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UE-INDIA: OLTRE L’ACCORDO, LA GUERRA AGLI INDIGENI PER L’ACCESSO ALLE RISORSE
L’Unione Europea e l’India hanno rafforzato la loro collaborazione con un nuovo accordo strategico. L’intesa punta a intensificare i rapporti economici, commerciali e politici tra le due parti. Al centro ci sono gli scambi, gli investimenti e la sicurezza delle catene di approvvigionamento. Grande spazio è dedicato alle tecnologie digitali e all’innovazione. L’accordo prevede anche una cooperazione più stretta su clima ed energia. Un altro obiettivo è ridurre le dipendenze strategiche da Paesi terzi. Europa ed India lavoreranno insieme su standard tecnologici comuni. L’intesa rafforza il dialogo geopolitico e il multilateralismo in un contesto internazionale complesso. Per Bruxelles, l’India diventa quindi un partner sempre più centrale. Un passo importante verso una cooperazione più solida e di lungo periodo. Nel giorno della firma dei negoziati, che sono durati vent’anni, in diverse città italiane, ma anche a Bruxelles, si è mobilitato il Comitato internazionale contro l’operazione Kagaar. Spesso sostenuto in Italia da sigle come Slai Cobas, il Comitato protesta contro le operazioni militari indiane contro le minoranze etniche, in primis la popolazione Adivasi, denunciando violenze e repressione dello Stato contro le comunità indigene. Il 26 e 27 gennaio, in occasione della riunione della Commissione Affari Esteri – Sottocommissione Diritti Umani del Parlamento Europeo a Bruxelles, il Comitato internazionale contro l’operazione Kagaar ha organizzato un doppio sit-in di protesta, sia di fronte alla sede dell’eurocamera, sia davanti l’Ambasciata Indiana in Belgio. Il giorno della sigla dell’accordo, diversi presidi anche in Italia, in particolare a Ravenna e a Dalmine (BG). Nello speciale realizzato da Radio Onda d’Urto su questo tema, abbiamo intervistato Enzo Diano ed Ernesto Palatrasio del Comitato internazionale contro l’operazione Kagaar e Luca Mangiacotti, esperto di India, collaboratore di DinamoPress. Ascolta o scarica
January 29, 2026
Radio Onda d`Urto
Guerre, incendi e giustizia climatica
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Extinction Rebellion Italia -------------------------------------------------------------------------------- Il Sud America sta bruciando. Stiamo assistendo a terribili incendi che divampano su migliaia di ettari in Patagonia e nel Cile meridionale, entrambe regioni con vasti territori indigeni, parte del territorio ancestrale di Wallmapu. Incredibilmente, ma fin troppo spesso, i governi di entrambi i paesi incolpano gli stessi indigeni e usano la tragedia per criminalizzare e reprimere le lotte delle comunità e dei popoli Mapuche, anch’essi vittime degli incendi. Le cause di questi incendi devastanti sono molteplici, ma tra le principali ci sono il caos climatico, che favorisce le alte temperature, la siccità e i venti estremi, e le piantagioni monocolturali di alberi a crescita rapida come pini ed eucalipti, che stanno devastando le foreste autoctone. Anche la costruzione di grandi dighe sui fiumi della regione, come il Bío Bío, contribuisce. Anche se questo può sembrare estraneo, lo è, perché devia fiumi e corsi d’acqua, interrompendo ed erodendo i flussi naturali di umidità e vegetazione, che sono componenti essenziali dell’equilibrio dell’ecosistema. Anche il turismo predatorio e l’esaurimento delle risorse necessarie per attuare le leggi antincendio nella regione, come quelle adottate da Milei in Argentina con la Legge sulla Gestione degli Incendi, contribuiscono all’aumento degli incendi. Dal programma di ricerca “Conflitti socio-ambientali in contesti di configurazioni locali di odio, resistenza e richieste da Puelmapu” presso l’Università Nazionale della Patagonia, si afferma che “la causa di fondo che spiega gli incendi ha a che fare con la visione distorta della natura sostenuta dai governi che si sono succeduti. Non vedono una foresta, vedono un ostacolo al loro progresso. Non vedono il sostentamento della vita nelle montagne innevate, ma piuttosto merci. Non vedono un popolo che lotta per i propri diritti, né una comunità organizzata e resiliente, ma piuttosto individui rumorosi seduti su una miniera d’oro. Sono l’estrattivismo, la disinformazione, la speculazione immobiliare, la monocoltura di specie esotiche, l’avidità di minerali strategici e il saccheggio dell’acqua dalle comunità locali che spiegano la complessità che circonda i disastri socio-ambientali. Il fuoco non è l’unico responsabile del disastro; è la presenza (o l’assenza) di decisioni politiche riguardanti il rischio di incendi boschivi e l’attuale modello di sviluppo, che considera la distruzione dei territori della Patagonia come la regola, non l’eccezione…”. Questi incendi sono un duro riflesso della realtà del cambiamento climatico su scala globale: le cause sono chiare, ma mentre bruciamo, i responsabili distorcono e manipolano le informazioni per incolpare le vittime e trarre ulteriore profitto dal disastro. I responsabili del cambiamento climatico La responsabilità del cambiamento climatico è profondamente diseguale tra i paesi, soprattutto se si considera la differenza tra popolazione e status economico. Ciononostante, se la stima viene effettuata esclusivamente tra i paesi, oltre due terzi dei gas serra emessi dal 1850 sono stati emessi da soli dieci paesi, con gli Stati Uniti – che consumano oltre il 25% dell’energia globale con solo il 4% della popolazione mondiale – come principale responsabile. Da una prospettiva aziendale, 71 grandi aziende di estrazione e produzione di petrolio, gas, carbone e cemento sono responsabili della stessa percentuale. Se consideriamo le emissioni annuali di gas serra (GHG) per paese, i principali emettitori oggi sono la Cina, seguita da Stati Uniti, Unione Europea, India e Russia. Gli Stati Uniti sono stati il maggiore emettitore globale fino al 2015. Tuttavia, calcolare le emissioni per paese anziché per popolazione – pro capite – presenta una visione distorta della realtà. Ad esempio, sia la Cina che l’India hanno ciascuna una popolazione più di quattro volte superiore a quella degli Stati Uniti. Il recente rapporto di Oxfam “Climate Plunder” (ottobre 2025) tiene conto di questa differenza e presenta un quadro molto diverso. Se si calcolano le emissioni pro capite e le emissioni storiche cumulative basate sui consumi, il risultato è che gli Stati Uniti sono responsabili del 40% della crisi climatica, l’Unione Europea del 29%, il resto d’Europa del 13%, i restanti paesi del Nord del mondo del 10%, mentre il Sud del mondo è responsabile dell’8%. Il rapporto sopra menzionato dice che una persona che rientra nello 0,1% più ricco della popolazione mondiale produce più inquinamento da carbonio in un solo giorno di quanto ne produca una persona che rientra nel 50% più povero in un anno; dal 1990, quando i rischi del cambiamento climatico sono diventati molto evidenti, la percentuale di emissioni dello 0,1% più ricco della popolazione mondiale è aumentata del 32%, mentre quella del 50% più povero è diminuita del 3%; il livello di consumo del “budget” di carbonio – la quantità di CO2 che può essere emessa senza causare un disastro climatico – da parte di una persona che rientra nell’1% più ricco della popolazione mondiale è oltre cento volte superiore a quello di una persona che rientra nel 50% più povero e oltre trecento volte superiore a quello di una persona che rientra nel 10% più povero; se tutti emettessero carbonio al ritmo dello 0,1% più ricco, quel budget di carbonio si esaurirebbe in meno di tre settimane. Gli stessi responsabili delle guerre… Mentre i territori e le comunità della Patagonia e del Cile meridionale bruciano, gli Stati Uniti scatenano ancora più violenza militare e attacchi palesemente imperialisti sul continente e oltre, mentre la Nato aumenta il suo bilancio e il suo armamento. Guerre e militarismo contribuiscono in modo significativo al cambiamento climatico, che a sua volta crea un circolo vizioso. Più guerre, più distruzione di popoli e territori, più cambiamenti climatici, più violenza e migrazioni, più profitti per il complesso militare-industriale che sostiene gli ultra-ricchi al potere. Infatti, un altro recente rapporto sulla disuguaglianza globale descrive come la piccola minoranza degli ultra-ricchi globali abbia aumentato le proprie fortune di oltre il 16% nel 2025, tre volte più velocemente rispetto ai cinque anni precedenti (Oxfam, 2026, Contro l’impero dei più ricchi). -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada (qui con l’autorizzazione dell’autrice) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Guerre, incendi e giustizia climatica proviene da Comune-info.
January 22, 2026
Comune-info
Comunità mapuche manifestano in difesa della vita di tutti
Mari mari kom pu lamgen ka pu peñi, mari mari kom pu che. Muleayiñ Puelwilli mapu mew Xipay ñeayiñ dungun. Saluti a tutti i fratelli e le sorelle, a tutte le persone. Da Puel willi mapu, (sotto l’amministrazione dello Stato argentino) Patagonia Meridionale, dichiariamo: Negli ultimi due anni la persecuzione e la criminalizzazione  contro il nostro popolo-nazione mapuche si è intensificata. La dittatura razzista cammina senza titubare verso l’apartheid, privandoci di tutti i nostri diritti, cercando di strapparci dai nostri territori. Ha portato avanti processi farsa, basati su menzogne e propaganda razzista per ottenere consenso sociale alle loro politiche segregazioniste. L’Argentina è una società razzista,  questo Stato è stato fondato su un genocidio contro i popoli indigeni, nel corso della storia non c’è stato un governo che abbia condannato le politiche militari di sterminio. L’impunità genera il ripetersi degli atti, ora in Argentina le politiche di morte non solo minacciano la vita dei Mapuche, ma anche quella di tutti gli altri. VENGONO PER APPROPRIARSI DELL’ACQUA. Gli accordi segreti con Mekorot, portati avanti dal governo Milei e sostenuti da dodici governatori locali, mirano a dare il  controllo dell’acqua a questa azienda israeliana, accusata di apartheid idrica in Palestina. In altre parole, metteranno nelle mani dei perpretatori di un genocidio il diritto all’acqua: chi controlla l’acqua controllerà la vita. Ora stanno attaccando anche i ghiacciai. I ghiacciai non sono rinnovabili, quelli che scompariranno non torneranno ad esistere mai più. In un’epoca in cui la crisi climatica sta generando il riscaldamento globale più temibile della storia, i ghiacciai sono un fattore fondamentale per la regolazione della temperatura del pianeta. Distruggere i ghiacciai affinché le compagnie minerarie ottengano profitti, offrendo alle popolazioni povertà, inquinamento e morte, è una decisione tipica di uno Stato terrorista. Questi sono i veri motivi dietro gli sgomberi che patisce il nostro popolo. I prigionieri politici mapuche, le violente e sproporzionate irruzioni come quella dell’11 febbraio nella provincia di Chubut, gli arresti arbitrari di persone innocenti, l’omicidio di Rafael Nawel ed Elias Cayicol, l’accusa di terrorismo contro il popolo mapuche, tutto questo è uno scenario orchestrato per facilitare la loro avanzata mortifera contro la natura. Il popolo mapuche è un tutt’uno con la terra e come popolo della terra difenderemo la vita  di fronte a questa avanzata vorace del sistema terricida. Per questo motivo oggi, 9 dicembre 2025, ci presentiamo alla procura della città di Esquel, Chubut. Consapevoli che l’apparato legale è diventato uno strumento repressivo e giustificatorio di politiche assassine. In questo momento storico, l’unica paura che abbiamo è quella di non riuscire a evitare queste aberrazioni. >  Chiediamo: > > 1- Che venga dichiarata la nullità del caso “Mirantes…”, un caso inventato per > coprire i veri autori degli incendi in Patagonia. > > 2- La restituzione di tutti gli oggetti sequestrati e rubati dalle forze di > polizia quel giorno. > > 3- Che venga dichiarata l’assoluta inibizione dell’uso del nostro DNA. > > Più di 60 persone, in quelle 12 perquisizioni, sono state costrette a > sottoporsi al prelievo di campioni. Questo non solo è illegale, ma è anche > condannato dai trattati e dagli accordi internazionali. > > 4- Riconoscimento del territorio del Lof Catriman-Colihueque, che venga > disattivata la risoluzione dell’IAC (Istituto Autarchico di Colonizzazione e > Promozione Rurale). > > 5- Esigiamo la smilitarizzazione dei nostri territori. > > 6- Riconoscimento, rispetto e applicazione dei diritti indigeni. > > 7- Restituzione dei territori sgomberati al pu lof mapuche. > > 8- Esprimiamo solidarietà ai popoli indigeni  in lotta e al popolo di Mendoza, > uniamo la nostra voce in un forte grido: Amunge Fewla Mekorot!! Fuori Mekorot! > > Ci opponiamo con determinazione all’abrogazione della Legge sui Ghiacciai e > chiediamo all’Argentina e a tutti i popoli indigeni: coraggio, determinazione > e unità per proteggere la vita, perché se non è ora, quando? > > I ghiacciai NON si toccano! > >   Tribunale di Esquel, Chubut, 9 dicembre 2025 Redacción Mar del Plata
December 11, 2025
Pressenza
COP30 a Belém: lotte indigene tra estrattivismo ed emergenza climatica
Le immagini che più di tutte racchiudono il significato e la portata delle mobilitazioni per la giustizia climatica che si sono tenute a Belém – in occasione della 30esima Conferenza ONU sui Cambiamenti Climatici, la COP30 – appaiono tra le migliaia e migliaia di manifestanti che il 15 novembre scorso hanno riempito le strade nella città brasiliana nella marcia per il clima. Una maschera di cartone di Chico Mendes accanto ad una bandiera palestinese, ed un “funerale” del carbone e del petrolio, nel mezzo di rappresentanti di movimenti sociali ed indigeni che nei giorni precedenti avevano partecipato ai lavori della Cupula dos Povos, organizzata all’interno dell’Università dello Stato di Parà. Immagini che uniscono vertenze, lotte, piattaforme per l’autodeterminazione dei popoli, la giustizia ecologica, la protezione dei territori e degli ecosistemi, intersezionalità e diritti contadini e al cibo, e che evocano guerre e violenza epistemica, quella dell’estrattivismo e quella della colonialità del potere. Non è un caso che proprio i giorni prima della marcia si fosse commemorato il 30esimo anniversario dell’esecuzione di Ken Saro Wiwa, ucciso assieme ad altri 8 attivisti del popolo Ogoni per essersi opposto alle attività di estrazione di petrolio nel delta del Niger da parte della Shell. Così i padiglioni e le tende allestite all’università di Parà hanno legato, connesso storie, analisi, proposte, esperienze di resistenza dal basso, organizzate attorno ad alcuni assi tematici, dalla transizione giusta alla liberazione dei popoli, alla resistenza all’estrattivismo, alle economie popolari. Un’evento che ha visto per la maggior parte la partecipazione di movimenti brasiliani, dai Sem Terra, ai popoli indigeni, a quelli per il diritto all’educazione, all’acqua, i movimenti di comunità vittime di megainfrastrutture quali le idrovie nel Cerrado brasiliano o le grandi dighe, che proprio nello stato di Parà hanno segnato in passato la storia della resistenza territoriale. Basti pensare alla storica riunione dei popoli indigeni di Altamira nel 1989, organizzata dal popolo Kayapò mobilitato contro le dighe sul fiume Xingù, e dal suo leader “spirituale”, Raoni, anch’esso presente a Belem. > I corsi e ricorsi storici riaffiorano nelle contraddizioni del modello e del > paradigma di riferimento dei governi “progressisti” dell’America Latina, > quelli ancora rimasti. In primis c’è il sostegno dei governi del PT alla > megadiga di Belo Monte, all’annuncio fatto da Lula, proprio alla vigilia della > COP30, di concessioni di esplorazione petrolifera all’impresa statale > Petrobras alla foce del Rio delle Amazzoni. Un vero elefante nella stanza per il governo Lula, scisso tra cultura sviluppista e rivendicazioni ambientali e dei popoli indigeni incarnate da due donne, la ministra per l’Ambiente Marina Silva e quella per le questioni indigene, Sonia Guajajara presenti alla marcia per la giustizia climatica. La contraddizione però, è passata in sordina, per evitare di dare alle destre un’argomento da utilizzare alla vigilia della campagna elettorale per le presidenziali. Il tutto è stato celato quindi all’interno di una rivendicazione generica sulla messa al bando dei combustibili fossili da parte di movimenti e di un numero crescente di governi che hanno aderito all’iniziativa internazionale per un Trattato vincolante sulla non proliferazione fossile. Non a caso la Colombia di Gustavo Petro è stata a prima ad annunciare la decisione di proibire ogni forma di estrattivismo fossile e minerario nella sua parte di Amazzonia e la convocazione di una conferenza internazionale sulla nonproliferazione fossile che si terrà nell’aprile 2026 a ridosso della nuova tornata elettorale nel paese. Poco prima, a marzo, è in programma il Forum Sociale PanaAmazzonico (FOSPA) che si svolgerà nella regione ecuadoriana del Pastaza, a Puyo, al cuore dell’Amazzonia ecuadoriana, zona di forte presenza di imprese petrolifere e di acerrima resistenza da parte dei popoli indigeni. Anni or sono, in quei luoghi si decise di mantenere il petrolio nel sottosuolo dell’area forestale di Yasuni, una vittoria consolidata lo scorso anno da un referendum popolare che vanificò i tentativi di boicottaggio da parte del governo del Presidente Daniel Noboa. di Rosa Jijon I diritti della Natura riconosciuti dalla Costituzione ecuadoriana sono stati al centro di varie iniziative all’interno della Cupula dos Povos, tra cui la sesta sessione del Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura, Verso un nuovo impegno con la Madre Natura, appuntamento conclusivo di una serie di sessioni tematiche su combustibili fossili e imprese minerarie canadesi. Prima in occasione della Climate Week di New York del settembre dello scorso anno, poi in tre sessioni (Serbia, Quito e Toronto) il Tribunale ha analizzato decine di casi di estrazione petrolifera, e progetti minerari di imprese canadesi, per lo più impegnate nella prospezione o estrazione di minerali “critici” o di “transizione”; necessari per la “transizione energetica” evidenziando le violazioni dei diritti delle comunità, dei difensori e difensore della Madre Terra, e della Natura. Parte del Tribunale, presieduto da Nnimmo Bassey storico attivista nigeriano e Ana Alfinito, avvocata brasiliana, è stata così dedicata all’analisi delle contraddizioni del modello di transizione energetica e la sua incompatibilità con il paradigma di riferimento del capitalismo estrattivista. Non a caso due importanti ricercatori del Pacto Ecosocial ed Intercultural del Sur, Maristella Svampa e Breno Bringel, hanno definito questa fase come quella del consenso della decarbonizzazione, caratterizzata da nuove forme di colonialismo e creazione di nuove zone di sacrificio per alimentare la transizione energetica nei vari Nord del mondo. Il Tribunale ha poi presentato le sue sentenze su combustibili fossili e imprese minerarie e la sua politica sui difensori della Madre Natura introdotta dall’intervento del Relatore Speciale ONU per i difensori dell’ambiente Michel Forst, ed adottato la sua dichiarazione finale “Per un nuovo impegno con la Madre Terra”, contributo politico ai lavori della Cupula dos Povos. > Nella sua dichiarazione il Tribunale afferma che la policrisi attuale ha > origine nei sistemi economici, politici, i e sociali determinati dalla > capitalismo, orientato alla crescita, oltre che al patriarcato, il razzismo e > l’antropocentrismo. Chiede che l’Amazzonia venga riconosciuta come soggetto di > diritto in base alla recente opinione consultiva della Corte Interamericana > dei Diritti Umani che per la prima volta riconosce i diritti intrinseci della > Natura. Questo però non basta, sarà urgente infatti porre fine all’estrazione di minerali e combustibili fossili dal suo sottosuolo oltre a rigettare false soluzioni alla crisi climatica quali il carbon trading o altre forme di “mercantilizzazione” della natura, o forme di “transizione verde” che vengono imposte a discapito dei diritti della Natura e dei popoli. Il Tribunale annuncia poi l’intenzione di tenere una sessione specifica su petrolio in Amazzonia proprio in concomitanza con il FOSPA in Ecuador, e riconosce il ruolo chiave delle comunità e dei difensori e difensore della Madre Terra, esortando la comunità internazionale a “riparare” ai danni causati da decenni di estrattivismo. Nel corso della Cupula dos Povos si sono tenuti altri Tribunali etici o di opinione, uno contro l’ecogenocidio convocato da movimenti di base brasiliani, confluiti nell’inizativa parallela della COP do Povo, altri due sul tema della transizione giusta ed il razzismo ambientale, e l’impatto delle imprese minerarie sui diritti dei popoli nello stato di Parà svoltosi in una zona periferica di Belem. Il Tribunale sulla transizione giusta promosso da ActionAid Brasile, ed ispirato alla sessione sul Cerrado del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP), ha analizzato vari casi portati alla sua attenzione da comunità di donne “quilomboas”, (popolazioni afrodiscendenti) relative alla contaminazione causata dalle imprese minerarie, o dall’imposizione di megaimpianti eolici “made in France” per la produzione di idrogeno verde da esportare in Europa, in particolare nello stato di Cearà, esempio evidente di come il Green New Deal europeo contribuisce a perpetuare ingiustizie storiche nei confronti di territori sacrificabili allo sviluppo, verde o marrone che sia. Altro caso presentato da comunità “quilomboas” di Belém era relativo agli impatti provocati dai lavori per la preparazione delle infrastrutture necessarie per ospitare le decine di migliaia di delegati alla COP30. Tra questi l’inquinamento provocato da infrastrutture fognarie che scaricano reflui nei quartieri periferici di Belém, oppure un’operazione in puro stile greenwashing, con la piantumazione di alberi per creare una foresta ai margini dell’aeroporto di Belém e che invece non è stata mai ultimata lasciandosi dietro gravi danni ambientali per le popolazioni afrodiscendenti. > Uno dei leitmotiv delle mobilitazioni a Belém è stato proprio la forte > presenza di popoli indigeni e afrodiscendenti, “invisibili” al potere, ed alle > istituzioni e che a Belém hanno preso parola per denunciare le loro condizioni > di vita inique. Per molti popoli indigeni brasiliani e quilomboas Belém ha > forse rappresentato l’ultima opportunità di visibilità e di amplificazione > delle proprie richieste a fronte del rischio di un ritorno delle destre al > potere. E per questo è stato necessario alzare il livello delle mobilitazioni, con ben due irruzioni all’interno della zona “blu” quella dove si svolgono i negoziati ufficiali ben distante in termini topografici e politici dalla Cupula dos Povos. Proprio all’indomani dell’ultima azione di protesta del popolo Mundurukù, Sonia Guajajara annunciava la decisione di demarcare quelle terre, ed il lancio di una iniziativa intergovernamentale di 15 paesi, la prima in assoluto nel suo genere, per la demarcazione ed il riconoscimento dei diritti territoriali di popoli indigeni e comunità locali ed afrodiscendenti, e la protezione delle foreste. Dieci saranno quindi le terre indigene demarcate in Brasile, su un totale di 63 milioni di ettari che il governo intende regolalizzare, 59 milioni dei quali per i popoli indigeni e 4 per le comunità quilomboas. Colombia e Congo hanno annunciato iniziative simili. di Rosa Jijon L’appello alla demarcazione delle terre indigene era stato ripreso anche nella dichiarazione finale della Cupula dos Povos nella quale si chiedono anche il riconoscimento del ruolo centrale delle conoscenze ancestrali, la riforma agraria e la promozione dell’agroecologia, il contrasto a forme di razzismo ambientale, si condanna il genocidio del popolo palestinese e si chiede che le spese militari vengano destinate al recupero e risarcimento del debito ecologico causato dai disastri climatici e dall’estrattivismo fossile. La dichiarazione della Cupula sostiene la richiesta di nonproliferazione fossile ed una transizione giusta, sovrana e popolare fatta dai popoli e per i popoli, respingendo ogni forma di “falsa soluzione di mercato”. Tra queste il programma TFFF (Tropical Forests Forever Fund) un fondo promosso dal governo brasiliano con la leadership della Banca Mondiale che dovrebbe convogliare capitali pubblici e privati per 4 miliardi di dollari l’anno alla protezione delle foreste. > Il rischio, secondo le decine di organizzazioni che hanno firmato una > dichiarazione congiunta al riguardo, è che questo programma possa offrire alle > imprese l’ennesima occasione di greenwashing, oltre a non affrontare alla > radice le cause della deforestazione senza mettere al centro i diritti dei > popoli delle foreste. Temi questi che hanno caratterizzato anche il viaggio della Flotilla Amazzonica Yaku Mama che, partita dall’Ecuador, è arrivata a Belém dopo tremila kilometri di navigazione , richiamando alla memoria la storica “navigazione” della Senna da parte di una flotilla indigena in occasione della COP di Parigi di 15 anni fa. Il messaggio era e resta uno: è il momento di tracciare una linea rossa, la fine dell’economia fossile e del capitalismo estrattivista. Belém dimostra che da allora i movimenti sono cresciuti, si sono consolidati, e offrono alternative concrete e praticabili e sopratutto quanto mai urgenti, come si legge nella diachiazione di Belém del Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura, per noi umani e per tutto il vivente. La copertina è di Rosa Jijon SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo COP30 a Belém: lotte indigene tra estrattivismo ed emergenza climatica proviene da DINAMOpress.
November 21, 2025
DINAMOpress
Cop30, tra le proteste indigene
Martedì, contestualmente alla conferenza COP30 (30ª Conferenza delle Parti sulla Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) che sta avendo luogo in questi giorni a Belém in Brasile, è scoppiata una nutrita protesta da parte di comunità indigene e attivisti per il clima, che ha visto dozzine di manifestanti – […] L'articolo Cop30, tra le proteste indigene su Contropiano.
November 14, 2025
Contropiano
BRASILE: I POPOLI INDIGENI SBARCANO ALLA COP30, “L’UNICA RISPOSTA ALL’EMERGENZA CLIMATICA SIAMO NOI”
Prosegue a Belem, capitale dello stato brasiliano del Parà, la Cop30, la trentesima conferenza dell’Onu sul clima. Almeno 5 mila rappresentanti dei popoli amazzonici sono sbarcati in città in quella che è stata definita “la barqueata dos povos”: in migliaia hanno navigato per settimane a bordo di circa 300 imbarcazioni. Erano partiti dal cuore dell’Amazzonia, dal Perù alla Colombia all’Ecuador, in alcuni casi percorrendo anche 3 mila chilometri, per arrivare al cospetto di potenti, delegati e leader mondiali riuniti alla Cop30. “L’Amazzonia non è dei ricchi, nessuno tocchi la nostra terra” hanno detto gli indigeni, dando il via al parallelo “Vertice dei Popoli” iniziato in queste ore e che vuole denunciare lo sfruttamento dei fiumi amazzonici e l’impatto dell’espansione del settore agricolo sulla foresta. L’intervento ai nostri microfoni di Antonio Lupo, membro del direttivo del Comitato Amigos Movimento Sin Terra Italia e presidente di ISDE Liguria, medici per l’ambiente. Ascolta o scarica
November 13, 2025
Radio Onda d`Urto
La sfiducia verso gli altri mondi
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Massimo Tennenini -------------------------------------------------------------------------------- Occasionalmente, anche se raramente, troviamo echi nel modo in cui vediamo il mondo, e in particolare, il nostro mondo. Una recente intervista sul sito Comune, condotta da Gianluca Carmosino con l’antropologa italiana Stefania Consigliere, è particolarmente stimolante. Intitolata “Perché è difficile riconoscere nuovi mondi?“, presenta una prospettiva interessante. L’antropologa sostiene che altri mondi, o mondi nuovi, esistano già, anche se appaiono disorganizzati e imperfetti. Individua due ragioni che ci impediscono di vederli, riconoscerli e dare loro l’importanza che meritano. La prima è “lo sguardo coloniale”. A suo avviso, “se un mondo non è tecnologicamente avanzato, ad esempio, o non ha una struttura sociale come la nostra, è un mondo un po’ selvaggio, meno desiderabile e primitivo”. Si tratta di un’“arroganza coloniale” che non è affatto esclusiva dell’Europa o del Nord del mondo, ma è atteggiamento consueto tra la sinistra e gli accademici latinoamericani, che tendono a guardare con distacco e disprezzo le iniziative provenienti dal basso e dalla sinistra. Una riflessione che condividiamo. Il secondo tema affrontato riguarda “l’approccio eroico all’idea di cambiamento”, ereditato dalla nozione tradizionale di “rivoluzione come presa del potere, con il momento magico escatologico nel quale finalmente arriviamo alle leve del comando e dirigiamo la macchina dove ci piace…”. Riesce a collegare la presa del potere statale con “la tentazione del dominio”, che, secondo l’autrice, risulta essere l’aspetto meno esplorato dei movimenti antisistemici. Credo che entrambe le riflessioni siano molto importanti, a patto che riusciamo ad accoglierle come un nostro problema e non come un problema altrui, lontano da noi. Tutti noi che sosteniamo lo zapatismo abbiamo sperimentato persone di sinistra e di altri movimenti che alzavano le spalle quando raccontavamo loro di aver partecipato a un incontro e di aver condiviso le nostre esperienze con i compagni, o che stavamo sostenendo la costruzione di un ospedale, di una scuola o la distribuzione di caffè biologico. L’immagine eroica degli operai bolscevichi che entrano nel Palazzo d’Inverno sembra davvero importante, mentre partecipare a un evento per ascoltare e imparare sembra secondario, quasi irrilevante. Una citazione della scrittrice Simone Weil nell’intervista sopracitata riassume questo atteggiamento avanguardista di non ascolto: “… l’attenzione è la più alta e rara delle virtù. Quindi stare attenti, stare in ascolto, sentirsi, anziché performare”. Questi sono i passaggi preliminari necessari per intraprendere azioni profonde e, quindi, durature. L’immagine della presa del potere come ingresso al palazzo è diventata una cartolina, un’immagine che racchiude le idee semplicistiche di rivoluzione che hanno così profondamente permeato l’immaginario della sinistra mondiale. Tutto ciò che non si allinea con questo è quasi una perdita di tempo. Un grosso problema di questa sinistra è che decontestualizza il prima e il dopo del benedetto binomio “rivoluzione = presa del potere”, isolando quell’evento e trasformandolo in un paradigma di ciò che è desiderabile, dell’unica cosa che ha veramente valore. Ma quel passo è sempre stato preceduto, in ogni caso, da migliaia di piccole azioni che non sembravano importanti, né si sapeva che potessero portare ad azioni più grandi. Un fornaio indipendentista catalano scrisse delle centinaia di forni per il pane di Barcellona, che lavoravano tonnellate di farina ogni giorno per mano di migliaia di persone, come un importante antecedente alla rivoluzione di Barcellona del 1936, seguita al colpo di stato di Franco. Sono appena tornato dal Perù, dove ho avuto una lunga conversazione con uno dei consulenti più esperti dell’organizzazione amazzonica AIDESEP (Associazione Interetnica per lo Sviluppo della Foresta Pluviale Peruviana), che riunisce quasi 2.500 comunità in nove federazioni. Abbiamo parlato a lungo dei 15 governi autonomi che altrettante comunità hanno creato a causa dell’impossibilità di dialogo e negoziazione con il governo di Lima. Quando gli ho chiesto perché i popoli indigeni delle Ande, Quechua e Aymara, non abbiano intrapreso un percorso simile, il suo racconto mi ha sorpreso. La CONACAMI (Confederazione Nazionale delle Comunità del Perù Colpite dall’Attività Mineraria), che rappresentava più della metà delle sei comunità andine del Paese, ha iniziato a discutere la possibilità di adottare un’identità indigena, poiché fino ad allora le organizzazioni si identificavano solo come contadine. Adottare un orientamento indigeno significava rompere con la tradizione di mobilitarsi per rivendicare qualcosa dallo Stato, poiché non riuscivano a concepire altra opzione che negoziare per ottenere risorse. La posizione indigena fu sostenuta, tra gli altri, dal nostro compagno Hugo Blanco. Tuttavia, i partiti di sinistra peruviani si rifiutarono di consentire questo passo, perché ritenevano di perdere il controllo della “loro” base, rigorosamente controllata dalle gerarchie di partito e da movimenti come il PCC (Confederazione Contadina Peruviana). Usarono la minaccia di tagliare i finanziamenti al movimento attraverso le ONG da loro controllate come ricatto, riuscendo così a bloccare questo passo storico che avrebbe condotto i popoli andini verso percorsi più vicini alla costruzione dell’autonomia. Sollevo questa questione perché sento che, oltre allo sguardo coloniale e alla visione eroica dei cambiamenti che analizza Consigliere, ci sono gli interessi personali e politici meschini di coloro che vivono a scapito dello sforzo dei popoli e usano la loro influenza per ottenere qualche tipo di vantaggio. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Desinformemonos con il titolo La desconfianza de la izquierda hacia los mundos otros -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI L’INTERVISTA A STEFANIA CONSIGLIERE: > Perché è difficile riconoscere mondi nuovi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La sfiducia verso gli altri mondi proviene da Comune-info.
November 12, 2025
Comune-info
PONTE RADIO – 25 LUGLIO 2025 – DALLA VALSUSA AL CAUCA: LOTTARE PER IL TERRITORIO – CONDUCE RADIO BLACKOUT
Dallo studio mobile di Radio Blackout all’Alta Felicità (Venaus, Val Susa), ci colleghiamo in diretta con i territori della Liberación del Cauca colombiano, terre occupate e liberate dalle comunità indigene Nasa dal 2014, sottratte al latifondo e alla monocoltura della canna da zucchero e difese contro i violenti tentativi di sgombero da parte di polizia, […]
August 4, 2025
Radio Blackout - Info
Il Brasile “ecologista” di Lula svende i giacimenti di petrolio. Monta la protesta indigena
Il Brasile del presidente Lula continua a spingere per la produzione di petrolio, davanti alle proteste crescenti della popolazione indigena e dei gruppi ambientalisti. il Paese ha infatti messo all’asta oltre 170 blocchi petroliferi offshore, molti dei quali situati in aree incontaminate, come per esempio alla foce del Rio della Amazzoni. Al termine dell’asta, tenutasi presso un hotel di lusso di Rio de Janeiro, l’agenzia petrolifera brasiliana ha osservato che i bonus di firma ammontavano a circa 180 milioni di dollari. Nel frattempo, fuori dall’albergo, i gruppi indigeni hanno organizzato una protesta per contestare l’asta e rivendicare il diritto a essere chiamati in causa nelle questioni che riguardano le aree di loro competenza. In generale, le associazioni ambientaliste e la popolazione indigena protestano da tempo contro le politiche di Lula, che sin dal suo insediamento si era posto l’obiettivo di tutelare l’Amazzonia. Ciononostante, il suo governo ha preso diverse decisioni giudicate controverse, rafforzando la produzione di petrolio del Paese e aprendo al disboscamento di ingenti aree dell’Amazzonia per costruire un’autostrada per Belém, sede della prossima Conferenza delle Parti sul Clima (COP30). L’asta indetta dal Brasile si è tenuta a Rio de Janeiro martedì 17 giugno. Di preciso, l’Agenzia Nazionale del Petrolio ha messo all’asta 172 blocchi offshore di petrolio; di questi, 47 erano località vicino alla foce del Rio delle Amazzoni, e 2 siti nell’entroterra amazzonico vicino ai territori indigeni. L’Agenzia è riuscita a vendere un totale di 34 blocchi, di cui 19 alle multinazionali degli idrocarburi Chevron, ExxonMobil, Petrobras e CNPC. Un rappresentante dell’agenzia ha affermato che il premio più alto è stato assegnato a un blocco situato vicino alla foce del Rio delle Amazzoni, area giudicata particolarmente promettente dalle grandi multinazionali del petrolio. In una dichiarazione di apertura registrata all’inizio dell’evento, l’Agenzia nazionale per il petrolio ha affermato che le aste fanno parte della strategia di diversificazione energetica e allontanamento dal carbonio del Paese, e che prevedrebbero la sottoscrizione di contratti dotati di investimenti obbligatori in progetti di transizione energetica. Fuori dall’albergo dove si svolgeva l’asta, gruppi indigeni e ambientalisti hanno inscenato una protesta per denunciare i rischi dell’allargamento della produzione petrolifera nell’area interessata. Proprio i primi stanno guidando la protesta in difesa del territorio amazzonico, rivendicando il proprio diritto a essere consultati quando il governo prende decisioni sull’area: «Siamo venuti a Rio per contestare l’asta», ha dichiarato un membro della tribù amazzonica dei Manoki presente alla manifestazione. «Avremmo voluto essere consultati e vedere studi su come le trivellazioni petrolifere avrebbero potuto avere ripercussioni su di noi. Nulla di tutto ciò è stato fatto». In una intervista all’agenzia di stampa Associated Press, invece, Nicole Oliveira, direttrice esecutiva dell’organizzazione no-profit ambientale Arayara, ha sottolineato che alcuni dei bacini interessati dalle vendite «non hanno ancora ricevuto la licenza ambientale», e ha annunciato l’intenzione di muovere causa contro l’asta. In generale, i manifestanti giudicano il governo Lula incoerente, perché da un lato si presenta come strenuo difensore dell’ambientalismo, e dall’altro spinge sempre di più ad aumentare la produzione di petrolio. Sin dal suo insediamento nel 2023 Lula ha dichiarato che al centro della sua presidenza ci sarebbe stata proprio la tutela dell’Amazzonia. Lula aveva già portato avanti tale agenda negli anni in cui aveva governato il Brasile – dal 2003 al 2011 – in cui la deforestazione è diminuita da 27.700 chilometri quadrati all’anno a 4.500 chilometri quadrati all’anno. Una svolta resa possibile soprattutto dalla creazione di aree di conservazione e riserve indigene. Eppure, sono tante le scelte contrarie alle sue dichiarate intenzioni. Già durante la cerimonia di insediamento, infatti, il nuovo presidente si era detto favorevole alla costruzione di una grande autostrada in Amazzonia, presentandola come un capolavoro di «crescita e sviluppo». Il progetto era in cantiere da anni ed è stato lanciato da Bolsonaro, il predecessore di Lula: esso prevede il disboscamento di ettari di foresta per favorire la costruzione di un’autostrada a quattro corsie lunga 13,6 chilometri che porti alla città brasiliana di Belém, dove a novembre di quest’anno si terrà la COP30.   L'Indipendente
June 19, 2025
Pressenza