Una storia di intimidazioneDopo una giornata di mobilitazione a fine novembre 2025, con un’adesione record
attestata attorno al 90%, i giornalisti italiani hanno scioperato il 27 marzo e
tornano a farlo il 16 aprile, sempre per la stessa ragione: il rinnovo del
contratto nazionale, scaduto da 8 anni. Per la frammentazione dei rapporti di
lavoro, comune oggi a molti settori, il contratto nazionale arriva a coprire
direttamente soltanto una parte delle persone coinvolte nel mestiere: in Italia
ammontano a 17mila i giornalisti assunti come dipendenti, mentre si contano
48mila freelance – di questi ultimi, solo 20mila svolgono come unica attività il
giornalismo.
Poche figure lavorative al giorno d’oggi sono emblematiche della precarietà come
i freelance dell’informazione: sempre reperibili, pronti a scattare per
catturare la notizia, in uno stato di tensione perenne a cui deve corrispondere
al contempo la lucidità intellettuale necessaria a produrre i pezzi, spesso
costretti ad aprire partita Iva pur lavorando di fatto per un unico committente,
pagati a cottimo e spinti a sfornare 4-5 articoli al giorno per guadagnarsi il
pane quotidiano.
Quando i giornalisti sono senza tutele, rischiano di diventarlo anche le
notizie: in un regime di produzione seriale di pezzi, la conferma e
l’approfondimento dei fatti – prima di essere pubblicati – diventano operazioni
troppo laboriose e costose. Rischia di affermarsi piuttosto una trama di verità
provvisorie, senza garanzie, come gli stessi precari, un rischio che si
ingigantisce quando le notizie solleticano umori e pulsioni di odio.
In questo pezzo parliamo di uno di loro, un giornalista precario, in una vicenda
che getta ombre raggelanti sul dibattito pubblico e sulla libertà di fare
inchiesta. Parliamo dell’intreccio tra disinformazione e intimidazione, parliamo
di uno dei maggiori pericoli che corre oggi un giornalista – freelance o
dipendente che sia – la minaccia della querela: tra le nazioni europee, l’Italia
detiene il più alto numero di querele verso i giornalisti, circa un quarto del
totale. Per raccontare questa storia dobbiamo tornare indietro all’estate di
otto anni fa.
UN CALDO DA FAR PERDERE LA TESTA
Agosto 2018. Il caldo in Pianura padana è soffocante, molte menti sono
annebbiate. In mezzo ai sudori e alle lamentele, un fatto arriva a scalzare il
meteo come argomento di conversazione. A darne notizia è il Giornale di Vicenza,
quotidiano con un pubblico medio giornaliero stimato attorno alle 215.000
persone, è una testata del gruppo editoriale Athesis, tra i cui azionisti
storici figura la Confindustria vicentina. Lo strillo fuori dalle edicole
recita: «I richiedenti asilo vogliono avere Sky. Scatta la protesta».
L’articolo guadagna in breve tempo ampia visibilità online, viene letto lungo
tutta la penisola, anche per merito dell’allora Ministro degli Interni Matteo
Salvini, che poche settimane prima ha bloccato temporaneamente lo sbarco dei
migranti dalla nave Diciotti a Trapani. Salvini ri-condivide il pezzo, dandolo
in pasto alla propria folta schiera di seguaci digitali. Una storia simile
conferma al suo popolo la narrazione secondo la quale gli immigrati vengono in
Italia per «fare la pacchia», a guardare le partite di calcio, a spese degli
italiani che invece si spaccano di fatica dalla mattina alla sera.
Qualcuno invece aggrotta la fronte dinanzi a quel titolo e afferra il telefono:
è Fabio Butera, un precario dell’informazione, sbarca il lunario lavorando per
La Repubblica, per cui ha appena realizzato una video-inchiesta sui rider dopo
aver svolto lui stesso quel lavoro per un mese. Butera giudica il fatto
pubblicato dal Giornale di Vicenza poco verosimile. Davvero delle persone
sopravvissute alla traversata del deserto africano e del Mediterraneo adesso
starebbero montando una protesta per seguire il campionato di calcio?
Butera contatta la questura e la prefettura: entrambe negano di aver ricevuto
richieste di abbonamenti televisivi, solo permessi di residenza, hanno appreso
la notizia dal giornale anche loro. Butera contatta inoltre l’autore del pezzo
per chiedergli da dove avesse tratto quell’informazione, ma il collega sostiene
di aver avuto l’imbeccata da una fonte confidenziale e di non aver avuto tempo
di contattare direttamente i richiedenti asilo. Butera ha la premura di
registrare tutte le conversazioni telefoniche e tenerne traccia.
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L’esito delle sue indagini diventa poi un post pubblicato su Facebook, sotto cui
si scatenano valanghe di commenti, molti di apprezzamento e altri ingiuriosi nei
suoi confronti. Butera si scaglia contro i titoli sensazionalisti, le notizie
non verificate e divulgate solo per alimentare discorsi razzisti. Il post viene
rilanciato presto dal Bocciodromo, il centro sociale del capoluogo berico, e da
altre realtà, raggiungendo presto la cerchia dei media nazionali: Corriere della
Sera, Il Fatto Quotidiano, Il Post…
Il Giornale di Vicenza nel giro di pochi giorni pubblica una rettifica: i
migranti non hanno chiesto un abbonamento a Sky, ma bensì una tv satellitare per
rimanere aggiornati sulle notizie del proprio paese d’origine. Pochi mesi dopo,
tuttavia, la Questura di Vicenza cambia versione, dichiarando che le erano
effettivamente giunte richieste di accesso a piattaforme televisive. A quel
punto l’autore del pezzo, il giornalista del Giornale di Vicenza, apre una causa
per diffamazione nei confronti di Butera.
Fortunatamente, a distanza di anni, nonostante i molteplici cambi di lavoro e
residenza, Butera possiede ancora le registrazioni delle sue conversazioni
telefoniche avute al tempo: in base a quelle, il tribunale sentenzia nel 2023
che il lavoro di Butera non è diffamatorio ma ben documentato e di interesse
pubblico, al contempo lo condanna però a pagare 33mila euro per non aver rimosso
i commenti offensivi verso il collega pubblicati da terze persone sotto il suo
post – commenti che non gli è stato chiesto di rimuovere, nel corso degli anni.
La sentenza viene poi confermata dalla Corte d’Appello, mentre resta ancora in
sospeso il verdetto della Cassazione, atteso a partire dal 10 aprile 2026. I
commenti in cui lo stesso Butera viene insultato pesantemente, sotto il suo post
e sotto i post del Giornale di Vicenza, non sono stati invece oggetto di
considerazione.
IL GELO SUL DIBATTITO PUBBLICO
Una vicenda come questa apre interrogativi enormi. Come ha osservato il
giornalista Matteo Pucciarelli, laddove testate e politici nazionali pubblicano
quotidianamente post sotto i quali si scatenano orde di odiatori social, un
comune cittadino attivo sui social media è libero di essere insultato ma al
contempo obbligato a cancellare i commenti offensivi scritti da altri sotto i
propri post?
La vicenda di cui è stato protagonista Butera risulta intimidatoria soprattutto
nei confronti dei cosiddetti media-attivisti, di tutte le persone impegnate a
promuovere assieme informazione e campagne sociali, nel tentativo di bilanciare
il quarto potere dei mass media con il contropotere dei movimenti sociali. Di
fatto, da allora Butera ha smesso di scrivere sui social network, racconta di
non essersi esposto come avrebbe voluto su temi a lui cari, come la Palestina,
nel timore di subire ulteriori ritorsioni. Del resto, ha avuto altre magagne da
gestire nel corso degli anni, tra cui una causa con la stessa Repubblica, da lui
vinta, per la sua mancata assunzione dopo anni di collaborazione (vicenda
culminata, perdipiù, con un divertente scambio epistolare pubblico).
Nell’estate del 2018 ebbe il coraggio di sfidare la presunta verità sancita da
un quotidiano e da un ministro, nonostante fosse un precario con entrate mensili
piuttosto magre. Quanti altri colleghi, messi nelle stesse condizioni, si sono
potuti permettere una scelta simile? Quanti precari delle redazioni, in questi
anni, sono riusciti a vincere le ritrosie e raccontare una storia non detta in
cui si erano imbattuti? Quanti giornalisti dipendenti hanno osato sfidare la
minaccia della querela?
Le frottole dei potenti possiedono la loro forza nella capacità di infliggere
danni a chi cerca di smentirle, o metterle in dubbio. Un mondo in cui i
giornalisti si sentono vulnerabili è un mondo in cui trovano spazio più
facilmente le verità di comodo, pronte a flettersi a seconda di come soffia il
vento, sempre allineate però con le idee della classe dominante. I soggetti che
diffondono sentimenti xenofobi, del resto, sono gli stessi che promuovono la
precarietà lavorativa, lo scopo è il medesimo: creare una faglia all’interno
della forza lavoro, seguendo la linea del colore, della lingua, del credo o del
genere. Solo con uno sguardo attento rispetto alla realtà che ci circonda – uno
sguardo a cui faccia seguito una fronte aggrottata – potremo districarci dalle
storture e dalle ingiustizie strutturali del nostro tempo.
*Gregorio Carolo, metalmeccanico, è autore di Incoscienza di classe (Meltemi,
2026) e del podcast Le faremo sapere.
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