Uscire dall’economia: quattro dialoghi sul temaIL TEMA DELL’USCITA DALL’ECONOMIA È GIÀ STATO AFFRONTATO IN LIBRI E ARTICOLI,
SPESSO PROPRIO SULLE PAGINE DI COMUNE. IL PROBLEMA DI FONDO RESTA IL BISOGNO DI
FARE UN CONTINUO ESERCIZIO, NON SOLO TEORICO, PER DECOLONIZZARE IL NOSTRO
IMMAGINARIO, COMINCIANDO A LIBERARCI DALLO SGUARDO DELL’ECONOMISTA. QUESTO TESTO
ARTICOLATO DEI QUADERNI DELLA DECRESCITA (TRADUZIONE DI FRANCESCO ZEVIO) NON
SOLO AIUTA A RIORDINARE IL TEMA MA MOSTRA TUTTA L’ATTUALITÀ DI QUESTO SFORZO. IN
FONDO, SCRIVE SERGE LATOUCHE, LA ROTTURA CON LA SOCIETÀ DELLA CRESCITA MIRA
PRIMA DI TUTTO A RESTITUIRE AI CITTADINI IL CONTROLLO DELLA LORO VITA
Cascina Rapello (Lecco), cooperativa Liberi sogni
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Questi dialoghi hanno origine dalla provocazione lanciata nel 2022 dal mio amico
Paolo Cacciari, instancabile militante della decrescita. Dopo una prima fase
italiana, la controversia è ripresa in Francia nel 2025, sotto una prospettiva
leggermente diversa, in occasione di un’osservazione fatta al mio amico
decrescente Fabrice Flipo a proposito di un suo articolo 1. Ho conservato
traccia di questi scambi, che nel complesso sono stati di buon livello, e li ho
rimessi in ordine perché mi sono sembrati in grado di costituire un’introduzione
più vivace e didattica rispetto a una relazione accademica sul tema importante
ma difficile dell’“uscita dall’economia”. I protagonisti di questi dialoghi,
tutti in buona fede e animati dalla ricerca della verità, difendono il loro
punto di vista con convinzione, cercano di condividerlo senza cercare di
imporlo, cosa che al giorno d’oggi non è così comune in quella che un tempo
veniva chiamata la “repubblica delle lettere”. Come ricorda Paolo Cacciari nel
suo primo intervento, il tema dell’uscita dall’economia è già stato affrontato
in precedenza in numerose pubblicazioni, di cui cita le principali, in
particolare il libro scritto con Anselm Jappe, che in italiano porta proprio il
titolo Uscire dall’economia (Pour en finir avec l’économie, in francese).
Tuttavia, per entrare nell’argomento, non è necessario aver letto in precedenza
tutte o parte delle pubblicazioni citate, di cui sono riportati estratti
significativi negli allegati 1 e 2 di questi dialoghi 2.
Nel primo dialogo, Paolo Cacciari presenta in modo molto ben argomentato la
posta in gioco inerente al dominio dell’economia e i problemi sollevati da una
concezione troppo radicale di essa. Questo primo scambio, che ha avuto una certa
diffusione all’interno dell’italiana Associazione per la decrescita, ha
suscitato reazioni contrastanti che abbiamo ripreso in un secondo dialogo al
quale hanno partecipato, oltre a Paolo Cacciari e me, anche Paolo Scroccaro 3 e
Simone Lanza 4. Il primo dialogo ha dato luogo a un bell’articolo di Paolo
Cacciari che ne riprende il contenuto essenziale, precisando più ampiamente la
sua posizione personale 5; poi tutto è rimasto fermo fino al 25 gennaio 2025,
giorno in cui mi è stato inviato un bel testo di Fabrice Flipo che contiene la
proposta di «decostruire il significato di colonizzare e decolonizzare», ma che
si pone come primo obiettivo quello di «uscire dall’economicismo senza uscire
dall’economia come disciplina» 6. È stata questa conclusione a suscitare una
ripresa, su nuove basi, del dibattito sul tema dell’uscita dall’economia, con
l’aggiunta nel giro dell’amico Alain Caillé, fondatore del MAUSS. Dopo un primo
scontro che si è concluso con un armistizio e che costituisce il terzo dialogo,
il dibattito è rinato dal fuoco che covava ancora sotto la cenere, a seguito
all’invio di un’intervista di Gloria Germani che riprendeva favorevolmente le
mie posizioni7. Questa ripresa della controversia permette di circoscrivere
ancora più precisamente le questioni in gioco nel dibattito, la portata della
possibile conciliazione dei punti di vista e i suoi limiti.
Ci si potrebbe chiedere perché attribuisco tanta importanza al tema dell’uscita
dall’economia, che dopotutto non occupa un posto di rilievo nella letteratura
sulla decrescita e che suscita tante polemiche. Ciò deriva innanzitutto dal
fatto che, avendo trascorso lunghi anni a discutere sul tema dell’uscita dallo
sviluppo, ritrovo, a proposito della decrescita, gli stessi ostacoli e le stesse
difficoltà concernenti la decolonizzazione dell’immaginario. A torto o a
ragione, mi sembra che si tratti di un indicatore molto forte, paragonabile,
proporzionalmente, alla lotta di classe nel marxismo o al complesso di Edipo
nella psicoanalisi. È noto che è su questi punti che sono emerse le divergenze
tra rivoluzionari o radicali e riformisti o revisionisti. È proprio sull’Edipo,
in particolare, che Freud ha rotto con Jung, poi con Otto Rank e infine con
Sandor Ferenczi.
Il problema della trasmissione e della diffusione del messaggio della decrescita
è complicato dal fatto che gli intellettuali che per primi sono chiamati in
causa dalla questione sono economisti professionisti. Una situazione paradossale
ma inevitabile, che ricorda il sofisma del cretese attribuito a Epimenide8. Gli
altri destinatari, i profani, colonizzati a loro insaputa dall’immaginario
dominante, non sono preparati a mettere in discussione la pseudo evidenza
dell’esistenza universale e trascendente dell’economia. Ora, se la decrescita
implica una “discredenza”, questa è ovviamente la fede nella crescita, ma alla
radice di essa c’è, mi sembra, la fede nell’economia, vera e propria religione
della modernità.
Quando gli economisti affrontano il tema della decrescita, inevitabilmente ne
danno una lettura economica. La decrescita appare loro come un altro regime
economico o addirittura, al limite, come una variante dello sviluppo
sostenibile, invece che come un vero e proprio cambiamento sociale volto a
costruire un mondo in cui l’economia non esisterebbe più come entità autonoma e
in cui ciò che designiamo con questo nome (produzione, distribuzione, consumo
della ricchezza) sarebbe (re)inserito nel sociale. L’idea di «uscire
dall’economia», che implica la decolonizzazione dell’immaginario, semplicemente
non viene loro in mente, poiché ciò metterebbe in discussione la loro ragion
d’essere e, innanzitutto, la loro posizione istituzionale. Parlano quindi della
decrescita come di un progetto di «economia stazionaria in armonia con la
natura», di un’economia pensata «in modo diverso», di un’«economia post-crescita
e post-capitalista», di un nuovo «regime macroeconomico» 9. L’economia appare
loro come normale e naturale ed essi, per preservare il loro status di
economisti, inventano «l’economia ecologica» questa mostruosità concettuale:,
che può solo portare alla «crescita verde» che essi denunciano, peraltro
giustamente. Detronizzare l’economia dalla sua centralità pratica andrebbe
contro la loro formazione e metterebbe in discussione il loro status di esperti
di economia, sia essa vista attraverso una lente liberale, keynesiana,
socialista, marxista o decrescente. Un’economia decrescente è un’espressione che
è difficile non usare nella retorica dei dibattiti, forse, ma che costituisce
fondamentalmente un ossimoro. La trappola è tanto più difficile da evitare in
quanto viviamo in un universo totalmente economicizzato e la transizione verso
una società di abbondanza frugale proposta dal movimento della decrescita non
può avvenire dall’oggi al domani. La demercificazione del mondo, pianificata o
meno, non sfugge a ogni calcolo economico. L’uscita dalla società della crescita
non può avvenire senza compromessi con le forze “riformiste”. Come ricorda Paolo
Cacciari, il militante “decrescente” è portato a sostenere proposte che si
collocano ancora nello spazio economicizzato, come quella di cambiare l’indice
per valutare le società e passare dal PIL all’indice di felicità autentica
(happy planet index), anche se l’impronta ecologica è una guida migliore, più
sottratta al dominio dell’economico. Lo stesso vale per le lotte più concrete:
contro le grandi opere inutili, contro la pesca eccessiva, contro i pesticidi,
contro i megabacini, contro il nucleare eccetera…
Tuttavia, il malinteso alimentato dagli economisti professionisti è tanto più
grave in quanto i “profani” pensano che gli economisti, rifacendosi in modo
incantatorio a una mitica scientificità, siano più competenti di loro
nell’affrontare questo problema, mentre la rottura con la società della crescita
mira proprio a restituire ai cittadini il controllo della loro vita.
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1. PRIMA PARTE: IL DIBATTITO ITALIANO, 2022
Primo dialogo: conversazione con Paolo Cacciari
Paolo Cacciari [PC] Vorrei chiederti, sempre che tu ne abbia la possibilità, la
voglia ed il tempo, di fugare alcuni dubbi e perplessità che sono venuti a me ed
ad altri amici dalla lettura di alcune tue recenti interviste10. Le perplessità
vengono dall’uso dell’espressione “uscire dall’economia” e dal corollario:
“abolire il lavoro” (Travailler mois, travailler autrement ou ne pas travailler
du tout, Bibliothèque Rivages, 2021). Un’espressione che hai già usato in altri
impegnativi scritti di storia del pensiero economico (L’invenzione
dell’economia, Bollati Boringhieri, 2010, e, con Anselm Jappe, Uscire
dall’economia, Nimesis, 2018). Un’espressione che anche molti obiettori della
crescita e decrescenti convinti fanno fatica a capire. Perciò sono qui a
chiederti delucidazioni.
Serge Latouche [SL] Le tue domande girano tutte intorno al problema dato dal
senso dell’espressione uscire dall’economia. Ho tentato a varie riprese di
spiegare cosa ciò significhi nei miei libri, ma non mi è riuscito di
decolonizzare l’immaginario del naturalismo economico. Il punto di partenza
dell’intera questione è una scelta filosofica. Occorre cominciare dal dibattito
medievale noto come la “disputa sugli universali” sviluppatosi intorno a
Guglielmo d’Ockham tra nominalisti e realisti, per non tornare indietro ad
Aristotele e Platone e possiamo sostenere, come fanno i realisti, che dietro i
concetti esistano delle essenze o delle sostanze, e che queste trascendano la
storia, siano transculturali e dunque universali. In tal caso, in ogni cultura
esisterebbe una “economia”, e questo sebbene la parola in molte lingue non
esista. Leibniz sosteneva una tesi simile a proposito della religione. Tutti gli
economisti lo sostengono per l’economia. Io credo che questa posizione renda
insignificante ogni critica del sistema dominante, perché si potrà sempre
scovare un altro sviluppo, un’altra crescita, un’altra economia, un’altra
mondializzazione, fino a un altro capitalismo, ma alla fine la sostanza finirà
sempre per aver la meglio sull’alterità, come si è visto per lo sviluppo
sostenibile. Perciò, dopo essermi battuto con il concetto di sviluppo, sono
giunto a preferire una posizione nominalista, almeno per quanto riguarda la
realtà sociale. Se così non fosse, nel dibattito sulla decrescita sarebbe
difficile confutare quanti sostengono l’idea di un’altra economia (verde,
sostenibile eccetera…)
[PC] Tu affermi: «È chiaro che esistono delle alternative economiche al
neoliberismo, come ad esempio il vecchio keynesismo. Il problema è che delle
alternative economiche compatibili con la sostenibilità della nostra
civilizzazione non esistono. Perché? Perché qualsiasi tipo di economia
(keynesiana, liberista, socialista, etc) è incompatibile con l’ecologia. Per
questo insisto spesso, quando parlo di decrescita, sull’esigenza di “uscire
dall’economia”»11. Insomma dovremmo «fuoriuscire dal giogo dell’economia» (Jappe
e Latouche) nel suo insieme, «senza mezzi termini». Mi si pone quindi la
questione di cosa si debba intendere per “economia”, quale sia la sua fondazione
concettuale, la sua essenza epistemologica. Se per economia si intende la
“scienza economica” moderna, figlia della rivoluzione scientifica nel XVII
secolo, come costruzione monologica razionalistica, che accompagna la nascita,
giustifica le basi e teorizza le magnifiche sorti del capitalismo, non si può
che essere d’accordo: questa economia (mortifera, «che uccide» dice anche Papa
Francesco) va abolita al più presto. Le ragioni sono evidenti. La “scienza
economica” da cinquecento anni non ha fatto altro che studiare, misurare,
pianificare i meccanismi più efficienti al fine di massimizzare i rendimenti
delle risorse appropriabili, a partire dalla terra e dal lavoro, per giungere ai
saperi e ai sentimenti. L’economia, con i classici, si è dotata di un proprio
statuto autonomo, scientificamente sperimentabile e replicabile (imitando le
scienze naturali “dure”), autoreferenziale e quindi libero da qualsiasi
condizionamento esterno (religioso, filosofico, etico e persino biofisico). E
non c’è dubbio che il capitalismo, nella sua evoluzione travolgente, abbia
dimostrato di essere un sistema efficace (più produttivo di qualsiasi altro) e
capace di rigenerarsi attraverso metamorfosi spettacolari. È sopravvissuto
all’abolizione della schiavitù, al suffragio universale, a due guerre mondiali,
al ‘68; e c’è chi è pronto a scommettere che metabolizzerà anche il cambiamento
climatico vestendosi di verde. In forza di questi successi l’economia è potuta
salire al cielo come nella pala della Vergine Maria di Tiziano che ti stava alle
spalle dieci anni fa nella basilica dei Frari!12 L’economia è uscita dal novero
dei saperi razionali per diventare, da una parte (economia politica) una
teologia e, dall’altra, un sistema meccanico, matematicizzato di calcolo dei
flussi di materia e di energia che generano valore. Ma tu dici di più. Ad essere
messa in discussione non è solo l’economia politica nata nel XVII secolo, in
tutte le sue forme storiche “realmente esistite”: classiche, liberiste,
stataliste, social comuniste, miste, ordoliberali, neoliberiste,
finanziarizzate…; non si tratta solo di smascherare l’economicismo come forma
ideologica. Persino la stessa teoria bioeconomica elaborata da Georgescu Roegen
non giunge a «rinunciare all’economia come “scienza economica”». Sembra quindi
che tu voglia mettere in discussione l’intero campo semantico dell’economia. La
comune nozione di economia. Non è quindi più solo l’economia della crescita (e i
suoi sinonimi in un contesto capitalista: sviluppo e progresso) ad essere
indicata come la causa della catastrofe ecologica e sociale in corso, ma
l’economia in sé stessa.
[SL] Prendo il termine economia non nel suo senso etimologico ed antico, cioè
quello di regole di gestione della dimora, ma nel senso attuale, quello del suo
uso nei giornali e nella pratica o, detto altrimenti, l’economia realmente
esistente, che corrisponde più o meno a ciò che Aristotele chiamava
crematistica. Questa economia (far soldi coi soldi) reca in grembo il serpente
della crescita, ovvero dell’assenza di limiti, della hybris, della dismisura.
Costituisce inoltre l’essenza del capitalismo («accumulate, accumulate, questa è
la legge e questo dicono i profeti!», secondo la formula di Marx). Dunque, per
me, economia, capitalismo, crescita, sviluppo sono più o meno equivalenti. Non
si può davvero dissociare tra l’economia in quanto teoria e l’economia in quanto
pratica. Il discorso economico nasce dalla pratica e la pratica si nutre della
riflessione.
[PC] Se è così, i quesiti che mi pongo sono due. Uno di ordine più teorico e uno
con implicazioni politiche. Ecco il primo: è immaginabile concepire una forma di
civiltà non-economica, ultraeconomica, aneconomica (per dirla con Jacques
Derrida)?
[SL] Senza alcun dubbio. Tutte le civiltà, tutte le culture, salvo la nostra,
ignoravano l’economia quale definita qui sopra. O, se preferisci, essa era
“inserita” nel sociale, per dirla come Polanyi.
[PC] Se pensiamo semplicemente, banalmente, all’economia come il modo in cui gli
esseri umani si procurano ciò di cui hanno bisogno, cioè «le attività e i mezzi
volti a soddisfare i bisogni umani» (Praetorius, L’economia è cura,
Altraeconomia, 2019), ovvero: «le attività che gli uomini svolgono per
soddisfare i loro bisogni» (Claudio Napoleoni), funzionali alle esigenze
“sostanziali” (direbbe Polanyi), consustanziali alla vita, imprescindibili, non
solo materiali, di sussistenza e riproduzione, allora appare davvero difficile
negare che debba esistere una dimensione economica ineliminabile dell’agire
umano. Almeno da quando abbiamo lasciato il Paradiso terrestre.
[SL] Una tale visione è astorica e contraria alla lezione dell’antropologia (si
vedano Marshall Sahlins, Louis Dumont, David Graeber). A pensarla in questo
modo, dal momento che il concetto di bisogno è un concetto vuoto che riceve un
proprio contenuto solo attraverso una cultura, l’economia verrebbe a inglobare
la totalità della vita sociale. Sarebbe insomma la risposta globale data
dall’uomo al come vivere sulla terra.
[PC] Secondo quesito di ordine più pratico, che investe il rapporto del
movimento per la decrescita con alcuni altri movimenti. Tutti i movimenti
anticapitalisti e antisistema (compresi quelli più radicali e rivoluzionari, gli
anti utilitaristi, gli ecologisti profondi e gli anarchici, gli zapatisti…
esclusi forse solo i situazionisti) pensano che sia non solo possibile, ma
necessario reinventare e risignificare le attività economiche mettendole al
servizio della prosperità (seppur frugale) dell’intera umanità. L’idea è di
prefigurare e sperimentare forme di “economie altre” fondate su relazioni
mutuali, non utilitaristiche, non predatorie ed estrattiviste, ma rigenerative,
fondate sul dono, sulla reciprocità, sulla comunanza e sulla convivialità
solidale, sull’equità, la prossimità, la permanenza… Ogni forma di civiltà
sviluppa un corrispondente sistema economico. Se per economia intendiamo sistemi
di cooperazione sociale volti a soddisfare la produzione di beni e servizi utili
al buon vivere delle popolazioni, allora un’altra economia risulta necessaria.
[SL] Se si parte da quanto ho detto in precedenza, ne consegue che ciò che
risulta necessario non è tanto un’altra economia (e a che somiglierebbe?),
quanto un’altra società, un’altra civiltà, un’altra risposta al problema della
vita per l’uomo, detto altrimenti, un’altra cultura (nel senso antropologico del
termine).
[PC] È come per il lavoro. Un conto è volere abolire il lavoro salariato
(schiavo, subalterno, eterodiretto, astratto, alienante, impersonale… «di
merda», per citare, come fai tu, Graeber). Un altro conto è negare l’esigenza di
svolgere attività umane volte a migliorare le condizioni di sussistenza e di
cura della propria persona, ma anche degli altri esseri viventi, e migliorare la
vivibilità del pianeta. È come per le tecnologie. Un conto è l’automobile –
diceva Illich – un altro valore ha la bicicletta. Ci sono strumenti
disabilitanti il corpo e la mente, e altri che invece li possono fortificare. È
come per ogni branca del sapere. La lotta per uscire dalla civiltà della
crescita forse passa per la riappropriazione e la integrazione di tutti i
saperi, anche di quelli più parcellizzati e specialistici. Compreso quello
economico. Un conto è mettere in discussione lo statuto scientifico codificato,
autoreferenziale, isolato di una disciplina, contestare la sua pretesa di
spiegare fenomeni reali complessi e, soprattutto, la sua intenzione prescrittiva
e disciplinante. Un altro conto è negare l’esistenza di specificità (sempre
parziali) che compongono il pluriverso umano, le diverse forme di conoscenza e i
possibili, infiniti, diversi comportamenti sociali…
[SL] Certo, vi sono varie forme di conoscenza. Ogni società, ogni cultura, ogni
civiltà produce una propria divisione delle attività (prima di tutto fra i
generi). La civiltà occidentale distingue religione, arte, economia eccetera.
Tuttavia, fare di queste ultime delle categorie che trascendono la storia
costituisce, a mio parere, una forma di etnocentrismo. E questo vale ancor più
per il lavoro.
[PC] Qualche cosa di più, forse, ho capito dalle tue precisazioni, anche se non
ho gli strumenti culturali sufficienti per seguire i ragionamenti filosofici.
Probabilmente le mie difficoltà derivano da una differente attribuzione di
significato alla parola economia. Manca cioè una definizione condivisa, d’uso
comune. Non ho difficoltà a condividere la critica radicale all’“economia
realmente esistente” (penso comunque che uscire da “questa” economia sarebbe già
un passo avanti!). Capisco però che bisogna andare oltre, e formulare una
critica all’economia in sé e per sé stessa, come concetto dotato di una
“essenza/sostanza” universale a-storica, totalizzante, dominante, scorporata e
sovrastante tutte le dimensioni relazionali, umane, culturali, sociali,
filosofiche, religiose… quasi esistesse una economia in natura, al pari del
ciclo del carbonio e dell’ossigeno! Questa idea di economia codificata e unica
(come avverrà per altre discipline scientifiche sempre più specializzate e
separate: dalla medicina alla politologia, dall’astronomia alla sociologia,
dalla meteorologia alla psicoanalisi…) ha una data di origine, un luogo di
nascita e una fonte battesimale: il capitalismo di Locke e poi di Adam Smith.
Tuttavia faccio fatica ad immaginare una società/cultura/civiltà in cui gli
individui non abbiano l’esigenza di svolgere attività utili al loro corpo e alla
loro mente, di sostentamento, cura, rigenerazione, riproduzione; e le modalità
con cui ogni società sceglie di svolgere queste attività connotano le
caratteristiche della loro civiltà. Le società matrifocali svilupparono una
“economia” materna. Quelle patriarcali una “economia” di guerra. Quelle
contadine una “economia” di permanenza (Joseph Kumarappa13). E quante altre ve
ne sono!… Così come per il lavoro, che non è sempre stato e non è (ancora) tutto
merce salariata. Abolire il lavoro salariato non è la stessa cosa che abolire
ogni tipo di attività umana utile a soddisfare le proprie esigenze. Ricordi che
Illich evoca un’economia di sussistenza che crea valori d’uso non mercificabili.
Tu stesso dici che ogni società umana dovrà organizzare in qualche modo la
produzione della propria vita, cioè «utilizzare ragionevolmente le risorse del
proprio ambiente e consumarle attraverso beni materiali e servizi». Ecco, per me
il pensare economico (il sapere economico) è esattamente questo: banalmente,
economizzare le energie e gli sforzi necessari a creare beni e servizi utili in
ambienti biofisici limitati (che non è sinonimo di scarsi). Frugalità significa
parsimonia. In questo penso che svolgere attività umane produttive e
riproduttive sia davvero un’esigenza connaturata all’esistenza (non solo umana),
universale e naturale. Non vedo alternative, se non l’inedia. E questo – a me
sembra – è un grande campo di iniziativa pratica e politica per mettere con i
piedi per terra l’idea della società post-crescita, della decrescita.
Esattamente come dici tu: non si tratta di rinunciare a nulla, ma proprio il
contrario e cioè impossessarsi di beni inestimabili che ci hanno fatto mancare:
l’aria pulita, l’acqua, il paesaggio, il tempo per coltivare relazioni umane, le
attività libere che rigenerano la mente e i corpi. Insomma: la realizzazione
delle condizioni essenziali per un buen vivir. Non smetto di pensare che la
decrescita sia un processo di liberazione.
[SL] Non pretendo, a differenza degli economisti, che la mia analisi sia la sola
giusta. Penso che la teoria economica ci restituisca una visione troppo parziale
e limitata della realtà. Essendo stato (de)formato in quanto economista e
particolarmente sensibile ai pericoli e ai danni dell’economicizzazione del
mondo prima al Sud, poi al Nord, cerco di attaccare il male alla radice: cioè
nelle parole (si veda il mio libro L’invenzione dell’economia). Per l’umanità, a
differenza degli animali, le attività di cui parli (sia produttive che
riproduttive) non sono né universali né naturali nel loro contenuto. Esse si
realizzano attraverso una cultura. Per questa ragione ciò che chiamiamo
economia, come ciò che chiamiamo religione, politica, arte e così via, fanno
parte di ciò che Aristotele chiama etica, cioè il sapere del comportamento: come
viviamo e come dovremmo vivere. Ogni cultura classifica le varie attività e ne
parla a modo suo. Per questo motivo, la questione dell’universalismo
dell’economia si ricollega a quella del pluriversalismo, ma questa è un’altra
storia, come direbbe Kipling…
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2. PRIMA PARTE: IL DIALOGO ITALIANO, 2022
Secondo dialogo italiano
La diffusione del primo scambio all’interno dell’italiana Associazione per
decrescita ha suscitato reazioni contrastanti di cui tenteremo di rintracciare
il percorso.
Paolo Scroccaro 14 Come già sai, noi ecofilosofi siamo d’accordo con quanto
scrivi circa la necessità di uscire dall’economia, come pure dalla forma-lavoro
e dal valore. Per restare su questo tema, mi permetto di domandarti cosa ne
pensi delle critiche alle tue posizioni espresse nel primo numero del bollettino
«Sortir de l’économie», a proposito di Polanyi 15. Qual è la tua opinione?
Estratto da Uscire dall’economia n°1(Clément Homs)
Non possiamo che mostrarci perplessi di fronte alle conclusioni che trae Serge
Latouche dalle sue pertinenti prospettive su Karl Polanyi e la sua «economia
sostantiva» in La déraison de la raison économique (nel capitolo En deçà ou
au-delà de l’économie, pp. 167-188). Ci domandiamo come, dopo aver portato
avanti una critica implacabile all’economismo ontologico di Polany, Latouche
rifà la mossa di Castoriadis sull’economia che non deve più essere “fine” ma
ridivenire mezzo. «Al di qua dell’economia» sarebbe appunto la
«reincorporazione» inautentica del «mezzo», che è l’economia, nel sociale, mossa
che continua a postulare la naturalizzazione dell’economico, come Latouche ha
ben mostrato. Egli parla, per opporsi a questo progetto di tornare a un «al di
qua» dell’economia per «reincorporarla», di scegliere la direzione contraria di
un «al di là dell’economia», quindi di optare per un rifiuto della prospettiva
di Polanyi. Latouche resta tuttavia molto ambiguo quanto a questa rottura,
poiché parla contraddittoriamente di una «vera reincorporazione» (p.186)
dell’economia nel sociale, ciò che del resto postula ancora la naturalizzazione
di questo «nuovo economico» attraverso il semplice reimpiego della metafora
polanyiana della «scorporazione». Allora si tratterebbe di sapere e di scegliere
tra «al di qua» e «al di là» dell’economia? La contraddizione precipua
dell’opera stimolante di Latouche sta nel fatto che egli sembra ancora
invischiato in questa alternativa e non sembra aver mai saputo scegliere tra
questa «vera reincorporazione» e l’«uscita dall’economia» che pure ha proposto,
ed alla quale noi ci richiamiamo.
Serge Latouche Ero del tutto ignaro di questa pubblicazione di Clément, ma sono
contento di avere l’occasione di rispondervi. È chiaro che, se restiamo
attaccati alla lettera dei testi evocati, ritroviamo delle formulazioni
contraddittorie. E questo per due ragioni principali. Prima di tutto, come
mostrato da Louis Dumont nella sua prefazione all’edizione francese de La grande
trasformazione, il pensiero di Karl Polanyi è contraddittorio. La sua idea di
una economia sostantiva non sta in piedi, ma resta fondamentale, proprio come la
sua analisi dell’emergere dell’economia. Occorre dunque imparare a giostrarsi
con questa nozione paradossale di «incorporazione/scorporazione» che è al
contempo seducente e significativa. Prima della sua autonomizzazione, l’economia
in sé e per sé semplicemente non esisteva, ma le pratiche che in seguito saranno
definite «economiche» esistevano eccome. Si tratta dunque di una visione
retrospettiva, una comoda proiezione che sfocia nell’idea ingannevole di
un’economia sostantiva la quale, a sua volta, sfocia in un naturalismo
dell’economia che distrugge tutta la portata sovversiva della sua analisi. La
seconda ragione è che, su questo punto, il processo di decolonizzazione
dell’immaginario non può che appoggiarsi alla situazione esistente. Dire che
bisogna uscire dall’economia, quindi pensare un al-di-là dell’economia e la sua
abolizione, si fonda sul fatto che l’economia non è sempre esistita e che dunque
vi fu un al-di-qua dell’economia. L’impiego di formule come «reincorporazione»,
che fa eco al concetto di «scorporazione» impiegato da Polanyi, è
pedagogicamente significativo sebbene, qualora tali formule venissero prese alla
lettera, si rivelerebbero come effettivamente improprie. Abbiamo spesso bisogno
di un al-di-qua per pensare un al-di-là. Parimenti, ricorrere ai precursori
della decrescita aiuta a concepire quella che potrebbe essere una società della
post-crescita. Se ci solleviamo al di sopra della lettera, se consideriamo lo
spirito dei passaggi in cui parlo di uscire dall’economia, è chiaro che
l’espressione è assunta nel senso della Aufhebung hegeliana: quindi di una
abolizione/assunzione/superamento.
Paolo Cacciari aveva nel frattempo redatto una sintesi degli scambi che formano
la prima parte di questo scritto. La conclusione della sintesi, che riprendiamo
qui sotto, riapre il dibattito.
Paolo Cacciari La società a cui miriamo è quella in cui le donne e gli uomini
sono capaci di prendersi cura della propria vita, di quella degli altri e del
pianeta. Per riuscirci, ritengo, ci sarà bisogno di sperimentare e definire
altre forme di approvvigionamento, lavorazione, distribuzione, utilizzazione,
rimessa in circolo degli stock e dei servizi che la natura ci mette gentilmente
(gratuitamente) a disposizione (comprese le nostre stesse capacità di lavoro).
In attesa di trovare un nome diverso a questo modo di agire e di pensare,
proporrei di chiamarlo “economia della cura”.
Serge Latouche Se l’opposizione tra ipotesi nominalista e ipotesi realista è
affrontata con atteggiamento dogmatico per farne dei discorsi di verità, e se
avviene lo stesso per la loro trasposizione socio-antropologica (ovvero
l’opposizione tra naturalismo e relativismo), i punti di vista sono
inconciliabili. Lo stesso accade col discorso degli economisti e quello di
Clément Homs nei suoi rilievi alla mia critica di Polanyi, rievocati qui sopra.
Tuttavia, nel dibattito d’idee portato avanti non dogmaticamente tra
intellettuali militanti in buona fede, si ricercano le argomentazioni capaci di
convincere colui che non condivide la nostra analisi per rinforzare l’alleanza
necessaria a portare a compimento trasformazioni pratiche giudicate necessarie.
Si tratta allora di trovare la buona retorica per convincere gli indecisi
tramite la ricerca di compromessi accettabili. Tu ritieni che la ricerca di
un’altra economia, nonostante tutte le ambiguità a cui l’espressione può dar
adito, è più efficace che la preconizzazione di un’uscita dall’economia come
portata avanti da me. Forse non hai torto. E tuttavia, avendo portato avanti una
lunga lotta contro l’illusione di un «altro sviluppo», sono giunto a questa
posizione radicale che difendo. Credo che anche Mauro Bonaiuti, come me
economista di formazione, sia arrivato a questa stessa conclusione, sebbene per
vie diverse. Tuttavia, siccome nessuno può balzare oltre il proprio tempo, come
diceva il vecchio Hegel, tengo conto della necessità di parlare di economia
incorporata o scorporata, ciò che mi rimprovera Clément Homs. Ne concludo che
l’ipotesi naturalista/universalista è difendibile e che non può essere rifiutata
in toto, come pure che non si può spingere l’ipotesi relativista/nominalista ad
una radicalità estrema ed esclusiva. Questo è quel che si dice ragionare
dialetticamente, secondo me.
Paolo Scrocarro Ormai tutto è chiaro! Eccellente la tua risposta su Polany: devo
dire che le tue posizioni sulla critica dell’economia mi paiono ragionevoli e
perfettamente condivisibili, mentre altri, su questo tema, sono o eccessivamente
polemici, o chiaramente schierati nel campo opposto quando difendono l’economia
considerandola qualcosa di naturale e universale.
Simone Lanza 16 Quanto all’economia, proprio come tu dici, Serge, si tratta di
un problema di eurocentrismo. Essendo cresciuto con le categorie
dell’antropologia economica, mi è difficile pensare che l’economia, come l’arte,
non esista in tutte le culture. Quando voglio far comprendere ai miei allievi
che l’individuo è un’invenzione, mi servo di questo esempio: racconto che, se
dessi un test per misurare il quoziente intellettivo ad una popolazione
australiana, invece di realizzarlo individualmente, si metterebbero in gruppo
per cercare le risposte. Tuttavia, dal momento che ciò non è autorizzato e che
il test deve essere svolto individualmente, gli indigeni australiani non
comprenderebbero perché il problema debba essere risolto nell’isolamento di
ciascuno. In che senso l’individuo non esiste? Voglio forse suggerire che non
esiste una persona che nasce e muore, o piuttosto che la nostra idea di
individuo non è universale?
È così che, cercando con ostinazione qualcosa di universale, ci ritroviamo a
dare definizioni banali e inutili del tipo: “l’economia, ovvero… le attività che
gli uomini realizzano per soddisfare i loro bisogni…”. Quali bisogni? Quali
attività? E, in fin dei conti, è per noi estremamente difficile comprendere che
persino il lavoro è un’invenzione! E subito è necessario distinguere il lavoro
salariato dalle altre forme di lavoro. Ma prendiamo il lavoro di cura: dove
comincia e dove finisce? “Perdere” del tempo per preparare un buon pranzo… di
che si tratta? Di lavoro? Perché non parlare direttamente di cura rifiutando
l’espressione lavoro di cura? Forse perché ve ne è una parte (sempre più
importante) che è salariata? Il punto della tua analisi che a mio avviso
facilita le cose, è quando ti riferisci alla crematistica di Aristotele e alla
questione dell’hybris, della dismisura, dicendo che, nella modernità, economia,
capitalismo, crescita e sviluppo sono più o meno equivalenti. Le pagine di
Castoriadis su Marx ed Aristotele nelle quali egli spiega come Marx non abbia
superato Aristotele sono state per me illuminanti, perché riassumono l’intera
questione: il fine, il valore, il senso dello scambio.
In passato, per spiegare Marx (non sono mai stato membro di alcun partito: ma
ricordo che vi erano, nelle associazioni dei giovani marxisti, dei manuali di
formazione), si partiva dalla distinzione tra valore d’uso e valore di scambio.
È Aristotele che scopre l’economia, per dirla alla Polanyi. Ora queste categorie
del valore (d’uso e di scambio) e quelle relative alla finalità, che Marx
riprende da Aristotele e che non sono universali, sebbene ci permettano di
spiegare molto, sono le categorie determinanti. Il problema è che, oggi, nessun
umanista o post-umanista, nessuna società della decrescita può essere
compatibile con la crematistica: con lo scambio finalizzato all’accrescimento
del denaro.
Non capisco perché Cacciari, che ha tutti gli strumenti culturali sufficienti a
seguire i tuoi ragionamenti filosofici, finisca col riproporre l’economia
materna, l’economia di guerra, l’economia della permanenza… allora può darsi che
ad essere sottintesa sia la posizione di Salhins: l’economia di sussistenza non
esiste, e con lei non esiste alcun tipo d’economia, semplicemente perché nelle
altre società non esiste un’attività di sussistenza! Mi sembra che, per lui, la
difficoltà consista nel fatto di non voler rinunciare all’idea che esista
un’attività di sussistenza in ogni cultura, cioè una sussistenza premessa e
presupposta (e non esterna) ad ogni cultura. Quando parla di economia, non
dovrebbe piuttosto parlare di sussistenza? Un qualcosa di materiale ineludibile
e precedente qualsiasi cultura? Se dunque Cacciari fatica a immaginare qualcosa
di questo genere, come potremmo uscirne?
E poi c’è un’altra questione, probabilmente non molto pertinente. Secondo me, la
questione della decrescita è ancora più urgente, se la via riformista
costituisce la via verso un cambiamento radicale, perché l’unica via riformista
per uscire dall’economia sembra consistere nell’idea socialista del lavorare
meno ma lavorare tutti. Ciò significa che la medesima attività produttiva deve
essere eseguita da più persone; ad esempio che la stessa attività che ora
necessita di 1000 ore di lavoro ed è viene eseguita da 10 lavoratori (in ragione
di 100 ore ciascuno) potrà essere effettuata da 20 che lavoreranno la metà. Ora,
di fatto, questo significa rinunciare alla produttività, poiché , non è
realistico pensare che 20 lavoratori a 50 ore svolgano lo stesso lavoro che 10 a
100, cosa che è risultata chiara con l’introduzione della legge delle 35 ore in
Francia. Ciò significa imporre ai datori di lavoro il fatto che il criterio del
valore del lavoro è più importante dell’interesse dell’impresa. Qui parlo di via
riformista, della via per uscire dall’economia al fine di muovere verso
l’abolizione dell’economia. Si tratta insomma di stabilire una finalità sociale
più importante che la massimizzazione del profitto. In fondo, si tratta solo
dell’introduzione di un limite. Il divieto di lavorare più di 30 ore e non prima
dei 18 anni deve semplicemente essere rispettato. Per uscire dall’economia
occorre cominciare dall’imporre dei limiti: sia alla finanza che all’economia
stessa.
Paolo Cacciari Le mie considerazioni, che spero essere complete, sulla questione
specifica del senso da dare all’espressione «uscire dall’economia» le ho riprese
in un articolo pubblicato su comune-info.net 17. Come vedrai, se avrai tempo e
voglia di leggerlo, le mie obiezioni non si elevano fino alle cime filosofiche
(anche a me pare che Aristotele distingua, a ragione, tra economia e
crematistica), né a quelle dell’antropologia (non mi pare che Salhins neghi il
fatto che le società primitive si ponessero, a modo loro, il problema della
sussistenza) e ancor meno a quelle del «pensiero economico moderno». Le mie
obiezioni miravano più semplicemente a mettere in guardia sugli effetti, a mio
avviso equivoci, della riduzione a uno slogan mediatico (“uscire dall’economia”)
di un ragionamento che necessita d’essere accuratamente argomentato. Se il
progetto della decrescita è sociale e civile, allora i suoi seguaci dovrebbero a
mio parere tentare di promuovere un movimento capace di incarnarlo, qui ed ora.
Ma, in fondo, come anche tu lasci intendere, vi sono dei sottintesi. Tu affermi
che l’arte, ma potremmo dire lo stesso della religione e di tutte le forme del
pensiero, non esiste in tutte le culture. A me pare che, nel corso
dell’evoluzione di homo sapiens, non siano mancate forme espressive che
definiamo artistiche, o forme del pensiero metafisico. Il problema è che, a
partire da un certo momento (sono fra coloro che ritengono ciò sia accaduto con
l’avvento del pensiero scientifico moderno) i diversi ambiti della conoscenza si
sono specializzati e separati, acquisendo uno statuto di pretesa scientificità
(appunto) codificato, autonomo, autoreferenziale. E in più machista e
patriarcale. Ciò è avvenuto col pensiero economico, ma anche con molti altri.
Ora: quel che mi chiedo è precisamente se si può dire di “uscire” dall’arte,
dalla medicina, dalla psicanalisi, dalla matematica, dall’antropologia, dalla
sociologia… dalla pedagogia? O se forse non è più corretto, oltre al fatto
d’essere più comprensibile a dirsi: usciamo dall’istituzionalizzazione e dalla
professionalizzazione della «medicina capitalista» (scriveva Illich). Non mi
pare che Franco Basaglia abbia mai negato l’esistenza della malattia mentale 18.
Ma in base a ciò possiamo forse affermare che avesse una visione etnicistica,
eurocentrica e universalista incapace di cogliere le differenze di contesto
storico e sociale? Ora tu mi smentirai subito, se per caso mi sbaglio, però non
mi sembra nemmeno che Paulo Freire abbia mai parlato di “uscire dalla
pedagogia”, ma solo dalle forme di pedagogia che opprimono.
Impiegare una terminologia comprensibile non è mai cosa banale. Certo, possiamo
modificarla. Certo, possiamo dare un senso nuovo a vecchie parole (senso,
comunità, ecologia…) o inventarne di nuove (matrie, per esempio, che mi
affascina molto; come pure ecopedagogia o appunto decrescita, che mi sembra
l’unica parola che il sistema non è ancora riuscito a inglobare) ma si tratta di
un lavoro culturale profondo. Il pensiero femminista, per esempio, sta tentando
di promuovere il concetto di cura (care). Nel suo ultimo libro, che trovo molto
bello, Vandana Shiva parla di economie della cura… al plurale, proprio per
evitare generalizzazioni, universalismi, forme di etnocentrismo e così via.
Siamo chiari: in ogni civiltà-cultura-società, vi sono attività che servono
direttamente o indirettamente alla sussistenza e che hanno sempre richiesto
tempo, energie e risorse. E tuttavia non è detto che queste attività debbano
essere considerate come autonome e separate dal contesto della vita, delle
credenze e dei valori che regolano le relazioni tra individui. E questo nemmeno
all’interno del capitalismo, tra l’altro, se è vero che l’economia ha rinunciato
ad essere una scienza razionale per entrare nella sfera fortemente radioattiva
della religione!
Pietro Barcellona (e non è il solo, credo) diceva che i bisogni – quindi le
esigenze le necessità non solo materiali – sono sempre socialmente determinati
19. Questo è appunto il campo dell’iniziativa civilizzatrice della
trasformazione dei paradigmi sociali. L’azione politico-sociale è quella che
permette di cambiare i bi-sogni, i doppi sogni – come dice Fumagalli – e di
cambiare le attività che permettono di soddisfarli all’interno delle relazioni
sociali 20. Se non vogliamo chiamare lavoro queste attività, bene! Via con altre
proposte! Personalmente, attività di cura mi pare perfetto. È proprio per questo
che le ecofemministe dicono economia della cura (Ina Praetorius 21). Il che è
come dire: non v’è economia né lavoro che non debbano essere cura di sé, degli
altri e del pianeta. Questo mi sembra un concetto chiaro e comprensibile. E in
totale sintonia con il pensiero della decrescita.
Per concludere, sono del tutto d’accordo sulla questione “riformista” della
riduzione del tempo di lavoro necessario (come direbbe Marx) e dell’eguale
ripartizione del «dividendo sociale» per rompere col produttivismo, con la
separazione tra lavoro produttivo e riproduttivo e via di seguito, liberando un
po’ il lavoro (ed eccolo che ritorna!) dalle costrizioni del capitale. Certo non
è ancora l’abolizione del lavoro salariato, dipendente e subordinato… ma ciò
farebbe da apripista per la sperimentazione di altre forme di economia e di
lavoro di cura.
Simone Lanza Grazie per questi sviluppi precisi, anche se tutta
l’argomentazione, formulata nei medesimi termini nel tuo articolo «uscire
dall’economia» mi pare largamente condivisibile. Anche a me sta particolarmente
a cuore il nucleo teorico e pratico: la volontà di non creare divisioni
ontologiche tramite un cattivo uso delle parole, da cui possono derivare dei
distinguo puramente ideologici, o ancora il divorzio tra teoria e pratica, cosa
a cui giustamente poniamo entrambi grande attenzione. Le due obiezioni sono
dunque benvenute, in particolare alla luce dell’impatto sociale che, in quanto
movimenti, siamo capaci di generare e che resta, purtroppo, pressoché
impercettibile. Difficile, per la decrescita, riuscire a provocare una presa di
coscienza personale in grado di avere un’incidenza concreta. Questa difficoltà è
comune a tutti i movimenti antisistema. Capisco che l’espressione «uscire
dall’economia» sia uno slogan che «incontra difficoltà di comprensione e genera
confusione anche in molti lettori», soprattutto per quanti sono impegnati nel
proporre un’altra economia. Condivido in tutto e per tutto la constatazione che
la «base sociale» della decrescita è la galassia delle «altre economie» volte
alla creazione di valori d’uso, ma occorre precisare due cose. Primo: non
esiste, in natura, un’economia . Secondo: la distinzione principale è tra valore
d’uso e valore di scambio, tra crematistica ed economia. Credo che per il resto
si tratti di dettagli. Significativi, certo, ma dettagli. Non so se Serge sarà
d’accordo, ma io lo sono. Dobbiamo pure riconoscere, tra di noi, che il rischio
ideologico è sempre in agguato. I movimenti antisistema, invece di ricercare
radici e prospettive comuni, finiscono spesso per dividersi sulla base di parole
d’ordine ideologiche. Quindi, se lo slogan «uscire dall’economia» dovesse
dividerci e creare confusioni, possiamo rinunciarci? È una parola d’ordine
importante, ma non irrevocabile, che crea un discrimine e che resta capace di
formare tanto una linea di pensiero egemonica quanto una rottura. I dettagli
aiutano comunque ad affinare la teoria affinché essa resti teoria delle
pratiche. Credo che sia importante misurare le parole e fare in modo che
risultino comprensibili senza creare divisioni, ma resta importante, a mio
avviso, mantenere nella nostra linea d’orizzonte ideale l’uscita dall’economia.
Dicendo ideale, intendo proprio in quanto orientamento della praxis. Sono
circondato da amici che, quando dico loro che resterò con le mie figlie, mi
dicono: «ah! Oggi fai la babysitter…» sebbene sia loro padre! Ma il fatto di
pagare i genitori e anche i parenti vicini per fare da babysitter non è una cosa
rara. Come la riduzione del tempo passato a tavola, o a preparare da mangiare, o
più in generale la trasformazione in lavoro di ogni pratica di cura. E così, per
esempio, i regali non esistono quasi più: i bambini fanno liste, gli adulti
rifilano caramelle o soldi. L’inclusione della cura nel lavoro è un problema.
Non sono sicuro che la tua proposta di chiamarla «economia della cura» non
rischi di sollevare più problemi di quanti non ne risolva. Ciononostante, mi
procurerò il libro di Vandana Shiva, che ancora non ho letto. Forse avete
ragione. C’è chi porta avanti l’etica della cura contro l’incuria, la non-cura
del capitalismo. Che sia meglio legare l’economia alla cura che non la cura
all’economia? Uscire dall’economia può dunque significare il liberare fin da
subito del tempo da consacrare ad attività non economiche, quindi affrancare le
attività dall’economia.
Altro punto. Tu affermi che, in epoca moderna, il pensiero diventa scientifico e
si parcellizza. Come nasce l’economia, così nascono gli altri saperi, fra i
quali annoveri la pedagogia. Tutto ciò è condivisibile, ma non ci esime dal
dover insistere sul fatto che, nel nostro orizzonte ideale e quotidiano, è
necessario pensare umanamente. Ovvero: la medicina comincia dal medicinale, cioè
(se seguiamo Ippocrate) con ciò che si mangia giorno per giorno, così come la
pedagogia comincia da ciò che si insegna o trasmette senza una mediazione
formale, e via di seguito. Questo non significa ignorare i benefici della
medicina, della pedagogia, della psichiatria moderne. Dobbiamo sempre tenere a
mente che questa compartimentazione dei saperi è molto recente e che non è
sempre d’aiuto, nella vita di tutti i giorni.
Infine, secondo me, oltre alla riduzione dell’orario di lavoro si deve
comprendere se questa economia non si presenti, in definitiva, come una teologia
armata di un suo clero (mass media, psicologi…) e di una sua classe ristretta da
difendere (aristocrazia finanziaria), e se quindi il terzo stato (i produttori:
quelli che W. Sachs, nell’introduzione della nuova versione inglese del suo
Dizionario dello sviluppo, chiama la classe media globale) e il quarto stato (la
massa degli esclusi dal e del mercato) non debbano tendere a formare
un’alleanza. Quindi, per essere più precisi, occorre domandarsi se l’idea di
lotta di classe possa aiutarci a spiegare ciò che sta accadendo.
Così si conclude lo scambio, ma il dibattito continuerà sia nei quaderni
dell’Associazione eco-filosofica che all’interno dell’Associazione per la
decrescita, con il rapporto del laboratorio avente per tema l’uscita
dall’economia, tenutosi alla conferenza mondiale sulla decrescita di Venezia
(2022) 22.
Allegato 1 Estratto dal libro Travailler moins, travailler autrement ou ne pas
travailler du tout. Labeur et décroissance. Essendo l’invenzione del lavoro
storicamente legata strettamente a quella dell’economia, la reale abolizione del
lavoro implica l’uscita dall’economia e viceversa. Si può dire che tutto inizia
con John Locke, il quale definì la ricchezza e la proprietà come i prodotti del
lavoro. Gli economisti classici si trovarono allora di fronte alla delimitazione
del loro ambito: dove comincia e dove finisce la ricchezza? Per uscire da questa
aporia, Jean-Baptiste Say circoscrive la ricchezza economica ai beni materiali.
Il lavoro che produce ricchezza sarà quindi l’attività salariata dell’operaio,
ma anche quella del contadino e l’opera dell’artigiano, sebbene costoro non
siano remunerati attraverso un salario. Anche il lavoro del contadino e l’opera
dell’artigiano possono essere assimilati a del lavoro in attesa di passare sotto
le forche caudine della società salariale. Ma che dire allora delle altre
attività remunerate: quelle dei domestici, degli avvocati, dei funzionari, dei
medici, dei militari, delle prostitute e così via? Un po’ alla volta si
ammetterà che si tratta di lavoro, ma di un lavoro che sarà definito
improduttivo. Questa soluzione ibrida entra in crisi con il trionfo
dell’economia neoclassica che ridefinisce la ricchezza attraverso l’utilità.
Essa si manifesterà ancora di più quando ci si preoccuperà di dare una
valutazione alla ricchezza prodotta (frutto del lavoro, quindi) con l’emergere
del culto feticcio del Prodotto Interno Lordo (PIL). Per ridefinire il dominio
ed evitare la diluizione dell’economico nel sociale, ma anche per facilitare il
calcolo, si è imposto il criterio della mercificazione. È così che il PIL
registrerà la somma delle produzioni di merci e di quanto assimilato ad esse.
D’un tratto, viene esclusa tutta una serie di attività che possono avere la
stessa forma e il medesimo risultato di quelle che entrano nel calcolo del PIL,
ma che non saranno considerate poiché non sono merci. È così che le attività
domestiche hanno dato luogo al famoso paradosso della cuoca. Fino a quando
remunero la mia cuoca come salariata, la sua attività entra nel PIL, ma se la
sposo, ne esce e io faccio abbassare il prodotto nazionale. Per assicurare il
trionfo dell’omnimercificazione del mondo bisognerà finire per porre come regola
queste aberrazioni ed estendere alla totalità del sociale l’impero del
salariato, al rischio di svuotare il lavoro di ogni contenuto. Sarà il trionfo
dei bullshit job (lavori privi di significato) denunciato dall’antropologo David
Graeber 23.
Allegato 2 Estratto dal libro L’abondance frugale comme art de vivre. Bonheur,
gastronomie et décroissance. Si tratta di uscire dall’economia, né più né meno.
Questa formula è perlopiù incompresa poiché i nostri contemporanei fanno fatica
a prendere coscienza del fatto che l’economia è una religione. Quando diciamo
che, a parlare in maniera rigorosa, dovremmo parlare di a-crescita come si parla
di ateismo, è esattamente di questo che si tratta. Diventare atei della crescita
e dell’economia. Fare della decrescita un altro paradigma dello sviluppo o una
variante dello sviluppo sostenibile, come hanno fatto alcuni, rappresenta un
controsenso teorico. Il progetto della decrescita non è altro che la costruzione
di un’altra società, una società dell’abbondanza frugale o della prosperità
senza crescita (Tim Jackson). Detto altrimenti, non si tratta, di primo acchito,
di un progetto economico, ossia di un’altra economia, ma di un progetto sociale
che implica l’uscita dall’economia come realtà e come discorso imperialista.
Certo: come tutte le società umane, una società della decrescita dovrà
organizzare la produzione della sua vita, cioè utilizzare razionalmente le
risorse del proprio ambiente e consumarle attraverso dei beni materiali e dei
servizi, un po’ come quelle società di abbondanza dell’età della pietra
descritte dall’antropologo Marshall Sahlins che non sono mai entrate
nell’economia 24. Ma non lo farà restando nella camicia di forza della scarsità,
dei bisogni, del calcolo economico e dell’homo œconomicus. Queste basi
immaginarie dell’istituzione dell’economia devono essere rimesse in discussione.
Come ben notò Jean Baudrillard a suo tempo, «una delle contraddizioni della
crescita è che produce sia beni che bisogni, ma non allo stesso ritmo». Ne
risulta ciò che chiama un «impoverimento psicologico», uno stato di
insoddisfazione generalizzata che «definisce la società della crescita come
l’opposto di una società dell’abbondanza» 25. L’abbondanza è messa in scena
attraverso lo spettacolo dello spreco straordinario della società dei consumi,
ma la realtà vissuta è quella della frustrazione. I situazionisti si sono
spinti, assai giustamente, fino a mettere in discussione la fondatezza dei
concetti di ricchezza e povertà, di sviluppo e sottosviluppo. Contro gli
economisti e i sociologi che parlano di società dell’abbondanza, ricordavano che
«l’abbondanza, come futuro umano, non potrà essere abbondanza di oggetti […] ma
abbondanza di situazioni (della vita, di dimensioni della vita)» e che il
benessere non nasce dal possesso dei beni ma «dipende da una realtà globale che
implica niente di meno che dei personaggi in situazione: delle persone vive e il
momento che è la loro illuminazione e il loro senso (il loro margine di
possibile)» 26. La pretesa società dell’abbondanza è soprattutto una società di
penuria e di scarsità di cose essenziali: l’aria pura, l’acqua potabile
naturale, una sana nutrizione e, certamente, il tempo e la convivialità.
La frugalità ritrovata permette, al contrario, di ricostruire una società
dell’abbondanza sulla base di ciò che Ivan Illich chiamava la «sussistenza
moderna», ovvero «il modo di vivere in un’economia post-industriale in seno alla
quale le persone riusciranno a ridurre la loro dipendenza dal mercato, e che vi
siano riusciti proteggendo – attraverso mezzi politici – una infrastruttura in
cui tecniche e strumenti servono, in primo luogo, a creare valori d’uso non
quantificati e non quantificabili dai fabbricanti professionali di bisogni» 27.
Si tratta di uscire dall’immaginario dello sviluppo e della crescita, e di
re-incorporare il dominio dell’economico nel sociale attraverso una Aufhebung
(abolizione/superamento). Da ciò si impone l’idea che una società senza
l’ossessione della crescita che sia sostenibile, equa e prospera, pure felice e
conviviale, non può che essere frugale 28.
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3. SECONDA PARTE: IL DIBATTITO FRANCESE
Primo dialogo: conversazione con Fabrice Flipo e Alain Caillé
Per la ripresa della controversia, galeotto fu l’invio di un bel testo di
Fabrice Flipo avente per oggetto una proposta «di decostruire ciò che significa
colonizzare e decolonizzare al fine d’evitare i difetti simmetrici
dell’orientalizzazione positiva o negativa delle società colonizzate o anche
semplicemente altre, difetti spesso riscontrabili negli studi della
decolonizzazione (i quali si rivelano in ciò ben più occidentali di quanto non
credano). Accedere all’alterità in modo simmetrico sottende il prendere la
misura di ciò che tale decentramento implica: e questo per non perdere il
cosmopolitismo, cioè l’umanità dell’essere umano. Il filosofo Raimon Panikkar
introdotto in Francia da Serge Latouche e la filosofia delle scienze offrono
risorse preziose per comprendere la posta in gioco. A partire da ciò, il
concetto di modi di vita può essere proposto in economia con due obiettivi che
non si distinguono, tra loro, che per il rispettivo campo d’applicazione, e non
per la loro logica». Ovvero – ed è quest’ultima conclusione a motivare il
dibattito – «il primo è di uscire dall’economia senza uscire dall’economia in
quanto disciplina, poiché il rischio è quello di ribaltarsi nell’antropologia o
nella filosofia senza averne le qualificazioni (questione
dell’interdisciplinarietà). Il secondo è di uscire dall’economia nella decisione
pubblica, ovunque essa avvenga (questione di trandisciplinarietà: cioè di
perizia)». Da qui l’osservazione inviata il giorno stesso da Latouche a Fabrice
Flipo:
Serge Latouche [SL] La tua reticenza a uscire dall’economia mi fa storcere il
naso. Il fatto di cadere nell’antropologia senza aver fatto degli studi
d’etnologia non è dirimente, ai miei occhi, se si pensa, con Lévi-Strauss, che
non esiste che una scienza sociale: l’antropologia. Si tratta dunque di uscire
dall’impostura della “scienza economica” per costruire una filosofia sociale e
politica a mira scientifica: ciò a cui ha teso il MAUSS durante svariati
decenni.
Fabrice Flipo [FF] Sì, ma non si tratta di restare nella scienza economica. Si
tratta di uscire dall’economicismo senza uscire dall’economia nel senso in cui,
se è vero che la scienza economica non è universale, pure è vero che l’economia
ha comunque qualcosa di pertinente da dire riguardo alle società non moderne o
non sviluppate. Tutto il problema si riassume nel sapere dove porre il limite,
ed è l’oggetto del testo.
[SL] Non ho più l’energia sufficiente per riprendere da capo il combattimento
per uscire dall’economia che ho ingaggiato a più riprese, dai miei dibattiti con
Alain Caillé sul nominalismo fino alla discussione della tesi di dottorato di
Timothée Parrique 29. Credo che l’essenziale sia detto nel mio libro
L’invenzione dell’economia e in L’istituzione immaginaria della società di
Castoriadis. Ho quindi letto attentamente il tuo testo che ho trovato molto
interessante, chiaro e ben scritto. La prima parte chiarisce cosa sono gli
equivalenti omeomorfici. La seconda è un bel panorama del relativismo culturale
iniziato da Montaigne nel suo celebre capitolo sugli antropofagi. Detto ciò,
resta il fatto che la tua conclusione non consegue in alcun modo da queste due
parti. Se non usciamo dall’economia significa che abbiamo a che fare con una
realtà sostanziale e non con un significato immaginario sociale, per dirla come
Casto. È una scelta, certo, ma, per me, il pluriversalismo è appunto ciò che
permette di mantenere una posizione relativista senza cadere nel solipsismo
culturale. A considerare l’economia come qualcosa che trascende le culture
finiamo col ridurre l’ecologia a quel che è divenuta: una forma più o meno
sofisticata di greenwashing (ciò che Bernard Charbonneau aveva già anticipato
nel suo libro Le feu vert 30). Per fortuna non sei ancora arrivato a questo
punto.
Fabrice Flipo: Non dico che si tratti di una realtà sostanziale, ma di funzioni
possibili e aperte a tutte le culture che danno luogo a combinazioni specifiche
ma non per questo “completamente altre”. Quindi la sostanza cambia in funzione
delle culture, ma non cambiano le funzioni. È come passarsi un oggetto di mano
in mano e domandarsi quanti oggetti esso valga. Persino Castro ammette che il
relativismo si ferma a queste funzioni. Ho in mente il suo esempio
dell’inclinazione dei tetti: possono esservi variazioni nei tetti, ma, se vuoi
che l’acqua scoli, bisogna che siano inclinati. L’immaginario è una maniera ogni
volta specifica di istituire queste funzioni, questi “possibili”, i quali sono
aspirazioni che ritroviamo ovunque. Detto questo, ho il tuo libro e lo
rileggerò.
E, qualche giorno più tardi…
Fabrice Flipo: A pagina 66 de L’invenzione dell’economia, esprimendoti a
proposito delle società precapitalistiche in cui il lavoro e l’economia non
esisterebbero, tu scrivi: «mentre nelle società primitive, l’economico e la
razionalità non sono dominanti…» ma allora significa che esistono. Sempre nello
stesso libro, a proposito dell’Occidente prima del periodo rinascimentale,
scrivi: «malgrado l’esistenza di certe categorie proprie al mercato e persino di
una vita economica, certo limitata ma incontestabile, l’idea che l’uomo, che
ogni uomo, sia condannato dal destino ad un’attività penosa» eccetera eccetera.
Mi sembra dunque che siamo d’accordo… o c’è un passaggio che mi è sfuggito? Non
è nemmeno questa idea di “destino penoso” a rivelarsi sufficiente per
caratterizzare l’economia moderna, poiché gli Yuroks, etnia amerindiana della
California, condividono questa configurazione. Conoscono anch’essi la proprietà
privata e l’impulso dato dal desiderio di guadagno. Ma non ricercano la
divisione del lavoro né l’aumento della produzione, per esempio. E infatti direi
che tutte le idee dell’economia moderna si trovano come disperse in forme
“limitate ma incontestabili” in altre società, secondo l’estrema varietà dei
possibili. Ciò che caratterizza in proprio l’economia moderna è l’unione
assolutamente unica di alcune fra loro. È un po’ quel che dico nel mio libro sul
movimento della svolta ontologica e che posso riprendere nel numero previsto
nella rivista di MAUSS, in forma di alternativa alla doppia impasse in cui si
ritrova la svolta 31. Ovvero: o affermare una qualsivoglia ontologia, poiché vi
si oppongono, o affermare un’ontologia orientalista/esotica nel momento in cui
s’arrischia a sostenere qualcosa a proposito, senza prendere davvero sul serio
il punto di vista dell’altro. Noto che pure Holbraad 32 impiega la metafora
della finestra ma, a differenza di Panikkar, non ha alle spalle alcuna teoria
solida. Non fa che ripetere il fatto di non prendere alcuna decisione
ontologica, ciò che è falso, oltre che impossibile.
Serge Latouche: Mi è capitato, in effetti, di impiegare delle formule ambigue, o
addirittura del tutto etnocentriche. Anche quando lottiamo contro
l’etnocentrismo, restiamo nella sua cultura. Lo ammetto. Il mio immaginario non
è né sarà mai totalmente decolonizzato. Il giovane Clément Homs, complice di
Anselm Jappe, ha tratto argomento dalle mie incoerenze per accusarmi di
economicismo. È il colmo!
Fabrice Flipo: Mi pare che siamo tutti indigeni della nostra cultura. Ne
consegue forse che siamo tutti colonizzati? Chi potrebbe dirlo e su quale base?
Mi sembra che vi sia da fare una differenza netta tra colonialismo ed
etnocentrismo, o perlomeno col fatto di appartenere a una certa cultura. La
cultura occidentale non si riduce allo sviluppo, per esempio. Senza riconoscere
questo, non potremo mai uscirne; o se sì, allora mi chiedo in che modo.
Spogliarsi della propria cultura, in fondo, finisce per tradursi nel passaggio a
un’altra cultura. Quale? Trovo che questa espressione di “decolonizzazione” sia
un po’ vaga. Dove andiamo a parare? Mi sembra che l’assenza di sviluppo sia
prima di tutto dovuta dall’assenza di una divisione del lavoro, e quindi sono le
società cosiddette primitive che vengono qualificate come non sviluppate,
proprio perché non conoscono una profonda divisione del lavoro. Bisogna
differenziare tra un cambiamento che segue il perfezionamento e un cambiamento
che segue lo sviluppo (ovvero un particolare tipo di perfezionamento, fra i
molti possibili). Si può ammettere una via di civiltà che non sia lo sviluppo,
ma che contempli comunque lo scambio.
Ho letto i passaggi in francese nella controversia italiana. Non vi vedo una
grande differenza rispetto a quello che dicevi in L’invenzione dell’economia, ad
essere onesto. Per esempio, parlare di sussistenza e di frugalità non permette
in sé di uscire dall’economicismo – né tantomeno dallo sviluppo – poiché il
focus resta sulla produzione, che si tratta di limitare. È la stessa critica
presente in Gorz, che vuole limitare, ma che non rimette in causa lo sviluppo.
La buona impostazione è a mio avviso quella di Bataille. Ovvero: si tratta prima
di tutto di sapere come spendere. Spendiamo nelle feste, o nello scambio, o
nello scambio a fine di lucro eccetera. Da qui, le società hanno ricorso a
possibili omeomorfici, ognuna secondo la propria via di perfezionamento, nel
senso evocato poco sopra. Omologamente, per reincorporare nel sociale si
dovrebbe capire di che “sociale” si parla, altrimenti non è diverso da quanto
diceva il socialismo… in ogni caso, non se ne vede la differenza.
Mi sembra che tu sia a rischio di decostruttivismo radicale. A voler evitare
tutte le parole e i concetti o le pratiche occidentali, finiremo sul
“completamente altro” che nessuno comprende. Con gli equivalenti
omeomorfici,invece, si aprono mille possibili che possiamo comprendere sulla
base della nostra comune umanità.
Serge Latouche: Beh, non lo direi in questi termini, ma posso essere d’accordo.
Ma allora, se accettiamo l’analisi di Fustel de Coulanges in La città antica,
l’equivalente omeomorfico della nostra economia, per la Roma antica, era la
religione. E, secondo l’analisi di Lévi-Strauss, per le società primitive lo era
il legame di parentela.
Fabrice Flipo: Alla lettura di numerosi lavori sull’Antichità, soprattutto su
Atene, non penso si possa affermare che gli scambi commerciali piuttosto intensi
dell’epoca siano tutti da categorizzare come “religiosi”. Idem per quanto detto
da Lévi-Strauss sulla parentela: questa non spiega la totalità degli scambi o
dell’organizzazione del lavoro nelle società considerate. E bisognerebbe pure
spiegare cosa significhino esattamente “religione” e “parentela”. L’equivalente
omeomorfico permette appunto di evitare un calco troppo esatto di una categoria
di una certa cultura su quelle di un’altra. La parentela ha un ruolo in entrambe
le culture, ma essa opera in maniera diversa; e così, per esempio, ce la
ritroviamo anche nella mafia, strutturante il processo di scambio. Ogni volta
che tiriamo in ballo una categoria bisogna entrare in una discussione
“dialogale” a proposito di essa per determinare cosa essa significhi per noi
nella sua diversità, nella nostra cultura, così da defeticizzarla e uscire
dall’idea preconcetta secondo cui la famiglia sarebbe “nucleare,” per esempio.
Il dialogo dialogale permette di defeticizzare tanto la cultura dell’altro
quanto la propria per costruire un sapere su cui si potrebbe mettere d’accordo
sia un lato che l’altro dei due partiti del dialogo dialogale. Graeber fa questo
e vi si riferisce esplicitamente, come esplicitamente si pone contro Viveiros de
Castro 33, da lui accusato di fabbricare dell’alterità radicale, un
“assolutamente altro” incomprensibile che finisce sempre con l’essere una
proiezione della nostra cultura… è questo il filo rosso del metodo di Graeber e
devo dire che lo condivido al cento per cento, mi sembra vincente sotto molti
punti di vista e compatibile sia con Panikkar che con Harding 34. Ed apre su un
dialogo interculturale che si tiene lontano dalle giostre retoriche e dal
capitalismo accademico.
Serge Latouche: Mi hai frainteso. Non si tratta di economicizzare la religione o
la parentela, ma di vedere che, nelle altre città, esse avrebbero ricoperto la
stessa funzione ricoperta dall’economia nella nostra società. Non nego in alcun
modo che si ritrovino in tutte le culture, almeno in quelle post-neolitiche,
delle pratiche che noi (io compreso), con il nostro “programma mentale”,
interpretiamo naturalmente come economiche o proto o paleo economiche, come le
paleomonete o i mercati tradizionali. Ma queste pratiche non costituiscono mai
una istanza determinante o dominante, per dirlo col lessico dei marxisti, a
differenza della parentela o della religione, in questi esempi specifici.
Trattandosi di analisi che noi facciamo di altre culture, è sempre il
condizionale ad imporsi; ed è buona cosa munirsi di una bella scorta di scrupoli
quando si avanzano tali ipotesi. Ciò di cui Alain ed io abbiamo una lunga
pratica.
Alain Caillé: Mi ricordo che, al tempo dei nostri primi dibattiti, quando ero
meno ultra-polanyiano, tu difendevi l’idea che era sempre esistita una certa
dimensione sostanziale dell’economia e pure delle forme di mercato
pre-capitaliste. E avevi ragione.
Serge Latouche: Probabile, sebbene non me ne ricordi. Ma in tal caso non avevo
proprio ragione, a meno di aggiungerci appunto molti scrupoli.
Fabrice Flipo: Sì, d’accordo, tu parlavi a proposito della determinazione della
chiave di volta, di ciò che gioca un ruolo centrale nell’architettura generale
delle relazioni umane in una data società. Non era ciò di cui parlavo… da qui il
malinteso. E certo! In tal caso sono d’accordo, l’economico è centrale nelle
società che si presentano come “in sviluppo”. Ho invece qualche dubbio quanto
alla centralità della religione per i Romani e della parentela per le società
primitive: mi sembra una lettura riduttiva . Ma questo aprirebbe un altro
dibattito.
Aggiungerei dunque che Polanyi non è che un mezzo amico; perché quello che
descrive o analizza non riguarda che il modo in cui le società in sviluppo
addomesticano l’economico, non come si possa uscire da questa situazione, come
tu l’intendi, e come l’intendo pure io. A questo titolo, la decrescita resta il
vero soggetto, perché lei sola si pone la domanda di ciò che sia richiesto per
uscire dall’economia. Le altre domande aggirano questo punto centrale.
Su questa conclusione provvisoria che sembra una mozione di sintesi da fine
congresso del partito socialista, il dibattito resta in sospeso…
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4. SECONDA PARTE: IL DIBATTITO FRANCESE, 2025
Secondo dialogo con Fabrice Flipo e Alain Caillé
Serge Latouche: Vi invio, nella sua versione francese, il collegamento con il
bell’intervento della mia amica Gloria Germani a proposito dei temi dei nostri
recenti dibattiti 35.
Alain Caillé: Grazie per questo richiamo. Che un po’ mi delude, perché la tua
amica non mette in luce che la differenza irriducibile tra pensiero occidentale
e indù, quando l’interesse principale di Panikkar è proprio la sua nozione di
equivalenti omeomorfici.
Serge Latouche: Hai ragione. C’è da dire che Panikkar, purtroppo, non ha scritto
più estesamente sugli equivalenti omeomorfici; ed è uno degli apporti più
interessanti del lavoro di Fabrice, quello d’aver ripreso ed esplicitato tale
nozione. Robert Vachon, amico e religioso canadese, fondatore dell’istituto
interculturale di Montréal e della rivista Interculture, si è servito di questa
nozione nei suoi lavori sugli amerindiani. Bisognerebbe riprendere tutta la
serie di questa rivista a cui hanno contribuito molti dei discepoli di Illich,
da tutti i continenti, ma in particolare dall’America Latina. Mi ci metterò,
forse, in un’altra vita!
Alain Caillé: In eco, questo passaggio che ho scritto nel Nouveau manifeste
convivialiste di cui ho appena concluso la redazione: «non v’è modo di decidere
a priori su cosa sia bene o male, giusto o ingiusto, ma è indispensabile
assicurare forme di coesistenza pacifica fra tutte le credenze in nome di un
principio di eguale dignità ideologica che riconosca che, salvo prova contraria,
ognuna ci dice qualche cosa di prezioso a proposito della condizione umana. Il
corollario di questo principio è che nessuno deve essere obbligato a credere. In
materia di religione, afferma per esempio l’Islam, non può darsi obbligo.
Ciò che ci incombe di pensare è un universalismo plurale fondato sull’ipotesi
che, attraverso tutte le culture, un certo numero di verità essenziali sulla
condizione umana siano state enunciate, ma in lingue e attraverso nozioni che
non sono direttamente traducibili le une nelle altre. E ancor meno per il fatto
che queste verità sono state formulate nella cornice di società che sono, per
taglia e densità, infinitamente variabili. Ciò che ha senso e che può essere
ritenuto vero in un’orda di un centinaio di individui, o in una tribù che ne
raggruppi due o tre mila, non è certo immediatamente trasponibile in società che
contino decine o centinaia di milioni di persone. E viceversa. I principi di
comune umanità e di comune socialità operano a scale incommensurabili, a seconda
che si considerino come umani i soli membri appartenenti alla propria tribù o
tutti gli abitanti del pianeta. Abbiamo ogni volta a che fare con una diversa
combinazione di comune umanità e comune socialità: e ogni combinazione determina
un tipo e un grado diversi di individuazione legittima. Resta il fatto che, a
ognuna di queste scale, ritroviamo i medesimi principi».
Serge Latouche: A una prima lettura, sarei tentato di sottoscrivere le tue belle
dichiarazioni, tanto seducenti. Ciò che me ne impedisce sono le ultime parole:
«i medesimi principi». In cauda venenum. Di che si tratta? La lettura, proprio
nel momento in cui ricevo la tua bella lettera, delle tue pagine liriche a
proposito dei giochi olimpici contenute nell’ultimo numero di MAUSS, accrescono
la mia perplessità 36. Non che non comprenda questo entusiasmo, largamente
condiviso. Ma, da Gustave Le Bon in poi, sappiamo che la comunione nella folla
provoca questa esaltazione particolare che anch’io ho conosciuto, in varie
occasioni. Sappiamo anche quale vantaggio ne abbiano tratto il fascismo e il
nazismo con le “messe grandi” di piazza Venezia e di Norimberga, ed anche –
horresco referens – le olimpiadi del 1936 a Berlino, appunto, quando, per un
breve momento, si sono dimenticati odi e ferite. Ciò che mi indispone è che tu
presenti la festa ecumenica parigina come esempio di convivialismo, di
universalismo pluriverso e di comunità umana. A me sembra piuttosto che le
olimpiadi siano, per l’Occidente, uno dei rituali di celebrazione dei suoi
valori: citius, altius, fortius. Il fatto che, come conseguenza
dell’occidentalizzazione del mondo, tale rito sia condiviso ben al di là delle
sue frontiere storiche (come i diritti dell’uomo…) non cambia le cose. La comune
umanità mi sembra essere dello stesso ordine degli United colors of Benetton.
Certo che, con i diritti dell’uomo, si tratta del versante più simpatico
dell’Occidente. Ma potremmo appunto trasporre all’olimpismo l’analisi sui
diritti dell’uomo di Panikkar. Esiste un equivalente omeomorfico dell’olimpismo?
Con la richiesta dell’India, che dovrà accogliere i giochi olimpici fra otto
anni, di annoverare lo Yoga tra le discipline olimpiche, la domanda diviene
cruciale. In quanto adepto dello Yoga, vedrei piuttosto nei valori di questa
disciplina quelli dell’anti-olimpismo ecologico di Alex Langer: lentius,
profundius, suavius. Nonostante il suo opportunismo illimitato, il comitato
olimpico avrà difficoltà a classificare lo Yoga come sport competitivo e a
ritrovarvi «i medesimi principi».
Fabrice Flipo: Sì! è la stessa idea, e potremmo aggiungere che tutto ciò dipende
dal contesto ecologico e tecnico.
È abbastanza giusto, solo che in questo affare sono in gioco due universalismi.
Il primo è quello dell’universale umano, ovvero ciò che ne è dell’umano sempre e
ovunque. Mi riferisco a propensioni, tendenze, possibili e insomma a ciò che
riguarda l’universale condizione umana. Il secondo è ciò che ne è
dell’emancipazione, ovvero di aspirazioni morali universali, che persino i
membri di gruppi sotto autorità guerriera riconoscerebbero, se uscissero dalla
loro alienazione. Insomma: l’essere e il dover-essere.
I giochi olimpici possono essere considerati in entrambe le prospettive. Quella
che assumi tu, Serge, rinvia a ciò che Graeber e Wengrow riferiscono ai capi
guerrieri , i quali amano proprio questo genere di giochi, spettacoli circensi e
così via. In tal caso i giochi olimpici non fanno solo parte dell’Occidente, ma
sono l’attualizzazione, in un contesto particolare, della propensione umana
sopracitata. Ammettiamo tuttavia che i giochi olimpici sono meno militareschidi
quelli organizzati nella cornice di società comandate da capi guerrieri, e che
pure tendono all’altro lato, quello dell’emancipazione e del convivialismo, che
ne sarebbero l’attualizzazione contemporanea.
Diciamo “comune umanità” ma si tratta di comune condizione umana, o di regole
morali universali? Panikkar aggiunge l’idea secondo cui gli elementi universali
della condizione umana – darsi delle norme , apparentarsi eccetera – sono
diversamente combinabili tra loro, e che dunque non esiste una forma sociale
unica per incarnare le regole morali universali. Detto altrimenti, anche
supponendo l’esistenza di un popolo di “Perfetti”, ciò non sarebbe sufficiente a
dichiarare che tutti dovrebbero fare come loro. Vi è un particolarismo, dunque
una diversità, irriducibile.
Da qui, un dibattito è in corso su ciò che, nello sviluppo, si riferisce
all’universale in relazione al dover-essere. Serge, tu hai tendenza a pensare
che nulla è universale in ragione di tutto ciò che questo universale ha avuto di
falso e d’erroneo… Alain pensa, al contrario, che l’universale esiste, un
universale che l’Europa non ha incarnato che per caso e avendo largamente
attinto ad altri popoli, e che ciò che di falso era in esso non riassume il
dibattito.
Quanto a me, propongo una soluzione procedurale che evita di prendere posizione
sulla questione di fondo. Ma su quest’ultima sono meno critico dello sviluppo di
quanto non lo sia tu, Serge, perché penso che le sue aspirazioni si ritrovino un
po’ ovunque e più critico di quanto non lo sia tu, Alain, perché la dinamica
olimpica, solo per fare un esempio, costa molto cara al pianeta e piega
comunque, almeno in parte, nel senso dei giochi come intesi nel quadro
antropologico e sociale delle società a direzione militaresca.
Alain Caillé: Sento che abbiamo qui abbozzata una discussione davvero
interessante, ma ancora non so da che capo prenderla e come entrarvi. Sono
sensibile a quanto detto da Fabrice sull’Occidente che attualizzerebbe dei
possibili sempre già presenti un po’ dappertutto – altrimenti i suoi valori non
trionferebbero così facilmente – ma ritengo che questa attualizzazione sia
problematica, e non solo per ragioni ecologiche.
Serge Latouche: Cacciate il diavolo dalla porta, rientrerà dalla finestra.
Sapevo che il nostro accordo di compromesso, quello che ha chiuso il nostro
ultimo scambio, si fondava su un malinteso. L’ipotesi del pluriversalismo
esclude radicalmente qualsivoglia universalismo. Un pluriversalismo
universalista o un universalismo pluriverso sono ossimori. I due universalismi
che tu evochi non ne formano che uno e riassumono il bell’ideale di “comune
umanità” caro ad Alain. Il problema, come lo dici tu stesso, è che i membri dei
“domini guerrieri” sono alienati. Lo sono più degli ultra-occidentali che hanno
massivamente votato per Trump? Ne dubito… Freud non considerava tutte le culture
come nevrosi, compresa la nostra? Ciò che intende l’ipotesi pluriversalista è
che, al di là di una unità biologica di un supposto “genere umano” – che la
scoperta di una coesistenza millenaria di svariati tipi di homo relativizza
fortemente – non v’è che diversità di culture. Il punto di giuntura tra questa
pluralità di esseri umani e l’ideale di una comune umanità è dovuta al fatto che
tutte le varietà della specie homo sapiens hanno sviluppato linguaggi
infinitamente più complessi che quelli delle altre specie animali. Questo
permette l’esistenza di un dialogo interculturale, limitato tuttavia dal fatto
che, nel passare da una lingua a un’altra, non possiamo contemporaneamente
trasmettere la denotazione e la connotazione, come ha ben mostrato il grande
linguista Roman Jakobson, il quale riassume la cosa nell’aforisma caro a Lacan:
«traduttore di quale messaggio? Traditore di quali valori?». L’idea di comune
umanità è formidabile e, in quanto occidentale, la condivido totalmente, ma devo
constatare che è completamente estranea agli Asmat della Nuova Guinea, come a
molte altre culture. Questa idea permetterebbe di fondare la base comune morale
sognata dai filosofi illuministi: i diritti dell’umano, l’aspirazione
democratica e così via, i quali dovrebbero, a loro volta, permettere la
convivialità: lo stare nel conflitto senza massacrarsi. Questa idea la
condivido, pur essendo cosciente che essa può facilmente scivolare fino
all’affermazione di una universalità dei bisogni umani e aprire la porta
all’economia e all’economicismo. Da qui, la tentazione di imporre questo
progetto umanista attraverso la forza… un imperialismo in versione terza
repubblica. Lyautey ci credeva – si vedano i suoi innumerevoli scritti – e non
ha esitato a massacrare i “ribelli” Sakalava e il loro re, di cui Macron
restituirà prossimamente il cranio in gran pompa agli ufficiali malgasci, senza
preoccuparsi delle reclamazioni degli eredi, i quali chiedono che le forme
rituali tradizionali vengano rispettate, cosa che sconvolgerebbe il calendario
presidenziale e che quindi, probabilmente, non sarà accordata, la cosa più
importante essendo la foto 37. Abbiamo poi tentato, con maggiore successo, di
mettere in pratica questo progetto tramite il soft power e la seduzione tramite,
fra gli altri, i missionari dello sviluppo di cui ho anch’io fatto parte. Posti
di fronte ai limiti di questo approccio pacifico e paternalista, non resta che
il difficile dialogo interculturale. Ma questo implica dei compromessi che
modificano il senso del progetto, poiché bisogna negoziare col progetto degli
altri alienati e riconoscerlo come uguale al nostro e altrettanto (o tanto poco)
legittimo del nostro. Per esempio: rinunciare a mangiare maiale in cambio della
fine delle mutilazioni sessuali (infibulazione, circoncisione) o smettere di
maltrattare le mucche in cambio del divieto di poligamia. Gli equivalenti
omeomorfici permetterebbero di circoscrivere scambi e compromessi. Sarebbe
interessante recensire gli equivalenti proposti qua e là, in particolare quelli
proposti dagli “antropologi” aborigeni nella letteratura etnografica:così gli
Achuar considerano i nostri banchieri come equivalenti dei loro sciamani perché
concedono del credito, e molte culture malesiane vedono nella kastom (il custom,
“costume” in pidgin) un equivalente del denaro per gli occidentali. A partire da
tali liste, potremmo vedere se si riesce ad identificare nel comune, quel «ciò
che ne è dell’umano sempre e ovunque […] propensioni, tendenze, possibili e
insomma ciò che riguarda l’universale condizione umana» o qualcosa che vi si
avvicina, ma che sarebbe tuttavia sempre approssimativo e in evoluzione.
Fabrice Flipo: A dire il vero, non vedo il disaccordo. Gli esempi che tu dai
mostrano semplicemente che non si può stabilire così facilmente l’universale.
Non mostrano che non esista e che si darebbero solo culture mutualmente
incomprensibili le une con le altre, quel che è la conseguenza di un
pluriversalismo che escluderebbe «radicalmente qualsivoglia universalismo».
Certo è che siamo alienati e anche loro lo sono e che percepire l’universale
emancipatore implica l’uscire da questa situazione, per ogni individuo di
qualsiasi cultura. Questa idea di comune umanità non porta necessariamente al
punto che una cultura ne confischi la definizione e che cerchi di imporla con le
armi a tutte le altre. E in ogni caso c’è una certa gradazione tra il discutere
di tutto come se tutto fosse discutibile e imporre con le armi. E imporre con le
armi, per esempio, mi sembra poco discutibile: è contrario all’universale, tutto
qui. E del resto, come potresti tu stesso opporti al processo, se non poggiassi
proprio su questo universale? Se tutto fosse davvero relativo, l’imporre con le
armi sarebbe giusto un uso da rispettare come gli altri… ma nemmeno questo
funzionerebbe, perché “rispettare come gli altri” si basa ancora una volta su un
universale. Insomma… non possiamo farne a meno.
Alain Caillé: Ampiamente d’accordo con Fabrice, ovvio. La conclusione che ho
tratto qualche anno fa dalla lettura del magnifico libro sulla traduzione di
David Bellos, La traduction dans tous ses états, è che la traduzione è
totalmente impossibile, ma che è anche perfettamente possibile. The proof of the
translation is in the translating, la prova della traduzione risiede nel fatto
di tradurre… questo direi. Dopodiché, il pudding tradotto è più o meno bio o
saporito…
Serge Latouche: Certo, tutto bene… se non che, cari amici, i due universalismi
proposti da Fabrice sono, hic et nunc, dei significanti vuoti. La comune umanità
che ci è cara non esiste che come utopia occidentale… e pure lei, ben lungi
dall’essere condivisa da tutti gli occidentali e occidentalizzati). Quanto alla
contraddizione possibile della mia postura rilevata da Fabrice, ciò è
conseguenza del fatto che non sia possibile prendere coscienza del proprio
etnocentrismo, ed eventualmente denunciarlo, se non all’interno della propria
cultura. È il sofisma del Cretese o il paradosso di Epimenide nel quale si
ritrova tanto l’antropologo occidentale quanto l’antropologo arborigeno. E così
lo sciamano amerindiano Quesalid, di cui parla Franz Boas e che viene ripreso da
Lévi-Strauss, non può denunciare l’impostura degli sciamani se non essendo egli
stesso uno sciamano impostore. Pur denunciando l’etnocentrismo, resto comunque
etnocentrato. E tuttavia, a differenza dei beati universalisti, mi sforzo di
esserne cosciente e ciò facilita il dialogo coi partigiani dell’infibulazione, o
del velo, per tentare una coesistenza pacifica.
Fabrice Flipo: Certo,… ma all’interno della nostra cultura, come dice Panikkar,
riusciamo comunque ad afferrare, ognuno alla sua maniera, l’universale. Ed è da
qui, cioè attraverso questa “finestra”, che si rende possibile il dialogo di una
cultura con l’altra, e viceversa. Che l’universale non sia altro che un’utopia
non è l’opinione dei dominati, ma piuttosto dei dominanti. Il conservatorismo
politico si caratterizza infatti per la volontà di reificare l’individuo nella
sua cultura e di subordinarlo ad essa. Quindi, niente convivialismo o, più
esattamente, niente eguaglianza o emancipazione senza natura umana e comune
umanità.
Serge Latouche: Riconosco d’aver forse un poco esagerato col dire che il
pluriversalismo esclude «radicalmente qualsivoglia universalismo». Se l’ho
fatto, era per evitare le sintesi riformiste del genere “pluralismo
universalista”, di cui Alain detiene l’arcano. Sì, dato quel che sappiamo sui
rituali di ospitalità, oltre che su quelli di aggressività, attestati nella
maggioranza delle culture, è ragionevole pensare con Panikkar che ogni cultura
possa avere una “finestra” su qualcosa che fa in modo che gli uomini possano
riconoscersi tutti come umani al di là le loro differenze. Abbiamo comunque
dovuto aspettare la controversia di Valladolid per riconoscere gli Indiani come
pienamente umani, fra l’altro escludendo i neri… e poi c’era una buona parte di
cattiva fede. Sia! Inoltre dato che cattolico significava universale, ciò poneva
dei problemi teologici insolubili. Da cui l’inverosimile soluzione delle tribù
sperdute d’Israele, sostenuta dai francescani per ristabilire un universalismo
evangelico rabberciato. Stando così le cose, l’importante nel riconoscimento di
una comune umanità resta il sapere che si tratta di una credenza, e non di una
verità indiscutibile. Sapere che si crede, e non credere di sapere. Credo che su
questo siamo tutti d’accordo.
Invece non capisco bene cosa vengano a fare i “dominati” nel dibattito. Se sono
quelli che chiamo “i naufraghi dello sviluppo”, si tratta di un insieme talmente
eteroclito da non potervi, se non assai difficilmente, accordarvi un’opinione
Fabrice Flipo: A proposito dei dominati, noto solo che tutte le ideologie
conservatrici rigettano l’idea di natura umana portando avanti invece l’idea di
un essere umano reificato all’interno della sua cultura. E aggiungo, sulla scia
di Marx, che queste ideologie sono precisamente quelle elaborate dai dominanti
ad uso dei dominati… così che non passi loro per la testa l’idea strampalata di
considerarsi prima di tutto esseri umani, e che possano quindi mettersi a
contestare la loro cultura. È un elemento chiave tanto di Serge Moscovici che di
Marx. Clément Rosset conferma la tesi insistendo, in maniera molto
conservatrice, contro tutti i naturalismi.
Alain Callé: Per andare nel senso di entrambi, almeno all’inizio, il mio amico
Frédéric Vandenberghe mi diceva che, durante il suo soggiorno in India, una
decina d’anni fa, non riusciva a far ammettere il principio di comune umanità a
dei buoni intellettuali occidentalizzati, molto probabilmente provenienti dalla
casta brahmanica. Nelle poche righe del manifesto che vi avevo copiato, preciso
appunto che questo principio di comune umanità conosce un’estensione
infinitamente variabile a seconda delle società e delle culture. Stando così le
cose, Serge, noto che sembri scandalizzato dal fatto che si sia dovuto aspettare
fino alla controversia di Valladolid per riconoscere l’umanità degli Indiani, e
che non sia stata riconosciuta quella dei neri. Riconosci tu stesso di essere un
buon occidentale, ma vuoi fermarti qui e assumere la contraddizione della tua
posizione come una variante di quella di Epimenide il Cretese, la quale direbbe:
“Vi dico che la verità assoluta è che non esistono altro che verità relative!”.
L’altra maniera di ragionare sarebbe questa: riconoscere che la dominazione
imperiale sul mondo nel nome della democrazia ha fatto emergere una sorta di
meta-cultura che permette a diverse culture storiche di scoprire, tanto la parte
di arbitrario, quanto la parte di universalismo presente in esse. Resta
all’Occidente lo scoprire la propria parte di arbitrario…
Fabrice Flipo: A mio avviso, questa parte di arbitrario è stata estesamente e da
tempo identificata da quanti si impegnano in studi decoloniali e postcoloniali:
si tratta di forme assai specifiche di laicità e di rapporto al religioso e
all’economico, forme concrete di democrazia che possono non tutte passare per il
parlamento, per lo Stato e così via. Per esempio: dubito che qualcuno,
all’infuori degli americani, possa comprendere perché Trump e il libertarismo
siano ammirevoli. Dubito anche che qualcuno, all’infuori dei francesi, comprenda
la laicità alla francese, così poco laica di fatto, o ancora il secolarismo
statunitense, con obbligo di essere credente per essere eletto, Direi inoltre
che la democrazia, intesa nel senso di una volontà di partecipare delle regole
che ci governano, è sempre esistita, ovunque e in ogni tempo. La dominazione
imperiale l’ha riconfigurata, non l’ha inventata. Si è manifestata contro
l’autoritarismo delle macchine o dell’economico, per esempio. La metacultura che
ne è risultata interroga egualmente ogni cultura, senza un’evidente superiorità
dell’Occidente.
Serge Latouche: Arrivati a questo punto, penso che abbiamo esaurito l’argomento
e che non possiamo fare altro che girare in tondo. Questo scambio ci ha permesso
di precisare le nostre posizioni e le relative poste in gioco, come pure di
avvicinare quanto più possibile i nostri punti di vista. Se siete d’accordo,
possiamo chiudere questa seconda sessione.
Cosa possiamo concluderne? Visto che la controversia a proposito dell’esistenza
della cosa anche in assenza della parola per dirla, controversia già sollevata
da Leibniz contro Locke nei suoi Nuovi saggi sull’intelletto umano, non ha
ancora trovato una conclusione definitiva dopo cinque secoli – e addirittura, se
si ritorna alle radici, si può trovare già in germe con gli uomini delle caverne
da quando Platone, venticinque secoli fa, ha posto le basi della filosofia
occidentale – è poco probabile che tale controversia sia risolta prima della
sparizione dell’umanità, almeno di quella occidentale. Eppure, lungi dall’essere
inutili, tali dialoghi, oltre ad esplicitare efficacemente cosa sia in gioco
nella controversia, mostrano anche che, se non facciamo della nostra convinzione
un’affermazione dogmatica di una verità incontestabile, un avvicinamento delle
posizioni è possibile e permette addirittura di attenuare gli effetti estremi
derivanti da una eccessiva rigidità. Soprattutto, mostrano che convergenze e
compromessi restano sempre possibili quando si tratta di organizzare e
intraprendere azioni comuni.
Allora, per chiudere su una nota umoristica e conviviale, lasceremo l’ultima
parola al galante abate Gabriel Charles de Lattaignant (1697 – 1779), autore
della succulenta poesia che s’intitola appunto la parola e la cosa:
J’avouerai que j’aime le mot Ammetterò d’amare la parola
J’avouerai que j’aime la chose Ammetterò d’amare la cosa:
Mais c’est la chose avec le mot Ma quando la cosa è con la parola
Mais c’est le mot avec la chose Ma quando la parola è con la cosa!
Autrement la chose et le mot Altrimenti, ai miei occhi, sia cosa che parola
A mes yeux seraient peu de chose […] sarebbero davvero poca cosa […]
Et bien voici mon dernier mot e questa è la mia ultima parola
Et sur le mot et sur la chose. tanto sulla parola che sulla cosa 38.
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Note
1 Fabrice Flipo è filosofo e insegnante all’Institut Mines Telecom, ricercatore
al LCSP / Université Paris Cité e autore in particolare di Nature et politique
(2014) e di Changer les modes de vie – une dialectique matérialiste par-delà le
plan du marché (2024). Coordina la rivista Bifurcation/s.
2 Serge Latouche et Anselm Jappe, Pour en finir avec l’économie. Décroissance et
critique de la valeur, Libre et solidaire, 2015 [traduzione italiana: Uscire
dall’economia, Mimesis, 2014]
3 Filosofo di Treviso, animatore dell’associazione Ecofilosofia ed editore dei
suoi eccellenti quaderni bimestrali
4 Insegnante diplomato in filosofia e scienze dell’educazione, specialista della
pedagogia e coautore de Il Tao della decrescita. Il Margine, 2022
5 Si veda Uscire dall’economia o reinventarla? Una nota di Paolo Cacciari
6 Fabrice Flipo, Ce que décoloniser les savoirs (économiques) signifie. La
perspective des modes de vie
7 Gloria Germani è una filosofa, specialista delle filosofie orientali, in
particolare le indù, vive a Firenze, ed ha scritto vari libri su Gandhi e su
Tiziano Terzani
8 Minosse dice: tutti i Cretesi sono bugiardi, ma Minosse è Cretese, quindi
Minosse mente, ma se mente dice il vero e se dice il vero, allora mente…
similmente, Latouche dice che tutti gli economisti sono impostori, ma Latouche è
un economista, quindi è un impostore eccetera
9 Queste espressioni sono tratte da articoli del numero speciale di Socialter
dedicato alla decrescita
10 (Il Tao della decrescita, con Simone Lanza, il Margine, 2021, e: Vi spiego
perché dobbiamo abbandonare l’economia, intervista a Emanuele Profumi 24/1/2022,
economiacircolare.com)
11 Dalla già citata intervista con Emanuele Profumi)
12 A Venezia, in occasione dell’incontro internazionale della decrescita nel
2012
13 Economista indiano discepolo di Gandhi
14 Per il profilo di Paolo Scroccaro, si veda la nota 4
15 Si tratta di una pubblicazione lanciata dal filosofo Clément Homs, la cui
analisi s’iscrive nella scia della scuola della critica del valore di Robert
Kurz e Anselm Jappe
16 Per il profilo di Simone Lanza, si veda la nota 5
17 Uscire dall’economia? – Comune-info.
18 Psichiatra italiano (1924 – 1980) che ha rivoluzionato la psichiatria aprendo
i manicomi e tramite la reinserzione dei malati nella società.
19 Giurista, filosofo e politico italiano vicino ai sostenitori della
decrescita.
20 Andrea Fumagalli è un economista, professore all’università di Pavia e
cofondatore dell’associazione Basic Income Network
21 Teologa femminista tedesca nata nel 1956
22 Uscire dalle trappole economiche, tecnologiche ed emergenziali (in una
prospettiva di prosperità senza crescita)
23 David Graeber, Bullshit Jobs, Garzanti, 2018
24 «Nelle società tradizionali […] strutturalmente, l’economia non esiste»,
Marshall Salhins, L’economia dell’età della pietra, Elèuthera, 2020. «Non vi è
niente che somigli ad una economia, nella realtà esterna, fino al momento in cui
costruiamo un tale oggetto» Louis Dumont, Homo aequalis, Gallimard, 1977
25 Jean Baudrillard, La società dei consumi, Il Mulino, 2020
26 Revue de l’Internationale situationniste n° 5, 1960
27 Ivan Illich, Disoccupazione creativa, Red Edizioni, 2013
28 «La scelta – osserva giudiziosamente Jaques Ellul – è tra una austerità
subita, disuguale, imposta da circostanze sfavorevoli e una frugalità comune,
generale, volontaria e organizzata, derivante da una scelta di maggiore libertà
e minore consumo di beni materiali. Ciò sarebbe legato ad un consumo allargato
dei beni di base […] un’abbondanza frugale, corrispondente alla rivoluzionaria
austerità proposta dal Partito Comunista Italiano” (in Jacques Ellul, Pour qui,
pour quoi travaillons-nous? La petite vermillon). Questa idea di abbondanza
frugale deriverebbe quindi, via Jean-Baptiste de Foucauld e Jacques Ellul,
dall’austerità rivoluzionaria preconizzata da Enrico Berlinguer, segretario del
partito comunista italiano che, nel 1977, tentò senza successo di orientare il
partito su questa strada. «Se si deve osare un concetto per definire questo
riequilibrio dei nostri valori e dei nostri comportamenti su orari, su un uso
del tempo più permissivo – scrive J. B. de Foucauld, porta parola di un gruppo
di riflessione social-democratico, Echange et Projets, che tenta di promuovere
l’idea di un tempo scelto – è quello di abbondanza frugale che sarebbe più
espressivo: versione francese, ecologica, della austerità rivoluzionaria portata
avanti dal partito comunista italiano come risposta alla crisi (Jean-Baptiste De
Foucauld, La révolution du temps choisi, Albin Michel, 1980). «Si tratta –
precisa ancora J. B. de Foucauld – di trovare un nuovo equilibrio fra lo
stoicismo che fonda e rende possibile lo sforzo, e l’epicureismo che ne
costituisce la ricompensa […] lo stoicismo mirava alla comunione col mondo,
Epicuro era frugale» (ibidem). Anche per lui, l’abbondanza frugale sarebbe una
sorta di ritorno alla società dell’abbondanza del paleolitico di Marshall
Salhins, rivista tuttavia attraverso il prisma economico: «Notiamo d’altronde
che il lavoro a tempo limitato non è un’idea così nuova: le società primitive e
preindustriali lo praticavano e lo praticano ancora, né è certo che a questo
proposito si debba sempre parlare di sottoimpiego, ma piuttosto di una forma di
equilibrio economico e sociale fondato su una limitazione volontaria delle
produzioni non indispensabili. Lo sviluppo del lavoro a tempo scelto sarebbe
dunque, in questo contesto, una sorta di rivoluzione – nel senso in cui gli
astri tornano alla loro origine» (ibidem)
29 Timothée Parrique è un giovane economista francese la cui tesi di dottorato è
stata pubblicata con il titolo Ralentir ou périr. L’économie de la décroissance,
édition du Seuil, 2022 (trad.it. Rallentare o morire. Per un’economia della
post-crescita. Marsilio 2025)
30 Bernard Charbonneau, Le Feu vert, édition Parangon, 2009.
31 Si tratta di un libro non ancora pubblicato sulla cosiddetta “svolta
ontologica” (Tournant Ontologique) una critica delle concezioni di Bruno Latour,
Philippe Descola e Viveiros de Castro
32 Martin Holbraad è un antropologo britannico, specialista delle religioni
afro-cubane.
33 Antropologo brasiliano nato nel 1951, teorico del prospettivismo e vicino
all’antropologo francese Philippe Descola.
34 Sandra Harding è un’epistemologa statunitense.
35 L’intervento può leggersi qui. Per un profilo di G. Germani, cfr. nota 7
36 Rivisita del MAUSS, N° 64, Le don d’amour, l’impossible réciprocité, secondo
semestre 2024
37 Vedere «La restitution par Paris du crâne d’un roi au centre d’une polémique
entre Malgaches» Le Monde del 23/24 marzo. Alla fine si è andati incontro alle
richieste dei Sakalava e la consegna del cranio è stata procrastinata
38 Il testo integrale di questa poesia è facilmente rintracciabile su internet
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