EU Inc: il progetto europeo che rischia di smontare le tutele sul lavoro
A Bruxelles i sindacati di tutta Europa puntano il dito contro la proposta di
regolamento “EU Inc”, concepita dalla Commissione europea con la finalità
dichiarata di semplificare la creazione e la gestione delle imprese nel mercato
unico. Dietro lo sbandierato obiettivo di rafforzare la competitività e ridurre
la burocrazia, secondo la Confederazione europea dei sindacati (CES) si nasconde
infatti una vera e propria minaccia nei confronti dei diritti dei lavoratori: la
nuova forma societaria permetterebbe alle aziende di scegliere dove registrarsi
e, potenzialmente, aggirare le leggi nazionali sul lavoro, favorendo una corsa
al ribasso su salari e condizioni di lavoro. Da qui la mobilitazione sindacale
davanti alle istituzioni UE, con un messaggio inequivocabile rivolto ai ministri
riuniti per discuterne.
Nello specifico, la proposta in questione, presentata dalla Commissione europea
a marzo 2026, introdurrebbe una forma societaria armonizzata che si
affiancherebbe – senza sostituirle – alle strutture già esistenti nei 27
ordinamenti nazionali. Una “EU Inc.” potrebbe nascere interamente online in 48
ore, con un costo massimo di registrazione di 100 euro e senza capitale sociale
minimo, mentre trasferimenti di azioni, assemblee e persino la liquidazione si
svolgerebbero in formato digitale. La protesta, organizzata dalla CES insieme
alle affiliate belghe ACV-CSC, FGTB-ABVV e SYNOVA, si è svolta in concomitanza
con una riunione del Consiglio dell’UE dedicata alla competitività. I
sindacalisti hanno intimato ai ministri nazionali di «correggere o affossare»
l’iniziativa legislativa. Secondo la CES, il testo «non prevede garanzie
efficaci a tutela della contrattazione collettiva, dei diritti sindacali, del
diritto all’informazione e alla consultazione, né del diritto alla
partecipazione dei lavoratori», rappresentando «una minaccia diretta alla
rappresentanza dei dipendenti a livello di consiglio di amministrazione» e
facilitando «le strategie di ristrutturazione aziendale che minano i diritti
collettivi».
Un’analisi legale condotta dall’Istituto sindacale europeo ha inquadrato i
rischi insiti nella proposta. Secondo il documento, le aziende potrebbero
registrare i lavoratori in Stati membri con standard sociali più bassi anche
quando questi si trovano altrove, eludere i diritti alla cogestione e alla
rappresentanza nei consigli di amministrazione ed evitare gli obblighi di
informazione e consultazione, oltre a ricorrere a liquidazioni accelerate che
potrebbero lasciare i lavoratori senza stipendio. Non meno problematica è la
questione delle stock option per i dipendenti, che la Commissione considera uno
strumento per attrarre e fidelizzare personale. I sindacati denunciano invece
l’assenza di un divieto esplicito di sostituire con questi incentivi la normale
retribuzione, temendo che possano diventare un modo per pagare salari al di
sotto dei minimi contrattuali integrati da azioni. In generale, preoccupa
inoltre il progetto di un ciclo di vita aziendale interamente digitale, che
rischierebbe di scollegare la governance dell’impresa dal luogo fisico in cui i
dipendenti lavorano davvero.
La Commissione sostiene che la proposta non modifichi le normative nazionali sul
lavoro e sulla protezione sociale, che continuerebbero ad applicarsi. I
sindacati contestano però l’adeguatezza delle garanzie previste e chiedono
disposizioni vincolanti che impediscano alle imprese di sfruttare la scelta
della sede legale per eludere le tutele. La segretaria generale della CES,
Esther Lynch, non ha usato mezzi termini: «Le lacune nella politica dell’UE in
materia di imprese sono talmente evidenti da essere visibili dallo spazio e
saranno facilmente sfruttate da datori di lavoro senza scrupoli, a meno che non
vengano introdotte adeguate garanzie legali». E ha aggiunto: «Allo stato
attuale, la legge EU Inc consentirebbe a un’azienda con sede in Belgio, che
svolge attività in Belgio, di registrarsi in Bulgaria, che attualmente ha il
salario minimo più basso dell’UE, e di impiegare i propri lavoratori con salari
e condizioni inferiori». Netto il suo monito finale: «Senza garanzie, ogni
diritto legale e ogni contratto collettivo conquistato dai lavoratori negli
ultimi 100 anni sarebbero a rischio: non resteremo a guardare mentre ciò
accade».
Il negoziato è ancora aperto e la Commissione auspica un accordo tra Parlamento
europeo e Stati membri entro la fine del 2026. Molto dipenderà dalle norme
definitive che andranno a regolare il rapporto tra il paese di registrazione
scelto dall’azienda e gli Stati membri in cui essa impiega effettivamente
personale. L’esito determinerà se “EU Inc.” diventerà soprattutto un meccanismo
per semplificare il diritto societario transfrontaliero o un cambiamento più
ampio nel modo in cui imprese, dipendenti e sistemi normativi nazionali
interagiscono nel mercato unico.
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