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“Tempo scaduto”: oggi ultimo giorno per revocare il contratto sull’ex Polveriera.
Le associazioni ambientaliste della provincia Rimini rilanciano il loro appello. Oggi è il giorno della scadenza. Secondo quanto emerso nel dibattito pubblico delle ultime settimane, è infatti l’ultimo momento utile perché il Comune di Riccione possa revocare a costo zero il contratto di concessione alla società Hi Riviera srl relativo all’area dell’ex Polveriera di via Piemonte. Dopo questa data, l’eventuale rescissione comporterebbe per l’amministrazione comunale il pagamento di una penale. In questo contesto cresce la mobilitazione delle associazioni ambientaliste e animaliste che nelle scorse settimane hanno espresso forte preoccupazione per la prospettiva di organizzare grandi eventi musicali nell’area naturale dell’ex Polveriera. Le associazioni hanno annunciato di essere pronte a manifestare il proprio dissenso e continuano a chiedere con fermezza la rescissione del contratto di concessione. Di seguito rilanciamo ampi stralci del loro comunicato stampa diffuso alcuni giorni fa. Il comunicato delle associazioni ambientaliste Le associazioni scrivono: “Le associazioni ambientaliste ed animaliste della provincia di Rimini prendono atto delle dichiarazioni effettuate mezzo stampa, pochi giorni fa, dall’Amministrazione Comunale di Riccione in merito alla realizzazione di eventi musicali all’ex Polveriera di via Piemonte. Apprezziamo le dichiarazioni sulla volontà di evitare eventi impattanti e di tutelare l’ecosistema dell’area. Tuttavia, riteniamo necessario chiarire alcuni punti fondamentali.” Il nodo principale, secondo le associazioni, resta l’esistenza stessa di un contratto di concessione che prevede l’organizzazione di eventi: “La presenza di un bando, di una concessione e del relativo contratto (n° 87 del 07.07.2025, prot. n° 0080615/2025 del 16.10.2025) finalizzati all’organizzazione di eventi resta, di fatto, un elemento di forte contraddizione rispetto alla dichiarata incompatibilità dell’area con manifestazioni invasive.” Le associazioni sottolineano inoltre che la questione non riguarda soltanto le dimensioni degli eventi ma il principio stesso di destinare l’area a manifestazioni con afflusso di pubblico. “Per noi il problema non è solo la dimensione ‘di massa’, ma il principio stesso di destinare un’area che negli anni è diventata un habitat naturale consolidato ad iniziative che comportano afflusso di pubblico, allestimenti, illuminazione, impianti audio e pressione antropica.” Dal loro punto di vista, la tutela dell’ecosistema deve restare la priorità assoluta. “Ribadiamo con chiarezza che, dal punto di vista della tutela ambientale ed animale, non riteniamo compatibili tali eventi con le caratteristiche di quell’area. La tutela della biodiversità, della fauna selvatica, degli equilibri ecosistemici e della funzione naturale del sito non può essere subordinata ad una gestione orientata ad attività di intrattenimento, anche se formalmente limitate.” Un altro punto critico riguarda il percorso di confronto con le associazioni, che secondo i firmatari non sarebbe stato strutturato né realmente partecipato. “Inoltre, precisiamo che non esiste ad oggi un Tavolo Ambiente strutturato, permanente e condiviso con le associazioni ambientaliste ed animaliste sul progetto specifico dell’ex Polveriera e della sua concessione. Gli incontri avvenuti non possono essere considerati un percorso partecipativo definito, né una condivisione preventiva delle scelte, tanto più che solo a contratto firmato ci è stato chiesto di fornire proposte.” Le organizzazioni insistono anche sul valore naturalistico acquisito dall’area negli ultimi anni: “Proprio perché siamo associazioni apartitiche e ci muoviamo esclusivamente su basi ambientali e scientifiche, la nostra posizione non è ideologica ma tecnica: l’ex Polveriera è un’area che ha acquisito un valore naturalistico, paesaggistico e storico che merita una destinazione coerente con gli obiettivi di rinaturalizzazione e rafforzamento della rete ecologica regionale (progetto Recore).” Da qui la richiesta esplicita rivolta al Comune di Riccione: “Per questo chiediamo nuovamente con fermezza la rescissione del contratto di concessione a privato da parte del Comune di Riccione e l’avvio di un percorso realmente partecipato, finalizzato alla tutela integrale dell’area, alla sua valorizzazione naturalistica e alla fruizione sostenibile, in coerenza con i finanziamenti regionali ottenuti (Euro 756 mila) per il potenziamento della rete ecologica.” Il comunicato è firmato dalle associazioni ambientaliste e animaliste della provincia di Rimini (in ordine alfabetico): Ambiente & Salute Riccione – Cras Rimini – Legambiente Valmarecchia – Lipu Rimini – WWF Rimini. Il nodo della concessione Al centro della vicenda c’è la concessione dell’area comunale dell’ex Polveriera. Con determinazione dirigenziale n. 804 del 3 giugno 2025 il Comune di Riccione ha infatti indetto un’asta pubblica per la concessione dell’area di proprietà comunale situata in via Piemonte. Secondo l’avviso pubblico, la concessione riguarda lo spazio verde denominato “Ex Polveriera”, destinato ad attività compatibili con l’area. Il documento completo è consultabile sul sito del Comune: https://www.comune.riccione.rn.it/it/news/147765/avviso-di-asta-pubblica-per-la-concessione-di-area-denominata-ex-polveriera-sita-nel-comune-di-riccione-in-via-piemonte Proprio l’interpretazione di cosa sia realmente “compatibile” con quell’area naturale è diventata il punto di scontro tra associazioni ambientaliste e amministrazione. Una decisione che pesa sul futuro dell’area Con la scadenza odierna si apre quindi un passaggio delicato. Se il contratto non verrà revocato entro oggi, la rescissione comporterebbe per il Comune un costo economico legato alla penale prevista. Nel frattempo le associazioni ambientaliste ribadiscono la loro disponibilità a partecipare a un percorso condiviso di tutela e valorizzazione naturalistica dell’area, ma insistono sulla necessità di fermare il progetto degli eventi. Il confronto sul futuro dell’ex Polveriera resta dunque aperto, tra esigenze di tutela ambientale, scelte amministrative e gestione del territorio.   Maggiori informazioni: Per leggere il comunicato completo delle associazioni: qui Ambiente & Salute Riccione Cras Rimini Centro Recupero Animali Selvatici Legambiente Valmarecchia Lipu Rimini WWF Rimini Coordinamento Italiano Tutela Ambienti Naturali dai Grandi Eventi C.I. – T.A.N.G.E Redazione Romagna
March 7, 2026
Pressenza
Bologna, lo sgombero del Pilastro per imporre il museo dei bambini
(disegno di pietro cozzi) A novembre scorso il comune di Bologna ha presentato il progetto di un nuovo Museo delle bambine e dei bambini in un parco del Pilastro, rione popolare all’estrema periferia della città. Si chiamerà Futura, come la celebre canzone di Lucio Dalla. Quello che l’amministrazione ha descritto come “un attrattore di livello nazionale” capace di riqualificare l’area è stato però accolto da una parte consistente degli abitanti come un’imposizione calata dall’alto, dando origine a una mobilitazione sfociata in rivolta giovanile che oggi riguarda non solo il futuro del quartiere, ma un’idea stessa di città. Da sempre al centro di una narrazione mediatica stigmatizzante, il Pilastro è la zona di Bologna con la più alta percentuale di edilizia residenziale pubblica. Una periferia che sconta la carenza di servizi ma che, allo stesso tempo, ospita una fitta rete di realtà associative, sociali e culturali capaci di mantenere vivo un forte spirito comunitario. Il nuovo spazio, che di “museo” ha soprattutto il nome, si ispira ai cosiddetti children’s museums nati negli Stati Uniti, luoghi spesso gestiti da enti privati e diffusisi in Italia nell’ultimo decennio, dal MUBA di Milano a Explora a Roma. L’intervento era già stato annunciato nel 2022 tra quelli approvati per il Pnrr e sarà finanziato con cinque milioni e mezzo di euro dai fondi dei Piani Urbani Integrati e con ottocentomila euro dal bilancio comunale. Il museo dovrebbe però sorgere nel parco Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini, intitolato ai tre carabinieri uccisi il 4 gennaio 1991 dalla banda della Uno Bianca, uno degli episodi che contribuì alla fama di “quartiere pericoloso”. Proprio questa lunga striscia verde, incastonata tra grandi complessi residenziali, è al centro della contesa che nelle ultime settimane ha visto crescere la mobilitazione di un numero sempre maggiore di cittadini riunitisi nel comitato MuBasta. L’edificio di tre piani andrà, infatti, a occupare un’area verde di 1.500 mq del parco molto utilizzata dalle famiglie e dai bambini, rendendo necessario l’abbattimento di quattro grandi platani e lo spostamento di nove alberi che in estate garantiscono ombra e refrigerio. Il nuovo volume dovrebbe inoltre collocarsi tra due ex case coloniche che oggi ospitano la Biblioteca Spina e la Casa Gialla, già presìdi culturali fondamentali per il quartiere. Ad aggiudicarsi il concorso è stato lo studio romano Aut Aut Architettura che, lamenta il comitato, non avrebbe però rispettato l’indicazione inserita nel bando di utilizzare un’area del parco già impermeabilizzata, così da ridurre l’impatto ecologico dell’intervento. Comune e progettisti sostengono invece che il saldo ambientale sarà positivo: sono previste trentanove nuove piantumazioni e la de-sigillazione di alcune superfici asfaltate, che verranno sostituite con percorsi drenanti per compensare la permeabilità perduta. Il 26 gennaio gli attivisti di MuBasta hanno interrotto il consiglio comunale chiedendo la sospensione del cantiere e l’avvio di un confronto pubblico. All’alba del 23 febbraio, però, una ditta incaricata dall’amministrazione, scortata da decine di agenti di polizia e dalla Digos, ha avviato il taglio dei platani. Le proteste dei primi manifestanti non hanno impedito l’inizio dei lavori, ma due giorni dopo un attivista di Extinction Rebellion è riuscito a entrare nell’area recintata e ad arrampicarsi su uno degli alberi destinati allo spostamento. Un atto di resistenza durato ben dieci ore durante le quali il sostegno del rione è cresciuto e al presidio si sono uniti numerosi ragazzi e famiglie residenti dei palazzi vicini, insieme ad altri attivisti, studenti e collettivi. In serata, infine, alcune barriere sono state rimosse e il cantiere è stato occupato, trasformandosi in un presidio permanente con tende, striscioni e generi di conforto portati dagli abitanti. Il confronto è proseguito nei giorni successivi in un clima sempre più teso, con il Pd bolognese che ha chiesto esplicitamente un intervento per ristabilire “ordine e legalità”. All’alba di lunedì 2 marzo è scattato lo sgombero dell’area occupata e decine di agenti hanno liberato il parco con la forza, portando in Questura almeno sei persone. Per tre di loro sono addirittura scattati gli arresti. Ma la tensione non si è fermata allo sgombero. Dopo un’assemblea pubblica molto partecipata, un gruppo di ragazzi del Pilastro – tra cui molti giovanissimi – ha dato vita a una protesta spontanea che si è rapidamente trasformata in una rivolta giovanile e popolare. Per due serate di fila si sono verificati scontri con le forze dell’ordine, che hanno risposto con cariche, idranti e lanci di lacrimogeni, in alcuni casi anche ad altezza d’uomo. La questione ambientale è però solo una parte della controversia. Al centro della protesta c’è la richiesta di maggiore partecipazione alle decisioni e il timore che l’intervento possa innescare anche al Pilastro dinamiche di valorizzazione e speculazione immobiliare già viste altrove in città. «Qui la sensazione – racconta Roberta Pagnoni, una residente – è che le scelte che ci riguardano sono già state prese altrove, che l’importante sia non perdere il finanziamento del Pnrr e che del Pilastro non importi davvero a nessuno».. Tra i membri di MuBasta c’è anche Sergio Spina, ex maestro elementare del quartiere e figlio di Luigi Spina, primo presidente del comitato inquilini del Pilastro negli anni Sessanta, a cui è intitolata la biblioteca. Sessant’anni fa anche il padre partecipò a una mobilitazione per impedire la costruzione di un’ulteriore stecca residenziale sul parco. Gli abitanti, in maggioranza operai e piccoli impiegati, si opposero e ottennero una variante al piano regolatore, grazie alla quale sorsero così scuole a basso impatto edilizio e furono recuperate le case coloniche già presenti. «Quest’area – spiega Sergio Spina – è il cuore del polmone verde salvato allora. Qui si vive la socialità degli abitanti oltre che dei ragazzi del quartiere. Sotto questi alberi tagliati, che hanno caratterizzato anche la mia infanzia, si svolgono ancora attività scolastiche, letture all’aperto, feste. Le scuole partecipano al progetto Scuole Aperte, che promuove l’educazione all’ambiente e alla comunità. Come si può, da una parte, fare scuola all’aperto e, dall’altra, sostituire il parco con un edificio di cemento di 1.500 metri quadrati su tre piani?». Eppure, secondo il Comune, il progetto nasce proprio dopo aver ascoltato le richieste dei cittadini che hanno preso parte ai percorsi partecipativi, una serie di incontri gestiti da una fondazione, la FIU Rusconi Ghigi, nei quali sono state coinvolte le scuole e le associazioni del quartiere. Il comitato sostiene però che quegli incontri abbiano riguardato solo un numero limitato di persone rispetto agli oltre settemila residenti del quartiere, rimasti nella stragrande maggioranza all’oscuro di tutto. In uno dei report si legge peraltro che i bambini, “nell’indicare i loro luoghi preferiti del parco sottolineano l’importanza del verde e, in particolare, degli alberi, che ritengono fondamentali per il loro benessere”. E alla protesta si è unito anche un gruppo di diciotto maestre e maestri delle scuole elementari scrivendo in una lettera che si sentono “traditi” perché “le idee dei bambini e delle bambine non sono state tenute in considerazione”. «C’è una questione che secondo me è dirimente ed è l’assoluta mancanza di ascolto – continua Spina –. I bambini avevano chiesto interventi semplici: chiudere le buche, installare fontanelle e altalene. Le loro richieste non sono state accolte. Il Pilastro, inoltre, chiede da molti anni più servizi. Un museo del genere qui, invece, non l’ha chiesto nessuno, soprattutto non sopra questo parco». La critica del comitato si inserisce in una stagione di mobilitazioni ambientaliste che negli ultimi anni hanno attraversato Bologna, a partire dalla vicenda delle Scuole Besta. Tra il 2022 e il 2023, il progetto di demolizione e ricostruzione del plesso nel quartiere San Donato-San Vitale, con l’abbattimento di numerosi alberi, diede vita a un presidio permanente che riunì genitori, insegnanti e attivisti climatici. Non mancarono tensioni e scontri con le forze dell’ordine durante l’avvio dei lavori. Dopo mesi di mobilitazione e ricorsi, il Comune dovette rinunciare. Il sindaco Lepore dichiarò che la decisione era stata presa per evitare ulteriori violenze: «Non voglio – disse – uno sgombero stile G8 e il parco non poteva diventare un’altra Val Susa». Per molti, un precedente che dimostra come la pressione dal basso possa incidere sulle scelte amministrative. A questo si aggiunge un ulteriore nodo, finora rimasto sullo sfondo: cosa significhi, concretamente, che il museo sarà “a guida pubblica”. L’espressione viene ripetuta dall’amministrazione per rassicurare sul controllo comunale del progetto, ma è cosa diversa dal definirlo un museo pubblico in senso pieno, con personale assunto e gestione diretta dell’ente. Il Comune è, infatti, da mesi alle prese con una vertenza interna legata al personale poiché non riesce ad aumentare gli stipendi e a fare nuove assunzioni. Il sottodimensionamento colpisce in particolare musei e biblioteche civiche. “Chi lavorerà nei nuovi spazi annunciati, se già oggi manca personale per garantire l’apertura regolare dei musei esistenti?”, chiedono i sindacati. Un interrogativo che riguarda anche altri progetti in cantiere, come il futuro Polo della Memoria Democratica nell’area dell’ex Scalo Ravone, e su cui pesa il precedente del Museo della Storia di Bologna a Palazzo Pepoli, la cui gestione è stata affidata alla Fondazione Bologna Welcome. In questo quadro, tra residenti e lavoratori della cultura cresce il timore che anche Futura possa essere esternalizzato, pur restando formalmente “a guida pubblica”. Un aspetto su cui molti chiedono maggiore chiarezza. «Non siamo contro la cultura né contro un museo per bambini – chiarisce Spina – ma contro un metodo. Ci viene detto che il progetto è partecipato, ma quando chiediamo di fermarci e discutere davvero, la risposta sono le transenne e la polizia. Uno schieramento tale non si vedeva dai tempi della strage dei carabinieri. Ed è inspiegabile perché non c’è stata alcuna violenza nelle settimane scorse che potesse giustificarlo». Tuttavia la giunta comunale non pare voler sentire ragioni: «L’amministrazione è convinta del percorso che sta facendo e non può accettare che una minoranza occupi un cantiere», ha dichiarato l’assessore alla scuola, Daniele Ara, uno dei più convinti sostenitori del progetto. Due narrazioni contrapposte che oggi si fronteggiano intorno a un fazzoletto di verde diventato il simbolo di un conflitto più ampio sulla città che Bologna vuole essere. (salvatore papa)
March 6, 2026
Napoli MONiTOR
Terra dei Fuochi, un bilancio sugli interventi di bonifica a un anno dalla sentenza Cedu
È trascorso un anno dall’emanazione della sentenza Cedu che condanna l’Italia per aver violato il diritto alla vita di due milioni e mezzo di abitanti, residenti in novanta comuni tra Napoli e Caserta. Gli anniversari possono offrire occasioni autocelebrative ma servono anche a fare dei bilanci, tanto più, nel caso specifico, in ragione del fatto che la corte ha concesso all’Italia solo due anni per approvare misure generali per affrontare il fenomeno dell’inquinamento in Terra dei Fuochi. L’8 agosto 2025 il governo ha approvato il decreto-legge n. 116, “Disposizioni urgenti per il contrasto alle attività illecite in materia di rifiuti per la bonifica dell’area denominata Terra dei Fuochi”. Il disegno di legge ha un approccio prevalentemente sanzionatorio, con lo slittamento di diverse fattispecie di reato da contravvenzioni a delitti punibili con la reclusione. Così facendo si rende inapplicabile l’istituto dell’oblazione o della tenuità del fatto, che avrebbero prodotto l’estinzione del reato, e si legittima l’utilizzo di strumenti di indagine più invasivi, come le intercettazioni telefoniche, l’arresto in flagranza differita e le operazioni sotto copertura. Il decreto interviene in modo significativo sul Testo Unico Ambientale (TUA), introducendo un’ulteriore differenziazione tra rifiuti pericolosi e non pericolosi. Configura per ogni reato ambientale un’ipotesi base, per cui sono previste sanzioni amministrative, e una più grave (c.d. “di pericolo”), quando dalla condotta deriva un pericolo per la vita, per l’incolumità delle persone o per l’ambiente, oppure qualora esso avvenga in siti già contaminati, per cui è prevista la reclusione. Il governo sembra mostrare i muscoli dinanzi all’annosa questione degli illeciti in materia di rifiuti ma, a ben vedere, il tentativo maldestro di rispondere alla sentenza Cedu si risolve nella creazione di un sistema ipertrofico, sempre più complesso e di difficile applicazione, che finisce per generare anche effetti paradossali: nella sua fattispecie più grave, l’abbandono di rifiuti non pericolosi per opera dei singoli cittadini è punita con la reclusione fino a sei anni; l’attività di gestione non autorizzata di rifiuti non pericolosi (con cui si indicano una o più fasi nell’ambito della filiera, per opera di un’impresa o un ente) è invece punita soltanto con una sanzione amministrativa. Ancora, il reato di miscelazione non autorizzata (una sorta di “diluizione” di rifiuti pericolosi con altri non pericolosi), pratica molto frequente in Terra dei Fuochi, viene anch’esso declassato e punito con contravvenzione. Se il nuovo articolo 259 aggiunge, inoltre, un’aggravante laddove i reati di combustione illecita, spedizione illegale di rifiuti e gestione non autorizza siano commessi nell’ambito di un’impresa, in sede di conversione è scomparsa la disposizione che vedeva il titolare d’impresa responsabile anche per omessa vigilanza sugli autori materiali del reato riconducibili all’impresa stessa. Pur chiedendo quindi la corte maggior fermezza nel contrasto ai reati ambientali, del tutto inascoltata è rimasta la richiesta di rendere più precisa la ripartizione delle competenze e tra lo Stato e le regioni, per evitare sovrapposizioni o vuoti di responsabilità. Così formulato, l’inasprimento delle sanzioni per i crimini ambientali non solo è inutile, ma è del tutto anacronistico. Lo fanno notare i membri dell’opposizione in sede di discussione parlamentare: i rifiuti si muovono su nuove rotte, e la criminalità organizzata non opera più esclusivamente nel mercato illegale. Ha piuttosto gli occhi puntati sulle bonifiche, fa affari con i comuni – spesso l’unico soggetto economico rilevante sul territorio – attraverso appalti con affidamenti diretti e fumosi raggruppamenti temporanei o consorzi, che consentono di eludere i controlli antimafia, concentrati esclusivamente sulla società madre. A conferma di ciò, la recente scoperta di una nuova discarica nel territorio tra Nola e Marigliano, i cui rifiuti, secondo quanto riscontrato dai volontari antiroghi di Acerra, sembrerebbero provenire proprio dalle operazioni di bonifica del Regi Lagni. A fugare ogni dubbio circa il reale interesse dell’esecutivo ad affrontare la questione, c’è la dimensione dello stanziamento previsto dal decreto, di quindici milioni. Le previsioni di spesa formulate dal suo stesso commissario fanno infatti riferimento a tutt’altro ordine di grandezza: dal suo insediamento, il generale Vadalà redige ciclicamente una relazione sullo stato dei lavori; i siti individuati a oggi sono duecento novantatré, di cui ottantacinque sono di competenza pubblica e i restanti duecento otto di competenza privata (rispetto a questi ultimi le varie amministrazioni comunali dovrebbero agire in danno). Per la loro bonifica sono necessari dieci anni e due miliardi di euro. I quindici milioni previsti sono però insufficienti persino per i soli siti individuati nel piano per il biennio 2025-2027, settanta circa di cui solo una quindicina risultano già finanziati, o parzialmente finanziati, con fondi regionali stanziati (in alcuni casi, già nel 2009, come per località Calabricito). A questi finanziamenti vanno aggiunti gli ulteriori quarantotto milioni stimati per le azioni di prevenzione della salute pubblica, i biomonitoraggi e l’aumento degli screening per le patologie tumorali. Tocca ahinoi citare, a tal proposito, il deputato dei Verdi Borrelli: «Con quindici milioni ci può giusto pulire i guardrail degli assi periferici della provincia di Caserta». Certo, sul finire dell’anno il governo ha emesso un ulteriore stanziamento, proveniente dalle casse del ministero dell’ambiente. Ma si tratta di appena sessanta milioni per le bonifiche, a cui vanno aggiunti due milioni di euro per le attività di prevenzione sanitaria. Cifre che appaiono ancora decisamente insufficienti. E dunque, a che punto siamo con queste bonifiche? Sentiti telefonicamente i membri del comitato esecutore della sentenza ironizzano: «Se non stiamo a zero, siamo comunque a uno». Questa considerazione rispecchia in effetti quanto scritto nel report: per i pochi siti finanziati si è ancora in una fase di caratterizzazione e in alcuni casi di rimozione dei rifiuti top soil, per un totale di tremila tonnellate. Sul versante tutela della salute lo scenario è anche peggiore. Nei vari congressi che hanno preceduto l’anniversario della sentenza, gli stessi esponenti politici che fino a qualche anno fa minimizzavano i rischi connessi all’esposizione di sostanze contaminanti pericolosi – come diossine, metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici – intonavano come un ritornello la necessità di aumentare screening oncologici, abbassare l’età minima per l’accesso agli stessi e implementare biomonitoraggi. Tuttavia, l’Asl Napoli 2 Nord, che più di tutte si sovrappone amministrativamente all’area della Terra dei fuochi, non fornisce dati circa le attività di screening da giugno 2025. Il comitato di esecuzione della sentenza Cedu, seppur critico nei confronti del commissariamento, rinnova tuttavia la collaborazione con lo stesso, ma mette in guardia rispetto a un preoccupante scenario. Senza un adeguato stanziamento di risorse e un intervento strutturale sulla filiera dello smaltimento di rifiuti – oggi frammentata in un sistema di scatole cinesi che favorisce la continua movimentazione degli stessi – la corte potrebbe giudicare inadeguate le misure messe in campo dal governo, e aprire un procedimento sanzionatorio per l’Italia, i cui costi ricadrebbero, inevitabilmente, sulla collettività. (maddalena de simone)
March 5, 2026
Napoli MONiTOR
Piombino. Ma quali compensazioni per subire il rigassificatore?
Mentre a Piombino l’impianto che rigassifica diventa sempre più definitivo, mentre il Ministro Pichetto confessa ‘candidamente’ di non avere cercato altre collocazioni, mentre si tentano colpi di mano da parte del partito del Ministro per aggirare l’illegittimità della permanenza con … Leggi tutto L'articolo Piombino. Ma quali compensazioni per subire il rigassificatore? sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Il rebus delle “materie critiche” per la UE
La logica folle del capitalismo si può rintracciare in tutte le attività umane, ma mai come intorno all’automobile – vera merce-pivot dell’economia novecentesca e attuale – diventa un pugno in faccia. Negli ultimi tempi i “pensatori” dell’Unione Europea – negli Usa ci metteranno ancora decenni solo per cominciare, probabilmente – […] L'articolo Il rebus delle “materie critiche” per la UE su Contropiano.
February 23, 2026
Contropiano
Amazon intorbidisce le acque
Articolo di Lavinia Ferrone Il cloud non davvero è una nuvola inafferabile, ma un’infrastruttura fatta di cemento, cavi, generatori e acqua. In una contea rurale dell’Oregon, l’espansione dei data center di Amazon si è intrecciata con un disastro già in corso nelle falde, accelerando un ciclo di contaminazione da nitrati che colpisce la popolazione.  Una crisi silenziosa, passata inosservata per anni anche se è sotto gli occhi di tutti, come fa l’acqua quando corre lungo le tubature sotterranee. Arriva nelle case della gente e il suo essere insapore, inodore e incolore è in grado di nascondere tra le molecole della sua memoria altre sostanze, atomi che ci restano impigliati a causa di interazioni deboli, elettrostatiche, eppure letali. L’inquinamento ambientale sistemico, radicato nel cuore della contea di Morrow – zona rurale e agricola dell’est dell’Oregon – è diventato negli ultimi anni simbolo dei rischi legati alla corsa globale alla digitalizzazione. Nel 2022 Jim Doherty – allevatore e commissario della contea, Repubblicano – si rende conto di avere sempre la stessa conversazione: adulti sani, persone giovani, si ammalano di patologie croniche, sviluppano tumori o perdono organi vitali. Ciò che colpiva di quelle conversazioni era il modo in cui le persone le collegavano a un problema relativo all’acqua della zona. Doherty capiva a cosa si riferivano: la falda acquifera della contea era stata contaminata dai nitrati – un sottoprodotto dei fertilizzanti chimici utilizzati dalle mega-fattorie e dagli stabilimenti di trasformazione alimentare dove lavorava la maggior parte dei suoi concittadini. La falda acquifera sotto la contea di Morrow, nota come bacino Lower Umatilla, è l’unica fonte d’acqua per ben 45.000 residenti nella contea e dintorni, la maggior parte dei quali si affida a pozzi che attingono da quel bacino. Dal 1991, i funzionari del Department of Environmental Quality (Deq) dell’Oregon raccolgono campioni da questa falda che mostrano un aumento lento ma costante di sostanze chimiche tossiche nell’acqua. Doherty, allarmato, avvia con l’ufficio sanitario locale un’indagine su 70 pozzi: 68 risultano contaminati da nitrati a livelli superiori rispetto ai limiti di sicurezza. Il nitrato (NO3–) e la sua forma ridotta, il nitrito (NO2–), è una fonte di azoto immediatamente disponibile per le piante che lo utilizzano per la sintesi della clorofilla, quel pigmento verde necessario per la fotosintesi clorofilliana. L’impiego dei nitrati come fertilizzanti agricoli è un modo efficace per aumentare rapidamente la resa dei raccolti. Negli ultimi anni, però, è emerso che un’esposizione elevata – per esempio attraverso il consumo prolungato di acqua contaminata – può comportare rischi per la salute umana; per questo l’Organizzazione mondiale della sanità ha indicato soglie massime di sicurezza. Nel nostro organismo il nitrato, trasformato in nitrito, può dare origine a composti N-nitrosi, o nitroderivati (NOCs, N-nitroso compounds): molecole instabili e altamente reattive capaci di interagire con il Dna e danneggiarlo. Se questo danno non viene riparato correttamente, può fissarsi come mutazione: un’alterazione inizialmente transitoria della sequenza può diventare permanente e venire trasmessa alle cellule figlie, aumentando nel tempo la probabilità di trasformazione tumorale. I nitroderivati sono considerati particolarmente problematici perché possono favorire stati infiammatori e, in alcune condizioni, presentare effetti avversi sullo sviluppo fetale e infantile. Studi epidemiologici hanno inoltre messo in associazione un’esposizione cronica a nitrati/nitriti e NOCs con un aumento del rischio di alcuni tumori (in particolare gastrici e del colon-retto, ma anche tiroidei e renali) e con esiti riproduttivi avversi, come nascite premature, malformazioni fetali e aborti spontanei. IL DISASTRO IN OREGON In Oregon le fonti di contaminazione non mancano: Morrow è sede di alcune delle più grandi aziende agricole (tra queste, Lamb Weston, che fornisce praticamente tutte le patate per le patatine fritte di McDonald’s) e zootecniche del Nord-Ovest americano, attratte da un terreno reso fertile artificialmente grazie a un massiccio sistema di irrigazione costruito negli anni Novanta per compensare le condizioni aride e renderlo più produttivo. Un maggiore flusso d’acqua significava che le grandi aziende agricole potevano utilizzare fertilizzanti nei campi tutto l’anno. Ogni giorno mega-fattorie, allevamenti intensivi e impianti di lavorazione alimentare della contea convogliano milioni di litri di acque reflue al Porto di Morrow, sul fiume Columbia. Qui vengono stoccate in enormi bacini coperti da teloni, dove i solidi affioranti vengono in parte degradati dai microbi producendo metano, poi bruciato attraverso piccoli camini. L’acqua restante rimane carica di residui di azoto – fertilizzanti, letame e materiali vegetali – e viene quindi ripompata sui campi senza costi per gli agricoltori: un riciclo che semplifica la gestione dei reflui per il Porto e fornisce alle aziende un flusso costante di acqua fertilizzata che, nel suolo, può trasformarsi in nitrati e raggiungere la falda. Il disastro ambientale, già in corso da anni, ha subito un’accelerazione con l’arrivo di Amazon. Dal 2011, il colosso tecnologico ha costruito sette data center nella contea, ottenendo forti agevolazioni fiscali da parte delle autorità locali (una moratoria sulle imposte della durata di 15 anni per ciascun edificio). La promessa era quella di diversificare l’economia locale, troppo dipendente dall’agricoltura. Ma mentre Amazon beneficiava di oltre 100 milioni di dollari in esenzioni, la comunità si trovava a dover affrontare nuove criticità a livello ambientale. I data center pompano ogni anno decine di milioni di galloni d’acqua dalla falda per raffreddare le apparecchiature informatiche, acqua che poi viene convogliata nel sistema di acque reflue del Porto di Morrow. Tutta l’acqua proveniente dai data center si mescola con le acque reflue già contaminate nelle lagune, aumentando ulteriormente il volume di acqua che viene infine smaltito sui campi.  Come spiega Greg Pettit, che ha lavorato per 38 anni al Deq ed è stato responsabile dello sviluppo del programma sulla qualità delle acque sotterranee dell’Oregon, «più acqua metti sui campi, più velocemente spingi l’azoto attraverso il suolo e giù nella falda». Chad Gubala, un idrologo che dal 2018 al 2022 ha gestito per il Deq dell’Oregon la supervisione sul permesso per le acque reflue del Porto di Morrow, è ugualmente critico rispetto al modo in cui, storicamente, il Porto ha gestito l’enorme volume di acque reflue, irrorando i campi nei freddi mesi invernali, anche quando non c’erano colture in campo.  «Gli agricoltori e il personale del Porto sostenevano che mantenere l’irrigazione durante la stagione non vegetativa fosse una cosa ragionevole per tenere il suolo ‘in condizioni appropriate’, dicevano, così da essere pronti per la semina primaverile e la crescita precoce. Ma, in pratica, era una montagna di stronzate, un modo per mantenere uno scarico continuo di acque reflue tutto l’anno dalle loro strutture» (in un comunicato del 30 ottobre, il Porto ha promesso di porre fine a questa pratica a partire da quest’inverno. La direttrice esecutiva del Porto, Lisa Mittelsdorf, ha dichiarato a Rolling Stone che «il Porto e il Deq hanno lavorato insieme per vietare l’applicazione a terra di acque reflue industriali durante la stagione non vegetativa»). La continua irrorazione durante i mesi invernali aiutava il Porto e Amazon a gestire lo straordinario volume di acque reflue proveniente da aziende agricole e data center, ma ha fatto scattare campanelli d’allarme tra gli analisti del Deq. La pratica dell’irrigazione invernale «rappresenta un rischio significativo per le acque sotterranee», ha scritto in un’e-mail del 2023 Larry Brown, specialista di salute ambientale del Deq, riassumendo le preoccupazioni che aveva già espresso ai dirigenti del Deq l’anno precedente. «[Deve] essere eliminata gradualmente il prima possibile». Quegli avvertimenti furono ignorati. Con l’aumento dei nitrati nella falda, persino l’acqua apparentemente pulita che il Port prelevava dai pozzi più profondi – usata per servire i grandi clienti industriali come Amazon – è diventata contaminata. Ben presto, Amazon si è ritrovata a usare acqua con fino a 13 ppm di nitrati, al di sopra dei limiti federali e statali, per raffreddare i propri data center. Quando quell’acqua contaminata attraversa i data center per assorbire il calore dei server, una parte dell’acqua evapora, ma i nitrati restano, aumentando ulteriormente la concentrazione. Ciò significa che, quando l’acqua inquinata esce dai data center e rientra nel sistema di acque reflue, è ancora più contaminata, arrivando talvolta a una media di 56 ppm, otto volte il limite di sicurezza dell’Oregon. Nel giugno 2022, Doherty propose di dichiarare lo stato di emergenza sanitaria, ma a ostacolarlo fu soprattutto il timore, da parte del mondo agricolo e industriale locale, che un intervento statale potesse limitare o bloccare le attività produttive. Il dibattito evidenziò uno squilibrio sociale: mentre il 30% dei residenti viveva in case mobili con pozzi contaminati e senza alternative sicure, la minoranza più ricca – dirigenti agricoli e industriali – abitava in quartieri forniti da acquedotti municipali che pescavano da strati idrici più profondi e meno inquinati.  Nonostante le opposizioni, la dichiarazione fu approvata da una parte del consiglio locale, consentendo di attivare fondi pubblici per la distribuzione di acqua pulita e per l’analisi dei pozzi privati. L’intervento dello stato, però, fu modesto. Secondo alcuni osservatori, la debole risposta delle autorità fu il risultato di pressioni informali da parte di lobby agricole e industriali, preoccupate di tutelare l’immagine e gli affari delle imprese locali. In questo clima di tensione, molti lavoratori – spesso immigrati e privi di documenti – temevano di esporsi. Le grandi aziende offrirono sostegno alle famiglie ma evitarono di riconoscere legami con l’inquinamento. Neppure le istituzioni locali riconobbero un proprio ruolo, nonostante violazioni ambientali documentate. Amazon sostenne iniziative sociali ma negò ogni responsabilità, affermando di non utilizzare nitrati nei propri processi.  I pozzi privati contaminati restano tuttora privi di una soluzione strutturale: molte famiglie ricevono acqua in bottiglia per cucinare e bere, ma non ci sono ancora piani pubblici per la bonifica dell’acquifero.  La crisi idrica della contea di Morrow, quindi, non è stata solo una questione ambientale e sanitaria. Ha messo in luce una rete di interessi economici, disuguaglianze sociali e conflitti di potere. Mentre le comunità più vulnerabili lottavano per accedere a un bene essenziale come l’acqua pulita, i vertici industriali e politici manovravano per proteggere investimenti e consenso. Doherty, figura solitaria e osteggiata, ha cercato di porre al centro la salute pubblica. Ma la sua battaglia si è scontrata con un sistema consolidato in cui l’emergenza ambientale è stata negata o depotenziata per preservare l’ordine economico esistente. La storia della contea si chiude (per ora) con una consapevolezza amara: quella di una comunità sacrificata in nome degli interessi aziendali, in cui il prezzo dell’innovazione è stato scaricato silenziosamente sull’ambiente e sulla salute pubblica. Ma il caso rappresenta anche un monito per il futuro, in un contesto globale in cui i data center – infrastrutture sempre più diffuse – continuano a insediarsi in territori agricoli o idricamente fragili. Raccontarla oggi significa provare a prevenire, altrove, ciò che in Oregon è ormai cronaca. AMAZON A MILANO Negli ultimi anni l’area metropolitana di Milano è stata interessata da diversi sviluppi infrastrutturali e ambientali che contribuiscono a delineare un contesto territoriale in evoluzione. Tra questi rientra il progetto di Amazon Web Services, che ha avviato la realizzazione di un nuovo campus di data center nei comuni di Rho e Pero. L’insediamento occuperà un’area di circa 100.000 m² e comprenderà due edifici principali. Come noto, i data center richiedono ingenti quantità di energia e di acqua per il raffreddamento dei server; per questo la Regione Lombardia, nel novembre 2025, ha aggiornato le linee guida per la loro localizzazione, introducendo criteri più restrittivi e favorendo tecniche di raffreddamento che non impieghino acqua potabile di acquedotto. Parallelamente, il territorio lombardo sta affrontando la sfida della scarsità idrica accentuata dai cambiamenti climatici. In risposta, si stanno sviluppando iniziative per il riuso in agricoltura delle acque reflue depurate. L’acqua trattata nei depuratori – non potabile ma bonificata – viene utilizzata per irrigare i campi, contribuendo sia al risparmio di risorse idriche sia alla riduzione dell’impatto dei fertilizzanti. Un esempio significativo è il progetto pilota di Peschiera Borromeo, dove l’acqua depurata viene destinata alle aziende agricole locali sotto rigorosi controlli di qualità. Risultati positivi stanno favorendo l’estensione di questo modello, mentre altri depuratori – come quelli di Assago, Rozzano e Basiglio – adottano già forme di riuso in ambito agricolo o civile. Queste pratiche si inseriscono nel quadro normativo europeo rafforzato dal Regolamento (Ue) 2020/741, che promuove soluzioni di economia circolare per una gestione più sostenibile delle risorse idriche. Sul piano ambientale, un altro tema rilevante nella zona riguarda l’inquinamento delle acque da nitrati, storicamente legato soprattutto all’uso di fertilizzanti e reflui zootecnici. Oltre il 60% della pianura lombarda è classificata come Zona Vulnerabile ai Nitrati secondo la normativa europea. I monitoraggi recenti evidenziano un generale miglioramento della qualità delle acque, pur con persistenti criticità nelle aree a più alta intensità agricola. L’area di Rho-Pero rientra tra le zone vulnerabili, con valori indicativi intorno ai 30 mg/L nelle analisi dell’acquedotto: livelli inferiori al limite di legge, ma rappresentativi di una situazione da mantenere sotto osservazione, come in gran parte del territorio regionale. Questi elementi, pur riguardando ambiti distinti, contribuiscono a delineare un quadro territoriale complesso, in cui diversi processi di sviluppo e tutela ambientale procedono in parallelo e che sarà importante monitorare per assicurare il rispetto dell’ambiente e della salute pubblica. *Lavinia Ferrone lavora come ricercatrice in Biochimica all’Università di Bari Aldo Moro. Si occupa di divulgazione scientifica intorno al tema del cancro. Ha tradotto il libro di Athena Aktipis Secondo natura. Come l’evoluzione ci aiuta a ripensare il cancro (effequ).  L'articolo Amazon intorbidisce le acque proviene da Jacobin Italia.
February 19, 2026
Jacobin Italia
Calabria. Basta misure straordinarie sul degrado ambientale
Dopo il ciclone Harry, che ha dispiegato i suoi effetti devastanti, ci ha pensato il ciclone Ulrike a devastare nuovamente la Calabria. I danni non si contano. Compilare l’elenco delle frane, delle strade distrutte, dei tratti di costa erosi dal mare, fino al punto da mettere in pericolo sul versante […] L'articolo Calabria. Basta misure straordinarie sul degrado ambientale su Contropiano.
February 17, 2026
Contropiano
Impianti illegali e inerzia delle istituzioni. Un presidio in Terra di Lavoro
(disegno di manincuore) Quindici minuti di salita tra rocce e arbusti. Peppe e io arriviamo in cima alla collina che domina Cauciano, alto casertano. Davanti una cava ha sventrato la montagna. A sinistra, capannoni industriali in fila lungo la statale. A destra, la pianura coltivata fino al mare. Un’eco di musica arriva dalla concattedrale di Calvi Risorta. Qui, duemila anni fa, c’era Cales, un insediamento preromanico di circa sessantamila abitanti durante la tarda repubblica. “Qua se scavi un metro e mezzo trovi di tutto”, ripetono gli attivisti. Tra muretti a secco e macchia mediterranea, dalle colline della Terra di Lavoro si osserva un paesaggio vivo ma sotto pressione. Il presidio del Movimento Basta Impianti a Cauciano è stato indetto per bloccare i lavori abusivi di un impianto a biomasse. I lavori, fermati il 23 gennaio, fanno emergere la lentezza e la negligenza delle istituzioni e del comune di Pignataro Maggiore, oggi commissariato. La società coinvolta è Ingegneria Sostenibile Srl, che di sostenibile ha ben poco: mezzi pesanti entrati senza autorizzazioni, cantieri avviati in fretta, vedette lungo le strade di campagna per segnalare occhi indiscreti. I risultati oggi sono i sigilli, un noccioleto e un noceto disboscati, una colata di cemento su un lotto agricolo. La zona ASI, l’area industriale non lontana, è satura e soggetta a forte attenzione mediatica. L’interesse quindi si sposta sulle colline agricole, sempre più bersagliate dalla pressione speculativa. Cauciano diventa il punto di contatto tra due mondi: profitto e devastazione contro comunità e dignità dei territori. In questo contesto nasce il Consiglio Popolare della Terra di Lavoro: strumento per coordinare mobilitazioni, rafforzare la partecipazione, riaffermare le decisioni dal basso. Non ero estraneo alla questione di Cauciano. Ne avevo sentito parlare all’ultima assemblea del Movimento e poi il 29 gennaio scorso, durante l’audizione ottenuta in Commissione Ambiente della Camera dei Deputati. «La provincia di Caserta conta centoquattro comuni, più di centocinquanta impianti ad alto impatto e cinque pronto soccorsi pubblici aperti». Biagio Sarnataro, trentacinquenne attivista, inizia così il suo intervento in Commissione, sottolineando la rilevanza nazionale delle istanze della Terra di Lavoro. Cita le bonifiche mai fatte, i roghi ciclici come elementi di un sistema criminale, la produzione schizofrenica di nuove autorizzazioni per impianti energetici. «La popolazione di Terra di Lavoro ora è un soggetto politico ed è disposta a tutte le forme di lotta. Vogliamo un piano sanitario straordinario e vogliamo smettere di piangere i nostri cari e i nostri coetanei». A seguire interviene Giovanni Merola, avvocato e attivista: «Vorrei fornire alcuni elementi sul passato immediato di queste lotte per motivare ciò che ritengo essere un disegno criminale e sistemico. Ormai sappiamo che riempire i capannoni fino all’orlo di rifiuti e dargli fuoco è un vero e proprio modus operandi. A fronte di quest’evidenza, la risposta istituzionale è sempre stata repressiva. Ci siamo trovati ad affrontare processi come attivisti, tutti conclusi con assoluzioni piene. Hanno denunciato ragazzi, madri, nonni. Abbiamo intravisto un disegno volontario, abbiamo anche temuto che le istituzioni facessero parte di questa distopia criminale». Merola cita una recente sentenza. Violazione dell’articolo 18 del Testo Unico di pubblica sicurezza: manifestazione non autorizzata, contestata per l’organizzazione di una tavola rotonda nella piazza di Capua. Erano presenti sindaci, senatori, tanti cittadini. L’accusa: avrebbero dovuto presentare la richiesta alla questura e non ai vigili urbani. Notizia del 2 febbraio è un altro sequestro per illeciti che coinvolge un impianto di stoccaggio tessile, proprio a Capua. Segue l’intervento di Raimondo Cuccaro, ex sindaco di Pignataro Maggiore. «C’è inerzia delle autorità a causa di ingenti interessi economici. Vediamo coinvolte la criminalità organizzata e la negligenza, per non dire il favore, di una parte della classe politica locale. Mi sono fortemente opposto alla realizzazione del rigassificatore della Snam Mobilità Spa a Pignataro Maggiore. Questa struttura si trova a meno di centocinquanta metri dall’impianto che produce gas tecnici, aria liquida, argon, e idrogeno. Due impianti adiacenti di questo tipo in un’area così piccola produrrebbero un risultato devastante in caso di guasti, incendi o terremoti. Salterebbe in aria tutta Pignataro». Aggiunge che i lavori del rigassificatore, a pena di decadenza, sarebbero dovuti iniziare nel 2021. Hanno avuto attuazione solo nel 2024. L’impianto è inoltre in deroga alle prescrizioni urbanistiche del piano ASI, che regolamenta la zona industriale. Il piano è sovracomunale e viene sistematicamente derogato, aggiunge Cuccaro. «A questo punto chiedo aiuto al Parlamento, che dovrebbe essere interessato alla salute dei cittadini». La risposta istituzionale arriva dall’onorevole Alifano, Movimento Cinque Stelle. Parla di una terra violentata, partendo dalle cave fino all’utilizzo sconsiderato del suolo. Si dice solidale, propone un’ulteriore commissione parlamentare sul tema sanitario, promette controlli su autorizzazioni scadute. Intanto, in contemporanea, si riunisce la giunta regionale a Napoli per discutere gli stessi temi con un’altra compagine del Movimento Basta Impianti, alla luce della promessa del neo-eletto consigliere Raffaele Aveta di produrre una legge regionale fortemente ispirata dalle vertenze di Terra di Lavoro. In cima alla collina, poco dopo aver ripreso fiato, ci arriva una telefonata: Raimondo Cuccaro, l’ex sindaco di Pignataro, è venuto al presidio e vuole condividere alcune informazioni con noi. Capitomboliamo giù per fargli alcune domande sulla vicenda di Cauciano. «Qui l’impianto previsto – ci dice –, da oltre sette milioni di euro su quarantamila metri quadri di terreno agricolo, finisce al centro di una vicenda fatta di vincoli nascosti, firme false e lavori bloccati. L’area individuata per l’impianto a biomassa e metano, secondo il regolamento urbanistico comunale, non sarebbe nemmeno idonea a ospitare strutture industriali, consentite solo nelle zone artigianali e dedicate. Alcune particelle risultano aree boscate sottoposte a vincolo paesaggistico, mai dichiarato nella Procedura abilitativa semplificata (Pas) presentata dalla società. Il terreno sarebbe già stato asservito ad altre costruzioni, quindi di fatto non edificabile. Una circostanza emersa solo dopo l’esposto di un cittadino, mio figlio, che ha portato il Comune a dichiarare inefficace l’autorizzazione. Infine il colmo: il presunto direttore dei lavori disconosce l’incarico e denuncia firme contraffatte. Per l’amministrazione si tratta di un atto inesistente. Il Tar respinge la richiesta cautelare della società Ingegneria Sostenibile Srl, mantenendo, di fatto, lo stop ai lavori. Oggi resta un’ordinanza di ripristino e una vicenda che solleva pesanti interrogativi su legalità, ambiente e tutela del territorio». Ma la domanda è un’altra. Quante volte il cemento è arrivato prima delle istituzioni? Quanti altri cantieri sono partiti con la stessa strategia: forzare, costruire, poi eventualmente doversi difendere in tribunale? Perché in Terra di Lavoro sembra che il metodo sia sempre lo stesso: occupare con la forza, contare sull’inerzia istituzionale, scommettere sulla stanchezza delle comunità. Troppo spesso si assiste a fenomeni di governance occulta tra sindaci conniventi, uffici tecnici comunali e ditte speculative. Cauciano è un caso, ma è anche un simbolo. È la prova che quando le istituzioni latitano, sono i cittadini a dover presidiare il territorio. Metro per metro. Collina per collina. Il sole scende e ingiallisce la pianura, l’eco della musica si dissolve nell’aria, ma una cosa è chiara: questa lotta non è finita. È appena cominciata. (edoardo m. benassai)
February 13, 2026
Napoli MONiTOR
Il CCS è un vero imbroglio, lo si metta definitivamente nel cassetto
Cattura diretta di CO2 nell’aria, il più grande impianto al mondo rischia il fallimento Il Coordinamento ravennate “Per il Clima – Fuori dal Fossile” critica la strategia della cattura e stoccaggio della CO₂ alla luce delle difficoltà dell’impianto islandese “Mammoth” e delle nuove scelte di investimento in Europa. La tecnologia CCS continua a essere presentata come soluzione alla transizione energetica nonostante risultati deludenti e costi elevati. Nel comunicato si richiama anche il progetto di Ravenna e gli investimenti nel Regno Unito. ____________ Comunicato Stampa La Campagna Per il Clima – Fuori dal Fossile non ha mai creduto alla strategia della “cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica” ed ha sempre denunciato lo spreco di risorse, ben altrimenti utilizzabili. Da qualche tempo a questa parte, le nostre preoccupazioni e le nostre convinzioni stanno avendo la più amara e inequivocabile delle conferme. Il famoso impianto inaugurato nel 2024 in Islanda prometteva di catturare 36mila tonnellate di anidride carbonica l’anno. La pionieristica tecnologia, fino ad un paio di anni fa, veniva riconosciuta come una delle possibili soluzioni per estrarre l’anidride carbonica dall’ambiente, e di conseguenza combattere il cambiamento climatico. Il vantaggio di questa tecnologia, rispetto ai più noti sistemi di CCS come quello in sperimentazione a Ravenna (il quale – come ben si sa, ma raramente si dice – cattura solo l’anidride carbonica emessa da una piccola percentuale degli insediamenti industriali, e quindi una quota assolutamente irrisoria della CO2 totale) starebbe nella sua capacità di prelevare il gas climalterante direttamente dall’aria, e quindi contribuire a ridurne la quantità presente in atmosfera. Non sono neppure due anni da quando, in Islanda, è stato messo in funzione il più grande impianto al mondo di questo tipo, chiamato Mammoth, che a pieno regime avrebbe dovuto ripulire 36.000 tonnellate di anidride carbonica ogni anno. Un obiettivo di grandi ambizioni, ma che – chiariamolo subito – avrebbe una qualche utilità reale se applicato su larghissima scala, cioè solamente se riprodotto per migliaia di volte a livello mondiale, con occupazione sconfinata di spazi e spaventoso consumo di suolo. Il sistema aspira l’aria e la immette in un filtro, legando poi le molecole di CO2. Quando il filtro è saturo, il modulo dopo adeguato riscaldamento (ma si consideri che in Islanda hanno una gran quantità di energia geotermica, molto più di noi), la inietta nel sottosuolo, dove nel tempo, si mineralizza e si trasforma in roccia. Come dicevamo, il mega impianto islandese si avvale dell’alimentazione con energia geotermica, fonte rinnovabile di calore sotterraneo, abbondantissima in Islanda, tanto è vero che costituisce quasi il trenta per cento del mix elettrico nazionale. Da noi un impianto simile dovrebbe utilizzare in grandissima parte energie non rinnovabili. Anche nelle favorevoli condizioni islandesi, tuttavia, emerge che l’operazione si sta dimostrando fallimentare. L’impianto non riesce a catturare abbastanza carbonio neppure da compensare le proprie emissioni (circa 1.700 tonnellate di CO2 l’anno). Infatti, nel 2024 Mammoth avrebbe catturato la ridicola quantità di 92 tonnellate di CO2. Nel 2025 giunge notizia che l’azienda pare voglia lasciare a casa 500 dipendenti. Recentemente, poi, dagli U.S.A., che avevano annunciato un investimento da mezzo miliardo nella stessa tecnica, giunge la notizia della rinuncia ad un progetto di un grande impianto in Louisiana. Intanto, alcuni mesi orsono, prima ancora che succedesse tutto questo, nel Regno Unito si sono stretti accordi con ENI per il progetto Liverpool Bay CCS; cioè si mobilitano 21,7 miliardi di sterline (!!!) destinati ai primi due impianti CCS del Paese. > Secondo Ed Miliband, Segretario di Stato per la Sicurezza Energetica “Oggi > manteniamo la nostra promessa di lanciare un’industria dell’energia pulita > completamente nuova nel nostro paese – incentrata sulla cattura e lo > stoccaggio di CO 2 – con l’obiettivo di creare migliaia di posti di lavoro…”.- > Dal canto suo, l’ineffabile Ing. De Scalzi, L’Amministratore Delegato di Eni, > i cui poteri ormai possono competere con quelli dei personaggi più potenti del > mondo, dichiara che “Eni si è affermata come un operatore di primo piano in UK > per il ruolo chiave che svolge nelle attività di trasporto e stoccaggio di CO > 2 come leader del consorzio del progetto HyNet, che diventerà uno dei primi > cluster a basse emissioni di CO 2 al mondo. La CCS avrà un ruolo cruciale > nell’affrontare la sfida della decarbonizzazione, eliminando in modo sicuro le > emissioni di CO2”. Eni in pratica ritiene che la CCS svolgerà un ruolo cruciale nella transizione energetica, a dispetto delle evidenze. Ricordiamo, infatti, che la storia degli impianti di CCS, da quando sono stati pensati (i primi progetti pionieristici risalgono agli anni ’70 del secolo scorso), è tutta una storia di delusioni e di denaro buttato. E il disastro dell’impianto islandese non è che l’ultimo in ordine di tempo. Allora ci chiediamo:  le istituzioni e in generale la politica nostrana, sia nazionale che regionale e locale, si prendano almeno la briga di leggere i giornali e acculturarsi un po’ sui temi energetici ? Quindi, com’è possibile che nell’informazione corrente, gli impianti di CCS (come quello che ci tocca ospitare e che si vorrebbe in procinto di grande espansione) vengano ancora presentati come una proposta sensata per transizione ecologica ? Lanciamo un vero e proprio appello: lasciamo ENI nel cassetto e archiviamo l’inutile e dannoso CCS di Ravenna. Chiediamo risposte. Coordinamento ravennate “Per il Clima – Fuori dal Fossile”   More info: “La falsa soluzione di Ravenna”, il rapporto di Re:Common sul primo progetto di cattura e stoccaggio di CO2 (CCS) promosso da Eni e Snam in Emilia Romagna (ottobre 2024). Osservazioni alla VIA di CCS Pianura Padana – Rete di Trasporto CO2, Gasdotti Ferrara-Casalborsetti e Ravenna-Casalborsetti (settembre 2024). Redazione Romagna
February 13, 2026
Pressenza