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Una grande marcia a La Paz in risposta alla conferenza stampa del governo
La dirigenza della Central Obrera Boliviana e la Confederacion Obrera de Bolivia hanno indetto una grande marcia verso la piazza Murillo, sede del governo boliviano, dopo la conferenza stampa del presidente Rodrigo Paz. Dopo i giorni passati in aeroporto, sono riuscito a raggiungere a piedi la stazione teleferica che congiunge Los alto de La Paz con la parte bassa della città, attraversando strade piene di sassi, barricate e persone con il poncho rosso, donne e uomini indigeni che presidiavano incroci, piazze e arterie principali. Negozi locali e piccoli ristoranti improvvisati erano completamente chiusi. Ho seguito la conferenza stampa del presidente, che almeno apparentemente ha sfoggiato un tono interlocutorio, calmo e mai minaccioso. Si è detto disponibile al dialogo e ha annunciato un nuovo gabinetto più disponibile, più in grado di rispondere ai problemi dei vari settori sociali. Inoltre nella conferenza stampa ha sottolineato che l’opzione dello stato d’assedio sarà soltanto l’ultima, che il governo attualmente si rifiuta di adottare, nonostante i consigli dell’alleato americano che non vede l’ora sicuramente di soffocare con la repressione le rivolte e di mettere le mani sulla ricchezza della Bolivia, dopo il Venezuela e forse Cuba. Viste le decisioni prese dalle organizzazioni sindacali che stanno occupando la città, la conferenza stampa non ha risposto alle questioni più urgenti –  dalla benzina di scarsa qualità che ha causato enormi problemi ai piccoli trasportatori, alla svendita del patrimonio naturale dell’industria del gas e dell’industria mineraria. È evidente che qui in Bolivia va in scena un conflitto legato a un governo neoliberista, di destra e conservatore, come anche in Argentina, ma quello che sta accadendo qui a mio avviso è anche un conflitto etnico e culturale. La Bolivia è il Paese meno occidentale dell’America Latina per la sua forte presenza indigena – due terzi della popolazione sono indigeni Aymara, Quechua e altre etnie minori. Santa Cruz, invece, la parte tropicale della Bolivia, è abitata prevalentemente da non indigeni e infatti là non c’è nessuna mobilitazione. Il presidente Rodrigo Paz è anche espressione di questa parte più legata alla produzione agricola e al commercio; la parte indigena di Cochabamba, Potosì e La Paz non si sente rappresentata da questo presidente, che comunque in questi giorni ha ritirato alcune delle leggi più indigeribili e liberiste, come la legge sulla parcellizzazione della proprietà agricola, che aveva messo in allarme le cooperative agricole indigene. Ieri è stata espulsa l’ambasciatrice colombiana: il presidente colombiano Pedro era intervenuto dicendo che il governo avrebbe dovuto ascoltare le richieste dei manifestanti e questo ha irritato il governo. Il presidente brasiliano Lula invece non ha fatto commenti. In queste ore si stanno concentrando le varie sigle della protesta, dai minatori, agli agricoltori, agli indigeni,  ai maestri rurali e ai campesinos per rispondere con una grande marcia alle comunicazioni fatte ieri davanti alla stampa nazionale e internazionale del presidente Paz. Tutto il centro della capitale boliviana e anche altre zone strategiche sono presidiate da ingenti forze di polizia.   Manfredo Pavoni Gay
May 21, 2026
Pressenza
Il concetto di “guerra giusta” nella Chiesa Cattolica
Papa Francesco è stato un pontefice dall’importante impegno pacifista dichiarato senza mezzi termini.  Fu proprio lui a considerare «inammissibile» anche la «pena di morte» perché «attenta all’inviolabilità e alla dignità della persona» (1) -, sancendo con una parola definitiva che «nessuna guerra è giusta. L’unica cosa giusta è la pace»(2). Nel suo bellissimo libro «Contro la guerra. Il coraggio di costruire la pace» (Solferino), Francesco scriveva: «Tante guerre sono in atto in questo momento nel mondo, che causano immane dolore, vittime innocenti, specialmente bambini. Sono le tante guerre dimenticate. Queste guerre ci apparivano lontane. Fino a che, ora, quasi all’improvviso, la guerra è scoppiata vicino a noi…». In perfetta linea con le posizioni ecopacifiste prese nel 2016 nell’enciclica Laudato Sì e nel 2023 nell’esortazione apostolica Laudate Deum, questo è un libro importantissimo in cui Papa Francesco prende consapevolezza della Terza Guerra Mondiale “a pezzi” in giro per il mondo, puntando il dito – con schiettezza latinoamericana – contro il principale artefice delle guerre nel mondo, la NATO, e il suo allargamento ad Est dai patti di Varsavia ad oggi, che si concretizzano in una volontà di inglobare ad essa i famosi “Paesi cuscinetto” dei Paesi Baltici. Quella di Francesco fu una presa di posizione netta sia contro le politiche del democratico Joe Biden sia del tycoon repubblicano esponente dell’alt right Donald Trump. Durante il giorno della sua elezione, Papa Leone XIV ha subito parlato del suo intento di portare avanti una “pace disarmata e disarmante”. In questi giorni è stato emblematico lo scontro verbale tra Papa Leone XIV e Trump. Un Donald Trump senza freni si è scagliato contro Leone XIV, il primo papa nordamericano della storia. “Non sono un suo grande fan” – ha tuonato nella notte fra domenica e lunedì in un lungo post su Truth, affermando che è un “debole e pessimo nella politica estera. Preferisco di gran lunga suo fratello Louis che è totalmente Maga. Lui ha capito tutto”. La replica non si è fatta attendere: “Non mi fa paura” – ha detto Prevost ai giornalisti sbarcando in Algeria, nel suo viaggio in Africa – “non voglio aprire un dibattito”. Papa Leone XIV ha risposto a Trump dalla capitale del Camerun, Bamenda, affermando: «I signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire». Leone XIV parla dei «masters of war», come nella canzone di Bob Dylan, quelli che nel mondo «fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare». Ed aggiunge: «Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni(«a handful of tyrants») ed è tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali!».  Una risposta decisa che in tanti aspettavamo dopo un anno di pontificato e dopo l’interessante ed innovativa – sulle tracce del predecessore – esortazione apostolica ed “umanistica” dal titolo Dilexi te sull’ “amore verso i poveri”. Tutto questo però non basta per opporsi strutturalmente alla guerra, come non è bastato in passato. La Chiesa cattolica oggi non può parlare di “guerra” come se fosse un elemento estraneo alla sua storia passata ed attuale. Serve una svolta radicale della Chiesa che qualcuno potrebbe definire giustamente “divisiva”, ma soprattutto necessaria. L’amministrazione degli Stati Uniti (Trump e Vance) non si è inventata da sola la “guerra giusta”. Essa è stata nel passato il motore delle crociate (“Deus vult”, “Dio lo vuole”), delle tante guerre in nome della fede, delle colonizzazioni tout court “contro i barbari” ed è stata la giustificazione del missionaresimo cristiano e delle evangelizzazioni forzate. La “guerra giusta” affonda le sue radici storiche – come concetto non scritto, ma implicito – anche nella Dottrina della Scoperta, un principio giuridico e teologico del XV secolo, basato su bolle papali (come la Inter Caetera del 1493), che giustificava l’acquisizione di terre indigene non cristiane da parte delle potenze coloniali europee. Utilizzata per legittimare l’esplorazione, la conquista e la colonizzazione delle Americhe e di altre terre da parte di Spagna, Portogallo e successivamente altre potenze europee, sosteneva che la “scoperta” di terre non abitate da cristiani conferisse il diritto di sovranità e proprietà alle nazioni cristiane. Il Vaticano ha formalmente ripudiato questa dottrina nel marzo 2023, dichiarando che tali decreti non riflettono la fede cattolica, ma è risultato flebile il silenzio in merito a qualsiasi responsabilità politica per quelle bolle papali, vecchie di 500 anni, che autorizzavano le potenze coloniali a impadronirsi delle terre indigene (definite “terra nullius”). Le bolle, infatti, sono state emanate dai «rappresentanti di Dio sulla Terra» e non prendere atto di questo significa che la battaglia è vinta solo a metà. Ancor più negativamente, il fatto che il Vaticano abbia evitato ogni riferimento al collegamento tra Dottrina della Scoperta e i crimini di massa coloniali avallati contro i non-cristiani e le loro conseguenze, indica che il bersaglio è stato mancato. Il tema della “guerra giusta” in tempi moderni ha riguardato la Dottrina Sociale della Chiesa (3) nel suo servizio alla città dell’uomo e viene contemplato per la prima volta in forma scritta nel Catechismo della Chiesa Cattolica (che si può liberamente consultare online), riprendendo l’insegnamento tradizionale di Agostino e Tommaso d’Aquino. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC), ai paragrafi 2307-2317, tratta la guerra nell’ambito del quinto comandamento (“Non uccidere”), condannandone la distruzione ma riconoscendo la legittimità della difesa armata. Le condizioni rigide per la “guerra giusta” includono l’aggressione durevole e certa, l’inefficacia di altri mezzi, fondate condizioni di successo e la proporzionalità dei danni: « 2309. Si devono considerare con rigore le strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare. Tale decisione, per lasua gravità, è sottomessa a rigorose condizioni di legittimità morale. […] Questi sono gli elementi tradizionali elencati nella dottrina detta della “ guerra giusta”. La valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune. » Un occhio poco attento potrebbe leggere tra le righe che la legittimità morale della difesa armata sia legata a quella dell’oppresso contro l’oppressore, ma in realtà la difesa armata legittima la potrebbe usare solo chi detiene l’autorità per farlo, ovvero il potere costituito: « 2265. La legittima difesa, oltre che un diritto, può essere anche un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri. La difesa del bene comune esige che si ponga l’ingiusto aggressore in stato di non nuocere. A questo titolo, i legittimi detentori dell’autorità hanno il diritto di usare anche le armi per respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla loro responsabilità. » Al punto 2310 si specifica che la difesa armata legittima, secondo il Catechismo della Chiesa ce l’ha chi concorre al “bene comune della nazione e al mantenimento della pace”, che in questo caso non è l’oppresso, ma il potere vigente: « 2310. I pubblici poteri, in questo caso, hanno il diritto e il dovere di imporre ai cittadini gli obblighi necessari alla difesa nazionale. Coloro che si dedicano al servizio della patria nella vita militare sono servitori della sicurezza e della libertà dei popoli. Se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono veramente al bene comune della nazione e al mantenimento della pace.» Nel nome del “bene comune” si affida ai “legittimi detentori dell’autorità” la legittimità morale di esercitare ambiguamente la “difesa armata” contro un “nemico” che sostanzialmente è il potere costituito a decidere quale sia e contro il quale è “giusto” scagliarsi. Ecco spiegato e legittimato nella storia il sostegno della Chiesa Cattolica ad ogni classe dominante in altre parti del mondo, che fu la causa del mancato sostegno della Chiesa ai teologi della liberazione in America Latina contro le dittature dei gorilla del Piano Condor; del mancato sostegno di Giovanni Paolo II ad Oscar Romero contro gli squadroni della morte a El Salvador; dell’amicizia di Giovanni Paolo II con il dittatore fascista cileno Pinochet (assai criticata dalla teologa Adriana Zarri), della diffidenza della Chiesa verso i preti operai e della comunità cristiane di base, oltre il rifiuto categorico di Giovanni Paolo II di ricevere il guatemalteco “Vescovo dei poveri” Juan Josè Conedera che si impegnò contro il genocidio dei Maya Ixil ad opera del generale e dittatore guatemalteco di stampo cristiano José Efraín Ríos Montt. C’erano “guerre giuste” che, più che combattute, andavano silentemente sostenute. Ciò che risulta strano è che il concetto di “guerra giusta”, per quanto continuamente praticato, sia da anni rifiutato e considerato superato nella teoria dagli stessi Papi della Chiesa cattolica. Papa Giovanni XXIII nella Pacem in Terris scrisse: «riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia» (4), utilizzando un’espressione latina che la traduzione italiana sfuma: pensare alla guerra come soluzione dei conflitti, cioè, «alienum est a ratione», è “fuori dalla ragione”. Il Concilio Vaticano II ha condannato «ogni atto di guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, delitto contro Dio e contro la stessa umanità» (5). Condanna che si ripete negli insegnamenti dei Pontefici: dall’«inutile strage» di Benedetto XV, all’«avventura senza ritorno» (6) di San Giovanni Paolo II, al Discorso all’ONU di Paolo VI che sottolinea come la gestione dei conflitti non vada affidata alla guerra ma all’opera di organismi internazionali: «Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei popoli e dell’intera umanità» (7). Queste parole si sposano perfettamente con il pensiero del grande teologo brasiliano Leonardo Boff, che subì un processo dottrinario in Vaticano per la sua adesione alla teologia della liberazione, che rigetta completamente il concetto di “guerra giusta” del Catechismo della Chiesa cattolica del 1997 ed afferma, riprendendo Bertrand Russell e Albert Einstein nel loro manifesto del 9 luglio 1955 contro i pericoli della guerra nucleare e per la pace: “La guerra non può essere umanizzata, deve essere abolita”. Per questo motivo oggi serve una risposta più strutturale da parte della Chiesa-istituzione contro le guerre soprattutto se si tratta di guerre agite dai potenti della terra contro i deboli del mondo. (segue prossimo approfondimento…)   Note: (1) Cfr. Nuova redazione del n. 2667 del Catechismo della Chiesa Cattolica, approvata da Papa Francesco, 11 maggio 2018 (2) Cfr. Politique et societé, Libro-intervista con il sociologo Dominique Wolton, Edizioni L’Observatoire, 2017 (3) Richiamando il Catechismo della Chiesa Cattolica, il Compendio di Dottrina Sociale della Chiesa ricorda quali fossero «gli elementi tradizionali» di tale dottrina: «che il danno causato dall’aggressore alla nazione sia durevole, grave e certo; che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci; che ci siano fondate condizioni di successo; che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare» (Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 500) (4) Giovanni XXIII, Lettera Enciclica Pacem in terries, 67 (5) Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Gaudium et Spes, 80 (6) Giovanni Paolo II, Udienza Generale 16 gennaio 1991 (7) Paolo VI, Discorso all’ONU, 4 ottobre 1965   Fonti intro articolo: > Papa Francesco, un esempio di umanesimo e coerenza contro la polarizzazione > delle guerre culturali > La rivoluzione di Francesco, una “Chiesa povera per i poveri” https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/04/13/trump-attacca-il-papa-debole-e-pessimo-sulla-politica-estera.-leone-risponde_8e91ffa4-c131-4e83-a9a8-f95a84cf16a5.html   Fonti su Dottrina della Scoperta: https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2023-03/dottrina-scoperta-doctrine-discovery-nota-sviluppo-umano.html https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-03/quo-075/la-dottrina-della-scoperta.html Cristiana Fiamingo, La Santa Sede e il ripudio della dottrina della scoperta tra riduzionismo e negazione di responsabilità https://air.unimi.it/retrieve/68364269-5323-4059-ab76-5b7e6a96201b/Vol.6No.1.2024_FiamingoV2.pdf Dicasteri per la cultura e l’educazione e per il servizio dello sviluppo umano integrale, La «dottrina della scoperta» non è cristiana https://ilregno.it/articles/Regno-documenti-9-2023-257-suphq7.pdf https://www.humandevelopment.va/it/news/2023/nota-congiunta-sulla-dottrina-della-scoperta.html   Fonti su “guerra giusta”: > La guerra per la Chiesa cattolica https://www.rassegnastampa-totustuus.it/cattolica/wp-content/uploads/2023/07/GUERRA-SANTA-GUERRA-GIUSTA-Roberto-De-Mattei.pdf Relazione al Convegno: “Sicurezza, legalità, sviluppo: a 100 anni da Vittorio Veneto”, Università “A. Moro”, dipartimento Scienze Politiche, Bari, 25 ottobre 2018 https://www.ordinariatomilitare.it/wp-content/uploads/sites/2/2019/07/Conferenza-universita-Bari.pdf > La guerra non può essere umanizzata, deve essere cancellata   Lorenzo Poli
April 27, 2026
Pressenza
Camminare al loro fianco
-------------------------------------------------------------------------------- ‘Incontro internazionale “Algunas partes del todo” promosso (dicembre 2025) in Chiapas da zapatiste e zapatisti. Foto di Red de Apoyo Iztapalapa Sexta (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- Cronache Ribelli, realtà dell’editoria indipendente, pubblica nella collana di filosofia “archeologia del presente”, Divenire bosco: zapatiste, femministe?, una raccolta di cinque formidabili saggi, introdotti da un dialogo dell’autrice Sylvia Marcos con Diego Ferraris, ricercatore e abile traduttore dell’esperienza più innovativa di costruzione di “altri mondi” indigeni. Lo zapatismo infatti è un “progetto nuovo e antico di filosofia politica”, oggi prezioso per destituire le politiche di distruzione e morte dell’ultimo secolo “occidentale”. Sylvia Marcos è psicologa clinica, promotrice del movimento antipsichiatrico messicano, antropologa, filosofa femminista, interlocutrice diretta dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e autrice di Mujeres, indígenas, rebeldes, zapatistas (2011), Tomado de los labios. Género y Eros en Mesoamérica (sylviamarcos.wordpress.com). Ecco alcune sue parole tratte dal testo: «Questo nostro libro cattura le parole sperando che queste facciano apparire le cose, che le (re)inventino, affinché favoriscano la creazione di altri mondi… Occorre decifrare quello che si nasconde in queste parole di donne indigene e zapatiste, ciò che rende le loro parole creatrici e generatrici di una realtà più giusta ed equa…». «L’inserimento della teoria nella pratica pone inevitabilmente rapporti di potere radicalmente asimmetrici, che rendono le donne indigene più vulnerabili ai nostri discorsi. Per questo urge prestare estrema attenzione a ciò che diciamo, a come lo diciamo e a cosa esprimiamo quando ci riferiamo ai valori propri delle nostre lotte per i diritti delle donne…». «Con Otroa compañeroa. La fluidità del genere, si indicano possibili orizzonti di senso attraverso una lettura originale della figura concettuale dell’“otroa” (che in italiano possiamo tradurre come “altro/a”), una figura incarnata nella compagna zapatista Marijosé, promotrice di educazione dell’EZLN da più di vent’anni e donna indigena in lotta che transita tra i generi. Il concetto politico dell’“otroa” si mostra come cifra di una dimensione dinamica e plurale che contiene ed esprime la molteplicità aperta dei mondi LGBTIQ+ in chiave analogica e non identitaria…». «Come dicono le zapatiste nella propria Lettera: “perché dobbiamo obbligare queste persone a essere uomini o donne?”. I discorsi e le proposte femministe di questi ultimi anni cominciano a incorporare prospettive filosofiche radicate nei movimenti emergenti delle donne indigene; forme di resistenza che risignificano e trasformano i modi del conoscere dominanti dal punto di vista di soggettività “subalterne” che sentono e pensano con epistemologie che potremmo chiamare “decoloniali”…». «Le zapatiste ci invitano a tentare di uscire dal nostro mondo di riferimenti e, detto con una delle metafore gloriose e pertinenti che usano spesso, ci invitano a camminare al loro fianco. Cercare di comprendere a fondo le loro specificità nel quadro delle pratiche femministe implica necessariamente denunciare come le nostre stesse interpretazioni siano spesso macchiate di quell’etnocentrismo classista che segna la teoria femminista dominante…». «Io stessa ho intitolato uno dei libri che ho scritto: Dialogo e Differenza. In questa pubblicazione, concettualizzavamo la “differenza” come punto di partenza per costruire un dialogo rispettoso delle differenze stesse… Dobbiamo emigrare dall’epistemologia che ci opprime e che sostiene la proposta per cui l’uguale non può essere differente e il diverso non può e non deve valere ed essere uguale. Lo zapatismo, con la propria filosofia, apre a questa possibilità…». «Per le zapatiste e per le persone appartenenti ai mondi mesoamericani il proprio essere non è “incapsulato”. L’altro, che sia maschio, donna, figlio, madre, nonna, non è fuori da sé stesso. La collettività è parte di sé stessa. L’io è vissuto come realtà attraversata dalla collettività comunitaria. Anche la “realtà” esterna, le colline, le piante, il mais, sono parte di me stessa. Sono “donne e uomini di mais”…». «Voi, compagne, interpellate una molteplicità di livelli teorici con i quali spesso tentiamo di mettere in ordine le nostre analisi femministe, in forme anche molto significative, come lo studio delle ontologie altre, o la cosiddetta intersezionalità, oggi tanto in voga e che sembra inondare le analisi con intersezioni sempre più estese: classe, razza, genere, etnicità, povertà, preferenze sessuali, etc. La proposta per uscire da questo pasticcio teorico delle intersezioni arriva da Maria Lugones, che preferisce riferirsi e teorizzare “la coalizione”. È un passaggio complesso dall’intersezionalità, che si basa sulla logica dell’identità (e l’identità come concetto è una proposta non solo essenzialista, ma statica) alla logica della fusione e della coalizione. Lì, vi trovo, compagne, nella fusione che ci unisce tutte, le “donne che lottano”…». «È di cruciale importanza inventare nuovi strumenti concettuali che rendano conto delle forme specifiche applicate dall’oppressione di genere in contesti come quelli delle donne indigene maya, kichuas, aymaras e mapuche, per esempio. Per di più, è necessario porsi diverse domande: cosa può apportare il sapere prodotto da un movimento indigeno al femminismo in quanto teoria sociale critica? In che modo il legame tra identità-fusione comunitaria e identità di genere indica certi percorsi in un movimento indigeno? Da una prospettiva sociale critica, ciò che emerge dallo zapatismo nelle sue pratiche politiche è un principio secondo il quale tutte le istanze sono necessarie e sono legate le une alle altre, si interconnettono e sono interdipendenti. Questa proposta sembrerebbe riflettere la struttura di un rizoma, metafora adatta a poter creare un possibile immaginario politico rinnovatore di schemi caduchi (Deleuze e Guattari, 1980)…». «Le donne sono centrali e prevalenti nella trasmissione orale. Sono vitali per questa particolare forma del tramandare, rivivere e risignificare le forme culturali. Saper ascoltare è il primo passo per forgiare una metodologia attenta a queste caratteristiche, e costruita su di esse…». -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Camminare al loro fianco proviene da Comune-info.
March 18, 2026
Comune-info
L’importanza di riconoscere le vittorie dei popoli
RAÚL ZIBECHI HA SCRITTO UN ALTRO ARTICOLO SULLA PROTESTA CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE DEI FIUMI IN BRASILE, SEGNALATA SU COMUNE IL 24 FEBBRAIO. NON SOLO PERCHÉ, IN UN TEMPO DI ANGOSCE, SI TRATTA DI UNA STRAORDINARIA VITTORIA DAL BASSO CONTRO UNA DELLE PIÙ GRANDI MULTINAZIONALI DEL MONDO, LA CARGILL, E CONTRO UN GOVERNO PROGRESSISTA COME QUELLO DI LULA, MA PERCHÉ, COME ALTRE VITTORIE DELLE COMUNITÀ INDIGENE E NERE VENGONO IGNORATE O SOTTOVALUTATE. DEL RESTO È STATA PRIMA DI TUTTO UNA LOTTA CONTRO IL CAPITALISMO, MA OGGI, SCRIVE ZIBECHI, LA TENSIONE ANTICAPITALISTA SI È RIFUGIATA NEI POPOLI DEL COLORE DELLA TERRA, NEI CONTADINI E NELLE PERIFERIE URBANE, COLORO CHE FANON DEFINIVA “I DANNATI DELLA TERRA”. INOLTRE, L’AZIONE DIRETTA DI QUELLE COMUNITÀ È STATA GUIDATA DA GIOVANI, CON UNA PARTECIPAZIONE FORTE DELLE DONNE: NONOSTANTE LE NEGAZIONI, LA SINISTRA È DIVENTATA OVUNQUE PATRIARCALE E ISTITUZIONALIZZATA. INFINE, È EVIDENTE CHE ANCHE MOLTI DI COLORO CHE PARLANO CONTINUAMENTE DI PENSIERO CRITICO FANNO ANCORA FATICA A GUARDARE OLTRE LO STATO, E NON SANNO RICONOSCERE CHI È CAPACE DI CAMBIARE IN PROFONDITÀ LE RELAZIONI SOCIALI Foto: @Tukuma_pataxo per APIB / Articulação dos Povos Indígenas do Brasil -------------------------------------------------------------------------------- Mi ha sempre colpito il fatto che qualsiasi sciopero dei lavoratori, da quelli che chiedono salari più alti a quelli che cercano di impedire una serrata, domini i titoli dei media progressisti e di sinistra, e a volte persino dei media mainstream, mentre le vittorie delle comunità indigene e nere vengono ignorate. Qualcosa di simile è accaduto di recente in Brasile, con l’impressionante mobilitazione di quattordici comunità lungo le rive del fiume Tapajós. Sono riuscite a impedire la privatizzazione di tre importanti fiumi amazzonici (il Tocantins, il Madeira e il Tapajós), dove erano previsti dragaggi e la costruzione di porti e terminal merci per trasformarli in corsi d’acqua. È stata una vittoria contro una delle più grandi multinazionali del mondo, la Cargill, e contro un governo progressista come quello di Lula da Silva. Dopo un accampamento durato un mese davanti al terminal della multinazionale, e dopo che erano state indette manifestazioni in tutte le principali città a sostegno delle comunità, il governo ha ritirato il decreto che autorizzava i lavori. A sostegno della popolazione, si sono mobilitati piccoli gruppi di solidarietà, ambientalisti, libertari, donne e giovani anticapitalisti e una vasta gamma di collettivi locali sparsi in tutto il paese, scarsamente coordinati e operanti al di fuori delle principali burocrazie sindacali, dei partiti politici e dei movimenti sociali più ampi. Vorrei offrire alcune riflessioni preliminari per spiegare sia l’assenza del sindacato centrale e del movimento dei lavoratori senza terra, sia la scarsa attenzione data a questa straordinaria lotta dai media di sinistra. Il primo punto è che si è trattato di una lotta contro il capitalismo, in prima linea, dove il sistema avanza con maggiore forza. La lotta contro il capitalismo non gode di grande sostegno al momento, forse perché la sinistra e i movimenti a essa affiliati cercano solo una posizione comoda all’interno del sistema, avendo abbandonato ogni desiderio di trascenderlo. In altre parole, la tensione anticapitalista si è rifugiata nei popoli del colore della terra, nei contadini e nelle periferie urbane, coloro che Fanon definiva “i dannati della terra”. Non sono ambientalisti in senso stretto, ma piuttosto lottano per la vita contro la morte, per evitare di scomparire come popoli inghiottiti dal progresso. Il secondo punto è che si tratta di popoli non bianchi, non urbani, non istituzionalizzati, non protetti da grandi burocrazie. Questo rivela la natura coloniale e razzista di quasi tutti i movimenti di sinistra e dei “grandi” movimenti. Alcuni hanno offerto solo una semplice nota di sostegno, quando sfamare e sostenere 600 persone per 33 giorni avrebbe richiesto un ampio movimento di solidarietà. Sono state le comunità stesse a sostenersi in quel periodo, utilizzando tutte le risorse necessarie per un accampamento di grandi dimensioni, lontano dalle loro case. Non dovrebbe sorprendere che la sinistra sia razzista, ma è esasperante che parli con eloquenza contro la destra e poi non riesca a mobilitare le sue enormi risorse per sostenere le lotte che cercano davvero di frenare il capitalismo. Una terza questione è legata all’azione diretta, guidata dai giovani, con una partecipazione particolarmente forte delle donne. Nonostante le loro negazioni, la sinistra è diventata profondamente patriarcale e istituzionalizzata. Idolatra leader come Lula e non trova modelli di riferimento tra la gente, perché quest’ultima è guidata dalla comunità e avversa all’individualismo, sebbene a volte alcuni imitino la leadership del sistema e cerchino di riprodurla. Il capitalismo è proprio questo: ha articolato razzismo e patriarcato per cinque secoli. Ciò che è doloroso è che così tante persone siano ingannate da questi esponenti della sinistra, da questi movimenti e da questi intellettuali che si sono integrati nel sistema ma mantengono un discorso “critico”. Si definiscono femministe e difensori del dissenso, ma lo fanno per rafforzare il dominio. Dovremmo concludere con un riferimento al pensiero critico. È così addomesticato che non riesce a guardare oltre lo Stato, dando priorità agli interessi nazionali rispetto all’oppressione di classe, colore della pelle e genere. È diventato parte del sistema, che lo usa per domare le lotte e reprimere la resistenza. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su Desinformemonos -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’importanza di riconoscere le vittorie dei popoli proviene da Comune-info.
March 10, 2026
Comune-info
UE-INDIA: OLTRE L’ACCORDO, LA GUERRA AGLI INDIGENI PER L’ACCESSO ALLE RISORSE
L’Unione Europea e l’India hanno rafforzato la loro collaborazione con un nuovo accordo strategico. L’intesa punta a intensificare i rapporti economici, commerciali e politici tra le due parti. Al centro ci sono gli scambi, gli investimenti e la sicurezza delle catene di approvvigionamento. Grande spazio è dedicato alle tecnologie digitali e all’innovazione. L’accordo prevede anche una cooperazione più stretta su clima ed energia. Un altro obiettivo è ridurre le dipendenze strategiche da Paesi terzi. Europa ed India lavoreranno insieme su standard tecnologici comuni. L’intesa rafforza il dialogo geopolitico e il multilateralismo in un contesto internazionale complesso. Per Bruxelles, l’India diventa quindi un partner sempre più centrale. Un passo importante verso una cooperazione più solida e di lungo periodo. Nel giorno della firma dei negoziati, che sono durati vent’anni, in diverse città italiane, ma anche a Bruxelles, si è mobilitato il Comitato internazionale contro l’operazione Kagaar. Spesso sostenuto in Italia da sigle come Slai Cobas, il Comitato protesta contro le operazioni militari indiane contro le minoranze etniche, in primis la popolazione Adivasi, denunciando violenze e repressione dello Stato contro le comunità indigene. Il 26 e 27 gennaio, in occasione della riunione della Commissione Affari Esteri – Sottocommissione Diritti Umani del Parlamento Europeo a Bruxelles, il Comitato internazionale contro l’operazione Kagaar ha organizzato un doppio sit-in di protesta, sia di fronte alla sede dell’eurocamera, sia davanti l’Ambasciata Indiana in Belgio. Il giorno della sigla dell’accordo, diversi presidi anche in Italia, in particolare a Ravenna e a Dalmine (BG). Nello speciale realizzato da Radio Onda d’Urto su questo tema, abbiamo intervistato Enzo Diano ed Ernesto Palatrasio del Comitato internazionale contro l’operazione Kagaar e Luca Mangiacotti, esperto di India, collaboratore di DinamoPress. Ascolta o scarica
January 29, 2026
Radio Onda d`Urto
Guerre, incendi e giustizia climatica
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Extinction Rebellion Italia -------------------------------------------------------------------------------- Il Sud America sta bruciando. Stiamo assistendo a terribili incendi che divampano su migliaia di ettari in Patagonia e nel Cile meridionale, entrambe regioni con vasti territori indigeni, parte del territorio ancestrale di Wallmapu. Incredibilmente, ma fin troppo spesso, i governi di entrambi i paesi incolpano gli stessi indigeni e usano la tragedia per criminalizzare e reprimere le lotte delle comunità e dei popoli Mapuche, anch’essi vittime degli incendi. Le cause di questi incendi devastanti sono molteplici, ma tra le principali ci sono il caos climatico, che favorisce le alte temperature, la siccità e i venti estremi, e le piantagioni monocolturali di alberi a crescita rapida come pini ed eucalipti, che stanno devastando le foreste autoctone. Anche la costruzione di grandi dighe sui fiumi della regione, come il Bío Bío, contribuisce. Anche se questo può sembrare estraneo, lo è, perché devia fiumi e corsi d’acqua, interrompendo ed erodendo i flussi naturali di umidità e vegetazione, che sono componenti essenziali dell’equilibrio dell’ecosistema. Anche il turismo predatorio e l’esaurimento delle risorse necessarie per attuare le leggi antincendio nella regione, come quelle adottate da Milei in Argentina con la Legge sulla Gestione degli Incendi, contribuiscono all’aumento degli incendi. Dal programma di ricerca “Conflitti socio-ambientali in contesti di configurazioni locali di odio, resistenza e richieste da Puelmapu” presso l’Università Nazionale della Patagonia, si afferma che “la causa di fondo che spiega gli incendi ha a che fare con la visione distorta della natura sostenuta dai governi che si sono succeduti. Non vedono una foresta, vedono un ostacolo al loro progresso. Non vedono il sostentamento della vita nelle montagne innevate, ma piuttosto merci. Non vedono un popolo che lotta per i propri diritti, né una comunità organizzata e resiliente, ma piuttosto individui rumorosi seduti su una miniera d’oro. Sono l’estrattivismo, la disinformazione, la speculazione immobiliare, la monocoltura di specie esotiche, l’avidità di minerali strategici e il saccheggio dell’acqua dalle comunità locali che spiegano la complessità che circonda i disastri socio-ambientali. Il fuoco non è l’unico responsabile del disastro; è la presenza (o l’assenza) di decisioni politiche riguardanti il rischio di incendi boschivi e l’attuale modello di sviluppo, che considera la distruzione dei territori della Patagonia come la regola, non l’eccezione…”. Questi incendi sono un duro riflesso della realtà del cambiamento climatico su scala globale: le cause sono chiare, ma mentre bruciamo, i responsabili distorcono e manipolano le informazioni per incolpare le vittime e trarre ulteriore profitto dal disastro. I responsabili del cambiamento climatico La responsabilità del cambiamento climatico è profondamente diseguale tra i paesi, soprattutto se si considera la differenza tra popolazione e status economico. Ciononostante, se la stima viene effettuata esclusivamente tra i paesi, oltre due terzi dei gas serra emessi dal 1850 sono stati emessi da soli dieci paesi, con gli Stati Uniti – che consumano oltre il 25% dell’energia globale con solo il 4% della popolazione mondiale – come principale responsabile. Da una prospettiva aziendale, 71 grandi aziende di estrazione e produzione di petrolio, gas, carbone e cemento sono responsabili della stessa percentuale. Se consideriamo le emissioni annuali di gas serra (GHG) per paese, i principali emettitori oggi sono la Cina, seguita da Stati Uniti, Unione Europea, India e Russia. Gli Stati Uniti sono stati il maggiore emettitore globale fino al 2015. Tuttavia, calcolare le emissioni per paese anziché per popolazione – pro capite – presenta una visione distorta della realtà. Ad esempio, sia la Cina che l’India hanno ciascuna una popolazione più di quattro volte superiore a quella degli Stati Uniti. Il recente rapporto di Oxfam “Climate Plunder” (ottobre 2025) tiene conto di questa differenza e presenta un quadro molto diverso. Se si calcolano le emissioni pro capite e le emissioni storiche cumulative basate sui consumi, il risultato è che gli Stati Uniti sono responsabili del 40% della crisi climatica, l’Unione Europea del 29%, il resto d’Europa del 13%, i restanti paesi del Nord del mondo del 10%, mentre il Sud del mondo è responsabile dell’8%. Il rapporto sopra menzionato dice che una persona che rientra nello 0,1% più ricco della popolazione mondiale produce più inquinamento da carbonio in un solo giorno di quanto ne produca una persona che rientra nel 50% più povero in un anno; dal 1990, quando i rischi del cambiamento climatico sono diventati molto evidenti, la percentuale di emissioni dello 0,1% più ricco della popolazione mondiale è aumentata del 32%, mentre quella del 50% più povero è diminuita del 3%; il livello di consumo del “budget” di carbonio – la quantità di CO2 che può essere emessa senza causare un disastro climatico – da parte di una persona che rientra nell’1% più ricco della popolazione mondiale è oltre cento volte superiore a quello di una persona che rientra nel 50% più povero e oltre trecento volte superiore a quello di una persona che rientra nel 10% più povero; se tutti emettessero carbonio al ritmo dello 0,1% più ricco, quel budget di carbonio si esaurirebbe in meno di tre settimane. Gli stessi responsabili delle guerre… Mentre i territori e le comunità della Patagonia e del Cile meridionale bruciano, gli Stati Uniti scatenano ancora più violenza militare e attacchi palesemente imperialisti sul continente e oltre, mentre la Nato aumenta il suo bilancio e il suo armamento. Guerre e militarismo contribuiscono in modo significativo al cambiamento climatico, che a sua volta crea un circolo vizioso. Più guerre, più distruzione di popoli e territori, più cambiamenti climatici, più violenza e migrazioni, più profitti per il complesso militare-industriale che sostiene gli ultra-ricchi al potere. Infatti, un altro recente rapporto sulla disuguaglianza globale descrive come la piccola minoranza degli ultra-ricchi globali abbia aumentato le proprie fortune di oltre il 16% nel 2025, tre volte più velocemente rispetto ai cinque anni precedenti (Oxfam, 2026, Contro l’impero dei più ricchi). -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada (qui con l’autorizzazione dell’autrice) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Guerre, incendi e giustizia climatica proviene da Comune-info.
January 22, 2026
Comune-info
Comunità mapuche manifestano in difesa della vita di tutti
Mari mari kom pu lamgen ka pu peñi, mari mari kom pu che. Muleayiñ Puelwilli mapu mew Xipay ñeayiñ dungun. Saluti a tutti i fratelli e le sorelle, a tutte le persone. Da Puel willi mapu, (sotto l’amministrazione dello Stato argentino) Patagonia Meridionale, dichiariamo: Negli ultimi due anni la persecuzione e la criminalizzazione  contro il nostro popolo-nazione mapuche si è intensificata. La dittatura razzista cammina senza titubare verso l’apartheid, privandoci di tutti i nostri diritti, cercando di strapparci dai nostri territori. Ha portato avanti processi farsa, basati su menzogne e propaganda razzista per ottenere consenso sociale alle loro politiche segregazioniste. L’Argentina è una società razzista,  questo Stato è stato fondato su un genocidio contro i popoli indigeni, nel corso della storia non c’è stato un governo che abbia condannato le politiche militari di sterminio. L’impunità genera il ripetersi degli atti, ora in Argentina le politiche di morte non solo minacciano la vita dei Mapuche, ma anche quella di tutti gli altri. VENGONO PER APPROPRIARSI DELL’ACQUA. Gli accordi segreti con Mekorot, portati avanti dal governo Milei e sostenuti da dodici governatori locali, mirano a dare il  controllo dell’acqua a questa azienda israeliana, accusata di apartheid idrica in Palestina. In altre parole, metteranno nelle mani dei perpretatori di un genocidio il diritto all’acqua: chi controlla l’acqua controllerà la vita. Ora stanno attaccando anche i ghiacciai. I ghiacciai non sono rinnovabili, quelli che scompariranno non torneranno ad esistere mai più. In un’epoca in cui la crisi climatica sta generando il riscaldamento globale più temibile della storia, i ghiacciai sono un fattore fondamentale per la regolazione della temperatura del pianeta. Distruggere i ghiacciai affinché le compagnie minerarie ottengano profitti, offrendo alle popolazioni povertà, inquinamento e morte, è una decisione tipica di uno Stato terrorista. Questi sono i veri motivi dietro gli sgomberi che patisce il nostro popolo. I prigionieri politici mapuche, le violente e sproporzionate irruzioni come quella dell’11 febbraio nella provincia di Chubut, gli arresti arbitrari di persone innocenti, l’omicidio di Rafael Nawel ed Elias Cayicol, l’accusa di terrorismo contro il popolo mapuche, tutto questo è uno scenario orchestrato per facilitare la loro avanzata mortifera contro la natura. Il popolo mapuche è un tutt’uno con la terra e come popolo della terra difenderemo la vita  di fronte a questa avanzata vorace del sistema terricida. Per questo motivo oggi, 9 dicembre 2025, ci presentiamo alla procura della città di Esquel, Chubut. Consapevoli che l’apparato legale è diventato uno strumento repressivo e giustificatorio di politiche assassine. In questo momento storico, l’unica paura che abbiamo è quella di non riuscire a evitare queste aberrazioni. >  Chiediamo: > > 1- Che venga dichiarata la nullità del caso “Mirantes…”, un caso inventato per > coprire i veri autori degli incendi in Patagonia. > > 2- La restituzione di tutti gli oggetti sequestrati e rubati dalle forze di > polizia quel giorno. > > 3- Che venga dichiarata l’assoluta inibizione dell’uso del nostro DNA. > > Più di 60 persone, in quelle 12 perquisizioni, sono state costrette a > sottoporsi al prelievo di campioni. Questo non solo è illegale, ma è anche > condannato dai trattati e dagli accordi internazionali. > > 4- Riconoscimento del territorio del Lof Catriman-Colihueque, che venga > disattivata la risoluzione dell’IAC (Istituto Autarchico di Colonizzazione e > Promozione Rurale). > > 5- Esigiamo la smilitarizzazione dei nostri territori. > > 6- Riconoscimento, rispetto e applicazione dei diritti indigeni. > > 7- Restituzione dei territori sgomberati al pu lof mapuche. > > 8- Esprimiamo solidarietà ai popoli indigeni  in lotta e al popolo di Mendoza, > uniamo la nostra voce in un forte grido: Amunge Fewla Mekorot!! Fuori Mekorot! > > Ci opponiamo con determinazione all’abrogazione della Legge sui Ghiacciai e > chiediamo all’Argentina e a tutti i popoli indigeni: coraggio, determinazione > e unità per proteggere la vita, perché se non è ora, quando? > > I ghiacciai NON si toccano! > >   Tribunale di Esquel, Chubut, 9 dicembre 2025 Redacción Mar del Plata
December 11, 2025
Pressenza
COP30 a Belém: lotte indigene tra estrattivismo ed emergenza climatica
Le immagini che più di tutte racchiudono il significato e la portata delle mobilitazioni per la giustizia climatica che si sono tenute a Belém – in occasione della 30esima Conferenza ONU sui Cambiamenti Climatici, la COP30 – appaiono tra le migliaia e migliaia di manifestanti che il 15 novembre scorso hanno riempito le strade nella città brasiliana nella marcia per il clima. Una maschera di cartone di Chico Mendes accanto ad una bandiera palestinese, ed un “funerale” del carbone e del petrolio, nel mezzo di rappresentanti di movimenti sociali ed indigeni che nei giorni precedenti avevano partecipato ai lavori della Cupula dos Povos, organizzata all’interno dell’Università dello Stato di Parà. Immagini che uniscono vertenze, lotte, piattaforme per l’autodeterminazione dei popoli, la giustizia ecologica, la protezione dei territori e degli ecosistemi, intersezionalità e diritti contadini e al cibo, e che evocano guerre e violenza epistemica, quella dell’estrattivismo e quella della colonialità del potere. Non è un caso che proprio i giorni prima della marcia si fosse commemorato il 30esimo anniversario dell’esecuzione di Ken Saro Wiwa, ucciso assieme ad altri 8 attivisti del popolo Ogoni per essersi opposto alle attività di estrazione di petrolio nel delta del Niger da parte della Shell. Così i padiglioni e le tende allestite all’università di Parà hanno legato, connesso storie, analisi, proposte, esperienze di resistenza dal basso, organizzate attorno ad alcuni assi tematici, dalla transizione giusta alla liberazione dei popoli, alla resistenza all’estrattivismo, alle economie popolari. Un’evento che ha visto per la maggior parte la partecipazione di movimenti brasiliani, dai Sem Terra, ai popoli indigeni, a quelli per il diritto all’educazione, all’acqua, i movimenti di comunità vittime di megainfrastrutture quali le idrovie nel Cerrado brasiliano o le grandi dighe, che proprio nello stato di Parà hanno segnato in passato la storia della resistenza territoriale. Basti pensare alla storica riunione dei popoli indigeni di Altamira nel 1989, organizzata dal popolo Kayapò mobilitato contro le dighe sul fiume Xingù, e dal suo leader “spirituale”, Raoni, anch’esso presente a Belem. > I corsi e ricorsi storici riaffiorano nelle contraddizioni del modello e del > paradigma di riferimento dei governi “progressisti” dell’America Latina, > quelli ancora rimasti. In primis c’è il sostegno dei governi del PT alla > megadiga di Belo Monte, all’annuncio fatto da Lula, proprio alla vigilia della > COP30, di concessioni di esplorazione petrolifera all’impresa statale > Petrobras alla foce del Rio delle Amazzoni. Un vero elefante nella stanza per il governo Lula, scisso tra cultura sviluppista e rivendicazioni ambientali e dei popoli indigeni incarnate da due donne, la ministra per l’Ambiente Marina Silva e quella per le questioni indigene, Sonia Guajajara presenti alla marcia per la giustizia climatica. La contraddizione però, è passata in sordina, per evitare di dare alle destre un’argomento da utilizzare alla vigilia della campagna elettorale per le presidenziali. Il tutto è stato celato quindi all’interno di una rivendicazione generica sulla messa al bando dei combustibili fossili da parte di movimenti e di un numero crescente di governi che hanno aderito all’iniziativa internazionale per un Trattato vincolante sulla non proliferazione fossile. Non a caso la Colombia di Gustavo Petro è stata a prima ad annunciare la decisione di proibire ogni forma di estrattivismo fossile e minerario nella sua parte di Amazzonia e la convocazione di una conferenza internazionale sulla nonproliferazione fossile che si terrà nell’aprile 2026 a ridosso della nuova tornata elettorale nel paese. Poco prima, a marzo, è in programma il Forum Sociale PanaAmazzonico (FOSPA) che si svolgerà nella regione ecuadoriana del Pastaza, a Puyo, al cuore dell’Amazzonia ecuadoriana, zona di forte presenza di imprese petrolifere e di acerrima resistenza da parte dei popoli indigeni. Anni or sono, in quei luoghi si decise di mantenere il petrolio nel sottosuolo dell’area forestale di Yasuni, una vittoria consolidata lo scorso anno da un referendum popolare che vanificò i tentativi di boicottaggio da parte del governo del Presidente Daniel Noboa. di Rosa Jijon I diritti della Natura riconosciuti dalla Costituzione ecuadoriana sono stati al centro di varie iniziative all’interno della Cupula dos Povos, tra cui la sesta sessione del Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura, Verso un nuovo impegno con la Madre Natura, appuntamento conclusivo di una serie di sessioni tematiche su combustibili fossili e imprese minerarie canadesi. Prima in occasione della Climate Week di New York del settembre dello scorso anno, poi in tre sessioni (Serbia, Quito e Toronto) il Tribunale ha analizzato decine di casi di estrazione petrolifera, e progetti minerari di imprese canadesi, per lo più impegnate nella prospezione o estrazione di minerali “critici” o di “transizione”; necessari per la “transizione energetica” evidenziando le violazioni dei diritti delle comunità, dei difensori e difensore della Madre Terra, e della Natura. Parte del Tribunale, presieduto da Nnimmo Bassey storico attivista nigeriano e Ana Alfinito, avvocata brasiliana, è stata così dedicata all’analisi delle contraddizioni del modello di transizione energetica e la sua incompatibilità con il paradigma di riferimento del capitalismo estrattivista. Non a caso due importanti ricercatori del Pacto Ecosocial ed Intercultural del Sur, Maristella Svampa e Breno Bringel, hanno definito questa fase come quella del consenso della decarbonizzazione, caratterizzata da nuove forme di colonialismo e creazione di nuove zone di sacrificio per alimentare la transizione energetica nei vari Nord del mondo. Il Tribunale ha poi presentato le sue sentenze su combustibili fossili e imprese minerarie e la sua politica sui difensori della Madre Natura introdotta dall’intervento del Relatore Speciale ONU per i difensori dell’ambiente Michel Forst, ed adottato la sua dichiarazione finale “Per un nuovo impegno con la Madre Terra”, contributo politico ai lavori della Cupula dos Povos. > Nella sua dichiarazione il Tribunale afferma che la policrisi attuale ha > origine nei sistemi economici, politici, i e sociali determinati dalla > capitalismo, orientato alla crescita, oltre che al patriarcato, il razzismo e > l’antropocentrismo. Chiede che l’Amazzonia venga riconosciuta come soggetto di > diritto in base alla recente opinione consultiva della Corte Interamericana > dei Diritti Umani che per la prima volta riconosce i diritti intrinseci della > Natura. Questo però non basta, sarà urgente infatti porre fine all’estrazione di minerali e combustibili fossili dal suo sottosuolo oltre a rigettare false soluzioni alla crisi climatica quali il carbon trading o altre forme di “mercantilizzazione” della natura, o forme di “transizione verde” che vengono imposte a discapito dei diritti della Natura e dei popoli. Il Tribunale annuncia poi l’intenzione di tenere una sessione specifica su petrolio in Amazzonia proprio in concomitanza con il FOSPA in Ecuador, e riconosce il ruolo chiave delle comunità e dei difensori e difensore della Madre Terra, esortando la comunità internazionale a “riparare” ai danni causati da decenni di estrattivismo. Nel corso della Cupula dos Povos si sono tenuti altri Tribunali etici o di opinione, uno contro l’ecogenocidio convocato da movimenti di base brasiliani, confluiti nell’inizativa parallela della COP do Povo, altri due sul tema della transizione giusta ed il razzismo ambientale, e l’impatto delle imprese minerarie sui diritti dei popoli nello stato di Parà svoltosi in una zona periferica di Belem. Il Tribunale sulla transizione giusta promosso da ActionAid Brasile, ed ispirato alla sessione sul Cerrado del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP), ha analizzato vari casi portati alla sua attenzione da comunità di donne “quilomboas”, (popolazioni afrodiscendenti) relative alla contaminazione causata dalle imprese minerarie, o dall’imposizione di megaimpianti eolici “made in France” per la produzione di idrogeno verde da esportare in Europa, in particolare nello stato di Cearà, esempio evidente di come il Green New Deal europeo contribuisce a perpetuare ingiustizie storiche nei confronti di territori sacrificabili allo sviluppo, verde o marrone che sia. Altro caso presentato da comunità “quilomboas” di Belém era relativo agli impatti provocati dai lavori per la preparazione delle infrastrutture necessarie per ospitare le decine di migliaia di delegati alla COP30. Tra questi l’inquinamento provocato da infrastrutture fognarie che scaricano reflui nei quartieri periferici di Belém, oppure un’operazione in puro stile greenwashing, con la piantumazione di alberi per creare una foresta ai margini dell’aeroporto di Belém e che invece non è stata mai ultimata lasciandosi dietro gravi danni ambientali per le popolazioni afrodiscendenti. > Uno dei leitmotiv delle mobilitazioni a Belém è stato proprio la forte > presenza di popoli indigeni e afrodiscendenti, “invisibili” al potere, ed alle > istituzioni e che a Belém hanno preso parola per denunciare le loro condizioni > di vita inique. Per molti popoli indigeni brasiliani e quilomboas Belém ha > forse rappresentato l’ultima opportunità di visibilità e di amplificazione > delle proprie richieste a fronte del rischio di un ritorno delle destre al > potere. E per questo è stato necessario alzare il livello delle mobilitazioni, con ben due irruzioni all’interno della zona “blu” quella dove si svolgono i negoziati ufficiali ben distante in termini topografici e politici dalla Cupula dos Povos. Proprio all’indomani dell’ultima azione di protesta del popolo Mundurukù, Sonia Guajajara annunciava la decisione di demarcare quelle terre, ed il lancio di una iniziativa intergovernamentale di 15 paesi, la prima in assoluto nel suo genere, per la demarcazione ed il riconoscimento dei diritti territoriali di popoli indigeni e comunità locali ed afrodiscendenti, e la protezione delle foreste. Dieci saranno quindi le terre indigene demarcate in Brasile, su un totale di 63 milioni di ettari che il governo intende regolalizzare, 59 milioni dei quali per i popoli indigeni e 4 per le comunità quilomboas. Colombia e Congo hanno annunciato iniziative simili. di Rosa Jijon L’appello alla demarcazione delle terre indigene era stato ripreso anche nella dichiarazione finale della Cupula dos Povos nella quale si chiedono anche il riconoscimento del ruolo centrale delle conoscenze ancestrali, la riforma agraria e la promozione dell’agroecologia, il contrasto a forme di razzismo ambientale, si condanna il genocidio del popolo palestinese e si chiede che le spese militari vengano destinate al recupero e risarcimento del debito ecologico causato dai disastri climatici e dall’estrattivismo fossile. La dichiarazione della Cupula sostiene la richiesta di nonproliferazione fossile ed una transizione giusta, sovrana e popolare fatta dai popoli e per i popoli, respingendo ogni forma di “falsa soluzione di mercato”. Tra queste il programma TFFF (Tropical Forests Forever Fund) un fondo promosso dal governo brasiliano con la leadership della Banca Mondiale che dovrebbe convogliare capitali pubblici e privati per 4 miliardi di dollari l’anno alla protezione delle foreste. > Il rischio, secondo le decine di organizzazioni che hanno firmato una > dichiarazione congiunta al riguardo, è che questo programma possa offrire alle > imprese l’ennesima occasione di greenwashing, oltre a non affrontare alla > radice le cause della deforestazione senza mettere al centro i diritti dei > popoli delle foreste. Temi questi che hanno caratterizzato anche il viaggio della Flotilla Amazzonica Yaku Mama che, partita dall’Ecuador, è arrivata a Belém dopo tremila kilometri di navigazione , richiamando alla memoria la storica “navigazione” della Senna da parte di una flotilla indigena in occasione della COP di Parigi di 15 anni fa. Il messaggio era e resta uno: è il momento di tracciare una linea rossa, la fine dell’economia fossile e del capitalismo estrattivista. Belém dimostra che da allora i movimenti sono cresciuti, si sono consolidati, e offrono alternative concrete e praticabili e sopratutto quanto mai urgenti, come si legge nella diachiazione di Belém del Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura, per noi umani e per tutto il vivente. La copertina è di Rosa Jijon SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo COP30 a Belém: lotte indigene tra estrattivismo ed emergenza climatica proviene da DINAMOpress.
November 21, 2025
DINAMOpress
Cop30, tra le proteste indigene
Martedì, contestualmente alla conferenza COP30 (30ª Conferenza delle Parti sulla Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) che sta avendo luogo in questi giorni a Belém in Brasile, è scoppiata una nutrita protesta da parte di comunità indigene e attivisti per il clima, che ha visto dozzine di manifestanti – […] L'articolo Cop30, tra le proteste indigene su Contropiano.
November 14, 2025
Contropiano
BRASILE: I POPOLI INDIGENI SBARCANO ALLA COP30, “L’UNICA RISPOSTA ALL’EMERGENZA CLIMATICA SIAMO NOI”
Prosegue a Belem, capitale dello stato brasiliano del Parà, la Cop30, la trentesima conferenza dell’Onu sul clima. Almeno 5 mila rappresentanti dei popoli amazzonici sono sbarcati in città in quella che è stata definita “la barqueata dos povos”: in migliaia hanno navigato per settimane a bordo di circa 300 imbarcazioni. Erano partiti dal cuore dell’Amazzonia, dal Perù alla Colombia all’Ecuador, in alcuni casi percorrendo anche 3 mila chilometri, per arrivare al cospetto di potenti, delegati e leader mondiali riuniti alla Cop30. “L’Amazzonia non è dei ricchi, nessuno tocchi la nostra terra” hanno detto gli indigeni, dando il via al parallelo “Vertice dei Popoli” iniziato in queste ore e che vuole denunciare lo sfruttamento dei fiumi amazzonici e l’impatto dell’espansione del settore agricolo sulla foresta. L’intervento ai nostri microfoni di Antonio Lupo, membro del direttivo del Comitato Amigos Movimento Sin Terra Italia e presidente di ISDE Liguria, medici per l’ambiente. Ascolta o scarica
November 13, 2025
Radio Onda d`Urto