EU Inc: il progetto europeo che rischia di smontare le tutele sul lavoro

L'INDIPENDENTE - Friday, September 25, 2026

A Bruxelles i sindacati di tutta Europa puntano il dito contro la proposta di regolamento “EU Inc”, concepita dalla Commissione europea con la finalità dichiarata di semplificare la creazione e la gestione delle imprese nel mercato unico. Dietro lo sbandierato obiettivo di rafforzare la competitività e ridurre la burocrazia, secondo la Confederazione europea dei sindacati (CES) si nasconde infatti una vera e propria minaccia nei confronti dei diritti dei lavoratori: la nuova forma societaria permetterebbe alle aziende di scegliere dove registrarsi e, potenzialmente, aggirare le leggi nazionali sul lavoro, favorendo una corsa al ribasso su salari e condizioni di lavoro. Da qui la mobilitazione sindacale davanti alle istituzioni UE, con un messaggio inequivocabile rivolto ai ministri riuniti per discuterne.

Nello specifico, la proposta in questione, presentata dalla Commissione europea a marzo 2026, introdurrebbe una forma societaria armonizzata che si affiancherebbe – senza sostituirle – alle strutture già esistenti nei 27 ordinamenti nazionali. Una “EU Inc.” potrebbe nascere interamente online in 48 ore, con un costo massimo di registrazione di 100 euro e senza capitale sociale minimo, mentre trasferimenti di azioni, assemblee e persino la liquidazione si svolgerebbero in formato digitale. La protesta, organizzata dalla CES insieme alle affiliate belghe ACV-CSC, FGTB-ABVV e SYNOVA, si è svolta in concomitanza con una riunione del Consiglio dell’UE dedicata alla competitività. I sindacalisti hanno intimato ai ministri nazionali di «correggere o affossare» l’iniziativa legislativa. Secondo la CES, il testo «non prevede garanzie efficaci a tutela della contrattazione collettiva, dei diritti sindacali, del diritto all’informazione e alla consultazione, né del diritto alla partecipazione dei lavoratori», rappresentando «una minaccia diretta alla rappresentanza dei dipendenti a livello di consiglio di amministrazione» e facilitando «le strategie di ristrutturazione aziendale che minano i diritti collettivi».

Un’analisi legale condotta dall’Istituto sindacale europeo ha inquadrato i rischi insiti nella proposta. Secondo il documento, le aziende potrebbero registrare i lavoratori in Stati membri con standard sociali più bassi anche quando questi si trovano altrove, eludere i diritti alla cogestione e alla rappresentanza nei consigli di amministrazione ed evitare gli obblighi di informazione e consultazione, oltre a ricorrere a liquidazioni accelerate che potrebbero lasciare i lavoratori senza stipendio. Non meno problematica è la questione delle stock option per i dipendenti, che la Commissione considera uno strumento per attrarre e fidelizzare personale. I sindacati denunciano invece l’assenza di un divieto esplicito di sostituire con questi incentivi la normale retribuzione, temendo che possano diventare un modo per pagare salari al di sotto dei minimi contrattuali integrati da azioni. In generale, preoccupa inoltre il progetto di un ciclo di vita aziendale interamente digitale, che rischierebbe di scollegare la governance dell’impresa dal luogo fisico in cui i dipendenti lavorano davvero.

La Commissione sostiene che la proposta non modifichi le normative nazionali sul lavoro e sulla protezione sociale, che continuerebbero ad applicarsi. I sindacati contestano però l’adeguatezza delle garanzie previste e chiedono disposizioni vincolanti che impediscano alle imprese di sfruttare la scelta della sede legale per eludere le tutele. La segretaria generale della CES, Esther Lynch, non ha usato mezzi termini: «Le lacune nella politica dell’UE in materia di imprese sono talmente evidenti da essere visibili dallo spazio e saranno facilmente sfruttate da datori di lavoro senza scrupoli, a meno che non vengano introdotte adeguate garanzie legali». E ha aggiunto: «Allo stato attuale, la legge EU Inc consentirebbe a un’azienda con sede in Belgio, che svolge attività in Belgio, di registrarsi in Bulgaria, che attualmente ha il salario minimo più basso dell’UE, e di impiegare i propri lavoratori con salari e condizioni inferiori». Netto il suo monito finale: «Senza garanzie, ogni diritto legale e ogni contratto collettivo conquistato dai lavoratori negli ultimi 100 anni sarebbero a rischio: non resteremo a guardare mentre ciò accade».

Il negoziato è ancora aperto e la Commissione auspica un accordo tra Parlamento europeo e Stati membri entro la fine del 2026. Molto dipenderà dalle norme definitive che andranno a regolare il rapporto tra il paese di registrazione scelto dall’azienda e gli Stati membri in cui essa impiega effettivamente personale. L’esito determinerà se “EU Inc.” diventerà soprattutto un meccanismo per semplificare il diritto societario transfrontaliero o un cambiamento più ampio nel modo in cui imprese, dipendenti e sistemi normativi nazionali interagiscono nel mercato unico.

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