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Sindacati in Technogym: si può fare di più?
di Davide Fabbri TECHNOGYM. APPELLO ALLE RESPONSABILITÀ DEL SINDACATO CONFEDERALE  Negli ultimi anni ho raccolto innumerevoli testimonianze di lavoratori e lavoratrici della Technogym (operai e impiegati). Tali testimonianze hanno evidenziato un abbassamento dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, dato che vi è la presenza di un ambiente e di un clima lavorativo estremamente difficile nello stabilimento produttivo di via
Il ricatto come contratto
Quando minacciare il licenziamento è un reato — e perché ci vuole così tanto a riconoscerlo C’è un tipo di violenza che non lascia lividi. Non compare nelle statistiche della criminalità, non finisce nei notiziari della sera, non mobilita campagne. Eppure è una delle forme di coercizione più diffuse nel mercato del lavoro italiano: la minaccia del licenziamento usata come leva per imporre condizioni che il lavoratore non accetterebbe mai liberamente. Orari non pagati. Rinunce a contributi maturati. Buste paga firmate per cifre mai corrisposte. Il tutto accompagnato da un messaggio implicito, chiaro e brutale: o accetti, o perdi il posto. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11253 del 2026 della seconda sezione penale, ha detto una cosa che sembra ovvia ma che nel dibattito giuridico e pubblico fatica ancora ad affermarsi: quella condotta è estorsione. Non una violazione lavoristica. Non un abuso contrattuale da rimettere all’ispettorato o al giudice civile. Un reato, punibile con la reclusione fino a dieci anni. La notizia è rilevante. Ma lo è ancora di più il fatto che ci sia bisogno di ribadirlo. Un fenomeno ordinario Parliamo di qualcosa che milioni di lavoratori conoscono direttamente o indirettamente. Il ricatto occupazionale non è un’eccezione nel tessuto produttivo italiano: è una pratica strutturale, che prospera nell’informalità, nella dipendenza economica, nella difficoltà di trovare alternative. Prospera soprattutto là dove il lavoratore non può permettersi di perdere il reddito — e il datore lo sa. Non riguarda solo il lavoro nero, anche se nel lavoro in nero raggiunge la sua forma più spudorata. Riguarda i contratti part-time firmati da chi lavora a tempo pieno, i pagamenti in nero che completano stipendi ufficialmente regolari, le ferie mai godute che spariscono dai cedolini, i premi di risultato promessi a voce e negati per iscritto. Riguarda i lavoratori assunti con contratti a termine rinnovati di trimestre in trimestre, ciascuno dei quali è un’occasione per ricalibrare le condizioni verso il basso. Riguarda, in sostanza, chiunque dipenda da una sola fonte di reddito e non abbia potere contrattuale per difenderla. Il denominatore comune è sempre lo stesso: l’asimmetria. Da un lato c’è chi può decidere se mantenere o revocare un posto di lavoro. Dall’altro c’è chi, se quel posto perde, rischia di non pagare l’affitto il mese successivo. Questa asimmetria non è un accidente del mercato: in molti settori è progettata, alimentata, gestita consapevolmente come strumento di controllo. Cosa è successo nel caso deciso dalla Cassazione Il caso è emblematico proprio per la sua ordinarietà. Una società aveva sistematicamente indotto i propri dipendenti ad accettare condizioni peggiorative, prospettando il licenziamento a chi si fosse opposto. Non si trattava di episodi isolati. Era una pratica organizzata, reiterata, costruita sulla certezza che i lavoratori non avrebbero avuto la forza di resistere. Le corti di merito avevano condannato gli imputati per concorso in estorsione. La difesa aveva tentato di ricondurre tutto alla fattispecie dell’art. 603-bis del codice penale, il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro — norma introdotta nel 2011 per combattere il caporalato, che prevede pene significativamente inferiori. La Cassazione ha respinto questa lettura. Dove ricorrono gli elementi dell’estorsione — la minaccia, la coartazione della volontà, il profitto ingiusto, il danno patrimoniale — l’art. 629 del codice penale si applica. Le due norme non si escludono, e l’una non può diventare un rifugio per chi pratica l’altra. C’è un elemento tecnico che la Corte chiarisce con precisione e che vale la pena capire anche fuori dai circuiti specialistici: la minaccia di licenziamento integra estorsione quando il rapporto di lavoro è già in essere. Se il datore impone condizioni illegittime a chi è già suo dipendente — anche in nero, anche senza contratto scritto — e lo fa prospettando la perdita del posto, sta usando uno strumento contrattuale come mezzo di coercizione. Il lavoratore perde diritti che aveva già acquisito. Quel danno è reale, è quantificabile, e il diritto penale lo riconosce come tale. Perché il diritto del lavoro da solo non basta Chi conosce le vertenze lavorative sa che il sistema degli strumenti civili e amministrativi è spesso inadeguato rispetto alla realtà che deve fronteggiare. I tempi della giustizia del lavoro sono lunghi, i costi legali sono proibitivi per chi guadagna poco, l’onere della prova ricade quasi sempre su chi ha meno risorse per raccoglierla. L’ispettorato del lavoro è cronicamente sottorganico. Le sanzioni amministrative, quando arrivano, sono spesso inferiori al vantaggio economico ottenuto dalla violazione. Ma il problema più profondo è un altro: il lavoratore che subisce il ricatto difficilmente denuncia mentre il rapporto è in corso. Lo farà forse dopo, quando ha già perso il posto o si è già dimesso. E in quel momento dovrà ricostruire prove di pratiche che si sono svolte in modo informale, orale, intenzionalmente non tracciabile. La difficoltà non è solo giuridica. È psicologica, economica, pratica. L’estorsione cambia questa geometria in modo significativo. La procedibilità d’ufficio significa che non è necessaria una querela della vittima: può essere il pubblico ministero ad agire, ad esempio su segnalazione dell’ispettorato o a seguito di un’indagine più ampia. La pena fino a dieci anni di reclusione ha una capacità dissuasiva reale, quella che le sanzioni amministrative da sole non riescono a produrre. E l’applicazione della norma penale manda un messaggio che il solo diritto del lavoro non riesce a inviare con altrettanta chiarezza: certe condotte non sono irregolarità da sanare, sono crimini. La normalizzazione dello sfruttamento C’è una narrazione diffusa che tende a trattare il ricatto occupazionale come una zona grigia, un’area di confine in cui la colpa è distribuita, in cui il lavoratore ha sempre qualche alternativa che non vuole esercitare, in cui “si sa come funziona”. È una narrazione funzionale a chi pratica lo sfruttamento, e va contrastata. Il lavoratore che firma una busta paga per un importo che non ha ricevuto non ha una scelta libera. Il lavoratore che rinuncia a ferie o permessi per non “creare problemi” non sta negoziando: sta cedendo sotto pressione. Il lavoratore che accetta un peggioramento delle proprie condizioni per non perdere l’unica fonte di reddito che ha non è complice: è vittima. Chiamare queste situazioni con il loro nome è il primo passo per trattarle seriamente. La sentenza della Cassazione va letta anche in questa chiave. Non è un pronunciamento tecnico su un oscuro punto di diritto penale. È una risposta dell’ordinamento a una pratica che l’ordinamento stesso ha tollerato troppo a lungo attraverso la via della qualificazione attenuata. Dire che quella condotta è estorsione significa dire che chi la pratica è un estorsore. Non un datore di lavoro creativo. Non un imprenditore che fa quel che può in un mercato difficile. Un estorsore. Una sentenza che dovrebbe circolare Le sentenze della Cassazione non cambiano da sole la realtà. Lo sa chiunque lavori nel diritto e abbia visto pronunce importanti restare lettera morta perché nessuno le ha rese operative sul territorio. Ma questa sentenza ha le caratteristiche per diventare un punto di riferimento pratico, se entra nel patrimonio di conoscenza di chi lavora sul campo: gli ispettori del lavoro, i sindacalisti, gli avvocati dei lavoratori, i patronati, le associazioni che offrono supporto a chi si trova in condizioni di vulnerabilità lavorativa. Sapere che la minaccia di licenziamento usata per imporre condizioni illegittime può configurare estorsione cambia la geometria delle consulenze, delle segnalazioni, delle strategie difensive. Cambia anche la prospettiva di chi subisce: sapere che quello che gli è stato fatto non è solo una violazione contrattuale ma un reato può essere la differenza tra rassegnarsi e agire. Non si tratta di invocare la repressione penale come soluzione a tutti i problemi del mercato del lavoro. Si tratta di usare gli strumenti che l’ordinamento già offre, dove i presupposti ci sono, senza lasciare che la via della qualificazione attenuata continui a fare da schermo a condotte che, nella loro essenza, sono ricatto. La Cassazione lo ha detto. Il compito ora è farlo sapere. Redazione Napoli
April 14, 2026
Pressenza
Ancora su Techogym: Romagna mia fatti capanna/4
di Davide Fabbri. In coda notizie su questi appuntamenti dove troverete un giornalismo dal basso che – per metodo e tenacia – può interessare anche chi non abita dalle parti del “liscio”. IL MILIARDARIO NERIO ALESSANDRI DI TECHNOGYM.  LA RICCHEZZA SFOGGIATA E OSTENTATA. E all‘interno dell‘azienda produttiva di via Calcinaro a Cesena le lavoratrici e i lavoratori non se la
Milano-Cortina: sport, petrolio, greenwashing
Articoli di Claudia Vago, Gianluca Cicinelli e Giovanni Caprio. Con molti link utili ripresi… dalla “bottega”. Milano Cortina 2026, i Giochi italiani “sostenibili”… ma ciò che si vende è “made in Bangladesh” (senza veri controlli). E quasi nessuno dice che la sostenibilità diventa marketing se ignora filiere, subappalti e diritti di chi produce il merchandising. di Claudia Vago (*) Foto:
February 11, 2026
La Bottega del Barbieri
Indonesia: il lato oscuro del boom del nichel
> LA TRANSIZIONE ENERGETICA HA BISOGNO DI NICHEL, L’INDONESIA LO PRODUCE. I > DIRITTI DEI LAVORATORI, LA SALUTE E L’AMBIENTE NE PAGANO LE CONSEGUENZE. Senza i metalli la transizione energetica non può andare avanti. Per le auto elettriche, gli accumulatori a batteria, i collettori solari e le turbine eoliche, il mondo ha bisogno soprattutto di litio, cobalto e nichel. È noto che il litio e il cobalto vengono spesso estratti in condizioni dannose per l’ambiente e discutibili dal punto di vista dei diritti umani. Lo stesso sembra valere per il nichel. Il più grande produttore mondiale di nichel è l’Indonesia, seguita dalle Filippine. Minerali ricchi di nichel sono particolarmente abbondanti sull’isola indonesiana di Sulawesi. Dal 2020 vige in Indonesia il divieto di esportarlo, perché il paese stesso vuole raffinare i propri minerali e così trattenere una quota maggiore del valore aggiunto. Nelle remote isole dell’Indonesia orientale sono sorti grandi parchi industriali. ANCORA UNA VOLTA: UN LAVORO MASSACRANTE IN TERRA STRANIERA Il boom del nichel indonesiano è sostenuto in modo significativo dalle aziende cinesi, che forniscono il know-how necessario all’Indonesia per la produzione di ghisa grezza di nichel. Decine di migliaia di lavoratori migranti cinesi lavorano nelle fonderie e nelle raffinerie lontano dalle loro famiglie in condizioni estreme. Molti provengono da regioni strutturalmente deboli della Cina. L’Indonesia è spesso l’unica alternativa, perché in Cina sempre più acciaierie stanno chiudendo. Per il lavoro che svolgono in Indonesia percepiscono salari due a tre volte superiori a quelli del loro paese. W.H. Wong, del quale  la rivista statunitense «Grist» racconta in un reportage, è uno di loro. È originario della provincia di Shanxi. Il giornalista che vi arriva per incontrare Wong, dipinge un quadro desolante: ciminiere grigie, strade deserte, negozi chiusi. Peró, rispetto alle miniere di nichel indonesiane, sembra quasi un luogo allegro. Per raggiungere il suo posto di lavoro nel Weda Bay Industrial Park, nelle Molucche settentrionali, Wong impiega 36 ore, tanto è isolato il sito. Come molti cinesi, prima di iniziare a lavorare lì, non possedeva nemmeno un passaporto. A Weda Bay, Wong guida un team di nove lavoratori cinesi e 16 indonesiani in turni di 12 ore. Una prestazione di lavoro dura sei mesi, dopodiché ha due settimane di ferie. PER VIA DELLE «DIFFERENZE CULTURALI» IMPRIGIONATI SUL POSTO DI LAVORO La maggior parte del personale indonesiano lavora in condizioni ancora peggiori, con salari più bassi e ancora meno alternative sul mercato del lavoro. I piú vivono in baracche costruite in fretta nei villaggi vicini, che difficilmente riescono a far fronte all’afflusso. Mancano le infrastrutture. I villaggi e le strade sono sommersi dai rifiuti. Questa forza motrice della transizione energetica è in gran parte invisibile. I lavoratori cinesi vivono di solito in appartamenti all’interno degli impianti. La loro libertà di movimento è fortemente limitata. In un altro parco industriale, Morowali, possono lasciare l’impianto solo per due ore al giorno, a causa delle «differenze culturali», come spiega il gestore a «Grist». Fino a poco tempo fa, ai lavoratori cinesi venivano regolarmente ritirati i passaporti. Ci sono resoconti di lavori forzati. UNA VITA PERICOLOSA All’inizio di ogni turno, Wong informa sulle norme di sicurezza, mentre un interprete traduce per i suoi colleghi indonesiani. Il lavoro è duro, le condizioni di lavoro sono pericolose, gli incidenti frequenti. Ustioni e malattie respiratorie sono all’ordine del giorno. A Natale del 2023 si è verificato un grave incidente. Nel parco industriale di Morowali sono esplose delle sostanze chimiche quando, durante una riparazione, si è verificata una fuoriuscita di scorie incandescenti. Sono morti 21 lavoratori. L’incidente ha impressionato Wong. «Sarebbe potuto capitare a me», dice. La tragedia ha attirato per la prima volta l’attenzione sugli standard di sicurezza inadeguati e sulla mancanza di controlli in questo settore in rapida crescita. Da allora non è cambiato molto, riferisce un rappresentante anonimo dell’organizzazione delle Nazioni Unite ILO (International Labour Organisation). Organizzazioni non profit locali e internazionali hanno cercato di migliorare le condizioni di lavoro. Ci sono stati incontri con il governo indonesiano e la società mineraria Tsingshan ma ciò nonostante, i tentativi di migliorare gli standard lavorativi e ambientali procedono a rilento. Sebbene ora esista un sistema di gestione dei rifiuti, esso non è in grado di smaltire la quantità di scarti prodotti nell’area circostante gli impianti. Un programma volto a migliorare la sicurezza sul lavoro non è stato nemmeno avviato, poiché i finanziamenti provenienti dagli Stati Uniti sono stati tagliati nell’ambito delle misure di risparmio «Doge» di Elon Musk. DANNI AMBIENTALI E ALLA SALUTE – NONOSTANTE INVESTIMENTI DI MILIARDI Fuori dai parchi industriali si constatano le conseguenze della rapida crescita dell’industria del nichel. Un rapporto ambientale interno del parco industriale Morowali, di cui «Grist» ha preso visione, elenca numerose malattie respiratorie tra i dipendenti e la popolazione nelle vicinanze. Molti villaggi sono cresciuti notevolmente a causa dell’immigrazione. Nonostante gli investimenti di miliardi, spesso non dispongono né di un sistema fognario né di acqua potabile pulita. Molti bambini sarebbero malnutriti, afferma uno degli autori, che desidera rimanere anonimo come tutti coloro con cui «Grist» ha parlato. Nel febbraio 2025, la «SRF» (la Radio e televisione svizzera n.d.T.) ha scritto di deforestazione, inquinamento ambientale e danni alle zone costiere. Nonostante lo sviluppo che il complesso di Morowali significa per questa zona remota, la popolazione locale è «molto preoccupata per i rischi ambientali» di un ampliamento previsto. Se non verrà coinvolta, la resistenza potrebbe essere enorme, avverte il reportage. Ciò sembra essere giunto all’attenzione della politica. Secondo «Grist», nel giugno 2025 il Ministero dell’Ambiente indonesiano ha riscontrato «gravi violazioni» e ha avviato un procedimento per inquinamento idrico e atmosferico e attività edilizia non autorizzata. Gli operatori del parco industriale di Morowali ribadiscono invece la loro conformità alla legge. L’Indonesia ha in programma la realizzazione di ulteriori impianti. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI ANNA SETTE. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. INFOsperber
January 12, 2026
Pressenza