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Grandi manifestazioni che non fanno notizia
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Solidaria Bari -------------------------------------------------------------------------------- È stata imponente la manifestazione promossa per la chiusura dell’Ilva e la bonifica dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto. Il corteo, ricorda Peacelink, è stato organizzato dalla rete di cittadini e associazioni Onda del Futuro (che include anche “Genitori tarantini” ). La protesta giunge in una settimana di altissima tensione per il polo siderurgico, appena dopo la conclusione di uno sciopero con blocchi stradali indetto dai sindacati confederali e a pochissimi giorni (20 ottobre) dall’attesa pronuncia definitiva della Cassazione sulla chiusura dell’area a caldo dello stabilimento. “Scoprire che c’erano gli operai, come speravamo, poi, è stato bellissimo”, scrive l’Associazione “Genitori tarantini”. La storia recente di questa fabbrica rispecchia a pieno la legge dell’economia di mercato, spiega Solidaria Bari: devastare la biodiversità, gli ecosistemi, la salute e la vita delle persone, a partire da chi ci lavora dentro. “Un’industria fossile, ormai un rottame, che continua a unire governi nazionali e locali, maggioranze e minoranze, mette d’accordo burocrazie sindacali (Cgil, Cisl, Uil e Usb) accomunate anche loro da un’idea estrattivista, predatoria dei territori, coloniale. Conservare la continuità produttiva in quell’inferno di amianto, tossicità in nome della salvaguardia del lavoro significa avvallare il ricatto occupazionale, le divisioni, i conflitti nella società, piuttosto che convergere per la giustizia sociale e ambientale. Ieri però una città intera insieme a tantissime persone provenienti da tutta la regione hanno espresso un’idea e una pratica compatibile con la vita e il lavoro dignitoso. Per le strade di Taranto si è rivendicata la chiusura e le bonifiche con la riqualificazione e il coinvolgimento di tutta la comunità operaia, un Piano Taranto per reinventarsi economie, produzioni fuori da malattie, insicurezza, povertà…”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Grandi manifestazioni che non fanno notizia proviene da Comune-info.
October 18, 2026
Comune-info
Porre fine al terricidio
VIVONO IN UNO DEI TERRITORI DEL SUD DEL MONDO IN CUI IL CAPITALE CONDUCE CON GRANDE FEROCIA LA SUA GUERRA CONTRO LA VITA, MA HANNO IMPARATO A RESISTERE E A REINVENTARSI NEL TEMPO, METTENDO LA LORO COSMOVISIONE IN UN DIALOGO COSTANTE E PROFONDO CON LA TERRA. TERRICIDIO È UN’ESPRESSIONE NATA DAL CALORE DELLE LOTTE DELLE COMUNITÀ CHE VIVONO PER LA DIFESA DEL TERRITORIO MAPUCHE, UN’ESPRESSIONE CHE RICORDA COME NEL MONDO CI SONO OVUNQUE PERSONE CHE SANNO AMARE LA TERRA, CHE VIVONO IN ARMONIA CON ESSA, MA VENGONO PERSEGUITATE, ASSASSINATE. UNA PAROLA CHE ESORTA AD ABBRACCIARE INSIEME LA SOFFERENZA DI TUTTE LE VITTIME DELL’IDRA CAPITALISTA, PATRIARCALE, COLONIALE E SPECISTA, PERCHÉ TUTTE LE VITE E LE FORME DI VITA SONO INTIMAMENTE CONNESSE. TERRICIDIO. SAGGEZZA ANCESTRALE PER UN MONDO ALTERNATIVO (TRADUZIONE DI DIEGO FERRARIS E ANNA MARY GARRAPA) È IL LIBRO DI MOIRA MILLÁN, SCRITTRICE MAPUCHE, CHE INVITA NON SOLO AD ABBATTERE I CONFINI CHE SEPARANO LE TANTE E DIVERSE LOTTE DIFFUSE NEL MONDO, MA ANCHE A SUPERARE LE BARRIERE IDENTITARIE. L’INTRODUZIONE DEL LIBRO (SCRITTA DA LUCIA LINSALATA, DIEGO FERRARIS E ANNA MARY GARRAPA) CHE, DOPO UN PRIMO APPUNTAMENTO CON MOIRA MILLÁN, SARÀ LETTO E DISCUSSO IN ALTRI DUE INCONTRI ON LINE IL 5 E IL 12 OTTOBRE Foto di Raúl Zibechi (leggi anche La montagna sacra e il terricidio) -------------------------------------------------------------------------------- Moira Millán è una scrittrice mapuche nata con un newen (spirito) weychafe. «Weychafe» deriva dalla parola mapudungun «weychan», che significa «combattere». Molti traducono weychafe con la parola guerriero. Ma Moira non è una guerriera. Come lei stessa sottolinea nelle pagine del suo libro, la nazione mapuche non è mai stata una nazione espansionista o bellicosa. Le donne, gli uomini e le persone non binarie del popolo mapuche combattevano solo quando erano chiamate a difendere le loro vite e il territorio che le protegge e le sostiene: la Mapu, la loro terra, la Terra, di cui sono figlie, figli, figl* e custodi (Mapu o Puellmapu sono i nomi – in mapudungun, lingua mapuche – della terra ancestrale del popolo mapuche che è attualmente divisa tra l’Argentina e il Cile). Ecco perché Moira Millán non si definisce una guerriera ma una guardiana. Guardiana della Mapu, difensora della vita, Moira è una donna che lotta al fianco di altre donne e gruppi dissidenti per la dignità del suo popolo, per il recupero del suo territorio, per mantenere viva la sua lingua e, con essa, la memoria ancestrale di un popolo che si rifiuta di essere sterminato. Le sue armi principali sono le parole, parole antiche e nuove, coltivate nelle lunghe conversazioni collettive intrecciate nella lotta quotidiana, conversazioni che, essendo tessute in comunità, organizzano il pensiero e il sentimento collettivo di un popolo. In Terricidio, il suo secondo libro, Moira Millán ci invita a navigare in una narrazione che articola la scrittura biografica e il saggio politico con la memoria e la visione collettiva dei lof (comunità) mapuche di Puellmapu. Con uno stile semplice ma profondo e penetrante ci avvicina agli orrori subiti dal suo popolo, ma anche all’intelligenza politica e all’immensa saggezza che le donne, gli uomini e le persone mapuche con identità di genere non conforme hanno coltivato durante oltre cinquecento anni di lotta contro i poteri coloniali. La saggezza tenace e ribelle di un popolo che ha imparato a resistere e a reinventarsi nel tempo: dalla propria cosmovisione, in un dialogo profondo con la Terra e con le forze cosmiche che la abitano. Questo è uno dei contributi più importanti del libro. Le esperienze, le parole e la molteplicità di espressioni mapudungun che Moira condivide con noi in questo testo riflettono un’alterità epistemologica contemporanea, una episteme indigena incarnata. Questa episteme sfida l linguaggio dei discorsi politici dominanti, illuminando modi molto diversi – e decisamente più speranzosi – di relazionarsi con la vita multispecie che i nostri territori ospitano e di lottare per la loro difesa. Terricidio, la parola che dà il titolo al libro, è un’espressione nata dal calore della lotta per la difesa del territorio mapuche, un’espressione che emerge da un sentire differente, alternativo, che abbraccia tutto il dolore della Mapu. Moira ce lo ha spiegato così quando le abbiamo chiesto di raccontarci com’è nata questa parola. Il concetto di Terricidio è nato in un periodo molto difficile. Viaggiavo tra le comunità indigene del nord dell’Argentina, parlando con le donne, mi raccontavano degli stupri, degli omicidi, delle sparizioni e di tutto ciò che stava accadendo alla terra, ai bambini, ai corpi trans. Mi sono resa conto che venivano usati molti concetti per discutere di questi temi: ecocidio, epistemicidio, genocidio, transfemminicidio; ma in realtà mancava una prospettiva indigena su queste brutalità. Perché ovunque andassi – non solo nelle comunità mapuche, ma in tutte le comunità – sentivo dire che la vita è indivisibile, che tutti gli esseri sono interconnessi, che tutte le forze sono interconnesse, che le nostre vite soffrono un impatto diretto quando altre vite e stili di vita vengono eliminati. Terricidio, come concetto innovativo, infatti, non mette il focus soltanto i sull’eliminazione delle vite, ma sull’eliminazione delle forme di vita. Quando una cultura scompare, quando una lingua viene sterminata, quando una pratica medica viene repressa o censurata, ciò ha un impatto, un impatto su tutti noi. Ecco perché credo che quello di Terricidio sia un concetto necessario che dobbiamo sostenere, che dobbiamo usare per descrivere ciò che ci sta accadendo in questo momento storico. Soprattutto come risposta alla terminologia o alla nomenclatura dell’Antropocene, rispetto a cui dico sempre che il capitalismo non distribuisce mai nulla se non colpe. Ecco perché risulta che tutti gli esseri umani sul pianeta sono responsabili di ciò che sta accadendo, di questa grande crisi climatica e ambientale. Ma in realtà ciò a cui stiamo assistendo è un Terricidio: ci sono persone, ci sono popolazioni che amano veramente la Terra, che vivono in armonia con essa, eppure vengono perseguitate, assassinate. Quindi parlare di Antropocene significa negare che esista una parte dell’umanità che coesiste in armonia – o almeno ci prova – con la Terra. Pertanto ho ritenuto davvero importante sostenere una nuova terminologia che offrisse una caratterizzazione di questa realtà che prendesse in considerazione il punto di vista dei popoli tellurici («Tellurico» deriva da Tellus, antica dea romana della Terra, e si riferisce a tutto ciò che è legato alla terra, al suolo, all’elemento terrestre – in contrapposizione, ad esempio, all’aereo o al celeste – Quindi «popoli tellurici» può essere tradotto letteralmente come popoli legati alla terra, popoli della terra, ndr), dei popoli indigeni. Ed è così che è nato il concetto di Terricidio. Voglio chiarire che nessuno di questi processi è stato solitario. Ecco perché non mi piace essere presentata come una scrittrice intellettuale, perché in realtà questi processi sono stati discussi, dibattuti e presenti tra i temi delle assemblee delle donne indigene che abbiamo tenuto attraverso il Movimiento de Mujeres y Diversidades Indigenas para el Buen Vivir. Quindi, dietro questo nome, c’è un percorso di voci collettive, e sebbene sia vero che io abbia dato un nome a questo concetto, il concetto in sé non è emerso da una bolla solitaria; è un concetto vissuto per millenni e proclamato oggi nelle voci delle moltitudini in lotta, nel grido di giustizia – ambientale, di genere, culturale – delle donne indigene. Quindi, per me, è molto importante sottolineare che è un concetto che nasce collettivamente. Tutto quello che ho fatto è stato dargli un nome ma l’idea, la percezione, la definizione di come siamo intrecciati nella trama della vita, di come la vita sia circolare e tutte le vite siano importanti e tutti i modi di vivere siano necessari, fa parte della saggezza ancestrale dei popoli (intervista realizzata da chi scrive all’autrice per via telefonica nell’estate del 2025). Terricidio, dunque, è una parola che ci invita a dare un nome alle varie forme di uccidere che questo sistema capitalista, patriarcale, coloniale e specista ci impone quotidianamente. È una parola che ci invita ad abbracciare insieme la sofferenza per tutte le morti, perché tutte le vite e le forme di vita contano e sono intimamente connesse. Una parola che ci ricorda che siamo figli della Terra e che, in questa complessa rete di materialità viventi che è la Mapu, tutti gli esseri viventi e tutti i popoli sono interconnessi in un modo o nell’altro. Non esiste un “noi” separato da “loro”: la sofferenza degli altri (umani e non solo umani) è anche la nostra sofferenza, anche se viviamo in un mondo che ci rende insensibili e ci ha abituato a normalizzare stili di vita predatori, sostenuti a scapito della vita e della dignità di molti. La sofferenza che Moira Millán descrive in questo libro è quella del popolo mapuche e, allo stesso tempo, quella di molti altri popoli che lottano contro la ricolonizzazione dei loro territori, l’estrattivismo dilagante del grande capitale e il genocidio silenzioso che continua a essere perpetrato in molti luoghi, come le terre mapuche di Puelmapu occupate dallo Stato argentino e da quello cileno. Ascoltare questo grido di dignità è oggi più necessario che mai. La Patagonia è uno dei territori del Sud del mondo in cui il capitale transnazionale sta conducendo la sua guerra contro la vita con grande ferocia. Negli ultimi anni, e con crescente intensità durante la presidenza di Javier Milei, l’assedio contro il popolo mapuche per costringerlo a cedere le proprie terre si è intensificato drasticamente. Grandi proprietari terrieri, magnati internazionali e imprenditori di tutto il mondo hanno puntato gli occhi sulle immense riserve idriche, sui terreni coltivabili, sulle foreste e sui minerali della Patagonia, spingendo il governo argentino ad accelerare i meccanismi per espropriare le comunità mapuche dei loro territori ancestrali al fine di metterli in vendita e successivamente installare progetti estrattivi. Tra le minacce più urgenti del momento c’è quella dello Stato di Israele che, seguendo gli stessi principi con cui sta perpetrando il genocidio del popolo palestinese e la devastazione del suo territorio, rivendica ora i frutti dell’alleanza con il governo Milei, imponendo con la forza l’ingresso in Patagonia della Mekorot, la compagnia idrica statale israeliana, accusata dall’Onu di crimini contro l’umanità (si veda Mekorot: la empresa israelí denunciada por la ONU elegida para el manejo del agua, in «ANRed», 16 ottobre 2023, disponibile online). Mekorot, non a caso, è la stessa azienda che ha trasformato l’acqua in un’arma genocida contro il popolo palestinese. È la stessa azienda che detiene il monopolio di questa risorsa vitale nei territori palestinesi occupati e che, dall’inizio della nuova spietata offensiva militare israeliana nell’ottobre 2023, ha lasciato molte aree, tra cui la città di Gaza, senza acqua per il 95 per cento del tempo, sottoponendo la popolazione alla sete, al rischio di ingerire acqua contaminata e di sostenere costi esorbitanti per effimere quantità d’acqua. Oggi Mekorot sta assumendo la gestione del servizio idrico in dodici province argentine, tra cui la provincia di Chubut e il territorio del lof Pillañ Mawiza, da dove scrive Moira Millán. La violenza con cui lo Stato coloniale di Israele – in complicità con lo Stato coloniale argentino – cerca di impossessarsi delle risorse idriche della Patagonia è una delle tante manifestazioni del Terricidio che Moira denuncia in questo libro. È una delle espressioni della violenza genocida cui ricorre il nostro tempo, di fronte alla quale Moira Millán ci invita ad abbattere i confini che separano le nostre lotte e a riscattare la profonda consapevolezza che la Terra è la casa di tutti e che tutti noi siamo Terra Una saggezza antica, quella espressa da Moira, che ci propone di articolarci a partire dal riconoscimento delle nostre differenze, di organizzarci superando le barriere identitarie, riconoscendo che siamo tutti e tutte parte della materialità vivente della Terra e che possiamo unirci nello scopo di difenderla, di reimparare a vivere senza distruggerla. Moira dice: Non credo che la validità di questa lotta risieda nell’avere o meno sangue indigeno ma piuttosto nella nostra capacità di unirci attorno a uno scopo comune. In questa diversità di identità che incarniamo, ciò che conta è lo scopo che ci unisce. Il compito che spetta ai Popoli della Terra, in questo processo storico, è quello di unirsi come fratelli e sorelle, di essere nuovamente abitati dal coraggio, di rivendicare la saggezza della Terra, di uscire e combattere. Non possiamo perdere tempo […]. Abbiamo bisogno di unità e di agire ora. Non c’è tempo, non c’è tempo. È ora! Dobbiamo impegnarci e impegnarci. Non ci sono scuse. Una delle tante forme con cui noi che scriviamo questa introduzione abbiamo deciso di assumere l’invito di Moira a unirci attorno a uno scopo comune, superando le divisioni identitarie che troppo spesso ci impediscono di costruire articolazioni politiche fertili, è stata quella di tessere tra noi una relazione di collaborazione per rendere possibile la traduzione, la pubblicazione e la circolazione di questo libro in Italia. L’edizione italiana di Terricidio è in effetti il risultato di un tessuto di lunghe conversazioni interoceaniche, cucinate a fuoco lento, inizialmente tra Moira, Patrizia, Anna, Diego e Lucia, e successivamente con la casa editrice Tangerin, e mille altre realtà. Questo fuoco lento, però costante e persistente, si alimenta di tanti vincoli di solidarietà internazionale che ognuna e ognuno di noi ha coltivato negli anni con i popoli indigeni dell’America Latina, vincoli che ci hanno portato in modo diverso a conoscere Moira e che hanno portato Moira ad aver fiducia in noi e a chiederci di tessere una nuova complicità politica attorno alla pubblicazione di questo libro. I tessuti collaborativi hanno lo straordinario potere di generare relazioni insperate e, a volte, di contagiare speranza, senso critico e capacità di agire. Quello che ha portato alla pubblicazione di questo libro ci ha permesso di incontrarci e riconoscerci oltre al libro in sé e all’amicizia con Moira; ci ha permesso di scoprirci come compagni e compagne di una stessa lotta che oggi si dispiega simultaneamente in diversi luoghi: la lotta per la difesa dei territori di vita, per la dignità dei popoli che si oppongono a essere estinti e per la riscoperta di quei saperi tradizionali diffusi ma spesso dimenticati, coltivati nei solchi profondi della storia, attraverso un dialogo costante e collaborativo con la Terra e con una molteplicità di altri esseri viventi con i quali condividiamo questo pianeta del quale tutti e tutte possiamo imparare a riconoscerci come figli, figlie e guardiane. Speriamo di cuore che questo tessuto collaborativo si espanda, si moltiplichi e ispiri mille altre conversazioni, forme di complicità politiche e collaborazioni possibili. Buona lettura. -------------------------------------------------------------------------------- . -------------------------------------------------------------------------------- LETTURA COLLETTIVA DI TERRICIDIO Dopo il primo incontro realizzato il 28 settembre, sono in programma altri due appuntamenti online per leggere e discutere insieme il libro di Moira Millán. Che cosa significa Terricidio? E che cosa può insegnarci la lotta del popolo mapuche sulla difesa della Terra, delle comunità e di tutte le forme di vita? 5 ottobre, ore 20,30 Lo sradicamento dalle forze cosmiche della Mapu e le possibili riconnessioni. Incontro con Alessandra Chiricosta (a partire dai capitoli 11–15 del libro) 12 ottobre, ore 20,30 Memorie e rivoluzione tellurica: costruire alleanze nelle differenze Con Marco Deriu (a partire dai capitoli 16–22) Gli incontri si svolgono online. Il ricavato sarà interamente destinato a sostenere il Gran Parlamento Mapuche in Puelmapu, nella Patagonia argentina, organizzato per difendere il territorio e l’esistenza del popolo mapuche. Per iscriversi e contribuire, è sufficiente seguire le indicazioni contenute nel modulo: LINK. Per informazioni: yabastamarche@libero.it -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > La montagna sacra e il terricidio -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Porre fine al terricidio proviene da Comune-info.
September 27, 2026
Comune-info
Guerra alla guerra. Ripoliticizzare la vita
CIÒ CHE ANIMA I NUOVI PADRONI DEL MONDO È LA CONVINZIONE DI TROVARSI ALL’INIZIO DI UNA NUOVA STORIA, DOVE L’IMPETUOSO SVILUPPO TECNOLOGICO NON LASCIA PIÙ SPAZIO ALLE LETTURE ETICHE DELL’AGIRE POLITICO, MA ANCHE L’IDEA DELLA GUERRA COME MEZZO DI PURIFICAZIONE NEI CONFRONTI DEL MALE. PER QUESTO È DIFFUSO IL BISOGNO IN BASSO DI SOSTENERE, IN TANTI MODI DIVERSI, LA NECESSITÀ DI RIPOLITICIZZARE LE RELAZIONI, CIOÈ IL BISOGNO DI RIDEFINIRE LE PRIORITÀ E I VALORI NON IN MODO ASTRATTO MA SULLA BASE DI UNA CONTRAPPOSIZIONE ALLO STATO DI COSE PRESENTI. CHE TIPO DI RELAZIONI SOCIALI PROPONIAMO? QUALE RAPPORTO CON LA NATURA? COSA SIGNIFICA SVILUPPO? IL MUTUALISMO PUÒ OFFRIRE DELLE SOLUZIONI? -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- In una recente intervista di Simone Pieranni a Wang Hui – probabilmente l’esponente più in vista della New Left cinese – l’influente pensatore politico dedica ampio spazio a due concetti: la “politica della depoliticizzazione” e la “ripoliticizzazione”. Riprendendo per sommi capi ciò che Wang Hui dice, la depoliticizzazione non è, come sembrerebbe indicare il termine, l’assenza della politica tout court. È piuttosto la presentazione di atti, discorsi, strategie sulla base di protocolli di pretesa neutralizzazione, o tecnicizzazione, degli stessi, con lo scopo di sottrarli alla controversia politica, stigmatizzando e criminalizzando i suoi detrattori. La neutralizzazione propone una universalità di valori basati sui concetti apparentemente indiscutibili di progresso tecnologico, predisposizione genetica, centralità del QI, fiducia nelle capacità dei migliori di produrre ciò di cui abbiamo bisogno, il diritto all’accesso a ciò che serve a qualunque costo, in nome di uno sviluppo che si presenta come infinito e inarrestabile. Dietro a tutto questo, come ha dimostrato Quinn Slobodan, c’è una scelta politica precisa, con obiettivi chiari. È la stessa, sembra, che Wang Hui riconduce alla politica della depoliticizzazione. Ancora una volta, sono gli USA a definire le linee lungo le quali si articola questo nuovo corso. Non tutto è frutto della attuale amministrazione, anche se il trumpismo rappresenta la sua estremizzazione, sotto molti punti di vista. In termini generali, questa politica è, o si presenta come, la risposta allo stato di crisi in cui si trova l’Occidente, per lo meno a partire dal 2008. La politica della depoliticizzazione va oltre le forme più consolidate di organizzazione neoliberalista del rapporto tra mercato e istituzioni, pubblico e privato. Spinge verso i nuovi scenari di cui, con gradi diversi di consapevolezza, siamo tutti testimoni. Sostenuta dall’impatto dell’IA sull’impalcatura istituzionale, sulle forme di organizzazione del lavoro, delle configurazioni sociali, della vita nella sua accezione biologica e sociale più ampia, la politica della depoliticizzazione si presenta oggi come l’antitesi dell’etica in politica. Quello che stiamo vivendo non è appena un ulteriore passaggio nella lunga e lineare vita del capitalismo. Alla visione depoliticizzata dei nuovi padroni del mondo non basta più la definizione del modello capitalistico come “la fine della storia”. Ciò che li anima è la convinzione di trovarsi all’inizio di una nuova storia, dove l’impetuoso sviluppo tecnologico non lascia più spazio alle letture etiche dell’agire politico del XX secolo. In quell’ambito si inseriscono la proiezione transumanista di superamento della morte, la ridefinizione escatologica del destino del mondo, l’individuazione con toni biblici dei nemici della loro idea di progresso. Conseguentemente, la guerra, declinata in molti modi differenti, assume la funzione purificatrice nei confronti del male, dell’Anticristo. Quest’ultimo è semplicemente tutto ciò che si frappone alla produzione del futuro definito dal loro “progetto teologico secolarizzato”, come lo chiama Rafael Azzi. Che sia guerra all’ambiente, ai poveri, a quel che rimane dello stato sociale, in nome di uno “sviluppismo” che non fa prigionieri, o che la si consideri nel senso più stretto del termine, la politica della depoliticizzazione trova nella guerra la sua più coerente e elevata espressione. Per Wang Hui, anzi, la guerra non è altro che la continuazione della politica della depoliticizzazione. E su questo, sembra difficile trovare argomenti che confutino la sua tesi. Il successo di questa politica sta nella capacità di penetrazione e condizionamento tanto della nostra vita attiva sempre più connessa, quanto del nostro inconscio offline. A questo proposito, un altro intellettuale cinese, Yuk Hui, preferisce, parlando del modello economico e culturale dominante, porre l’accento sui processi di disindividuazione come conseguenza di una prevalenza delle pulsioni, rispetto all’economia della libido. Da qui nasce la necessità di una nuova individuazione del pensiero, “per la cui realizzazione la tecnologia è fondamentale”, visto che proprio l’uso attuale della tecnologia è visto come la causa principale della disindividuazione. Una nuova individuazione corrisponde, quindi, alla declinazione a livello della vita del soggetto del concetto di ripoliticizzazione che Wang Hui analizza collocandosi su un piano relazionale più ampio. Sostenere la necessità di ripoliticizzare le relazioni non significa misconoscere la molteplicità di azioni politiche che, nei più disparati ambiti, registrano livelli di partecipazione popolare molto elevati. Non è questo il punto, o, se vogliamo, questo è solo un aspetto del processo di ripoliticizzazione di cui si intende parlare e forse, o per fortuna, il meno problematico. Dall’Europa alle sue frontiere esterne (Albania e Serbia), a molti paesi del tricontinente, tra cui Kenya e India, senza dimenticare gli USA è un continuo diffondersi di proteste politicamente importanti ed efficaci. Il tema della ripoliticizzazione interessa tanto le azioni politiche specifiche, quanto il “politico”. Questo è da intendersi come il senso generale dell’agire che ridefinisce le priorità e i valori, sulla base di una contrapposizione antagonistica allo stato di cose presenti. La sua fondazione non è astratta, ma radicata nelle lotte politiche che a esso rimandano. Il politico non è la sommatoria di quelle vertenze politiche, anche laddove queste nascono all’interno di uno stesso ambito e manifestano delle analogie, o punti di contatto. Rimanda al concetto di egemonia, intesa nel senso gramsciano di lotta culturale nella dimensione etico-politica, che Laclau ha tradotto nell’idea di catene equivalenti crescenti tra soggetti e azioni per la definizione di una democrazia radicale. Il politico, quindi, costituisce il quadro di riferimento antagonistico, a cui le diverse azioni politiche rimandano e che, allo stesso tempo, ognuna di esse contribuisce a formare. Esiste un processo di reciprocità tra i due elementi: è questo che definisce il percorso di costituzione dell’egemonia. È un percorso che va attivato, non è sempre e già esistente da qualche parte, che ha bisogno solo di essere portato alla superficie. Le catene equivalenti e le articolazioni tra i soggetti che producono azioni politiche antagoniste sono la nervatura e l’ossatura di quel percorso. Sulla base di quanto è stato detto nelle righe precedenti, l’elemento che può costituirsi come quadro di riferimento della potenza collettiva delle azioni politiche che si fanno politico è “la guerra alla guerra”. Questo sembra essere oggi il significante in grado di mettere in moto un progetto egemonico di ampio raggio. La guerra intesa nella sua accezione più ampia – si è detto – è la continuazione della politica della depoliticizzazione. Combattere quella politica con le armi della ripoliticizzazione significa fare di ogni azione che la contrasti un tassello del progetto egemonico che vogliamo condurre a termine. Per fare questo, abbiamo bisogno di produrre elementi convincenti, che non si limitino a contrastare. Abbiamo bisogno anche di nuovi nomi. La guerra che vogliamo muovere alla guerra all’ambiente deve poter dire che tipo di rapporto proponiamo tra la società umana e la natura, cosa significa sviluppo, produzione e consumo in prospettiva ecosocialista, come sostiene Sabrina Fernandes. Lo stesso vale per la guerra contro la guerra ai soggetti marginali, alla sanità e alla scuola pubblica, al diritto a una vita degna, a una casa, a un reddito. Il mutualismo può offrire delle soluzioni? Aiuta a definire un modello societario in cui investire, proprio perché sottratto alla valorizzazione diretta del capitale? Combattere le guerre genocide che usano le armi prodotte direttamente o indirettamente nelle nostre città e che transitano nei nostri porti ha bisogno di ulteriori alleanze per promuovere azioni efficaci e durevoli. Ciò che sta già avvenendo è importantissimo, ma non è sufficiente: la lotta deve trovare il modo di estendersi non solo in orizzontale, ma anche in verticale, lungo la catena di approvvigionamento. I nuovi mezzi computazionali di organizzazione, produzione e controllo devono diventare un campo di battaglia, facendo della conoscenza un’arma da rivolgere contro i loro produttori. Anche questo passaggio rientra nella supply chain su cui è importante intervenire. Gli hacker, come li intende MacKenzie Wark, cioè i produttori di informazioni e metodi di utilizzo dei sistemi contro i loro padroni vettorialisti, sono, da questo punto di vista, un soggetto di importanza vitale. La creazione di catene equivalenti, l’articolazione tra soggetti diversi, producono sapere, cura, solidarietà, consapevolezza e potenza. È lì dove il politico viene rafforzato da e rafforza l’espansione delle lotte in un ecosistema che non ha confini prestabiliti. La sua dimensione si definisce sulla base del funzionamento di un’ecologia, dove tutto co-evolve e dove la distribuzione delle azioni non è sinonimo di debolezza, ma di variabilità non totalizzabile di una rete. La città si presenta come il laboratorio ideale dove la ripoliticizzazione può assumere concretezza e visibilità immediata, dove sperimentare un percorso che abbia come obiettivo la creazione di una nuova egemonia culturale e etico-politica. Questa trova sostegno e forza nell’idea di cittadinanza attivista, che ridefinisce le posizioni e le priorità di chi vive e trasforma gli spazi urbani quotidianamente, dentro e contro le trasformazioni imposte. Le articolazioni, i punti di sutura tra le azioni distribuite dei soggetti, ognuno con la propria specificità, contribuiscono a definire e ampliare il significato di “Guerra alla guerra”. Se questo significasse sottrarci, almeno in parte, all’asfissia opprimente e criminale che ci circonda, la guerra alla guerra potrebbe diventare allora il modo per ricominciare a respirare collettivamente. È accaduto al tempo delle città ribelli, accade oggi con la New York di Mamdani. Le città, talvolta, ci sorprendono per la capacità di trasformazione che dimostrano, grazie all’autonomia, o sovranità, che le contraddistingue e che ha fatto sì che, in passato, fossero viste come ambiti “illegali”. Se la storia si ripetesse, non avremmo altra scelta che stare, senza alcun rimorso, dalla parte dell’illegalità. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Guerra alla guerra. Ripoliticizzare la vita proviene da Comune-info.
August 31, 2026
Comune-info
Un lavoro tutto da fare
C’È UN CALDO INSOPPORTABILE IN TUTTA EUROPA. FRA UN PO’ TERMINERÀ CON QUALCHE DISASTROSA GRANDINATA. POI RIPRENDERÀ. SIAMO IMPREPARATI ALLE CONSEGUENZE DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI, PROVOCATI DALL’UTILIZZO DEI COMBUSTIBILI FOSSILI. IN QUESTO SCENARIO, SCRIVE GUIDO VIALE, IL PRIMO PROBLEMA È LA NOSTRA DELEGA AI GOVERNI, AI PARTITI, ALLE IMPRESE, A “CHISSÀ CHI?”: ANCORA TROPPI SI ILLUDONO CHE LA TRANSIZIONE “DALL’ALTO” PRIMA O POI IN QUALCHE MODO SI FARÀ. C’È DA METTERE SOTTOSOPRA OGNI ASPETTO DELLA NOSTRA VITA QUOTIDIANA. E C’È DA CONSIDERARE IL PUNTO DI VISTA DEI PIÙ FRAGILI. SI TRATTA DI COMINCIARE DA COSE ELEMENTARI QUANTO FONDAMENTALI: CONSUMI, PRODUZIONI NOCIVE, TRASPORTI, SALUTE, ISTRUZIONE, SVAGO… MA ANCHE DA QUESTIONI GENERALI COME MIGRAZIONI E GUERRE Workshop “L’Affresco del Clima”, durante Transizioni fest 2026 (leggi anche Costruire arche ai piedi delle Alpi): un buon modo per allenare l’intelligenza collettiva -------------------------------------------------------------------------------- C’è un caldo insopportabile in tutta l’Europa. Fra un po’ terminerà con qualche disastrosa grandinata. Poi riprenderà e sarà ancora peggio, alternando sempre più spesso eventi estremi e mandando avanti processi irreversibili come lo scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento dei mari, gli incendi delle foreste e l’inaridimento di fiumi e laghi, per non parlare dei virus e delle epidemie in vista. Ce lo dice, e non da ora, ma da decenni, “la Scienza”; o, più modestamente, la comunità scientifica. Siamo impreparati a tutto questo: lo sono i Governi nazionali e locali, le istituzioni sovranazionali, le imprese, i media e il loro personale asservito, i sindacati, i partiti, le associazioni e tutti noi comuni cittadini e cittadine. E non per la disinformazione diffusa a piene mani dai molti negazionisti del clima, bensì per quella promozione dell’indifferenza e dell’irresponsabilità di fronte al disastro in arrivo e già in corso di cui siamo tutti al tempo stesso, e in diversa misura, vittime e complici. Sui media i servizi in cui si adombra la gravità della situazione – per le molte esistenze umane stroncate, per l’economia, per i raccolti agricoli, per la vita urbana – si alternano ai sevizi sugli inconvenienti e le opportunità che questo caldo comporta per chi va o deve andare in vacanza; il riconoscimento che all’origine di questa catastrofe ci sono i combustibili fossili si abbina all’augurio che lo stretto di Hormuz riapra al più presto perché il petrolio “torni a scorrere”; la timida ammissione che questo sistema economico è ormai insostenibile non ostacola certo l’ingiunzione (convalidata dal più incensato guru di questa indecente classe dirigente europea e occidentale) a rincorrere sempre di più “crescita e competitività”. Abbiamo avuto tre grandi piani dai nomi altisonanti, con finalità in gran parte sovrapposte (European Green Deal, Next Generation Eu e PNRR, più l’italiano “110 per cento”) per dover concludere che nulla è stato fatto per affrontare la catastrofe climatica incombente e che i denari disponibili sono stati sprecati o deviati verso altre finalità: soprattutto guerra e armi… A che cosa è dovuta tanta scriteriata indifferenza? Di chi la colpa? Le responsabilità sono molteplici e condivise: corposi interessi a perpetuare lo stato di cose presente, soprattutto per quel che riguarda i combustibili fossili e il loro uso nella vita quotidiana: miliardi e miliardi di barili di petrolio, di metri cubi di gas, di tonnellate di carbone (e montagne di dollari) sono ancora rinchiusi nelle loro casseforti sotterranee e non possono essere “lasciati lì” senza metterli in circolo; poi, il senso di impotenza di governanti e governati di fronte all’enormità del problema e dei compiti per affrontarlo; c’è anche molto conformismo: nessuno osa gridare “al lupo!” là dove le pecore pascolano contente; certo, conta anche l’ignoranza: basta ascoltare uno qualsiasi dei nostri politici toccare l’argomento – tipo “alle Bahamas si sta bene; staremo bene anche qui” – per capire che non se ne è mai occupato; ma soprattutto conta la nostra delega: ai governi, ai partiti, alle imprese, a “chissà chi?”, perché facciano quello che “la Scienza” dice che bisogna fare, senza mai sentirsi investiti di persona da quel “che fare”? “Di persona”: che cosa vuol dire? Vuol dire che la transizione “dall’alto” non si farà mai, per quanto forti siano le pressioni (e non lo sono) perché i Governi, a tutti i livelli, cambino rotta. Di persona vuol dire “dal basso”. E come? Ce lo aveva detto trent’anni fa Alex Langer: “La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile”. Intanto si tratta di una conversione: un processo eminentemente spirituale o, se vogliamo, culturale; ma che non può non avere anche un solido riscontro materiale. Ma l’attenzione di chi quelle parole le ha prese sul serio si è concentrata quasi solo su quel “desiderabile”: sullo sforzo per delineare un assetto sociale diverso, ma attraente, che risponda alle fondamentali esigenze della specie umana – che in molti dimentichiamo spesso che oltre a “noi” conta altri otto miliardi di persone! – mantenendo un sano equilibrio con la rigenerazione di tutte le altre forme di vita che popolano la Terra. È il messaggio fondamentale dell’enciclica Laudato sì di Francesco. Certo, immaginare quell’assetto è essenziale: senza l’immagine di un mondo diverso non troveremmo la forza di agire. Ma desiderabile per chi? Per noi? Per quelli a cui questo mondo e il modo di vivere che ci impone fanno schifo? Per chi ha già compiuto un salto mentale – e in parte, ma solo in parte, anche materiale, nel proprio stile di vita – oltre lo stato di cose presente? Ma che ne è di tutti gli altri e le altre che a quel salto non hanno nemmeno mai pensato? Di tutti coloro che non partono dalle nostre premesse? Qui prende corpo il termine “socialmente”: che vuol dire mettere in moto dei meccanismi materiali, o per lo meno dei comportamenti collettivi, capaci di raggiungere anche quei mondi che il nostro “discorso”, le cose che diciamo tra noi, non riescono nemmeno a sfiorare. Bisogna smettere (cosa difficilissima) di ritenersi “nel giusto” e ricominciare “da zero”: con uno screening di ogni aspetto della nostra vita quotidiana che includa anche quelle dei tanti altri e altre diverse da noi. Certo, occorre cercare, inventare e sperimentare iniziative, proposte, rivendicazioni, progetti, lotte; verificando però ogni volta che rispondano almeno in parte anche alle preoccupazioni di chi è diverso da noi: preoccupazioni poco comprese e poco considerate, che vanno quindi indagate con una inchiesta permanente; innanzitutto, a livello mentale, facendone, ciascuno e ciascuna, un modus vivendi interiorizzato; ma conducendola il più possibile in forme collettive e condivise. Una inchiesta che consista soprattutto nel “mettersi nei panni degli altri”, cercando vie, sedi e modi per farlo al meglio. Quali e quante delle più comuni aspirazioni possono trovare la strada, non certo di una realizzazione immediata, ma per lo meno di una maggiore soddisfazione nel perseguirle in modi diversi da quelli correnti? Si tratta qui di cose elementari quanto fondamentali come consumi, spese, produzioni nocive (a sé e agli altri: cioè quasi tutte), trasporti, salute, istruzione, svago, affetti… Ma anche di questioni generali come migranti e guerre. Mettere al primo posto la salvaguardia del pianeta, e con essa quella delle nostre vite, non significa abbandonare la lotta di classe ma rafforzarla; darle una direzione e un orizzonte che essa ha in gran parte perso insieme al socialismo dei secoli scorsi; rinnovarla: un lavoro per niente ideologico in gran parte ancora tutto da fare. Il caldo insopportabile e gli altri disastri che ci aspettano potrebbero facilitarci il compito. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La disuguaglianza del clima nella città che brucia – di Francesco Demitry -------------------------------------------------------------------------------- . . . . -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un lavoro tutto da fare proviene da Comune-info.
June 30, 2026
Comune-info
La profezia dei fiumi. Intervista a Bertha Zúñiga Cáceres
INCONTRO CON LA COORDINATRICE DEL CONSIGLIO CIVICO DELLE ORGANIZZAZIONI POPOLARI E INDIGENE DELL’HONDURAS (COPINH), BERTHA ZÚÑIGA CÁCERES, SPESSO CHIAMATA AFFETTUOSAMENTE BERTITA, FIGLIA DI BERTA CÁCERES. LA DIFESA DEL POPOLO LENCA, LA MEMORIA DELLA MADRE, IL COLONIALISMO VERDE, LA RESPONSABILITÀ DELLE BANCHE EUROPEE E LA NECESSITÀ DI PASSARE OVUNQUE DALLA RESISTENZA ALLA COSTRUZIONE DI ALTERNATIVE. L’AVVERTIMENTO DEI POPOLI INDIGENI AL MONDO Bertha Zúñiga Cáceres è coordinatrice generale del COPINH, il Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras. È figlia di Berta Cáceres, indigena Lenca, femminista, ambientalista, fondatrice del COPINH, assassinata il 2 marzo 2016 per la sua opposizione al progetto idroelettrico Agua Zarca sul fiume Gualcarque, sacro per il popolo Lenca. In questa intervista, Bertha parla della propria formazione politica, del rapporto con la madre, delle lotte del COPINH per il riconoscimento dei territori indigeni, della difesa dei fiumi e dei boschi, ma anche della costruzione di esperienze comunitarie alternative. Al centro dell’intervista c’è una critica netta alla cosiddetta transizione ecologica quando diventa una nuova forma di estrattivismo: una transizione “verde” solo nel linguaggio, ma fondata ancora su colonialismo, razzismo e violenza contro le comunità indigene. Sei cresciuta dentro una lotta. In un certo senso non sei diventata difensora dei diritti umani con il tempo ma sei nata in quel mondo, dentro l’esperienza del COPINH, accanto a tua madre. Ti sei mai chiesta se fosse una scelta? Hai mai pensato: “Non voglio più lottare”? Credo che siano vere entrambe le cose. Da una parte non è una scelta, o almeno non la si vive subito come una scelta. È come se fossi nata lì, come se quella fosse la maniera in cui ho imparato a vivere. Quando ero bambina, però, vedevo le situazioni di pericolo che affrontavano le persone del COPINH. A un certo punto ho chiesto a mia madre e alle persone della mia famiglia perché continuassero a fare tutto questo, perché non facessero qualcosa che io allora consideravo più “normale”. Ricordo che mia madre fu molto ferma. Mi disse: “Tu adesso non lo capisci, ma questa è una responsabilità per noi. Le mie figlie non saranno indifferenti alla mia lotta”. Lei aveva conosciuto persone con ruoli di leadership sociale in altri luoghi i cui figli e figlie non volevano sapere nulla di quella lotta. E per questo ci interpellava continuamente. Ci diceva che avremmo dovuto fare ciò che volevamo della nostra vita, ma contribuendo alla libertà del nostro popolo. Lei parlava dell’emancipazione del popolo dalle sue radici. Diceva: “Lavorerete con il vostro popolo”. Era molto forte nel ricordarcelo. Poi la vita stessa ti ritrova, ti riporta sempre al tuo territorio, alla tua lotta. Per me, a un certo punto, questa lotta è diventata anche qualcosa di mio. Fa parte della mia storia, della storia del mio popolo, di ciò che ho imparato da altre persone della mia famiglia, dai compagni e dalle compagne. A un certo punto senti una responsabilità così grande che non hai più davvero la possibilità di scegliere. Diventa anche una necessità personale: essere parte di una storia. Ci sono molte generazioni prima di noi e ce ne saranno altre che continueranno questo cammino. Nelle interviste ti chiedono spesso di tua madre. È inevitabile, ed è giusto, ma tu oggi hai una tua posizione, una tua visione, una tua responsabilità politica. Come vivi questo ritorno continuo alla figura di Berta Cáceres? Quando ero bambina sono cresciuta molto dentro i movimenti sociali. C’erano molti riferimenti alle lotte rivoluzionarie. Per esempio, noi giocavamo a fare le guerrigliere: prendevamo uno zaino, un bastone, e dicevamo che eravamo guerrigliere. Era qualcosa di quotidiano… Nella mia famiglia, soprattutto mia nonna ammirava molto Fidel Castro. Una volta mia madre mi disse: “Non bisogna idealizzare le persone. Tutte le persone hanno molte cose buone, ma hanno anche difetti”. Io le chiesi: “Anche Fidel Castro?”. E lei mi rispose: “Sì, anche Fidel Castro”. Io non riuscivo a crederci… Mia madre mi ha insegnato anche questo: ogni persona ha il proprio modo di lottare. Ogni persona è insostituibile. Lei, per esempio, è una persona insostituibile nella nostra organizzazione. Noi diciamo sempre che è presente, che è viva, ed è così. Però la sua assenza ha lasciato un vuoto enorme. La forma di lotta che aveva lei non è qualcosa che qualcuno possa semplicemente riprodurre. Nessuno è arrivato a fare la stessa cosa. E certamente non io. A un certo punto ho avuto molte insicurezze. Anche se sono sempre stata parte del COPINH, non avevo mai avuto un incarico direttivo. Accettare il coordinamento del COPINH è stato molto difficile per me. Io volevo lottare, ma non volevo avere un incarico dentro l’organizzazione. Era una responsabilità enorme, un peso psicologico molto forte che sento ancora. Però so anche, e lei me lo diceva sempre, che ogni persona è unica, che ognuno avrà il proprio modo di lottare. Io non cercherò mai di rimpiazzarla, né di sostituirla, né di paragonarmi a lei. Lei è stata una persona immensa, con una grande esperienza, una grande intelligenza, una grande saggezza. Io so molto chiaramente di essere una persona diversa da lei. So che ciò che vivrò sarà simile, ma anche molto diverso. E allo stesso tempo mi sentirò sempre molto orgogliosa di lei. Il rapporto che ho con mia madre è un rapporto amoroso. Quando la ricordo, la ricordo con molto affetto. La sento soprattutto dentro quella relazione personale. Certo, per me è difficile dover parlare tanto di lei, vederla in video, vederla in foto, e allo stesso tempo custodire i miei ricordi personali, naturali, quotidiani. Però quello che dico sempre è che lei era la stessa come leader sociale e come madre. Così come chiedeva alla gente di lottare, lo chiedeva anche a noi. Aveva un carattere molto forte, ma era anche molto allegra. Godeva della lotta, rideva molto, faceva battute. Ricordo un episodio del 20 febbraio 2016. Il COPINH fece un’azione forte dentro l’area dell’impresa costruttrice del progetto idroelettrico. Fu una situazione durissima, molto tesa. C’erano poliziotti, militari. Fecero camminare le persone per circa otto ore, con bambini, neonati, anziani, perché non lasciarono passare gli autobus del COPINH. Io stavo monitorando quello che le stava accadendo. A un certo punto lei perse il segnale del telefono e io non seppi più nulla. Quando riprese la linea mi disse: “No, va tutto bene, ci stiamo riportando qui. Sono qui con il comandante Rosquilla”. Era un compagno, e lei lo chiamava così, “comandante Rosquilla”. Stava scherzando. Io pensavo: come si può, in una situazione così tremenda, ridere e raccontare barzellette? Ma era anche questo il mio rapporto con lei. Ed è una delle cose che ho imparato. -------------------------------------------------------------------------------- pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Nel mondo Berta Cáceres è spesso ricordata come martire dell’ecologismo. Ma la sua lotta era anche indigena, femminista, politica. Metteva al centro il popolo Lenca, i diritti collettivi, il ruolo delle donne nei movimenti sociali. Come recuperi oggi questa complessità? Una cosa molto presente nel pensiero del COPINH, e in buona parte questa visione è stata elaborata dalla nostra compagna Berta Cáceres, è che le lotte non si possono fare a pezzi. Non possono essere monotematiche. Non possiamo lottare solo per la terra. Non possiamo lottare solo per il nostro popolo. Nel momento stesso in cui lottiamo per la nostra terra, dobbiamo lottare anche per la Palestina, per il popolo curdo, per le comunità K’iche’ in Guatemala, per tanti altri popoli. Berta diceva sempre, ed è parte dell’analisi dei movimenti in America Latina, che quello che abbiamo davanti è un sistema che ci domina in molti modi. E quindi bisogna combatterlo nel modo più integrale possibile. Parlava del capitalismo, del patriarcato, del razzismo come strutture di dominazione. Per noi questa è anche la maniera di continuare la lotta. Che cosa sta accadendo oggi in Honduras? Quali sono le lotte principali del COPINH? Una lotta molto importante per noi, dentro l’eredità del COPINH, è una lotta che dura da più di trent’anni: il riconoscimento, da parte dello Stato honduregno, della proprietà della terra del popolo indigeno Lenca. Storicamente, da quando esiste come Stato, l’Honduras non ha fatto nulla per avanzare davvero nel riconoscimento dei territori dei popoli indigeni. Parliamo di terre che appartengono storicamente al popolo Lenca, anche se il suo territorio è stato ridotto. Una delle nostre lotte ancora aperte riguarda diverse comunità che chiedono allo Stato l’emissione di titoli comunitari, nei quali venga riconosciuto il possesso collettivo della terra. Questo è l’origine di molte altre violazioni dei diritti umani nei nostri territori. Allo stesso tempo, naturalmente, si è rafforzata la lotta in difesa dei fiumi, dei boschi, del territorio in generale e anche del sottosuolo, minacciato da alcuni progetti minerari. Ma c’è anche un altro elemento su cui riflettiamo molto e che fa parte della visione del COPINH: migliorare la qualità della vita del popolo Lenca. Noi viviamo una contraddizione. I popoli originari, e il popolo Lenca come parte di questi popoli, hanno vissuto un abbandono da parte dello Stato honduregno rispetto al compimento dei loro diritti. Lo Stato c’è quando si tratta di privatizzare le terre, quando si tratta di provare a cancellare la nostra identità come popolo Lenca. In quel caso lo Stato c’è. Ma non c’è per l’educazione, non c’è per la salute, non c’è per le strade, non c’è per i bisogni fondamentali delle comunità… Per questo anche noi ci siamo chieste come migliorare la qualità della vita a partire dalla situazione che abbiamo. Rivendichiamo la costruzione di un modello di vita che permetta di vivere in condizioni di maggiore giustizia e minore disuguaglianza, senza dover cedere i nostri diritti fondamentali. Per noi è anche un dovere della lotta storica del COPINH lavorare sull’articolazione dei movimenti. Sappiamo che il COPINH ha un riconoscimento importante in Honduras e anche in altri luoghi del mondo, ma ci sono altre organizzazioni che affrontano situazioni simili, spesso con meno capacità. In questi trent’anni abbiamo sviluppato molti apprendimenti. Sono strumenti che ci hanno permesso, per esempio, di ottenere la carcerazione di otto persone vincolate all’assassinio di mia madre, tra cui il presidente dell’impresa. Ma altre comunità stanno vivendo enormi difficoltà, soprattutto comunità piccole, con grande impegno ma anche con molte fragilità organizzative. Per noi è molto importante condividere questi apprendimenti. Oggi in Honduras siamo in un momento difficile. Ha assunto un nuovo governo da gennaio. Per noi è un governo che prosegue la linea di Juan Orlando Hernández, il narco-presidente, un governo criminale che ha implementato politiche di sicurezza e di persecuzione. Sotto quel governo è stata assassinata mia madre, insieme a molte altre persone in Honduras. C’è stata anche una persecuzione molto forte contro la lotta del COPINH. Noi diciamo sempre che l’intenzione dell’assassinio di mia madre era porre fine alla lotta del popolo Lenca e, in modo specifico, alla lotta del COPINH. È un momento complicato. Ma vogliamo affrontare questa situazione, portare più coscienza in altri luoghi del paese, ad altre persone del popolo honduregno, e far emergere anche quella forza di articolazione che esiste in altri territori fuori dalle frontiere dell’Honduras. Il COPINH non è solo denuncia e resistenza. Costruisce radio comunitarie, fa formazione politica, agroecologia, crea spazi di cura… È attraversato da una ricerca del buen vivir comunitario. Come discutete internamente questo passaggio dalla resistenza alla costruzione di alternative? Questa discussione si è ampliata. Noi partecipiamo a uno spazio che si chiama Reencuentro Mesoamericano de Movimientos en Resistencia. Lì ci siamo sfidate a non limitarci a resistere. Molti popoli hanno mostrato la propria capacità di difendere i territori, di reagire davanti a un attacco, di ottenere alcune vittorie nonostante l’assedio. Però ci siamo anche sfidate a costruire. Diciamo: passiamo dalla resistenza anche alla costruzione. I governi e le imprese non vogliono che costruiamo. Per questo ci attaccano tanto e ci tolgono la possibilità di avere il tempo per pensare. Viviamo tra allarmi, emergenze, allerte permanenti. Questo non ci dà la possibilità di costruire. Eppure questa è parte della nostra consegna come movimento. Abbiamo fatto scambi molto belli per imparare, per esempio, sullo sviluppo delle energie comunitarie o delle ecotecnologie, e su come queste possano rispondere ai bisogni fondamentali delle comunità. Vogliamo costruirle noi, con le nostre risorse, nel modo che riteniamo giusto, senza aspettare che arrivi lo Stato, che spesso non arriva mai nelle comunità, o che arrivi un’impresa a ricattarci.La logica è sempre stata questa: volete una diga? Allora vi diamo salute, strade, ospedali. Però dovete approvare la diga. Questa è la logica dell’estrattivismo. I popoli originari, le comunità rurali, molte comunità contadine sono diventate la spazzatura del sistema capitalista. Siamo il luogo in cui il sistema getta i propri rifiuti. Siamo il luogo dove finisce tutto ciò che di peggio produce il capitalismo. Com’è possibile che in Europa si paghino crediti di carbonio, che ci siano imprese che fanno affari con l’ossigeno prodotto dai boschi delle nostre comunità, quando noi siamo quelli che hanno contaminato meno? In Honduras l’85 per cento dei boschi e delle montagne si trova in comunità indigene. Perché le pressioni dobbiamo pagarle noi, se siamo quelli che hanno contaminato meno? Mi sembra importante che le persone europee impegnate sulle questioni ambientali tengano questo dentro le proprie riflessioni. Altrimenti ci lasciamo avvolgere da cose apparentemente ecologiche o verdi, che in realtà sono affari e nuove forme di colonialismo. In Europa si parla di transizione energetica, energie rinnovabili, progetti per il clima. Ma spesso questi progetti, nei territori del Sud globale, si traducono in sfruttamento, imposizione e violazione dei beni comuni. Come denunciate questo meccanismo? Abbiamo iniziato questa visita nei Paesi Bassi, dove si trova la banca di sviluppo olandese FMO, una delle banche che finanziarono la diga Agua Zarca, che si voleva costruire nella comunità di Río Blanco. Già prima di essere assassinata, mia madre aveva comunicato con questa banca e le aveva detto di non coinvolgersi nel finanziamento del progetto, perché era un progetto che violava i diritti delle comunità. Nel momento in cui la banca si coinvolse, era già stato assassinato il compagno Tomás García, presidente del Consiglio indigeno. Furono persino contrattate imprese per realizzare una specie di audit, o relazioni, sulla situazione nella comunità. Alla fine, in una di queste relazioni si concluse che il 67 per cento dei fondi erogati per la costruzione del progetto era stato deviato per commettere attività illecite. Attività che, sostanzialmente, servivano ad attaccare e neutralizzare la lotta del COPINH, compresa la lotta di mia madre in difesa del sacro fiume Gualcarque. Per noi è chiaro che esiste una nuova offensiva: ciò che viene chiamato colonialismo verde. Le imprese stanno esercitando pressione. Quando parliamo di FMO, non parliamo solo del denaro dato per quel progetto. Mia madre ci disse, prima di morire: “Credo che sarà difficile fermare questo progetto. O si attiva una lotta molto forte a livello comunitario, che renda impossibile la costruzione, oppure l’altra strategia è impedire che il denaro proveniente da quei fondi arrivi all’impresa”. Loro diedero il denaro, ma diedero anche appoggio politico. Per esempio, la banca diceva che lì non c’erano comunità indigene. E noi dicevamo: chi è una banca olandese per dire se esiste o non esiste un popolo originario? La banca ha sempre sostenuto l’impresa. La prima volta che venimmo in Europa, proprio nei Paesi Bassi, fu dieci anni fa. Parlammo con il direttore della banca. Lui disse: “È molto triste tutto quello che mi avete raccontato, però datemi le prove, perché io non vi credo”. Questa è un’attitudine razzista, discriminatoria. Esiste un pregiudizio: siamo noi a dover provare che un’impresa ha esercitato violenza sistematica e che ha assassinato persone. Eppure, fino a poco tempo fa, la banca continuava a dire che il COPINH era un’organizzazione violenta, come se questo giustificasse la violenza vissuta da parte dello Stato e dell’impresa. È una situazione preoccupante. Il 51 per cento delle azioni di FMO appartiene allo Stato olandese, e il 95 per cento delle azioni di Finnfund appartiene allo Stato finlandese. Non c’è soltanto la responsabilità di una banca: c’è anche la responsabilità di Stati che usano denaro del popolo olandese e del popolo finlandese per finanziare violenza. Quali alleanze sono possibili con i movimenti europei? In questi dieci anni di lotta per la giustizia, la solidarietà internazionale è stata decisiva, in molti modi. Una forma importante è stata l’alleanza per fare ricerca. In Honduras, e più in generale in America Latina, il tema della trasparenza diventa sempre più complesso, soprattutto man mano che avanzano governi più autoritari e meno democratici. Indagare su chi c’è dietro lo sviluppo di un progetto che viola i diritti umani è una parte molto importante. È anche grazie a ricerche realizzate da qui che abbiamo scoperto il coinvolgimento di una banca olandese nel progetto. Un’altra parte è la possibilità di realizzare azioni concrete di solidarietà: abbiamo creato brigate per andare in Honduras, osservatori, scambi di comunicazione, abbiamo ricevuto sostegno per le traduzioni, per condividere notizie, perché viviamo anche molti blocchi mediatici. Abbiamo ancora alleanze molto importanti, che ci hanno permesso, per esempio, di avere una rappresentanza legale nei Paesi Bassi e di denunciare la banca FMO, una delle banche coinvolte. Per noi, che veniamo da comunità dove già in Honduras è difficile avere avvocati, avere un avvocato o un’équipe di avvocati a livello internazionale sarebbe quasi impossibile senza gesti di solidarietà e senza la reazione di altri movimenti. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La profezia dei fiumi. Intervista a Bertha Zúñiga Cáceres proviene da Comune-info.
June 19, 2026
Comune-info
Per una pace con la terra disarmata e disarmante
L’ENCICLICA MAGNIFICA HUMANITAS RAFFORZA IL RICHIAMO PER UNA PACE “DISARMATA E DISARMANTE” COME GRIDO CONTRO TUTTI I GOVERNI E L’INDUSTRIA BELLICA. MA SECONDO GUIDO VIALE È UN SALTO INDIETRO RISPETTO ALLA LAUDATO SI’, DOVE L’UMANITÀ È NOMINATA CUSTODE DELL’INTERDIPENDENZA ECOSISTEMICA Foto Associazione Laudato Si’ -------------------------------------------------------------------------------- “Di che cosa ci siamo dimenticati?” chiede lo Young Pope di Sorrentino nel primo saluto che rivolge dopo la sua elezione alla folla dei fedeli accorsi in piazza San Pietro per acclamarlo. E di che cosa si è dimenticato Leone XIV nella sua prima enciclica? Di tutto. Non nel senso di ogni cosa – ne nomina molte – ma in quello di “il tutto”: la sintonia tra l’essere umano e il creato, il vivente, il mondo che lo sostenta; quella sintonia che Francesco aveva messo al centro dell’enciclica Laudato si’ come suo filo conduttore; nel bene come nel male, a partire da quel “grido della Terra” offesa dalle opere umane che risuona accanto a quello dei poveri e dei derelitti, che sono i primi a subire le conseguenze di quelle offese, ma anche i più interessati a un riscatto che non può essere che comune. “Non si può essere sani in un mondo malato” aveva sostenuto solennemente Francesco al tempo del covid: la più icastica delle sue affermazioni; quella in cui si riassume in poche parole il senso della sua principale enciclica e di tutto il suo operato negli anni del suo pontificato. Una rivisitazione del messaggio evangelico che ne disloca il focus dal primato dell’essere umano a quello del suo contesto creaturale; dal dominio rivendicato dall’uomo sul resto del mondo e sugli altri viventi alla missione della loro custodia fondata sulla reciprocità tra ciò che la Terra dona a uomini e donne e ciò che questi e queste le devono restituire. Nell’enciclica Laudato si’ tutte le vite di cui è popolata la Terra e di cui l’umanità è nominata custode ci mostrano, nella loro interdipendenza ecosistemica, la strada da seguire per correggere la traiettoria della Storia attraverso il mutuo appoggio: dio si è incarnato nel mondo creaturale per farcene apprezzare la bellezza; non per prodursi in una predicazione meramente precettistica. Le opere umane che turbano e sconvolgono quell’equilibrio del creato, dalla guerra all’inquinamento, dall’uso distorto della tecnoscienza alle diseguaglianze sociali, dallo sfruttamento irresponsabile delle risorse della Terra a quello delle opportunità messe a disposizione dal progresso tecnico, devono ritrovare la strada di una consonanza con i cicli del vivente. L’orizzonte dell’enciclica Magnifica Humanitas è completamente differente. Fin dal suo inizio si presenta non in una prospettiva cosmica, ma dentro un panorama interamente costruito. La Terra è diventata suolo edificabile e le polarità che definiscono le alternative a disposizione dell’agire umano sono simboleggiate da due edifici: da un lato, la torre di Babele, opera paradigmatica dell’arroganza di un’umanità che voleva scalare il cielo senza l’aiuto di dio, e fallita non tanto per la moltiplicazione delle lingue dei suoi artefici, quanto per la loro incapacità di comprendersi e accordarsi reciprocamente; dall’altro, le mura di Gerusalemme, ricostruite dal popolo di Israele dopo l’esilio babilonese per impulso di Neemia, che li spingeva a lavorare insieme aiutandosi l’un l’altro. In mezzo, a far da ponte tra questi due estremi, non c’è il richiamo di una Terra ancora popolata da una molteplicità di esseri viventi ed essa stessa vita; né, sopra di essi, un cielo che minaccia a entrambi l’imminente catastrofe climatica. A cui infatti Leone dedica ben poca attenzione (ne dedica invece molta, e giustamente, alle guerre, alle armi e alle minacce che rappresentano per tutta l’umanità). Leone ammette sì l’importanza di “quello che papa Francesco ha definito un «antropocentrismo situato», che riconosce l’essere umano come creatura inserita in una trama di relazioni con gli altri viventi e con l’intero creato”. Ma la sua ricerca e i suoi approfondimenti volgono decisamente in un’altra direzione: quella della magnificenza dell’umanità (compendiata nella magnificenza di Maria). Che va però salvaguardata dai pericoli e dalle tentazioni a cui la espongono la potenza sviluppata dal progresso tecnico-scientifico e la concentrazione della ricchezza e del potere nelle mani di pochi individui: processi che trovano oggi la loro massima manifestazione negli sviluppi dell’intelligenza artificiale. Su questo punto le osservazioni di Leone, che invita a non dimenticare il mondo reale della vita quotidiana e a non confonderlo e con la sua duplicazione o moltiplicazione digitale, sono condivisibili e di assoluto buon senso, anche se tradiscono un po’ le aspettative che avevano accompagnato l’annuncio di una “enciclica sull’intelligenza artificiale”. Va comunque a merito di questo importante documento, in ciò coerente con tutta l’attività pastorale svolta finora da Leone, il pressante e insistente richiamo alla pace; a una pace “disarmata e disarmante”; un appello che non si ritrae dalla necessità di sostenerlo con la condanna della produzione e del commercio di armi. Anche se forse la chiave per sovvertire le pericolose tendenze e pulsioni belliciste in atto andrebbe cercata, come certamente aveva intuito Francesco, ben al di là della ineludibili condanna dei conflitti tra Stati, nazioni e popoli: nella lotta senza quartiere contro l’inimicizia e le guerre che oppongono ciascuno di essi, popoli, nazioni e Stati, e tutti quanti insieme, alla salute del pianeta Terra e a tutte le forme di vita che essa ospita e che la animano. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per una pace con la terra disarmata e disarmante proviene da Comune-info.
June 16, 2026
Comune-info
Se persino le armi sono sostenibili
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Pavlo da Pixabay -------------------------------------------------------------------------------- Dopo una vita stentata è calata una pietra tombale sulla sostenibilità. A mettercela è stata direttamente la Commissione europea con una “Commission Notice”, pubblicata già il 30.12.2025 sul Official Journal (l’equivalente della Gazzetta Ufficiale), concernente la valutazione degli investimenti nel settore della difesa nel quadro di riferimento per la finanza sostenibile e della Direttiva sulla Due Diligence (CSDDD) per la valutazione degli affari economici1. La comunicazione della Commissione fornisce le linee guida sulle tipologie di investimento nella difesa che rientrano nel quadro di finanza sostenibile (Regolamento Ue sull’informativa di sostenibilità nel settore dei servizi finanziari, SFDR, soggetti al controllo della Autorità europea dei mercati finanziari, ESMA). Concretamente, per uscire dal labirinto normativo dell’Ue, la Notice stabilisce che gli investimenti e le attività delle imprese nel settore della difesa sono considerati compatibili con le norme sulla sostenibilità, ad esclusione solo delle “armi controversi”, cioè quelle già proibite dalle convenzioni internazionali: bombe a grappolo, mine antiuomo, armi biologiche, laser accecanti2. La raccolta del risparmio e il credito bancario per finanziare le industrie che producono tutti gli altri sistemi d’arma (nucleari comprese) sono ritenuti in linea con i criteri ambientali, sociali e della buona governare (ESG, Evironmental, Social, Governance3). Si sono così bruscamente chiusi anni di vivaci discussioni su quali dovessero essere i parametri da rispettare per poter definire cosa è “sostenibile”. Questione per la quale è nata persino una disciplina accademica, la “Sustainability science”4. Se le armi posso intestarsi questo merito reputazionale figuriamoci se non lo può fare qualsiasi altro prodotto immesso sul mercato. Si troverà sempre una qualche utilità superiore per giustificare la sua produzione. Le mani sui risparmi privati e sui bilanci pubblici A dire il vero le normative europee sulla “tassonomia verde” (Regolamento UE 2020/852 per la classificazione delle attività economiche utili alla “ecosostenibilità” e alla lotta al cambiamento climatico) erano già state ampiamente compromesse dall’inserimento delle filiere produttive del gas e dell’energia nucleare. Anche allora complice della decisione era stata la guerra (l’invasione della Federazione russa in Ucraina) e la necessità di garantire approvvigionamenti energetici in Europa anche senza il gas russo. Ma con l’inclusione delle armi pare proprio che sia crollata alla base la traballante impalcatura su cui regge il concetto stesso di sostenibilità. Ed è un vero peccato, poiché come vedremo più avanti, pure con tutte le sue ambiguità, distorsioni e faziose distorsioni, per più di cinquant’anni il principio di sostenibilità ci ha aiutato in molte battaglie ambientaliste, perlomeno per smascherare il greenwashing. Con quest’ultimo colpo di mano il termine sostenibilità ha subito un rovesciamento completo di senso. È lo stesso destino capitato a molti altri vocaboli, come: libertà nelle mani dei liberisti, sviluppo contabilizzato nei bilanci delle multinazionali, benessere ridotto a benavere, lavoro subalternizzato al profitto, cura appaltata al Terzo settore, comunità confinata nelle identità etniche, democrazia sequestrata dai partiti, giustizia delegata ai tribunali, vita separata dalle vite reali delle persone. Illich le chiamava parole ameba, altri pensatori le hanno chiamate parole caucciù. Ora, anche sostenibilità è stata fagocitata e conquistata dai suoi nemici. Era da tempo che i ministri della difesa dell’Unione Europea, riuniti nel board dell’Agenzia europea della difesa, chiedevano di liberare dal marchio d’infamia gli investimenti in aziende collegate alla produzione di armi. Se la guerra non è più un disvalore – anzi, un dovere morale – le armi sono il necessario complemento. Il ministro per la Difesa del Regno Unito, Grant Shapps, ha detto: «Non c’è nulla di poco etico nel sostenere l’industria degli armamenti, che ci permette di difendere il nostro stile di vita, soprattutto in questo periodo di incertezza globale» (Valori.it 05.12.2023). Anche il ministro dell’Economia francese Eric Lombard, afferma che finanziare l’industria bellica è un «atto responsabile», in perfetto allineamento con i principi Esg (Maurizio Bongioanni, Investimenti “sostenibili” nelle armi: il nuovo paradosso europeo, Valori 08.04.2025). Difficile dare torto a questi signori, non c’è incoerenza in loro, poiché sono stati i parlamenti europei a proclamare il superiore interesse pubblico del riarmo, della deterrenza proattiva e della “prontezza” nell’entrare in guerra contro i “pericoli esistenziali” che minaccerebbero la civiltà, la prosperità, la religione cristiana. Già il Rapporto Draghi sul futuro della competitività europea – vero documento programmatico del secondo mandato della Commissione Von der Leyen – c’era scritto che «l’accesso ai finanziamenti [per la difesa] è spesso ostacolato dall’interpretazione data dalle istituzioni finanziarie ai quadri di riferimento dell’Ue per la finanza sostenibile e ai quadri di riferimento ambientali, sociali e di governance (Esg)». È noto che il piano Rearm Europe della Commissione europea5 è alla ricerca di canali di finanziamento per 800 miliardi, più quelli che saranno necessari per rimpiazzare il disimpegno degli Usa dal fianco est della Nato. Servono fondi pubblici e risparmi privati6. È giunto il momento di fondere le campane per fare cannoni e di donare oro alla Patria. Il generale Vannaci non emerge dal nulla. In questo contesto non c’è azione più etica che stornare denari pubblici dalle spese sociali agli armamenti e garantire ottime remunerazioni agli investimenti privati nelle industrie delle armi, lo certificano gli utili da capogiro che sta realizzando il settore. Le industrie del settore fatturano ogni anno la ragguardevole cifra di 5mila miliardi di dollari. Se la guerra è considerata giusta dalle pubbliche autorità legittimate dalla sovranità popolare, allora finanziarla e prendervi parte (vedi le varie iniziative che si aggirano sull’Europa per rendere più o meno obbligatoria la leva militare) può apparire non solo necessario, ma glorioso. A fronte di tale stringete ragionamento diventa inutile la disputa scientifica su ciò che è o non è sostenibile. Ci sarà sempre un fine d’interesse superiore che giustifica l’impiego di qualsiasi mezzo necessario a raggiungerlo. Schiere di esperti, di negoziatori, di legulei e rispettive commissioni di valutazione, tavoli di confronto, forum tra stakeholder e “dibattiti pubblici” vengono scavalcati d’un sol colpo. La decisione politica torna ad essere puro comando, le tecnocrazie si adeguano, la infinita produzione di trattati, codici e regolamenti evapora. Se il diritto internazionale è diventato un orpello nelle dispute tra gli stati, figuriamoci che fine fanno le specifiche tecniche sulla sostenibilità Esg dei prodotti7. La nuova frontiera degli investimenti sostenibili sono le armi. Secondo i dati di Morningstar citati dalla testata francese Les Echos, i fondi sostenibili definiti come tali negli articoli 8 e 9 della regolamentazione Ue (Regolamento SFDR e il piano d’azione per la finanza sostenibile8) gestiscono oltre 6.100 miliardi di euro. Pari al 60% del totale degli asset europei. Una cifra enorme su cui l’industria della difesa ha puntato gli occhi per finanziare il piano Rearm Europe. Infatti, i fondi denominati Esg finora sono entrati per pochissimi denari nei portafogli dei settori aerospaziale e della difesa. Thomas Jusquame, (già citato nella nota n.1) rende noto che un consorzio di giornalisti ha recentemente rilevato che «tra il 2021 e il 2023, 120 miliardi di euro provenienti dai fondi “verdi” delle banche sono stati investiti nella produzione di armamenti». La finanza sostenibile screditata Come è potuto accadere che anche il principio della sostenibilità sia fagocitato dal furore bellico? Dove abbiamo sbagliato? Forse, nell’esserci illusi che la sostenibilità delle attività umane potesse realizzarsi per via normativa, a prescindere da una preliminare condivisione profonda, sostanziale di ciò che è etico e di ciò che non lo è. La sostenibilità, come la pace e molti altri bei principi, non basta scriverli nelle costituzioni bisogna che entrino nella testa e nel cuore delle persone. Si possono costruire carrarmati rispettando i diritti dei lavoratori e completamente riciclabili, forse, anche bombe “eco”, ma una guerra non sarà mai sostenibile9. Le tassonomie che classificano ciò che è sostenibile vengono dopo aver definito cosa è bene e cosa è male. Se non sono chiari i principi morali dell’agire umano si troveranno sempre delle giustificazioni per agire in deroga. C’è una straordinaria frase di papa Bergoglio che ammoniva contro la filantropia compensativa: «Gli aerei inquinano l’atmosfera, ma con una piccola parte dei soldi del biglietto piantano alberi, per compensare parte del danno arrecato. Le società dell’azzardo finanziano campagne per curare i giocatori patologici che esse creano. E il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è ipocrisia!». Più avanti precisava: «Il capitalismo conosce la filantropia non la comunione»10. Con buona pace di quanti in questi anni hanno tentato di far riconosce e istituzionalizzare la finanza sostenibile, pesino “etica”. Ricordo che l’economista Enrico Giovannini, ministro con Letta e Draghi fece una campagna per iscrivere nella Costituzione il lemma “sviluppo sostenibile”. Lo stesso Giovannini è il principale promotore di una Alleanza di successo tra le imprese (ASviS) per lo Sviluppo Sostenibile, ossia per una “crescita verde”. Dal canto loro anche le banche e gli istituti finanziari si sono dati da fare con il Forum per la Finanza sostenibile. Il suo principale promotore e direttore generale, Francesco Bicciato, ci ricorda che sulla sostenibilità degli investimenti in armi è in corso un dibattito tra gli operatori: «Ci teniamo a sottolineare che la finanza sostenibile si fonda sull’integrazione tra i fattori economici e quelli ambientali e sociali. Secondo questa logica, gli investimenti in armi non ci sembra possano essere considerati sostenibili»11. Andrea Baranes, già presidente della Fondazione Finanza Etica e del Consiglio di Amministrazione di Banca Etica, ha lanciato un invito: «Forse occorre fermarsi solo un attimo. Sono oltre due secoli che la definizione di finanza sostenibile si fonda sull’esclusione dell’industria delle armi. Già nel XVIII secolo alcuni fondi religiosi negli Stati Uniti decidono di non investire nelle “azioni del peccato”. Tra i primi, la comunità protestante dei quaccheri che esclude in particolare due settori: le industrie implicate nella tratta degli schiavi e quelle legate alla guerra (…) È sempre stato così. Fino a ieri. Da oggi, anche un fondo che investe in armi può essere sostenibile (…) La sostenibilità diventa “un ostacolo”. Siamo oltre la soglia del ridicolo» (Andrea Baranes, La fine della sostenibilità. L’Unione europea ha autorizzato il primo fondo “sostenibile” che investe in armi, svuotando di significato l’idea stessa di finanza sostenibile, Valori, 21.10.2025). Il principio di sostenibilità va preso sul serio Ora che l’Ue è riuscita a purificare pure le armi e fagocitare il principio di solidarietà, cosa ci rimane? Nulla, poiché la nozione di sostenibilità è davvero cruciale per riuscire ad orientare i comportamenti umani. Dobbiamo quindi difendere in tutti i modi i parametri logici ed etici della sostenibilità. Il concetto viene dalle scienze naturali e indica la capacità della biosfera (e di ogni singolo ecosistema capace di autoregolarsi e di evolvere spontaneamente) di sopportare perturbazioni e impatti diretti o indiretti che vengono da attività esterne senza compromettere le sue caratteristiche e funzioni. Carring capacity, nei manuali di ecologia. Avere cognizione dei limiti di tollerabilità del sistema Terra (Gaia, nella bella immagine di un unico grande macrorganismo vitale) e dei suoi sottosistemi – “catena della vita”, la chiama Fritjof Capra -, significa quindi prendere coscienza della rete di relazioni che legano il mondo naturale e noi – l’umanità – con lui. Omnia coexa sunt. Lo sapevano già gli antichi. Sostenibilità, persistenza, equilibrio, armonia, integrazione… diventano così i parametri di riferimento per ogni attività umana. Le regole auree della convivenza. Il concetto di sostenibilità abbraccia tutti i campi dell’agire umano. Quello più propriamente analitico della conoscenza scientifica dei “limiti planetari” all’interno dei quali è possibile salvaguardare la rigenerazione delle forme di vita – perlomeno non danneggiarle. Quello normativo, politico-istituzionale che stabilisce i codici sociali e gli strumenti di regolamentazione nell’uso delle risorse naturali. Ma, prima di tutto, la sostenibilità abbraccia i criteri etici che presidiano il modo di concepire il mondo e le relazioni fra gli esseri umani e l’intero vivente. Senza questo codice universale morale sarà difficile che le comunità e i singoli individui riescano ad assumersi la responsabilità politica collettiva della salvaguardia della buona vita del e nel pianeta. La nostra civiltà moderna occidentale è figlia di concezioni utilitaristiche, antropocentriche, prometeiche. Pensiamo ed agiamo come se non ci fossero limiti nelle possibilità di estrarre materie ed energie dalla Terra. Pensiamo di poter dominare a nostro piacimento le forze della natura. Abbiamo trasformato le scoperte scientifiche in feticci tecnologici. Ignoriamo i segnali di stress (le retroazioni negative) che gli ecosistemi ci trasmettono. Estinzioni di massa delle specie viventi, inquinamenti d’ogni tipo, surriscaldamento climatico, pandemie, riduzione della fertilità maschile e innumerevoli altri “tipping point” ci dicono che stiamo erodendo le basi naturali che sostengono – appunto! – ogni attività umana. Il fallimento degli obiettivi dello Sviluppo sostenibile I movimenti ecologisti sono sorti all’indomani della catastrofe della Seconda guerra mondiale per denunciare le conseguenze di un modello di crescita economica e tecnologica fuori controllo. Fall out nucleare, inquinamento chimico, devastazione degli habitat naturali sono sotto gli occhi di tutti. Ad un certo punto sembrava che i potenti della Terra dessero ascolto alle popolazioni e agli scienziati12. Si comincia a pensare che lo “sviluppo” delle forze produttive dovesse essere in qualche modo tenuto sotto controllo. All’inizio viene proposto di usare il concetto di “eco-sviluppo”, ma ad alcuni sembrò troppo vincolate e con il rapporto Rapporto Brundtland del 1987 fu adottato definitivamente il lemma “sviluppo sostenibile”13. L’idea che sta alla base è provare ad addomesticare la crescita economica, imbrigliandola in traiettorie di lungo periodo e di controllo sociale. Lo sviluppo continua ad essere l’alfa e l’omega delle politiche governative, di destra e di sinistra, ma deve essere subordinato al raggiungimento di obiettivi di pubblica utilità. Gli Obiettivi del Millennio (2000) e poi i famosi Goals dell’Agenda 2030 (SDGs) adottati dalle Nazioni Unite il 25 settembre 2015, sottoscritti da 193 stati costituiscono un corpus programmatico e normativo di enorme portata: 17 obiettivi principali, articolati in 169 target specifici e 240 indicatori. A meno di quattro anni dalla data di scadenza, scopriamo che quegli ambiziosi progetti di autoriforma dell’attuale sistema socioeconomico sono di fatto falliti. I report dell’Onu, ma anche quelli a scala locale elaborati dall’ASviS, segnalano ritardi che, con lo scoppio delle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, diventano incolmabili. La spesa militare globale ha raggiunto il livello record di oltre 2.700 miliardi di dollari, con un trend in crescita che, se confermato, porterebbe a raggiungere livelli compresi tra 4.700 e 6.600 miliardi di dollari entro il 2035, una cifra equivalente a quattro-cinque volte quella registrata alla fine della Guerra Fredda. Risultato: solo il 18% dei Target è in linea con l’obiettivo del 2030, per il 17% sta compiendo progressi moderati, per il 31% miglioramenti marginali o assenti, per il 17% è in stagnazione e nel 18% dei casi si osserva un regresso rispetto a dieci anni fa. Da tener presente che i risultati maggiori si sono registrati in Cina, che non mi pare stia rispettando i criteri di governance cari agli occidentali. Sull’ambiente i dati sono drammatici. Prendiamo il Goal 12, quello sul “consumo e sulle produzioni responsabili”. Tra il 2015 e il 2022 il consumo interno di materiali ha superato il ritmo di crescita della popolazione, aumentando del 23,3% e passando da 92,1 a 113,6 miliardi di tonnellate, mentre il consumo pro-capite è cresciuto del 14,8%, passando da 12,4 a 14,2 tonnellate pro capite. L’idea dello sviluppo sostenibile si basava sulle capacità delle imprese di innovare gli apparati produttivi con il decoupling, la separazione tra l’aumento del valore monetario del volume delle merci e dei servizi e la diminuzione dei flussi di materiali necessari a produrli. Risultato, fallimento su tutti e due i versanti: tramonto dell’era dello sviluppo (“stagnazione secolare” negli indici di aumento del Pil) e sfondamento dei limiti biogeofisici del pianeta. La strategia dello sviluppo sostenibile paga ambiguità semantiche (la sovrapposizione di crescita e sviluppo), illusioni ideologiche (la marea che cresce aiuterebbe tutte le barche ad uscire dal porto), soprattutto, difetti strutturali: le logiche di sviluppo capitaliste non sono correggibili agendo con gli strumenti del mercato. La logica di valorizzazione e accumulazione del capitale ha bisogno di un incessante processo di accelerazione dei cicli di produzione e di consumo. Fattori produttivi e merci, estrazione di risorse naturali e produzione di scarti e rifiuti procedono più o meno appaiati, ma nella stessa direzione. Qualche cosa si potrà riciclare (economia circolare), qualche cosa si potrà efficientare (nuove tecnologie green), qualche cosa si potrà evitare di sprecare (sobrietà), qualche cosa potrà essere persino eco, ma fino a che i modi produttivi e le relazioni sociali saranno dominati dalle logiche di mercato non si potrà mai realizzare una integrazione equilibrata, armoniosa tra ecologia ed economia, tra attività antropiche e biosfera. Ha scritto Edgar Morin: «Potrà svilupparsi un capitalismo ecologico che fabbrichi e venda il non-inquinante, il sano, il rigenerante (…) tuttavia il problema ecologico ci obbliga prendere in considerazione la struttura della vita e della società umana (…) Abbiamo bisogno di una bio-antropologia, di una ecologia generalizzata» (L’anno I dell’era ecologica, Armando editore, 2007). La crisi sistemica, multifattoriale e multidimensionale, in cui sono precipitate le società occidentali obbligano a una scelta. Non sembrano esserci più molti margini di accomodamento tra sviluppo e preservazione delle capacità rigenerative della biosfera, dei supporti vitali che ci offre il Sistema Terra. La sostenibilità va quindi presa sul serio, integralmente, come vincolo e come guida, in tutte le sue dimensioni: analitico-scientifiche, razionali (la carring capacity), normative (le politiche pubbliche, le strumentazioni) e, prima di tutto, etiche. Quelle cioè che chiamano in causa la consapevolezza e la responsabilità. La più bella definizione di sostenibilità è probabilmente quella che ci dette Hans Jonas nel lontano 1979, Il principio responsabilità: «Agisci in modo tale che le conseguenze delle tue azioni siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla Terra». -------------------------------------------------------------------------------- 1 Official Journal of the European Union, COMMISSION NOTICE on the application of the sustainable finance framework and the Corporate Sustainability Due Diligence Directive to the defence sector./2025/4950. La notizia è stata commentata dal giornalista Thomas Jusquame, Oh Dio! Quanto è bella la guerra, Le Monde Diplonatique, maggio 2026: «La Commissione europea ha stabilito che “la finanza sostenibile dell’Unione Europea è compatibile con gli investimenti nel settore della difesa”. Così alcune armi nucleari, armi incendiarie e munizioni all’uranio impoverito sono diventate ammissibili tra gli investimenti “etici” allo stesso titolo dei carri armati, dei cannoni, degli aerei da combattimento, dei proiettili e dei software di sorveglianza (…) Questi investimenti, gestiti secondo criteri ambientali, sociali e di governance [ESG] sono ritenuti legati allo sviluppo sostenibile». Vedi anche Alessandro Bonini ed Elisa Campisi, L’Ue annacqua la finanza sostenibile: ok anche alle armi nucleari, Avvenire del 24 gennaio 2026. «Una bomba atomica può essere considerata un investimento sostenibile? Per quanto possa sembrare incredibile, per le regole europee sulla finanza Esg (cioè gli investimenti che rispettano criteri ambientali, sociali e di governance) la risposta, sorprendente, è “sì”». Sull’argomento ha scritto anche Luca Pisapia, I parametri Esg, l’ennesima vittima delle guerre, in Valori 14.11.2023: «Una vittima delle guerre in corso è l’idea stessa che sia possibile costruire una forma di capitalismo etico. La scomparsa dell’etica negli investimenti finanziari resta una vittima, o se preferite un effetto collaterale, delle guerre».  E anche Simone Siliani, «In fumo anni di lavoro sulle regole per la finanza sostenibile», Valori, 28.01.2026. 2 Scrive Maurizio Bongioanni «Il regolamento Sfrd (Sustainable finance disclosure regulation) (…). Non dice nulla, quindi, sulle armi convenzionali» (Valori 08.04.2025). Ciò che viene chiesto è solo una informazione “trasparente”. 3 In realtà l’Unione Europea ha prodotto delle normative solo sulla sostenibilità ambientale, sulla base di classificazioni (“tassonomie”) delle attività finalizzate alla mitigazione degli impatti antropici sui sistemi naturali, all’adattamento degli insediamenti umani alle nuove condizioni climatiche, al recupero e al riciclo dei materiali, alla conversione energetica, tutti con il vincolo di non danneggiare significativamente nessuna matrice naturale. Sugli altri criteri (Social e Governance) c’è traccia di numerosi studi e gruppi di lavoro, ma non risulta ancora nessuna proposta della Commissione. 4 Vedi: Revisiting the sustainability science agenda, di Mesfin Sahle et altri in IGES e IR3S 2025. 5 ReArm Europe (Riarmare l’Europa), ribattezzato “Readiness 2030”, proposto dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, è stato approvato dal Parlamento europeo il 12 marzo 2025 con l’obiettivo di investire fino a 800 miliardi di euro per rafforzare l’infrastruttura di difesa europea. 6 Ha scritto Andrea Baranes che sia la finanza pubblica che quella privata sono impegnate a «convogliare i 10mila miliardi di euro che i cittadini europei detengono sui loro conti correnti bancari verso investimenti finanziari (…) Ogni risorsa disponibile deve essere impiegata. Anche quelle che esplicitamente chiedono di non farlo. Su questo fronte si lavora alla direttiva Saving and Investment Union». Andrea Baranes, La fine della sostenibilità. L’Unione europea ha autorizzato il primo fondo “sostenibile” che investe in armi, svuotando di significato l’idea stessa di finanza sostenibile, Valori 21.10.2025. 7 Mi riferisco alla Direttiva sul reporting di sostenibilità (Csrd) che impone alle imprese di fare un’analisi degli impatti ambientali e sociali del loro business. 8 Pierangela Peruzzo, La finanza sostenibile e i fondi di investimento classificati Art.8 e Art.9 secondo il Regolamento SFDR, https://unitesi.unive.it/handle/20.500.14247/13488 9 Secondo la Direttiva sulla Due Diligence (CSDDD) anche le aziende deli sistemi d’arma sono tenute a mappare e mitigare i potenziali impatti negativi delle proprie linee produttive sui diritti umani e sull’ambiente. 10 Udienza con il movimento dell’Economia di Comunione, 4 febbraio 2017. I riferimenti di papa Francesco all’industria delle armi sono stati frequentissimi, ad esempio: «È terribile “guadagnare con la morte”, ma “purtroppo oggi gli investimenti che danno più reddito sono le fabbriche delle armi”», Avvenire, 2 maggio 2024. 11 In Alessandro Bonini ed Elisa Campisi, L’Ue annacqua la finanza sostenibile: ok anche alle armi nucleari, Avvenire del 24 gennaio 2026. 12 Qui una mini-cronologia: 1969 negli Stati Uniti, il 31 dicembre, il Congresso vara il “National Environmental Policy Act” (Nepa); nel 1970 viene istituita l’EPA, l’Agenzia modello nella protezione dell’ambiente; il 22 aprile 1970 viene celebrato l’Earth-Day, sotto l’egida delle Nazioni Unite; nel 1971 viene firmata la Convenzione Ramsar (uccelli); nel 1972 viene pubblicato il Rapporto del MIT sui “limiti dello sviluppo” commissionato dal “Club di Roma”; nel 1972 a Stoccolma il Summit sull’ambiente dell’uomo con la “Dichiarazione” delle Nazioni Unite; nel 1987 viene scritto il Rapporto Brundtland WCED in preparazione del Summit della Terra che si svolgerà a Rio de Janeiro nel 1992; nel 1988 nascono l’Organizzazione meteorologica mondiale (World Meteorological Organization, WMO) ,il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (United Nations Environment-Programme, UNEP) e il Gruppo di esperti intergovernativo sul cambiamento climatico Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC). 13 Questa la definizione classica: «Lo sviluppo è sostenibile se soddisfa i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere la possibilità per le generazioni future di soddisfare i propri bisogni». -------------------------------------------------------------------------------- Testo preparato per il modulo su “Sostenibilità: origine ed evoluzione”, nell’ambito del Progetto formativo “Commercio 4.0 Etico e Sostenibile”, dell’Azienda cooperativa Filò – BDES, promosso a Martellago (Venezia) il 20 maggio 2026 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Se persino le armi sono sostenibili proviene da Comune-info.
June 2, 2026
Comune-info
Quale futuro per le città?
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 28 febbraio: protesta in Campidoglio in difesa degli ex Mercati Generali, a rischio di speculazione immobiliare e finanziaria. Foto S.G. -------------------------------------------------------------------------------- Su Roma c’è una narrazione distorta della realtà. Mascherata, da una parte, da un super attivismo dell’Amministrazione e, dall’altra, da una propaganda retorica (“Roma si trasforma”) che impedisce di vedere come questa città sia in larga parte alla mercé dell’invasione di fondi immobiliari speculativi, soprattutto esteri, che privilegiano i ceti più ricchi ed espellano quelli meno abbienti. Sarah Grainsforth, ricercatrice e giornalista free lance nota ai lettori di Comune, ha recentemente documentato l’attività di questi fondi in un articolo pubblicato sul Fatto quotidiano (11.05.2026), dimostrando come il già noto e vituperato “Modello Milano” venga esportato anche nella Capitale sotto l’insegna di studentati privati di lusso, sparpagliati in varie parti della città. È un’operazione che fa da apripista a nuove speculazioni, una volta che quelle aree diventeranno appetibili per nuove localizzazioni private, con la conseguente espulsione degli abitanti ivi residenti. Ma non è solo questo: numerosi interventi non sembrano avere molto a che fare con il benessere dei cittadini e la salvaguardia del bene pubblico. Fra questi si distinguono: la realizzazione (in fieri) di un porto croceristico a Fiumicino (comune diverso da Roma ma il cui progetto ha avuto il beneplacito del sindaco di Roma, qui un reportage fotografico, Quel pezzetto di mare non ha chiesto un porto crocieristico), l’inceneritore di Santa Palomba, il nuovo stadio della Roma a Pietralata, nuovi parcheggi lungo il Tevere, la concessione a fondi immobiliari stranieri degli ex Mercati Generali, il progetto di modifica (stravolgimento) dello stadio Flaminio (tutelato dalle Sovrintendenze), il lago Ex Snia a rischio di speculazione privata e, infine, gli effetti della cosiddetta compensazione urbanistica dovuta al vecchio piano regolatore, per citare solo quelli più eclatanti. Nel frattempo si stanno mettendo le mani sulle nuove Norme Tecniche che dovranno sostituire le vecchie del PRG e che, probabilmente, saranno redatte per favorire queste trasformazioni. E, come se non bastasse, sul fronte culturale appare quanto meno scandalosa la proposta di ampliare la Galleria Borghese con la motivazione (veramente assurda) che “a Villa Borghese si esporrebbero poche opere, entrerebbero troppi pochi visitatori, si staccherebbero troppi pochi biglietti e così con la logica di un supermercato bisogna aumentare, aumentare, aumentare” (T. Montanari, Lo scempio che piace anche a Gualtieri, Il Fatto quotidiano del 12.05.2026). A prevalere è il modello della valorizzazione o commercializzazione del patrimonio artistico, affidando a società private la redazione dei progetti (meglio se con la firma di qualche archistar) e tentando di convincere le Soprintendenze sulla bontà degli interventi mirati quasi esclusivamente a fare cassa. La sbandierata retorica sul consumo di suolo zero è costantemente ignorata dalle nuove costruzioni, anche in zona dell’agro, con colate di cemento che non sembrano arrestarsi. Così come risultano assenti vere opere di mitigazione o adattamento per la crisi climatica. Tuttavia a fronte di questi interventi che non miglioreranno certo la città pubblica, l’Amministrazione si vanta di aver avviato una trasformazione della città inaugurando nuove opere che ne dovrebbero migliorare la vecchia immagine ma che andranno quasi ad esclusivo beneficio della sua capacità di attrazione di ulteriori fondi immobiliari e dell’over turismo invasivo. Dopo l’attribuzione di poteri speciali per il Giubileo della Chiesa cattolica al Sindaco commissario, e del PNRR, ora è in ballo un’altra legge di riforma costituzionale in materia di Roma Capitale: è quella che conferirebbe all’Assemblea capitolina poteri legislativi di livello regionale su materie fondamentali come: urbanistica, trasporto locale, turismo, edilizia residenziale pubblica, ecc. Questa nuova legge sarebbe dettata dalla necessità di “restituire alla Capitale il ruolo che le spetta e dare i poteri che hanno le altre capitali europee”. La domanda che si pone è: per fare cosa? Non è una domanda retorica considerato che non esiste una visione urbana rispetto alla quale mancano le risorse o i poteri per realizzarla. Continua a imperversare il “pianificar facendo” in assenza di una chiara prospettiva di sviluppo della Capitale. Quale sviluppo? Quello delle metropoli globali dove aumentano le disuguaglianze e le povertà o quello inclusivo per dare casa a chi non ce l’ha, redistribuire le ricchezze, accoglienza dei migranti, contenimento del traffico, fermare l’ingresso di fondi immobiliari speculativi. In assenza di tali scelte conferire ulteriori poteri alla Capitale sarebbe accentuare i fenomeni in corso. L’amministrazione gode di una certa popolarità acquisita a forza di proclami retorici che enfatizzano gli interventi sparsi nella città e occultano la reale trasformazione operata dai privati e dai grandi interventi che hanno lo scopo di “migliorare” l’aspetto della città potenziando la sua capacità attrattiva. Inoltre l’Amministrazione ha operato la cooptazione di rappresentanze politiche un tempo avverse alla politica capitolina indebolendo l’opposizione e dando l’idea che intorno alle trasformazione ci sia una larga convergenza. A ben vedere quanto accade a Roma non è diverso da quanto è in atto nelle principali città italiane come Milano e Firenze dove recentemente gli interventi che dovrebbero dare nuovi lustri a queste città sono sotto l’attenzione della magistratura. Il “Modello Milano” con alcune varianti è diventato virale, copiato in vari modi da molte altre amministrazioni. In tutto questo l’urbanistica è diventata, in molti casi, l’ancella fedele del capitalismo estrattivo che opera nelle città; in altre, è semplicemente ignorata e superata da accordi di programma che baipassano ogni norma ancora in vigore. La sinistra, dopo essere stata affascinata dall’economia liberista, si mostra ora timida nei riguardi di una visione urbana che espelle i suoi abitanti poveri e prepara le basi per l’accoglienza dei ricchi. I centri di queste città sono diventati le sedi di agenzie straniere, di piattaforme immobiliari, di esibizione di ricchezza, di attrazione turistica, svuotandoli dei loro originari abitanti. È diventato persino impossibile in essi aprirsi un varco a piedi, tra i turisti e le molteplici attività a loro uso e consumo (dehors, negozi di scarso valore delle merci, eccetera). E tuttavia questo imponente processo di trasformazione avviene spesso proprio quando la sinistra è al governo di queste città. Quale futuro attende dunque le nostre città? Diventeranno le vetrine di una fiera globale gareggiando per la loro capacità attrattiva, come Dubai o Abu Dhabi, sedi di improbabili architetture globali sradicate da ogni contesto, città per facoltosi residenti i cui scarti saranno divisi tra gli abitanti sempre più impoveriti, città di moltitudine di schiavi governati da sistemi tecnologici? Sono paesaggi distopici per ora, ma già in alcune parti del mondo essi sono diventati realtà: oasi felici per evasori di tasse, sedi di banche che attirano monete da tutto il mondo, luoghi di divertimento per riccastri di ogni genere. Città libertarie sono l’ultima proposta di Peter Thiel padrone di Pay Pal e di Palantir (qui raccontiamo cos’è il sistema Palantir); città sottoposte a legislazioni eccezionalmente favorevoli alle imprese con poche tasse e assenza del sindacato. Tuttavia le recenti e imponenti manifestazioni per la Global Sumud Flottilia e quella del 25 Aprile di quest’anno a Roma, hanno dimostrato che forze antagoniste (movimenti, associazioni, gruppi giovanili, femminismo) sono sempre più attive nel contrastare questa privatizzazione delle città. La speranza è che queste forze, che al momento non hanno il potere di contare concretamente, possano diventare le protagoniste di una nuova politica. -------------------------------------------------------------------------------- Enzo Scandurra, urbanista, saggista e scrittore, scrive da sempre su Comune (qui oltre cento suoi articoli). Già ordinario di Urbanistica presso La Sapienza di Roma, è stato direttore del dipartimento di Architettura e Urbanistica. Tra i suoi libri più recenti La svolta ecologica. Ultima chance per il pianeta e per noi e Roma. O dell’insostenibile modernità, editi da DeriveApprodi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quale futuro per le città? proviene da Comune-info.
May 17, 2026
Comune-info
Un territorio già provato
C’è qualcosa di profondamente ingannevole nelle piogge e nelle nevicate di questi giorni. Sembrano eccezionali, quasi imprevedibili, e invece non lo sono. A renderle tali è prima di tutto il contesto in cui arrivano: un inverno lungo e arido, segnato da una siccità ostinata e inquietante. Montagne senza neve, fiumi ridotti a cicatrici asciutte, campagne esauste, animali in sofferenza. Un territorio già provato, già fragile. E così, quando finalmente l’acqua arriva, non è una benedizione. È una minaccia. Quell’acqua non cade su una terra viva, capace di accoglierla. Cade su un suolo che abbiamo reso morto: asfaltato, cementificato, impermeabilizzato. Un suolo che non assorbe, non trattiene, non restituisce. L’acqua allora scivola, accelera, si accumula. Non ricarica le falde, non nutre i campi. Travolge. È qui che il disastro naturale smette di essere “naturale”. I fiumi esondano perché sono stati trasformati. Argini cementificati, letti artificialmente “rettificati”, corsi d’acqua costretti in geometrie che non appartengono loro. E attorno a questi fiumi si è costruito ancora, e ancora, e ancora. Come se l’acqua non avesse memoria. Come se non tornasse mai a reclamare il proprio spazio. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un territorio maltrattato, piegato a una logica estrattiva che non conosce limiti. Abbiamo strappato risorse, occupato spazi, piegato acqua, vento e sole a un uso immediato, senza misura. Un rituale senza misticismo, senza restituzione. Solo consumo. Solo accumulo. Solo macerie, alla fine. Il crollo del ponte sul Trigno, lungo la Statale 16 “Adriatica”, a Montenero di Bisaccia (Campobasso), non è un incidente. È una metafora potente, dolorosa. È la rappresentazione concreta di una frattura più profonda: quella tra ciò che diciamo – “va tutto bene, è sotto controllo” – e ciò che accade davvero. Una bocca aperta sul pericolo che smentisce l’equilibrio rassicurante delle narrazioni ufficiali. E allora le domande diventano inevitabili. Cosa è stato fatto, in questi vent’anni, per mettere in sicurezza il fiume Biferno, dalla diga del Liscione (tirata su un invaso artificiale formato negli anni sessanta) fino al mare? Cosa è stato fatto per il Trigno? Cosa per le strade che costeggiano questi corsi d’acqua? La risposta principale, guardando ciò che accade oggi, è brutale nella sua: poco o nulla. O peggio, interventi inutili. Eppure le risorse c’erano. La testata locale Primonumero lo ricorda con precisione: dopo l’alluvione del 2003 furono stanziati circa 15 milioni di euro per la messa in sicurezza del tratto terminale del Biferno. Fondi rimasti sostanzialmente inutilizzati. Non è una dimenticanza. È una scelta politica. Già allora, nel 2003, si diceva con chiarezza: non è una fatalità, manca una politica di prevenzione del territorio. E mentre si denunciava l’assenza di interventi, la legge finanziaria tagliava proprio lì dove sarebbe servito investire: difesa del suolo, protezione civile, tutela ambientale. L’ambiente ridotto a “cenerentola” della spesa pubblica, appena lo 0,4 per cento del bilancio. Nel frattempo, si finanziavano grandi opere, si inseguivano promesse di sviluppo rapido, si prosciugavano le risorse per la manutenzione e la cura. Il risultato è quello che vediamo oggi: un territorio esposto, vulnerabile, incapace di reggere eventi che, per quanto intensi, non sono più eccezioni ma parte di una nuova normalità climatica. Il lago di Guardialfiera (o del Liscione) incombe ancora come una minaccia. Una massa d’acqua che, quando il “troppo pieno” viene aperto, scarica a valle una quantità che il fiume non è più in grado di contenere in sicurezza. Qui la questione non è tecnica, è politica: dimensionare il letto del fiume, prevedere, prevenire. Fare i conti con la realtà. Ma quei conti non sono mai stati fatti davvero. E allora torniamo al punto di partenza: non è la pioggia il problema. È il modo in cui abbiamo trasformato il territorio. È l’assenza di una visione. È la scelta sistematica di rimandare, di non intervenire, di preferire l’emergenza alla prevenzione. In questo quadro, c’è qualcosa di ancora più stridente. Mentre territori come il Molise crollano sotto il peso del dissesto idrogeologico, si continuano a spendere risorse immense altrove: nella guerra, nella distruzione, nella produzione di insicurezza globale. Eppure l’urgenza vera è qui, sotto i nostri piedi. È nella cura di un mondo già ferito, già compromesso. Non è più tempo di dichiarare emergenze. Non è più tempo di promesse. È tempo di scegliere. Scegliere se continuare a inseguire uno sviluppo che consuma e distrugge, o se finalmente investire nella salvaguardia del territorio, nella sua manutenzione, nella sua rigenerazione. Perché senza territorio non c’è comunità, non c’è alcun tipo di economia, non c’è futuro. Ogni alluvione che continuiamo a chiamare “eccezionale” è, in realtà, una responsabilità collettiva che torna a galla. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un territorio già provato proviene da Comune-info.
April 3, 2026
Comune-info
La caduta dell’Occidente
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- La parola «Occidente», con cui definiamo la nostra cultura, deriva etimologicamente dal verbo cadere e significa alla lettera: «ciò che sta cadendo, che non cessa di cadere». Connessi con questo verbo sono anche i termini caso e casuale. Ciò che non cessa di cadere e tramontare (occasus è in latino il tramonto) è per questo anche in preda al caso, a una incessante casualità. Non sorprende, pertanto, che il governo degli uomini e delle cose abbia oggi la forma di protocolli di intervento, indipendenti da risultati certi, su un mondo concepito come disponibile e calcolabile proprio in quanto casuale. L’Occidente esiste e si governa solo nel tempo della sua fine e della sua assidua caduta e, come il suo Dio, è ininterrottamente in atto di morire. Ma proprio in questo consiste la sua forza: una morte incessante è propriamente senza fine, una caducità o casualità infinita si vuole propriamente inarrestabile. Una strategia che cerchi di far fronte a questa perpetua caduta deve trovare in essa un interstizio o un’interruzione in cui l’Occidente smarrisca la sua continuità e sprofondi una volta per tutte. Questa cesura abissale è la memoria. L’Occidente, in quanto casuale e caduco, non ha memoria di sé, non conosce un varco e uno spazio in cui qualcosa come un ricordo possa per un attimo irrompere e affiorare. Esso può certamente costruire, come fa, archivi e registri in cui disporre continuativamente gli eventi – i casi – della sua storia, ma manca della capacità di esperire veramente un passato, di aprirsi a qualcosa che spezzi il tessuto uniforme delle sue rappresentazioni. L’anamnesi, il ricordo ha, invece, la forma di un interstizio in cui la caduta – il caso – per un istante si arresta e lascia apparire come mai stato un passato eterogeneo e irrappresentabile. «O passato, abisso del pensiero» (Schelling): solo il pensiero che si cala risolutamente in questo abisso può condurre l’Occidente una volta per tutte alla sua fine. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La caduta dell’Occidente proviene da Comune-info.
February 19, 2026
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