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Il decreto primo maggio del Governo Meloni è una scatola vuota
Servono salario, casa e interventi sui prezzi. 29 aprile presidio a Piazza Capranica, Roma, ore 15:00 Mentre il Governo Meloni prepara un nuovo decreto vuoto in occasione del Primo Maggio il Paese sprofonda nell’inflazione, con il caro carburanti in particolare che sta strangolando lavoratori e lavoratrici non ostante il taglio […] L'articolo Il decreto primo maggio del Governo Meloni è una scatola vuota su Contropiano.
April 24, 2026
Contropiano
MILANO: SCIOPERO ALL’HOTEL ROSA GRAND, “BASTA LAVORATORI DI SERIE B!”
Sciopero di lavoratori e lavoratrici di pulizia e facchinaggio all’Hotel Rosa Grand – Starhotels di Milano, uno dei più importanti del capoluogo lombardo. La mobilitazione davanti all’albergo, sostenuta dal sindacato di base FlaicaUniti-Cub, accusa la direzione di pagare una miseria i lavoratori in appalto – si parla di 3 euro di ticket per il pranzo e 2 euro di premio – di fronte a utili, nell’ultimo anno, di 34 milioni di euro, con i prezzi delle camere che sono schizzati a 300 euro a notte. Il sindacato Cub chiede la parificazione dei trattamenti economici tra gli ormai pochi dipendenti diretti di Starhotels e la maggioranza dei lavoratori che, invece, sono esternalizzati. “La trattativa era in una fase di stallo, non si riusciva ad arrivare a un punto di caduta accettabile per i lavoratori. Abbiamo allora deciso di proclamare lo sciopero”, spiega Mattia Scolari, sindacalista Cub, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. “Lo sciopero è stato partecipatissimo, con l’adesione pressoché totale dei lavoratori degli appalti”, continua Scolari. “Finora la trattativa era sempre stato portata avanti con l’azienda che gestisce l’appalto, ma grazie allo sciopero di oggi è stato fissato un incontro, per i prossimi giorni, ai quali sarà presente anche la direzione di Starhotels”, conclude l’esponente della Cub. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Mattia Scolari, sindacalista della Cub di Milano. Ascolta o scarica.  
April 21, 2026
Radio Onda d`Urto
PRATO: TERZO GIORNO DI STRIKE DAYS E 22 ACCORDI GIÀ RAGGIUNTI. SUDD COBAS: “LA FORZA DI QUESTI SCIOPERI È LA SOLIDARIETÀ”
Terzo giorno di Strike Days nel distretto industriale tessile di Prato e già si vedono i primi importanti traguardi. 22 gli accordi già raggiunti a fronte dei 27 scioperi iniziati in altrettante aziende del distretto della moda pratese. Gli Strike Days sono una serie di scioperi e picchetti a oltranza organizzati e promossi dal sindacato di base Sudd Cobas per denunciare, e combattere, lo sfruttamento e le condizioni di totale insicurezza di lavoratori e lavoratrici in subappalto in una delle filiere del pronto moda più grandi d’Europa. Partita venerdì 17 aprile – e giunta alla sua quarta edizione – l’iniziativa ha visto, ancora una volta, lavoratrici e lavoratori unirsi e lottare insieme contro sfruttamento, turni disumani e lavoro nero, incrociando le braccia e allestendo picchetti davanti ai cancelli delle aziende con l’intenzione di proseguire l’agitazione ad oltranza. Le mobilitazioni proseguono ora in cinque fabbriche tessili e pronto moda tra il Macrolotto 1, Seano e Montemurlo, dove restano aperte le vertenze, ma i risultati ottenuti fino ad oggi fanno sperare in altrettanti accordi e regolarizzazioni. “Siamo di fronte a un effetto valanga – hanno dichiarato i Sudd Cobas in un comunicato – Solo nelle ultime 48 ore sono tanti i lavoratori che stanno contattando il sindacato per unirsi agli StrikeDays anche dalla propria fabbrica. Anche stavolta agli scioperi degli operai sfruttati si sono affiancati gli scioperi di solidarietà di quei lavoratori che in questi anni, con gli scioperi, hanno già conquistato contratti regolari, turni umani e diritti”. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Elena dei Sudd Cobas, in collegamento con noi da uno dei picchetti Ascolta o scarica
April 20, 2026
Radio Onda d`Urto
Note al rapporto Censis 2025 – di Gianni Giovannelli
L’età selvaggia, del ferro e del fuoco (prima e seconda parte del rapporto)   I sat upon the shore Fisching, with the arid plain behind me Shall I at least set my lands in order? (Sedetti sulla riva Pescando, con l’arida pianura alle spalle: Riuscirò infine a mettere ordine nella mia terra?) Thomas Stearns [...]
April 20, 2026
Effimera
Codice nero, la prima settimana del podcast "Piede sinistro"
Un podcast di Fabrizio C. Nella prima settimana Piede Sinistro entra nel cuore pulsante del capitalismo nell'era delle Big Tech. C’è chi lo definisce anarcocapitalismo, chi parla di tecnofascismo o tecnofeudalesimo. Ma, al di là delle etichette, quello che vogliamo fare è scoperchiare la realtà dei fatti: la tecnologia oggi non è un servizio per il cittadino, ma il motore di un’infrastruttura di controllo senza precedenti. Siamo davanti a un sistema dove le stesse aziende che hanno costruito il nostro mondo digitale hanno trasformato le nostre vite in dati e la nostra identità in merce. Fabrizio C unisce i puntini mostrando che le tecnologie non sono neutrali. Risentono della cultura e degli obbiettivi di chi le progetta e le realizza. Nel caso delle Big Tech lo scopo non è certamente il bene comune. Ma siccome il pessimismo va lasciato a tempi migliori, la serie codice nero si conclude con una voce di speranza che accenna all'esistenza di alternative tecnologiche solide, pronte all'uso. Si trattra di volontà. Politica e personale! Piede Sinistro è un podcast di approfondimento, analisi e racconto di notizie, attualità e non solo. Uno spazio che non punta a dare risposte, ma a fornire chiavi di lettura e strumenti per affrontare la complessità del presente in autonomia. Ascolta il podcast
Il bluff della Meloni in vista del 1° Maggio
Dopo la batosta del referendum, per il governo Meloni la strada sembra sempre più in salita. L’Istat ha confermato che il rapporto tra Pil e debito pubblico non rientra nel fatidico 3% e che pertanto non ci sarà nessuna possibilità di avviare a chiusura la procedura di infrazione contro l’Italia, […] L'articolo Il bluff della Meloni in vista del 1° Maggio su Contropiano.
April 17, 2026
Contropiano
Una storia di intimidazione
Dopo una giornata di mobilitazione a fine novembre 2025, con un’adesione record attestata attorno al 90%, i giornalisti italiani hanno scioperato il 27 marzo e tornano a farlo il 16 aprile, sempre per la stessa ragione: il rinnovo del contratto nazionale, scaduto da 8 anni. Per la frammentazione dei rapporti di lavoro, comune oggi a molti settori, il contratto nazionale arriva a coprire direttamente soltanto una parte delle persone coinvolte nel mestiere: in Italia ammontano a 17mila i giornalisti assunti come dipendenti, mentre si contano 48mila freelance – di questi ultimi, solo 20mila svolgono come unica attività il giornalismo. Poche figure lavorative al giorno d’oggi sono emblematiche della precarietà come i freelance dell’informazione: sempre reperibili, pronti a scattare per catturare la notizia, in uno stato di tensione perenne a cui deve corrispondere al contempo la lucidità intellettuale necessaria a produrre i pezzi, spesso costretti ad aprire partita Iva pur lavorando di fatto per un unico committente, pagati a cottimo e spinti a sfornare 4-5 articoli al giorno per guadagnarsi il pane quotidiano. Quando i giornalisti sono senza tutele, rischiano di diventarlo anche le notizie: in un regime di produzione seriale di pezzi, la conferma e l’approfondimento dei fatti – prima di essere pubblicati – diventano operazioni troppo laboriose e costose. Rischia di affermarsi piuttosto una trama di verità provvisorie, senza garanzie, come gli stessi precari, un rischio che si ingigantisce quando le notizie solleticano umori e pulsioni di odio. In questo pezzo parliamo di uno di loro, un giornalista precario, in una vicenda che getta ombre raggelanti sul dibattito pubblico e sulla libertà di fare inchiesta. Parliamo dell’intreccio tra disinformazione e intimidazione, parliamo di uno dei maggiori pericoli che corre oggi un giornalista – freelance o dipendente che sia – la minaccia della querela: tra le nazioni europee, l’Italia detiene il più alto numero di querele verso i giornalisti, circa un quarto del totale. Per raccontare questa storia dobbiamo tornare indietro all’estate di otto anni fa. UN CALDO DA FAR PERDERE LA TESTA Agosto 2018. Il caldo in Pianura padana è soffocante, molte menti sono annebbiate. In mezzo ai sudori e alle lamentele, un fatto arriva a scalzare il meteo come argomento di conversazione. A darne notizia è il Giornale di Vicenza, quotidiano con un pubblico medio giornaliero stimato attorno alle 215.000 persone, è una testata del gruppo editoriale Athesis, tra i cui azionisti storici figura la Confindustria vicentina. Lo strillo fuori dalle edicole recita: «I richiedenti asilo vogliono avere Sky. Scatta la protesta». L’articolo guadagna in breve tempo ampia visibilità online, viene letto lungo tutta la penisola, anche per merito dell’allora Ministro degli Interni Matteo Salvini, che poche settimane prima ha bloccato temporaneamente lo sbarco dei migranti dalla nave Diciotti a Trapani. Salvini ri-condivide il pezzo, dandolo in pasto alla propria folta schiera di seguaci digitali. Una storia simile conferma al suo popolo la narrazione secondo la quale gli immigrati vengono in Italia per «fare la pacchia», a guardare le partite di calcio, a spese degli italiani che invece si spaccano di fatica dalla mattina alla sera. Qualcuno invece aggrotta la fronte dinanzi a quel titolo e afferra il telefono: è Fabio Butera, un precario dell’informazione, sbarca il lunario lavorando per La Repubblica, per cui ha appena realizzato una video-inchiesta sui rider dopo aver svolto lui stesso quel lavoro per un mese. Butera giudica il fatto pubblicato dal Giornale di Vicenza poco verosimile. Davvero delle persone sopravvissute alla traversata del deserto africano e del Mediterraneo adesso starebbero montando una protesta per seguire il campionato di calcio?  Butera contatta la questura e la prefettura: entrambe negano di aver ricevuto richieste di abbonamenti televisivi, solo permessi di residenza, hanno appreso la notizia dal giornale anche loro. Butera contatta inoltre l’autore del pezzo per chiedergli da dove avesse tratto quell’informazione, ma il collega sostiene di aver avuto l’imbeccata da una fonte confidenziale e di non aver avuto tempo di contattare direttamente i richiedenti asilo. Butera ha la premura di registrare tutte le conversazioni telefoniche e tenerne traccia. LEGGI ANCHE… CITTÀ LA CRONACA PRODUCE BARRIERE Giuliano Santoro L’esito delle sue indagini diventa poi un post pubblicato su Facebook, sotto cui si scatenano valanghe di commenti, molti di apprezzamento e altri ingiuriosi nei suoi confronti. Butera si scaglia contro i titoli sensazionalisti, le notizie non verificate e divulgate solo per alimentare discorsi razzisti. Il post viene rilanciato presto dal Bocciodromo, il centro sociale del capoluogo berico, e da altre realtà, raggiungendo presto la cerchia dei media nazionali: Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano, Il Post…  Il Giornale di Vicenza nel giro di pochi giorni pubblica una rettifica: i migranti non hanno chiesto un abbonamento a Sky, ma bensì una tv satellitare per rimanere aggiornati sulle notizie del proprio paese d’origine. Pochi mesi dopo, tuttavia, la Questura di Vicenza cambia versione, dichiarando che le erano effettivamente giunte richieste di accesso a piattaforme televisive. A quel punto l’autore del pezzo, il giornalista del Giornale di Vicenza, apre una causa per diffamazione nei confronti di Butera. Fortunatamente, a distanza di anni, nonostante i molteplici cambi di lavoro e residenza, Butera possiede ancora le registrazioni delle sue conversazioni telefoniche avute al tempo: in base a quelle, il tribunale sentenzia nel 2023 che il lavoro di Butera non è diffamatorio ma ben documentato e di interesse pubblico, al contempo lo condanna però a pagare 33mila euro per non aver rimosso i commenti offensivi verso il collega pubblicati da terze persone sotto il suo post – commenti che non gli è stato chiesto di rimuovere, nel corso degli anni. La sentenza viene poi confermata dalla Corte d’Appello, mentre resta ancora in sospeso il verdetto della Cassazione, atteso a partire dal 10 aprile 2026. I commenti in cui lo stesso Butera viene insultato pesantemente, sotto il suo post e sotto i post del Giornale di Vicenza, non sono stati invece oggetto di considerazione. IL GELO SUL DIBATTITO PUBBLICO Una vicenda come questa apre interrogativi enormi. Come ha osservato il giornalista Matteo Pucciarelli, laddove testate e politici nazionali pubblicano quotidianamente post sotto i quali si scatenano orde di odiatori social, un comune cittadino attivo sui social media è libero di essere insultato ma al contempo obbligato a cancellare i commenti offensivi scritti da altri sotto i propri post? La vicenda di cui è stato protagonista Butera risulta intimidatoria soprattutto nei confronti dei cosiddetti media-attivisti, di tutte le persone impegnate a promuovere assieme informazione e campagne sociali, nel tentativo di bilanciare il quarto potere dei mass media con il contropotere dei movimenti sociali. Di fatto, da allora Butera ha smesso di scrivere sui social network, racconta di non essersi esposto come avrebbe voluto su temi a lui cari, come la Palestina, nel timore di subire ulteriori ritorsioni. Del resto, ha avuto altre magagne da gestire nel corso degli anni, tra cui una causa con la stessa Repubblica, da lui vinta, per la sua mancata assunzione dopo anni di collaborazione (vicenda culminata, perdipiù, con un divertente scambio epistolare pubblico). Nell’estate del 2018 ebbe il coraggio di sfidare la presunta verità sancita da un quotidiano e da un ministro, nonostante fosse un precario con entrate mensili piuttosto magre. Quanti altri colleghi, messi nelle stesse condizioni, si sono potuti permettere una scelta simile? Quanti precari delle redazioni, in questi anni, sono riusciti a vincere le ritrosie e raccontare una storia non detta in cui si erano imbattuti? Quanti giornalisti dipendenti hanno osato sfidare la minaccia della querela? Le frottole dei potenti possiedono la loro forza nella capacità di infliggere danni a chi cerca di smentirle, o metterle in dubbio. Un mondo in cui i giornalisti si sentono vulnerabili è un mondo in cui trovano spazio più facilmente le verità di comodo, pronte a flettersi a seconda di come soffia il vento, sempre allineate però con le idee della classe dominante. I soggetti che diffondono sentimenti xenofobi, del resto, sono gli stessi che promuovono la precarietà lavorativa, lo scopo è il medesimo: creare una faglia all’interno della forza lavoro, seguendo la linea del colore, della lingua, del credo o del genere. Solo con uno sguardo attento rispetto alla realtà che ci circonda – uno sguardo a cui faccia seguito una fronte aggrottata – potremo districarci dalle storture e dalle ingiustizie strutturali del nostro tempo. *Gregorio Carolo, metalmeccanico, è autore di Incoscienza di classe (Meltemi, 2026) e del podcast Le faremo sapere. DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Una storia di intimidazione proviene da Jacobin Italia.
April 16, 2026
Jacobin Italia
L’Europa condanna l’Italia: 35 anni di erosione del diritto di sciopero in Italia
Il Comitato Europeo per i Diritti Sociali ha riconosciuto che la legge 146/90, che disciplina l’esercizio del diritto di sciopero in Italia, viola la Carta Sociale Europea. Il ricorso presentato nel 2022 dall’Unione Sindacale di Base con l’assistenza del professor … Leggi tutto L'articolo L’Europa condanna l’Italia: 35 anni di erosione del diritto di sciopero in Italia sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Il ricatto come contratto
Quando minacciare il licenziamento è un reato — e perché ci vuole così tanto a riconoscerlo C’è un tipo di violenza che non lascia lividi. Non compare nelle statistiche della criminalità, non finisce nei notiziari della sera, non mobilita campagne. Eppure è una delle forme di coercizione più diffuse nel mercato del lavoro italiano: la minaccia del licenziamento usata come leva per imporre condizioni che il lavoratore non accetterebbe mai liberamente. Orari non pagati. Rinunce a contributi maturati. Buste paga firmate per cifre mai corrisposte. Il tutto accompagnato da un messaggio implicito, chiaro e brutale: o accetti, o perdi il posto. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11253 del 2026 della seconda sezione penale, ha detto una cosa che sembra ovvia ma che nel dibattito giuridico e pubblico fatica ancora ad affermarsi: quella condotta è estorsione. Non una violazione lavoristica. Non un abuso contrattuale da rimettere all’ispettorato o al giudice civile. Un reato, punibile con la reclusione fino a dieci anni. La notizia è rilevante. Ma lo è ancora di più il fatto che ci sia bisogno di ribadirlo. Un fenomeno ordinario Parliamo di qualcosa che milioni di lavoratori conoscono direttamente o indirettamente. Il ricatto occupazionale non è un’eccezione nel tessuto produttivo italiano: è una pratica strutturale, che prospera nell’informalità, nella dipendenza economica, nella difficoltà di trovare alternative. Prospera soprattutto là dove il lavoratore non può permettersi di perdere il reddito — e il datore lo sa. Non riguarda solo il lavoro nero, anche se nel lavoro in nero raggiunge la sua forma più spudorata. Riguarda i contratti part-time firmati da chi lavora a tempo pieno, i pagamenti in nero che completano stipendi ufficialmente regolari, le ferie mai godute che spariscono dai cedolini, i premi di risultato promessi a voce e negati per iscritto. Riguarda i lavoratori assunti con contratti a termine rinnovati di trimestre in trimestre, ciascuno dei quali è un’occasione per ricalibrare le condizioni verso il basso. Riguarda, in sostanza, chiunque dipenda da una sola fonte di reddito e non abbia potere contrattuale per difenderla. Il denominatore comune è sempre lo stesso: l’asimmetria. Da un lato c’è chi può decidere se mantenere o revocare un posto di lavoro. Dall’altro c’è chi, se quel posto perde, rischia di non pagare l’affitto il mese successivo. Questa asimmetria non è un accidente del mercato: in molti settori è progettata, alimentata, gestita consapevolmente come strumento di controllo. Cosa è successo nel caso deciso dalla Cassazione Il caso è emblematico proprio per la sua ordinarietà. Una società aveva sistematicamente indotto i propri dipendenti ad accettare condizioni peggiorative, prospettando il licenziamento a chi si fosse opposto. Non si trattava di episodi isolati. Era una pratica organizzata, reiterata, costruita sulla certezza che i lavoratori non avrebbero avuto la forza di resistere. Le corti di merito avevano condannato gli imputati per concorso in estorsione. La difesa aveva tentato di ricondurre tutto alla fattispecie dell’art. 603-bis del codice penale, il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro — norma introdotta nel 2011 per combattere il caporalato, che prevede pene significativamente inferiori. La Cassazione ha respinto questa lettura. Dove ricorrono gli elementi dell’estorsione — la minaccia, la coartazione della volontà, il profitto ingiusto, il danno patrimoniale — l’art. 629 del codice penale si applica. Le due norme non si escludono, e l’una non può diventare un rifugio per chi pratica l’altra. C’è un elemento tecnico che la Corte chiarisce con precisione e che vale la pena capire anche fuori dai circuiti specialistici: la minaccia di licenziamento integra estorsione quando il rapporto di lavoro è già in essere. Se il datore impone condizioni illegittime a chi è già suo dipendente — anche in nero, anche senza contratto scritto — e lo fa prospettando la perdita del posto, sta usando uno strumento contrattuale come mezzo di coercizione. Il lavoratore perde diritti che aveva già acquisito. Quel danno è reale, è quantificabile, e il diritto penale lo riconosce come tale. Perché il diritto del lavoro da solo non basta Chi conosce le vertenze lavorative sa che il sistema degli strumenti civili e amministrativi è spesso inadeguato rispetto alla realtà che deve fronteggiare. I tempi della giustizia del lavoro sono lunghi, i costi legali sono proibitivi per chi guadagna poco, l’onere della prova ricade quasi sempre su chi ha meno risorse per raccoglierla. L’ispettorato del lavoro è cronicamente sottorganico. Le sanzioni amministrative, quando arrivano, sono spesso inferiori al vantaggio economico ottenuto dalla violazione. Ma il problema più profondo è un altro: il lavoratore che subisce il ricatto difficilmente denuncia mentre il rapporto è in corso. Lo farà forse dopo, quando ha già perso il posto o si è già dimesso. E in quel momento dovrà ricostruire prove di pratiche che si sono svolte in modo informale, orale, intenzionalmente non tracciabile. La difficoltà non è solo giuridica. È psicologica, economica, pratica. L’estorsione cambia questa geometria in modo significativo. La procedibilità d’ufficio significa che non è necessaria una querela della vittima: può essere il pubblico ministero ad agire, ad esempio su segnalazione dell’ispettorato o a seguito di un’indagine più ampia. La pena fino a dieci anni di reclusione ha una capacità dissuasiva reale, quella che le sanzioni amministrative da sole non riescono a produrre. E l’applicazione della norma penale manda un messaggio che il solo diritto del lavoro non riesce a inviare con altrettanta chiarezza: certe condotte non sono irregolarità da sanare, sono crimini. La normalizzazione dello sfruttamento C’è una narrazione diffusa che tende a trattare il ricatto occupazionale come una zona grigia, un’area di confine in cui la colpa è distribuita, in cui il lavoratore ha sempre qualche alternativa che non vuole esercitare, in cui “si sa come funziona”. È una narrazione funzionale a chi pratica lo sfruttamento, e va contrastata. Il lavoratore che firma una busta paga per un importo che non ha ricevuto non ha una scelta libera. Il lavoratore che rinuncia a ferie o permessi per non “creare problemi” non sta negoziando: sta cedendo sotto pressione. Il lavoratore che accetta un peggioramento delle proprie condizioni per non perdere l’unica fonte di reddito che ha non è complice: è vittima. Chiamare queste situazioni con il loro nome è il primo passo per trattarle seriamente. La sentenza della Cassazione va letta anche in questa chiave. Non è un pronunciamento tecnico su un oscuro punto di diritto penale. È una risposta dell’ordinamento a una pratica che l’ordinamento stesso ha tollerato troppo a lungo attraverso la via della qualificazione attenuata. Dire che quella condotta è estorsione significa dire che chi la pratica è un estorsore. Non un datore di lavoro creativo. Non un imprenditore che fa quel che può in un mercato difficile. Un estorsore. Una sentenza che dovrebbe circolare Le sentenze della Cassazione non cambiano da sole la realtà. Lo sa chiunque lavori nel diritto e abbia visto pronunce importanti restare lettera morta perché nessuno le ha rese operative sul territorio. Ma questa sentenza ha le caratteristiche per diventare un punto di riferimento pratico, se entra nel patrimonio di conoscenza di chi lavora sul campo: gli ispettori del lavoro, i sindacalisti, gli avvocati dei lavoratori, i patronati, le associazioni che offrono supporto a chi si trova in condizioni di vulnerabilità lavorativa. Sapere che la minaccia di licenziamento usata per imporre condizioni illegittime può configurare estorsione cambia la geometria delle consulenze, delle segnalazioni, delle strategie difensive. Cambia anche la prospettiva di chi subisce: sapere che quello che gli è stato fatto non è solo una violazione contrattuale ma un reato può essere la differenza tra rassegnarsi e agire. Non si tratta di invocare la repressione penale come soluzione a tutti i problemi del mercato del lavoro. Si tratta di usare gli strumenti che l’ordinamento già offre, dove i presupposti ci sono, senza lasciare che la via della qualificazione attenuata continui a fare da schermo a condotte che, nella loro essenza, sono ricatto. La Cassazione lo ha detto. Il compito ora è farlo sapere. Redazione Napoli
April 14, 2026
Pressenza