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Di cosa parliamo quando parliamo di classe
Il dibattito statunitense sulla «classe sociale»  è davvero caotico. Sembra che ognuno abbia un proprio significato personale del termine, non solo in termini di confini, ma anche per quanto riguarda aspetti fondamentali. Nei dibattiti su come classificare individui in una classe sociale o nell’altra, in genere si offre una mini-narrazione della vita di qualcuno per poi concludere che quella narrazione renda evidente a quale classe appartenga la persona.  In parte, ciò riflette la solita malafede e il ragionamento tendenzioso che inquinano qualsiasi tipo di discorso politico. Ma in parte riflette anche la natura stessa del termine. Le persone confondono la classe economica con la classe sociale, ma definiscono anche ciascuno di questi sottoconcetti in modo diverso. Nell’uso comune, esistono molti indicatori diversi di classe, il che significa che è possibile, e di fatto comune, che la stessa persona abbia una combinazione di indicatori che puntano in direzioni diverse. Ad esempio, una persona può avere un’istruzione elevata e un reddito basso, un lavoro di alto livello e un’istruzione bassa, un’infanzia difficile e un’età adulta agiata, oppure un patrimonio elevato e un lavoro di basso livello. Esistono opinioni divergenti su quali tra i vari indicatori debbano essere utilizzati nella valutazione della classe sociale, quale peso attribuire a ciascuno di essi qualora si decida di utilizzarne più di uno, e se sia opportuno utilizzare una valutazione unificata (ovvero, tutti gli indicatori devono essere bassi affinché una persona appartenga a una classe sociale bassa) o una valutazione disgiuntiva (ovvero, è sufficiente che solo uno degli indicatori sia basso affinché una persona appartenga a una classe sociale bassa). STATUS SOCIOECONOMICO La sociologia ha introdotto il concetto di status socioeconomico (Ses) per cercare di superare queste difficoltà. Invece di definire la classe sociale con una singola variabile, un approccio che non sembra rispecchiare il modo in cui la nostra società attuale percepisce questo concetto, il Ses è definito da un indice che combina diverse variabili in un unico valore numerico. Il Ses non offre un approccio disinvolto, perché di fatto tratta la classe sociale come uno spettro, mentre il discorso richiede categorie ben definite. Con il Ses, si potrebbe dire che qualcuno si trova al 20° percentile della distribuzione delle «classi»  , ma non che appartiene alla «classe inferiore» , alla «classe operaia»  o alla «classe professionale» . Quindi, sebbene risolva in qualche modo uno dei problemi che affliggono questo discorso, lo fa in un modo semplicemente incompatibile con le modalità con cui le persone sono abituate a parlare di questo argomento. Gli indici socioeconomici (Ses) in genere combinano variabili relative a istruzione, reddito e professione in un unico numero. Quando sono disponibili altre variabili come patrimonio, contesto familiare o consumi, anche queste possono essere incluse. Per calcolare l’indice Ses di una persona, si calcola innanzitutto la media di ciascun indicatore e poi si misura quanto l’individuo si discosta da tale media. Si somma quindi il punteggio ottenuto per ciascuno di questi sotto-indicatori per ottenere il punteggio complessivo. A partire da questo, è possibile confrontare il punteggio complessivo con la distribuzione generale dei punteggi e determinare se l’individuo si colloca, ad esempio, nel 10% inferiore della distribuzione Ses, nell’1% superiore o al valore mediano. Quando ho sentito parlare per la prima volta di SES all’università, l’ho trovato un concetto piuttosto ingegnoso ed elegante. L’indice Ses basato su reddito, istruzione e professione riesce a evidenziare bene come, nella nostra società, le persone si trovino spesso in difficoltà a causa del fatto che questi elementi non sempre coincidono, il che alimenta inevitabilmente il dibattito sulle classi sociali. LEGGI ANCHE… LAVORO LE TANTE FACCE DEL SINDACATO Redazione Jacobin Italia Molti vorrebbero poter affermare che una persona con un dottorato di ricerca che guadagna 80.000 dollari all’anno come professore universitario appartenga davvero a una « «classe»  superiore rispetto a un diplomato che guadagna 100.000 dollari all’anno come idraulico. Anzi, molti vorrebbero poter affermare che anche se il dottore di ricerca diventasse un idraulico da 100.000 dollari all’anno, apparterrebbe comunque a una «classe»  superiore rispetto all’idraulico con il solo diploma di scuola superiore. D’altro canto, credo che in generale non si voglia affermare che una persona laureata che lavora per salari bassi nel commercio al dettaglio o nella ristorazione appartenga a una classe sociale superiore rispetto a una persona senza laurea che è un dirigente d’azienda ben pagato. Le definizioni di classe basate esclusivamente sul reddito, sull’istruzione o sulla professione non ci permetterebbero di giungere alle conclusioni auspicate. Un indice socioeconomico che tenga conto di reddito, istruzione e professione, invece, potrebbe farlo, in quanto attribuisce peso a tutti e tre gli indicatori, partendo dal presupposto che ciascuno contribuisca alla classe sociale di un individuo, pur non essendone l’unico fattore determinante. Condurre un’analisi socioeconomica (Ses) e scomporla nelle sue componenti è anche un buon modo per illustrare come il dibattito su questo tema si impantani spesso. Nel grafico sottostante, ho implementato una misura Ses basata su reddito, istruzione e occupazione e ho suddiviso tutti gli individui di età compresa tra i venticinque e i cinquantaquattro anni in decili Ses. All’interno di ciascun decile, ho rappresentato graficamente tre colonne che mostrano la gamma di risultati relativi ai tre sotto-indicatori presenti in quel decile. L’andamento generale del grafico è quello che ci si aspetterebbe. Man mano che si sale nella distribuzione del livello socioeconomico (Ses), anche i tre pilastri tendono a spostarsi verso l’alto nella distribuzione percentile. Tuttavia, per ciascuno dei sotto-indicatori all’interno di ogni decile si osserva ancora un intervallo piuttosto ampio. È facile capire come, se si analizzasse un individuo con un basso livello socioeconomico, si potrebbe spesso riscontrare che uno dei sotto-indicatori si colloca nella fascia più alta. E se si adottasse un approccio unificato per definire la «classe»  bassa, si potrebbe concentrarsi su quell’unico indicatore e dichiarare che in realtà l’individuo non appartiene alla classe bassa. E questo con un’analisi che combina solo tre sotto-indicatori per costruire l’indice Ses. Se iniziassimo ad aggiungerne altri – nel dibattito sembrano esserci decine di indicatori citati – allora il numero di persone per le quali letteralmente tutti i possibili indicatori sono bassi diventerebbe infinitesimale. DOVREMMO DISCUTERE DI PIÙ SUGLI INDICATORI Finora ho cercato di fornire una descrizione di come le persone parlano effettivamente di «classe»  nel discorso. È un caos totale. Ma probabilmente dovremmo dedicare un po’ più di tempo a discutere con le persone sui contorni della classe, soprattutto quando hanno approcci molto specifici e impraticabili al riguardo. Ad esempio, Noah Smith ha scritto un articolo intitolato «Non sono mai stato della classe operaia»  in cui propone questa definizione di classe: > Perché no? Perché non ho mai pensato che la classe sociale fosse definita da > un’istantanea attuale dello stile di vita o delle condizioni materiali di una > persona. Piuttosto, ho sempre pensato che la classe sociale riguardasse il > potenziale di una persona . E sono cresciuto sapendo che il mio potenziale > economico andava ben oltre le circostanze piuttosto umili della mia prima > infanzia. Secondo questa definizione, sembrerebbe che non esista una vera e propria mobilità sociale ascendente. Nessuno può elevarsi dalla classe inferiore a quella superiore nella vita americana. Dopotutto, chiunque finisca nella classe superiore ha necessariamente avuto il potenziale per farlo, e se ha avuto il potenziale per farlo, allora non è mai stato di classe inferiore fin dall’inizio. Inoltre, questa definizione di classe basata sul potenziale sembrerebbe permettere alle persone di appartenere a più classi contemporaneamente. Molti bambini hanno il potenziale per ritrovarsi, da adulti, nella classe alta o in quella bassa. Ciò significa forse che appartengono a entrambe le classi allo stesso tempo? Questo è un approccio bizzarro alla definizione del termine e sospetto che, nonostante lo scriva, Smith in realtà non pensi che abbia un senso. Se si continua a leggere il suo articolo, ciò che egli sembra voler sottolineare è che, nonostante un reddito e un consumo bassi, la sua famiglia aveva un alto livello di istruzione e una professione elevata (suo padre aveva un dottorato ed era professore). Questa, ovviamente, è esattamente l’intuizione che l’indice Ses di cui sopra cattura già elegantemente senza divagare in questo strano discorso sul «potenziale» . Il problema è solo che l’indice Ses farebbe una media di questi quattro indicatori e collocherebbe la famiglia di Smith da bambino intorno al cinquantesimo percentile della distribuzione Ses, il che è un problema solo perché le persone vogliono categorie distinte con nomi distinti come «working class» , non una posizione su un grafico percentile. LEGGI ANCHE… WORKING CLASS LA CLASSE PER NOI Redazione Jacobin Italia CLASSE COME DIPENDENZA ECONOMICA DAL MERCATO DEL LAVORO Soprattutto quando si ha a che fare con la sinistra, è opportuno tenere conto della concezione marxista di classe, sebbene questa si discosti dal modo più ambiguo in cui il termine viene utilizzato nella società attuale. In quest’ottica, l’espressione «working class»  si riferisce a coloro che dipendono economicamente dal mercato del lavoro. Se non si condivide questa definizione attribuita ai socialisti, è importante almeno riconoscerla come concetto e idea distinti. Altrimenti, si farà fatica a comprendere ciò di cui i socialisti parlano spesso. In quest’ottica di «working class», elementi come l’istruzione, la professione, il modo di vestire, l’accento, il potenziale e quant’altro non sono particolarmente rilevanti. Non perché questi aspetti siano irrilevanti per altri ambiti della vita, ma semplicemente perché non ci dicono se una persona dipende economicamente dal mercato del lavoro o meno. I confini precisi di questo tipo di dipendenza economica saranno sfumati, e naturalmente ci saranno dibattiti su soglie specifiche. A mio avviso, una buona approssimazione è chiunque abbia un patrimonio che generi reddito inferiore a venti volte il reddito medio. Ma ovviamente altri hanno soglie diverse o modi diversi di approssimare la dipendenza economica. Nell’ottica socialista, le persone economicamente dipendenti dal mercato del lavoro occupano un ruolo unico nella società, in quanto sono al contempo vulnerabili a causa della loro posizione economica subordinata e potenti grazie alla loro capacità di bloccare la produzione. Da ciò, si suppone che derivino molte implicazioni su come la società potrebbe essere trasformata se questo gruppo si unisse e lavorasse insieme per promuovere i propri interessi come «working class» . Non è necessario credere a tutto ciò per riconoscere che si tratta di un’idea radicata da tempo e condivisa da molti. Se si ignorano le contraddizioni semantiche, dovrebbe essere evidente che esiste un mondo in cui il concetto di «working class»  coesiste con concetti più ampi di «classe sociale»  o «status sociale». *Matt Bruenig è il fondatore del People’s Policy Project. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.  SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! L'articolo Di cosa parliamo quando parliamo di classe proviene da Jacobin Italia.
July 23, 2026
Jacobin Italia
Quando il Partito legge Cai Fang: l’intelligenza artificiale entra nella dottrina cinese del lavoro
DAL LIBRO DELL’ECONOMISTA CAI FANG ALLE PAGINE DELLO XUEXI SHIBAO E DI QIUSHI: COME IL DIBATTITO ACCADEMICO SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E IL LAVORO SI STA TRASFORMANDO IN INDIRIZZO POLITICO PER IL QUINDICESIMO PIANO QUINQUENNALE CINESE. In Cina il dibattito sull’intelligenza artificiale e il lavoro non resta confinato ai convegni accademici o alle newsletter dei think tank. Passa, con una rapidità che in Occidente non ha equivalenti istituzionali, dentro i testi che orientano la linea del Partito. Il 19 giugno lo Xuexi Shibao, il giornale della Scuola centrale del Partito comunista cinese, il luogo dove si elaborano e si legittimano le dottrine ufficiali prima della loro discesa nell’apparato, ha pubblicato un intervento sulla risposta attiva all’impatto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione. Lo stesso giorno il pezzo è stato rilanciato da Qiushi, la rivista teorica del Comitato centrale, la sede editoriale più autorevole per la formulazione della linea politica cinese. Non è un dettaglio redazionale: è la prova che un impianto concettuale nato in sede economico-accademica ha già superato la soglia della dottrina. Quell’impianto ha un nome e un autore riconoscibili. Cai Fang, già vicepresidente dell’Accademia cinese delle scienze sociali, accademico nella sezione riservata agli studiosi di rango più alto, presidente dell’Associazione cinese di economia del lavoro e voce di riferimento del China Finance 40 Forum, ha appena pubblicato per CITIC Press un libro dal titolo esplicito: Le nuove tendenze dell’occupazione cinese nell’epoca in cui l’intelligenza artificiale ne ristruttura il mercato. L’introduzione del volume, diffusa a febbraio sul blog ufficiale del CF40 e autorizzata dallo stesso autore per la circolazione internazionale, anticipa quasi parola per parola i temi ripresi quattro mesi dopo dallo Xuexi Shibao: la distinzione fra un primo tempo dell’automazione, nel quale il capitale umano più qualificato sostituisce quello meno qualificato mentre le macchine restano sullo sfondo, e un secondo tempo, quello dell’intelligenza artificiale generale, in cui il divario di competenze fra le persone smette semplicemente di contare perché la sostituzione riguarda ogni lavoro cognitivo indipendentemente dal livello. Ritorna, nel testo dottrinale di giugno, anche la proposta più radicale del libro: scollegare la crescita salariale dalla produttività individuale e la distruzione occupazionale dall’innovazione tecnologica, in modo che i guadagni di produttività non restino intrappolati nei settori più automatizzati ma vengano ridistribuiti verso quei lavori a bassa produttività e alta domanda, i cosiddetti impieghi di tipo Baumol, che Cai Fang individua come cuscinetto sociale del passaggio. C’è una differenza però che vale la pena isolare, perché è quella che rende interessante il confronto fra i due testi al di là della semplice continuità di contenuto. Il libro di Cai Fang si muove nel registro dell’ipotesi economica: propone scenari, richiama Friedman sul valore predittivo della teoria positiva, discute apertamente le insufficienze dei paradigmi economici correnti di fronte a un fenomeno che attraversa demografia, sociologia e filosofia insieme. Il testo dello Xuexi Shibao, pur riprendendo l’impalcatura concettuale, la traduce in un registro diverso: quello della pianificazione statale. Non discute se il capitale umano vada rifinanziato, stabilisce che la responsabilità di spesa per la formazione, tanto scolastica quanto permanente, debba restare prevalentemente pubblica lungo l’intero ciclo di vita. Non ipotizza una transizione verso una protezione sociale universale, la prescrive come direzione di riforma del sistema previdenziale, definito nel testo come rete di sicurezza di base e non più selettiva. E soprattutto colloca l’intera operazione dentro l’orizzonte pianificatorio del Quindicesimo Piano quinquennale, il periodo 2026-2030 che il libro stesso indica come finestra in cui il Terzo Plenum del ventesimo Comitato centrale ha già inserito la gestione delle tensioni occupazionali strutturali fra i compiti prioritari della politica del lavoro. Il libro fornisce anche la cornice statistica che giustifica l’urgenza dell’operazione. Cai Fang richiama l’indice di preparazione all’intelligenza artificiale del Fondo Monetario Internazionale, che colloca la Cina al trentunesimo posto mondiale, nettamente sopra la sua posizione nelle classifiche del reddito pro capite. Ma la disaggregazione dell’indice complica il quadro: quattordicesima nelle infrastrutture digitali, ventinovesima per integrazione economica e innovazione, la Cina crolla al trentasettesimo posto per le politiche di capitale umano e di mercato del lavoro e al quarantunesimo per regolazione ed etica. È questo squilibrio, fra capacità tecnologica avanzata e istituzioni del lavoro impreparate, a spiegare l’insistenza del testo di giugno sulla risposta pubblica coordinata: la Cina non teme di restare indietro nella corsa ai modelli, teme di restare indietro nella capacità di assorbire socialmente ciò che quei modelli producono. Il libro insiste anche su un terreno che la sintesi dottrinale riprende con minore evidenza ma che resta decisivo: il sistema dell’hukou, la registrazione di residenza che condiziona da decenni l’accesso ai servizi pubblici e la mobilità della forza lavoro. Cai Fang lo indica come uno dei blocchi istituzionali che, combinato con l’automazione, aggrava il disallineamento fra competenze richieste e disponibili, impedendo ai lavoratori spiazzati dall’intelligenza artificiale di spostarsi verso i settori dove la domanda di lavoro complementare alla tecnologia si sta formando. La riforma dell’hukou, che il libro indica come stallo da sbloccare per la mobilità sociale, è il punto in cui la tesi economica tocca il nervo più sensibile del sistema cinese, quello del controllo amministrativo della popolazione, e non è un caso che il testo di Xuexi Shibao, pur riprendendo quasi integralmente l’impianto sul capitale umano e sulla protezione universale, resti su questo punto molto più prudente del libro che lo ispira. Colpisce, leggendo i due testi in sequenza, anche la gestione della metafora con cui in Occidente si è raccontato l’emergere di DeepSeek all’inizio del 2025. Cai Fang respinge esplicitamente l’etichetta di «momento Sputnik» coniata dalla stampa occidentale, con il suo portato di competizione a somma zero ereditato dalla Guerra fredda, e le preferisce due immagini alternative: quella biblica di Davide contro Golia, letta come affermazione di un ethos di collaborazione aperta più che come vittoria di un singolo attore, e quella suggerita da un lettore in una lettera al Financial Times, il «momento Toyota», che paragona la strategia di DeepSeek all’efficienza produttiva giapponese piuttosto che alla corsa agli armamenti sovietico-americana. La scelta retorica non è mai neutra: sposta la narrazione dal registro geopolitico della sfida bilaterale a quello, più gestibile per Pechino, di un ecosistema tecnologico plurale in cui la competizione produce benefici diffusi anche per attori terzi. Per un osservatore europeo il punto non è stabilire se questo apparato dottrinale sia più efficace del disordine occidentale, fatto di rapporti del World Economic Forum, di dichiarazioni di venture capitalist come Marc Andreessen sulla crescita che si riversa automaticamente verso il basso, di policy paper che si susseguono senza mai tradursi in obblighi di spesa pubblica vincolanti. Cai Fang stesso tratta con sospetto esplicito quella retorica del trickle-down tecnologico, ricordando che i benefici della produttività non si distribuiscono da soli ma solo se lo consentono meccanismi istituzionali costruiti apposta. In Cina quella diffidenza verso l’automatismo del mercato, da posizione critica di un economista, sta diventando premessa di un piano di Stato che impegna risorse, tempi e responsabilità amministrative precise: trattare lo shock occupazionale dell’IA non come un effetto collaterale da correggere a posteriori, ma come un oggetto di pianificazione da governare in anticipo, con i rischi di rigidità e controllo narrativo che questo comporta, ma anche con una capacità di intervento strutturale che i sistemi affidati alla sola iniziativa privata faticano a replicare. Resta un limite che vale la pena nominare, ed è lo stesso che Cai Fang segnala quando invita a superare i modelli causali semplificati dell’economia tradizionale: un impianto nato come dibattito accademico plurale, con margini di incertezza dichiarati esplicitamente nel testo di origine, quando passa attraverso Xuexi Shibao e Qiushi si consolida in una linea unica che tende a occupare per intero lo spazio pubblico del ragionamento su lavoro e intelligenza artificiale in Cina. Le ipotesi che il libro invita a rimuovere dal discorso politico, dalla fiducia acritica nel trickle-down alla teoria del cambiamento tecnologico indotto dalla scarsità dei fattori, diventano nella versione dottrinale non più ipotesi da verificare ma premesse acquisite di una linea di azione statale. È il prezzo che il sistema cinese paga per la propria velocità di traduzione dall’idea alla pianificazione: la stessa rapidità che trasforma in poche settimane un’introduzione di libro in indirizzo di Piano quinquennale toglie spazio a quella dialettica fra ipotesi concorrenti che il libro, nella sua parte più originale, chiedeva di preservare. Se la traduzione istituzionale del Piano quinquennale seguirà davvero l’indirizzo tracciato da questi due testi, la Cina offrirà nei prossimi anni un caso di osservazione raro: un esperimento naturale su quale architettura statale assorbe meglio la ristrutturazione del lavoro imposta dall’intelligenza artificiale, indipendentemente dal giudizio politico che si dia sul sistema che lo produce. E offrirà, insieme, una verifica indiretta di quanto quella stessa rapidità decisionale sia compatibile, nel tempo, con la correggibilità dell’errore che una risposta a un fenomeno ancora così incerto dovrebbe potersi permettere. Fonti * Introduzione al libro *New Trends in China’s Employment: How Artificial Intelligence Is Reshaping the Labour Market* (traduzione autorizzata in inglese, *East is Read*) * China Finance 40 Forum (CF40) – sito ufficiale * CITIC Press – casa editrice del volume *New Trends in China’s Employment: How Artificial Intelligence Is Reshaping the Labour Market* Francesco Russo
July 22, 2026
Pressenza
Chi si prenderà cura dell’Italia? Immigrazione, lavoro regolare e il futuro del welfare
LUIGI CAPOANI 1, SILVIA FUSAR BASSINI 2 L’Italia sta vivendo una delle più profonde trasformazioni demografiche della propria storia. L’invecchiamento della popolazione, il calo delle nascite e la riduzione della popolazione in età lavorativa stanno mettendo sotto pressione un sistema di welfare progettato in un contesto sociale profondamente diverso da quello attuale. In questo scenario, il lavoro di cura rappresenta ormai una componente essenziale dell’assistenza alle persone anziane e fragili, ma continua a essere caratterizzato da forti criticità, tra cui l’elevata diffusione del lavoro irregolare, una programmazione insufficiente delle politiche pubbliche e, non da ultimo, il fatto che a sostenerlo sia quasi ovunque la stessa componente della popolazione – donne, e in larghissima parte donne migranti. Luigi Capoani, Presidente dell’European Youth Think Tank e Professore a contratto di Economia Internazionale presso l’Università Ca’ Foscari Venezia, insieme a Silvia Fusar Bassini, analista dell’European Youth Think Tank, riflettono sulle sfide che il sistema italiano dell’assistenza dovrà affrontare nei prossimi anni, evidenziando il ruolo dell’immigrazione regolare, della qualità del lavoro di cura e della necessità di ripensare il welfare in un’ottica intergenerazionale. Il lavoro di cura è diventato una necessità strutturale Negli ultimi decenni il lavoro di cura è passato dall’essere un supporto occasionale a rappresentare uno dei pilastri del welfare italiano. L’aumento della speranza di vita, la crescente incidenza delle patologie croniche e la trasformazione delle strutture familiari hanno determinato una domanda sempre più elevata di assistenza domiciliare, che è diventata una necessità più che un’opzione. Una parte significativa di questo fabbisogno viene oggi soddisfatta da lavoratrici e lavoratori stranieri, che svolgono un ruolo fondamentale nell’assistenza quotidiana agli anziani e alle persone non autosufficienti. I numeri raccontano con chiarezza chi sostiene oggi questo settore: nel 2025 la componente femminile tra i lavoratori domestici sfiora il 90%, e quasi 7 su 10 provengono da un altro Paese. La comunità più numerosa arriva dall’Est Europa – Romania, Ucraina, Moldavia in testa – seguita da Sud America e Filippine. Senza questo contributo, molte famiglie avrebbero enormi difficoltà a garantire una presa in carico continuativa dei propri familiari. UN LAVORO SOSTENUTO QUASI INTERAMENTE DA DONNE MIGRANTI Parlare genericamente di “lavoratori stranieri” rischia di appiattire una realtà che è, prima di tutto, una questione femminile. Chi lascia il proprio Paese per accudire un anziano italiano spesso lo fa affidando i propri figli o i propri genitori ad altre donne rimaste a casa, che possono essere sorelle, madri, vicine oppure altre lavoratrici pagate a loro volta. È quella che viene definita una catena globale della cura: il lavoro di accudimento si riverbera lungo una serie di donne che si sostituiscono l’una all’altra, spesso trascorrendo lunghissimi periodi di distanza dai propri affetti. A questo si aggiungono altri problemi sistemici. È frequente la presenza di lavoratrici straniere che hanno qualifiche professionali conseguite nel Paese d’origine ma non riconosciute in Italia, e si ritrovano a svolgere lavori di cura pur avendo una formazione più alta oppure semplicemente diversa da quella richiesta dal ruolo. Chi lavora in convivenza, poi, affronta un isolamento ulteriore: vive nella casa dell’assistito, spesso senza orari definiti, senza rete sociale nelle vicinanze e con margini ridotti per far valere i propri diritti. E poiché l’ingresso e il rinnovo del permesso di soggiorno restano legati al contratto di lavoro, chi ha meno alternative – spesso proprio le donne arrivate da sole, senza una rete di supporto già radicata – si trova nella posizione più debole per negoziare condizioni dignitose o denunciare eventuali abusi. IL PROBLEMA DELL’IRREGOLARITÀ Accanto a questa realtà permane un problema che il dibattito pubblico affronta troppo raramente: una quota ancora rilevante del lavoro di cura continua a svilupparsi nell’irregolarità. L’Inps registra poco più di 800mila rapporti di lavoro domestico regolari, mentre altre stime che includono anche il lavoro non regolare arrivano a censire oltre 3,3 milioni di persone coinvolte nel settore. Il divario tra questi due numeri è la misura reale del problema. Il lavoro sommerso non rappresenta un vantaggio né per i lavoratori né per le famiglie. Chi presta assistenza senza un regolare contratto rimane privo di adeguate tutele previdenziali e assicurative, come maternità, infortuni, disoccupazione o pensione, mentre gli assistiti rischiano di ricevere servizi privi di standard professionali verificabili e continuità assistenziale. Favorire la regolarizzazione dei rapporti di lavoro significa rafforzare la dignità del lavoro, migliorare la qualità dell’assistenza, aumentare le entrate contributive e costruire un sistema più trasparente e sostenibile. L’immigrazione può rappresentare una risorsa importante, ma soltanto se accompagnata da percorsi di integrazione, formazione linguistica e professionale e da strumenti che facilitino l’incontro tra domanda e offerta di lavoro regolare. Nel 2025 il governo ha introdotto un canale di ingresso fuori quota dedicato all’assistenza familiare e sociosanitaria, superando in parte la logica dei decreti flussi che per anni ha reso l’incontro tra domanda e offerta quasi casuale. Restano però da sciogliere i nodi di fondo: procedure ancora macchinose, tempi di attesa lunghi e un legame tra permesso di soggiorno e contratto che continua a esporre le lavoratrici a un potere contrattuale sbilanciato. INVESTIRE NELLA QUALITÀ DELL’ASSISTENZA La questione non riguarda soltanto il numero di operatori disponibili, ma anche la qualità dell’assistenza offerta. Prendersi cura di una persona anziana richiede competenze sempre più articolate, che spaziano dagli aspetti sanitari di base alla gestione delle fragilità cognitive, fino alla capacità di instaurare relazioni umane di fiducia. Per questo motivo diventa essenziale investire nella formazione continua degli assistenti familiari, nella certificazione delle competenze e nello sviluppo di servizi territoriali capaci di accompagnare sia le famiglie sia i lavoratori. In questa direzione va, ad esempio, la proposta, rilanciata di recente anche dai vertici dell’Inps, di istituire un Albo nazionale per colf e badanti, capace di certificare le qualifiche del settore e di dare finalmente visibilità pubblica a un lavoro che oggi resta in gran parte invisibile. Migliori condizioni di lavoro e di formazione non sono solo un costo: possono ridurre i ricoveri evitabili, alleggerire la pressione sul sistema sanitario e migliorare concretamente la vita di chi viene assistito. RIPENSARE IL WELFARE IN UNA PROSPETTIVA INTERGENERAZIONALE L’invecchiamento della popolazione impone anche una riflessione più ampia sull’equilibrio del welfare italiano. Storicamente, una parte molto consistente della spesa sociale è stata destinata alla protezione previdenziale, mentre risultano relativamente più contenuti gli investimenti rivolti alle nuove generazioni, alle politiche familiari, alla natalità, alla formazione e all’inserimento lavorativo dei giovani. Non si tratta di mettere in discussione le tutele degli anziani, che rappresentano una conquista fondamentale del nostro sistema sociale. Piuttosto, la sfida consiste nel costruire un welfare capace di rispondere contemporaneamente ai bisogni di una popolazione sempre più anziana e alle aspettative delle giovani generazioni, evitando che il peso dell’invecchiamento ricada esclusivamente su chi oggi entra nel mercato del lavoro. Un sistema equilibrato deve essere in grado di proteggere chi ha bisogno di assistenza senza compromettere le opportunità di sviluppo delle generazioni future. UNA SFIDA CHE RIGUARDA L’INTERO PAESE L’assistenza agli anziani non può essere considerata esclusivamente una questione privata demandata alle famiglie. Essa rappresenta una sfida strutturale che richiede una strategia nazionale capace di integrare politiche migratorie, mercato del lavoro, formazione professionale e welfare territoriale. L’immigrazione regolare può contribuire ad affrontare il progressivo calo della popolazione attiva e a sostenere un settore destinato a crescere nei prossimi decenni. Tuttavia, questa opportunità potrà tradursi in un reale beneficio soltanto attraverso regole chiare, percorsi di integrazione efficaci e una decisa lotta al lavoro irregolare e solo se si riconoscerà, accanto al bisogno di chi riceve le cure, anche i diritti e la dignità di chi le presta ogni giorno. Investire nel lavoro di cura significa investire nella qualità della vita delle persone anziane, nella serenità delle famiglie e nella sostenibilità futura del welfare italiano. In un Paese che continua a invecchiare, la vera domanda non è se avremo bisogno di più assistenza, ma se saremo capaci di costruire un sistema in grado di garantire qualità, legalità e dignità a chi riceve cure e a chi le presta ogni giorno. 1. Luigi Capoani è economista, ricercatore e docente di Economia Internazionale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. È stato inoltre docente di Macroeconomia presso l’Università di Salerno e l’Università di Verona e docente di Economia Monetaria presso l’Università di Trieste. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Economia presso l’Università di Salerno attraverso un percorso internazionale svolto in collaborazione con l’Università di Birmingham. È fondatore e presidente dell’European Youth Think Tank (EYTT), una piattaforma indipendente e senza scopo di lucro che connette giovani ricercatori europei e promuove progetti interdisciplinari orientati alla pubblicazione scientifica internazionale. All’interno dell’EYTT coordina attività di ricerca interdisciplinare e iniziative scientifiche dedicate all’innovazione, alla collaborazione internazionale e alla valorizzazione dei giovani studiosi. ↩︎ 2. Silvia Fusar Bassini è analista presso l’European Youth Think Tank (EYTT), dove si concentra sulle relazioni internazionali e i diritti umani. I suoi interessi di ricerca comprendono il diritto internazionale, le dinamiche socioeconomiche specialmente nei paesi in via di sviluppo con particolare attenzione ai fenomeni migratori e alle sfide di governance internazionale in materia di sviluppo e giustizia sociale. ↩︎
Fuori dal ghetto. Azione!
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Giovanni Izzo -------------------------------------------------------------------------------- Storie di vita, storie di accoglienza negata e di soprusi, ma anche storie di riscatto. Il concorso della rassegna “Fuori dal ghetto. Rosarno Filmfestival” 2026 – promosso da Mediterranea Hope-Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Rete Comunità Solidali e S.O.S. Rosarno (con molte adesioni, tra cui la redazione di Comune-info/Benvenuti ovunque) – ha come tema centrale lo sfruttamento del lavoro. Il termine per inviare le opere è il 30 settembre. Qui il bando completo: BandoDownload -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Fuori dal ghetto. Azione! proviene da Comune-info.
July 22, 2026
Comune-info
Distruggere le società per consolidare il dominio
-------------------------------------------------------------------------------- Memorabilita festival (luglio 2026) promosso dal Centro Fonti San Lorenzo (“Solidarietà, mutualismo, cultura dal basso”) e i cittadini del quartiere Fonti a Recanati (Mc) -------------------------------------------------------------------------------- Per imporre il capitalismo, era necessario disciplinare i corpi dei contadini espropriati dai latifondisti, in modo che, una volta entrati nei “mulini del diavolo”, fossero disponibili allo sfruttamento. Oltre alla fame e alla repressione, il panopticon veniva utilizzato per disciplinare corpi e menti, poiché lo sfruttamento richiede una precedente sottomissione. Con il panopticon sopraffatto dalla resistenza, il controllo prende il suo posto per neutralizzare le moltitudini e consentire la continua accumulazione di capitale su altre scale e in altri spazi. In questi tempi di declino imperiale, di aspro conflitto tra potenze capitalistiche, di irruzione di popoli indigeni e di donne in lotta, le strategie del sistema si sono mutate: per appropriarsi dei beni comuni, principale modalità di accumulazione in questo periodo, è necessario distruggere le società. Si tratta di spezzare il legame sociale, la solidarietà tra le persone, che è ciò che ci permette di affermare di vivere in una società con norme, culture, tradizioni e obiettivi condivisi. Le lotte di classe si verificano all’interno di una singola società, ma ora ci troviamo a un altro livello: la fase genocida del sistema. La distruzione dei rapporti sociali permette l’eliminazione sistematica di interi settori della società con totale impunità, con la passività della maggioranza. Come vengono distrutti i rapporti sociali? Le classi dominanti ne sono diventate esperte, poiché il loro dominio è minacciato se le società mantengono rapporti di solidarietà tra le persone, perché è questo che permette loro di ostacolare o prevenire l’espropriazione. Un breve e incompleto elenco dei modi in cui il sistema distrugge le società getta luce sulle attuali modalità di oppressione che, per perpetuarsi, necessitano di demolire i rapporti umani. Il primo e più potente strumento è la paura, la violenza indiscriminata contro chiunque, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Non è più necessario assassinare o far sparire chi partecipa alle organizzazioni, chi lotta contro il sistema, come accadeva decenni fa. Per quanto terribile, quella violenza aveva uno scopo: disorganizzare chi combatteva. Ora si diffonde in ogni direzione, ma sempre dall’alto verso il basso. La distruzione e lo sfollamento delle comunità per il controllo delle risorse comuni, la cosiddetta Quarta Guerra Mondiale dell’EZLN, implica anch’essa l’uso e l’abuso della violenza. La guerra contro i popoli e le comunità indigene, considerati un ostacolo all’accumulazione tramite espropriazione, mira a distruggere la comunione tra le persone e tra queste e la natura; da qui lo sfollamento forzato. Questo metodo è diverso e complementare al precedente: utilizza metodi simili e ha obiettivi analoghi, ma è mirato, mentre la guerra in corso colpisce l’intera popolazione. La fase finale emerge quando individui e comunità perdono ogni speranza, soccombendo alla disperazione, come quella vissuta dai prigionieri nei campi di concentramento nazisti. Questa modalità di annientamento dei popoli, analizzata dal filosofo Giorgio Agamben, ha oltrepassato i confini delle campagne per inglobare intere porzioni dei territori che il capitale cerca di controllare. Un quarto modo in cui le relazioni umane vengono distrutte è attraverso i programmi sociali governativi che, individualizzando i sussidi, lacerano le comunità urbane e rurali, rendendo le persone vulnerabili al sistema finanziario che le rende schiave del consumismo e del debito. Oltre agli Stati, anche i gruppi paramilitari e la criminalità organizzata svolgono un ruolo significativo nell’enorme distruzione delle relazioni sociali a cui stiamo assistendo. Tutti gli attori sistemici convergono nel saccheggio delle comunità e della natura, a prescindere dal fatto che i governi siano progressisti o conservatori. I proprietari delle fabbriche avevano bisogno di persone nelle fabbriche e nella società, come operai e come consumatori. Ecco perché Henry Ford aumentò i salari dei suoi operai da due a cinque dollari al giorno nel 1914 e limitò la giornata lavorativa a otto ore, cinque giorni alla settimana. In un certo senso, quel datore di lavoro sfruttatore si “prendeva cura” dei suoi lavoratori perché dipendeva da loro. Ora, noi che ci troviamo in fondo alla scala sociale siamo completamente sacrificabili e, in molti casi, ostacoli per il capitale. Come possiamo resistere e lottare per cambiare il mondo quando gli agenti del cambiamento sono sacrificabili? Stiamo appena iniziando a intravedere la risposta, grazie ai molteplici movimenti di resistenza che stanno attraversando questo continente. Contadini, operai, insegnanti e studenti, comunità indigene e nere, periferie urbane e territori colpiti dalle industrie estrattive stanno difendendo la vita e i beni comuni, l’acqua e la terra, con le proprie mani, come madri in cerca di aiuto. Solo aderendo a queste forme di resistenza possiamo invertire la tremenda crisi della sinistra e del pensiero critico: camminando al fianco del popolo. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a La Jornada Raúl Zibechi ha aderito alla campagna Un tetto Comune: “Non esiste un nuovo mondo senza spazi di incontro. Senza territori abitati da coloro che sognano ma al tempo stesso costruiscono le relazioni sociali e il legame con la natura che ci permetteranno sia di sopravvivere al Collasso sia di dare vita al nuovo. Un nuovo mondo che deve essere diverso da quello che conosciamo, costruito con altri materiali. Il più importante di questi, quello che deve plasmare il nuovo mondo, è la fraternità, il legame tra coloro che sono in basso”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Distruggere le società per consolidare il dominio proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
Il nuovo straordinario e difficile cammino dell’ex Gkn
L’ULTIMA ASSEMBLEA DEGLI OPERAI DELLA EX GKN NON HA SOLO DATO IL VIA ALLA PRODUZIONE AUTONOMA DI CARGO BIKE E PANNELLI FOTOVOLTAICI, IMPENSABILE SOLO UN PAIO DI ANNI FA. HA DETTO ANCHE CHE ABBIAMO BISOGNO DI RIPENSARE IL CONCETTO DI LOTTA PER NON LIMITARLA ALLA CONTRAPPOSIZIONE, CHE SIAMO IN GRADO DI SMETTERE DI PENSARCI INDIVIDUI IN LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA PER RISCOPRIRE UNA DIMENSIONE COLLETTIVA, CHE POSSIAMO CREARE MONDI NUOVI IN MEZZO ALL’ESISTENTE NON DELEGANDO NESSUNO, COMINCIANDO DALLA VITA DI OGNI GIORNO Foto Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze -------------------------------------------------------------------------------- Nei giorni scorsi si è svolto a Campi Bisenzio (Firenze) un incontro fondamentale per la vicenda degli operai ex Gkn. Da attivo partecipante, vorrei restituirne qualcosa. L’incontro aveva lo scopo di presentare agli azionisti il piano proposto dai compagni dell’ex Gkn, da quelli che hanno avuto la capacità e la possibilità di resistere per cinque anni: avviare una produzione autonoma di cargo bike e pannelli fotovoltaici. La raccolta si è conclusa su un milione e duecentomila euro (circa), dei tre che erano l’obbiettivo di partenza. Fra gli azionisti anche il nostro gruppetto della piazza del Mondo di Trieste. Il voto degli azionisti ha dato il via: la produzione verrà avviata. Inizia un difficile, esile cammino, ma è un cammino… Lo scopo di questo breve scritto non è informare su questo progetto, articolato nel documento leggibile qui. Vorrebbe, invece, essere un tentativo di comunicare l’esperienza di questo incontro dalla fortissima valenza emotiva e concettuale, etica e politica: un messaggio in cui politica e vita si fondono. Partiamo da alcune frasi e parole chiave lanciate dai relatori. La prima: “La produzione autogestita come momento della lotta di classe”. “Produzione” e “lotta” sono qui due momenti strettamente complementari. È necessario cioè pensare la lotta di classe operaia, e ogni tipo di lotta, non più soltanto come mera lotta: come contra-posizione. La storia ci mostra che lotta di per sé non produce automaticamente costruzione sociale alternativa: spesso si esaurisce, appunto, nello sforzo della mera contrapposizione o su obiettivi che non cambiano in profondità l’organizzazione sociale dominante. E quando le lotte vincevano si trovavano di fronte a problemi che, in genere, affrontavano ricorrendo ai vecchi strumenti: tutte le rivoluzioni hanno prodotto nuovi Stati, cioè oligarchie al potere. Oggi, invece, è necessario produrre, contemporaneamente a forme di lotta, anche forme di costruzione di un nuovo modo di produrre quei beni che sono pur necessari alla vita. Ma ciò implica anche forme di costruzione sociale alternativa. Si tratta di superare quello che è stato il limite delle grandi lotte degli anni Sessanta e Settanta, prodotto anche dalla violenza estrema della reazione padronal-statale che non ha esitato a ricorrere ad attentati e persino a stragi indiscriminate in luoghi pubblici, utilizzando gli indispensabili organi extralegali dello Stato, intrinsecamente connessi con l’area cultural-politica di estrazione fascista, sempre attiva dal 1946 ad oggi. In questo momento anche a livello palese di governo. Un’altra espressione che sintetizza efficacemente un’intera visione politica è: “Insorgere per risorgere”. In poche parole tutto un pensiero. L’insurrezione ha un fine concreto: la risurrezione sociale. Ciò vuol dire cominciare a individuare cammini per uscire dallo sfruttamento quale base fondamentale della vita sociale – oggi in forme estremamente articola e capillari – dalla riduzione dell’umano a forza-lavoro per il profitto di una minoranza. È necessario far ri-sorgere gli umani come esseri sociali, abitati da una dimensione collettiva, non più individui in lotta reciproca per la sopravvivenza, ma parte intrinseca di una collettività articolata in comunità. L’azione politica deve diventare un ‘ri-sorgimento’, così come il lavoro deve diventare sorgente di vita, produzione di ciò che è necessario per vivere: produzione di vita, non produzione di merci. La mostruosità del capitalismo, oggi così visibile da diventare invisibile, consiste nell’aver trasformato la produzione di vita in produzione di merci, riducendo al limite la produzione di vita, un limite che oggi si sta, con ogni evidenza, superando. La violenza rapace e individualizzante della merce deve sciogliersi nella gioia dello scambio reciproco di beni – da notare la pregnanza filologica della lingua di questi compagni: ‘insorgere per risorgere’. Le parole hanno un significato originario che è stato rimosso: non merci ma beni, fonti di vita, ridando ai bisogni fondamentali della vita il loro senso profondo, come tradizionalmente si esprimeva, ad esempio nel pasto in comune, che, nelle nostre particolari condizioni, cerchiamo in qualche modo di evocare a sera nella Piazza del Mondo. “GKN propone un nuovo immaginario”. Un’altra frase che mi ha colpito: un nuovo modo appunto di sviluppare la lotta di classe operaia, ma non solo questa, in lotta sociale nel senso più ampio, in lotta per cambiare la società, la convivenza. Ciò vuol dire che la lotta deve partire da un progetto – pro-gettare, gettare avanti – per produrre una nuova condizione sociale da costruirsi pezzo dopo pezzo – lotta esistenziale e vitale, ormai. E ancora: “Speranza come assunzione collettiva di responsabilità”. Una parola come “speranza” – consunta dal quotidiano uso individuale: “come va? speriamo bene…” – viene immessa in un significato nuovo perché collettivo: “responsabilità” viene da “rispondere”. Rispondere alla chiamata della storia, della vita ormai. Rispondere a una chiamata, come è quella di questi compagni, trasfonde la speranza, divenuta collettiva, in un concreto desiderio di agire. In tal senso, i compagni di campi Bisenzio dicono di mettere la loro “vertenza a disposizione del movimento”. Non si tratta più della sopravvivenza di alcuni operai. Si tratta della sopravvivenza di tutti noi. Oggi questo è evidente ma nello stesso tempo radicalmente denegato dal potere economico e dai suoi articolati bracci politici, anche attraverso la smisurata potenza della trasformazione della vita in immagine che ha la sua manifestazione suprema nell’indifferenza per il genocidio di Gaza. Vogliamo “trovare qui il mondo che vorremmo”, è una quinta frase significativa rimbalzata a Campi Bisenzio. Lo gridano questi operai dopo cinque anni di lotta e di tentativi di costruzione collettiva: assemblee, festival, manifestazioni, incontri in giro per l’Italia, sapendo che “trovare” il mondo desiderato vuol dire crearlo perché un altro mondo non c’è. E dovremmo aver imparato – o almeno cominciato ad imparare – che si deve costruire in mezzo all’esistente, non delegando a nessuno, ma, fra di noi, in situazione, trasformando, pezzo dopo pezzo, la thatcheriana non-società di individui in una società vera, in cui il prossimo è un socius e non un concorrente. La produzione, oggi, è, soltanto produzione di merci: letteralmente predazione, predazione della vita per trasformarla in denaro, cioè in reti di potere. Oggi questo si coglie con un’allucinante esemplarità cinematografica ancora a Gaza: il progetto, per quanto vago, di “produrre” un resort per ricchi sui cadaveri e sulle macerie del genocidio, è una sorta di Manifesto di questo tempo: dal genocidio al biocidio. Queste poche concentratissime frasi, strappate dall’incontro, dicono con forza la condizione dentro cui siamo costretti oggi. Da questa condizione bisogna partire. Altro che produrre merci. Si tratta di produrre un mondo nuovo! Ciò significa cominciare anche e soprattutto dalla vita quotidiana, dai beni essenziali: la vita ri-nasce ogni giorno. Non deve più esserci, tendenzialmente, separazione fra vita quotidiana e vita collettiva, vita della polis, “politica”. Se nel cosiddetto Occidente, lo scarto fra vita di ogni giorno e gestione pubblica è per la maggioranza evidente, nell’altro mondo per la grandissima maggioranza v’è coincidenza. Per questi operai, si tratta solo di una disperata fuga in avanti dopo cinque anni di resistenza e lotte, che hanno tentato di soffocare con il silenzio, con il muro di gomma delle istituzioni locali e centrali? In realtà questi operai, con la loro resistenza creativa durata cinque anni, hanno avuto già la capacità di trasformare un licenziamento nell’inizio di un cammino radicale: il passaggio dalla Working alla caring class – come dice il titolo del bellissimo Festival di letteratura Working class del 13-14 aprile 2026: produrre è riprodurre la vita. Hanno inventato un processo di resistenza, lotta e cura, creando un legame fra le lotte della classe operaia storica e la situazione attuale, così diversa, ad esempio, da quella degli anni Sessanta-Settanta. Mettere insieme, ad esempio, “letteratura e classe operaia”, come proclama il Festival, vuol dire superare i limiti tradizionali delle lotte operaie. Far politica oggi coincide con il tentativo di costruire forme di vita, mentre la cultura del Capitale ha dichiarato guerra alla vita intera, senza più nessuno schermo socialdemocratico. Questa è la situazione. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il nuovo straordinario e difficile cammino dell’ex Gkn proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
#02 Apocalypse Prompt | Il futuro è solo una storia che raccontiamo a noi stessi – di Alessandro Verna
Un nuovo appuntamento, il numero #2, con il diario di auto-analisi di Alessandro Verna che sta uscendo a puntate su Effimera. Il progetto esplora le profonde trasformazioni nella soggettività e nel lavoro cognitivo generate dall'interazione quotidiana e dalla dipendenza dall'Intelligenza Artificiale generativa.In questo episodio, il protagonista si confronta con le differenze tra le soluzioni umane e [...]
July 20, 2026
Effimera
Che tipo di lavoro abbiamo?
C’è un aspetto del XXIV Rapporto annuale dell’Inps, presentato il 9 luglio scorso, che è stato finora sottovalutato, ma che aiuta a cogliere la qualità della composizione del lavoro in Italia e anche a risolvere la questione di come e perché sia aumentata l’occupazione.  Si tratta della presenza nella massa del lavoro dipendente di una quota davvero rilevante di lavoro parziale, sia esso part-time o part-year, quindi stagionale o a tempo, che descrive una condizione del lavoro salariato per certi versi inedita. Ma c’è poi un’analisi offerta dall’Inps ancora più interessante, laddove si scompone la forza lavoro in «uomo-anno», cioè in lavoro pieno annuale, corrispondente a 260 giornate lavorative (quanto resta dai 365 giorni annuali dedotti i due giorni di riposo settimanali): questa descrizione getta uno sguardo crudo sia sulla dimensione del lavoro parziale, precario o meno, sia sulla contraddizione tra crescita dell’occupazione e stagnazione del reddito da lavoro dipendente e conseguente stagnazione del Prodotto interno lordo.  I lavoratori dipendenti considerati dall’Inps, esclusi gli agricoli, sono circa 20,8 milioni. Prima di addentrarsi nell’analisi accennata, già si può aggiungere un’altra radiografia importante: la crescita del lavoro straniero che è ormai il 14,5% del totale, un dipendente su sette. L’incremento è tutto attribuibile alla componente extracomunitaria, passata da 1,7 milioni nel 2019 a 2,5 milioni nel 2025, mentre la componente comunitaria, soprattutto composta da rumeni, si è ormai stabilizzata attorno a mezzo milione di unità. Ma è aumentata anche l’intensità di impiego: per gli extracomunitari si è passati da 217 giornate retribuite nel 2019 a 224 nel 2025, per i comunitari da 214 a 233. Il lavoro immigrato incide in misura molto superiore alla media (25%) nell’industria leggera del made in Italy (tessile-abbigliamento-pelli-cuoio-legno-mobile), delle costruzioni (28,3%), dei servizi di alloggio e ristorazione e dei servizi di supporto (tra cui il lavoro somministrato, le attività di vigilanza, pulizie, servizi per il paesaggio). Valori elevati, tra il 15 e il 20%, anche per altri importanti comparti manifatturieri (metalmeccanica, alimentari), per i trasporti-magazzinaggio e per altre attività di servizio.  Si tratta di una crescita impetuosa negli ultimi anni, superiore in termini percentuali alla crescita media degli occupati, e che segnala una discrasia tra il discorso pubblico razzista e anti-immigrati e quello che accade nelle profondità dell’economia reale (nel «laboratorio segreto» della produzione, avrebbe detto Marx). La maggioranza dei dipendenti opera nel settore privato. Nel settore privato non agricolo i dipendenti sono circa 17,7 milioni nel 2024, con una crescita del 2%. Il pubblico impiego, con i suoi 3,7 milioni di dipendenti ha un peso molto minore rispetto a paesi europei analoghi e presenta una struttura mediamente più anziana rispetto al settore privato. Segno che il ricambio generazionale ancora non c’è stato e non si vedono segnali in questa direzione. Per quanto riguarda le categorie, l’Inps segnala che nel settore privato la gran parte del lavoro occupato è operaio, con il 56% dei dipendenti; gli impiegati sono circa il 37%, mentre seguono quote ridotte e marginali per apprendisti, quadri e dirigenti. Evidente, ancora, il gap occupazionale tra uomini e donne, con i primi che rappresentano il 57% dei dipendenti. Gap che si ripercuote bruscamente sulle retribuzioni: nel 2024 la retribuzione media annua nel settore privato è stata circa 27.967 euro per gli uomini contro 19.833 euro per le donne: al netto di contributi e imposizione fiscale parliamo di circa 1.500 euro al mese per gli uomini e di 1.100 euro per le donne. Alla faccia di un paese ricco e membro del G7. Sempre per restare al quadro generale, l’occupazione è concentrata nel Nord-Ovest per circa il 31,4%, nel Nord-Est per il 23,3%, al Centro con il 20,7% e al Sud per il 17,2%.  LEGGI ANCHE… LAVORO LE TANTE FACCE DEL SINDACATO Redazione Jacobin Italia L’UOMO-ANNO Quando si passa alla definizione dei dati utilizzando la categoria «uomo-anno», così indicata dall’Inps (che non utilizza un linguaggio orientato al genere), il quadro si fa mosso.  Per capire di cosa parliamo, è lo stesso rapporto a darci l’esplicitazione dei criteri utilizzati. I circa 20,8 milioni di lavoratori dipendenti complessivi si suddividono, come abbiamo visto, in 17,7 milioni nel privato non agricolo con una media di 247 giornate retribuite annue. Nel pubblico i lavoratori sono circa 3,74 milioni, con 283 giornate medie retribuite. L’Inps però offre un’analisi diversa affiancando al numero di dipendenti nell’anno, le giornate retribuite nel mese. In questo modo, i dipendenti privati, che in media mensile erano circa 12,9 milioni nel 2018, saranno 14,6 milioni nel 2024. Si tratta, ripetiamolo, di retribuzioni percepite mensilmente, con scarti importanti tra i mesi di picco lavorativo (giugno nel settore privato) e quelli di minor utilizzo.  Su questi dati l’Inps opera ancora un altro affinamento utilizzando, in alternativa al numero di dipendenti mensili, «la somma nell’anno del numero di giornate retribuite ogni mese». Il calcolo si basa sullo standard di 26 giornate mensili come numero massimo retribuibile e quindi portando a 312 giornate retribuite come il valore di un anno pieno, caratterizzato da continuità lavorativa. «Dividendo per 312 la somma del numero di giornate retribuite ogni mese, scrive l’Inps, si ottiene una misura normalizzata del volume di lavoro, espressa in anni-uomo». Un dipendente che nel corso dell’anno abbia ricevuto 78 giornate retribuite equivale a 0,25 anni-uomo, mentre se le giornate retribuite sono state 273 equivarrà a 0,875 anni-uomo. Il pregio di questa categorizzazione, rispetto al numero di ore lavorate, è quello di non neutralizzare la tipologia oraria contrattuale (tempo pieno/tempo parziale). Rifacendo i calcoli, quindi, i dipendenti privati, che in media mensile sono circa 14,6 milioni nel 2024, «ricalcolati in termini di anni-uomo risultano pari a circa 13,6 milioni» crescendo di 1,6 milioni rispetto al 2018. Oltre al lavoro a tempo determinato è cresciuto di molto il lavoro stagionale (+65%) e intermittente (+30%). Da considerare anche che il lavoro a tempo indeterminato ha beneficiato della forte crescita, dall’11 al 35%, del lavoro in somministrazione «anche grazie ai maggiori vincoli introdotti dal Decreto Dignità sulla somministrazione a tempo determinato».  Ma questa nuova categorizzazione permette anche di avere un quadro immediato della segmentazione del mercato del lavoro tra il segmento «primario» nel quale rientrano i cosiddetti insiders, lavoratori con maggiore stabilità contrattuale, elevati livelli di istruzione ed esperienza, alti salari. «Nel segmento secondario ci sono viceversa i cosiddetti outsiders rappresentati dai lavoratori con basse retribuzioni, scarsa sicurezza del posto di lavoro, poche possibilità di carriera». Il rapporto si propone così di dare una «quota del volume di lavoro caratterizzata da continuità oraria e/o contrattuale», procedendo per passaggi successivi: «i lavoratori a tempo indeterminato (al netto di apprendistato e somministrazione) misurati in anni-uomo passano da 9,5 milioni nel 2018 a 10,9 milioni nel 2024 di cui circa il 75% a tempo pieno e il 25% a tempo parziale (in larga maggioranza donne)». Si verifica quindi che «i soli lavoratori a tempo indeterminato e a full-time, ammontano nel 2024 a 8,1 milioni», il che comporta che il mercato primario rappresenta nel 2024 il 60% del totale. Ma se invece si includono sia l’apprendistato, che dal punto di vista normativo viene definito a tempo indeterminato, sia i lavoratori assunti a tempo indeterminato dalle aziende di lavoro in somministrazione, si ha una «definizione allargata» di segmento primario che arriva a 11,5 milioni di anni-uomo nel 2024, quindi l’85% del totale.  Gli outsider, quindi, possono variare dal 15 al 40% a seconda della definizione «ristretta» o «allargata» del mercato primario, quello degli stabili. In ogni caso, l’Inps nota che dal 2018 al 2024 la quota degli outsiders è calata dal 16,2 al 15,4%, quindi solo dello 0,8% in otto anni, ma è aumentata nel meridione passando dal 17,1% al 20,5%, principalmente a causa alla crescita del lavoro a tempo determinato e delle attività stagionali. Il mercato del lavoro italiano quindi appare relativamente stabile se si contano i contratti: 14-15 milioni di persone hanno un rapporto a tempo indeterminato. Ma in termini di quantità effettiva di lavoro, adottando una definizione «ristretta» del mercato primario, si nota che una quota consistente dei rapporti, almeno il 40%, non è stabile e pienamente retribuito.  Questa composizione differisce a seconda dei settori indicando così che la precarietà italiana non è distribuita uniformemente: «è concentrata soprattutto nei settori a bassa produttività e ad alta stagionalità (turismo, commercio, alcuni servizi), mentre industria, sanità e amministrazione pubblica hanno una maggiore intensità annuale del lavoro», cioè più giornate retribuite. L’Inps segnala infatti che nel 2024 il lavoro intermittente ha coinvolto circa 759 mila persone e la somministrazione circa 915 mila, evidenziando che queste forme sono una componente significativa ma concentrata del mercato del lavoro.  LEGGI ANCHE… LAVORO UNA FLOTILLA ANCHE PER IL SALARIO Salvatore Cannavò La situazione si riflette ovviamente sulla dinamica salariale. Abbiamo visto le retribuzioni medie annue di dipendenti uomini e donne: la media complessiva annuale propone un reddito medio per i dipendenti privati di 24.486 euro, con 247 giornate retribuite medie; nel pubblico la media è circa 35.350 euro con 283 giornate retribuite. Se facciamo il calcolo per anni-uomo, si può invece verificare quanto reddito da lavoro dipendente lordo annuo viene generato per ogni lavoratore equivalente a tempo pieno. È una misura «più utile della semplice retribuzione media per persona perché corregge l’effetto di: part-time; stagionalità; periodi lavorati inferiori ai 12 mesi; settori con molti contratti brevi». Le retribuzioni più alte si verificano nel settore della Energia, utilities con 45–55mila euro per giornate piene annue, seguita da Finanza e assicurazioni con 45-50 mila euro e da Industria e manifattura 38-43 mila. La Pubblica amministrazione (37-40 mila) e la Sanità (38-42 mila) si confermano anche con quote alte di retribuzioni su giornate piene annue, mentre a valori medi si collocano i Trasporti e la Logistica (34-38 mila) e le Costruzioni (32-36 mila). Più basso il Commercio (30-34 mila) e nella fascia bassa il Turismo e ristorazione (28-32 mila) e Altri servizi personali (28-33 mila). «Se guardiamo solo le teste, turismo e commercio sembrano grandi settori: commercio circa 3 milioni di dipendenti; turismo circa 1,5 milioni. Ma in termini di lavoro pieno equivalente producono molto meno perché hanno: molti part-time; contratti stagionali; meno mesi lavorati. La precarietà non è così solo un problema contrattuale: è spesso il risultato di settori dove il lavoro è strutturalmente frammentato».  Infine, se vogliamo capire quali settori sostengono maggiormente il reddito nazionale e componiano una piramide del lavoro italiano come combinazione di numero di lavoratori dipendenti (teste); lavoro effettivo prodotto (tempo pieno annui); reddito da lavoro dipendente per tempo pieno e valore aggiunto prodotto dal settore, si può notare che l’industria manifatturiera pesa molto più di quanto sembri: i suoi circa 3,8 milioni di dipendenti hanno un’alta continuità lavorativa, mentre la grande massa occupazionale del commercio e servizi impiega molti lavoratori, ma con molto lavoro part-time, carriere discontinue, salari medi più bassi. Il turismo è il caso più evidente: con circa 1,5 milioni di persone coinvolte occupano meno di un milione a tempo pieno effettivo annuo con un lavoro frammentato e una potenza economica del lavoro molto più bassa.  La fotografia più corretta dell’Italia 2024 non è quindi quella che fotografa «20,8 milioni di dipendenti» ma che somma circa 16 milioni di lavoratori equivalenti a tempo pieno, pilastri di un settore economico in cui sono cruciali industria e servizi avanzati mentre turismo e commercio incidono molto meno. Questa condizione si riflette, ad esempio, sui settori che sostengono il sistema previdenziale che deve i maggiori introiti contributivi all’industria privata, al pubblico impiego e ai servizi qualificati. I settori con molte «teste» lavorative ma meno salari e contributi bassi e saltuari costituiscono invece la causa dello squilibrio e potenzialmente anche contraddizioni più forti nello stesso mondo del lavoro.  Mai come ora quando si tratta di lavoro bisogna saper contare bene. *Salvatore Cannavò già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Che tipo di lavoro abbiamo? proviene da Jacobin Italia.
July 16, 2026
Jacobin Italia