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Emilia-Romagna: in carovana fino al 14 giugno
Mentre a Ravenna la mobilitazione continua (ne scrive Manuela Foschi con un bel dossier fotografico) gli appuntamenti per ragionare su «diritti e rovesci» attraversano tutta la regione Per liberare Ravenna da armi e industria fossile  di Manuela Foschi Extinction Rebellion due giorni fa a Punta Marina ha detto «No alle armi a Ravenna e No alla industria fossile» di cui
GUERRE, ARMI E AMBIENTE. A BRESCIA IL SEMINARIO ORGANIZZATO DALLA FONDAZIONE MICHELETTI
“Guerre, armi e ambiente. Difendere la pace, salvare il pianeta”. E’ questo il titolo del seminario in programma mercoledì 22 aprile 2026 presso la sede della Fondazione Micheletti di Brescia, in via Cairoli 9.  Un pomeriggio di approfondimento – dalle ore 14.30 alle ore 17.30 – presso la sala di lettura della Fondazione con le comunicazioni di Mariam Ahamad, Emanuele Leonardi, Marino Ruzzenenti, Enzo Ferrara e Pirous Fateh-Moghadam a tema guerra e l’impatto su ambiente e interi popoli (in fondo all’articolo locandina e programma completo). Come spiega lo storico ambientale Marino Ruzzenenti ai microfoni di Radio Onda d’Urto, le guerre “oltre ai danni che provocano immediatamente cioè i morti, i feriti, i bombardamenti, lasciano un’eredità pesantissima che è destinata a durare per decenni su quei territori, in termini di invivibilità, di danni all’ambiente, danni di dispersione di inquinanti di ogni genere da metalli pesanti a gas tossici, a polveri, a diossine, PCB, polveri di amianto.” Ruzzenenti sintetizza con questa premessa l’importanza di riflettere sulla correlazione tra guerra, armi e ambiente, con le conseguenti implicazioni, che saranno al centro del seminario in programma domani, mercoledì, a Brescia. “E’ un aspetto che viene spesso sottovalutato”, sottolinea Ruzzenenti. “Tutti questi danni rendono invivibile quei territori perchè tutto questo inquinamento significa provocare danni alla salute a tutti coloro che dovranno ricostruirsi una vita. Per di più il nesso tra guerra ed ambiente è tremendo perchè è chiaro che nel momento in cui si fa la guerra non solo si investono risorse per gli armamenti come sta avvenendo in tutto l’occidente e anche nel mondo ma queste risorse non possono e non vengono investite per affrontare la vera e grande crisi che attende l’umanità che è la crisi ecologica e la crisi sociale connessa con la crisi ecologica”. L’intervista completa allo storico dell’ambiente e collaboratore della Fondazione Micheletti Marino Ruzzenenti, per presentare il seminario “Guerre, armi e ambiente”. Ascolta o scarica.   Il Programma 22 aprile ore 14 e 30 – 17 e 30, sala di lettura della Fondazione Luigi Micheletti, via Cairoli 9, Brescia. Coordina i lavori Davide Caselli. Comunicazioni di 15-20 minuti: * Le grandi mobilitazioni per la Palestina, Mariam Ahmad Dai movimenti per il clima del 2019 a quelli recenti per la Palestina, Emanuele Leonardi Verso un mondo post-occidentale, Marino Ruzzenenti Il peso ambientale delle armi, “merci oscene”, Enzo Ferrara Il danno alla salute delle guerre, a Gaza e non solo, Pirous Fateh-Moghadam Al termine previsto un momento conviviale. L’avvento di Trump sembra stia mettendo in discussione in Occidente la narrazione consolidatasi negli ultimi trent’anni: la globalizzazione neoliberista è vincente e destinata a sconfiggere gli stati del terrore e le autocrazie conseguendo l’uniformazione al modello occidentale, fondato sul libero mercato, i diritti individuali, la democrazia. Questo ottimismo, inoltre, è messo a dura prova dagli orrendi crimini contro l’umanità perpetuati da Israele a Gaza, con il sostegno di buona parte dell’Occidente, nonché dall’illegale aggressione all’Iran da parte degli Usa e di Israele, e infine dalla guerra “alle porte di casa” tra Russia e Ucraina, tutt’ora in corso, che minaccia di scatenare un conflitto mondiale nucleare. In verità, studiosi più attenti, da diversi versanti ideologici, da tempo stanno mettendo radicalmente in discussione questa narrazione: John Mearsheimer, La grande illusione. Perché la democrazia liberale non può cambiare il mondo, Luiss University Press, Roma 2019; F. Cardini, La deriva dell’Occidente, Laterza, Roma-Bari 2023; E. Todd, La sconfitta dell’Occidente, Fazi, Roma 2024; A. Colombo, Il suicidio della pace. Perché l’ordine internazionale liberale ha fallito (1989-2024), Raffaello Cortina, Milano 2025. Dunque, forse, staremmo transitando verso un mondo post-occidentale, del tutto nuovo rispetto a cinque secoli di storia in cui il dominio del sistema economia mondo capitalistico (I. Wallerstein; S. Arrighi) è appartenuto sempre ad una potenza occidentale (Spagna, Paesi Bassi, Inghilterra, Stati Uniti). Potrebbe affermarsi, per la prima volta nella modernità, un mondo multipolare, senza alcuna potenza dominante ed egemone, come sembrano auspicare i BRICS, un nuovo mondo che affida davvero e concordemente a istituzioni internazionali condivise il compito di derimere i conflitti tra le nazioni, sapendo che, in ogni caso, le grandi sfide della crisi ecologica e sociale rimangono del tutto aperte e richiedono un impegno comune. In questo contesto complesso e in continua evoluzione vano visti con grande preoccupazione la corsa agli armamenti decisa dall’Ue, nonché il conseguente accantonamento dei pur timidi propositi di affrontare la crisi ecologica con il Green Deal o e i fallimenti delle ultime Cop convocate per la crisi climatica. Un focus particolare intendiamo dedicare alla Palestina, sia per valorizzare le recenti mobilitazioni giovanili, sia perché si tratta di un caso esemplare del rapporto perverso tra guerra e crisi ambientale: oltre alle tante vittime umane, quasi tutte civili, causate dalla criminale aggressione di Israele a Gaza, quei territori sono stati resi invivibili dalle distruzioni e dagli inquinanti dispersi in ambiente a seguito dei bombardamenti; a ciò si aggiungerebbe il paradosso di una ricostruzione affidata ai Petrostati del Golfo (gli stessi che hanno fatto fallire le Cop impedendo che si potessero anche solo citare i fossili) e con la regia degli Usa che l’ultima Cop l’hanno addirittura disertata. Il seminario, dunque, ha lo scopo di approfondire questi temi per rilanciare una prospettiva di pace, unica condizione per affrontare sia la crisi ecologica, che la crisi sociale, ambedue aggravate dai trent’anni di egemonia neoliberale. I materiali prodotti potrebbero poi essere raccolti in un dossier da pubblicare su “Altronovecento”. Brevi bio dei partecipanti: * Davide Caselli, professore associato di Sociologia dell’ambiente e del territorio (GSPS-08/B) e insegna Culture urbane e Sociologia del territorio e comunicazione ambientale al Corso di laurea triennale di Scienze della comunicazione e Welfare locale e istituzioni culturali al Corso di laurea magistrale in Valorizzazione del patrimonio culturale materiale e immateriale presso il Dipartimento di Lettere, Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bergamo. I suoi principali interessi di ricerca riguardano le politiche sociali, il lavoro sociale, il ruolo di esperti ed expertise nelle società contemporanee e i processi di finanziarizzazione. Su questi temi ha pubblicato il libro, Esperti. Come studiarli e perché (il Mulino, 2020) e diversi articoli su riviste scientifiche nazionali e internazionali. * Mariam Ahmad, 26 anni, Palestinese nata e cresciuta a Brescia, studentessa di sistemi agricoli sostenibili presso l’università degli studi di Brescia. Giovane attivista da sempre impegnata nella causa palestinese. * Emanuele Leonardi, Professore Associato presso l’Università di Bologna dal 2024, svolge le sue attività nell’ambito della sociologia economica. Gli interessi di ricerca sono rivolti in particolare all’ecologia politica, all’ambientalismo operaio e ai movimenti per la giustizia climatica. Attualmente incentra la sua ricerca sui temi della Transizione Giusta, in particolare nel contesto dei progetti PRIN ‘Just Transition in the Factory’ e PRIN PNRR ‘Digital Food and Just Transition’. Suoi articoli sono ospitati in riviste prestigiose quali “Ecological Economics”, “Globalizations, Sustainability: Science, Practice and Policy”, “Sociologia del Lavoro”, e “Partecipazione e Conflitto”. Per l’editore Orthotes ha pubblicato Lavoro Natura Valore. André Gorz tra marxismo e decrescita (2017) e L’era della giustizia climatica (2023 – con Paola Imperatore). * Marino Ruzzenenti, responsabile del Centro di storia dell’ambiente della Fondazione Luigi Micheletti, ultimo testo in uscita per Altreconomia, La fine dell’Occidente? Cinque secoli di dominio del mondo al capolinea. * Enzo Ferrara, chimico ricercatore presso l’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica-INRIM e presidente del Centro Studi per la pace dedicato a Domenico Sereno Regis (Torino), Direttore del Gruppo di Redazione di “Medicina Democratica”, socio della cooperativa “Epidemiologia & Prevenzione”, redattore e collaboratore delle riviste “Gli Asini”, “Altronovecento”, “Vision For Sustainability e Close Encounters in War”. * Pirous Fateh-Moghadam, laureato in medicina e specializzato in Igiene e Medicina preventiva presso l’Università di Bologna, con master universitario di II livello in Epidemiologia Applicata presso l’Istituto superiore di sanità/Università Tor Vergata di Roma. Lavora presso il Dipartimento di Prevenzione dell’Asuit di Trento. I suoi interessi professionali maggiori sono il monitoraggio della salute e dei fattori che la determinano ponendo attenzione anche alle disuguaglianze sociali nella salute, alle relazioni tra salute e sostenibilità ambientale e all’impatto sulla salute di guerra e militarismo. Coordina il gruppo di lavoro di promozione della pace dell’Associazione Italiana di Epidemiologia ed è l’autore di Guerra o salute, Il Pensiero Scientifico Editore, 2023.
April 21, 2026
Radio Onda d`Urto
Alto Casertano, come il business del biogas ha scoperto il margine verde
(foto di giuseppe carrella) È la mattina del 28 marzo, Mel, Peppe e io nella Clio grigia, diretti nell’Alto Casertano. Superiamo i monti Trebulani che finora avevano segnato il confine fisico della nostra inchiesta. Nel cruscotto posteriore scompare la sagoma di Pizzo San Salvatore che si staglia sul monte Maggiore. Il paesaggio è diverso da quello già esplorato, l’aria più fresca. Siamo diretti a Pietramelara per incontrare Ivana, attivista del comitato Radici Pulite dell’Alto Casertano. I pendii ricoperti di verde mostrano il lato assolato. L’acqua di fiumi e torrenti scorre per buona parte del tragitto sempre a vista. Ci fermiamo a una fonte ferrosa per bere. Sotto il getto limpido i sassi si fanno rossi. Percorriamo le curve, una staffetta di ponticelli per arrivare nei pressi della Metalplast, ex sito di stoccaggio e trattamento rifiuti in località Ailano. Davanti l’ingresso è appeso uno striscione ripiegato dal vento. Stendendolo si legge: “No discarica – Sì bonifica”. Accanto un cartello più piccolo: “Area sottoposta a sequestro”. Appoggiato all’edificio principale che riporta l’insegna commerciale, vi è un enorme cubo di lamiera, la parte coperta della discarica. Appena fuori si ergono traballanti torri di ecoballe, molte interamente di plastiche. Più giù, indistinguibili masse di oggetti e stracci, i grossi teloni di copertura spostati dal vento svelano il crescere delle erbacce tra i legacci che racchiudono il tutto. Ancora più in basso una distesa di tessuti industriali arrotolati, sembrano enormi tappeti grigi. Costeggiamo l’abbandono, intorno ci sono diversi campi coltivati, proprio dietro di noi un trattore fa su e giù per un colle scosceso. Un cartello divelto riporta il codice CER della tipologia di rifiuti e la descrizione “Pannelli sportelli auto 6.11”. «Seguiamo la vicenda della Metalplast dall’estate del 2024 – ci racconta Ivana –, quando ci fu un principio di incendio che poi fu domato. In ogni caso aspettiamo ancora la prima messa in sicurezza e poi la bonifica. Qualche anno fa non eravamo così in allerta per il nostro territorio. Poi abbiamo assistito al moltiplicarsi di interessi imprenditoriali, tra l’immondizia e il biogas, e il proliferare dei siti ad alto impatto anche qui nell’Alto Casertano. Il comitato è nato a gennaio per era sensibilizzare le persone che proprio per assenza storica di minacce, si trovano impreparate». Notiamo che il sito è costeggiato da un canalone di scolo, lo percorriamo fino a incontrare il punto in cui si getta nel Lete, a meno di duecento metri. Prendiamo di nuovo la macchina, ci spostiamo a Pietravairano. Dal piccolo santuario che sovrasta il paese, vediamo il riflesso del sole nelle cupole bombate e lucenti dei biodigestori, a metà della piana. Qui vi è infatti uno dei ventuno impianti di biogas che Retina Srl (tramite la holding Retina Biometano) prevede di realizzare tra Lazio e Campania entro il 2026. Il nome non ci è nuovo: una delle controllate di Retina è Ingegneria Sostenibile Srl, di cui abbiamo parlato qui per i lavori avviati con firme contraffatte e vedette appostate in odore di ecomafia. Quello di Pietravairano non è dunque un caso isolato. Un’inchiesta di IrpiMedia descrive l’impianto a biometano di Dragoni, esempio emblematico di come la transizione energetica finanziata dal Pnrr possa trasformarsi in un’operazione finanziaria calata dall’alto senza il coinvolgimento delle comunità. Al centro della vicenda c’è la società Cannavina Srl, che ha ottenuto circa 16,4 milioni di euro di fondi pubblici per un progetto di cui i cittadini hanno scoperto l’esistenza solo a cantiere avviato nel 2022. La complessa struttura societaria a scatole cinesi fa ancora capo a Retina Holding, ed è legata a fondi d’investimento internazionali e al colosso australiano Macquarie, banca d’investimento con ramificazioni che toccano Lussemburgo e Regno Unito. Un’architettura finanziaria che, secondo l’inchiesta, serve a blindare l’investimento grazie alle garanzie statali fornite da SACE (Servizi Assicurativi del Commercio Estero) e ai prestiti di grandi gruppi bancari come Intesa Sanpaolo e Bnp Paribas, rendendo l’affare a rischio zero per i privati ma scaricando le conseguenze ambientali sul territorio. Inizia a fare buio, torniamo alla macchina. Il tramonto colora il profilo delle vette intorno alla valle aperta. Le ombre invece prendono forma proprio nel solco irregolare dell’acqua. Poco prima che faccia buio, si intravede una centrale idroelettrica con le grandi tubature perpendicolari al versante. (foto di giuseppe carrella) Oggi è sabato 11 aprile. La primavera non ha più niente di timido. In maniche corte raggiungo Dragoni, comune di circa duemila abitanti immerso nel verde dell’Alto Casertano. Qui si terrà un corteo che terminerà sotto il costruendo impianto di biogas di Cannavina Srl. Sullo sfondo il massiccio del Matese è ancora innevato. A pochi chilometri dall’arrivo si scarica il telefono. Devo orientarmi alla vecchia maniera e chiedo indicazioni al bar tabacchi nella piazza di Caiazzo. «Quella è una strada dritta che taglia e scende a valle, passi Alvigliano e sei a Dragoni», mi spiega un signore. Nella piazza del mercato sono radunate una cinquantina di persone tra manifestanti, volontari della Protezione civile e forze dell’ordine, oggi non particolarmente numerose. Si susseguono gli interventi al microfono. Parla anche la sindaca Antonella D’Aloia che racconta di aver subito un accanimento legale e attacchi personali per la sua opposizione all’impianto. Secondo Pasquale De Pasquale, l’attivista del comitato NO Biogas Dragoni, il cantiere è stato contestato sia per la violazione delle norme antisismiche, con l’esecuzione di lavori strutturali senza le necessarie autorizzazioni, sia per la sua parziale sovrapposizione alla fascia di rispetto della strada statale. Incominciamo a percorrere i tre km di strada e selciato che ci separano dalla sede del biodigestore, nell’ultimo tratto superiamo un piccolo Acquapark, si intravedono gli scivoli colorati. Un motoscafo rosa lo presidia insieme a due carabinieri. Una multipla traina un carrello in alluminio che ospita gli altoparlanti e un piccolo generatore. Per buona parte del tragitto passano gli Inti Illimani. Si susseguono gli interventi, molti menzionano che è il primo corteo per la città di Dragoni. Arrivati di fronte al sito, al di qua della sbarra che ci separa dai cilindri di cemento, ci aspetta la Digos e un Suv scuro parcheggiato di fronte. «Sono i proprietari dell’impianto», dice una signora davanti a me. Interviene anche il parroco, che in conclusione del breve sermone fa una pausa: «E allora cosa possiamo fare…» – la stessa signora risponde neanche troppo sottovoce: «Mettere una bomba». Qualcuno ride. La bomba in realtà potrebbe essere lo stesso impianto che in caso di emergenze sismiche produrrebbe effetti devastanti. Terminato il corteo ci spostiamo a un bar poco lontano per intervistare alcune attiviste del comitato Radici Pulite. «Il rogo di Teano dell’agosto 2025 è stato apocalittico – ci dicono –. Ha bruciato per un mese, quindici giorni di nube tossica. Abbiamo scoperto che quel sito era lì da dieci anni, sequestrato, abbandonato, nessuno lo sapeva. Da lì è cambiata la percezione del territorio. Nel raggio di dieci chilometri ci sono circa cinque impianti di biogas. Riteniamo che non ci sia tutto questo letame da smaltire, ci sembra evidente la speculazione». Il punto sollevato è quello del cosiddetto “turismo dei rifiuti”, ovvero la necessità di trasportare enormi quantità di scarti zootecnici su gomma da lunghe distanze per alimentare un’attività sovradimensionata rispetto ai siti di trasformazione locali. «L’amministrazione è spesso impreparata – continuano le attiviste –. I comuni non informano i cittadini. Alla prima assemblea a Pietramelara sono arrivati comitati che non conoscevamo. Per noi ora c’è da tenere gli occhi aperti sulla Metalplast di Ailano. È strapiena, rischia l’autocombustione. La paura è che questa estate possa bruciare di nuovo». A questo punto chiedo degli effetti sulla salute. Risponde Simona, veterinaria e attivista: «Abbiamo già visto effetti teratogenici sulle bufale. Ci sono casi documentati di malformazione nei feti bovini. Ma l’Arpac ha detto che a Pietramelara non servivano monitoraggi. Chi deve tutelarti, minimizza, non necessariamente per negligenza, a volte per mancanza di informazioni. Ci siamo persuase che ci sia  un disegno più grande. L’Alto Casertano si sta spopolando, è visto come terra colonizzabile. Noi rispondiamo con un sistema di sorveglianza collettiva. Il territorio, adesso, sta reagendo». L’Alto Casertano non era sulla cartina del disastro ambientale campano. Mentre l’adiacente Agro Caleno portava i segni visibili della contiguità con la Terra dei Fuochi, qui permaneva un’idea di margine immune, di verde intatto. È in quello spazio – geografico e immaginario – che si sono infilati i capitali. Le ecoballe di Ailano, il biodigestore di Pietravairano, il cantiere di Dragoni: non sono anomalie di un sistema che funziona, sono il sistema nel suo funzionamento. Cambia solo chi paga il conto. Poco lontano i rifiuti arrivavano di notte, sui camion. Qui arrivano con i progetti Pnrr, le autorizzazioni regionali, le scatole cinesi lussemburghesi. Però c’è qualcosa che la speculazione non aveva previsto: qualcuno non ha intenzione di stare a guardare o di andare via. La primavera è esplosa e non solo nel paesaggio. (edoardo benassai)
April 21, 2026
Napoli MONiTOR
Un maggio contro l’aeroporto. L’appello
Pubblichiamo l’appello a sostegno della manifestazione di sabato 16 maggio dal Polo scientifico, in via dell’Osmannoro, Sesto Fiorentino, presidio ore 14,00. In un momento così delicato per il futuro della Piana e della nostra regione, crediamo sia necessario fare un … Leggi tutto L'articolo Un maggio contro l’aeroporto. L’appello sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Natura spontanea a Firenze: quale valore e quale spazio le vengono riconosciuti?
Sabato 18 aprile 2026 presso la Biblioteca delle Oblate di Firenze si è tenuto un incontro per discutere il ruolo dei boschi e degli ecosistemi spontanei nelle aree urbane dismesse come risorsa per la rigenerazione delle città, con contributi da … Leggi tutto L'articolo Natura spontanea a Firenze: quale valore e quale spazio le vengono riconosciuti? sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Avanzi di Castelletti
Una città “virtuosa” Il Comune di Brescia chiude il 2025 con conti in ordine e un avanzo di oltre 110 milioni di euro. La narrazione è quella della solidità, della prudenza, della buona amministrazione. Ma la questione vera resta un’altra: a chi serve questa virtù? Il segreto dei conti: A2A […] L'articolo Avanzi di Castelletti su Contropiano.
April 21, 2026
Contropiano
I rischi dell’espianto degli alberi per i lavori della Metro C
scultura Humanitas di Andrea Roggi (foto ambm 25 7 25) di Paola Loche Roma è una città che vive su più livelli: quello millenario della storia archeologica e quello vitale del suo immenso patrimonio arboreo. Con l’avanzamento dei cantieri della Metro C, in particolare nelle aree centrali e storiche, il conflitto tra mobilità sostenibile e tutela del verde è tornato al centro del dibattito pubblico. Al centro della contesa c’è una pratica tanto necessaria quanto rischiosa: l’espianto e il successivo reimpianto di alberi maturi. Ma cosa accade davvero a un albero quando viene rimosso dal suo habitat per far posto a una stazione? Il primo errore, forse il più grave, è logistico e culturale: pensare che spostare un albero di 50 anni sia come traslocare un lampione o una panchina. Un esemplare maturo è un sistema complesso. Sotto terra, le sue radici non sono semplici ancoraggi, ma una rete neurale in simbiosi con il suolo, i funghi e i microrganismi locali. Estrarre un albero significa spezzare questo equilibrio vitale. Quando si procede all’espianto, i rischi principali sono: * Recisione delle radici: Per rendere l’albero trasportabile, viene recisa la maggior parte delle radici periferiche. Sono proprio queste, però, a nutrire la pianta. È come pretendere che un atleta corra una maratona dopo un intervento chirurgico alle gambe. * Shock da Trapianto: L’albero si ritrova improvvisamente in un mondo nuovo. Diversa esposizione solare, diverso drenaggio, diverso terreno. Questo “stress da trasloco” può paralizzare le funzioni vitali della pianta. * Crollo delle Difese: Un albero stressato è un albero indifeso. Funghi e parassiti, che in condizioni normali verrebbero respinti, trovano una porta aperta per sferrare l’attacco fatale. Nonostante l’adozione di rigorosi protocolli agronomici nella gestione del verde di cantiere, le evidenze statistiche continuano a mostrare risultati poco incoraggianti. Il reimpianto spesso avviene in zone distanti da quelle originali, alterando il microclima dei quartieri che perdono il “polmone verde” originale. Inoltre, la sfida a Roma è doppia: il sottosuolo è un groviglio di reperti archeologici e sottoservizi. Trovare un sito di reimpianto che offra spazio sufficiente alle radici è spesso un’impresa impossibile, trasformando il trapianto in un abbattimento differito nel tempo. Spesso i comunicati stampa rassicurano parlando di “compensazione ambientale”: per ogni albero rimosso, ne piantiamo di nuovi. Matematicamente torna, ecologicamente no. Sostituire un albero maturo con dieci piccoli alberelli è come pretendere che dieci neonati compiano lo stesso lavoro di un adulto esperto. Il servizio ecosistemico (ombra, abbattimento della CO2, assorbimento degli inquinanti, mitigazione termica) offerto da una chioma matura è incommensurabile rispetto a esemplari giovani che impiegheranno decenni per diventare efficaci. È possibile costruire una metropolitana senza condannare a morte il verde cittadino? La soluzione risiede in tre pilastri fondamentali: 1. Pianificazione Predittiva: Coinvolgere gli esperti botanici sin dalla fase di progettazione del tracciato per evitare lo spostamento di esemplari maturi e paesaggisticamente importanti. 2. Tecniche Avanzate: L’uso di tecnologie come l’escavazione pneumatica per preservare il più possibile l’apparato radicale. 3. Monitoraggio Post-Trapianto: Un albero spostato ha bisogno di cure intensive (irrigazione costante, concimazione specifica) per almeno 3-5 anni. Senza questo “reparto di terapia intensiva”, il reimpianto è destinato a fallire La Metro C è un’opera indispensabile per ridurre il traffico e l’inquinamento a lungo termine. Tuttavia, la sfida per Roma è dimostrare che il progresso infrastrutturale non debba necessariamente avvenire a scapito della sua memoria vegetale. Un albero che muore a causa di una gestione approssimativa non è solo un danno estetico, ma una mutilazione dei servizi ecosistemici della città. Tale perdita risulta insostenibile a fronte della crescente vulnerabilità climatica e ambientale del tessuto urbano. Paola Loche Per osservazioni e precisazioni scrivere a : laboratoriocarteinregola@gmail.com 18 aprile 2026 NOTE
April 18, 2026
carteinregola
MILANO: È MORTO CARLO MONGUZZI, STORICO AMBIENTALISTA E CONSIGLIERE COMUNALE
È morto, all’età di 75 anni e dopo una breve malattia, Carlo Monguzzi, storico ambientalista milanese e consigliere comunale di Europa Verde, intervenuto in diverse occasioni anche ai microfoni di Radio Onda d’Urto.  Monguzzi è stato tra i fondatori di Legambiente e dal 1990 è stato eletto più volte consigliere regionale in Lombardia. Dal 1993 al 1994 ha ricoperto la carica di assessore regionale all’Ambiente ed energia. Come assessore ha promosso la prima legge sulla raccolta differenziata dei rifiuti e il primo Piano Aria contro lo smog. Negli anni ha partecipato a diverse campagne ambientaliste contro il traffico illecito dei rifiuti, contro l’abbattimento degli alberi, la cementificazione e il consumo di suolo, contro la caccia. Nel 2011 è stato eletto con il Partito Democratico al Consiglio Comunale di Milano a sostegno di Giuliano Pisapia. Nel 2021 è stato rieletto, questa volta nelle file di Europa Verde, dunque ancora nella maggioranza di centro-sinistra, anche se negli anni ha assunto posizioni critiche sulla giunta guidata dal sindaco Giuseppe Sala, in particolare sulla decisione di vendere lo stadio di San Siro e, in generale, sulle politiche ambientali. I suoi interventi più recenti ai nostri microfoni riguardavano proprio questo argomento, oltre al dibattito intorno al decreto “Salva-Milano” e alle recenti inchieste su urbanistica e speculazione immobiliare.  Di recente, era riuscito a far intitolare una via, proprio nella zona di San Siro, al militante anarchico Pino Pinelli. Non era però riuscito a partecipare alla cerimonia di intitolazione, nel marzo scorso, perché era ricoverato. “Nell’ultimo periodo ha battagliato molto anche per la Palestina: era quasi sempre in piazza il sabato e ha lottato perché terminasse lo sciagurato gemellaggio Milano-Tel Aviv“, ricorda Andrea de Lotto sulle frequenze di Radio Onda d’Urto. “Ricordava e rivendicava il suo essere di sinistra”, aggiunge de Lotto. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto il ricordo di Andrea de Lotto, attivista milanese, giornalista di Pressenza e nostro collaboratore da Milano. Ascolta o scarica.
April 13, 2026
Radio Onda d`Urto
L’economia di guerra e i suoi impatti sull’ambiente e il clima
L’economia di guerra e la crisi climatica non sono fenomeni separati, ma parti dello stesso sistema: mentre il pianeta si surriscalda e gli ecosistemi collassano, governi e istituzioni continuano a investire risorse crescenti nel riarmo, rafforzando un modello che accelera la devastazione ambientale e sociale. È l’evidenza che emerge da “Guerra al Pianeta! L’economia di guerra e i suoi impatti sull’ambiente e il clima”, la monografia a cura di A Sud e Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali in collaborazione con Associazione Culturale 46° Parallelo, che analizza il legame strutturale tra industria bellica, crisi ecologica e disuguaglianze globali, mettendo in luce come la militarizzazione non sia una risposta alla crisi, ma uno dei suoi principali motori. La pubblicazione racconta come il comparto militare sia tra i più energivori e opachi dell’economia globale, con un impatto climatico enorme e spesso non contabilizzato, e come l’aumento della spesa militare si concentri proprio nei paesi maggiori responsabili delle emissioni climalteranti. Negli ultimi due decenni la spesa militare mondiale è cresciuta in modo significativo e si concentra soprattutto nei Paesi che contribuiscono maggiormente alla crisi climatica. Solo dal 2000 al 2023 la spesa globale per gli armamenti è aumentata dell’85%, con i primi 15 Paesi per investimenti nella difesa che concentrano oltre l’80% delle spese mondiali e corrispondono esattamente agli stessi 15 che generano quasi due terzi delle emissioni climalteranti. Dove aumentano le spese militari, si concentrano maggiori emissioni. La sovrapposizione tra i principali investitori nel riarmo e i maggiori emettitori di gas serra non è casuale: un’economia militarizzata consuma energia e materie prime con la stessa rapidità con cui produce disuguaglianze e instabilità. La guerra, inoltre, produce effetti ambientali che si estendono ben oltre la durata dei conflitti. > “Le operazioni militari, si legge nella monografia, devastano territori, > contaminano suoli e acque, distruggono infrastrutture e sistemi agricoli e > sociali. A ciò si aggiungono le emissioni legate alla ricostruzione delle > città rase al suolo, alle operazioni di bonifica e alla riattivazione delle > economie locali. I conflitti contemporanei non rappresentano soltanto tragedie > umanitarie ma sono anche disastri ecologici di enorme portata”. Nei primi 36 mesi dell’invasione russa su larga scala dell’Ucraina si stima siano state rilasciate in atmosfera circa 237 milioni di tonnellate di CO₂ e, nei primi 60 giorni appena dell’assalto israeliano su Gaza ne sono state prodotte altre 281.000. La relazione tra guerra e crisi climatica non riguarda però soltanto le aree di conflitto. Anche in tempo di “pace” l’apparato militare globale consuma quantità enormi di energia e risorse. Basi militari, flotte navali, aviazione, sistemi logistici e produzione di armamenti di pendono in larga misura dai combustibili fossili. Questa dipendenza energetica non è un dettaglio tecnico: è parte integrante dell’organizzazione del potere globale contemporaneo. Quando parliamo di “sicurezza energetica” (come succede di questi tempi), entriamo nel campo delle strategie per il mantenimento del potere politico-militare: una dottrina che orienta scelte, alleanze e interventi. Serve a giustificare l’uso della forza per garantire la continuità di un modello energetico fondato sui combustibili fossili. > “Nel discorso dominante, si sottolinea nel report, l’energia non è pensata > come un bene comune da trasformare, ma come un interesse strategico da > difendere. Non è una lettura forzata: storicamente, la sicurezza energetica > nasce come questione militare. Dal secondo dopoguerra in poi, l’accesso > stabile a petrolio e gas diventa un elemento centrale delle strategie di > difesa degli Stati industrializzati. La protezione delle rotte marittime, dei > punti di strozzatura e delle infrastrutture estrattive entra progressivamente > nelle dottrine militari, soprattutto nelle politiche di sicurezza delle > potenze occidentali. La cosiddetta Carter Doctrine lo dice in modo esplicito: > l’accesso al petrolio del Golfo Persico è un interesse vitale, da difendere > con ogni mezzo, forza militare compresa”. Gli eserciti sono quindi strumenti di difesa armata degli interessi fossili e allo stesso tempo figurano tra i maggiori consumatori istituzionali di combustibili fossili al mondo. Aerei militari, flotte navali, mezzi corazzati, basi permanenti, esercitazioni, catene logistiche globali: tutto questo funziona grazie a petrolio, gas e derivati. Senza questi flussi energetici, l’apparato militare contemporaneo semplicemente non esiste. Questo consumo produce emissioni sistematiche, paragonabili a quelle di interi Stati. Eppure resta in gran parte invisibile. La monografia è divisa in due parti: la prima approfondisce il legame tra sistema fossile, industria bellica e politiche di riarmo; la seconda propone focus geografici che mostrano come questi processi si manifestano concretamente nei territori, tra conflitti, estrazione di risorse e devastazione ambientale. Un articolo della monografia dal titolo “Capannoni che diventano arsenali”, a cura di Alessandro Coltré, si occupa nello specifico del caso italiano, passando in rassegna il caso di Anagni, in provincia di Frosinone, a pochi metri di distanza da un’area di servizio dell’autostrada del Sole, ove la demilitarizzazione sta lasciando il passo alla produzione di polveri di artiglieria e munizioni di medio e grosso calibro, quello di Castelfranco Veneto, ove le cisterne stanno cedendo il passo ai proiettili e quello del Sulcis Iglesiente, ove la RWM, l’azienda italiana controllata dal gruppo tedesco Rheinmetall, ha ricevuto la Valutazione d’Impatto Ambientale che consentirà il raddoppio degli impianti per aumentare la produzione di bombe, droni e munizioni. Qui per scaricare la pubblicazione: https://asud.net/risorsa/guerra-al-pianeta-monografia/. Giovanni Caprio
April 13, 2026
Pressenza
Un piccolo passo, la Luna e la Terra
Quando nel 1969 Neil Armstrong sbarcò sulla luna disse “Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l’umanità” … era vero, non era solo a fare quel primo passo, tutta l’umanità era lì con lui. … Leggi tutto L'articolo Un piccolo passo, la Luna e la Terra sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.