Diciotto mesi dopo la sentenza Cedu. Cosa sta cambiando nella Terra dei Fuochi?(disegno di naum)
A quasi diciotto mesi dalla pronuncia con cui la Corte europea dei diritti
dell’uomo (Cedu) ha condannato l’Italia per non aver protetto la vita delle
popolazioni della Terra dei Fuochi, è tempo di tracciare un primo bilancio del
percorso intrapreso. Occorre farlo numeri alla mano, riconoscendo con
oggettività ciò che si sta facendo, senza sottrarre lo sguardo da ciò che resta
ancora incompiuto.
La decisione di affidare il coordinamento degli interventi al Commissario unico
per la bonifica delle discariche e dei siti contaminati, struttura incardinata
presso la Presidenza del consiglio dei ministri e guidata dal generale Giuseppe
Vadalà, è stata inizialmente accolta con diffidenza da una parte significativa
dei comitati attivi nella Terra dei Fuochi. Una diffidenza tutt’altro che
pregiudiziale, maturata piuttosto nella lunga e controversa storia della
gestione straordinaria dei rifiuti in Campania. Dal 1994 la regione è stata
attraversata da emergenze, poteri eccezionali e commissariamenti, dapprima per
la gestione dei rifiuti urbani, poi per fronteggiare gli effetti prodotti dallo
smaltimento illecito dei rifiuti speciali.
L’autonomia del giudizio impone di riconoscere i primi risultati, senza
rinunciare a mettere in luce le contraddizioni che accompagnano il percorso. La
struttura ha seguito in maniera coerente le direttrici indicate dalla sentenza e
recepite nel Piano d’azione presentato al comitato dei ministri del Consiglio
d’Europa. Sono state avviate le rimozioni dei rifiuti abbandonati in superficie,
sottraendo materiale ai roghi tossici e intervenendo su situazioni che per anni
erano rimaste immobili. Sono stati censiti 418 siti di abbandono, 246 dei quali
sono stati sottoposti a sopralluogo; al 23 giugno 2026 risultano rimosse oltre
7.159 tonnellate di rifiuti in 80 siti distribuiti in 34 comuni. È stato inoltre
riportato al centro dell’azione pubblica il lavoro di indagine sui terreni
agricoli; sono state riattivate o accelerate le procedure di caratterizzazione
delle discariche storiche e dei siti contaminati; è stato firmato un protocollo
con l’Istituto superiore di sanità (Iss) per aggiornare il quadro conoscitivo
sanitario, integrare dati epidemiologici e ambientali e predisporre un nuovo
studio a supporto delle misure richieste dalla Cedu, sulla falsariga dello
studio che l’Iss ha pubblicato nel 2020 in collaborazione con la Procura di
Napoli Nord.
Questo va riconosciuto. E il fatto stesso che sia necessario sottolinearlo
rivela quanto questi territori siano stati disabituati alla continuità
dell’intervento pubblico, di fronte al fatto che una struttura dello Stato,
quando interviene sull’inquinamento ambientale, sta solo facendo il proprio
dovere, cominciando a restituire ciò che per decenni è stato negato in termini
di tutela della salute, sicurezza ambientale, informazione pubblica e
risanamento ecologico. Il punto vero, però, è valutare gli atti, le risorse, i
risultati e le responsabilità. Ed è qui che cominciano le criticità. La
struttura commissariale ha dichiarato un impegno economico complessivo per i
prossimi anni di 329 milioni di euro, di cui 28 per le rimozioni e la
riqualificazione dei primi 80 siti, 101 per caratterizzazioni e interventi su 32
grandi aree contaminate e 200 destinati alle successive opere di bonifica o
messa in sicurezza definitiva.
Di questa cifra, sono arrivati i primi 30 milioni di euro, mentre sono in
programmazione 100 milioni per il 2026 e altrettanti per il 2027. La stessa
ricognizione commissariale, tuttavia, stima in 2 miliardi e 527 milioni di
euro il fabbisogno relativo ai soli 71 siti contaminati di competenza pubblica.
A questa cifra si aggiungono circa 76,7 milioni per i terreni agricoli e 30
milioni per la rimozione dei rifiuti abbandonati in superficie. Il fabbisogno
complessivo individuato supera quindi i 2,6 miliardi di euro. Che cosa
rappresentano, allora, le risorse finora messe in campo, se non una prima e
ancora insufficiente anticipazione rispetto alle esigenze di quasi tre milioni
di persone che vivono nei territori contaminati? Qualcuno potrebbe appassionarsi
alla questione contabile. Ciò che emerge davvero, però, è la misura della
distanza tra il bisogno politico del governo di mostrare risultati dinanzi al
Consiglio d’Europa e l’esigenza reale dei territori di una politica capace di
durare nel tempo, attraversare la complessità delle matrici ambientali e
accompagnare le indagini fino alle bonifiche.
La distanza non riguarda soltanto la quantità delle risorse disponibili, ma
anche la qualità e la velocità degli interventi. Se sul fronte dei rifiuti
abbandonati in superficie l’azione commissariale ha mostrato un impegno
visibile, le procedure di caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica delle
discariche e dei siti contaminati continuano ad avanzare con il contagocce,
ancorché qui si concentri il dramma più profondo della Terra dei Fuochi.
Peraltro, in alcuni casi una parte delle indagini era già stata eseguita molti
anni prima, impiegando consistenti risorse pubbliche, senza che alle attività
conoscitive seguissero le necessarie opere di messa in sicurezza o bonifica.
Oggi si spende nuovamente per aggiornare il quadro, mentre gli interventi
definitivi continuano a essere rinviati a una fase dove, scaduti i termini della
sentenza, non vi è certezza dell’intervento pubblico. Come non vi è certezza
alcuna della durata temporale dell’intervento commissariale.
Questa problematica è resa ancora più evidente dalle nuove criticità relative
alla qualità delle acque sotterranee, emerse solo pochi mesi fa dal programma di
monitoraggio della Regione Campania in collaborazione con l’Università Federico
II. Le analisi hanno rilevato superamenti delle concentrazioni soglia di
contaminazione nelle acque sotterranee per il tricloroetilene e il
tetracloroetilene, sostanze utilizzate nei processi industriali e classificate
rispettivamente come cancerogena e probabile cancerogena. Le criticità più
significative si concentrano proprio nei territori della Terra dei Fuochi, con
superamenti registrati, tra gli altri, a Villa Literno, Giugliano, Aversa, Casal
di Principe, Casapesenna, Castel Volturno, Acerra e Succivo. La Federico II
aveva già trasmesso alla Regione, il 20 febbraio 2026, la richiesta di adottare
azioni immediate di sanità pubblica.
La Regione ha riconosciuto l’esistenza di criticità, disponendo il rafforzamento
dei controlli sanitari, ambientali e sulle filiere agricole e zootecniche. Il
problema riguarda soprattutto i pozzi privati, spesso utilizzati per
l’irrigazione o altri usi non domestici. Le interdizioni all’utilizzo dei pozzi
stanno infatti divenendo uno degli effetti più visibili di questa nuova
emergenza. In questo rovente mese di luglio, ad Acerra, il Comune ha disposto la
chiusura di altri sette pozzi dopo il riscontro di concentrazioni di
tricloroetilene e tetracloroetilene superiori ai limiti, portando a nove il
numero dei pozzi interdetti nel territorio comunale. Anche in altri comuni
interessati dai superamenti si moltiplicano i controlli e l’interdizione
cautelativa dei pozzi privati.
Il rapporto tra contaminazione dei terreni e qualità delle acque sotterranee,
tuttavia, non emerge come una priorità della strategia di governo, rendendola di
fatto anacronistica rispetto alla mutevolezza del quadro di indagine nei
territori di Napoli e Caserta. A oggi siamo ancora nel guado di una rincorsa del
problema e di una gestione cautelativa ex post, mentre si fa sempre più
pressante un intervento sulle cause della diffusione di tricloroetilene,
tetracloroetilene e degli altri contaminanti, e su quali interventi di
contenimento e bonifica siano praticabili. Diversamente, il costo di una non
tempestiva gestione del problema piomberà, ancora una volta, sulle comunità e
sulle produzioni agricole.
C’è poi il tema dei roghi di rifiuti. Se è vero che i dati delle prefetture di
Napoli e Caserta restituiscono, nel medio periodo, una riduzione del numero
degli incendi, è altrettanto vero che la diminuzione degli episodi non è di per
sé evocativa della risoluzione del problema. I maxi-roghi verificatisi
recentemente tra Giugliano e Scampia, così come i roghi di Acerra e di altri
territori puntualmente vessati dal fenomeno, dimostrano che esso conserva una
capacità di produrre eventi di grande intensità, e dunque di continuare a
esporre intere aree abitate agli effetti della combustione incontrollata di
plastiche, pneumatici, tessuti, apparecchiature elettriche e altri rifiuti
urbani e speciali.
Inoltre, il dato statistico rilevato all’interno del perimetro storico della
Terra dei Fuochi rischia di nascondere una trasformazione più complessa. Le
accelerazioni dell’ultimo anno dimostrano che il fenomeno ha cambiato forma,
scala e geografia. Insieme ai roghi di rifiuti nei contesti periurbani, hanno
acquisito rilevanza gli incendi che interessano impianti di trattamento e
stoccaggio, depositi di mezzi, capannoni e nodi intermedi della filiera dei
rifiuti. In questi casi bruciano concentrazioni molto più rilevanti di materiali
combustibili, con incendi difficili da spegnere, prolungati nel tempo e
potenzialmente capaci di produrre una contaminazione atmosferica su scala
sovracomunale.
È quanto sta accadendo da qualche tempo nell’Agro Caleno in funzione
dell’espansione settentrionale del problema. Il maxi-incendio dell’agosto 2025
nell’azienda di stoccaggio Campania Energia, tra Teano e Riardo, ha interessato
un enorme accumulo di rifiuti speciali, richiedendo quattordici giorni di
intervento e determinando concentrazioni di diossine e furani superiori al
valore di riferimento utilizzato dalla comunità scientifica. A questo episodio
si aggiungono i ripetuti incendi che negli anni hanno coinvolto altri impianti,
come Gesia di Pastorano e le criticità riscontrate nelle attività di gestione
dei rifiuti presenti tra Vitulazio, Pignataro Maggiore, Sparanise e gli altri
comuni dell’area. Non a caso, nel marzo 2026, la prefettura di Caserta ha esteso
i controlli proprio sulla filiera delle imprese nell’Agro Caleno e nel Medio
Volturno.
Lo spostamento del fenomeno si allarga anche a est e nord-est del perimetro
storico di Terra dei Fuochi. Una dinamica analoga sta emergendo in Puglia, dove
la sequenza di incendi che interessa impianti, depositi e siti di stoccaggio sta
segnando in maniera inquietante l’estate in corso. Nel giro di poche settimane,
un grande incendio ha coinvolto ecoballe di plastica in un impianto di
stoccaggio a Francavilla Fontana, imponendo limitazioni precauzionali nel raggio
di due chilometri; a Manduria sono stati distrutti dalle fiamme sette
autocompattatori all’interno del deposito dell’azienda incaricata della
raccolta; a San Paolo di Civitate, nel foggiano, un incendio di vaste
proporzioni ha investito un centro di stoccaggio posto a poche centinaia di
metri dalle abitazioni.
Analoga situazione si dispiega nelle campagne baresi tra Carbonara, Ceglie e
Loseto; e proprio la persistenza dei roghi e degli abbandoni ha spinto alla
convocazione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, con
la decisione di procedere a una mappatura delle aree più esposte. Nel maggio
2026, l’operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari ha
ricostruito una filiera organizzata che avrebbe trasportato rifiuti speciali
provenienti anche dalle province di Napoli e Caserta verso le aree interstiziali
delle province di Foggia e Barletta-Andria-Trani. L’inchiesta ha interessato
rifiuti tessili, scarti del trattamento industriale e frazioni residue
provenienti da impianti di diverse regioni, con il sequestro di dieci aziende e
sessanta automezzi. Già alcuni mesi prima, il procuratore di Trani aveva
avvertito del rischio che una parte della Puglia diventasse una nuova area di
destinazione degli sversamenti e degli incendi di rifiuti.
A questo quadro si aggiunge la crisi, ormai non più trascurabile, del mercato
delle plastiche riciclate, che interessa in particolare il polietilene e il
polipropilene. Il crollo della domanda e la perdita di competitività delle
materie prime seconde stanno determinando un progressivo accumulo di materiali
presso gli impianti di selezione, trattamento e stoccaggio, sottoponendo
l’intera filiera a una pressione crescente. Al momento, la criticità appare più
evidente nelle regioni centro-settentrionali, dove i maggiori livelli di
raccolta differenziata producono volumi superiori di rifiuti da avviare a
riciclo. Ma si tratta di un equilibrio fragile; in assenza di sbocchi
industriali e di adeguate capacità di trattamento, la saturazione degli impianti
potrebbe propagarsi rapidamente verso il Mezzogiorno, aggravando le condizioni
già esistenti e aumentando il rischio di accumuli incontrollati, trasferimenti
irregolari e incendi nei siti di deposito.
Il nodo politico, allora, è inevitabile. Ora che il governo ha assunto la
responsabilità della Terra dei Fuochi, come intende affrontare i flussi
intraregionali e interregionali di rifiuti che alimentano e ridisegnano il
fenomeno ben oltre il suo perimetro storico? La pressione esercitata nel nucleo
storico, insieme alla mobilità propria delle filiere illegali e alla persistente
convenienza economica dello smaltimento irregolare, sta contribuendo a
ridisegnare una geografia reticolare del fenomeno. La storia, insomma, si ripete
a diverse latitudini. Proprio per questa ragione, la riduzione dei roghi
comunicata dalle prefetture dovrebbe essere interpretata con maggiore cautela. I
dati disponibili sono prevalentemente aggregati su scala provinciale per Napoli
e Caserta; consentono quindi di sapere quanti incendi siano stati registrati, ma
non permettono di comprendere in quali comuni si concentrino, quali materiali
abbiano coinvolto, se si tratti di cumuli abbandonati, siti produttivi, depositi
o impianti, né se gli episodi si ripetano negli stessi luoghi. La scala
provinciale può descrivere una tendenza generale, ma appiattisce le differenze
interne e rende incomprensibili le nuove tendenze territoriali. Manca, poi, uno
strumento pubblico che restituisca la cifra del fenomeno, associando a ogni
episodio la data, il comune, le coordinate geografiche, la tipologia del sito, i
materiali combusti, la durata dell’incendio, gli esiti dei campionamenti
ambientali e le misure cautelative adottate. Una banca dati permetterebbe di
costruire cluster spaziali, individuare le aree di reiterazione, distinguere i
piccoli episodi diffusi dai grandi incendi industriali e mettere in relazione i
roghi con le caratteristiche dei territori.
Un’altra questione decisiva riguarda ciò che accade dopo la rimozione dei
rifiuti abbandonati. Ripulire i siti è necessario e, come già ricordato, questo
lavoro è finalmente in corso. Ma ripulire senza stabilire chi debba vigilare il
giorno dopo, chi debba mantenere l’area integra, impedire nuovi abbandoni e
quali conseguenze debba subire l’ente che non adempie significa rischiare di
finanziare una deresponsabilizzazione circolare, che finisce per diventare la
variabile indipendente dell’inquinamento e del degrado ambientale. La struttura
commissariale interviene con risorse straordinarie, i rifiuti vengono rimossi,
spesso si svolge una cerimonia e l’area viene simbolicamente restituita alla
comunità. Poi, però, se il Comune o l’ente preposto non garantisce controllo,
raccolta degli ingombranti e presidio territoriale, quello spazio torna
rapidamente nelle condizioni precedenti.
In questo modo, i cittadini finiscono per pagare più volte, attraverso la
fiscalità generale, il costo dello stesso problema, mentre la responsabilità
ordinaria si disperde nei meandri della frammentazione amministrativa,
schiacciata tra le inerzie regionali di lungo periodo e la miopia di corto
respiro delle comunali. In questo senso, il governo avrebbe dovuto prevedere fin
dall’inizio un sistema vincolante di responsabilizzazione degli enti beneficiari
delle rimozioni dei rifiuti, con accordi post-intervento e obblighi precisi, le
risorse dedicate alla manutenzione e al controllo, gli indicatori di
monitoraggio e forme di condizionalità finanziaria o di rivalsa nei casi di
persistente inadempienza. Lungi dal prefigurare alcuna logica punitiva nei
confronti di quei comuni ridotti all’osso dalle politiche neoliberiste di taglio
alla spesa pubblica, a causa delle quali soffrono carenze strutturali di
personale e risorse; significa, piuttosto, impedire che la debolezza
amministrativa si trasformi sistematicamente in un alibi e che l’intervento
straordinario copra la responsabilità ordinaria vanificando, come un cane che si
morde la coda, ogni sforzo e ogni euro speso.
La stessa Corte europea ha posto la necessità di una strategia
politico-amministrativa globale, l’esigenza di un sistema indipendente di
monitoraggio e una piattaforma pubblica di informazione trasparente. Ed è
proprio su questo punto che emerge un’ulteriore contraddizione. Il governo ha
affidato il monitoraggio a Ispra, ma ha poi indebolito la credibilità della sua
terzietà nominando, nel febbraio 2026, alla presidenza dell’Istituto Maria
Alessandra Gallone, già senatrice per due legislature nelle file di Forza Italia
e collaboratrice dello stesso ministro dell’ambiente, Pichetto Fratin. In altre
parole, il governo ha affidato il controllo sull’attuazione delle proprie
politiche a un istituto il cui vertice è espressione diretta dello stesso
perimetro politico. Ciò ha svuotato, almeno sul piano della terzietà
sostanziale, una delle principali garanzie richieste dalla Corte europea.
La strategia delineata dalla struttura commissariale può dunque essere
considerata globale sulla carta, ma rischia di rimanere monca nella sostanza,
soprattutto nei gangli di quella frammentazione amministrativa individuata dalla
Corte. Tutti dovrebbero fare qualcosa, ma troppo spesso ciascuno si chiama
fuori, indicando la competenza di qualcun altro. Il governo rinvia alla Regione,
la Regione agli enti d’ambito, gli enti d’ambito ai comuni, i comuni alla
carenza di risorse, gli enti proprietari delle strade alla disciplina dei
rifiuti, gli uffici ambientali alle forze dell’ordine, le forze dell’ordine alla
necessità di prevenzione amministrativa. In questo gioco di sponda il sistema
mostra ancora tutta la sua vulnerabilità.
Le responsabilità si muovono da un tavolo all’altro, mentre i fattori di povertà
economica territoriale, che generano il fenomeno dello smaltimento illecito dei
rifiuti, restano inosservati. Nessun investimento politico programmatico, oltre
la repressione degli illeciti con la legge n. 147 del 3 ottobre 2025, è stato
ancora predisposto per rispondere alle difficoltà economiche del tessuto
produttivo locale. Può la repressione sostituire una politica capace di
intervenire sulle condizioni materiali entro cui l’illegalità ambientale si
riproduce? E quali risposte intende offrire lo Stato, attraverso le sue
articolazioni, alla marginalità economica, al lavoro irregolare, alla
frammentazione delle filiere, alle difficoltà di accesso ai circuiti legali di
raccolta e trattamento dei rifiuti speciali?
Non si intravede ancora una strategia rivolta alla gestione del tessuto
produttivo locale, dal distretto industriale di Grumo Nevano-Aversa,
specializzato nei comparti calzaturiero e tessile-abbigliamento, al distretto di
San Giuseppe Vesuviano, uno dei principali poli meridionali del
tessile-abbigliamento e della produzione per conto terzi. Basta farsi un giro
nelle campagne di questi territori per osservarne la portata, con decine e
decine di balle di rifiuti tessili, di pellame, oltre agli scarti edili, alle
plastiche e agli pneumatici. La stessa assenza di una politica industriale
ambientalmente sostenibile e territorialmente orientata attraversa le Aree di
sviluppo industriale (Asi) disseminate tra le province di Napoli e Caserta, oggi
relegate a contesti insediativi privi di identità territoriale, se non quella
della gestione del ciclo dei rifiuti. Soprattutto questa è, oggi, la Terra dei
Fuochi.
I prossimi mesi saranno decisivi. Il 30 gennaio 2027, a due anni dalla
pronuncia, rappresenterà un passaggio politico inevitabile. Sarà il momento di
verificare se la condanna europea avrà determinato soltanto una stagione di
attivismo commissariale oppure una trasformazione strutturale delle politiche
ambientali nel contesto nazionale e regionale. Il 30 aprile 2027, termine
giuridico decorrente dalla definitività della sentenza, lo Stato dovrà
dimostrare di avere ottemperato alla strategia complessiva, al monitoraggio
indipendente e al sistema pubblico di informazione richiesti dalla Corte. In
questi mesi si deciderà se la Terra dei Fuochi continuerà a essere amministrata
come spazio emergenziale o se diventerà, finalmente, una questione di ordinaria
priorità per gli enti locali.
In questo contesto, i comitati e le associazioni devono preservare e conservare
la propria autonomia strategica. Autonomia che non significa isolamento.
Significa intavolare il contraddittorio a partire dai territori, senza
arruolarsi a cause che non sono le proprie. Significa produrre conoscenza dai
territori senza che questa venga neutralizzata nella spirale istituzionale.
Significa riconoscere i passi avanti senza trasformarsi nel pubblico non pagante
delle cerimonie istituzionali. Significa continuare a formulare domande e
contraddizioni scomode anche quando chi governa accetta di sedersi allo stesso
tavolo. Significa, in ultima analisi, rifuggire dai processi di
istituzionalizzazione del dissenso, che resta l’unica fiamma utile da mantenere
viva per il futuro di questi territori. Perché, in definitiva, il futuro della
Terra dei Fuochi, o per meglio dire dell’inquinamento ambientale nei territori
di Napoli e Caserta, dipenderà anche e soprattutto dalla capacità collettiva di
agire significativamente sulla distanza tra ciò che è stato annunciato e ciò che
sarà stato realmente realizzato. E, in questo grande spazio di partecipazione,
già occupato dai comitati e dalle associazioni della Terra dei Fuochi, vivono
gli anticorpi capaci di alimentare una nuova stagione di resistenza ecologica.
(pasquale pennacchio)