’alleanza con il governo Milei, imponendo con la forza l’ingresso in Patagonia della Mekorot, la compagnia idrica statale israeliana, accusata dall’Onu di crimini contro l’umanità (si veda Mekorot: la empresa israelí denunciada por la ONU elegida para el manejo del agua, in «ANRed», 16 ottobre 2023, disponibile online). Mekorot, non a caso, è la stessa azienda che ha trasformato l’acqua in un’arma genocida contro il popolo palestinese. È la stessa azienda che detiene il monopolio di questa risorsa vitale nei territori palestinesi occupati e che, dall’inizio della nuova spietata offensiva militare israeliana nell’ottobre 2023, ha lasciato molte aree, tra cui la città di Gaza, senza acqua per il 95 per cento del tempo, sottoponendo la popolazione alla sete, al rischio di ingerire acqua contaminata e di sostenere costi esorbitanti per effimere quantità d’acqua. Oggi Mekorot sta assumendo la gestione del servizio idrico in dodici province argentine, tra cui la provincia di Chubut e il territorio del lof Pillañ Mawiza, da dove scrive Moira Millán. La violenza con cui lo Stato coloniale di Israele – in complicità con lo Stato coloniale argentino – cerca di impossessarsi delle risorse idriche della Patagonia è una delle tante manifestazioni del Terricidio che Moira denuncia in questo libro. È una delle espressioni della violenza genocida cui ricorre il nostro tempo, di fronte alla quale Moira Millán ci invita ad abbattere i confini che separano le nostre lotte e a riscattare la profonda consapevolezza che la Terra è la casa di tutti e che tutti noi siamo Terra

Una saggezza antica, quella espressa da Moira, che ci propone di articolarci a partire dal riconoscimento delle nostre differenze, di organizzarci superando le barriere identitarie, riconoscendo che siamo tutti e tutte parte della materialità vivente della Terra e che possiamo unirci nello scopo di difenderla, di reimparare a vivere senza distruggerla. Moira dice:

Non credo che la validità di questa lotta risieda nell’avere o meno sangue indigeno ma piuttosto nella nostra capacità di unirci attorno a uno scopo comune. In questa diversità di identità che incarniamo, ciò che conta è lo scopo che ci unisce. Il compito che spetta ai Popoli della Terra, in questo processo storico, è quello di unirsi come fratelli e sorelle, di essere nuovamente abitati dal coraggio, di rivendicare la saggezza della Terra, di uscire e combattere. Non possiamo perdere tempo […]. Abbiamo bisogno di unità e di agire ora. Non c’è tempo, non c’è tempo. È ora! Dobbiamo impegnarci e impegnarci. Non ci sono scuse.


Una delle tante forme con cui noi che scriviamo questa introduzione abbiamo deciso di assumere l’invito di Moira a unirci attorno a uno scopo comune, superando le divisioni identitarie che troppo spesso ci impediscono di costruire articolazioni politiche fertili, è stata quella di tessere tra noi una relazione di collaborazione per rendere possibile la traduzione, la pubblicazione e la circolazione di questo libro in Italia. L’edizione italiana di Terricidio è in effetti il risultato di un tessuto di lunghe conversazioni interoceaniche, cucinate a fuoco lento, inizialmente tra Moira, Patrizia, Anna, Diego e Lucia, e successivamente con la casa editrice Tangerin, e mille altre realtà. Questo fuoco lento, però costante e persistente, si alimenta di tanti vincoli di solidarietà internazionale che ognuna e ognuno di noi ha coltivato negli anni con i popoli indigeni dell’America Latina, vincoli che ci hanno portato in modo diverso a conoscere Moira e che hanno portato Moira ad aver fiducia in noi e a chiederci di tessere una nuova complicità politica attorno alla pubblicazione di questo libro. I tessuti collaborativi hanno lo straordinario potere di generare relazioni insperate e, a volte, di contagiare speranza, senso critico e capacità di agire. Quello che ha portato alla pubblicazione di questo libro ci ha permesso di incontrarci e riconoscerci oltre al libro in sé e all’amicizia con Moira; ci ha permesso di scoprirci come compagni e compagne di una stessa lotta che oggi si dispiega simultaneamente in diversi luoghi: la lotta per la difesa dei territori di vita, per la dignità dei popoli che si oppongono a essere estinti e per la riscoperta di quei saperi tradizionali diffusi ma spesso dimenticati, coltivati nei solchi profondi della storia, attraverso un dialogo costante e collaborativo con la Terra e con una molteplicità di altri esseri viventi con i quali condividiamo questo pianeta del quale tutti e tutte possiamo imparare a riconoscerci come figli, figlie e guardiane. Speriamo di cuore che questo tessuto collaborativo si espanda, si moltiplichi e ispiri mille altre conversazioni, forme di complicità politiche e collaborazioni possibili. Buona lettura.

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LETTURA COLLETTIVA DI TERRICIDIO
Dopo il primo incontro realizzato il 28 settembre, sono in programma altri due appuntamenti online per leggere e discutere insieme il libro di Moira Millán. Che cosa significa Terricidio? E che cosa può insegnarci la lotta del popolo mapuche sulla difesa della Terra, delle comunità e di tutte le forme di vita?

5 ottobre, ore 20,30
Lo sradicamento dalle forze cosmiche della Mapu e le possibili riconnessioni. Incontro con Alessandra Chiricosta
(a partire dai capitoli 11–15 del libro)
12 ottobre, ore 20,30
Memorie e rivoluzione tellurica: costruire alleanze nelle differenze
Con Marco Deriu
(a partire dai capitoli 16–22)

Gli incontri si svolgono online. Il ricavato sarà interamente destinato a sostenere il Gran Parlamento Mapuche in Puelmapu, nella Patagonia argentina, organizzato per difendere il territorio e l’esistenza del popolo mapuche. Per iscriversi e contribuire, è sufficiente seguire le indicazioni contenute nel modulo: LINK. Per informazioni: yabastamarche@libero.it

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