Donna, operaia e comunista. Alfonsina e le altreQuando nel 1972 la polizia arrestò sette operai e operaie della Siemens di
L’Aquila, tra loro c’era anche Alfonsina Casamobile. Aveva poco più di
trent’anni, proveniva da una famiglia contadina e si definiva semplicemente
«donna, operaia e comunista». Fu una delle figure simbolo di una generazione di
lavoratrici che, entrando nella fabbrica elettronica sorta a L’Aquila negli anni
del boom economico – prima Ates, poi Marconi, Siemens, Italtel – trasformò non
solo i rapporti di lavoro ma anche la condizione femminile in una delle città
più conservatrici del Centro-Sud.
«C’era la paura che veramente potesse nascere una classe operaia in questa
fabbrica, e che si allargasse poi a tutto il Sud», ricordava in un’intervista
Alfonsina qualche anno dopo. Una paura fondata, perché l’arrivo dell’Ates non
significò soltanto occupazione in una provincia segnata da massiccia emigrazione
e povertà. Significò anche la nascita di una nuova soggettività sociale,
composta da donne giovani in larga parte provenienti dalle aree interne
dell’Abruzzo, che attraverso il lavoro salariato acquisirono indipendenza
economica, coscienza politica e capacità di organizzazione collettiva. In una
città che il sindacalista e studioso Riccardo Lolli descrive come caratterizzata
da un’impronta «assolutamente conservatrice e moderata», l’irruzione di migliaia
di operaie rappresentò infatti «una trasformazione profonda, dentro e fuori le
mura della fabbrica».
Molte affrontavano quotidianamente lunghi viaggi dai paesi della provincia
aquilana come Castel di Sangro, Raiano, e il lavoro in fabbrica fu la prima
occasione di autonomia economica. Isabella Angelone entrò in fabbrica a soli
sedici anni. Ricorda ancora l’emozione della prima busta paga: cinquantamila
lire, soldi che non servivano soltanto a contribuire al bilancio familiare, ma
che rappresentavano la possibilità di decidere della propria vita. «Faccio
sedere mamma sulla scala e comincio a tirare fuori le banconote: dieci, venti,
trenta! Quando arrivò il primo stipendio andai a L’Aquila e comprai una catenina
d’oro con una medaglia proprio per mia madre. I primi soldi li ho spesi così».
IL PATRIARCATO DENTRO E FUORI LA FABBRICA
Eppure, le operaie continuavano a scontrarsi ogni giorno con una cultura
patriarcale profondamente radicata. Se nella fabbrica significava essere
relegate nei posti più duri della catena di montaggio, con stipendi più bassi e
mansioni a cottimo, al di fuori significava scontrarsi con un mondo che
considerava il lavoro salariato femminile come una minaccia per gli equilibri
tradizionali. Isabella ricorda cosa avesse significato per lei avere uno
stipendio che potesse liberarla dalle relazioni di potere presenti nella sua
famiglia: «mi dava l’opportunità di ribellarmi, di rivendicare i miei diritti, e
se fosse stato necessario anche di mandarli a fanculo». Fu proprio la suocera a
ribadirle spesso quello che pensava dell’ingresso massiccio delle donne nel
lavoro industriale: «Sci maledetto chi ha dato ju lavoro alle femmine» [sic].
Ma il conflitto non si fermava alle mura domestiche, anche le condizioni di
lavoro erano spesso molto dure. Maria Grazia Taverna, un’altra donna
protagonista delle lotte di quegli anni, descrive il sistema del cottimo come
«estremamente estenuante. Ogni sera bisognava consegnare un certo numero di
pezzi. Se non rendevi il cottimo venivi penalizzata economicamente, ma
arrivavano anche i richiami». Anna Caruso, tra le più anziane del gruppo, entrò
alla Marconi nel 1959: «la prima volta che varco quella soglia, mi guardo
intorno, tutto quel rumore, quelle persone chine a lavoro sui pezzi, tutto quel
ferro… Ricordo che ho sussurrato tra me e me, “e mo’ passano 40 anni qua
dentro..”». L’umiliazione passava anche attraverso il controllo dei corpi: per
andare in bagno era necessario utilizzare speciali contrassegni, le cosiddette
«tavolette di piombo», simbolo di un’organizzazione del lavoro fondata sulla
sorveglianza e sulla disciplina.
Fu proprio in queste condizioni e contraddizioni che maturò la coscienza di
classe. Molte di quelle giovani donne non avevano alle spalle tradizioni
sindacali o politiche. Come avrebbe ricordato la stessa Alfonsina, «noi non
avevamo una cultura di lotte operaie. L’abbiamo imparata dentro la fabbrica». E
impararono rapidamente a organizzarsi. Il 1968 rappresentò un passaggio
decisivo: «l’occupazione della fabbrica e le manifestazioni cittadine portarono
per la prima volta la questione operaia al centro della vita pubblica aquilana»,
osserva Riccardo Lolli, «così la città scoprì gli operai, e soprattutto le
operaie». Fino ad allora quella presenza femminile era rimasta invisibile.
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LE TANTE FACCE DEL SINDACATO
Redazione Jacobin Italia
IL CONTRATTO DEL 1972. LA SOLIDARIETÀ E LA REPRESSIONE
Come ricorda Luigi Magnante, allora sindacalista della Cgil, «al centro di
quella stagione vi erano i consigli di fabbrica, una delle più avanzate
esperienze di democrazia industriale del movimento operaio italiano». Eletti
direttamente dai lavoratori, indipendentemente dall’appartenenza sindacale, i
consigli permisero una partecipazione diffusa alle decisioni e diedero voce ai
bisogni di una nuova generazione di lavoratrici. Attraverso quella forza
organizzata arrivarono conquiste che cambiarono profondamente la vita delle
operaie.
Il contratto del 1972, firmato nel 1973, rappresentò in tal senso una svolta
storica. «Introdusse l’inquadramento unico – spiega Luigi Magnante – superando
molte delle discriminazioni professionali e salariali tra uomini e donne. Ma le
rivendicazioni non si fermavano alla busta paga. Le operaie rivendicavano il
diritto allo studio, i servizi pubblici e sociali che rendessero possibile
conciliare lavoro e vita familiare. Grazie a scioperi molto partecipati – a cui
aderiva «tra il 95% e il 99% delle operaie», come ricorda Luigi Magnante –
picchetti costanti e manifestazioni, ottennero le celebri «150 ore», che
consentirono a molte lavoratrici di completare percorsi scolastici interrotti
troppo presto, e grazie anche a un contributo economico diretto delle
lavoratrici, in città vennero realizzati l’asilo nido «Primo Maggio» e la scuola
a tempo pieno di Santa Barbara.
Quella esperienza contribuì anche a mettere in discussione i confini
tradizionali tra lotta sindacale e questione femminile. Le battaglie per gli
asili nido, per la salute delle donne, per il diritto allo studio e per una
diversa organizzazione del tempo di vita mostrarono come le rivendicazioni
femminili non fossero temi separati dalla lotta di classe, ma una sua componente
essenziale. «Noi lottavamo per ottenere una migliore qualità della vita. Il
contratto del ‘73 andava ben oltre gli aumenti salariali, era incentrato tutto
sul sociale», ricorda Maria Grazia Taverna, «in una fabbrica dove lavoravano
quasi cinquemila donne, riuscimmo a ottenere anche un consultorio interno»,
anticipando così temi che sarebbero diventati centrali nel movimento femminista
degli anni successivi.
La loro lotta contribuì così a ridefinire non soltanto il lavoro, ma il rapporto
tra produzione e riproduzione sociale, tra emancipazione femminile e diritti
collettivi.
Tutto questo non avvenne senza conflitto. Tra il 1972 e il 1973 la repressione
colpì duramente le avanguardie operaie. Alfonsina Casamobile fu arrestata
insieme ad altre sei lavoratrici e lavoratori. Lei stessa, in un’intervista
successiva, ricorda: «mi convocarono più volte in questura per rispondere di
presunte “violenze private” contro dirigenti aziendali durante scioperi e
picchetti ai cancelli. Noi non capivamo perché questo accanimento, a venti o
trent’anni non lo puoi capire perché ti mettono in galera per un contratto. Oggi
lo capisco, l’obiettivo era chiaro, ossia spezzare l’organizzazione operaia».
Sindacato, consigli di fabbrica e lavoratrici reagirono con una mobilitazione
straordinaria. Centinaia di operaie sfilarono dalla fabbrica fino al carcere di
San Domenico per chiedere la liberazione delle compagne arrestate. Isabella
Angelone ricorda quel lungo corteo che attraversava la città gridando: «Compagne
carcerate sarete liberate, e se questo non avviene, la galera è tanto grande, ci
entreremo tutte quante».
Il Consiglio di Fabbrica della Sit Siemens, quando in un volantino dell’11
aprile 1973 comunicò la scarcerazione di tutti gli operai e le operaie
arrestate, affermava anche che la lotta non si sarebbe fermata: «è ormai
coscienza comune che i lavoratori della Sit Siemens stanno lottando e hanno
sempre lottato nell’interesse di tutti. I grossi problemi della popolazione
abruzzese restano ancora irrisolti, per questo noi lavoratori della Siemens
lanciamo un appello per la ripresa della lotta dal 13 aprile 1973. Sciopero
generale di tutto l’Abruzzo per le riforme e l’occupazione nel Mezzogiorno». La
repressione, anziché isolare le dirigenti sindacali, rafforzò il senso di
appartenenza collettiva.
GLI ANNI OTTANTA. QUANDO SI SMETTE DI ESSERE COMUNISTI
La ristrutturazione industriale, il passaggio dall’elettromeccanica
all’elettronica e la progressiva riduzione dell’occupazione segnarono l’inizio
del declino. «Più in generale, la crisi delle fabbriche aquilane si inseriva
nelle trasformazioni che investivano il movimento operaio a livello
internazionale: l’avanzata del neoliberismo, la crisi delle grandi
organizzazioni collettive, la progressiva privatizzazione di settori strategici
come le telecomunicazioni», spiega Luigi Magnante. Le conseguenze furono enormi.
Mobilità, prepensionamenti e licenziamenti segnarono la fine di una stagione.
Per molte lavoratrici quella transizione significò anni di incertezza e
sacrifici. Interi reparti furono progressivamente svuotati o smantellati, spesso
dopo che le stesse operaie avevano accettato trasferimenti, cambi di mansione o
percorsi di riqualificazione nella speranza di salvare la produzione e
l’occupazione. Le testimonianze raccolte raccontano una sensazione diffusa di
tradimento: dopo aver contribuito per decenni alla crescita dell’azienda e del
territorio, molte donne si ritrovarono improvvisamente considerate un costo da
ridurre. La mobilità e i prepensionamenti colpirono una generazione che aveva
costruito la propria identità attorno al lavoro industriale e alla
partecipazione collettiva. Non si trattò soltanto della perdita di posti di
lavoro, ma della dissoluzione di un mondo fatto di relazioni, solidarietà e
strumenti di rappresentanza che avevano caratterizzato la stagione delle grandi
lotte operaie.
Tra le prime a comprendere la portata di quella trasformazione fu proprio
Alfonsina Casamobile. Nel 1990, intervenendo al congresso provinciale del Pci,
denunciò la crescente distanza tra la sinistra e il mondo del lavoro: «le
ragioni fondamentali della nostra crisi sono da ricercare non nel nostro nome,
ma nella nostra incoerenza politica. Abbiamo perso di vista i bisogni reali
della gente e in particolare di quella più debole». E aggiunse che i consigli di
fabbrica, un tempo cuore pulsante della partecipazione operaia, erano ormai
«totalmente in crisi e da rigenerare».
QUELLO CHE RESTA
Alfonsina morì improvvisamente nel 1991, mentre si trovava nella sede del
sindacato, per un’emorragia cerebrale. La sua scomparsa assunse il valore
simbolico della fine di un’epoca. Oggi, a distanza di oltre trent’anni, le
testimonianze delle lavoratrici più giovani nella provincia dell’Aquila
restituiscono un quadro che rende quelle parole oggi più attuali che mai.
Elena Colageo lavora in un call center, negli stessi spazi che un tempo
ospitavano la fabbrica elettronica. Sua madre è stata operaia Italtel negli anni
Settanta e le raccontava un mondo del lavoro molto diverso da quello che conosce
oggi: «c’erano gli autobus aziendali che collegavano i paesi della periferia
alla fabbrica, c’erano gli asili nido e i servizi costruiti grazie alle lotte
delle lavoratrici, c’erano strumenti che rendevano concretamente possibile
conciliare lavoro e famiglia», racconta Elena. La differenza emerge soprattutto
quando si parla di maternità: «tu sei madre? Adesso devi decidere: fare la
mamma, o fare la dipendente? Devi scegliere», continua Elena. Una condizione che
sua madre fatica persino a comprendere: «quando le racconto che molte tutele
conquistate negli anni Settanta oggi non esistono più, la risposta è sempre la
stessa: “ma voi perché non ce le avete?”».
Emanuela lavora nello stabilimento L Foundry di Avezzano. Per anni ha alternato
contratti di somministrazione della durata di poche settimane. «Io lavoravo lì
tutti i giorni», racconta Emanuela, «ma non sono mai stata considerata una
dipendente dell’azienda. Per loro ero una lavoratrice in prestito». Negli ultimi
mesi ha vissuto scioperi, contratti di solidarietà e lunghi periodi di cassa
integrazione. «Per andare in bagno bisognava chiedere il permesso ed eravamo
sottoposte a controlli continui sui tempi di permanenza fuori dal reparto»,
racconta Emanuela. Un’esperienza che richiama inevitabilmente le «tavolette di
piombo» contro cui si battevano le operaie aquilane oltre cinquant’anni fa.
Anche sul terreno della conciliazione tra vita e lavoro emerge una distanza
impressionante. Arianna, madre di due figli, descrive «una precarietà che non è
soltanto economica ma anche psicologica. Ho potuto affrontare le maternità
grazie alle tutele minime garantite dal lavoro in somministrazione, ma al mio
rientro le difficoltà sono state enormi. Servizi come gli asili nido aziendali,
consultori… oggi sembrano appartenere a un’altra epoca».
«Si erano raggiunti tanti obiettivi – osserva Arianna – e poi sono andati piano
piano a scemare. Io mi sveglio alle quattro ogni mattina, se non avessi mia
madre che mi aiuta, come farei?». La perdita di diritti sociali, la diffusione
della precarietà, la frammentazione del lavoro e l’indebolimento dei legami
collettivi sono il risultato di quella trasformazione che Alfonsina aveva
intuito con largo anticipo quando parlava di una «ristrutturazione capitalistica
del lavoro», capace di scaricare sui lavoratori i costi del cambiamento.
Eppure la storia di quelle donne continua a parlare al presente, non perché
offra una memoria da celebrare, ma perché mostra come diritti che oggi sembrano
naturali siano stati conquistati attraverso organizzazione, conflitto e
solidarietà. E come, allo stesso modo, possano essere perduti. Le operaie
dell’Aquila non hanno soltanto cambiato una fabbrica. Hanno trasformato una
città e la sua provincia, ridefinito il ruolo delle donne nella società e
lasciato un’eredità politica che continua a interrogare il presente.
*Questo articolo nasce dal lavoro di ricerca e dalle testimonianze raccolte per
il podcast Alfonsina e le altre, prodotto dallo Spi Cgil dell’Aquila. Il podcast
completo è disponibile qui. Alcuni nomi sono stati cambiati per tutelare le
compagne ancora in produzione.
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