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Proseguono i lavori di Costituente Terra in Sardegna
Lunedi 9 novembre presso la Casa del Quartiere di Is Mirrionis, sita a Cagliari in via Nebida 36, si terrà la Conferenza d’organizzazione territoriale dell’associazione Costituente Terra. I lavori inizieranno alle ore 16:30 con le relazioni di Franco Meloni del direttivo nazionale di CT e del Segretario generale nazionale della Confederazione Sindacale Sarda Giacomo Meloni, sulle lotte per la pace e l’impegno civico del sindacato sardo. In questa fase verranno nominati i delegati che prenderanno parte alla Conferenza di organizzazione nazionale che si svolgerà a Roma il 19 novembre. Successivamente alle 17:30, Alberto Contu terrà la Conferenza su “Federazione della Terra nel pensiero di Luigi Ferrajoli” che precederà l’ampio dibattito e la chiusura dei lavori. Enrico Sanna
November 5, 2026
Pressenza
Dopo 35 anni di proteste, Benetton vende i latifondi in Patagonia
Nel 1991, il Gruppo Benetton mise per la prima volta le mani sulle terre argentine. Acquisendo la Compañía de Tierras del Sud Argentino (CTSA) per 50 milioni di dollari, il Gruppo fondato da quattro fratelli del trevigiano prendeva pieno possesso di migliaia di ettari di terre sottratte illegalmente dal governo di Buenos Aires alla popolazione originaria, i mapuche. Le rivendicazioni da parte dei gruppi nativi non si sono mai fermate, ma l’azienda ha sempre dichiarato la propria estraneità ai fatti, rivendicando la «legalità» dei propri possedimenti sulla base degli accordi con il governo argentino. Il controllo italiano sulle terre mapuche è durato oltre tre decadi, segnati da rivendicazioni e proteste delle popolazioni locali, a volte finite nel sangue. Ora, a distanza di trentacinque anni, il Gruppo ha ceduto gli oltre 900 mila ettari di terreno ai soci fondatori dell’argentina Adecoagro, gigante dell’agroindustria. La CTSA era stata creata nel 1889, originariamente con il nome di The Argentine Southern Land Company Limited. Serviva allo Stato argentino per permettere ai coloni britannici di amministrare le terre cedute loro dal governo di Buenos Aires come pagamento per aver finanziato la “Conquista del deserto” – la campagna genocidiaria con la quale le terre della Patagonia vennero sottratte con la forza alle popolazioni native. Era questa l’eredità che l’azienda portava con sè quando, nel 1991, finì nelle mani della famiglia trevigiana, cambiando il nome in Compañía de Tierras del Sud Argentino. E grazie ad essa, Luciano Benetton divenne, di fatto, il principale latifondista dell’Argentina, con possedimenti che sono arrivati ad estendersi per 900 mila ettari, un territorio pari all’intera regione delle Marche. I possedimenti si estendono per la maggior parte (60%) nella regione di Santa Cruz, ma anche in quella del Chubut, di Río Negro e di Buenos Aires. Circa 280 mila degli oltre 300 mila capi di bestiame che pascolano in queste terre sono ovini, destinati alla produzione della lana impiegata nella produzione dei capi d’abbigliamento del marchio Benetton. Per le popolazioni native, il gruppo italiano – come i tanti altri che occupano le terre sulle quali i mapuche rivendicano diritti ancestrali – non era il benvenuto. Fino a tempi recenti, le proteste e le azioni contro Benetton sono state innumerevoli. Non solo per rivendicare il diritto alla terra, ma anche per denunciare come, nel tempo, l’azienda abbia chiuso l’accesso a strade e corsi d’acqua. Nel 2010, Benetto ha pubblicato un comunicato (aggiornato poi negli anni) nel quale rivendica la «legalità» e la «assoluta legittimità» della propria posizione, in quanto frutto di accordi con lo Stato argentino. Quella mapuche, al contrario, poggia su rivendicazioni «ancestrali e storiche», e dunque «non legali». Benetton, riporta la nota, si è trovata coinvolta come «protagonista involontaria» di un problema secolare, nel quale non giocherebbe alcun ruolo. Nel frattempo, chi lotta per il diritto alla propria terra, sottratta con la violenza, viene perseguito o incarcerato. O addirittra ucciso, come successo a Santiago Maldonado. Argentino, 28 anni, il 1° luglio 2017 stava partecipando a un’azione di protesta nella Regione del Chubut, all’interno dei possedimenti di Benetton, quando la gendarmeria ha risposto con cariche e proiettili di piombo al lancio di sassi da parte degli attivisti. Quando gli agenti sono riusciti a disperdeli, di Maldonado si sono perse le tracce. Sarà ritrovato settimane dopo, sulla riva del fiume Chubut, morto per cause mai chiarite. Il caso fece scalpore al punto da spingere alcune associazioni italiane a interrogare il governo circa la posizione di Benetton nella vicenda. Era stata presentata anche una interrogazione in Parlamento, che tuttavia non era giunta a nulla di conclusivo. Ora, le terre passeranno nelle mani dei soci proprietari di Adecoagro, azienda fondata nel 2002 dall’argentino Mariano Bosch che negli anni si è estesa anche in Brasile e Uruguay. Attiva in una gran varietà di attività, dalla produzione di zucchero, etanolo ed energia alla produzione di riso, fino all’allevamento di capi di bestiame e alla produzione di fertilizzanti, Adecoagro dichiara di avere un «modello operativo sostenibile». Nel 2025 è stata acquisita da Tehter, colosso globale delle criptovalte, che al momento detiene quasi il 75% delle quote dell’azienda. Benetton non ha chiarito il perchè della vendita, dopo tanto tempo, nè a quanto ammonti il ricavato dell’operazione. Secondo la stampa, l’intera operazione rientrerebbe nel piano avviato nel 2022 da Alessandro Benetton, che intendeva concentrare il portafoglio del gruppo su settori strategici. Nel mezzo di queste operazioni, rimangono le lotte delle popolazioni locali. Per loro non cambierà nulla, se non il nome sui titoli di proprietà delle terre sulle quali rivendicano diritti ancestrali. The post Dopo 35 anni di proteste, Benetton vende i latifondi in Patagonia appeared first on L'Indipendente.
November 5, 2026
L'INDIPENDENTE
Conad: lanciato il boicottaggio per la devastazione del bosco Ospizio a Reggio Emilia
Là dove c’era un bosco, dovrebbe nascere un supermercato, ma lo scontento delle associazioni locali che avevano provato, protestando, a salvare quel pezzo di verde non si è esaurito con il pronunciamento negativo del TAR, che a luglio ha respinto la richiesta di sospendere i lavori. Non l’ha placato nemmeno l’ordinanza del Consiglio di Stato, arrivata quando gli alberi erano già a terra, e in attesa che il TAR decida nel merito i comitati non hanno intenzione di fare alcun passo indietro: hanno annunciato che proseguiranno «finché non sarà riconosciuto che quanto avvenuto a Bosco Ospizio è a tutti gli effetti un ecocidio e fino a che non si fermerà la cementificazione dell’area». La nuova iniziativa, che per ora ha raccolto 45 adesioni tra associazioni, blog e gruppi di base, riguarda il boicottaggio a livello nazionale di tutti i punti di vendita Conad per la giornata di venerdì 6 novembre. «Conad ha violato il suo “Codice Etico” e ogni decenza. Noi associazioni di base sottoscritte non crediamo che sia tollerabile. L’unica cosa che interessa a Conad sono i soldi subito? Bene, noi vogliamo organizzare un boicottaggio in tutta Italia. È noto che un calo anche solo del 5 per cento nelle vendite fa cambiare “idea” anche ai giganti. Proviamoci». È il messaggio dell’appello promosso da 19 realtà e lanciato attraverso il blog La Bottega del Barbieri. Il bosco sorgeva lungo la via Emilia, sull’area della ex casa di riposo comunale: demolito l’edificio, la vegetazione si è ripresa quei 45mila metri quadrati fino a formare un bosco spontaneo stretto fra case e scuole. Conad Centro Nord, che ha acquistato l’area nel 2015, vuole costruire un superstore e una palazzina per servizi pubblici, forte di un piano di riqualificazione approvato dal Comune nel 2024 e dei permessi di costruire rilasciati lo scorso febbraio. Il presidio permanente dei cittadini, nato il 3 agosto e sostenuto da una petizione che su Change.org ha superato le 78mila firme, era finito subito nel mirino dell’azienda, che aveva presentato una querela contro ignoti per violenza privata e invasione di area privata e chiesto alla Prefettura di scioglierlo. A fine agosto il Comune aveva convocato un incontro fra le parti, ma la proposta dell’azienda di ridurre la superficie da cementificare è stata respinta dagli attivisti, che con un documento presentato in quelle settimane chiedevano di salvare l’intera area come bosco urbano di comunità. Lo sgombero è arrivato il 30 settembre, quando le ruspe sono entrate all’alba protette dalla polizia in assetto antisommossa, e quattro attivisti, secondo l’Assemblea Bosco Ospizio, il comitato cittadino che guida la protesta, hanno ricevuto il foglio di via. A luglio il TAR di Parma aveva negato la sospensiva scrivendo che nell’area «non risulta individuabile alcun “bosco urbano”» e tenendo conto delle compensazioni previste, oltre 1.350 nuovi alberi. Legambiente e un gruppo di cittadini si sono allora rivolti al Consiglio di Stato, la cui Quarta sezione, con l’ordinanza 4257 depositata il 9 ottobre, ha accolto l’appello cautelare sospendendo i provvedimenti impugnati, ma soltanto per l’abbattimento di ulteriori alberi, e ha chiesto al tribunale amministrativo di fissare con priorità l’udienza di merito. Peccato che a quel punto i 98 alberi destinati all’abbattimento come da progetto fossero già stati tagliati, come la stessa Conad si è affrettata a precisare. Il Comune, con l’assessore all’Urbanistica Carlo Pasini, ha ricordato che gli atti amministrativi restano efficaci: il cantiere va avanti e la sentenza, secondo gli attivisti, è attesa per febbraio. Intanto si discute anche della Casa della comunità prevista nell’area, l’opera pubblica che avrebbe dovuto rendere il progetto più digeribile. A costruirla sarà Conad, che poi la affitterà all’Ausl per oltre 900mila euro in 6 anni, come ha spiegato l’assessore regionale alle Politiche per la salute Massimo Fabi rispondendo a un’interrogazione di Fratelli d’Italia. Una formula contestata dall’autore dell’interrogazione, il consigliere regionale Alessandro Aragona, che si chiede se fosse davvero la scelta più conveniente, visto che nel vicino complesso sanitario di San Lazzaro ci sono immobili pubblici inutilizzati. L’invito a boicottare il marchio era comparso già la notte dopo lo sgombero, sui manifesti con cui Extinction Rebellion aveva tappezzato la sede nazionale di Conad a Bologna. Venerdì l’appello è a non fare la spesa nei suoi supermercati, a volantinare davanti ai negozi e a restituire pubblicamente le tessere, con l’idea di replicare prima di Natale se la prima giornata andrà bene. The post Conad: lanciato il boicottaggio per la devastazione del bosco Ospizio a Reggio Emilia appeared first on L'Indipendente.
November 4, 2026
L'INDIPENDENTE
COP17: il vertice sul clima si è chiuso tra inefficacia e silenzio mediatico
Come da 34 anni a questa parte, l’ultima Conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità si è conclusa senza che si arrivasse a nessuna soluzione concreta. Alla chiusura della COP17 – svoltasi quest’anno a Yerevan, in Armenia – i quasi duecento governi che vi hanno preso parte hanno ammesso di essere lontani da quasi tutti gi impegni presi per salvare la natura, rinviando ancora una volta le decisioni più difficili. Dal momento della nascita della Convenzione ONU sulla Diversità Biologica (CBD), il trattato nato nel 1992 che riunisce quasi tutti i Paesi del mondo, i governi non hanno d’altronde mai centrato un solo traguardo. A pesare, oltre alla possibile mancanza di volontà, sono le regole stesse dei negoziati, che permettono a un solo Paese di bloccare tutto. E mentre queste conferenze scivolano ai margini dell’agenda dei media, sul clima l’ONU ammette che anche la soglia di 1,5 gradi rappresenta un traguardo ormai lontano dalla realizzazione. Dopo due settimane di negoziati, i Paesi hanno approvato la Yerevan Pathway, un piano per accelerare i 23 obiettivi fissati nel 2022 a Montréal. Tra questi ci sono proteggere il 30% delle terre e dei mari, ripristinare il 30% degli ecosistemi degradati e tagliare di 500 miliardi di dollari l’anno i sussidi dannosi per l’ambiente. Il rapporto della stessa CBD ammette però che nessuno dei 23 obiettivi mostra un quadro positivo, e una bozza ONU parlava di 22 obiettivi su 23 fuori strada. Già nel 2020 la Convenzione aveva certificato che nessuno dei 20 obiettivi del decennio precedente era stato raggiunto. A denunciarlo sono gli stessi partecipanti. Il ministro dell’Ambiente di Panama, Juan Carlos Navarro, ha dichiarato al quotidiano La Nación che i negoziati sono «un mucchio di sciocchezze e bei discorsi», aggiungendo che «le COP sono state progettate per fallire, e non deludono». Nel mirino c’è la regola del consenso, che obbliga tutti i Paesi ad approvare ogni decisione e permette così a «un idiota» di bloccarla: per questo Navarro propone il voto a maggioranza e un’unica COP ambientale all’anno che si occupi insieme di clima, biodiversità e plastica. Anche la direttrice del Programma ONU per l’Ambiente (UNEP), Inger Andersen, ha riconosciuto che l’agenda è «molto affollata» e che le diverse convenzioni si sovrappongono. Sui soldi, poi, i Paesi restano divisi. L’Europa chiedeva che Cina e Paesi del Golfo, ancora classificati come «in via di sviluppo», contribuissero ai finanziamenti, ma l’accordo si limita a invitarli a farsi avanti volontariamente. Ancora più magro il bilancio del Fondo Cali, con cui le aziende, a partire da quelle farmaceutiche, dovrebbero pagare per l’uso dei dati genetici di piante e animali: finora ha raccolto poco più di 10.000 dollari, e le decisioni per farlo funzionare sono state rinviate alla COP18, in programma in Ecuador nel 2028. Del resto, secondo la stessa CBD, anche l’obiettivo di destinare alla natura 20 miliardi di dollari l’anno entro il 2025 è stato «probabilmente mancato». Critiche simili erano già arrivate nel 2024 dal fronte del clima, quando durante la COP29 di Baku esperti ed ex dirigenti ONU come Ban Ki-moon e Christiana Figueres avevano scritto che le conferenze non erano più «adatte allo scopo» e avevano chiesto vertici più piccoli e frequenti. Intanto le COP hanno perso il centro della scena. Dieci anni fa l’Accordo di Parigi era una notizia da prima pagina in tutto il mondo; oggi questi vertici scivolano ai margini. A novembre 2025, mese della COP30 sul clima a Belém, in Brasile, la copertura mediatica globale sul clima è stata inferiore del 24% rispetto allo stesso mese dell’anno prima, secondo l’osservatorio dell’Università del Colorado che la misura. Ai negoziati di Bonn dello scorso giugno si sono registrati solo 135 giornalisti, il numero più basso dal 2021, mentre testate come Washington Post, CBS e Los Angeles Times hanno tagliato le redazioni dedicate al clima. La COP17 non ha fatto eccezione e si è chiusa quasi nell’indifferenza, come era già accaduto due anni fa a Cali, con quello che avevamo definito un prevedibile flop. Meno attenzione significa anche meno pressione sui governi perché mantengano le promesse. Sul fronte del clima il quadro non è migliore. A ottobre l’UNEP ha ammesso che il riscaldamento globale supererà la soglia di 1,5 gradi, il limite fissato nel 2015 dall’Accordo di Parigi. L’obiettivo resta sulla carta, ma l’unica strada indicata è sforarlo il meno possibile per poi rientrare entro fine secolo. Con le politiche attuali la temperatura salirebbe di 2,8 gradi entro il 2100, e a febbraio 2027 gli Stati Uniti usciranno dall’Accordo di Parigi. Il segretario generale dell’ONU, António Guterres, ha detto che «il superamento non è una resa», ma è difficile leggerlo diversamente, dopo che la COP30 si era chiusa senza alcun accordo per abbandonare i combustibili fossili. Il 9 novembre si apre ad Antalya, in Turchia, la COP31, e il rischio è che si ripeta lo stesso copione. Senza impegni vincolanti, sanzioni per chi non li rispetta e regole che impediscano a pochi Paesi di bloccare tutti gli altri, i vertici rischiano di restare un rito utile per le foto di gruppo, molto meno per il pianeta. The post COP17: il vertice sul clima si è chiuso tra inefficacia e silenzio mediatico appeared first on L'Indipendente.
November 2, 2026
L'INDIPENDENTE
I super ricchi guadagnano dalle crisi climatiche che contribuiscono a creare
Lo 0,1% più ricco del pianeta produce in un anno più CO2 di quasi la metà più povera dell’umanità. E mentre milioni di persone affrontano gli effetti più devastanti della crisi climatica, i grandi investitori continuano a trarne profitto. È questa la sintesi dell’ultimo rapporto Oxfam dal titolo «I super-ricchi sono ancora più ricchi grazie alla crisi climatica», diffuso alla vigilia della COP31 (Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico), in programma dal 9 novembre ad Antalya, in Turchia. Il rapporto mette in evidenza non solo il paradosso per cui chi alimenta maggiormente la crisi climatica ne subisce meno le conseguenze, mentre sono i più poveri a pagarne gli effetti più nefasti, ma anche il fatto che una ristretta cerchia di miliardari trae profitti da capogiro grazie al mercato della ricostruzione: in altre parole, dopo aver creato il danno, i paperoni internazionali propongono soluzioni che alimentano ulteriormente il loro portafoglio. Il portavoce di Oxfam Italia, Francesco Petrelli, ha spiegato che «lo 0,1% più facoltoso del pianeta oggi è responsabile di un livello di emissioni di CO2 tre volte maggiore di quelle prodotte in un anno dall’intera popolazione dell’Africa subsahariana, circa 1,3 miliardi di persone». Allo stesso tempo, questa élite specula grazie al mercato della ricostruzione. Secondo Petrelli, «Quello a cui assistiamo è un vero e proprio crimine, oltre che uno dei fattori che incidono maggiormente su livelli di disuguaglianza ormai parossistici». Nello specifico, secondo il rapporto, lo 0,1 percento più ricco al mondo (vale a dire otto milioni di persone) produce globalmente più emissioni di CO2 del 44 percento più povero – pari a 3,5 miliardi di persone – e oltre il triplo dell’intera popolazione dell’Africa sub-sahariana (1,3 miliardi di persone). Inoltre, nel 2025, le emissioni derivanti dagli investimenti di mille miliardari sono arrivate a 486 milioni di tonnellate di CO2, contribuendo agli eventi di caldo estremo 125 volte di più di una persona con un livello medio di emissioni e quasi 400 volte di più di un componente del 50 percento più povero. Tutto ciò deriva dallo stile di vita consumistico dei super ricchi che possiedono grandi case, yacht, aerei privati e auto, oltre che dai loro investimenti in attività altamente inquinanti. Il simbolo più significativo di questo modus vivendi opulento sono i jet privati, usati soltanto dallo 0,003 per cento della popolazione mondiale, pari a circa 250.000 persone, prevalentemente uomini. Secondo i risultati di recenti analisi condotte sia da Oxfam sui dati di tracciamento dei jet privati sia da ricerche accademiche, i jet privati hanno emesso 16 milioni di tonnellate di CO2 e ogni volo privato ha prodotto in media 3,7 tonnellate di CO2, equivalenti all’incirca alle emissioni annue di una persona media. Parallelamente a uno stile di vita altamente inquinante, questa cerchia di paperoni internazionali possiede aziende che investono in attività altamente impattanti sull’ambiente, mentre gli stessi traggono profitto dalle attività di preparazione e risposta alle catastrofi e dagli interventi di ricostruzione. Queste aziende sono incluse nel nuovo Destroy & Rebuild Index di Oxfam, che analizza 217 grandi aziende capaci di generare profitti per i loro investimenti su entrambi i lati della crisi: dalle attività altamente inquinanti, fino agli interventi di risposta, mitigazione e ricostruzione dopo le catastrofi. In questo contesto, Blackrock e Vanguard sono i fondi d’investimento che contribuiscono di più ad alimentare questa dinamica, in quanto possiedono investimenti nel 92% delle aziende incluse nell’indice, per un valore complessivo superiore a 1.000 miliardi di dollari. Questo è il motivo per cui la crisi climatica è diventata un elemento estremamente redditizio, tanto che si prevede che il mercato globale della gestione dei disastri potrebbe passare da 70 a 92 miliardi di dollari l’anno entro il 2029. «I super-ricchi prima incendiano il pianeta e poi ci presentano il conto per gli estintori. Guadagnano due volte: prima inquinando e poi facendo profitti per la ricostruzione e riparazione dei disastri climatici che contribuiscono a generare», ha affermato Petrelli. Le conseguenze di questo scenario presentano un conto estremamente alto secondo il rapporto: innanzitutto, un’«impronta carbonica insostenibile», per cui l’uno percento più ricco del pianeta ha causato un quinto (il 20%) del riscaldamento globale registrato dal 1990 a oggi. In secondo luogo, «un aumento drammatico del numero di decessi», con il 78 percento di questi che si verificherà nei paesi a basso e medio-basso reddito, nonostante siano responsabili di appena l’otto percento delle emissioni globali. Infine, «un costo economico enorme», considerato che le emissioni dell’uno percento più ricco sfioreranno i 53.000 miliardi di dollari di danni entro il 2050. Un aspetto importante è poi costituito dall’influenza che i “super ricchi” esercitano sul settore alimentare: i magnati internazionali, infatti, stanno estendendo il loro controllo su una quantità crescente di terreni agricoli in tutto il mondo. Questo gli consente di realizzare enormi profitti dall’impennata dei prezzi alimentari, dovuta anche ai danni climatici e alle catastrofi ambientali. Secondo il rapporto, «è possibile ridurre al minimo i danni umani derivanti dalla crisi climatica diminuendo le emissioni dei più ricchi». A tal fine, Oxfam Italia alla COP 31 sul clima chiederà ai governi di far pagare i grandi inquinatori, tassando i grandi patrimoni, le compagnie dei combustibili fossili e i beni di lusso ad alte emissioni; di aumentare la finanza climatica per il Sud globale; di rafforzare il welfare per ridurre le disuguaglianze e di fermare la speculazione sui disastri climatici, regolando maggiormente mercati e prezzi dell’energia e accelerando una transizione ecologica giusta. The post I super ricchi guadagnano dalle crisi climatiche che contribuiscono a creare appeared first on L'Indipendente.
October 30, 2026
L'INDIPENDENTE
Ci riprovano col “nucleare sostenibile”. Appello verso l’incontro del 7 novembre
L’iter di approvazione della Legge Delega per il Nucleare Sostenibile, entrata in vigore il 15 ottobre, ha rimesso la fissione nucleare al centro del dibattito pubblico. Figlio di un processo molto più lungo, il ritorno al nucleare ha visto prepararsi il terreno al livello comunitario con l’approvazione della Tassonomia Europea […] L'articolo Ci riprovano col “nucleare sostenibile”. Appello verso l’incontro del 7 novembre su Contropiano.
October 30, 2026
Contropiano
PFAS a Spinetta Marengo: dopo anni di proteste la Syensqo annuncia la fine della produzione
Nel marzo del 2024, in un pozzo interno al polo chimico di Alessandria, le analisi registrarono oltre 190mila microgrammi per litro di C6O4, il fluorotensioattivo prodotto in esclusiva in quello stabilimento, l’unico in Italia che secondo un atto depositato in Consiglio regionale produce ancora sostanze perfluoroalchiliche. Quella molecola non verrà più prodotta: lo ha comunicato Syensqo, la multinazionale belga nata nel dicembre 2023 dalla scissione di Solvay, che attribuisce lo stop a una nuova tecnologia di polimerizzazione che permette di ottenere la quasi totalità dei fluoropolimeri del sito senza ricorrere ai fluorotensioattivi. La decisione anticipa di due mesi il termine del 31 dicembre fissato dalla nuova Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA). Nella versione aziendale questo passaggio corona un percorso fatto di ricerca e «ascolto del territorio», che però, per farsi ascoltare, ha dovuto alzare parecchio la voce. Il C6O4 era arrivato a Spinetta Marengo nel 2013 per sostituire il PFOA, la molecola che l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’OMS classifica oggi come cancerogena per l’uomo. L’azienda lo ha sempre presentato come un PFAS di nuova generazione, «non bioaccumulabile né biopersistente». Qualche anno fa, ricordano i comitati, ne paragonava addirittura la tossicità a quella dell’olio di lavanda. Rassicurazioni a parte, la molecola ha viaggiato parecchio, visto che nel 2019 l’ARPA del Veneto l’ha individuata nelle acque del Po, in provincia di Rovigo. Le analisi di Greenpeace l’hanno poi rintracciata nelle acque potabili di comuni lontani, dall’area torinese fino alla provincia di Sondrio. Nel giugno 2024, dopo le anomalie riscontrate negli scarichi e nelle falde interne al sito, la Provincia di Alessandria ne aveva imposto la sospensione per trenta giorni. Nonostante lo stop il C6O4 non sparirà del tutto: le scorte già stoccate nello stabilimento continueranno a servire per due prodotti che valgono circa l’1% dei volumi e per i quali, sostiene l’azienda, un’alternativa ancora non esiste. Secondo la comunicazione internazionale del gruppo si tratta di fluoropolimeri destinati soprattutto a idrogeno e semiconduttori. Quante siano queste scorte, e quindi per quanto tempo il composto resterà negli impianti, non è stato reso noto. L’AIA è stata rinnovata per dieci anni il 5 agosto scorso, dopo che la precedente era scaduta nel giugno 2022. Introduce per la prima volta limiti alla somma dei PFAS emessi dai camini dell’azienda, che scenderanno gradualmente fino a 0,1 microgrammi per metro cubo per quasi tutti i punti di emissione – fanno eccezione i camini legati agli impianti che useranno ancora le scorte residue di C6O4 – entro il luglio 2030. Fino ad allora i valori consentiti resteranno più alti, nella fase iniziale fino a cento volte il traguardo finale. Anche i fluoropolimeri che continueranno a uscire da Spinetta, materiali per l’elettronica, le batterie e l’industria dell’idrogeno, appartengono alla famiglia dei PFAS, sostanze sul cui pericolo ha lanciato l’allarme persino un rapporto del relatore speciale ONU Marcos Orellana. Rientrano quindi nella proposta di restrizione universale all’esame dell’ECHA, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche, il cui Comitato per l’analisi socioeconomica dovrebbe adottare il parere definitivo entro la fine dell’anno. Difficile non notare che proprio ora l’amministratore delegato del gruppo, Mike Radossich, abbia sentito il bisogno di ribadire che i fluoropolimeri «restano materiali essenziali». Cambiare il coadiuvante non vuol dire smettere di produrre PFAS, ma farlo in un altro modo. Secondo un’elaborazione di Greenpeace sui dati del registro europeo delle emissioni, tra il 2007 e il 2023 il solo Comune di Alessandria ha totalizzato 2.828 delle 3.766 tonnellate di gas fluorurati rilasciate in tutta Italia. Il biomonitoraggio regionale sui primi 414 volontari residenti entro tre chilometri dal polo ha trovato nel sangue di oltre il 96% concentrazioni di PFAS di vecchia generazione superiori ai 2 nanogrammi per millilitro. A metà settembre gli aderenti al programma erano 1.120, e chi non ne fa parte deve pagarsi le analisi di tasca propria. Sulla bonifica integrale, dentro e fuori lo stabilimento, i comitati denunciano che la nuova autorizzazione tace. L’azienda, dal canto suo, rivendica oltre 47 milioni di euro investiti dal 2012 in interventi di risanamento. Il 16 novembre al Tribunale di Alessandria si aprirà il processo per disastro ambientale colposo a carico di due ex direttori dello stabilimento, Stefano Bigini e Andrea Diotto. Le difese avevano tentato invano di far derubricare il reato in inquinamento colposo. Negli ultimi due anni l’azienda ha versato oltre 2,5 milioni di euro di risarcimenti a una parte delle circa 300 parti civili. I Comuni di Alessandria e Montecastello hanno accettato 100mila euro ciascuno e sono usciti dal procedimento. Il processo nasce da un esposto del WWF del 2020, mentre il diritto di conoscere i dati completi sulle emissioni lo ha sancito un ricorso al TAR vinto da un circolo di Legambiente. Per anni cittadini e comitati hanno tenuto acceso, a colpi di presidi e analisi del sangue pagate da sé, un caso che in molti avrebbero preferito archiviare. «Non ci fermeremo perché una produzione cessa», ha scritto il comitato Ce l’ho nel sangue, che chiede lo stop a tutti i PFAS e la bonifica del territorio. The post PFAS a Spinetta Marengo: dopo anni di proteste la Syensqo annuncia la fine della produzione appeared first on L'Indipendente.
October 29, 2026
L'INDIPENDENTE
Il ghiacciaio sulla montagna più alta della Slovenia si è completamente sciolto
Miha Pavšek conserva una fotografia del 1957 in cui i suoi genitori sono ritratti sotto la vetta che domina le Alpi Giulie, su una distesa bianca che allora sembrava destinata a durare per sempre. Oggi quella foto racconta un luogo che non esiste più: le immagini scattate a ottobre, a cavallo della prima neve autunnale, hanno confermato che anche l’ultimo frammento del ghiacciaio del Triglav, la montagna che la Slovenia porta sullo stemma e sulla bandiera, si è sciolto. Pavšek, glaciologo e guida alpina dell’Istituto geografico Anton Melik dell’Accademia slovena delle scienze e delle arti (ZRC SAZU), segue quel ghiaccio da decenni. L’istituto lo misura dal 1946, l’anno stesso della sua fondazione, quando il ghiacciaio copriva poco più di 14 ettari. Nel 1952, nel punto più spesso, il ghiaccio superava i quarantotto metri e negli anni Cinquanta a settembre ci si sciava ancora sopra, tanto che su quei pendii sono cresciuti alcuni campioni dello sci sloveno. Poi la discesa: tra il 1983 e il 2003 la superficie si è ridotta del 93 per cento, all’inizio del secolo era già sotto l’ettaro e negli ultimi anni non arrivava a due decimi di ettaro. A fine settembre restava un lembo lungo circa cinque metri e spesso al massimo mezzo metro, a poco meno di duemilacinquecento metri di quota, sotto la parete del Mali Triglav. La velocità del crollo ha spiazzato anche chi lo studiava: nel 2002 i ricercatori avevano estratto una carota in un punto in cui il ghiaccio era spesso circa cinque metri, l’anno dopo Matija Zorn, oggi direttore dell’istituto, nello stesso punto stava in piedi sulla roccia. Il colpo di grazia è arrivato da un’annata che ha messo insieme le due condizioni peggiori possibili: alla stazione meteorologica della Kredarica, ai piedi del Triglav, l’inverno 2025-2026 ha portato al massimo 220 centimetri di neve, contro una media di 374 nel trentennio 1991-2020, e il 31 maggio il manto era già sparito, quando di solito a giugno ce n’è ancora un metro e mezzo. Dopo è arrivata un’estate che in Europa occidentale non ha precedenti nelle serie storiche. Del resto, lassù il clima è cambiato da tempo: tra il 1955 e il 1999 la temperatura mediana annua della Kredarica stava in genere sotto lo zero, dal 2022 è stabilmente sopra, in un arco alpino che si scalda due o tre volte più in fretta della media globale. A guardar bene, però, il ghiacciaio era spacciato da un pezzo, perché da anni non si muoveva più e non aveva crepacci, e le carote prelevate nel 2023 hanno mostrato che dall’inizio degli anni Sessanta il bilancio tra neve accumulata e ghiaccio perso era negativo: sotto il primo metro il ghiaccio aveva più di settant’anni. Il Triglav, insomma, viveva di rendita da oltre mezzo secolo, consumando il ghiaccio del passato senza produrne di nuovo. Quello che resta parla di tempi molto più lunghi: sulla roccia appena scoperta i ricercatori hanno trovato sottili croste carbonatiche formatesi sotto il ghiacciaio, con età comprese tra mille e oltre 20mila anni, formazioni fragilissime che senza la protezione del ghiaccio si disgregano in fretta. Altro ghiaccio sopravvive sottoterra, come nel Triglavsko brezno, dove a 250 metri di profondità si trova uno dei più grandi accumuli di ghiaccio in grotta. In superficie la Slovenia conserva solo il ghiacciaio sotto lo Skuta, nelle Alpi di Kamnik e della Savinja, più riparato dal sole e destinato secondo i ricercatori a durare ancora qualche anno. Il fenomeno riguarda tutto l’arco alpino, se è vero che in Svizzera i ghiacciai hanno perso quest’anno il 5,5 per cento del volume e quasi un quinto dal 2021. Dall’altra parte del confine, sul versante italiano delle Giulie, il ghiacciaio occidentale del Montasio, sette ettari a una quota media di circa millenovecento metri, considerato il più resistente delle Alpi, quest’estate ha cominciato a cedere, in una situazione che il glaciologo Federico Cazorzi giudica peggiore di quella del 2022. Sul Triglav, intanto, resterà il nome: Ledeniški preval, il passo del ghiacciaio, che molti escursionisti attraversano per salire in vetta senza più trovare, ai lati del sentiero, nulla che ne giustifichi il nome The post Il ghiacciaio sulla montagna più alta della Slovenia si è completamente sciolto appeared first on L'Indipendente.
October 28, 2026
L'INDIPENDENTE
Cambiamento climatico, una questione di classe
Il cambiamento climatico viene spesso raccontato come un fenomeno che si sta formando e che si concretizzerà in futuro, ponendoci l’obiettivo di mitigare tali nefasti effetti entro la fatidica data del 2050. Ma l’innalzamento delle temperature e il concretizzarsi dei suoi effetti sono già realtà. Com’è stato notato durante quest’ultima estate 2026, una delle più calde mai registrate, il cambiamento climatico è già in atto e le sue conseguenze si stanno già riverberando sulle persone e sulle comunità. Su quelle più vulnerabili, a essere precisi.  In particolare, quando il caldo anomalo entra negli appartamenti popolari (ufficialmente noti sotto il titolo di Edilizia Residenziale Pubblica, Erp) si accumula nel cemento e resta intrappolato anche di notte. Diventa disidratazione, insonnia, tachicardia, ansia. Diventa una bolletta che non si può pagare, una finestra che non si può aprire perché affaccia sull’asfalto rovente, un condizionatore che non si può installare o, se installato, si teme di accendere. La retorica secondo cui «siamo tutti sulla stessa barca» non vale più: il cambiamento climatico attraversa una società divisa in classi e ne moltiplica le disuguaglianze. C’è chi affronta un’ondata di calore in una casa isolata, ombreggiata e climatizzata, come c’è chi può permettersi di lasciare la città per settimane o mesi. E c’è invece chi non può scegliere né dove abitare né quando smettere di lavorare, vive in quartieri con verde quasi inesistente e torna la sera in un alloggio che ha assorbito calore per tutto il giorno. Per gli ultimi della società, l’estate è diventata sinonimo di tortura.  Se il ceto medio-basso è quello che soffre maggiormente le conseguenze e gli effetti del cambiamento climatico e di queste estati invivibili, è soprattutto nelle case popolari che questa realtà diventa insostenibile. Lo Stato non è un osservatore esterno: Comuni ed enti gestori possiedono o amministrano gli edifici e conoscono benissimo le condizioni degli alloggi popolari. A queste responsabilità si affiancano gli obblighi statali internazionali, sia climatici che di protezione dei diritti umani. Che cosa significa, allora, proclamare obiettivi di adattamento se migliaia di famiglie continuano a vivere in abitazioni incapaci di proteggerle da un caldo ormai intollerabile? IL CALDO CHE UCCIDE Uno studio pubblicato su Nature Medicine ha stimato che nell’estate 2024 siano morte per cause legate al caldo circa 62.800 persone in Europa, oltre 19 mila delle quali in Italia: il numero più alto tra i trentadue paesi analizzati. Sono numeri da crisi sanitaria. Eppure il caldo continua a essere trattato come una parentesi stagionale, quasi fosse un disagio da sopportare con pazienza fino al ritorno dell’autunno. Già durante l’estate del 2003, a Roma, secondo alcuni studi, l’aumento più marcato della mortalità dovuta alle ondate di calore si concentrò, guarda caso, nelle aree socio-economiche più svantaggiate, andando a colpire soprattutto gli over 65 di questa fascia, dimostrando che le vulnerabilità sono intrinsecamente interconnesse.  Anche il classico consiglio estivo dei telegiornali di «restare a casa nelle ore più calde» rivela una politica costruita intorno a un cittadino astratto, o comunque facente parte di una fascia minoritaria della popolazione. Anche assumendo per vera l’ipotesi di avere orari di lavoro flessibili, questo suggerimento presume che tutti abbiano a casa una stanza fresca, possano pagare l’elettricità e non vivano in condizioni di sovraffollamento. Ma che cosa accade quando la casa non protegge? Cosa accade quando l’emergenza climatica smette di essere esterna e occupa lo spazio nel quale una persona dovrebbe poter riposare, curarsi e sentirsi al sicuro? LEGGI ANCHE… ALTERNATIVE ECOLOGICHE CRISI CLIMATICA, LE PAROLE PER DIRLA Paola Imperatore QUANDO LA CASA DIVENTA UNA TRAPPOLA Per una fascia consistente della popolazione, l’estate non rappresenta più il classico momento del recupero e della vacanza, ma è vista come il periodo peggiore dell’anno, in cui anche restare a casa è uno strazio. Questo è dovuto a diversi fattori, fra cui, certamente, il fatto che per decenni le politiche climatiche abbiano guardato agli edifici soprattutto come fonti di emissioni da ridurre. Una casa però è anche la prima infrastruttura di adattamento: dovrebbe proteggere dal freddo, dal caldo, dall’umidità e dagli eventi estremi. Quando non lo fa, il diritto all’abitare perde il suo contenuto materiale. Avere un tetto non significa necessariamente avere un luogo sicuro. La fotografia dell’Erp italiano è particolarmente eloquente. Secondo l’Osservatorio nazionale Erp 2024-2025 di Federcasa e Nomisma, gli enti associati gestiscono complessivamente 823.734 alloggi, pari al 2,3% dello stock abitativo nazionale, dei quali 797.034 appartengono all’edilizia residenziale pubblica. L’84,7% degli alloggi Erp censiti è stato costruito prima del 1991. Sull’intero patrimonio Erp censito, soltanto il 12% è stato interessato da interventi di efficientamento energetico, mentre 61.300 alloggi restano vuoti perché richiedono manutenzione straordinaria. Dietro questi dati c’è un patrimonio pubblico lasciato invecchiare mentre i canoni sociali non coprono i costi e lo Stato e le Regioni non garantiscono risorse strutturali sufficienti. In estate, tetti e facciate non adeguatamente isolati accumulano calore; infissi deteriorati e assenza di schermature impediscono di controllarlo; asfalto e mancanza di alberi lo trattengono anche dopo il tramonto. Il tutto si somma. Nel 2024, inoltre, il 45,3% degli immobili residenziali provvisti di attestato energetico ricadeva nelle classi F e G, secondo il rapporto Enea, mostrando quanto sia estesa l’inefficienza di edifici progettati per un clima che non esiste più. A conferma di ciò, il 6 agosto 2026, il governo italiano ha trasmesso alla Commissione europea il suo Piano Sociale per il Clima (Psc), evidenziando che il numero di famiglie in Erp intercetta con certezza un perimetro di famiglie in condizioni di disagio socioeconomico e rientranti nel perimetro della povertà energetica, e quindi destinando 1,95 miliardi di euro alla riqualificazione energetica dell’Erp. Tuttavia, la povertà energetica è solo parte del problema. La risposta non può essere «comprare un condizionatore». Chi ha un reddito basso, anche nell’ipotesi in cui abbia un condizionatore installato, spesso ha paura di accenderlo. Parimenti, un inquilino di una casa popolare non può isolare il tetto, rifare la facciata o piantare alberi nel cortile. Ridurre i consumi di un edificio non significa necessariamente aver identificato e protetto chi, al suo interno, è maggiormente esposto alle temperature estreme. Non basta. Una politica di adattamento socialmente giusta dovrebbe affiancare alla classe energetica dell’edificio anche indicatori di esposizione al caldo, qualità dell’ambiente urbano e vulnerabilità socio-economica e sanitaria degli abitanti. È l’intersezione di questi fattori di diseguaglianza economica che produce una diseguale esposizione al rischio climatico. L’ESTATE È TORTURA Per la classe operaia e per i ceti a reddito medio-basso, l’estate è diventata la stagione della sofferenza. Ondate di calore sempre più lunghe, afa persistente e temperature che impediscono perfino di uscire nelle ore centrali trasformano, per settimane o mesi, la vita quotidiana in una prova di resistenza. Chi vive in un’abitazione incapace di proteggerlo dal caldo estremo è costretto a sopportare giornate che non finiscono mai, a temperature estremamente elevate, mettendo a serio rischio la salute fisica e mentale. Secondo un report di Housing Europe, infatti, il patrimonio dell’Erp italiano presenta oggi un significativo fabbisogno di adattamento alle temperature estreme e alle ondate di calore. Una parte consistente degli alloggi richiede ancora interventi di riqualificazione: il Piano Casa 2026 prevede il recupero di circa 60.000 abitazioni popolari. La questione riguarda dunque anche la capacità concreta di queste abitazioni di proteggere chi vi vive durante ondate di calore sempre più intense: schermature solari, ventilazione, isolamento adeguato al caldo estivo, verde e ombreggiamento, oltre a sistemi di raffrescamento accessibili. Per le famiglie economicamente più fragili, adattare l’edilizia pubblica significa impedire che la capacità di proteggersi dal caldo dipenda semplicemente dalla possibilità individuale di comprare un condizionatore e pagarne la bolletta. Calore incessante, disidratazione e privazione del sonno possono provocare dolore, confusione, panico, perdita di autonomia e sofferenza mentale. Un’analisi di 114 studi ha stimato che, durante le ondate di calore, gli accessi e i ricoveri per problemi di salute mentale aumentino del 9,7%. Insonnia, irritabilità e sovraffollamento possono inoltre esasperare conflitti già esistenti. Ad esempio, uno studio sulle province italiane, nel 2026, ha associato l’aumento delle temperature massime alle chiamate al 1522 e alla violenza di genere, con prove di risposte differenziali lungo alcune dimensioni selezionate relative all’adattamento e al contesto socio-economico. Non sono dati casuali, non sono coincidenze.  LEGGI ANCHE… AMBIENTE NON È COLPA VOSTRA Redazione Jacobin Italia LA GIUSTIZIA SOSTANZIALE COMINCIA DALLA CASA Trattare tutti allo stesso modo durante una canicola non produce uguaglianza. Il proprietario di casa può anticipare il costo di una riqualificazione; l’inquilino di una casa popolare no. Chi ha un’auto può raggiungere un luogo fresco; una persona anziana o disabile può restare isolata. Chi vive in una casa grande può spostarsi nella stanza meno calda; in un alloggio sovraffollato quella stanza non esiste. È qui che il concetto di giustizia sostanziale smette di essere una formula da manuale. L’articolo 3, secondo comma, della Costituzione affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto libertà ed eguaglianza. Applicato alla crisi climatica, questo principio impone di chiedersi non soltanto se una misura esista sulla carta, ma chi possa davvero utilizzarla e chi, invece, resti escluso proprio perché più povero, più fragile o privo di potere sul luogo in cui abita. La medesima detrazione per tutti può perfino allargare le disuguaglianze quando richiede di anticipare migliaia di euro. Una politica fondata sulla giustizia sostanziale deve quindi concentrare risorse pubbliche, dove l’esposizione è maggiore: riqualificare direttamente le case popolari, e assicurare rimedi rapidi quando un alloggio diventa pericoloso.  L’Italia ha inoltre ratificato l’Accordo di Parigi nel 2016. L’Accordo è un trattato giuridicamente vincolante, in cui si obbligano gli Stati a preparare, comunicare e mantenere contributi climatici successivi e a perseguire misure interne di mitigazione, e a impegnarsi nella pianificazione dell’adattamento e nell’attuazione delle relative azioni. Nel luglio 2025, la Corte internazionale di giustizia (Cig) ha inoltre chiarito che l’obbligo di adattamento è vincolante e deve essere adempiuto con la dovuta diligenza, utilizzando i migliori sforzi alla luce della migliore scienza disponibile. In questo contesto, occorre ridurre concretamente la vulnerabilità di persone e luoghi, dando priorità a chi è più esposto. Tra le misure indicate dalla Corte compare anche l’adeguamento degli edifici alle condizioni climatiche.  Tuttavia, il percorso italiano mostra precisamente questa distanza. Una prima bozza del Piano nazionale di adattamento al cambiamento climatico (Pnacc) risale al 2017; il Pnacc è stato approvato soltanto il 21 dicembre 2023. L’Osservatorio incaricato di coordinarne l’attuazione e individuare i finanziamenti è stato istituito nel dicembre 2025, mentre il Comitato di indirizzo e coordinamento si è insediato a fine febbraio 2026. Nel frattempo, il patrimonio abitativo pubblico continua a invecchiare e le ondate di calore hanno continuato a colpire come mai prima. Anche sul versante della mitigazione i risultati restano insufficienti. Il profilo italiano del Climate Action Progress Report 2025 della Commissione europea stima che, perfino con misure aggiuntive, l’Italia resterebbe al di sotto del proprio obiettivo 2030 nei settori dei trasporti, degli edifici, dell’agricoltura e dei rifiuti, accumulando emissioni eccedenti nel periodo 2021-2030. Il divario documentato dalla Commissione mette in discussione l’adeguatezza delle misure italiane e offre elementi concreti per valutare se lo Stato stia adempiendo con la dovuta diligenza agli obblighi assunti attraverso l’Accordo di Parigi. La Cig ha pure sottolineato che non basta prevedere quadri giuridici a contrasto del cambiamento climatico, ma che tali quadri vanno anche attuati, per non violare l’obbligo internazionale. Adattare le case popolari significa, in questo senso, trasformare un obbligo di protezione dal cambiamento climatico in una misura concreta di tutela della salute, della vita e del diritto a un’abitazione dignitosa e di espressione di uno Stato sociale. In tal senso, le azioni giudiziarie con oggetto la lotta al cambiamento climatico si sono diffuse a livello globale, e il 21 ottobre 2026, pure la Corte d’Appello di Roma si è pronunciata sulla causa denominata Giudizio Universale, promossa da A Sud e da oltre duecento ricorrenti, i quali contestavano l’inazione dello Stato italiano nei confronti del cambiamento climatico, e il riconoscimento di un diritto umano a un clima stabile e sicuro. La fiducia deriva anche dall’esito positivo del caso KlimaSeniorinnen contro Svizzera, in cui la Corte europea dei Diritti umani ha riconosciuto il diritto a una protezione effettiva contro i gravi effetti del cambiamento climatico, e dal fatto che negli ultimi anni diverse cause a livello nazionale hanno avuto esito positivo per i ricorrenti che lamentavano insufficienti politiche di contrasto climatico in capo ai rispettivi Stati.  Nelle case popolari l’autorità pubblica, lo Stato, è insieme proprietaria dell’immobile e responsabile dell’adattamento dell’Erp al cambiamento climatico. La sua responsabilità è diretta. IL POPULISMO NON ABBASSA LA TEMPERATURA Mentre una parte del discorso politico presenta gli obblighi climatici come imposizioni buoniste o costi ambientalisti contrapposti alle esigenze dello sviluppo e del consumo, le temperature estreme ci stanno rendendo visibile una realtà molto più concreta: la crisi climatica distribuisce i propri effetti lungo diseguaglianze economiche e sociali già esistenti. La capacità di proteggersi dipende dal reddito, dalla qualità dell’abitazione in cui si vive e dalle risorse disponibili per affrontare temperature sempre più elevate. Affidare l’adattamento alla capacità economica individuale finisce così per amplificare queste differenze, trasformando la diseguaglianza sociale in una diseguale esposizione al rischio climatico. Una politica realmente rivolta ai ceti popolari dovrebbe fare l’opposto. Dovrebbe finanziare tecniche di adattamento quali isolamenti, alberature e spazi pubblici climatizzati, impedendo che la riqualificazione aumenti i canoni o espella gli abitanti. Dovrebbe far pagare la transizione a chi ha tratto maggiori profitti dall’economia fossile, non a chi ha contribuito meno alla crisi. Sia chiaro, l’adattamento non può e non deve sostituire la riduzione delle emissioni: senza mitigazione, ogni opera sarà prima o poi superata da temperature più alte. Ciononostante, senza adattarsi, anche una transizione ambiziosa continuerà ad abbandonare chi subisce gli impatti già inevitabili. In questo senso, gli obblighi internazionali, climatici e di tutela dei diritti umani possono svolgere un ruolo importante nell’imporre allo Stato di agire e adattarsi al cambiamento climatico. Lo Stato non può più restare inerte dinnanzi alla violenza di questa trasformazione climatica. Non possiamo continuare a parlare né di semplice disagio estivo né di emergenza climatica. Il cambiamento è già in atto e i suoi effetti sono gravissimi. Dobbiamo adattarci e lottare per contrastarlo. Chico Mendes, simbolo internazionale dell’ambientalismo, diceva che l’ecologismo, senza lotta di classe, non è altro che giardinaggio. Se ciò vale per la tutela dell’ambiente, negli ultimi anni stiamo riscontrando che è ancor più vero per il cambiamento climatico e per ciò che ne consegue. *Valerio Sinaj è dottorando di Diritto Internazionale, Diritti Umani e Cambiamento Climatico presso IUSS Pavia e l’Università degli Studi di Roma UnitelmaSapienza, nel quadro del programma nazionale PhD SDC. La sua ricerca si occupa dell’identificazione delle vittime di cambiamento climatico. Ha svolto periodi di ricerca presso le Università Panthéon Sorbonne e Panthéon-Assas di Parigi, l’Università di Utrecht e l’Università di Cambridge. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. 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October 28, 2026
Jacobin Italia
In Finlandia sono stati abbattuti 250 mila alberi per costruire un data center
La società che rappresenta Google in Finlandia, Tuike Finland, ha raso al suolo 330 ettari di foresta a Muhos, nel nord del Paese, per far posto a un nuovo data center. Il disboscamento è avvenuto nonostante l’azienda non disponesse della Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA), obbligatoria secondo la legge del Paese quando si eliminano in modo permanente più di 200 ettari di bosco. A sottolinearlo era stata, nel maggio di quest’anno, l’agenzia statale che vigila sui permessi ambientali, ma il monito era stato ignorato. Il taglio degli alberi, iniziato nel marzo scorso, si è concluso ad agosto. A ricostruire la vicenda è stato il quotidiano finlandese Helsingin Sanomat, che ha ottenuto gli atti pubblici della Lupa- ja valvontavirasto (LVV), l’agenzia che rilascia i permessi ambientali e ne controlla il rispetto. Il 30 aprile, a lavori già avviati, Tuike Finland ha chiesto all’LVV di esentarla dalla VIA nelle prime fasi del progetto, per ottenere i permessi «senza attendere» la procedura. La società e la sua consulente Ramboll sostenevano che la norma non li riguardasse perché inserita nel capitolo sul «prelievo di risorse naturali», mentre loro stavano costruendo, e che il bosco fosse già drenato. Il 22 maggio l’agenzia ha risposto senza ambiguità: la VIA «si applica direttamente» e per «ambiente forestale» si intendono anche i boschi sfruttati per il legname. Interpellata dal giornale sul fatto che il taglio sia stato fatto comunque, la dirigente dell’LVV Sari Myllyoja ha risposto: «Sembra proprio così». Nella replica inviata all’agenzia, Tuike Finland dice di assumersi «piena responsabilità» ma di aver agito in modo «del tutto legale» e indica in «poco meno di 200 ettari» l’area tagliata a Kajaani, il secondo sito, cioè appena sotto la soglia. Il 6 ottobre l’LVV aveva già ordinato a Tuike Finland di sospendere entro il 23 ottobre i lavori preparatori a Muhos e Kajaani fino al completamento delle valutazioni ambientali, minacciando sanzioni. Google aveva ammesso di essere stata «al di sotto dei propri standard». I due impianti fanno parte di un investimento da 13 miliardi di euro annunciato a settembre, che il governo di Petteri Orpo ha salutato come prova dell’attrattività del Paese. Il caso era stato sollevato a settembre dalla Lega finlandese per la conservazione della natura, che aveva chiesto di fermare il progetto. La tensione è alta anche in Comune. Il tecnico di Muhos che a giugno aveva autorizzato i lavori preliminari ha raccontato a Helsingin Sanomat di aver ricevuto pressioni «da tutte le parti», mentre chi guida l’ufficio edilizia, dopo aver detto alla tv pubblica che non avrebbe dato quel via libera, rischia il licenziamento: il Comune nega ogni legame con l’intervista. Il caso di Muhos è diventato il simbolo della corsa ai data center che ha fatto guadagnare alla Finlandia il soprannome di «Texas d’Europa»: il clima subartico permette di raffreddare i server con l’aria esterna, risparmiando acqua ed energia. Google è presente dal 2011 a Hamina, in un’ex cartiera raffreddata con l’acqua del Golfo di Finlandia, e a settembre ha firmato un contratto di 22 anni con l’azienda energetica Fortum per l’elettricità della centrale nucleare di Loviisa, che secondo Google copre circa il 10% dei consumi del Paese. La crescita però preoccupa. Oltre 96.000 cittadini hanno firmato un’iniziativa popolare, ora diretta al Parlamento, che chiede un contributo a carico dei data center, garanzie perché non facciano salire le bollette di famiglie e imprese e risarcimenti alle comunità locali per i danni ambientali, sul modello dell’Irlanda, che ne limita l’allacciamento alla rete elettrica. E il 22 ottobre il governo ha presentato una legge che, dall’aprile 2027, imporrà agli investitori stranieri un permesso statale per i data center sopra i 100 megawatt, per ragioni di sicurezza nazionale. È lo stesso scontro che attraversa gli Stati Uniti e la Lombardia, mentre in Italia il governo ha scelto di dimezzare i tempi della valutazione ambientale per questi impianti. The post In Finlandia sono stati abbattuti 250 mila alberi per costruire un data center appeared first on L'Indipendente.
October 27, 2026
L'INDIPENDENTE