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EU Inc: il progetto europeo che rischia di smontare le tutele sul lavoro
A Bruxelles i sindacati di tutta Europa puntano il dito contro la proposta di regolamento “EU Inc”, concepita dalla Commissione europea con la finalità dichiarata di semplificare la creazione e la gestione delle imprese nel mercato unico. Dietro lo sbandierato obiettivo di rafforzare la competitività e ridurre la burocrazia, secondo la Confederazione europea dei sindacati (CES) si nasconde infatti una vera e propria minaccia nei confronti dei diritti dei lavoratori: la nuova forma societaria permetterebbe alle aziende di scegliere dove registrarsi e, potenzialmente, aggirare le leggi nazionali sul lavoro, favorendo una corsa al ribasso su salari e condizioni di lavoro. Da qui la mobilitazione sindacale davanti alle istituzioni UE, con un messaggio inequivocabile rivolto ai ministri riuniti per discuterne. Nello specifico, la proposta in questione, presentata dalla Commissione europea a marzo 2026, introdurrebbe una forma societaria armonizzata che si affiancherebbe – senza sostituirle – alle strutture già esistenti nei 27 ordinamenti nazionali. Una “EU Inc.” potrebbe nascere interamente online in 48 ore, con un costo massimo di registrazione di 100 euro e senza capitale sociale minimo, mentre trasferimenti di azioni, assemblee e persino la liquidazione si svolgerebbero in formato digitale. La protesta, organizzata dalla CES insieme alle affiliate belghe ACV-CSC, FGTB-ABVV e SYNOVA, si è svolta in concomitanza con una riunione del Consiglio dell’UE dedicata alla competitività. I sindacalisti hanno intimato ai ministri nazionali di «correggere o affossare» l’iniziativa legislativa. Secondo la CES, il testo «non prevede garanzie efficaci a tutela della contrattazione collettiva, dei diritti sindacali, del diritto all’informazione e alla consultazione, né del diritto alla partecipazione dei lavoratori», rappresentando «una minaccia diretta alla rappresentanza dei dipendenti a livello di consiglio di amministrazione» e facilitando «le strategie di ristrutturazione aziendale che minano i diritti collettivi». Un’analisi legale condotta dall’Istituto sindacale europeo ha inquadrato i rischi insiti nella proposta. Secondo il documento, le aziende potrebbero registrare i lavoratori in Stati membri con standard sociali più bassi anche quando questi si trovano altrove, eludere i diritti alla cogestione e alla rappresentanza nei consigli di amministrazione ed evitare gli obblighi di informazione e consultazione, oltre a ricorrere a liquidazioni accelerate che potrebbero lasciare i lavoratori senza stipendio. Non meno problematica è la questione delle stock option per i dipendenti, che la Commissione considera uno strumento per attrarre e fidelizzare personale. I sindacati denunciano invece l’assenza di un divieto esplicito di sostituire con questi incentivi la normale retribuzione, temendo che possano diventare un modo per pagare salari al di sotto dei minimi contrattuali integrati da azioni. In generale, preoccupa inoltre il progetto di un ciclo di vita aziendale interamente digitale, che rischierebbe di scollegare la governance dell’impresa dal luogo fisico in cui i dipendenti lavorano davvero. La Commissione sostiene che la proposta non modifichi le normative nazionali sul lavoro e sulla protezione sociale, che continuerebbero ad applicarsi. I sindacati contestano però l’adeguatezza delle garanzie previste e chiedono disposizioni vincolanti che impediscano alle imprese di sfruttare la scelta della sede legale per eludere le tutele. La segretaria generale della CES, Esther Lynch, non ha usato mezzi termini: «Le lacune nella politica dell’UE in materia di imprese sono talmente evidenti da essere visibili dallo spazio e saranno facilmente sfruttate da datori di lavoro senza scrupoli, a meno che non vengano introdotte adeguate garanzie legali». E ha aggiunto: «Allo stato attuale, la legge EU Inc consentirebbe a un’azienda con sede in Belgio, che svolge attività in Belgio, di registrarsi in Bulgaria, che attualmente ha il salario minimo più basso dell’UE, e di impiegare i propri lavoratori con salari e condizioni inferiori». Netto il suo monito finale: «Senza garanzie, ogni diritto legale e ogni contratto collettivo conquistato dai lavoratori negli ultimi 100 anni sarebbero a rischio: non resteremo a guardare mentre ciò accade». Il negoziato è ancora aperto e la Commissione auspica un accordo tra Parlamento europeo e Stati membri entro la fine del 2026. Molto dipenderà dalle norme definitive che andranno a regolare il rapporto tra il paese di registrazione scelto dall’azienda e gli Stati membri in cui essa impiega effettivamente personale. L’esito determinerà se “EU Inc.” diventerà soprattutto un meccanismo per semplificare il diritto societario transfrontaliero o un cambiamento più ampio nel modo in cui imprese, dipendenti e sistemi normativi nazionali interagiscono nel mercato unico. The post EU Inc: il progetto europeo che rischia di smontare le tutele sul lavoro appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 25, 2026
L'INDIPENDENTE
Rider: mercoledì 30 settembre in assemblea e in corteo a Milano
DOPO DIECI ANNI DI COTTIMO ANCORA SI PARLA DI “CAUTELA”. QUANDO LA LIBERTÀ D’IMPRESA È LIBERTÀ DI SFRUTTARE. La decisione del GIP di Milano sul controllo giudiziario di Glovo contiene un passaggio che non possiamo ignorare: il giudice mantiene il controllo giudiziario sulla società, riconoscendo la necessità di verificare il raggiungimento di livelli retributivi sufficienti, ma respinge la richiesta della Procura di qualificare i rider come lavoratori subordinati, richiamando la necessità di limitare l’intervento in nome della libertà d’impresa… Da dieci anni le piattaforme del food-delivery hanno costruito il proprio modello di business sulla precarietà dei rider, sul cottimo, sul controllo algoritmico e su compensi da fame, e oggi ci viene ancora chiesto di procedere con “cautela” per non interferire con il modello d’impresa. Il paradosso è evidente: quando a non essere economicamente sostenibili sono i salari dei rider, si chiama mercato; quando rischiano di non esserlo i profitti dell’impresa dopo l’applicazione delle regole, improvvisamente diventa un problema collettivo. E allora bisogna essere responsabili, prudenti, graduali. Ma responsabili verso chi? La domanda va finalmente rovesciata: da cosa dovremmo salvare queste imprese? Dall’obbligo di pagare il lavoro? Dal versare i contributi previdenziali che non hanno versato? Dal restituire allo Stato quanto sarebbe stato dovuto se quei rapporti fossero stati inquadrati correttamente? Quanto deve durare ancora la “cautela” nei confronti delle imprese sotto controllo giudiziario per caporalato? Perché devono essere i singoli rider, uno per uno, a conquistarsi davanti a un giudice ciò che il funzionamento concreto della piattaforma rende già evidente? Il Decreto Primo Maggio ha introdotto una presunzione relativa di subordinazione in presenza di elementi di controllo e direzione esercitati anche attraverso sistemi algoritmici. Ma se, quando si arriva al primo grande caso concreto, la questione viene nuovamente rimessa ai singoli rapporti e ai contenziosi individuali, è legittimo chiedersi quale sia la reale efficacia di quella norma. E c’è poi la questione del tempo di lavoro, che rende il paradosso ancora più evidente. Il Tribunale di Torino ha appena riconosciuto a un rider Glovo non solo la subordinazione e la reintegra, ma anche che il tempo trascorso in attesa degli ordini è tempo di lavoro e deve essere retribuito. L’amministratore (o difensore?) giudiziario, invece, ancora discute non soltanto se debba essere pagata l’intera messa a disposizione del rider, ma persino se debba essere riconosciuto integralmente il tempo effettivamente impiegato per una consegna. La motivazione? Il rider potrebbe deviare dal percorso ottimale per andare a ritirare o consegnare un ordine per un’altra piattaforma. Un’ipotesi formulata in termini puramente eventuali, senza che venga indicato alcun accertamento concreto che dimostri che quei tempi più lunghi corrispondano effettivamente a seconde consegne. Il risultato è paradossale: invece di dover dimostrare che il lavoratore non stava lavorando per Glovo, si presume che una parte del suo tempo di consegna possa essere dedicata ad altro e, sulla base di questa supposizione, quel tempo viene preventivamente sottratto alla retribuzione. Viene quasi da chiedersi: ma la giurisprudenza degli ultimi dieci anni l’ha letta? Perché la sua posizione è esattamente quella degli avvocati di Glovo: gli stessi argomenti sull’autonomia, gli stessi distinguo sul tempo di lavoro, la stessa ossessione per il singolo rapporto da sezionare caso per caso, la stessa resistenza a chiamare subordinazione ciò che i Tribunali continuano a riconoscere come tale. È la linea che Glovo porta in giudizio da dieci anni e con cui perde da dieci anni nei tribunali di tutta Italia. A questo punto delle due l’una: o dieci anni di sentenze sono improvvisamente diventati carta straccia, oppure è piuttosto singolare che l’amministrazione incaricata di controllare Glovo finisca per recitare, praticamente parola per parola, la memoria difensiva di Glovo. E tutto questo mentre la Procura ha rilevato che, con il sistema proposto da Glovo, resta fuori dalla paga circa il 30% dell’attività di consegna dei rider. Non è una questione contabile: se il rider sta effettuando una consegna o è a disposizione della piattaforma, quel tempo non può semplicemente scomparire dal salario per trasformarsi in margine d’impresa. Ma il GIP indica anche la strada della contrattazione tra le parti sociali e proprio qui emerge un’altra questione decisiva: chi rappresenta davvero i rider? La questione non può essere rinviata all’infinito: né ai singoli Tribunali del lavoro, né a tavoli negoziali nei quali la rappresentanza dei lavoratori viene data per scontata. Si misurino le deleghe, le vertenze, le mobilitazioni, la presenza reale nei luoghi di lavoro e il consenso tra i lavoratori e le lavoratrici. La rappresentanza non può essere attribuita dalle piattaforme né stabilita semplicemente in base a chi viene invitato al tavolo della contrattazione, che si sa, spesso e volentieri sono solo i sindacati di “comodo” delle aziende a presenziare… se poi è lo stesso sindacato che ha sottoscritto con Assodelivery il ccnl rider che ha portato al controllo giudiziario di Glovo e Deliveroo, la prova del nove è fatta. Un diritto che, per essere esercitato, deve essere fatto valere individualmente da migliaia di lavoratori davanti ai Tribunali del lavoro, dopo anni di sfruttamento, suona più come un sopruso, soprattutto se dietro a tale decisione sta ancora l’idea di tutelare la “libertà d’impresa” di chi è accusato di caporalato. Per questo mercoledì 30 settembre a Milano ci ritroveremo nella sede USB di via Padova 234 per un’assemblea dei rider, a cui seguirà un corteo. L’USB non arretrerà, non siamo schiavi! Unione Sindacale di Base
September 23, 2026
Pressenza
Come si rischia la vita lavorando (in nero) a Gabicce: lettera di una cameriera a L’Indipendente
Il pomeriggio del 16 luglio Naomi R. si trova nella sua camera al quinto piano dell’hotel Plaza di Gabicce. Ha appena 20 anni, viene da Roma, e da fine maggio lavora nella struttura come cameriera di sala per la stagione estiva. Sono le 4 di pomeriggio e si sta riposando tra il turno del pranzo e quello della cena quando sente squillare il telefono. È un suo collega che le dice che nella lavanderia, a pochi metri da dove si trova lei, si è scatenato un incendio: «Provai ad uscire dalla camera ma una fiammata mi investì in pieno. Richiusi la porta e richiamai il mio collega, ero terrorizzata. Bloccata in una camera che si era trasformata in una trappola» racconta lei stessa in una lettera inviata a L’Indipendente, nella quale ha scelto di raccontare quanto le è accaduto per denunciare non solo le condizioni di sicurezza dell’albergo in cui ha rischiato di morire, ma anche quelle del suo contratto di lavoro, che, stando alle sue dichiarazioni, semplicemente non esisteva. Sui giornali locali è stata chiamata per settimane «la ferita» o «la dipendente intrappolata all’ultimo piano». In realtà Naomi ha una storia che comincia molto prima del rogo e che le cronache di quei giorni non hanno raccontato. Quel giovedì di metà luglio la colonna di fumo si era alzata in cielo all’improvviso. Il nero si vedeva anche dalle spiagge di Cattolica e Misano, e qualche bagnante l’aveva presa per le griglie della rustida dei bagnini prevista per la sera. In albergo c’erano un’ottantina di ospiti, quasi tutti al mare. Il personale invece riposava nelle camere dello staff, che al Plaza stanno tutte all’ultimo piano, accanto alla lavanderia e al deposito della biancheria da cui, per un cortocircuito di una lavatrice, sono partite le fiamme. Naomi si era addormentata. Dopo la fiammata sulla porta, il fumo ha fatto il resto: «Persi i sensi per le esalazioni. Mi hanno estratta i pompieri poco dopo, per mia fortuna o sarei morta. O per meglio dire lo ero già» continua nella sua lettera. I vigili del fuoco hanno sfondato la porta e l’hanno trovata a terra. Rianimata in ambulanza, intubata per l’intossicazione, ricoverata in prognosi riservata all’ospedale di Pesaro: «Presento ustioni di secondo e terzo grado su oltre il 60% del corpo, inclusa la faccia – scrive – con una prognosi superiore ai sessanta giorni e le cure ancora davanti». Nel tentativo di raggiungerla il manutentore dell’hotel, Tommy Nuotatore, è svenuto sulle scale per il fumo ed è caduto, rompendosi otto costole. La stanza in cui Naomi ha rischiato di morire gliel’aveva assegnata la direttrice dell’hotel, che è anche socia della struttura: «Una camera piccola, senza aria condizionata, diventava un forno nel pomeriggio». Qualche settimana prima, racconta, l’Ispettorato del lavoro era passato e aveva giudicato non idonei sia gli alloggi dello staff sia la lavanderia, «con apparecchiature obsolete e danneggiate». Il 16 luglio erano ancora lì, identici. Naomi era arrivata a Gabicce dopo un colloquio con la direttrice, che aveva assunto lei in sala e sua madre alle camere. La madre è stata licenziata dopo pochi giorni: «Nonostante le varie richieste non mi è stato mai fatto vedere un contratto di lavoro». Di stipendi, dice, non ne ha visto uno: «Dal 20 giugno non ero in regola, tecnicamente in nero, a mia insaputa». Al risveglio dopo l’incidente, i suoi documenti, i vestiti e le altre cose personali non c’erano più. Nel frattempo, ai giornalisti arrivati davanti all’hotel, la stessa direttrice aveva dato la sua versione: «Dichiarò che non ero una dipendente, ma ero lì solo in appoggio». E, sempre secondo Naomi, avrebbe presentato una denuncia contro ignoti per la presenza di uno sconosciuto entrato in albergo: «Dichiarazioni false per allontanare le indagini dalla sua persona». L’incendio all’Hotel Plaza Quello che è successo nelle due settimane successive lo raccontano gli atti pubblici, e non è molto diverso per tono. Il Plaza ha riaperto due giorni dopo il rogo. Poi i vigili del fuoco sono dovuti tornare per una fuga di gas. La sindaca Marila Girolomoni ha chiesto le certificazioni sul ripristino degli impianti. Ha ricevuto e ha firmato un’ordinanza di chiusura che è rimasta lettera morta finché, il 22 luglio, polizia, carabinieri, Guardia di Finanza e pompieri non si sono presentati davanti all’ingresso per sgomberarlo. Trentacinque persone tra ospiti e lavoratori sono state ricollocate in altri alberghi della città. Fuori da ogni ricollocazione sono rimasti i due che si erano fatti male: Tommy Nuotatore, con un contratto in scadenza il 31 luglio e la malattia fino a metà agosto, e Naomi, dimessa e in malattia, finita in una sistemazione provvisoria, senza stipendio. La Procura di Pesaro ha aperto un’inchiesta sulle cause del rogo e sulle responsabilità verso ospiti e dipendenti. A quasi due mesi di distanza, nulla si è ancora mosso. Lo conferma a L’Indipendente Gianluca Di Sante, segretario confederale della CGIL di Pesaro, che segue Tommy Nuotatore per l’infortunio. «L’infortunio è chiuso – spiega – Ha chiesto il pagamento diretto all’INAIL e dopo dovrebbe ricevere quanto gli spetta dalla ditta. Ma l’hotel non risponde più al telefono. Dopo l’incendio non sappiamo cosa stia succedendo. Sono semplicemente spariti». Anche L’Indipendente ha provato a contattare il Plaza per avere maggiori chiarimenti sulla vicenda. Non è mai arrivata risposta. L’albergo è ancora chiuso e i lavoratori sono stati tutti mandati a casa senza che nessuno sappia con quale formula. «Quando succedono eventi inattesi di questo tipo può essere prevista la cassa integrazione. Sappiamo che l’azienda non l’ha attivata, quindi non sappiamo come siano stati sistemati i lavoratori». Alla CGIL Naomi non è mai arrivata: Di Sante la conosce solo di nome.  L’avviso presente sul sito dell’Hotel Plaza Il caso del Plaza, per il sindacalista, è la punta di qualcosa che a Gabicce e in tutta la Riviera si vede ogni autunno negli uffici del patronato: «Il lavoro stagionale è infestato di lavoro sommerso. Lo vediamo dagli stagionali che vengono a fare la domanda di disoccupazione. Ogni anno la Naspi diventa più bassa. Significa che rispetto alle ore lavorate quelle dichiarate sono sempre in calo». Gli strumenti per invertire la rotta esisterebbero: «Si parla tanto di intelligenza artificiale, si potrebbe usare anche per migliorare la legalità del lavoro, un po’ come succede in edilizia con il badge di cantiere, che registra le ore che il lavoratore fa davvero. Il progresso non dovrebbe essere sfruttato solo a livello commerciale. Se si vogliono adottare provvedimenti di questo tipo, si possono adottare. Chiaramente ci vuole la volontà».  La volontà, per ora, non si vede. Il tavolo con gli operatori turistici che la sindaca aveva promesso per i primi di settembre non è stato ancora fissato. Nel frattempo Settembre è arrivato, la stagione a Gabicce si sta chiudendo come si chiude ogni anno, e del Plaza resta un albergo sbarrato, un telefono che non risponde e un’inchiesta di cui nessuno sa nulla. La lettera di Naomi si chiude con una domanda che suona come una profezia: “Scommettiamo che alla fine la cosa sarà archiviata o portata a scadenza termini?”. Per ora nessuno ha ancora risposto alla scommessa. The post Come si rischia la vita lavorando (in nero) a Gabicce: lettera di una cameriera a L’Indipendente appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 14, 2026
L'INDIPENDENTE
Una nuova sentenza condanna lo sfruttamento dei fattorini da parte di Glovo
Non finiscono i guai giudiziari per Foodinho, la società con cui Glovo opera in Italia. Il Tribunale del Lavoro di Torino ha infatti riconosciuto la natura subordinata della prestazione di un rider assistito dall’Unione Sindacale di Base (USB), ordinandone la reintegrazione dopo un licenziamento giudicato illegittimo. Il lavoratore, inquadrato al sesto livello del contratto collettivo del commercio, sarà così retribuito per tutte le consegne della giornata. Verrà incluso anche il tempo delle attese tra un ordine e l’altro, escludendo i periodi di inattività superiori ai 60 minuti. È una sentenza storica, destinata a fare scuola tra le vertenze e le aule di tribunale. Nel giustificare il controllo giudiziario a cui Foodinho-Glovo è sottoposto da febbraio, la Procura di Milano aveva puntato il dito proprio contro l’opaca gestione delle consegne. La decisione del Tribunale di Torino torna sui falsi lavoratori autonomi riconoscendo, a partire dal 1° ottobre 2024, un rapporto di lavoro subordinato a tempo pieno per un rider inquadrato come collaboratore occasionale. A convincere i giudici è stato soprattutto il sistema di assegnazione delle consegne (abolito da Foodinho-Glovo nel maggio del 2025) di natura premiale, giudicato espressione di un certo potere direttivo dell’azienda. Il nuovo algoritmo adottato dal colosso spagnolo del delivery non ha migliorato di molto la situazione — che da febbraio è quella del controllo giudiziario. Per uscirne, Foodinho-Glovo aveva sbandierato dei presunti aumenti salariali per i lavoratori. Tuttavia, le indagini dei magistrati hanno dimostrato che si trattasse di un aumento fittizio: facendo affidamento su un nuovo algoritmo basato sul “tempo effettivo calmierato”, Foodinho-Glovo sarebbe riuscita a tagliare, in media, 3 ore di retribuzione per ogni 10 ore di tempo effettivamente impegnate dal rider. In altre parole, sulla base di non meglio specificati criteri statistici, l’algoritmo calcola il tempo che il fattorino dovrebbe impiegare per effettuare una consegna. Gli eventuali minuti eccedenti non vengono conteggiati e lasciati dunque fuori dal compenso. Il Tribunale del Lavoro di Torino ha contestato a Foodinho-Glovo anche il licenziamento illegittimo, definendo carenti e contraddittorie le prove presentate per giustificare la cessazione del rapporto lavorativo. «Ma c’è di più: il Tribunale riconosce che il tempo trascorso dal rider loggato e a disposizione della piattaforma, compresa l’attesa dell’ordine, è tempo di lavoro e deve essere retribuito». Commenta così l’USB, che ha affiancato il lavoratore in quest’anno e mezzo di battaglia legale, inserita in una più ampia mobilitazione a tutela dei diritti dei rider. Il nodo principale — sostenuto da diverse sentenze — è quello del superamento del sistema dei falsi lavoratori autonomi, riconoscendo invece la subordinazione. L’USB ha manifestato l’intenzione di portare l’ultima sentenza torinese all’audizione della Commissione Lavoro della Camera sul recepimento della direttiva UE 2024/2831, meglio nota come direttiva rider. L’atto europeo disciplina il lavoro legato alle piattaforme digitali, imponendo maggiore trasparenza degli algoritmi e soprattutto la corretta qualificazione professionale. The post Una nuova sentenza condanna lo sfruttamento dei fattorini da parte di Glovo appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 11, 2026
L'INDIPENDENTE
Trecentomila laureati hanno lasciato l’Italia negli ultimi dieci anni
L’Italia continua ad avere difficoltà a trattenere nei suoi confini lavoratori e competenze. Nel 2024, circa un terzo degli italiani che hanno trasferito la residenza all’estero possedeva almeno una laurea. Si tratta di 45mila persone, che fanno parte degli oltre 300mila cittadini qualificati che hanno lasciato il nostro Paese negli ultimi dieci anni. Un fenomeno che, secondo lo studio realizzato da Thea Group insieme a Philip Morris Italia, costa al Paese 7,2 miliardi all’anno, che raggiungono una cifra compresa tra i 10,7 e gli 11,4 miliardi se si include il valore aggiunto non prodotto. Nella stragrande maggioranza dei casi, la ragione principale è rappresentata dalle retribuzioni insufficienti rispetto al costo della vita. Insieme ad essa, poi, vi è una scarsa fiducia nel futuro e nelle istituzioni, oltre a opportunità lavorative limitate. Secondo lo studio Comprendere e contrastare il fenomeno della perdita dei talenti, la mobilità internazionale degli italiani è aumentata in dieci anni del 38%, con 141mila cittadini che hanno trasferito la propria residenza all’estero nel 2024. Nello stesso periodo, il numero di laureati che hanno abbandonato il Paese è cresciuto di oltre l’85%, passando dai 24mila del 2015 ai quasi 45mila del 2024. Si tratta di una tendenza che attraversa tutte le Regioni, con la Lombardia in testa per numero di cittadini qualificati persi: il 23% dei laureati ha abbandonato la Regione in dieci anni, per dirigersi verso Paesi quali il Regno Unito, la Germania e la Svizzera. La cosiddetta “fuga di cervelli”, oltre che impattare la capacità del Paese di innovarsi, ha conseguenze anche sul lato economico: lo studio calcola che, se la formazione di una persona fino alla laurea costa in media allo Stato oltre 160mila euro, la partenza dei quasi 45mila laureati nel 2024 ha causato una perdita in investimenti educativi di circa 7,2 miliardi all’anno. Se si considerano i 306mila laureati che hanno abbandonato il Paese tra il 2015 e il 2024, la perdita complessiva ammonta a circa 49 miliardi di euro. A questo si aggiunge il contributo di produttività perso, pari a una cifra compresa tra 3,5 e 4,2 miliardi all’anno. In tutto, la perdita economica per lo Stato italiano si aggira tra i 10,7 e gli 11,4 miliardi di euro all’anno. Il motore principale per gli espatri sono i timori riguardo al futuro: il 70% circa dei laureati intervistati teme le difficoltà per fare ingresso nel mondo del lavoro, insieme alle scarse prospettive di percepire uno stipendio adeguato o un impiego stabile. Tra il 2004 e il 2025, l’impego di contratti a termine è in effetti aumentato di oltre il 34%, mentre i salari reali sono in calo dal 2000 – una tendenza unicamente italiana tra le grandi economie UE, dove i salari reali sono invece aumentati del 5% in Spagna, del 17% in Francia e di quasi il 20% in Germania. A questo si aggiunge una serie di problematiche strutturali tipiche del nostro Paese. Tra queste, il numero ancora troppo basso di assunzioni di donne (che nel 2025 non arrivava al 54%, la percentuale più bassa della UE), la stagnazione della produttività, il fatto che la quota di laureati sia ancora contenuta rispetto ai parametri internazionali, la carenza di competenze legate a scienza, tecnologia, ingegneria e matematica (le cosiddette “competenze STEM”) e la difficoltà nel generare opportunità professionali adatte ai profili più qualificati. Secondo i calcoli del THEA Group, se la tendenza prosegue in questo senso, il numero di laureati espatriati entro il 2035 potrebbe superare i 706mila, pari a 120 miliardi di investimenti nell’istruzione andati a vuoto e una perdita di PIL potenziale nello stesso periodo pari a 307 miliardi. Per evitare questo, suggerisce lo studio, il Paese dovrebbe implementare alcune iniziative, tra le quali l’aumento dell’attrattività del lavoro qualificato (attraverso incentivi alle imprese), semplificare l’ingresso di talenti internazionali (tramite visti dedicati), rafforzare il collegamento tra università e imprese e la mobilità sul territorio dei lavoratori e delle famiglie e creare ecosistemi più competitivi per startup e innovazione. The post Trecentomila laureati hanno lasciato l’Italia negli ultimi dieci anni appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 8, 2026
L'INDIPENDENTE
USA, gli operai vincono la battaglia sindacale: stipendi più alti dopo 42 giorni di sciopero
Gli operai dell’impianto texano della Ashland Specialty Chemicals hanno dovuto scioperare per un mese e mezzo prima di ottenere un nuovo contratto segnato da aumenti salariali e maggiori tutele. La lotta dei lavoratori, canalizzata dal sindacato AFL-CIO, ha costretto l’azienda americana a ritornare sui propri passi. A far scattare la protesta operaia era stata infatti la presentazione di un nuovo contratto con il quale il gruppo Ashland puntava a ridurre i benefici dei lavoratori, riducendo ad esempio le indennità di malattia. A margine di una trattativa serrata, accompagnata dallo sciopero di 70 operai, AFL-CIO ha strappato condizioni migliori per i lavoratori, inserendo la protesta texana in un più ampio filone di lotte sindacali che sta scuotendo gli Stati Uniti. Quando a giugno la Ashland Specialty Chemicals ha presentato il rinnovo del contratto per i suoi lavoratori impegnati nell’impianto texano non si aspettava una reazione così ferrea della controparte. Di fronte al regresso sociale prospettato dall’azienda chimica, 70 operai hanno infatti incrociato le braccia, dando il via a uno sciopero serrato che si è concluso ad agosto con l’ottenimento di un nuovo contratto assai diverso da quello proposto inizialmente. A sostenere i lavoratori è stata l’American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations (AFL-CIO), tra le principali sigle sindacali degli USA. È proprio quest’ultima, in una nota, a riportare i dettagli del nuovo contratto siglato per i lavoratori del ramo texano della Ashland Specialty Chemicals. Per i prossimi tre anni è previsto un aumento salariale del 9,25%. A ciò si aggiungono 80 ore retribuite per i congedi di malattia. In caso di inabilità temporanea sono previste fino a un massimo di 25 settimane di congedo. C’è anche un aumento dei giorni di ferie, mentre vengono ripristinati i diritti per i lavoratori senior, che godranno dell’anzianità di servizio per accedere in via preferenziale a nuove posizioni interne. Il messaggio che manda il nuovo contratto, secondo il sindacalista Leonard Aguilar, è chiaro: «quando i lavoratori restano uniti, vincono e costruiscono un futuro più forte per sé e per le loro famiglie». La vittoria dei lavoratori della Ashland Specialty Chemicals è in effetti solo l’ultima di una lunga serie di battaglie condotte con successo dai sindacati americani negli ultimi anni: dalle fabbriche agli hotel, passando per i supermercati e i magazzini. Lo stesso sindacato AFL-CIO rende noto che i lavoratori della catena di supermercati PCC Community Markets hanno di recente ottenuto la firma di nuovi contratti collettivi, segnati da aumenti salariali, maggiorazioni per i turni notturni e protezione contro gli agenti dell’immigrazione (ICE). Nel 2022, negli Stati Uniti, i magazzinieri hanno conquistato l’inedito traguardo della sindacalizzazione. Migliaia di lavoratori del magazzino Amazon di Staten Island, a New York, si sono iscritti alla prima Amazon Labor Union (ALU). Due anni dopo è avvenuto il salto di categoria: l’alleanza con la International Brotherhood of Teamsters (IBT), uno dei sindacati più antichi d’America, attivo nel settore dei trasporti. L’unione di logistica e servizi ha ingrossato la voce dei lavoratori, che hanno preso a denunciare ritmi di lavoro estremi, sorveglianza costante e alti tassi di infortuni. L’esperienza organizzativa e il supporto legale dell’IBT hanno incontrato il fermento dei magazzinieri, dando vita a scioperi in giro per gli USA e ottenendo condizioni lavorative migliori in diversi hub logistici. The post USA, gli operai vincono la battaglia sindacale: stipendi più alti dopo 42 giorni di sciopero appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 2, 2026
L'INDIPENDENTE
Perù: “No al taglio dei diritti del lavoro né al lavoro precario per i giovani”
Di fronte alla minaccia del taglio dei diritti del lavoro, incluso nella richiesta di deleghe legislative del governo di Keiko Fujimori, la Confederazione Generale dei Lavoratori del Perù (CGTP) ha convocato una marcia pacifica per il 13 agosto. Migliaia di lavoratori di diversi sindacati, collettivi e della società civile hanno marciato pacificamente da Plaza 2 de Mayo per le strade di Lima, con il sostegno di senatori e deputati dell’opposizione. Nella prima mobilitazione durante il governo di Fujimori, i rappresentanti della CGTP hanno esortato “il Congresso della Repubblica a non permettere la violazione dei diritti del lavoro, a non permettere che si attenti ai diritti conquistati dopo anni di lotta e sacrifici. Chiediamo il diritto alla gratifica, alla compensazione per il tempo di servizio (CTS)…” hanno dichiarato i dirigenti della CGTP alla popolazione. La manifestazione ha riunito sindacati come la Federazione dei Lavoratori dell’Edilizia Civile (FTCCP), le basi degli operai municipali (FENAOM), il Sindacato Unitario dei Lavoratori dell’Istruzione (SUTEP), e a livello nazionale il settore della Sanità, i lavoratori del settore pubblico e privato, della manifattura, dell’industria, i lavoratori dello Stato con il regime CAS (Contrattazione Amministrativa dei Servizi), l’Accordo Storico Cittadino (AHC), tra gli altri. RITIRARE I DIRITTI DEL LAVORO DALLE DELEGHE LEGISLATIVE Gerónimo López, segretario generale della CGTP, ha dichiarato che “se il governo vuole che gli vengano concesse le deleghe legislative, deve eliminare la lesione dei diritti del lavoro. Che rispetti le convenzioni internazionali dell’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) come il diritto alla sindacalizzazione, alla contrattazione collettiva e i diritti conquistati dopo anni di lotta. Non possiamo permettere il taglio dei diritti del lavoro, né il lavoro precario per i giovani”. Con l’argomento di promuovere la formalizzazione, nella richiesta di deleghe legislative presentata dal governo di Fujimori, si intende rendere più flessibile il regime delle assunzioni, applicando riforme alla CTS, alle gratifiche, alle ferie, all’orario di lavoro, al pagamento degli straordinari, agli utili, tra gli altri diritti. Allo stesso modo, si annuncia la creazione di un regime speciale per i giovani (nuova Legge Pulpín) che era già stata respinta in precedenza. I manifestanti hanno ribadito la loro intenzione di garantire un lavoro dignitoso per la classe lavoratrice del paese, per il quale propongono la creazione di un’agenda nazionale per il lavoro dignitoso. Foto: Grimaldo Ríos, Jorge Pizarro Pacherres. Redacción Perú
August 15, 2026
Pressenza