Amazon intorbidisce le acque
Articolo di Lavinia Ferrone
Il cloud non davvero è una nuvola inafferabile, ma un’infrastruttura fatta di
cemento, cavi, generatori e acqua. In una contea rurale dell’Oregon,
l’espansione dei data center di Amazon si è intrecciata con un disastro già in
corso nelle falde, accelerando un ciclo di contaminazione da nitrati che
colpisce la popolazione.
Una crisi silenziosa, passata inosservata per anni anche se è sotto gli occhi di
tutti, come fa l’acqua quando corre lungo le tubature sotterranee. Arriva nelle
case della gente e il suo essere insapore, inodore e incolore è in grado di
nascondere tra le molecole della sua memoria altre sostanze, atomi che ci
restano impigliati a causa di interazioni deboli, elettrostatiche, eppure
letali.
L’inquinamento ambientale sistemico, radicato nel cuore della contea di Morrow –
zona rurale e agricola dell’est dell’Oregon – è diventato negli ultimi anni
simbolo dei rischi legati alla corsa globale alla digitalizzazione. Nel 2022 Jim
Doherty – allevatore e commissario della contea, Repubblicano – si rende conto
di avere sempre la stessa conversazione: adulti sani, persone giovani, si
ammalano di patologie croniche, sviluppano tumori o perdono organi vitali. Ciò
che colpiva di quelle conversazioni era il modo in cui le persone le collegavano
a un problema relativo all’acqua della zona. Doherty capiva a cosa si
riferivano: la falda acquifera della contea era stata contaminata dai nitrati –
un sottoprodotto dei fertilizzanti chimici utilizzati dalle mega-fattorie e
dagli stabilimenti di trasformazione alimentare dove lavorava la maggior parte
dei suoi concittadini.
La falda acquifera sotto la contea di Morrow, nota come bacino Lower Umatilla, è
l’unica fonte d’acqua per ben 45.000 residenti nella contea e dintorni, la
maggior parte dei quali si affida a pozzi che attingono da quel bacino. Dal
1991, i funzionari del Department of Environmental Quality (Deq) dell’Oregon
raccolgono campioni da questa falda che mostrano un aumento lento ma costante di
sostanze chimiche tossiche nell’acqua.
Doherty, allarmato, avvia con l’ufficio sanitario locale un’indagine su 70
pozzi: 68 risultano contaminati da nitrati a livelli superiori rispetto ai
limiti di sicurezza.
Il nitrato (NO3–) e la sua forma ridotta, il nitrito (NO2–), è una fonte di
azoto immediatamente disponibile per le piante che lo utilizzano per la sintesi
della clorofilla, quel pigmento verde necessario per la fotosintesi
clorofilliana. L’impiego dei nitrati come fertilizzanti agricoli è un modo
efficace per aumentare rapidamente la resa dei raccolti. Negli ultimi anni,
però, è emerso che un’esposizione elevata – per esempio attraverso il consumo
prolungato di acqua contaminata – può comportare rischi per la salute umana; per
questo l’Organizzazione mondiale della sanità ha indicato soglie massime di
sicurezza. Nel nostro organismo il nitrato, trasformato in nitrito, può dare
origine a composti N-nitrosi, o nitroderivati (NOCs, N-nitroso compounds):
molecole instabili e altamente reattive capaci di interagire con il Dna e
danneggiarlo. Se questo danno non viene riparato correttamente, può fissarsi
come mutazione: un’alterazione inizialmente transitoria della sequenza può
diventare permanente e venire trasmessa alle cellule figlie, aumentando nel
tempo la probabilità di trasformazione tumorale. I nitroderivati sono
considerati particolarmente problematici perché possono favorire stati
infiammatori e, in alcune condizioni, presentare effetti avversi sullo sviluppo
fetale e infantile. Studi epidemiologici hanno inoltre messo in associazione
un’esposizione cronica a nitrati/nitriti e NOCs con un aumento del rischio di
alcuni tumori (in particolare gastrici e del colon-retto, ma anche tiroidei e
renali) e con esiti riproduttivi avversi, come nascite premature, malformazioni
fetali e aborti spontanei.
IL DISASTRO IN OREGON
In Oregon le fonti di contaminazione non mancano: Morrow è sede di alcune delle
più grandi aziende agricole (tra queste, Lamb Weston, che fornisce praticamente
tutte le patate per le patatine fritte di McDonald’s) e zootecniche del
Nord-Ovest americano, attratte da un terreno reso fertile artificialmente grazie
a un massiccio sistema di irrigazione costruito negli anni Novanta per
compensare le condizioni aride e renderlo più produttivo. Un maggiore flusso
d’acqua significava che le grandi aziende agricole potevano utilizzare
fertilizzanti nei campi tutto l’anno.
Ogni giorno mega-fattorie, allevamenti intensivi e impianti di lavorazione
alimentare della contea convogliano milioni di litri di acque reflue al Porto di
Morrow, sul fiume Columbia. Qui vengono stoccate in enormi bacini coperti da
teloni, dove i solidi affioranti vengono in parte degradati dai microbi
producendo metano, poi bruciato attraverso piccoli camini. L’acqua restante
rimane carica di residui di azoto – fertilizzanti, letame e materiali vegetali –
e viene quindi ripompata sui campi senza costi per gli agricoltori: un riciclo
che semplifica la gestione dei reflui per il Porto e fornisce alle aziende un
flusso costante di acqua fertilizzata che, nel suolo, può trasformarsi in
nitrati e raggiungere la falda.
Il disastro ambientale, già in corso da anni, ha subito un’accelerazione con
l’arrivo di Amazon. Dal 2011, il colosso tecnologico ha costruito sette data
center nella contea, ottenendo forti agevolazioni fiscali da parte delle
autorità locali (una moratoria sulle imposte della durata di 15 anni per ciascun
edificio). La promessa era quella di diversificare l’economia locale, troppo
dipendente dall’agricoltura. Ma mentre Amazon beneficiava di oltre 100 milioni
di dollari in esenzioni, la comunità si trovava a dover affrontare nuove
criticità a livello ambientale.
I data center pompano ogni anno decine di milioni di galloni d’acqua dalla falda
per raffreddare le apparecchiature informatiche, acqua che poi viene convogliata
nel sistema di acque reflue del Porto di Morrow. Tutta l’acqua proveniente dai
data center si mescola con le acque reflue già contaminate nelle lagune,
aumentando ulteriormente il volume di acqua che viene infine smaltito sui
campi.
Come spiega Greg Pettit, che ha lavorato per 38 anni al Deq ed è stato
responsabile dello sviluppo del programma sulla qualità delle acque sotterranee
dell’Oregon, «più acqua metti sui campi, più velocemente spingi l’azoto
attraverso il suolo e giù nella falda».
Chad Gubala, un idrologo che dal 2018 al 2022 ha gestito per il Deq dell’Oregon
la supervisione sul permesso per le acque reflue del Porto di Morrow, è
ugualmente critico rispetto al modo in cui, storicamente, il Porto ha gestito
l’enorme volume di acque reflue, irrorando i campi nei freddi mesi invernali,
anche quando non c’erano colture in campo. «Gli agricoltori e il personale del
Porto sostenevano che mantenere l’irrigazione durante la stagione non vegetativa
fosse una cosa ragionevole per tenere il suolo ‘in condizioni appropriate’,
dicevano, così da essere pronti per la semina primaverile e la crescita precoce.
Ma, in pratica, era una montagna di stronzate, un modo per mantenere uno scarico
continuo di acque reflue tutto l’anno dalle loro strutture» (in un comunicato
del 30 ottobre, il Porto ha promesso di porre fine a questa pratica a partire da
quest’inverno. La direttrice esecutiva del Porto, Lisa Mittelsdorf, ha
dichiarato a Rolling Stone che «il Porto e il Deq hanno lavorato insieme per
vietare l’applicazione a terra di acque reflue industriali durante la stagione
non vegetativa»).
La continua irrorazione durante i mesi invernali aiutava il Porto e Amazon a
gestire lo straordinario volume di acque reflue proveniente da aziende agricole
e data center, ma ha fatto scattare campanelli d’allarme tra gli analisti del
Deq. La pratica dell’irrigazione invernale «rappresenta un rischio significativo
per le acque sotterranee», ha scritto in un’e-mail del 2023 Larry Brown,
specialista di salute ambientale del Deq, riassumendo le preoccupazioni che
aveva già espresso ai dirigenti del Deq l’anno precedente. «[Deve] essere
eliminata gradualmente il prima possibile». Quegli avvertimenti furono ignorati.
Con l’aumento dei nitrati nella falda, persino l’acqua apparentemente pulita che
il Port prelevava dai pozzi più profondi – usata per servire i grandi clienti
industriali come Amazon – è diventata contaminata. Ben presto, Amazon si è
ritrovata a usare acqua con fino a 13 ppm di nitrati, al di sopra dei limiti
federali e statali, per raffreddare i propri data center. Quando quell’acqua
contaminata attraversa i data center per assorbire il calore dei server, una
parte dell’acqua evapora, ma i nitrati restano, aumentando ulteriormente la
concentrazione. Ciò significa che, quando l’acqua inquinata esce dai data center
e rientra nel sistema di acque reflue, è ancora più contaminata, arrivando
talvolta a una media di 56 ppm, otto volte il limite di sicurezza dell’Oregon.
Nel giugno 2022, Doherty propose di dichiarare lo stato di emergenza sanitaria,
ma a ostacolarlo fu soprattutto il timore, da parte del mondo agricolo e
industriale locale, che un intervento statale potesse limitare o bloccare le
attività produttive. Il dibattito evidenziò uno squilibrio sociale: mentre il
30% dei residenti viveva in case mobili con pozzi contaminati e senza
alternative sicure, la minoranza più ricca – dirigenti agricoli e industriali –
abitava in quartieri forniti da acquedotti municipali che pescavano da strati
idrici più profondi e meno inquinati.
Nonostante le opposizioni, la dichiarazione fu approvata da una parte del
consiglio locale, consentendo di attivare fondi pubblici per la distribuzione di
acqua pulita e per l’analisi dei pozzi privati. L’intervento dello stato, però,
fu modesto. Secondo alcuni osservatori, la debole risposta delle autorità fu il
risultato di pressioni informali da parte di lobby agricole e industriali,
preoccupate di tutelare l’immagine e gli affari delle imprese locali. In questo
clima di tensione, molti lavoratori – spesso immigrati e privi di documenti –
temevano di esporsi. Le grandi aziende offrirono sostegno alle famiglie ma
evitarono di riconoscere legami con l’inquinamento. Neppure le istituzioni
locali riconobbero un proprio ruolo, nonostante violazioni ambientali
documentate. Amazon sostenne iniziative sociali ma negò ogni responsabilità,
affermando di non utilizzare nitrati nei propri processi.
I pozzi privati contaminati restano tuttora privi di una soluzione strutturale:
molte famiglie ricevono acqua in bottiglia per cucinare e bere, ma non ci sono
ancora piani pubblici per la bonifica dell’acquifero.
La crisi idrica della contea di Morrow, quindi, non è stata solo una questione
ambientale e sanitaria. Ha messo in luce una rete di interessi economici,
disuguaglianze sociali e conflitti di potere. Mentre le comunità più vulnerabili
lottavano per accedere a un bene essenziale come l’acqua pulita, i vertici
industriali e politici manovravano per proteggere investimenti e consenso.
Doherty, figura solitaria e osteggiata, ha cercato di porre al centro la salute
pubblica. Ma la sua battaglia si è scontrata con un sistema consolidato in cui
l’emergenza ambientale è stata negata o depotenziata per preservare l’ordine
economico esistente.
La storia della contea si chiude (per ora) con una consapevolezza amara: quella
di una comunità sacrificata in nome degli interessi aziendali, in cui il prezzo
dell’innovazione è stato scaricato silenziosamente sull’ambiente e sulla salute
pubblica. Ma il caso rappresenta anche un monito per il futuro, in un contesto
globale in cui i data center – infrastrutture sempre più diffuse – continuano a
insediarsi in territori agricoli o idricamente fragili. Raccontarla oggi
significa provare a prevenire, altrove, ciò che in Oregon è ormai cronaca.
AMAZON A MILANO
Negli ultimi anni l’area metropolitana di Milano è stata interessata da diversi
sviluppi infrastrutturali e ambientali che contribuiscono a delineare un
contesto territoriale in evoluzione. Tra questi rientra il progetto di Amazon
Web Services, che ha avviato la realizzazione di un nuovo campus di data center
nei comuni di Rho e Pero. L’insediamento occuperà un’area di circa 100.000 m² e
comprenderà due edifici principali. Come noto, i data center richiedono ingenti
quantità di energia e di acqua per il raffreddamento dei server; per questo la
Regione Lombardia, nel novembre 2025, ha aggiornato le linee guida per la loro
localizzazione, introducendo criteri più restrittivi e favorendo tecniche di
raffreddamento che non impieghino acqua potabile di acquedotto.
Parallelamente, il territorio lombardo sta affrontando la sfida della scarsità
idrica accentuata dai cambiamenti climatici. In risposta, si stanno sviluppando
iniziative per il riuso in agricoltura delle acque reflue depurate. L’acqua
trattata nei depuratori – non potabile ma bonificata – viene utilizzata per
irrigare i campi, contribuendo sia al risparmio di risorse idriche sia alla
riduzione dell’impatto dei fertilizzanti. Un esempio significativo è il progetto
pilota di Peschiera Borromeo, dove l’acqua depurata viene destinata alle aziende
agricole locali sotto rigorosi controlli di qualità. Risultati positivi stanno
favorendo l’estensione di questo modello, mentre altri depuratori – come quelli
di Assago, Rozzano e Basiglio – adottano già forme di riuso in ambito agricolo o
civile. Queste pratiche si inseriscono nel quadro normativo europeo rafforzato
dal Regolamento (Ue) 2020/741, che promuove soluzioni di economia circolare per
una gestione più sostenibile delle risorse idriche.
Sul piano ambientale, un altro tema rilevante nella zona riguarda l’inquinamento
delle acque da nitrati, storicamente legato soprattutto all’uso di fertilizzanti
e reflui zootecnici. Oltre il 60% della pianura lombarda è classificata come
Zona Vulnerabile ai Nitrati secondo la normativa europea. I monitoraggi recenti
evidenziano un generale miglioramento della qualità delle acque, pur con
persistenti criticità nelle aree a più alta intensità agricola. L’area di
Rho-Pero rientra tra le zone vulnerabili, con valori indicativi intorno ai 30
mg/L nelle analisi dell’acquedotto: livelli inferiori al limite di legge, ma
rappresentativi di una situazione da mantenere sotto osservazione, come in gran
parte del territorio regionale.
Questi elementi, pur riguardando ambiti distinti, contribuiscono a delineare un
quadro territoriale complesso, in cui diversi processi di sviluppo e tutela
ambientale procedono in parallelo e che sarà importante monitorare per
assicurare il rispetto dell’ambiente e della salute pubblica.
*Lavinia Ferrone lavora come ricercatrice in Biochimica all’Università di Bari
Aldo Moro. Si occupa di divulgazione scientifica intorno al tema del cancro. Ha
tradotto il libro di Athena Aktipis Secondo natura. Come l’evoluzione ci aiuta a
ripensare il cancro (effequ).
L'articolo Amazon intorbidisce le acque proviene da Jacobin Italia.