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DEPURATORE DEL GARDA. PRESENTATO IL PROGETTO DEFINITIVO, I COMITATI: “NESSUNA FORMA DEMOCRATICA DI PARTECIPAZIONE”
Il progetto definitivo del maxi depuratore del Garda è stato dettagliato in mattinata durante un incontro pubblico al quale hanno preso parte i sindaci e parte della cittadinanza. L’appuntamento con la presentazione del progetto di fattibilità tecnica economica presentato questa mattina al Brixia Forum, era stato indetto dal Prefetto-Commissario Andrea Polichetti e già anticipato alla stampa. Ora alla mega opera manca soltanto la Valutazione d’impatto ambientale e la Conferenza dei servizi, in programma per settembre. Esultano gli storici sostenitori del progetto, in primis la presidente della Comunità del Garda Mariastella Gelmini, che insiste sulla necessità dell’opera “per il bene dei territori”. I comitati ambientalisti e il Presidio 9 agosto si dicono invece determinati a continuare la mobilitazione. All’incontro di stamane era presente anche Alessandro Scattolo del Presidio 9 agosto, che ai nostri microfoni ha sottolineato come “non sia stato possibile porre domande” al Prefetto-Commissario. Ha ricordato inoltre come il “megadepuratore sia un’opera inutile, costosa e dannosa. Il Garda ha già un depuratore a Peschiera e va potenziato” senza impattare sull’ambiente e sulle bollette di Acque Bresciane. Il commento a caldo, al termine della presentazione durata oltre due ore e mezza, di Alessandro Scattolo del Collettivo gardesano autonomo e del Presidio 9 agostoAscolta o scarica Il resoconto più dettagliato con le osservazioni critiche di Alessandro Scattolo del Collettivo gardesano autonomo e del Presidio 9 agosto Ascolta o scarica Con la scelta del progetto cui terminale sarà a Esenta di Lonato, il costo totale del depuratore, è stato sottolineato anche in conferenza stampa dal Prefetto-Commissario Andrea Polichetti, è lievitato di oltre 100 milioni di euro: il conto finale di tutto il sistema, diviso in tre lotti, sarà di 314 milioni. Lo pagheranno nella bolletta i cittadini di tutta la Provincia di Brescia. Altre risorse sono state stanziate dal governo (90 milioni), altre sono state promesse ma non ancora reperite. Anche la tassa di soggiorno finanzierà, forse, parte dell’opera. I Comuni gardesani hanno infatti ribadito il loro impegno, senza però definire il loro contributo.
July 30, 2026
Radio Onda d`Urto
Verdi ed Europa Verde: depositate le osservazioni al progetto di Hera di incremento dei rifiuti per l’inceneritore di Forli’
I Verdi hanno trasmesso un corposo documento che mette in evidenza carenze, limiti e insostenibilità del progetto di Herambiente di aumentare la quantità di rifiuti da incenerire nell’impianto di via Grigioni. Il termine è ordinatorio e secondo una prassi consolidata anche le osservazioni depositate oltre il limite fissato dovrebbero essere esaminate ed abbiamo voluto dichiarare ancora una volta formalmente la contrarietà dei Verdi sia all’inceneritore sia all’attuale progetto di aumento di 30.000 tonnellate di rifiuti da incenerire. L’osservazione preliminarmente mette in evidenza che il progetto contrasta alla radice con impegni politici, documenti votati all’unanimità in assemblea legislativa regionale, pubbliche dichiarazioni del Presidente della giunta regionale, impegni deliberati all’unanimità da tutte le forze politiche presenti in consiglio comunale e condivisi dalle totalità delle associazioni ambientaliste. I cittadini, le forze politiche e le associazioni hanno fatto affidamento ai pubblici impegni assunti dai rappresentanti regionali che prevedevano in tempi ragionevoli la chiusura dell’impianto esistente. Questo progetto permetterebbe di superare i limiti fin qui previsti per la vita futura dell’inceneritore, trasformandolo di fatto in un impianto funzionale al teleriscaldamento della città e rendendolo così necessario in futuro, in modo tale da non essere più vincolato ai limiti di un piano regionale dei rifiuti. La multiutility otterrebbe senza gare un altro servizio da fornire in regime di monopolio a imprese, pubbliche amministrazioni e cittadini, superando gli obblighi di concorrenza che la legislazione europea e nazionale impone. “Ci auguriamo che il Comune di Forlì mantenga con nettezza e con solide argomentazioni il proprio parere contrario e lo depositi ben motivato in Conferenza di Servizi, come prevede la procedura di legge – hanno dichiarato i portavoce – augurandoci che anche altri soggetti coinvolti in Conferenza vogliano esprimere il parere negativo che il progetto proposto merita”. L’osservazione si fonda su sette pilastri che contestano radice il progetto di incremento dei rifiuti da 120.000 tonnellate/anno (attuale limite autorizzativo) a circa 150.000 t/a. lI progetto viola il piano regionale dei rifiuti. L’aumento di 30.000 t non è giustificato né previsto dal piano regionale dei rifiuti che stabilisce che l’impianto di via Grigioni debba trattare al massimo 120.000 tonnellate soddisfacendo così il fabbisogno di trattamento dei rifiuti urbani nel territorio delle province di Forlì- Cesena e Ravenna. Va valutato l’impatto cumulativo. L’aumento del 25% di questo impianto si aggiunge anche alla attività di incenerimento di 32.000 tonnellate/anno di rifiuti pericolosi ospedalieri della adiacente azienda Eridania ambiente, gran parte dei quali provenienti da altre regioni. Poiché gli inquinanti emessi dai 2 inceneritori si vanno a cumulare presso i ricettori sensibili esposti ad entrambi gli impianti, determinando nel complesso un impatto significativo in particolare per le matrici ambientali, la Valutazione di Impatto Ambientale deve comunque riferirsi al cumulo degli impatti. L’aumento delle quantità di rifiuti inceneriti peggiora la qualità dell’aria, aumenta gli inquinanti e i gas serra La qualità dell’aria dell’intera pianura padana è considerata scientificamente una delle peggiori dell’intero pianeta e non si può sostenere che sia irrilevante l’aggiunta di altre emissioni. Anche le emissioni di CO2 in Emilia-Romagna sono ben lontane dagli obiettivi che la Regione si è imposta per rispettare i target europei al 2030 e 2050 e ciò esclude che ai quantitativi di gas serra attualmente emessi se ne possano aggiungere altri. Non è consentita la modifica delle tipologie di rifiuti da incenerire tanto più che si prevede di abbassare la temperatura dei fumi con la conseguenza di concentrare l’inquinamento nella prossimità dell’inceneritore In particolare risulta assai negativa l’istallazione di uno scambiatore di calore che determina un abbassamento di 40 gradi della temperatura dei fumi in uscita dal camino, che ha l’effetto di concentrare gli inquinanti in ricaduta a terra in un’area geografica più ristretta. La compensazione prevista in realtà è inesistente Infatti la richiesta di autorizzare come compensazione dell’aumento di inquinamento la rete di teleriscaldamento ha come conseguenza il prolungamento della vita dell’impianto che si sarebbe dovuto chiudere in pochissimi anni, configurandosi come una nuova attività aggiuntiva a quella di incenerimento. L’estensione dell’utilizzo del servizio di teleriscaldamento dipende dalla volontà dei clienti, che possono scegliere di non utilizzarlo, e quindi si tratta di elementi non misurabili e aleatori, privi della garanzia di una reale continuità nel tempo, e quindi non si può considerare come compensazione. Alessandro Ronchi e Maria Grazia Creta, Europa Verde – Verdi Forlì Redazione Romagna
July 28, 2026
Pressenza
Una mensa in canapa per l’asilo: il progetto pugliese che guarda al futuro
A Casarano, in provincia di Lecce, sono pronte entrambe le mense scolastiche costruite con un materiale che assorbe più CO₂ di quanta ne venga prodotta in tutto il processo: la canapa unita ad acqua e calce, l’unico sistema costruttivo davvero carbon negative. I lavori, durati poco più di un anno, sono iniziati nel maggio del 2025 per concludersi a luglio 2026, come certificato dalla relazione dell’ingegner Alessandro Astore, responsabile unico del procedimento, che ha seguito i cantieri dall’avvio all’ultimo sopralluogo. Le due opere, finanziate dal PNRR con 840mila euro per via Agnesi e 555mila per via IV Novembre, fanno parte di un progetto più ampio messo in campo dall’amministrazione guidata dal sindaco Ottavio De Nuzzo, che aveva scelto la bioedilizia per queste due opere pubbliche. Le pareti della mensa di via Agnesi sono monolitiche, spesse 40 centimetri, gettate in opera con un composto di calce e canapa che garantisce traspirabilità e comfort termo-igrometrico. La copertura, con travi curve e arcarecci in legno lamellare, è isolata ad alte prestazioni e rifinita in lamiera. Un tunnel in legno collega il nuovo edificio alla scuola esistente, in modo che i bambini raggiungano il refettorio senza mai uscire dal percorso protetto del plesso. L’edificio non utilizza combustibili fossili: è alimentato solo a energia elettrica, con un impianto fotovoltaico in copertura e un sistema di accumulo che lo fanno rientrare negli standard NZEB, gli edifici a energia quasi zero. Alla fase preliminare di studio della struttura in calce-canapa ha contribuito, sul piano tecnico, Emilio Sanapo di Messapia Style, azienda salentina che dal 2015 costruisce case in canapa e calce nel basso Salento e che negli anni ha fatto scuola anche fuori dai confini regionali, fino a comparire tra i casi studio internazionali della Parsons Healthy Materials Lab di New York. Non è un dettaglio da poco che un ente pubblico abbia scelto questo materiale per un edificio scolastico. Il canapulo, che è la parte legnosa della canapa, viene unito ad acqua e calce per dar vita a questo materiale che toglie dall’atmosfera più CO2 di quanta ne produca durante l’intero processo, dalla semina delle piante in opera del biocomposito. La canapa infatti assorbe, in media, quattro volte la CO2 di un albero, e continua a farlo anche una volta trasformata in materiale da costruzione: lo conferma uno studio recente dell’Università di Belgrado, che ha misurato un bilancio di CO₂ netto negativo sull’intero ciclo di vita degli edifici in calce e canapa. Numeri che pesano, ancor di più se confrontati con quelli dell’edilizia tradizionale, responsabile secondo la Global Alliance for Buildings and Construction del 39% delle emissioni globali di CO2. C’è poi la parte che riguarda chi in quegli ambienti ci vive, o in questo caso ci mangia e ci gioca: la calce canapa regola naturalmente l’umidità, impedisce la formazione muffe, isola dal caldo e dal freddo abbattendo i consumi energetici, ed è resistente al fuoco e ai terremoti. Le pareti hanno uno sfasamento termico che, secondo i dati diffusi dalla stessa Messapia Style, sfiora le 18 ore: il calore del pomeriggio estivo arriva dentro l’edificio quando fuori è già notte, e nel frattempo si è dissolto. La stessa massa che d’estate rallenta l’ingresso del calore, d’inverno lo trattiene: il risultato è un fabbisogno energetico più basso in entrambe le stagioni, e quindi bollette più leggere tutto l’anno, non solo nei mesi più caldi. Sono le stesse proprietà che da un decennio l’azienda promuove nelle abitazioni private del Salento, e che ora, per la prima volta a Casarano, entrano in un cantiere pubblico, dentro una scuola. Non è la prima volta che la Puglia fa da apripista in questo campo: nel basso Salento sono nate le prime abitazioni italiane in canapa e calce, e a Bisceglie sorge Case di Luce, uno dei complessi di bioedilizia in canapa più grandi d’Europa. Con via Agnesi e via IV Novembre, Casarano può dire di aver realizzato, con fondi PNRR, due edifici scolastici pubblici capaci di dimostrare, numeri alla mano, che si può costruire senza cemento e senza petrolio, a parità di costo, con vantaggi tangibili per tutti. The post Una mensa in canapa per l’asilo: il progetto pugliese che guarda al futuro appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 27, 2026
L'INDIPENDENTE
Diciotto mesi dopo la sentenza Cedu. Cosa sta cambiando nella Terra dei Fuochi?
(disegno di naum) A quasi diciotto mesi dalla pronuncia con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha condannato l’Italia per non aver protetto la vita delle popolazioni della Terra dei Fuochi, è tempo di tracciare un primo bilancio del percorso intrapreso. Occorre farlo numeri alla mano, riconoscendo con oggettività ciò che si sta facendo, senza sottrarre lo sguardo da ciò che resta ancora incompiuto. La decisione di affidare il coordinamento degli interventi al Commissario unico per la bonifica delle discariche e dei siti contaminati, struttura incardinata presso la Presidenza del consiglio dei ministri e guidata dal generale Giuseppe Vadalà, è stata inizialmente accolta con diffidenza da una parte significativa dei comitati attivi nella Terra dei Fuochi. Una diffidenza tutt’altro che pregiudiziale, maturata piuttosto nella lunga e controversa storia della gestione straordinaria dei rifiuti in Campania. Dal 1994 la regione è stata attraversata da emergenze, poteri eccezionali e commissariamenti, dapprima per la gestione dei rifiuti urbani, poi per fronteggiare gli effetti prodotti dallo smaltimento illecito dei rifiuti speciali. L’autonomia del giudizio impone di riconoscere i primi risultati, senza rinunciare a mettere in luce le contraddizioni che accompagnano il percorso. La struttura ha seguito in maniera coerente le direttrici indicate dalla sentenza e recepite nel Piano d’azione presentato al comitato dei ministri del Consiglio d’Europa. Sono state avviate le rimozioni dei rifiuti abbandonati in superficie, sottraendo materiale ai roghi tossici e intervenendo su situazioni che per anni erano rimaste immobili. Sono stati censiti 418 siti di abbandono, 246 dei quali sono stati sottoposti a sopralluogo; al 23 giugno 2026 risultano rimosse oltre 7.159 tonnellate di rifiuti in 80 siti distribuiti in 34 comuni. È stato inoltre riportato al centro dell’azione pubblica il lavoro di indagine sui terreni agricoli; sono state riattivate o accelerate le procedure di caratterizzazione delle discariche storiche e dei siti contaminati; è stato firmato un protocollo con l’Istituto superiore di sanità (Iss) per aggiornare il quadro conoscitivo sanitario, integrare dati epidemiologici e ambientali e predisporre un nuovo studio a supporto delle misure richieste dalla Cedu, sulla falsariga dello studio che l’Iss ha pubblicato nel 2020 in collaborazione con la Procura di Napoli Nord. Questo va riconosciuto. E il fatto stesso che sia necessario sottolinearlo rivela quanto questi territori siano stati disabituati alla continuità dell’intervento pubblico, di fronte al fatto che una struttura dello Stato, quando interviene sull’inquinamento ambientale, sta solo facendo il proprio dovere, cominciando a restituire ciò che per decenni è stato negato in termini di tutela della salute, sicurezza ambientale, informazione pubblica e risanamento ecologico. Il punto vero, però, è valutare gli atti, le risorse, i risultati e le responsabilità. Ed è qui che cominciano le criticità. La struttura commissariale ha dichiarato un impegno economico complessivo per i prossimi anni di 329 milioni di euro, di cui 28 per le rimozioni e la riqualificazione dei primi 80 siti, 101 per caratterizzazioni e interventi su 32 grandi aree contaminate e 200 destinati alle successive opere di bonifica o messa in sicurezza definitiva. Di questa cifra, sono arrivati i primi 30 milioni di euro, mentre sono in programmazione 100 milioni per il 2026 e altrettanti per il 2027. La stessa ricognizione commissariale, tuttavia, stima in 2 miliardi e 527 milioni di euro il fabbisogno relativo ai soli 71 siti contaminati di competenza pubblica. A questa cifra si aggiungono circa 76,7 milioni per i terreni agricoli e 30 milioni per la rimozione dei rifiuti abbandonati in superficie. Il fabbisogno complessivo individuato supera quindi i 2,6 miliardi di euro. Che cosa rappresentano, allora, le risorse finora messe in campo, se non una prima e ancora insufficiente anticipazione rispetto alle esigenze di quasi tre milioni di persone che vivono nei territori contaminati? Qualcuno potrebbe appassionarsi alla questione contabile. Ciò che emerge davvero, però, è la misura della distanza tra il bisogno politico del governo di mostrare risultati dinanzi al Consiglio d’Europa e l’esigenza reale dei territori di una politica capace di durare nel tempo, attraversare la complessità delle matrici ambientali e accompagnare le indagini fino alle bonifiche. La distanza non riguarda soltanto la quantità delle risorse disponibili, ma anche la qualità e la velocità degli interventi. Se sul fronte dei rifiuti abbandonati in superficie l’azione commissariale ha mostrato un impegno visibile, le procedure di caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica delle discariche e dei siti contaminati continuano ad avanzare con il contagocce, ancorché qui si concentri il dramma più profondo della Terra dei Fuochi. Peraltro, in alcuni casi una parte delle indagini era già stata eseguita molti anni prima, impiegando consistenti risorse pubbliche, senza che alle attività conoscitive seguissero le necessarie opere di messa in sicurezza o bonifica. Oggi si spende nuovamente per aggiornare il quadro, mentre gli interventi definitivi continuano a essere rinviati a una fase dove, scaduti i termini della sentenza, non vi è certezza dell’intervento pubblico. Come non vi è certezza alcuna della durata temporale dell’intervento commissariale. Questa problematica è resa ancora più evidente dalle nuove criticità relative alla qualità delle acque sotterranee, emerse solo pochi mesi fa dal programma di monitoraggio della Regione Campania in collaborazione con l’Università Federico II. Le analisi hanno rilevato superamenti delle concentrazioni soglia di contaminazione nelle acque sotterranee per il tricloroetilene e il tetracloroetilene, sostanze utilizzate nei processi industriali e classificate rispettivamente come cancerogena e probabile cancerogena. Le criticità più significative si concentrano proprio nei territori della Terra dei Fuochi, con superamenti registrati, tra gli altri, a Villa Literno, Giugliano, Aversa, Casal di Principe, Casapesenna, Castel Volturno, Acerra e Succivo. La Federico II aveva già trasmesso alla Regione, il 20 febbraio 2026, la richiesta di adottare azioni immediate di sanità pubblica. La Regione ha riconosciuto l’esistenza di criticità, disponendo il rafforzamento dei controlli sanitari, ambientali e sulle filiere agricole e zootecniche. Il problema riguarda soprattutto i pozzi privati, spesso utilizzati per l’irrigazione o altri usi non domestici. Le interdizioni all’utilizzo dei pozzi stanno infatti divenendo uno degli effetti più visibili di questa nuova emergenza. In questo rovente mese di luglio, ad Acerra, il Comune ha disposto la chiusura di altri sette pozzi dopo il riscontro di concentrazioni di tricloroetilene e tetracloroetilene superiori ai limiti, portando a nove il numero dei pozzi interdetti nel territorio comunale. Anche in altri comuni interessati dai superamenti si moltiplicano i controlli e l’interdizione cautelativa dei pozzi privati. Il rapporto tra contaminazione dei terreni e qualità delle acque sotterranee, tuttavia, non emerge come una priorità della strategia di governo, rendendola di fatto anacronistica rispetto alla mutevolezza del quadro di indagine nei territori di Napoli e Caserta. A oggi siamo ancora nel guado di una rincorsa del problema e di una gestione cautelativa ex post, mentre si fa sempre più pressante un intervento sulle cause della diffusione di tricloroetilene, tetracloroetilene e degli altri contaminanti, e su quali interventi di contenimento e bonifica siano praticabili. Diversamente, il costo di una non tempestiva gestione del problema piomberà, ancora una volta, sulle comunità e sulle produzioni agricole. C’è poi il tema dei roghi di rifiuti. Se è vero che i dati delle prefetture di Napoli e Caserta restituiscono, nel medio periodo, una riduzione del numero degli incendi, è altrettanto vero che la diminuzione degli episodi non è di per sé evocativa della risoluzione del problema. I maxi-roghi verificatisi recentemente tra Giugliano e Scampia, così come i roghi di Acerra e di altri territori puntualmente vessati dal fenomeno, dimostrano che esso conserva una capacità di produrre eventi di grande intensità, e dunque di continuare a esporre intere aree abitate agli effetti della combustione incontrollata di plastiche, pneumatici, tessuti, apparecchiature elettriche e altri rifiuti urbani e speciali. Inoltre, il dato statistico rilevato all’interno del perimetro storico della Terra dei Fuochi rischia di nascondere una trasformazione più complessa. Le accelerazioni dell’ultimo anno dimostrano che il fenomeno ha cambiato forma, scala e geografia. Insieme ai roghi di rifiuti nei contesti periurbani, hanno acquisito rilevanza gli incendi che interessano impianti di trattamento e stoccaggio, depositi di mezzi, capannoni e nodi intermedi della filiera dei rifiuti. In questi casi bruciano concentrazioni molto più rilevanti di materiali combustibili, con incendi difficili da spegnere, prolungati nel tempo e potenzialmente capaci di produrre una contaminazione atmosferica su scala sovracomunale. È quanto sta accadendo da qualche tempo nell’Agro Caleno in funzione dell’espansione settentrionale del problema. Il maxi-incendio dell’agosto 2025 nell’azienda di stoccaggio Campania Energia, tra Teano e Riardo, ha interessato un enorme accumulo di rifiuti speciali, richiedendo quattordici giorni di intervento e determinando concentrazioni di diossine e furani superiori al valore di riferimento utilizzato dalla comunità scientifica. A questo episodio si aggiungono i ripetuti incendi che negli anni hanno coinvolto altri impianti, come Gesia di Pastorano e le criticità riscontrate nelle attività di gestione dei rifiuti presenti tra Vitulazio, Pignataro Maggiore, Sparanise e gli altri comuni dell’area. Non a caso, nel marzo 2026, la prefettura di Caserta ha esteso i controlli proprio sulla filiera delle imprese nell’Agro Caleno e nel Medio Volturno. Lo spostamento del fenomeno si allarga anche a est e nord-est del perimetro storico di Terra dei Fuochi. Una dinamica analoga sta emergendo in Puglia, dove la sequenza di incendi che interessa impianti, depositi e siti di stoccaggio sta segnando in maniera inquietante l’estate in corso. Nel giro di poche settimane, un grande incendio ha coinvolto ecoballe di plastica in un impianto di stoccaggio a Francavilla Fontana, imponendo limitazioni precauzionali nel raggio di due chilometri; a Manduria sono stati distrutti dalle fiamme sette autocompattatori all’interno del deposito dell’azienda incaricata della raccolta; a San Paolo di Civitate, nel foggiano, un incendio di vaste proporzioni ha investito un centro di stoccaggio posto a poche centinaia di metri dalle abitazioni. Analoga situazione si dispiega nelle campagne baresi tra Carbonara, Ceglie e Loseto; e proprio la persistenza dei roghi e degli abbandoni ha spinto alla convocazione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, con la decisione di procedere a una mappatura delle aree più esposte. Nel maggio 2026, l’operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari ha ricostruito una filiera organizzata che avrebbe trasportato rifiuti speciali provenienti anche dalle province di Napoli e Caserta verso le aree interstiziali delle province di Foggia e Barletta-Andria-Trani. L’inchiesta ha interessato rifiuti tessili, scarti del trattamento industriale e frazioni residue provenienti da impianti di diverse regioni, con il sequestro di dieci aziende e sessanta automezzi. Già alcuni mesi prima, il procuratore di Trani aveva avvertito del rischio che una parte della Puglia diventasse una nuova area di destinazione degli sversamenti e degli incendi di rifiuti. A questo quadro si aggiunge la crisi, ormai non più trascurabile, del mercato delle plastiche riciclate, che interessa in particolare il polietilene e il polipropilene. Il crollo della domanda e la perdita di competitività delle materie prime seconde stanno determinando un progressivo accumulo di materiali presso gli impianti di selezione, trattamento e stoccaggio, sottoponendo l’intera filiera a una pressione crescente. Al momento, la criticità appare più evidente nelle regioni centro-settentrionali, dove i maggiori livelli di raccolta differenziata producono volumi superiori di rifiuti da avviare a riciclo. Ma si tratta di un equilibrio fragile; in assenza di sbocchi industriali e di adeguate capacità di trattamento, la saturazione degli impianti potrebbe propagarsi rapidamente verso il Mezzogiorno, aggravando le condizioni già esistenti e aumentando il rischio di accumuli incontrollati, trasferimenti irregolari e incendi nei siti di deposito. Il nodo politico, allora, è inevitabile. Ora che il governo ha assunto la responsabilità della Terra dei Fuochi, come intende affrontare i flussi intraregionali e interregionali di rifiuti che alimentano e ridisegnano il fenomeno ben oltre il suo perimetro storico? La pressione esercitata nel nucleo storico, insieme alla mobilità propria delle filiere illegali e alla persistente convenienza economica dello smaltimento irregolare, sta contribuendo a ridisegnare una geografia reticolare del fenomeno. La storia, insomma, si ripete a diverse latitudini. Proprio per questa ragione, la riduzione dei roghi comunicata dalle prefetture dovrebbe essere interpretata con maggiore cautela. I dati disponibili sono prevalentemente aggregati su scala provinciale per Napoli e Caserta; consentono quindi di sapere quanti incendi siano stati registrati, ma non permettono di comprendere in quali comuni si concentrino, quali materiali abbiano coinvolto, se si tratti di cumuli abbandonati, siti produttivi, depositi o impianti, né se gli episodi si ripetano negli stessi luoghi. La scala provinciale può descrivere una tendenza generale, ma appiattisce le differenze interne e rende incomprensibili le nuove tendenze territoriali. Manca, poi, uno strumento pubblico che restituisca la cifra del fenomeno, associando a ogni episodio la data, il comune, le coordinate geografiche, la tipologia del sito, i materiali combusti, la durata dell’incendio, gli esiti dei campionamenti ambientali e le misure cautelative adottate. Una banca dati permetterebbe di costruire cluster spaziali, individuare le aree di reiterazione, distinguere i piccoli episodi diffusi dai grandi incendi industriali e mettere in relazione i roghi con le caratteristiche dei territori. Un’altra questione decisiva riguarda ciò che accade dopo la rimozione dei rifiuti abbandonati. Ripulire i siti è necessario e, come già ricordato, questo lavoro è finalmente in corso. Ma ripulire senza stabilire chi debba vigilare il giorno dopo, chi debba mantenere l’area integra, impedire nuovi abbandoni e quali conseguenze debba subire l’ente che non adempie significa rischiare di finanziare una deresponsabilizzazione circolare, che finisce per diventare la variabile indipendente dell’inquinamento e del degrado ambientale. La struttura commissariale interviene con risorse straordinarie, i rifiuti vengono rimossi, spesso si svolge una cerimonia e l’area viene simbolicamente restituita alla comunità. Poi, però, se il Comune o l’ente preposto non garantisce controllo, raccolta degli ingombranti e presidio territoriale, quello spazio torna rapidamente nelle condizioni precedenti. In questo modo, i cittadini finiscono per pagare più volte, attraverso la fiscalità generale, il costo dello stesso problema, mentre la responsabilità ordinaria si disperde nei meandri della frammentazione amministrativa, schiacciata tra le inerzie regionali di lungo periodo e la miopia di corto respiro delle comunali. In questo senso, il governo avrebbe dovuto prevedere fin dall’inizio un sistema vincolante di responsabilizzazione degli enti beneficiari delle rimozioni dei rifiuti, con accordi post-intervento e obblighi precisi, le risorse dedicate alla manutenzione e al controllo, gli indicatori di monitoraggio e forme di condizionalità finanziaria o di rivalsa nei casi di persistente inadempienza. Lungi dal prefigurare alcuna logica punitiva nei confronti di quei comuni ridotti all’osso dalle politiche neoliberiste di taglio alla spesa pubblica, a causa delle quali soffrono carenze strutturali di personale e risorse; significa, piuttosto, impedire che la debolezza amministrativa si trasformi sistematicamente in un alibi e che l’intervento straordinario copra la responsabilità ordinaria vanificando, come un cane che si morde la coda, ogni sforzo e ogni euro speso. La stessa Corte europea ha posto la necessità di una strategia politico-amministrativa globale, l’esigenza di un sistema indipendente di monitoraggio e una piattaforma pubblica di informazione trasparente. Ed è proprio su questo punto che emerge un’ulteriore contraddizione. Il governo ha affidato il monitoraggio a Ispra, ma ha poi indebolito la credibilità della sua terzietà nominando, nel febbraio 2026, alla presidenza dell’Istituto Maria Alessandra Gallone, già senatrice per due legislature nelle file di Forza Italia e collaboratrice dello stesso ministro dell’ambiente, Pichetto Fratin. In altre parole, il governo ha affidato il controllo sull’attuazione delle proprie politiche a un istituto il cui vertice è espressione diretta dello stesso perimetro politico. Ciò ha svuotato, almeno sul piano della terzietà sostanziale, una delle principali garanzie richieste dalla Corte europea. La strategia delineata dalla struttura commissariale può dunque essere considerata globale sulla carta, ma rischia di rimanere monca nella sostanza, soprattutto nei gangli di quella frammentazione amministrativa individuata dalla Corte. Tutti dovrebbero fare qualcosa, ma troppo spesso ciascuno si chiama fuori, indicando la competenza di qualcun altro. Il governo rinvia alla Regione, la Regione agli enti d’ambito, gli enti d’ambito ai comuni, i comuni alla carenza di risorse, gli enti proprietari delle strade alla disciplina dei rifiuti, gli uffici ambientali alle forze dell’ordine, le forze dell’ordine alla necessità di prevenzione amministrativa. In questo gioco di sponda il sistema mostra ancora tutta la sua vulnerabilità. Le responsabilità si muovono da un tavolo all’altro, mentre i fattori di povertà economica territoriale, che generano il fenomeno dello smaltimento illecito dei rifiuti, restano inosservati. Nessun investimento politico programmatico, oltre la repressione degli illeciti con la legge n. 147 del 3 ottobre 2025, è stato ancora predisposto per rispondere alle difficoltà economiche del tessuto produttivo locale. Può la repressione sostituire una politica capace di intervenire sulle condizioni materiali entro cui l’illegalità ambientale si riproduce? E quali risposte intende offrire lo Stato, attraverso le sue articolazioni, alla marginalità economica, al lavoro irregolare, alla frammentazione delle filiere, alle difficoltà di accesso ai circuiti legali di raccolta e trattamento dei rifiuti speciali? Non si intravede ancora una strategia rivolta alla gestione del tessuto produttivo locale, dal distretto industriale di Grumo Nevano-Aversa, specializzato nei comparti calzaturiero e tessile-abbigliamento, al distretto di San Giuseppe Vesuviano, uno dei principali poli meridionali del tessile-abbigliamento e della produzione per conto terzi. Basta farsi un giro nelle campagne di questi territori per osservarne la portata, con decine e decine di balle di rifiuti tessili, di pellame, oltre agli scarti edili, alle plastiche e agli pneumatici. La stessa assenza di una politica industriale ambientalmente sostenibile e territorialmente orientata attraversa le Aree di sviluppo industriale (Asi) disseminate tra le province di Napoli e Caserta, oggi relegate a contesti insediativi privi di identità territoriale, se non quella della gestione del ciclo dei rifiuti. Soprattutto questa è, oggi, la Terra dei Fuochi. I prossimi mesi saranno decisivi. Il 30 gennaio 2027, a due anni dalla pronuncia, rappresenterà un passaggio politico inevitabile. Sarà il momento di verificare se la condanna europea avrà determinato soltanto una stagione di attivismo commissariale oppure una trasformazione strutturale delle politiche ambientali nel contesto nazionale e regionale. Il 30 aprile 2027, termine giuridico decorrente dalla definitività della sentenza, lo Stato dovrà dimostrare di avere ottemperato alla strategia complessiva, al monitoraggio indipendente e al sistema pubblico di informazione richiesti dalla Corte. In questi mesi si deciderà se la Terra dei Fuochi continuerà a essere amministrata come spazio emergenziale o se diventerà, finalmente, una questione di ordinaria priorità per gli enti locali. In questo contesto, i comitati e le associazioni devono preservare e conservare la propria autonomia strategica. Autonomia che non significa isolamento. Significa intavolare il contraddittorio a partire dai territori, senza arruolarsi a cause che non sono le proprie. Significa produrre conoscenza dai territori senza che questa venga neutralizzata nella spirale istituzionale. Significa riconoscere i passi avanti senza trasformarsi nel pubblico non pagante delle cerimonie istituzionali. Significa continuare a formulare domande e contraddizioni scomode anche quando chi governa accetta di sedersi allo stesso tavolo. Significa, in ultima analisi, rifuggire dai processi di istituzionalizzazione del dissenso, che resta l’unica fiamma utile da mantenere viva per il futuro di questi territori. Perché, in definitiva, il futuro della Terra dei Fuochi, o per meglio dire dell’inquinamento ambientale nei territori di Napoli e Caserta, dipenderà anche e soprattutto dalla capacità collettiva di agire significativamente sulla distanza tra ciò che è stato annunciato e ciò che sarà stato realmente realizzato. E, in questo grande spazio di partecipazione, già occupato dai comitati e dalle associazioni della Terra dei Fuochi, vivono gli anticorpi capaci di alimentare una nuova stagione di resistenza ecologica. (pasquale pennacchio)
July 27, 2026
Napoli MONiTOR
E se invece di reindustrializzarci ci reagrarianizzassimo?
8 luglio, 7 di mattina, T. è a due o tre metri dal terreno – rosso, pietroso – e danza, al ritmo sincopato della motosega che ha in mano, misto alle cicale che si sgolano, tra i rami enormi di un ulivo secolare. È qui dalle 5. Io ed M. siamo giù nella pioggia di segatura e spostiamo rami, facendo lunghi serpentoni pronti per la trincia – se riusciamo a trovare chi ce l’ha. Il campo è un mare di fascine. Questi cinquanta alberi sono abbandonati da almeno vent’anni, ovvero da quando è morto mio nonno, che di mestiere faceva il contadino, qui in Puglia, nell’entroterra barese, dove si alternano uliveti, vigneti, ciliegeti e mandorleti, più qualche nuova aggiunta che gli agricoltori s’inventano per sopravvivere seguendo le tendenze del mercato, come le albicocche piantate di fretta qualche anno fa che già puntellano d’arancio i campi tra i muretti a secco. I figli di mio nonno, mio padre e mio zio, sono scappati da una vita di fatica e sacrifici. E non sono gli unici. Luglio, per l’occhio attento, non è il periodo ideale per potare gli ulivi. Gli ulivi si potano in primavera, dopo le gelate. Ma se c’è una cosa che sanno benissimo gli agricoltori del sud, è che non c’è manodopera. Il mio potatore di fiducia, che gestisce la sua azienda da solo con sua moglie, si è liberato solo adesso: e allora adesso potiamo. «Zapp e pot quann pot», zappa e pota quando puoi, ha detto T. stamattina da dentro l’ulivo di cui non si vedeva nemmeno il tronco, tanti erano i polloni che lo accerchiavano nel tentativo disperato dell’albero bicentenario di ritornare cespuglio. T. è uno dei pochissimi agricoltori della sua generazione – gen X a occhio e croce – se non l’unico, in questa zona. Anche volendo assumere manodopera, è difficilissimo trovarla. Perfino i contoterzisti scarseggiano: trovare qualcuno che trinci le fascine si sta rivelando particolarmente difficile. E lo stesso vale per potatori, aratori e trattoristi in generale: sono tutti pieni, tutti in ritardo, tutti in balia delle stagioni che impazziscono (quest’anno ha piovuto per due settimane di fila nel momento clou delle lavorazioni del suolo, e tutto in ritardo a catena).  UNA CRISI AGRARIA SISTEMICA Ciò non sorprende in un contesto in cui meno del 4% della forza lavoro nazionale è impiegata in agricoltura in Italia, solo il 12% degli agricoltori europei ha meno di quarant’anni, e in cui la «migrantizzazione» dell’agricoltura dilaga nel cavalcare la necessità di lavoro flessibile, sfruttabile, e ricattabile in un settore strutturalmente in crisi. Con i sussidi della Politica Agricola Comunitaria (Pac) che continuano a basarsi sulla quantità di ettari posseduti, favorendo la concentrazione terriera che vede le aziende diminuire in numero ma aumentare di superficie, le piccole imprese stentano a sopravvivere, e molte, infatti, non sopravvivono. «È un mestiere che non vuole fare più nessuno» e hanno anche ragione, quando un chilo di ciliegie all’ingrosso viene pagato 0,35€ e conviene di più lasciarle sugli alberi che pagare manodopera per la raccolta – cosa che accade regolarmente. È facile dare la colpa alla concorrenza, ai compratori, al clima, al prezzo della benzina: ma tutte le crisi dell’agricoltura vengono dalla sussunzione della stessa alle logiche del capitale, il cui obiettivo non è mai stato la produzione di cibo sano e la (ri)produzione dei territori, ma solo profitto e crescita (da esportare altrove). Ed è tempo di riorganizzare il settore agro-alimentare – colonna portante del soddisfacimento dei bisogni delle persone – in modo da sganciarlo alla radice dalle logiche estrattive dell’accumulazione e del mercato globale, piuttosto che continuare a provare ad assorbirlo meglio, da un lato, o a trattarlo come appendice della rivoluzione, dall’altro. Il messaggio è relativamente semplice: l’agricoltura – per quanto sussunta, industrializzata, modernizzata, meccanizzata, digitalizzata – appartiene, ancora, e per fortuna, al regno della vita. Non al regno del capitale. Inevitabilmente, e ostinatamente, non funziona sotto le regole del mercato globale e sotto gli imperativi della crescita prometeica in cui è stata comunque inglobata – in un «food system» che fa finta di esistere come entità a sé stante, ma in verità è completamente imbricato in tutti gli altri settori dell’economia. E questo nonostante la dipendenza del settore da sussidi pubblici (si pensi al quarto di fondi Ue che finiscono nella Pac) che rende di fatto imprese private finanziate pubblicamente, fatto rileggibile, con un po’ di audacia, come interessante precedente di pianificazione centralizzata. Il risultato del tentativo di fare agricoltura sotto il capitalismo (fallimentare, dato che la famigerata «fame nel mondo» aumenta) è la devastazione ambientale (con i sistemi del cibo globali che si qualificano come prima causa del superamento di 6 limiti planetari su 9), l’abbandono dilagante delle zone rurali, la precarietà economica di chi ci vive, la perdita di presidio ecologico dei territori. Sì, anche la perdita di presidio ecologico dei territori, perché il fatto che l’Italia sia tornata ad avere più superficie boschiva che campi coltivati (cosa che non succedeva dal medioevo) non è una buona notizia: non si tratta di un ritorno alla natura, ma di abbandono di territori che sono stati co-prodotti dalle persone per secoli. L’agricoltura contadina è l’originaria forma di controllo e gestione del territorio, di prevenzione di frane, erosione, alluvioni, inondazioni, incendi e di gestione di tutti gli eventi estremi che puntellano la nostra contemporaneità sempre più densamente; una contemporaneità in cui non c’è più nessuno a svuotare cunette o ad arare il perimetro dei campi. LEGGI ANCHE… GUERRA FERTILIZZANTI A HORMUZ: IL CIBO DIETRO LE GUERRE Lorenzo Feltrin CHE FINE HA FATTO LA QUESTIONE AGRARIA? Prima di catapultarmi in uliveto, il 29 giugno, in una sala gremita dell’Università di Barcellona, nell’ambito della conferenza internazionale di ecologia politica (Pollen26), dibattevamo accesamente tra intellettuali, agricoltori e attiviste da tutti gli angoli d’Europa l’urgente necessità di ritornare alla questione agraria nel Nord Globale. Ovvero: il bisogno di rileggere criticamente la crisi agraria e rurale nei paesi del Nord Globale come frutto dell’economia capitalista neoliberista globalizzata e, al contempo, di ripensare un progetto ecosocialista che metta al centro la terra. E non per velleità escapiste di ritorno a inesistenti età dell’oro, ma per garantire la nostra sopravvivenza stessa, in un contesto di collasso climatico e di crescente precarietà delle catene di approvvigionamento globali – sia questa a causa delle guerre imperialiste o della fragilità infrastrutturale che inizia a trasparire tra una heatwave e l’altra. La questione agraria, che interroga da decenni studiosi sul cambiamento agrario, sul capitalismo nelle campagne, sulla differenziazione di classe dei contadini, sulle economie delle piantagioni e molto altro, non è affatto un discorso astratto o di nicchia; ci tange anzi in prima persona. Eppure, sembra che nei paesi (post)industrializzati la sinistra abbia del tutto abbandonato (figurativamente oltre che fisicamente) la campagna, le zone rurali, i paesi agricoli, come fossero un vestigio di un passato andato, uno spazio intrinsecamente conservatore, o una serie di attività economiche obsolete – come se mangiare e gestire i territori non ci riguardasse più. Mentre ci affrettiamo a riattualizzare lotte operaie e a brandire piani di reindustrializzazione per la giustizia sociale, ci dimentichiamo della stragrande maggioranza della superficie che abitiamo: quella da cui provengono le risorse, l’acqua, il cibo, l’energia; nonché quell’interfaccia col mondo non umano che dobbiamo urgentemente rigenerare se vogliamo sopravvivere.  Nonostante l’aggiunta prepotente dell’«eco» al pensiero marxista – che ci ha aperto gli occhi sulle questioni metaboliche, la frattura sempre più profonda che il capitalismo industriale e urbano porta nei cicli dei nutrienti planetari, e la centralità della dimensione agraria nel risanare la suddetta frattura – restiamo ancora lontanissimi dal concepire, visualizzare, e pianificare una transizione socio-ecologica che prenda sul serio la riproduzione, nel senso ecofemminista: quella di tutto il vivente, e quindi anche della nostra specie. L’aver obliterato la questione agraria dalle analisi materialiste contemporanee e dalle proposte (eco)socialiste lascia le campagne e le aree interne alla mercé del populismo di destra, dello sviluppismo rurale che turistifica e mercifica qualsiasi residuo di economia non-capitalista, e del progettismo del terzo settore che ha reso anche l’attivismo una professione – che termina quando terminano i soldi del progetto. Se vogliamo prendere sul serio la giustizia eco-climatica, il soddisfacimento dei bisogni delle persone, e la giustizia sociale (di genere, anti-imperialista, di classe, spaziale), dobbiamo avere un piano per le nostre campagne, uno che parli a chi le abita, le cura, le rigenera, e a chi vorrebbe (ri)cominciare a farlo. Un piano, forse, di reagrarianizzazione.  LEGGI ANCHE… ECCO IL MENÙ, DEI CONFLITTI Redazione Jacobin Italia VERSO RURALITÀ COLLETTIVE EMANCIPATORIE Mi guardano tutti come fossi pazza quando racconto che sto recuperando l’uliveto secolare di famiglia, e un po’ pazza mi sento: reperire informazioni su come fare agricoltura oggi sembra impossibile – soprattutto nella pratica del trovare attrezzi, persone che sanno fare i lavori e hanno disponibilità a farli sul territorio, per non parlare di qualcuno che possa insegnarti le cose; azzardare opzioni di gestione collettiva o non orientata al profitto sembra illegale o per lo meno un insulto, e districarsi tra tradizioni, ossessioni imprenditoriali, ingarbugli ereditari ed esuberanti costi di gestione non è affatto scontato. Nella migliore delle interpretazioni, per l’occhio più generoso (o più nostalgico), sarò un’altra di quelle eroine che «tornano» o che rilanciano l’asset di famiglia che hanno il privilegio di ereditare, in chiave Tradizione & Innovazione Chic Inc. Ma questa non è la storia di cui mi interessa far parte. Come può il «ritorno alla terra» – che si fa urgente dal punto di vista di approvvigionamento giusto e sostenibile, e di rigenerazione socialmente giusta della natura – diventare progetto collettivo, emancipatorio, ambientale e di giustizia sociale, al di fuori dei cliché dell’eroismo, dell’escapismo da ecovillaggio, e dell’imprenditoria gentrificatrice? Quale forma specifica prende oggi la lotta operaia nelle campagne, dove la frammentazione e la diversificazione confondono e dividono? Che tipo di riforma fondiaria, che contrasti l’accentramento e l’abbandono, e garantisca un rinnovato accesso alla terra, è appropriato per il nostro secolo? Quali infrastrutture pubbliche possono incentivare il recupero e la gestione collettiva della terra, l’uso comune di attrezzi agricoli, e il preservare e reinventare quelle tracce di economie agrarie non-capitaliste che persistono tra le nostre colline? Come può la sinistra (eco)socialista tornare a parlare (d)alle campagne, (d)ai territori, (d)ai paesi, per portare proposte e visioni che rispondano ai bisogni reali delle persone e degli ecosistemi che le sostengono, unendo un necessario grado di pianificazione a una rinnovata autodeterminazione territoriale?  Queste e molte altre sono le domande che la questione agraria attuale rende urgenti per le lotte anticapitaliste, ambientaliste e di giustizia sociale a cui l’ecosocialismo deve rispondere. E queste e molte altre sono le domande che competono per la mia attenzione tra le cicale, la motosega e un mare di fascine che spero qualcuno possa trinciare a breve. *Donatella Gasparro è dottoranda in Scienze Politiche e Sociologia presso la Scuola Normale Superiore e ricercatrice affiliata presso l’Università Autonoma di Barcellona, nel progetto Real – A Post-Growth Deal. Ricerca, insegna e divulga ecologia politica, studi agrari critici ed economie post-crescita. È co-fondatrice del Collettivo Numega e membro del comitato scientifico della Londa School of Economics. Assalto ai fornelli Acquista l’ultimo numero della rivista L'articolo E se invece di reindustrializzarci ci reagrarianizzassimo? proviene da Jacobin Italia.
July 11, 2026
Jacobin Italia
L’estate dell’ascolto: in Emilia-Romagna la musica riscopre la natura, la storia e la cura dell’umano
Da Rimini a Ravenna, fino alla pianura bolognese, una rete di rassegne culturali prestigiose propone un’alternativa etica ai mega-concerti della riviera, il cui impatto antropico mette a rischio habitat dunali e specie protette. Al centro: l’ecologia profonda, la sorellanza e la cura degli spazi comunitari. C’è un’Emilia-Romagna estiva che sfugge alle logiche del turismo di massa, del consumo rapido e dell’intrattenimento rumoroso. È un’area geografica e culturale che, nel mese di luglio, si riscopre legata da un filo invisibile: quello dell’ascolto profondo, dell’intimità e della cura reciproca tra l’essere umano e l’ambiente che lo ospita. Attraverso formati che uniscono la ricerca musicale, la cura dell’umano e dell’ambiente, diverse rassegne nelle province di Rimini, Ravenna e Bologna stanno tracciando una mappa della resistenza culturale, dimostrando come l’arte possa farsi custode del territorio e delle relazioni umane. Sintonizzarsi con la biosfera: il gemellaggio tra “In mezzo scorre il fiume” e “Altissime Voci” Il primo esempio di questa sinergia si manifesta sabato 11 luglio nell’incantevole e protetta cornice dell’Oasi del Quadrone a Medicina (BO), con l’evento Voci d’Acqua: voci d’acqua e sinfonie selvatiche. Non si tratta di un concerto tradizionale, ma di un’escursione sensoriale itinerante e completamente acustica (unplugged) che prenderà il via alle prime luci dell’alba, alle ore 07:00, da località La Vallona. L’appuntamento nasce dal gemellaggio artistico e d’intenti tra due festival regionali improntati all’ecologia profonda: In mezzo scorre il fiume, diretto dalla cantante e ricercatrice Luisa Cottifogli, e Altissime Voci – Festival Musicale tra Terra e Cielo, ideato e guidato da Arianna Lanci, mezzosoprano e responsabile LIPU di Rimini. L’evento vedrà le due artiste e direttrici fondere le proprie voci in un dialogo intimo con il paesaggio sonoro dell’oasi, muovendosi tra le tradizioni locali delle mondine, la poesia e l’improvvisazione vocale. La collaborazione con il Corpo Guardie Ambientali Metropolitane sottolinea la natura non solo artistica, ma civica dell’iniziativa. È l’espressione di una “sorellanza” che mette al centro la custodia della Terra, ricordando alla comunità l’interconnessione profonda tra uomo e biodiversità. Spazi restituiti alla comunità: la memoria sul colle di Rimini Spostandosi verso la costa, ma salendo sui colli di Covignano che dominano la riviera, la cura dell’umano e la valorizzazione del territorio trovano spazio nella seconda edizione di Serate al Colle – Tra cinema, storie e stelle. Promossa dall’Associazione Roveto Ardente APS con l’obiettivo di restituire alla cittadinanza il rinnovato giardino dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Alberto Marvelli”, la rassegna trasforma questo spazio verde in un avamposto di dialogo, silenzio e riflessione collettiva. L’iniziativa anima l’estate riminese attraverso un percorso culturale articolato in cinque giovedì a ingresso gratuito durante tutto il mese di luglio. Il calendario propone un’eterogeneità di linguaggi che spazia dal cinema d’autore all’approfondimento artistico: dopo l’apertura del 2 luglio dedicata alla proiezione di Leggere Lolita a Teheran, il programma prosegue il 9 luglio con un focus incentrato su Giotto e il fumetto. Il 16 luglio la rassegna culmina nell’intreccio narrativo-musicale dello spettacolo L’ascoltastorie, per poi riprendere con la settima arte il 23 luglio con Appuntamento a Land’s End e concludersi il 30 luglio con la pellicola L’Orchestra Stonata. Un mosaico di appuntamenti ideato per riscoprire la dimensione comunitaria e il valore civico della condivisione all’aria aperta. Archeologia della musica  Il viaggio attraverso questa estate dell’ascolto prosegue nel territorio ravennate con un pilastro della programmazione concertistica estiva: la rassegna I luoghi dello Spirito e del Tempo. Attiva da oltre trent’anni e inserita nel prestigioso network europeo REMA (Early Music in Europe), questa manifestazione si distingue per la sua capacità di fondere l’archeologia musicale con la valorizzazione del patrimonio monumentale romagnolo. Organizzato dal Collegium Musicum Classense, il festival persegue l’obiettivo etico di aprire al pubblico cortili, chiese e palazzi storici normalmente non visitabili, trasformandoli in culle di memoria e condivisione. È in questa imponente cornice che giovedì 30 luglio, alle ore 21:00, il cinquecentesco cortile di Palazzo Grossi a Castiglione di Ravenna ospiterà il Trio Lympha con il concerto Harmonia Mundi: il canto degli elementi. Attraverso l’uso di strumenti antichi e rari come il salterio e la nyckelharpa, uniti a percussioni e canti corali, la formazione proporrà un raffinato programma in cui la musica antica si fonde con le tradizioni popolari del mondo. Il filo conduttore della serata sarà il “battito degli elementi”, un concetto filosofico e sonoro capace di legare il misticismo medievale di Ildegarda di Bingen ai canti dei nativi americani. L’evento, ad ingresso a offerta libera, intende dimostrare come le radici musicali di culture, geografie e secoli apparentemente distanti rispondano allo stesso identico stimolo ancestrale: la vibrazione del cosmo e la profonda relazione spirituale tra l’essere umano e la natura. Un modello culturale per il futuro Cosa unisce, dunque, l’alba di Medicina, il giardino comunitario di Rimini e i palazzi storici del ravennate? La risposta risiede nella decostruzione del classico “grande evento” spettacolare a favore di una dimensione più intima, etica e sostenibile. Si avverte la necessità di porre un’alternativa ai mega-concerti che ogni estate si insediano sui litorali: appuntamenti di massa che rischiano di compromettere l’equilibrio delle delicate aree dunali, ecosistemi fragili dove la tutela della biodiversità — come la salvaguardia dei pulli di fratino o la protezione dei nidi di tartaruga marina — dovrebbe essere la priorità assoluta. Un precedente virtuoso in questa direzione viene tracciato ogni anno a giugno da Into the Blue – Sea Life Fest. Giunto nel 2026 alla sua sesta edizione, il festival organizzato da Fondazione Cetacea tra Rimini e Riccione è nato proprio per promuovere la coesistenza sostenibile tra le attività umane e la biologia marina. In questo panorama, tutti i festival citati non si limitano all’aspetto concertistico, ma propongono una musica concepita come strumento di connessione profonda, promuovendo cultura a 360 gradi. Le esecuzioni sonore si arricchiscono così, di volta in volta, di momenti emozionanti che uniscono ricerca (etnomusicologica o scientifica), alternandosi a seminari, conferenze di approfondimento, letture drammatizzate e poesia, offrendo al pubblico occasioni plurali di riflessione. Queste rassegne dimostrano che la musica e l’arte non devono necessariamente consumare il territorio che le ospita, ma possono valorizzarlo, proteggerlo e spiegarlo. In un momento storico segnato da forti crisi ambientali e sociali, in cui l’antropizzazione dei litorali mette a dura prova gli habitat costieri, e in cui tra cementificazione e taglio di alberi si mettono a rischio di alluvioni intere città, l’alleanza tra festival artistici regionali, il supporto reciproco tra artiste impegnate nel sociale e la scelta di dare spazio alla fragilità umana offrono un modello culturale necessario. In un paese in cui molti lavoratori dello spettacolo, per riuscire a sopravvivere, scelgono il silenzio o una “neutralità” che non li esponga pur di non scontentare i committenti per arrivare a fine mese, il successo di queste rassegne lancia un segnale potente. La loro crescente affluenza di pubblico non ha nulla a che fare con i grandi eventi commerciali di massa, rappresenta, al contrario, l’espansione di una comunità consapevole che cerca risposte e condivisione. In Emilia Romagna quest’estate la musica ci invita a fermarci e ad ascoltare, per meditare sul nostro passato… E sul futuro che vogliamo dipingere insieme. Per conoscere tutti gli appuntamenti delle Rassegne musicali citate: * In mezzo scorre il fiume: Per consultare il calendario completo della VII edizione del festival itinerante tra arte, musica e natura guidato da Luisa Cottifogli, è disponibile il portale ufficiale di In mezzo scorre il fiume. * Altissime Voci: Il programma completo del festival musicale dedicato ai rondoni e alla biodiversità urbana, ideato e diretto da Arianna Lanci, si trova sulla pagina Facebook Altissime Voci 2026 * Serate al Colle: Il cartellone completo dei cinque giovedì culturali ospitati nel giardino del Seminario vescovile sul colle di Covignano è raggiungibile sul portale dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Alberto Marvelli”, * I luoghi dello spirito e del tempo: Per esplorare i trent’anni di storia della rassegna europea di musica antica e la scheda del concerto del 30 luglio a Palazzo Grossi, è possibile visitare il sito ufficiale: Collegium Musicum Classense o la pagina Facebook de I luoghi dello spirito e del tempo. * Into the Blue – Sea Life Fest: Per documentarsi sulle attività di salvaguardia della fauna marina romagnola e sui dettagli del festival sulla coesistenza balneare svoltosi a giugno, le informazioni ufficiali e i report dei nidi protetti sono pubblicati direttamente sul sito di Fondazione Cetacea. Redazione Italia
July 10, 2026
Pressenza
Le crociere, concausa della crisi energetica. Ma a Livorno 50 approdi in più nel 2026
Anche quest’anno la Fondazione LEM, riccamente sostenuta dal Comune di Livorno (cioè dalle nostre tasse) è andata in quel di Miami per portarsi a casa un altro po’ di crociere. È accaduto al Seatrade Cruise Global 2026, il principale evento … Leggi tutto L'articolo Le crociere, concausa della crisi energetica. Ma a Livorno 50 approdi in più nel 2026 sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Perù: Rafforzare la comunità e l’organizzazione per resistere e difendere il futuro dei territori
Mentre il Paese si prepara ad affrontare una nuova fase politica, tutto lascia intendere che l’estrattivismo continuerà a occupare un posto di rilievo nell’agenda nazionale. I segnali sono chiari. Negli ultimi anni sono state approvate norme che indeboliscono le istituzioni ambientali, limitano la partecipazione dei cittadini e criminalizzano la protesta contro i danni subiti dalle comunità a causa dei metalli pesanti e dell’inquinamento ambientale. Le ultime norme favoriscono l’espansione delle attività estrattive a scapito dei diritti delle comunità. A ciò si aggiunge uno scenario politico in cui la grande industria mineraria si profila come uno dei principali pilastri del prossimo governo. Il fujimorismo è stato uno dei principali promotori di norme che riducono i requisiti ambientali e che hanno progressivamente indebolito il quadro dei diritti dei cittadini, consolidando un modello di sviluppo che pone l’estrazione delle risorse al di sopra dei diritti umani, della protezione degli ecosistemi e dell’autodeterminazione dei popoli. Tuttavia, questa storia non inizia oggi. Né finisce con un cambio di governo. Nei territori esiste una memoria che continua a vivere, costruita da comunità contadine, popoli indigeni, ronde contadine, organizzazioni sociali, lavoratori e difensori dei diritti che per decenni hanno sostenuto la difesa dell’acqua, della terra, degli ecosistemi e dei diritti collettivi. Quella memoria costituisce uno dei maggiori punti di forza del movimento sociale di fronte a un contesto sempre più avverso. LE ALTRE VOCI Tra il 24 e il 26 giugno, mentre Lima ospitava il Congresso mondiale delle miniere, si sono riuniti anche coloro che raramente vengono invitati negli spazi in cui si definisce il futuro del settore. Comunità colpite, organizzazioni sociali, popoli indigeni, lavoratori minerari e difensori dei diritti hanno ricordato che non esiste un vero dibattito sull’estrazione mineraria quando le voci dei territori rimangono ai margini delle decisioni. Questa è stata l’essenza del Forum Sociale «Le Altre Voci», uno spazio che ha rivendicato la necessità di porre al centro la democrazia, i diritti e la tutela dei territori. Le preoccupazioni espresse in quell’incontro non sono nuove. I conflitti socio-ambientali persistono, la pressione sulle risorse idriche continua e i meccanismi di tutela ambientale e lavorativa si indeboliscono, mentre l’estrazione mineraria informale e illegale continua ad espandersi al riparo di una debole presenza statale. Allo stesso tempo, le attività estrattive avanzano verso le sorgenti dei bacini idrografici, i territori indigeni, i ghiacciai, le valli agricole e gli ecosistemi strategici, senza che il Paese abbia definito una pianificazione territoriale che consenta di stabilire collettivamente quali attività siano compatibili con la vita e quali no. QUALI RIVENDICAZIONI SARANNO ASCOLTATE IN UNO SCENARIO DI POLARIZZAZIONE POLITICA? In questo contesto sorge una domanda fondamentale. Ci sarà spazio affinché le rivendicazioni delle comunità siano ascoltate in uno scenario segnato dalla polarizzazione politica e dalla crescente influenza degli interessi estrattivi? Esisterà la volontà di discutere una nuova governance mineraria quando da diversi settori del potere si insiste nel ridurre il dibattito alla crescita economica e agli investimenti? Queste domande non esprimono rassegnazione. Esprimono la necessità di mantenere una vigilanza costante e di rafforzare l’organizzazione sociale come condizione indispensabile per la difesa dei diritti. L’esperienza dimostra che i principali progressi in materia ambientale, territoriale e di diritti umani non sono scaturiti da concessioni spontanee del potere politico o economico, ma sono il risultato della mobilitazione, del coordinamento tra le organizzazioni e della tenacia delle comunità. LA GIUSTIZIA AMBIENTALE CONTINUERÀ A ESSERE UN COMPITO COLLETTIVO CHE POTRÀ ESSERE REALIZZATO SOLO ATTRAVERSO L’ORGANIZZAZIONE E LA SOLIDARIETÀ Per questo motivo, il momento attuale richiede di rafforzare le capacità delle organizzazioni sociali, rinnovare gli spazi di incontro e costruire alleanze più ampie tra comunità, popoli indigeni, lavoratori, collettivi giovanili, organizzazioni ambientaliste, mondo accademico e settori impegnati nella difesa della democrazia e dei beni comuni. In tempi di frammentazione, la coordinazione diventa una strategia politica indispensabile. Nessuna organizzazione potrà affrontare da sola l’avanzata di un modello estrattivo sostenuto da riforme legislative, interessi imprenditoriali e decisioni governative sempre più allineate. Sarà inoltre necessario mantenere viva la memoria delle lotte che hanno segnato la storia recente del Paese. Ricordare coloro che hanno difeso i propri territori non significa rimanere ancorati al passato. Significa riconoscere che le rivendicazioni in materia di giustizia ambientale, partecipazione effettiva, tutela dell’acqua, rispetto dei diritti del lavoro e garanzia dei diritti collettivi continuano ad essere attuali. La memoria rafforza l’identità dei movimenti sociali e impedisce che le stesse violazioni si ripetano sotto nuove forme. LA DEMOCRAZIA SI COSTRUISCE ANCHE A PARTIRE DAI TERRITORI Noi della Rete Muqui sosteniamo che il futuro del Paese non possa essere costruito mettendo a tacere chi abita i territori in cui vengono estratti i minerali. Non ci sarà fiducia finché le decisioni verranno prese senza un’effettiva partecipazione. Non ci sarà trasformazione se questa non fa che aggravare le disuguaglianze esistenti. Né basterà l’innovazione tecnologica se non si affrontano le cause strutturali dei conflitti, dell’inquinamento, della precarietà lavorativa e dell’esclusione delle comunità dalle decisioni che incidono sul loro presente e sul loro futuro. Le proposte avanzate dalle organizzazioni durante il Forum Sociale costituiscono una tabella di marcia per avanzare verso una governance mineraria democratica. L’effettiva partecipazione delle comunità, la protezione degli ecosistemi e delle risorse idriche, la garanzia dei diritti umani, una distribuzione più equa dei benefici, una risposta integrale al fenomeno dell’estrazione mineraria illegale e il rafforzamento dei diritti del lavoro non sono richieste astratte: rispondono a problemi concreti e a necessità urgenti del Paese. I prossimi anni saranno probabilmente segnati da una nuova offensiva estrattiva. Proprio per questo sarà ancora più importante rafforzare l’organizzazione, ampliare le alleanze, sostenere l’incidenza politica e mantenere aperte le possibilità di costruire alternative all’attuale modello di sviluppo. La resistenza non consiste solo nell’opporsi. Implica anche organizzarsi, immaginare e costruire un Paese in cui la democrazia si eserciti a partire dai territori, in cui il benessere collettivo prevalga sull’interesse particolare e in cui le altre voci smettano di essere considerate marginali per diventare protagoniste delle decisioni che definiranno il futuro del Perù. Lilian Oscco, segretaria esecutiva della Rete Muqui L’articolo originale è disponibile all’indirizzo: https://muqui.org/editorial-fortalecer-la-comunidad-y-la-organizacion-para-resistir-y-para-defender-el-futuro-de-los-territorios/   Redacción Perú
July 1, 2026
Pressenza
Le nuove leggi sulle aree idonee in Toscana: che la transizione energetica non si trasformi in una deregulation del territorio
Dopo l’approvazione della legge statale n. 4/2026 sulle cosiddette “aree idonee” per gli impianti alimentati da fonti rinnovabili, anche la Regione Toscana ha ripreso il percorso legislativo che si era interrotto a seguito della sentenza del TAR del Lazio. L’8 … Leggi tutto L'articolo Le nuove leggi sulle aree idonee in Toscana: che la transizione energetica non si trasformi in una deregulation del territorio sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.