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Gli USA cancellano i limiti alle emissioni di gas serra nelle centrali fossili
L’amministrazione Trump dà un nuovo impulso alla sua agenda, allentando le norme ambientali negli Stati Uniti. L’Environmental Protection Agency (EPA) ha infatti deciso di cancellare i limiti alle emissioni di gas serra prodotte dalle centrali elettriche alimentate a carbone e gas. Nel motivare la sua decisione, l’agenzia federale sostiene che eliminerà oltre 300 miliardi di dollari di costi per il settore industriale. Il risparmio economico sarà pagato da cittadini e ambiente, visto l’impatto dei gas serra sui cambiamenti climatici. Il bilancio si aggrava se si considera la mole della produzione energetica statunitense. Nel 2022, proprio uno studio dell’EPA, rivelò come il settore rappresentasse il 25% di tutte le emissioni di gas serra prodotte dal Paese — secondo solo alla Cina in termini di impatto totale. L’intervento dell’agenzia federale allontana di un altro passo l’amministrazione Trump dalle precedenti, come quella di Joe Biden, che per ultima aveva fissato limiti stringenti alle emissioni di gas serra. L’EPA ha scelto la strada della deregolamentazione totale. Saranno le varie aziende a decidere, in maniera del tutto autonoma, la gestione delle centrali elettriche, non badando più ai vincoli ambientali sui gas serra. «L’amministrazione sta tutelando l’energia americana da una guerra al carbone. Gli americani godranno di una riduzione dei prezzi dell’elettricità, ma questo è solo l’inizio. Stiamo lavorando per andare ancora oltre, affinché il potenziale dell’energia americana possa essere pienamente sprigionato. Realizzare appieno tale potenziale significa più posti di lavoro, prezzi più bassi e un’America più prospera». Con queste parole Lee Zeldin, amministratore dell’EPA scelto da Trump, ha commentato l’intervento pubblico. Soltanto due anni fa, con Joe Biden a Washington, le centrali erano state costrette a catturare il 90% delle proprie emissioni, ricorrendo a sistemi di stoccaggio, pena la chiusura degli impianti. Le centrali alimentate a carbone e gas naturale dominano il settore energetico statunitense, che rappresenta circa il 25% di tutte le emissioni di gas serra prodotte dal Paese. Il totale ammonta a oltre 4,8 miliardi di tonnellate di CO2, guadagnando il secondo posto in questa speciale classifica, guidata dalla Cina con più di 12,6 miliardi di tonnellate di CO2. Soltanto pochi giorni fa un tribunale federale aveva stabilito che l’attuale Dipartimento dell’Energia avesse oltrepassato i propri poteri imponendo la prosecuzione dell’attività della centrale a carbone J.H. Campbell in Michigan oltre la chiusura prevista. La Corte d’appello del Distretto di Columbia, chiamata in causa da tre Stati e gruppi ambientalisti, ha escluso l’esistenza di una vera emergenza che giustificasse il provvedimento. Secondo la sentenza, i poteri d’emergenza previsti dalla legge sono uno strumento eccezionale. Il mantenimento dell’impianto sarebbe costato almeno 135 milioni di dollari nel 2025. Il caso, non isolato, rientra in un disegno politico più ampio, arricchito ora dall’ultima decisione dell’EPA, che fa degli USA il simbolo della deregolamentazione ambientale. Nel primo giorno del suo secondo mandato, Trump ha ritirato il Paese dall’Accordo di Parigi, adottato nel 2015 per fermare il riscaldamento globale. Il tycoon ha poi accelerato sulle fonti fossili, potenziando ad esempio l’estrazione di petrolio, gas e minerali in Alaska. The post Gli USA cancellano i limiti alle emissioni di gas serra nelle centrali fossili appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 18, 2026
L'INDIPENDENTE
Data center in Italia: analisi delle criticità tra impatti ambientali e sovranità digitale
L’Italia sta vivendo una fase di espansione infrastrutturale nel settore dei data center senza precedenti, posizionandosi come uno dei mercati emergenti più attraenti d’Europa dopo l’area tradizionale FLAP (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi). Al 2025, si contano circa 222 data center distribuiti sul territorio nazionale, gestiti da 94 diversi provider. La città metropolitana di Milano rappresenta il cuore pulsante di questo sviluppo, concentrando il 68% della potenza nominale installata a livello nazionale, pari a circa 414 MW IT. L’insediamento di un data center non è un’operazione neutrale. Le criticità si manifestano principalmente su quattro fronti: consumo di suolo, stress della rete elettrica, prelievo idrico e impatto sociale. Inoltre, i governi europei promuovono l’attrazione di data center hyperscale come una vittoria per la sovranità digitale. Tuttavia, ospitare infrastrutture statunitensi su suolo italiano non conferisce controllo sui dati né autonomia tecnologica. Al contrario, crea una dipendenza strutturale: una volta che i sistemi della sanità o della difesa sono migrati su server Microsoft o AWS, il potere negoziale dello Stato si azzera. Con Marco di Privacy Network, esploriamo le implicazioni e le criticità del boom dei data center in Italia. Leggi anche l’intervista su Infoaut a Errico Duranti del Comitato Ciarlasco per la Tutela del Territorio e ascolta gli approfondimenti sui data centers su Radio Blackout.
September 17, 2026
Radio Blackout
Stare o restare. I paesi interni, il grano, lo spontaneismo in un dialogo con Antonio Pellegrino
(disegno di escif) Circa le otto di sera, entroterra cilentano, terrazza di Perito, provincia di Salerno. Il tramonto si anticipa a fine estate. Ho attraversato il paese con Antonio Pellegrino, cofondatore della cooperativa sociale Terra di Resilienza e del Palio del Grano, giunto quest’anno alla ventiduesima edizione. Ai piedi dei tre scalini della cappelletta della Maddalena, incontriamo alcune signore sedute fuori casa. Antonio si ferma e chiacchiera con loro in cilentano stretto – di grano, di varietà locali, di mietitura. Diffidenti all’inizio, le signore si aprono quando riconoscono nelle sue parole la conoscenza delle stesse pratiche di un passato che sembra lontano. Maria, una di loro, ci apre le porte della cappella della Maddalena, dopo una breve visita proseguiamo verso la terrazza. «Io sono un sostenitore dello spontaneismo. La spontaneità è un esercizio vitale anti-pianificazione, determinante per molte cose. Almeno per me lo è stato. Non è tanto legato all’occasione. Adda succedere perché adda succedere». Con questa frase si può leggere tutto il resto. Dopo gli anni di studio a Napoli, cosa ti ha riportato a Caselle in Pittari? «In realtà ero già tornato a Caselle, perché l’università l’ho fatta in età adulta. Mi sono iscritto a trent’anni, mi sono laureato a trentacinque. Sono andato all’università proprio perché avevo voglia di fare un percorso accademico. Mi ero iscritto all’università già appena diplomato, però mollai dopo sei mesi. Poi sono andato in Toscana». Che facevi in Toscana? Sono andato in Toscana perché dovevo fare il militare. Volevo mettere da parte un po’ di soldi. Però, arrivato là, mi hanno fatto una proposta di lavoro, di entrare in una società. Ho fatto per tre anni l’imprenditore. Guadagnavo bene. Avevo dei soldi a venticinque anni, con grandi responsabilità. Però questo è coinciso pure con la mia politicizzazione, con la necessità di tornare. Quindi ho venduto le mie quote sociali e sono tornato. Quindi più che un ritorno da Napoli, è stato un ritorno dalla Toscana. Dopo quattro anni sono tornato con una voglia operativa incredibile. Ti sto parlando di anni pure molto particolari, il G8 di Genova, la nostra voglia di partecipazione, di una politicizzazione che non era più di partito. Insomma, il tema di quegli anni era il no-global, ci chiamavano no-global. Ora il paradosso è che i no-global sono diventati quelli di destra… E quindi, dopo quattro anni, torno con la voglia di conoscere le montagne, la storia, la geografia. Ho fatto un’indagine totalizzante, con questo bisogno di definire il proprio. Era più che altro la necessità di avere un quadro più chiaro sullo sviluppo del pensiero e del territorio in ambito storico e politico — in mezzo, il percorso di sociologia a Napoli, tra il 2008 e il 2012. Col ritorno dalla Toscana è nato pure il Palio del Grano, che poi è la cosa che forse più di tutto mi ha cambiato la vita. «L’ispirazione è stata mettere insieme la cultura del palio che avevo conosciuto in Toscana con un ricordo infantile, quando con mio nonno si mieteva il grano a mano… Vabbè, ho avuto uno strano battesimo. Nel senso che appena sono entrato nel grano, il mio primo ricordo è che un biacco, una serpe nera, mi è passato in mezzo alle gambe. Quando si mieteva il grano partecipava la famiglia allargata, dieci-dodici persone. E la storia riguarda compa’ Giovanni Terenzio, un parente di famiglia, nipote di mia nonna. Io andavo con loro e avevo il compito di andare a prendere l’acqua alla sorgente, “alla lancetta”, che è un contenitore di terracotta. Avevo dieci anni. Compa’ Giovanni in quell’occasione mi mise la falce in mano. Mi diede le prime lezioni di mietitura. Quando ho iniziato a tagliare il grano, mi faceva: “Nun te fa fa o’ zaccano”. Quando due mietitori lavorano, se uno va più veloce dell’altro e gli taglia la strada, il primo si riposa e l’altro deve mietere per tutti e due. Era un gioco. Da quel gioco è nato il Palio del Grano, da quella nozione. Lo organizziamo con la Proloco di Caselle in Pittari dal 2005, prima edizione. Poi la prima Biblioteca del Grano, nel 2008. Di seguito sono venute fuori un po’ a cascata tutte le altre storie. La cooperativa sociale Terra di Resilienza, costituita nel 2012 insieme a Dario, Claudia e Marianna, aveva pure lo scopo di rendere produttiva quest’attività che avevamo recuperato con la Proloco. Poi abbiamo aperto il mulino, la biblioteca. Quindi oggi vivo e lavoro di questo. La cooperativa è diventata il braccio operativo; il palio, invece, è più un’azione volontaria che attraversa il paese». Come ti sei avvicinato alla coltivazione dei grani antichi? «Abbiamo iniziato con un’attività di recupero delle varietà di grano locali, siamo partiti con quattro varietà, di cui due erano proprio indigene, ianculidda e russulidda, varietà di grano tenero. Una siamo riusciti a iscriverla pure al registro delle varietà della conservazione regionale. Poi è la morfologia della spiga che caratterizza spesso i nomi, della granella o della farina. La cultura tradizionale era morfologica: ‘u guascio, ‘u chiatto, ‘u cicato, ‘u carusato, ‘a russia, che è più rossa. Insomma, si parla di varietà locali, non ibride, e sono tutte molto variabili – c’è grande eterogeneità, quindi già chiamarle varietà è una cosa impropria. La forma “grani antichi” esce fuori con gli americani. Io un po’ la ripudio, perché sembra una cosa di mummie sterili. Non è perché sono contro gli americani, ma perché sono gli stessi della rivoluzione verde. È una vecchia storia. Hanno preso il lavoro di Strampelli, il genetista italiano, associato alla propaganda agraria di Mussolini. Di fatto il patrimonio genetico dei grani realizzati da Strampelli è diventato la base per il miglioramento che ha fatto poi Norman Borlaug americano, che ha ricevuto il premio Nobel e ha fatto nascere la Green Revolution, la rivoluzione verde. C’è la genetica, c’è il modo in cui è scritto un seme, quindi il contributo genetico, ciò che portano i geni e la progenie, ma poi c’è l’epigenetica, quindi c’è l’adattamento di anno in anno a condizioni pedologiche, climatiche, ambientali, alla pressione dei contadini. Quindi i semi non sono monoliti». Cos’è per te il folclore oggi in questi territori? «Il folclore è celebrare la morte di qualcosa, questo è il mio punto di vista. Ovviamente si intende per folclore e per folk tutto ciò che attiene alle radici culturali di un paese, alle specifiche appartenenze simboliche e materiali di una comunità, però quello che oggi analizzo criticamente, più che il folclore, è la folclorizzazione. Cioè il fatto che viene celebrata questa musealità, il “fatto a mano”. I cavatelli fatti a mano con la farina del Canada. Questo significa che non si ha una relazione con la terra, col proprio paesaggio agrario. Il Cilento è patrimonio Unesco in quanto paesaggio culturale, che è soprattutto la relazione del corpo con l’ambiente in cui si trova. Come la fai l’ecologia se non hai prossimità alimentare? Che non significa guardarsi l’ombelico, non si vive di solo pane per l’amor di dio… Diciamo che l’antropologia, culturalmente intesa, sui territori appenninici è legata all’addomesticazione della montagna, quindi soprattutto alla pastorizia. Nel tempo è venuto meno quest’impianto, questo substrato culturale legato alle pratiche – cioè a mangiare il proprio pane, a pascolare, a usare il cacio-ricotta piuttosto che il parmigiano. Venendo meno questo mondo, lo si rispolvera in feste, sagre, in una musealità senza senso, dove c’è un’espressione museale appunto. Nel folclore si celebra la nostalgia, il dolore di casa, perché ci si rende conto che stiamo morendo. Poi i paesi qui intorno, quindici-venti giorni all’anno, si fanno una bella botta di endorfine – lo si vede in questo “festival bar”, in questi palchi…». Oltre a coltivare la terra, il Cilento che attraversi coltiva anche un’idea di futuro? «Secondo me, dove c’è cultura che diventa radice operativa c’è sempre futuro. Se stiamo qua, in questo preciso punto e, per assurdo, domani una bomba rompe l’acquedotto e tutta l’industria non riesce più a portare l’acqua, dobbiamo andare a trovare la sorgente – io so dov’è. Ecco, quello è il futuro. Ma uno dice: tu vedi il futuro solo nella disgrazia del mondo organizzato così? Lo vedo anche in questo. Il Covid ci ha già dato un piccolo riscontro, ma lo vedo anche nel selvatico. Nella capacità di creare spontaneismo attraverso queste radici culturali, dentro questi ultimi delta. Questo lo vedo fertile per lo spontaneismo. Forme spontanee, che non significa reazionarie, non significa disorganizzate, ma che significa ancora lo stare come elemento fondante – lo stare in termini di mente locale, lo stare in termini di riuscire a quadrare una dimensione del proprio, come spinta». Uno stare o un restare? «Nel restare ci vedo già uno slancio politico dichiarato. Lo spontaneismo in quanto tale non è dichiarato, non è rivelato – bisogna rivelarlo, addomesticarlo. Il mio sta nel tornare alle pratiche, alle cose da fare». Quali sono le pratiche di una comunità per te? «Le pratiche sono pure impegnarsi. Mangiare il pane più prossimo, bere l’acqua più prossima, fare le condoglianze se è morta la nonna del vicino, condividere il cibo – vorrei ritrovare una dinamica dell’insieme, della prossimità nel senso umano. Caselle è inserita nei flussi che caratterizzano tutti i paesi interni. Il nostro è un piccolo approdo, come quello di tante realtà che si sono attivate nei territori. Come quando devi scalare una parete e tieni un appiglio. I processi culturali dell’Appennino intanto sono in un dirupo. Gli immaginari non si sviluppano più a livello locale, si sviluppano in reti distanti, online. In una società che sceglie cose emotivamente più facili, più raggiungibili, sono pochi quelli che scelgono un lavoro lento, progressivo e sedimentario. Però il mondo è grande, e noi siamo comunque occidente. Io una risposta sulla prossimità umana la vedo nelle cosiddette periferie del mondo. Lì c’è spontaneismo…». (edoardo m. benassai)
September 17, 2026
Napoli MONiTOR
Io caccio, tu cacci, noi cacciamo… la ragione dai nostri cervelli
Dicono che sia istinto, tradizione, passione, amore per la natura. Ma c’è una domanda che viene prima: perché lo facciamo? Oggi abbiamo frigoriferi pieni, supermercati, carne confezionata. Non dobbiamo cacciare per sopravvivere. Quando la necessità non c’è più, rimane una scelta. Chiamarla tradizione non spiega perché continuiamo. Chiamarla passione non spiega cosa ci appassiona. Chiamarla sport non spiega perché alla fine ci sia un corpo che non respira più. Chiamarla amore per la natura non giustifica il fatto che per stare nella natura dobbiamo togliere la vita a uno degli esseri che la abitano. Possiamo guardare la caccia per quello che è: una scelta umana. QUANDO LA MORTE DIVENTA SPORT Chiamiamo la caccia sport. Ma quale sport mette di fronte un concorrente armato e un altro disarmato? L’uomo ha ottiche, armi, tecnologia, mezzi, conoscenza del territorio. L’animale ha il corpo, i sensi, la fuga. Se scappa, lo insegui. Se si nasconde, lo cerchi. Se reagisce, diventa pericoloso. Da una parte un uomo che ha scelto di cercare una preda. Dall’altra un animale che non ha scelto nessuna gara. Alla fine, quando l’uomo vince, l’altro muore. I CANI CHE CORRONO AL POSTO NOSTRO E poi ci sono i cani. Corrono, cercano, inseguono, rischiano la vita. Possono ferirsi, perdersi, essere colpiti. Ma il cane non ha scelto la caccia. Ha scelto noi. O si fida di noi. Quanto vale la nostra passione quando il prezzo può essere pagato da chi si fida? NON BASTA UCCIDERE: BISOGNA MOSTRARE La morte diventa esibizione. Carcasse trasportate per i paesi. Foto accanto al corpo appena ucciso. Trofei conservati. Non basta togliere una vita: bisogna far vedere di averlo fatto. Un trofeo non ricorda solo l’animale. Ricorda l’azione dell’uomo su quell’animale. Ma è difficile chiamare vittoria qualcosa che nasce dalla morte di un essere che non aveva scelto di partecipare. E I BAMBINI? Si dice che portare i bambini a caccia insegni il rispetto per la natura. Ma un bambino vede un uomo con un fucile, sente lo sparo, vede un animale cadere, vede il sangue. E gli si spiega che questo è rispetto. Possiamo insegnargli anche che rispettare un animale significa guardarlo senza possederlo o ucciderlo. Non è una questione per bambini. È una responsabilità degli adulti. MA TU, CHE COSA CERCHI? Se non vai a caccia per sopravvivere, cosa cerchi? Adrenalina? Sfida? Tradizione? Compagnia? Contatto con il bosco? Trofeo? Appartenenza? Sono bisogni reali. Ma l’adrenalina esiste anche nello sport. La sfida nell’esplorazione. La compagnia senza fucile. La natura si vive osservando, camminando, fotografando. Se potevi non ucciderlo, perché lo hai ucciso? QUANDO L’ANIMALE DIVENTA IL PROBLEMA Poi arriva la gestione. Il cinghiale danneggia i campi. La fauna provoca incidenti. Allora si abbatte. Ma l’esistenza di un problema rende automaticamente giusto uccidere chi lo provoca? E chi ha creato le condizioni in cui uomini e animali competono per lo stesso territorio? Abbiamo costruito strade, cementificato, trasformato habitat. L’animale non ha letto i confini. Non conosce il catasto. Sta cercando di vivere. Prima di decidere che deve morire, guardiamo anche la nostra responsabilità. SE LA NATURA CHE GLI SERVIVA NON C’È PIÙ Un animale selvatico non ha un piano agricolo. Non possiede un supermercato. Non può comprare ciò che gli manca. Ha solo l’istinto di sopravvivere. Per milioni di anni la natura gli ha fornito un ambiente capace di sostenerlo. Poi arriviamo noi. Cambiamo il territorio. Riduciamo gli habitat. Alteriamo gli equilibri. E quando ciò che trovava naturalmente non basta più, l’animale cerca altrove. Trova un campo. Trova un frutteto. Trova una vigna. E noi diciamo: “Non puoi entrare. È mio.” L’animale non può capire quella frase. Fa quello che ogni essere vivente fa: cerca cibo. Se il problema nasce da una convivenza che abbiamo contribuito a rendere difficile, la soluzione non può essere sempre: “Spara.” LA MALA ANNATA I nostri vecchi dicevano: “La mala annata la fa il Padreterno.” Oggi aggiungiamo clima, siccità, grandine, gelate, malattie, parassiti, eventi estremi e danni della fauna. Nessuno nega questi ultimi. Ma un grappolo d’uva strappato è un danno. Una grandinata distrugge un raccolto in pochi minuti. Perché quando il danno lo fa un animale la risposta è sparare? Un grappolo perduto è un danno. Una vita perduta non è un risarcimento. Non tutto ciò che la terra produce ci appartiene completamente. SE FOSSIMO NOI DALL’ALTRA PARTE? Noi sappiamo che quell’orto è di qualcuno. Che quel campo ha un valore. Un animale non lo sa. Non conosce il catasto. Non conosce i confini. Ha fame. E cerca cibo. L’animale non sta commettendo un reato. Sta cercando di vivere. E qui torna una differenza fondamentale: l’uomo può scegliere di proteggere un campo senza uccidere. L’animale non può scegliere di andare al supermercato. E QUANDO LA “GESTIONE” DIVENTA UN PARADOSSO? Che senso ha allevare un animale, trasportarlo, liberarlo e poi abbatterlo chiamando tutto questo “gestione faunistica”? In quei casi in cui lepri, pernici e fagiani vengono allevati per essere poi cacciati, dovremmo chiamare la scena per quello che è: un animale viene prodotto, spostato, liberato e destinato all’abbattimento. La parola “gestione” può trasformare automaticamente un’uccisione in qualcosa di diverso? MA ALLORA, ALMENO, SERVE PER MANGIARE? “Ma l’animale viene mangiato.” Certamente, quando la selvaggina viene destinata al consumo, quella carne può essere utilizzata. Ma per la maggior parte delle famiglie contemporanee la carne di selvaggina non rappresenta una necessità alimentare quotidiana. Se l’animale viene ucciso per la sfida, l’adrenalina, la tradizione, il trofeo, il fatto che una parte della carne venga poi consumata non cancella la domanda: era necessario ucciderlo? GLI ANIMALI CI PIACCIONO. PURCHÉ RESTINO NEL DOCUMENTARIO Amiamo vedere gli animali nei documentari. Ci emozioniamo davanti a un cervo che attraversa un bosco. Ma quando la natura esce dallo schermo e attraversa la nostra strada, l’animale diventa “un problema”. La natura non può essere soltanto quella che osserviamo quando si comporta come vogliamo noi. La convivenza è più difficile della cancellazione. Ma è l’unica strada se vogliamo che quegli animali rimangano vivi nei nostri territori. Altrimenti continueremo ad amarli nei libri e nei documentari, ma solo perché non riusciremo più a incontrarli nei boschi. LA PSICOLOGIA DEL BISOGNO Torniamo all’uomo. La caccia non è necessità alimentare. Ma l’assenza di necessità non significa assenza di bisogno. Può esserci il bisogno di sentirsi capaci, di affrontare una sfida, di appartenere a un gruppo, di provare adrenalina. Sono bisogni umani reali. Ma l’adrenalina esiste anche nello sport. La sfida nell’esplorazione. La compagnia senza un fucile. Se potevi non ucciderlo, perché lo hai ucciso? LA MADRE “PERICOLOSA” Quando un animale difende i suoi piccoli, lo chiamiamo aggressivo. Quando un uomo difende i suoi figli, lo chiamiamo amore. Una madre selvatica non sa che siamo venuti per sport, che abbiamo un permesso, che l’arma è legale. Sa solo che qualcuno si avvicina. E reagisce. Dal suo punto di vista non siamo cacciatori: siamo intrusi che minacciano i suoi figli. LA TRADIZIONE NON È UNA RISPOSTA “Si è sempre fatto.” Ma questa è una spiegazione, non una giustificazione. La schiavitù è stata una tradizione. La tortura. I duelli. La sottomissione della donna. Le abbiamo abbandonate quando abbiamo capito che l’antichità non basta a rendere giusta una pratica. Una cosa può essere antica senza essere giusta. Può appartenere alla storia della nostra famiglia senza dover appartenere al nostro futuro. Una tradizione può spiegare da dove veniamo. Non può decidere dove dobbiamo andare. E SE UN GIORNO CI GUARDASSERO COME NOI GUARDIAMO AL PASSATO? Se fossero i nostri nipoti a leggere che gli uomini del XXI secolo uccidevano animali anche quando non erano costretti a farlo? Forse si chiederanno: “Come hanno potuto?” Come hanno potuto chiamarla sport? Come hanno potuto chiamarla tradizione? La risposta potrebbe essere semplice: “Avevamo la possibilità di scegliere. E abbiamo scelto di uccidere.” CHE COSA RIMARRÀ DELLA NOSTRA CIVILTÀ? Un territorio sempre più trasformato. Strade. Cemento. Inquinamento. Piombo e bossoli vuoti a terra. Una natura ridotta a parco, riserva, fotografia, documentario. E gli animali? Lupi nei libri. Cervi nei documentari. Pettirossi nelle fotografie. Un giorno i nostri figli potrebbero chiederci: “Un tempo vivevano davvero nei nostri boschi?” E noi risponderemo: “Sì. Poi siamo arrivati noi.” LA SCELTA Oggi la caccia non è necessità: è scelta. Possiamo avere un fucile e decidere di non sparare. Possiamo entrare nel bosco con un’arma o con un binocolo. Possiamo portare a casa una carcassa o una fotografia. Possiamo lasciare una morte o un ricordo. Un animale era vivo. Un uomo ha scelto di ucciderlo. Tutto il resto viene dopo. L’ULTIMA DOMANDA Forse un giorno i nostri nipoti ci chiederanno: “Nonno, avevi il supermercato, il frigorifero pieno, la carne confezionata. Perché hai scelto di uccidere?” Non potremo rispondere: “Perché dovevo.” Potremo solo dire: “Non perché dovessi. Perché avevo scelto di farlo.” La ragione non è la capacità di trovare un modo più efficace per uccidere. La ragione è la capacità di scegliere di non farlo. Finché continueremo a scacciare la ragione dai nostri cervelli per far posto al grilletto, non saremo uomini in armonia con la natura. Saremo uomini che hanno avuto la possibilità di scegliere la vita. E hanno scelto la morte. Mario Chiauzzi   Redazione Italia
September 16, 2026
Pressenza
Ex Ilva. O interviene lo Stato o è catastrofe sociale
La sentenza della Corte d’Appello di Milano che ordina la chiusura dell’area a caldo di Taranto per amianto e polveri sottili, vista la storia degli ultimi 14 anni era scontata. La Meloni non può dire che “non dipende da noi”. Questa sentenza è arrivata dopo 14 anni di errori clamorosi […] L'articolo Ex Ilva. O interviene lo Stato o è catastrofe sociale su Contropiano.
September 16, 2026
Contropiano
Oasi climatica di Livorno: i denari per acquistarla il Comune li aveva
Un milione e 160mila euro è la cifra che il Comune di Livorno avrebbe dovuto spendere per aggiudicarsi all’asta fallimentare un’oasi naturale di sei ettari tra il centro cittadino e il mare, ancora incredibilmente ricoperta di vegetazione spontanea e da … Leggi tutto L'articolo Oasi climatica di Livorno: i denari per acquistarla il Comune li aveva sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
In Lombardia l’inquinamento costa oltre 33 miliardi di euro l’anno
L’inquinamento atmosferico non è soltanto un’emergenza sanitaria e ambientale, ma si traduce anche in un salasso per la collettività lombarda. Respirare aria inquinata presenta infatti a questo territorio un conto stimato in 33,4 miliardi di euro l’anno, equivalente al 7,3% del Pil regionale. Lo ha attestato una ricerca europea sugli effetti sanitari del particolato fine (PM2.5), che comprende spese mediche, perdita di produttività e peggioramento della qualità della vita. Sulla base di questi risultati, l’associazione Cittadini per l’Aria ha presentato un esposto alla Procura regionale della Corte dei Conti. Nello specifico, chiede di verificare se ritardi e scelte della Regione nella lotta allo smog abbiano provocato un danno erariale e se esistano responsabilità personali dei suoi amministratori. L’indagine, riferita ai dati del 2023, è stata realizzata dai ricercatori Joseph Spadaro e Francesco Forastiere e condotta nell’ambito di VALESOR, progetto finanziato dal programma europeo Horizon Europe. Il valore economico attribuito alle conseguenze di malattie e morti premature corrisponde, in media, a 3.360 euro per residente. Si tratta di una stima del costo complessivo per la collettività, che comprende anche conseguenze non direttamente registrate nei bilanci pubblici. Il solo Servizio Sanitario Regionale spende 1,4 miliardi di euro l’anno per cure, visite, ricoveri e farmaci legati a patologie evitabili riconducibili alla cattiva qualità dell’aria. Considerando invece il costo economico complessivo – quindi anche i costi a carico delle famiglie, l’assistenza e la perdita di produttività o di qualità della vita – la voce più pesante è la demenza, il cui impatto attribuibile all’inquinamento sfiora i 2,4 miliardi annui, seguita dalla broncopneumopatia cronica ostruttiva, che raggiunge 899 milioni. Il calcolo riguarda esclusivamente il particolato fine, senza esaurire gli effetti degli altri inquinanti. Nell’esposto si contesta alla Regione una lunga serie di ritardi, omissioni e scelte ritenute inadeguate. La Lombardia è interessata da tre procedure d’infrazione attive e da tre condanne già pronunciate dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Tra gli elementi contestati c’è il rigetto delle «scusanti orografiche»: nel maggio 2022 la Corte UE ha chiarito che la conformazione della Pianura Padana avrebbe dovuto spingere l’amministrazione ad adottare piani d’azione più rigorosi e tempestivi, invece di giustificare il mancato raggiungimento dei target. Vengono poi citati i ritardi nell’aggiornamento del PRIA, il Piano Regionale Interventi per la qualità dell’Aria, e le deroghe concesse, come quella del 2021 che ha prolungato l’uso di vecchi impianti di riscaldamento a biomassa legnosa poco efficienti. Un altro capitolo riguarda l’agricoltura: tra il 2016 e il 2020 gli allevamenti lombardi hanno registrato un aumento di circa 130.000 capi bovini, con un conseguente incremento delle emissioni di ammoniaca, principale precursore del PM2.5 secondario. Per dimostrare quanto un’azione giudiziaria possa incidere sulle politiche pubbliche, l’esposto richiama il caso della Francia. Tra il 2015 e il 2023, infatti, il Conseil d’État ha condannato cinque volte lo Stato, per un totale di oltre 40 milioni di euro, per il mancato rispetto dei limiti europei sulla qualità dell’aria. Le sentenze, afferma l’associazione, avrebbero spinto Parigi ad adottare riforme strutturali che, tra il 2005 e il 2023, hanno permesso di ridurre la mortalità da PM2.5 del 66,4%. Nello stesso periodo l’Italia si è fermata a un calo del 43,4%, restando il Paese Ue con il maggior numero di decessi prematuri legati alle polveri sottili, stimati in circa 43mila ogni anno. Un divario che, secondo Cittadini per l’Aria, conferma quanto il controllo giudiziario possa fare da leva per accelerare politiche altrimenti rimandate. The post In Lombardia l’inquinamento costa oltre 33 miliardi di euro l’anno appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 15, 2026
L'INDIPENDENTE
Generazione Fridays
Quando nella mia città abbiamo organizzato per la prima volta uno sciopero per il clima, non avevamo idea di quante persone saremmo stati in grado di radunare. Nella richiesta consegnata in Questura, ipotizzammo 300 manifestanti. Ci sembrava una cifra prudente ma realistica, per un corteo essenzialmente studentesco in una città medio-piccola. Dopo lo sciopero, la Questura stimò 3.500 partecipanti. Questa stessa proporzione, abbiamo scoperto poi, si era ripetuta grossomodo in tutte le città italiane.  Era il 15 marzo 2019, non sapevamo cosa fosse il Coronavirus, avremmo faticato a indicare il Donbass su una mappa e pensavamo che la parola genocidio si potesse usare solo per indicare eventi del passato. Soprattutto, credevamo che quel movimento fosse sul punto di cambiare il mondo – e di salvarlo. Tutte le riflessioni che ruotano attorno al concetto di generazione rischiano di soffrire dello stesso eccesso di semplificazione. Se oggi si produce una letteratura mediatica sterminata su una generazione machista e violenta, nel 2019 si scriveva di un’ondata di giovani ecologisti e progressisti, di un ‘68 verde pronto a scoppiare. Si tratta, appunto, di semplificazioni: gli adolescenti e giovani adulti di oggi non sono tutti Andrew Tate, e sei anni fa non eravamo tutti Greta Thunberg. Ma è vero che come oggi la manosfera e l’ultradestra hanno un appeal crescente, in quel momento la questione climatica faceva da catalizzatore delle proteste giovanili, segnando la socializzazione politica di una generazione.  Quella stagione di mobilitazione si reggeva su un equilibrio fragile, ma potente. Il movimento per la giustizia climatica era un profeta di sciagure, una ragazzina che urla agli adulti che il mondo rischia di bruciare se non interveniamo. Ma era anche un’iniezione di adrenalina e fiducia nel futuro. La generazione della crisi economica e della fine della Storia riscopriva la possibilità di cambiare il mondo, a livello addirittura globale, e di farlo tutti assieme. Sei anni dopo, l’apocalisse è rimasta nel nostro immaginario. La consapevolezza del fatto che le condizioni ambientali del pianeta stiano peggiorando è penetrata, specie sotto una certa fascia d’età. La speranza, in compenso, l’abbiamo persa di vista. ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo Generazione Fridays proviene da Jacobin Italia.
September 15, 2026
Jacobin Italia
Stop istituzionale alle sei maxipale eoliche sui crinali toscani di Londa
Il parere negativo espresso dalla Soprintendenza Speciale per il PNRR del Ministero della Cultura ha di fatto bocciato il progetto per la realizzazione del parco eolico sui crinali di Londa. Le sei grandi torri alte 200 metri previste tra il … Leggi tutto L'articolo Stop istituzionale alle sei maxipale eoliche sui crinali toscani di Londa sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Biella, il nuovo mercato mette a rischio 48 ciliegi: monta la protesta
A Biella infuria la protesta per un progetto che intreccia il futuro del centro storico e la tutela di un importante spazio verde. Il Comune, guidato dal sindaco Marzio Olivero di Fratelli d’Italia, vuole infatti trasferire il mercato tri-settimanale da piazza Falcone ai Giardini Zumaglini, nonostante l’opposizione degli ambulanti e degli ambientalisti, le critiche degli agronomi e i dubbi esplicitamente espressi da nove presidenti di quartiere. L’operazione mette a rischio un filare di 48 ciliegi ornamentali, il cui eventuale trapianto presenta, secondo gli esperti, un rischio elevato di insuccesso. La vicenda, emersa in prima battuta negli ultimi giorni del 2025, si è trascinata per mesi tra vibranti proteste, raccolte firme e un consiglio comunale aperto durato otto ore. Attualmente il mercato si svolge tre giorni alla settimana in piazza Falcone, nel quartiere Villaggio La Marmora, vicino allo stadio e servito da parcheggi. L’amministrazione intende riportarlo in centro, a suo dire con l’obiettivo di «rivitalizzare» la zona commerciale nel cuore della città, che nei giorni feriali attirerebbe pochi clienti. La giunta ha approvato il progetto di fattibilità tecnico-economica della riqualificazione, da candidare al bando regionale Città Rigenerative, nell’ambito del Programma FESR 2021-2027. Tuttavia, durante la seduta del 7 settembre, Olivero ha precisato che «un atto amministrativo sul mercato ancora non esiste», confermando che il trasferimento non è stato, ad oggi, formalmente approvato. La questione degli alberi è altrettanto complessa. Un’interrogazione depositata a luglio indica 48 ciliegi nel filare settentrionale, impiantato tra il 1996 e il 2003. Il Comune esclude l’abbattimento: in un comunicato del 24 luglio prospetta il riposizionamento nell’area oppure il trasferimento altrove, subordinando la scelta alle valutazioni tecniche. Precisa che «una quindicina di ciliegi sono già stati sostituiti» e che le radici soffrono per l’impermeabilizzazione del terreno. Il sindaco ha dichiarato: «Se i tecnici riterranno che la soluzione migliore sia spostare le piante, lo faremo per tutelarle e per metterle in condizioni più favorevoli. Se invece sarà possibile mantenerle dove sono, spostandole di pochi metri, sarà valutata anche questa soluzione». Promette inoltre che, in caso di trasferimento, «non avremo meno alberi, ma più alberi». Secondo gli esperti, la realtà è però ben diversa. Gli agronomi Andrea Polidori e Massimo Tirone hanno contestato la fattibilità del trapianto: Polidori ha evidenziato l’elevata probabilità di insuccesso; Tirone ha stimato costi che potrebbero raggiungere i 20mila euro per esemplare. Le obiezioni riguardano anche l’intero giardino: passaggio dei mezzi, compattazione del terreno, rifiuti e possibili sversamenti potrebbero compromettere l’equilibrio dell’area verde. Sul versante economico, gli operatori chiedono di conoscere le analisi che giustificherebbero il trasloco. Michelangelo Trotta, della Federazione Italiana Venditori Ambulanti, ha sollecitato verifiche su traffico, parcheggi, accessibilità e organizzazione dei banchi. 122 ambulanti su 122 si sono detti contrari al progetto ed è stata effettuata una raccolta firme contro il progetto, che su Change.org è arrivata a oltre 2.660 sottoscrizioni. Il dissenso attraversa anche i quartieri e la coalizione di governo. Tutti i nove presidenti di quartiere intervenuti hanno espresso dubbi, con sfumature diverse. Il Villaggio La Marmora teme di perdere un servizio e un polo di attrazione. Nella maggioranza, la leghista Barbara Greggio ha proposto mercati tematici ai Giardini Zumaglini e il rafforzamento di quelli rionali; Forza Italia e Lista Gentile hanno manifestato disponibilità a discutere alternative. Anche le modalità del confronto hanno alimentato le proteste. L’assemblea aperta si è effettivamente svolta, proseguendo per circa otto ore, mentre i cittadini la seguivano anche da piazza Duomo. La mobilitazione sembra comunque aver portato frutti: Olivero continua a difendere il trasferimento come risposta alla crisi del centro, ma ha dichiarato che lascerebbe il mercato dov’è se gli venisse proposta un’alternativa capace di rivitalizzarlo in tempi brevi. Resta da vedere se questa apertura porterà a una revisione del progetto. The post Biella, il nuovo mercato mette a rischio 48 ciliegi: monta la protesta appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 14, 2026
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