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Food delivery, il caporalato digitale come incubatore di sfruttamento strutturale. Una vittoria ci salverà? – di Angelo Junior Avelli
La società italiana Foodinho srl, meglio nota come Glovo Italia, il 10 febbraio è finita sotto controllo giudiziario, con un decreto d’urgenza della Procura di Milano, coordinata dal PM Paolo Storari, lo stesso delle inchieste sullo stadio “Doppia Curva” e delle inchieste sui livelli salariali non dignitosi e sul caporalato digitale che hanno interessato [...]
March 7, 2026
Effimera
Voi fate la guerra, noi la rivoluzione – di Rosella Simone
La chiamavano “diplomazia coercitiva”, i saltimbanchi della parola. Adesso iniziano capire che è guerra e si arrampicano sui vetri. La realtà si corrompe sotto le interpretazioni fantasiose dei commentatori affaticati a blandire chi vorrebbe proclamarsi il padrone del mondo: gli Stati uniti e i suoi soci feroci, Israele che vuole conquistare un suo piccolo [...]
March 6, 2026
Effimera
8 Marzo: la festa delle discriminazioni di genere
«La parità è un diritto non una concessione» tuona Giorgia Meloni in un convegno dedicato agli 80 anni del voto alle donne. E quindi le donne non devono chiedere concessioni come il sistema delle quote o un welfare agevolato. Ma non si sa bene a quali concessioni si riferisca Meloni, in Italia, infatti, non ci sono quote obbligatorie nelle elezioni politiche, ma solo nella composizione delle liste elettorali. Questo sistema non è particolarmente efficiente, infatti, l’attuale Parlamento Italiano ha meno parlamentari donne rispetto al precedente, e in ogni caso la percentuale delle donne nell’organo legislativo non ha mai superato il 35%, ben lontano dalla parità. E non va meglio negli enti locali. L’altra legge che esiste sulle quote per le donne riguarda la composizione dei Consigli di amministrazione delle società quotate in borsa (L.120/2011), oggi in questi C.d.a la percentuale di donne si attesta intorno al 40%, ma se cerchiamo quanto donne oggi sono CEO nelle grandi società noteremo che, anche secondo le migliori stime, non superano il 7%. Ma non è verso il soffitto di cristallo che dobbiamo guardare per renderci conto di quanto siamo distanti dalla parità, ma nel mercato del lavoro in generale, dove i risultati sono agghiaccianti. E lo si evince dal Rendiconto di genere elaborato da Inps e CIV per il terzo anno consecutivo. Premessa necessaria è che i dati continuano a riportare solo ed esclusivamente due generi, e né l’Inps né l’Istat includono o prendono in considerazioni le persone trans e non binarie nelle loro indagini statistiche ordinarie.  Il rendiconto ci spiega che le donne nel nostro Paese studiano di più e hanno risultati migliori in tutti i livelli educativi. Le ragazze si iscrivono maggiormente ai licei: il 61% delle iscrizioni ai licei sono ragazze contro un 39% di maschi, vale il contrario nella filiera tecnica e professionale. Concludono il percorso di studi con successo in numeri superiori rispetto ai ragazzi (52,6% di diplomate e 47,4% di diplomati). Si iscrivono maggiormente all’università e la concludono più facilmente (il 57,8% di laureate magistrali sono donne) e stanno aumentando anche i numeri nelle discipline STEM. Ma appena arriviamo al capitolo sul mondo del lavoro la situazione si ribalta. > Le donne trovano meno lavoro, sono più precarie, guadagnano di meno, sono a > rischio licenziamento nel periodo precedente e successivo la gravidanza, hanno > pensioni più basse, nonostante siano più longeve, e sono quindi più povere.  «Nel 2024, il tasso di occupazione femminile in Italia si è attestato al 53,3%, rispetto al 71,1% degli uomini, evidenziando un divario di genere significativo pari al 17,8%. Inoltre, le assunzioni femminili hanno rappresentato solo il 42,2% del totale». Praticamente, in Italia lavora una donna su due, e la situazione rispetto all’anno precedente è stabile. E qui ritornano in mente le parole della Presidente del Consiglio «La vera libertà però rimane potersi guadagnare sul campo la propria posizione e quello che lo Stato può fare è garantire che la partita non sia truccata». Ecco, però, i numeri ci raccontano proprio di una partita truccata, e di quanto la meritocrazia sia una parola vuota che corre lungo le linee della discriminazione di genere e di razza. «L’instabilità occupazionale coinvolge soprattutto il genere femminile in quanto, fra le assunzioni a tempo indeterminato, solo il 36,7% sono donne, a fronte del 63,3% di uomini. Le lavoratrici con un contratto a tempo parziale sono il 67,2% del totale e anche il part time involontario è prevalentemente femminile, rappresentando il 13,7% degli occupati, rispetto al 4,6% dei maschi». Il gap retributivo è importante: le donne guadagnano fino a un 25% in meno. «In particolare, fra i principali settori economici, la differenza è pari al 19,7% nelle attività manifatturiere, 23,6% nel commercio, 15,7% nei servizi di alloggio e ristorazione, 31,7% nelle attività finanziarie e assicurative». E sono meno presenti nei ruoli apicali. Ma certo oggi sono molte le voci maschili – come il giornalista nella sala stampa di San Remo – che si alzano per dire «è colpa loro: le donne hanno poca voglia di lavorare».  In effetti, le donne nel nostro paese non solo si sobbarcano il lavoro di produzione, ma anche quello di riproduzione. Continua il Rendiconto di genere: «Nel 2024, le giornate di congedo parentale utilizzate dalle donne sono state 15,4 milioni, contro appena 2,8 milioni degli uomini». E il 2026 non sarà l’anno in cui avremo un congedo parentale equiparato tra uomini e donne perché è stato appena affossato dalla maggioranza parlamentare per fondi insufficienti. I soldi però si sono trovati per gli aerei da guerra della Leonardo, ma non per dare il giusto spazio al ruolo di padre nella nostra società. Meglio continuare a sobbarcare tutto sulle spalle delle madri. Peccato che le voci maschili su questo siano state flebili, mentre proprio quei primi mesi di vita sono centrali per instaurare una relazione significativa con figli e figlie. E potremmo continuare con la situazione degli asili nido, delle scuole primarie senza tempo pieno, delle attività per il tempo libero per l’infanzia tutte a pagamento. Basterebbe questo per comprendere perché da dieci nel nostro paese l’8 marzo non è più una festa ma un giorno di sciopero lanciato dal movimento transfemminista Non una di meno. Leggiamo nell’appello: «Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre. La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori».  Uno sciopero che chiede pieni diritti e piena partecipazione per tutte le donne, persone trans, non binarie, con qualsiasi orientamento sessuale, non solo ricche, non solo bianche. In questi giorni, gli Usa e gli Stati Uniti hanno cominciato una guerra contro l’Iran che rischia di portare il mondo intero sull’orlo del baratro, dopo due anni di genocidio in Palestina, e quattro anni di guerra in Ucraina. La guerra è una sistema che ridefinisce confini territoriali tra cosa è dentro e cosa è fuori, riorganizza i ruoli di genere tra chi andrà al fronte e chi starà a casa, ristabilisce gerarchie tra chi è degno di vivere e chi può essere sacrificato. In questo scenario buio, risuonano forte le parole di Non una di meno nel loro appello ai sindacati: «Vogliamo uscire dalla falsa alternativa tra l’utopia fallita dell’emancipazione attraverso il lavoro e il ritorno a casa per svolgere lavoro di cura gratuito per il bene della nazione. Vogliamo contratti di lavoro stabili e salari adeguati al costo della vita, reddito di autodeterminazione per uscire da situazioni di violenza e per non entrarci, diritto alla casa, una sanità pubblica universale e gratuita e un welfare efficace per tuttə». L’8 marzo sarà una giornata di mobilitazione, e il 9 marzo è convocato lo sciopero transfemminista: «Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra». Immagine di copertina di Silvia Cleri SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo 8 Marzo: la festa delle discriminazioni di genere proviene da DINAMOpress.
March 6, 2026
DINAMOpress
Ilva di Taranto. Secondo operaio morto sul lavoro in soli due mesi
Quello che è accaduto oggi a distanza di solo un mese e mezzo dall’ultimo incidente mortale nello stabilimento siderurgico tarantino, peraltro con evidenti elementi comuni, mostra la fatiscenza degli impianti sui quali non si interviene in maniera efficace da tempo ormai. Una situazione di estrema precarietà e quindi di insicurezza […] L'articolo Ilva di Taranto. Secondo operaio morto sul lavoro in soli due mesi su Contropiano.
March 2, 2026
Contropiano
La partita contro il mercato non è chiusa
Articolo di Alberto «Bebo» Guidetti Questo articolo nasce da un dibattito che nelle ultime settimane ha coinvolto Flavia Tommasini su Municipio Zero, Damir Ivic su Soundwall e Rolando Lutterotti su Global Project. Tutti e tre convergono nel denunciare il modello estrattivo dei grandi eventi e l’asimmetria della stretta securitaria, ma divergono sulla diagnosi: Tommasini tiene il fuoco sulla repressione governativa, Ivic è l’unico a dire che la crisi degli spazi indipendenti è anche auto-inflitta, mentre Lutterotti risponde dall’interno: sì, la contraddizione c’è, ma starci dentro consapevolmente è una scelta politica, non furbizia. Il mio tentativo qui è diverso: non aggiungere un’altra posizione nel campo, ma provare a mostrare che il campo stesso è più grande di quanto pensiamo. Ciò che sta accadendo alla musica dal vivo in Italia non è un episodio di politica interna ma un movimento tettonico del capitale e per osservarlo serve alzare lo sguardo dall’emergenza post-Crans Montana e guardare la filiera per quella che è. Bernard Stiegler ci ha insegnato a pensare ogni dispositivo tecnico come pharmakon: cura e veleno nella stessa sostanza, a seconda di chi lo governa e con quale finalità. La normativa sulla sicurezza degli spazi pubblici è un pharmakon perfetto: se dettagliata e applicata consapevolmente può salvare vite, se dettagliata e applicata con finalità repressive può distruggere l’ecosistema culturale di un intero paese. Dipende da chi gira il rubinetto, quando e contro chi. Per capire cosa sta succedendo al live bisogna partire da dove non sembra: dallo streaming che ha azzerato il valore della registrazione musicale. Questo non è un giudizio morale, è un fatto strutturale: quando una piattaforma paga in media 0.003 euro a stream, la registrazione cessa di essere un prodotto economicamente sostenibile per la stragrande maggioranza degli artisti. Per fortuna resta il live, che è diventato nel frattempo l’unica fonte di reddito reale per eliminazione di tutte le alternative. La cosiddetta democratizzazione dell’ascolto, non ha solo prodotto la reperibilità sul mercato di un’infinità di musica, ma ha spinto un’enorme massa di artisti a rivolgersi all’infrastruttura della musica dal vivo. Solo che questa infrastruttura, che accoglieva il 99% dei piccoli e medi concerti, negli ultimi 10/12 anni è andata a deteriorarsi per un massiccio spostamento del pubblico in favore dei grandi eventi: festival e concerti da oltre 4/5.000 presenze. Nel big market della musica Live Nation, la più grande società al mondo del settore, ha capito prima di tutti questa trasformazione. Ha comprato Ticketmaster, mettendo le mani sulla biglietteria e recentemente ha iniziato ad amministrare le venue, anche in Italia: il Forum e il Carroponte a Milano, acquisendo la società che li controllava. Da anni rileviamo e lamentiamo una bolla inflattiva del costo dei biglietti, ma questo scenario – di cui avevo già scritto nei mesi scorsi rivolgendomi al mercato americano – ci presenta un’integrazione verticale da manuale, facendo apparire Live Nation come un ipotetico monopsonio: il maggior acquirente di una specifica materia prima o componente, in questo caso la musica. Rolando Lutterotti lo scrive con chiarezza: il rapporto tra prezzo del biglietto e salario medio costringe a una scelta binaria. O il grande evento imperdibile oppure tre concerti di «medio livello»; un’etichetta costruita apposta, perché il «medio livello» non è percepito come mediocre per caso. È reso invisibile dalle stesse infrastrutture digitali che governano la scoperta musicale: playlist editoriali, raccomandazioni algoritmiche, advertising digitale massiccio e iper-targettizzato . La «libera scelta» del pubblico avviene dentro un campo già strutturato dal capitale. Quando Damir Ivic dice che il pubblico sceglie liberamente i grandi eventi e che bisogna farci i conti, ha ragione sulla descrizione e torto sulla diagnosi: il pubblico sceglie, ma sceglie dentro un menù che qualcun altro ha scritto. Che le piattaforme di streaming non si limitino a distribuire musica, riconfigurandola per adattarla al proprio modello di business, non è più solo una percezione di noi addetti al settore e studiosi. Lo stesso vale per il live: Live Nation non si limita a ospitare concerti, riconfigura l’intera esperienza per massimizzare l’estrazione di valore. E qui torniamo al pharmakon: la piattaforma che dovrebbe connettere artista e pubblico diventa lo strumento che li separa, li monetizza e nel frattempo disintegra tutto ciò che sta in mezzo. Con questo quadro in testa Flavia Tommasini centra il punto: il dispositivo del Ministro dell’Interno Piantedosi non vieta apertamente, ma rende impraticabile. Non chiude tutti, ma espelle chi non regge il peso burocratico ed economico. La stessa normativa che potrebbe proteggere (dovrebbe?) viene piegata a strumento di selezione: regole formalmente uguali per tutti che producono esclusione differenziale. Il grande evento e il colosso delle produzioni possono permettersi l’infinito iter burocratico e strutturale di adesione alla norma, mentre il piccolo circolo di periferia, no. Epperò la stretta li tratta come se partissero dallo stesso punto e svolgessero lo stesso lavoro. L’Arci Sparwasser di Roma fa lo stesso mestiere del live da 60mila persone al Circo Massimo? Il Locomotiv Club di Bologna fa lo stesso mestiere di chi organizza gli iDays? Il Centro Sociale Pedro di Padova fa lo stesso mestiere di una corporation internazionale? Qui il mio ragionamento si allontana un po’ dal dibattito in corso per provare ad allargarlo. Quello che si sta perdendo non è solo il possesso dei mezzi di produzione culturale. Quello che si sta andando a perdere sono le competenze pratiche e relazionali che permettono agli individui e alle comunità di diventare sé stessi attraverso le pratiche condivise. Bernard Stiegler la chiamerebbe una forma specifica di proletarizzazione: non la proletarizzazione del lavoro manuale di cui parlava Marx, ma la proletarizzazione dei saperi, delle relazioni, delle capacità di individuazione psichica e collettiva. I centri sociali – e dico centri sociali ma intendo anche i live club, gli spazi associativi, i circoli, i luoghi informali, tutte le zone grigie dove la produzione culturale è transiente alle esperienze umane che ci viviamo dentro – sono luoghi di conservazione e trasmissione di questi saperi. Mutualismo, cooperazione, produzione artistica, organizzazione collettiva. Luoghi dove si impara facendo, insieme, in un tempo lungo che sedimenta relazioni. Non sono solo venue. Sono archivi viventi. Colpirli significa interrompere circuiti di individuazione che non passano per il mercato né per le istituzioni tradizionali. Significa, concretamente, che la prossima generazione non avrà un posto dove imparare a organizzare un concerto, a gestire un impianto, a tenere insieme una comunità attorno a una programmazione musicale che non sia dettata dall’algoritmo. Queste competenze non si imparano su YouTube. Si imparano facendo, in un luogo, con delle persone, nel tempo. Il grande evento – l’arena, il festival da trentamila persone, il concerto con il dynamic pricing – è un ambiente tecnico che dissocia. Atomizza il pubblico in consumatori individuali, riduce la cultura a prodotto, l’esperienza a consumo istantaneo. Non c’è individuazione possibile perché non c’è il tempo per la sedimentazione: solo picchi di sincronizzazione emotiva che non lasciano traccia nelle competenze collettive. Arrivi, consumi, te ne vai. Il modello estrattivo di cui parla Flavia Tommasini: arriva, consuma risorse e attenzione, se ne va. Niente resta sul territorio tranne i rifiuti e il fatturato dell’indotto alberghiero (per chi può permetterselo, s’intende). Serve del tempo perché il desiderio possa articolarsi senza collassare in pulsione, perché le relazioni possano costruirsi senza bruciare nell’istantaneità del consumo. Il tempo industriale dell’intrattenimento è un tempo che impedisce questa elaborazione.  Questa non è nostalgia. È una distinzione strutturale. Ivic ha ragione quando scrive che la crisi degli spazi indipendenti non è solo colpa dello Stato e del mercato. C’è una responsabilità interna che va nominata senza moralismi ma con onestà. Se i centri sociali da tempo sopravvivono anche grazie a concerti «normali» di artisti che suonano ovunque, qual è la specificità? La commistione tra spazi occupati e industria musicale negli anni Novanta era una rottura creativa, un cortocircuito che produceva cultura nuova. Trent’anni dopo, in molti casi, è diventata sopravvivenza economica. Non una colpa, ma un fatto che va detto. E Damir Ivic sfiora un nervo scoperto ancora più doloroso: la scena indipendente italiana che oggi riempie i Forum  e arricchisce le multinazionali, non ha fatto troppo per evitare la morìa dei live club che l’aveva cresciuta. I live club indipendenti sono fragili non solo per il rafforzamento dei controlli, ma perché senza nomi famosi il pubblico non ci andava e i nomi famosi a un certo punto hanno cominciato a essere troppo costosi per quelle venue. E lì non è colpa dello Stato: è avidità che ha alimentato un circolo vizioso dall’economia dell’attenzione: le piattaforme rendono visibili solo chi è già grande, il pubblico va dove c’è visibilità, i piccoli spazi perdono pubblico, chiudono e il campo si restringe ulteriormente. Ma Lutterotti offre una risposta convincente: sì, stiamo nella contraddizione. Nessuno è puro. Chi viene da esperienze collettive e immagina e organizza grandi eventi lo fa consapevolmente, cercando di metterci un pizzico di qualità in più, prezzi più bassi, nessuno sponsor imbarazzante. Non è cinismo né furbizia – è la scelta politica di chi sa che uscire dal gioco non significa non contare nulla. Stare dentro la contraddizione è ancora la posizione più onesta, a patto di sapere cosa si sta facendo. La risposta non è la purezza – impossibile e sterile – né la resa. È la costruzione di alleanze consapevoli tra chi sta dentro la contraddizione e chi la rifiuta, tra chi organizza il grande evento cercando di non farlo diventare una macchina di estrazione e chi tiene aperto il circolo con le unghie e i denti. Il 27 e 28 marzo mostrano che questa convergenza è possibile. A Roma ci sarà la mobilitazione che speriamo coinvolga tanti nomi, anche grandi. A Londra i Kneecap, Fontaines DC e Massive Attack andranno sul palco contro l’estrema destra – nonostante siano nel circuito Live Nation. Non è coerenza perfetta: è azione dentro la contraddizione. È esattamente ciò che Lutterotti propone quando parla di co-progettazione, di «big event non omologati», di alleanze tra soggetti diversi che condividono un’urgenza. A questa sollecitazione di Rolando Lutterotti pongo la domanda che mi accompagna da mesi e che è la domanda del libro su cui sto lavorando: è possibile costruire un’infrastruttura culturale che non sia né il mercato estrattivo di Live Nation né la nicchia invisibile? Qualcosa che sia sostenibile senza essere estrattivo, accessibile senza essere omologante, politico senza essere settario? Non ho la risposta. Ma so che la risposta, se esiste, non verrà da un singolo modello, da un singolo spazio, da un singolo articolo. Verrà dalla capacità di tenere insieme cose che sembrano incompatibili: il grande e il piccolo, il mercato e il dono, la visibilità e la profondità. Il pharmakon si cura col pharmakon, ma bisogna saperlo maneggiare. E questo sapere si costruisce solo collettivamente, in spazi che permettano il tempo lungo dell’apprendimento condiviso. Esattamente ciò che la fase punitiva sta cercando di rendere impraticabile. Ogni circolo che chiude, ogni live club che abbassa la serranda, ogni spazio informale che viene dichiarato non conforme, è un pezzo di quel sapere collettivo che scompare. Non un pezzo di mercato – un pezzo di noi. La partita non è chiusa, ma va giocata con gli occhi aperti su tutta la filiera, dalla piattaforma di streaming, dal circuito di prevendita al palco e poi, infine, ma non per ultime: le persone. Spesso scordiamo che questo è un mestiere di relazione svolto dalle persone, con le persone, per le persone. Senza consolazioni e senza rese. Senza l’illusione che il problema sia solo Piantedosi, o solo Spotify, o solo il pubblico che non viene più al concerto da venti euro. Il problema è la struttura. E la struttura si cambia solo se la si vede per intero. *Bebo Guidetti è co-fondatore de Lo Stato Sociale, consulente strategico e autore. Il suo prossimo libro, Il capitale musicale, uscirà a maggio per Timeo. L'articolo La partita contro il mercato non è chiusa proviene da Jacobin Italia.
February 28, 2026
Jacobin Italia
No other choice?
Articolo di Antonio Sanguinetti «No other choice» è la frase che Man-soo ripete continuamente a sé stesso nell’omonimo film coreano, mentre uccide uno dopo l’altro tutti i suoi avversari. Ha dedicato tutta la sua vita alla produzione della carta: non un semplice lavoro, ma la passione di un’intera esistenza, una vocazione. Un sentimento che non trova però alcuna corrispondenza nei nuovi proprietari dell’industria, impegnati in una ristrutturazione permanente fatta di licenziamenti e di un’incessante corsa verso la completa automazione. Dopo 25 anni di lavoro e dedizione, Man-soo perde il posto ed è costretto a entrare in una competizione feroce con persone che gli somigliano in tutto: stessa biografia, stesso percorso professionale, stesse competenze. I suoi avversari non sono semplici colleghi, ma individui la cui esperienza di vita e di lavoro si sovrappone alla sua. Eppure, uno dopo l’altro, li uccide. «No other choice». Il film offre una metafora che si adatta con sorprendente precisione anche al settore della ricerca. Così come il protagonista ha investito nel proprio «capitale umano» sacrificando la vita privata, il ricercatore consuma il tempo libero lavorando per accumulare pubblicazioni e relazioni. La passione, – per la carta o per il sapere – si riduce così a una giustificazione dell’auto-sfruttamento senza limiti, interiorizzato e normalizzato. L’industria coreana diventa l’esempio di un modello lavorativo basato sulla concorrenza, che dispone gli individui gli uni contro gli altri. Una situazione simile a quella che si verifica nell’istituto di ricerca del Cnr dove lavoro: 75 colleghi e colleghe precari che competiamo per un unico posto a tempo indeterminato. La stessa logica si estende ai grant europei e nazionali, dove pochi vincitori prendono tutto: una sorta di lotteria della ricerca in cui solo uno conquista il jackpot milionario. Il rischio è quello di rimanere soli come Man-soo, in una fabbrica – università o centro di ricerca – deserta. Vincere si traduce in un successo personale, ma comporta un costo sociale enorme. Il «no other choice» coreano è il completamento individuale del «There is no alternative» degli anni Ottanta. Se il secondo ha trasformato la società dall’alto, il primo ne rappresenta la feroce interiorizzazione. La distruzione del legame sociale ha lasciato sul terreno una somma di solitudini: rimangono solo il lavoro, la famiglia e la propria realizzazione, a discapito degli altri. DAL «NO OTHER CHOICE» ALLA MOBILITAZIONE Nella ricerca sopravvivono in pochi. I dati raccolti dall’Associazione dottorandi italiani (Adi) nel 2019 mostravano come solo il 9,5% degli assegnisti avesse la possibilità di diventare strutturato. Di fronte a dati come questi, il messaggio implicito è uno solo: ripetersi «no other choice» e fare come Man-soo. Negli ultimi due anni, però, le mobilitazioni nel settore della ricerca hanno mostrato che alternative esistono. Al Cnr lavoratori e lavoratrici precarie sono stati al centro di un intenso ciclo di mobilitazioni, avvenuto mentre si stava gonfiando la bolla di precariato nella ricerca causato dall’attuazione del Pnrr. Uno degli slogan che più rappresenta i due anni di mobilitazione è stato «fino all’ultimo precario», una rivendicazione chiara che chiede l’avvio di un processo di stabilizzazioni secondo quanto previsto dalla cosiddetta legge Madia del 2017. Una richiesta ampia al fine di assorbire tutto il personale precario secondo i due canali previsti: uno per i tempi determinati e l’altro per gli assegnisti di ricerca. Oltre le rivendicazioni, un elemento più significativo è stato il livello di solidarietà che si è costruito nel tempo: nelle notti di occupazioni nella sede centrale del Cnr, nelle decine di iniziative pubbliche, nelle chat di coordinamento. Una solidarietà che ha superato le frammentazioni territoriali e disciplinari. La lotta per la stabilizzazioni al Cnr è una vertenza storica, iniziata subito dopo l’approvazione della legge Madia. A seguito del provvedimento, i precari e le precarie hanno animato un lungo ciclo di mobilitazioni che ha portato all’assunzione di oltre 1.800 lavoratori e lavoratrici interne tra ricercatori, tecnologi, tecnici e amministrativi. Un processo che è avvenuto dopo anni di blocco delle assunzioni. Un risultato che ha lasciato in eredità una forte coscienza sindacale e l’idea condivisa che si può vincere. Insieme si può uscire dalla precarietà. Gli anni di mobilitazione non hanno solo prodotto fiducia nelle forme di mobilitazione ma hanno anche lasciato sul terreno dei preziosi strumenti organizzativi. È nato il movimento «Precari Uniti Cnr» strutturato a livello nazionale: dal coordinamento che mette insieme le persone più attive; ai referenti locali presenti in ogni regione, città, istituto del Cnr; fino al gruppo di gestione della comunicazione social. Tramite una cassa di supporto vengono sostenute parzialmente anche le spese di viaggio verso Roma. Un organismo informale che permette di dialogare con le organizzazioni sindacali e di essere riferimento per politici e giornalisti. LA BOLLA DI PRECARIATO DEL PNRR Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) ha previsto degli investimenti nell’ambito dell’Istruzione e della ricerca. In particolare il Ministero dell’Università e della Ricerca ha gestito un budget di 8,55 miliardi destinato a diverse tipologie di collaborazioni e interventi su temi strategici: i partenariati estesi, gli ecosistemi dell’innovazione, la creazione di campioni nazionali di Ricerca e Sviluppo, le infrastrutture di ricerca, il finanziamento dei Progetti di ricerca di rilevante interesse nazionale (Prin) e dei progetti di giovani ricercatori. Le risorse stanziate hanno consentito l’avvio di numerosi progetti che hanno coinvolto attori istituzionali pubblici e privati ma soprattutto atenei ed enti di ricerca. La realizzazione dei progetti ha richiesto l’acquisto di attrezzature specifiche e, ovviamente, l’assunzione di personale ad hoc per svolgere le ricerche. Tuttavia, gli investimenti del Pnrr si sono innestati in un contesto caratterizzato da una cronica scarsità strutturale di risorse. L’Italia, infatti, finanzia la ricerca per circa il 1,37% del Pil, una quota notoriamente inferiore rispetto a quella di altri paesi europei. Per avere un metro di paragone dell’impatto, il fondo annuale per le università nel 2025 è stato di 9,4 miliardi di euro, mentre quello per gli enti pubblici vigilati dal Mur non raggiunge gli 1,5 miliardi. Tali finanziamenti non sono limitati ai progetti ma comprendono tutte le spese ordinarie. In questo contesto l’enorme espansione delle risorse a disposizione con il Pnrr ha avuto come effetto principale l’allargamento senza precedenti del personale precario nella ricerca, senza che fosse prevista alcuna prospettiva di stabilizzazione successiva.  L’aumento dell’occupazione ha seguito la traiettoria di una bolla speculativa: una crescita anomala, non sostenuta dai fondamentali di bilancio, seguita da un’inevitabile ridimensionamento al termine del finanziamento straordinario. Il Cnr ha ricevuto circa 800 milioni di euro di finanziamento totale. Con queste risorse sono stati assunti più di mille tempi determinati, oltre a un numero mai precisato di assegnisti di ricerca. La «bolla» del Pnrr si è così sommata alla condizione ordinaria di precarietà strutturale che caratterizza da anni la ricerca pubblica. Nel 2024, al Cnr lavoravano complessivamente circa 4 mila precari, considerando tutte le tipologie contrattuali e i diversi profili professionali. In termini relativi, la precarietà riguardava circa il 30% dell’intero personale dell’ente. La  precarietà di chi fa ricerca non costituisce una fase transitoria o marginale del percorso professionale, al contrario si configura sempre più come una condizione strutturata e prolungata. Gli effetti di questa condizione sono molteplici. Da un lato, la precarietà ridefinisce in profondità i significati del lavoro in particolare riguardo all’indipendenza scientifica. Un lavoratore precario difficilmente può contestare i contenuti e i paradigmi del suo lavoro, sia rispetto ai propri responsabili sia alle linee generali di finanziamento. Si pensi, ad esempio, ai programmi di riarmo: quanto può opporsi allo specifico utilizzo della propria ricerca un ricercatore con un contratto in scadenza, la cui carriera dipende proprio da quei fondi? Dall’altro lato, l’assenza di una forma contrattuale stabile moltiplica le incertezze: il futuro professionale, l’indipendenza economica, il luogo di vita. La mobilità è un fattore stesso di destabilizzazione. La mobilità richiesta oggi, per usare le parole dell’attuale ministra della università e ricerca Bernini, è quella della rondine. Una migrazione stagionale e periodica al solo fine di usufruire di nuovi contratti a termine. L’internazionalizzazione in quest’ottica non è più la scelta libera dell’intellettuale per contribuire al dibattito scientifico, ma è solo un’ulteriore estensione della precarietà e incertezza. QUALE FUTURO PER IL CNR? Il Cnr è l’ente di ricerca pubblico più grande d’Italia, le cui sedi sono presenti in tutte le regioni. Di fatto rappresenta un presidio scientifico anche nelle aree più periferiche, dove difficilmente arrivano i grandi finanziamenti competitivi dell’Unione europea. Questa capillarità territoriale conferisce all’ente un ruolo decisivo, in termini di competenze scientifiche e di impatto sociale. Il consiglio si compone di 88 istituti ripartiti in sette diversi dipartimenti, e si caratterizza per una spiccata multidisciplinarietà che lo colloca al centro del sistema della ricerca italiana. Il futuro, però, appare tutt’altro che certo. Nella primavera dello scorso anno, il governo era intenzionato a commissariare l’ente dopo la scadenza della precedente governance. Tuttavia, dopo tre mesi di vuoto istituzionale, senza presidente né consiglio di amministrazione, a fine luglio è stato nominato un nuovo presidente: Andrea Lenzi, professore emerito di Endocrinologia alla Sapienza ed ex presidente del Cun (Consiglio universitario nazionale). La durata del suo mandato, però, non potrà superare i due anni, poiché al momento della nomina Lenzi era già in pensione. Nonostante la natura provvisoria e la brevità dell’incarico, il governo ha assegnato alla nuova governance una missione ambiziosa: la riorganizzazione dell’ente. Un progetto di cui, ad oggi, non sono chiari i contenuti complessivi, ma il cui obiettivo dichiarato sembra essere principalmente la riduzione del numero degli istituti. Ancora una volta, dunque, il futuro del Cnr viene associato a tagli, accorpamenti e ridimensionamenti. Un’ipotesi particolarmente problematica se si considera che, sul piano dei finanziamenti, il CNR è già nettamente sottodimensionato rispetto ai suoi omologhi europei.  Il futuro del Cnr è messo in discussione non solo dalla riorganizzazione della struttura amministrativa e dalla scarsità di fondi a disposizione. Uno dei nodi da affrontare nel prossimo futuro riguarda l’alto numero di pensionamenti. Dal 2024 al 2028 sono previsti circa mille pensionamenti su 8.432 dipendenti a tempo indeterminato, ciò vuol dire che più del 10% del personale attualmente in servizio in 4 anni lascerà l’ente. La questione centrale diventa allora: quanti di questi lavoratori verranno sostituiti? Una norma già prevede, a partire dal 2026, un limite al 75% del turn over. La mancata sostituzione del personale apre a due scenari possibili, entrambi problematici. Il primo è un ridimensionamento delle attività dell’ente, con la conseguente chiusura di progetti e linee di ricerca. Il secondo è la sostituzione di lavoratori stabili con nuovo personale precario, perpetuando e ampliando la condizione di instabilità strutturale. Entrambe le ipotesi rappresentano il segnale di un ulteriore disinvestimento pubblico nella ricerca e di un inevitabile peggioramento delle condizioni di lavoro. Un destino che non riguarda solo il Cnr, ma il ruolo stesso della ricerca pubblica nel paese. LA DEMOCRAZIA DELLE STABILIZZAZIONI Nell’epoca delle meritocrazia, la stabilizzazione rappresenta uno degli ultimi strumenti di democrazia nel sistema della ricerca. Seguendo questa strada, la scelta di chi assumere non è demandata al giudizio discrezionale di commissioni spesso create ad hoc per l’interesse di qualcuno. Il criterio principale di selezione sono gli anni di precarietà sostenuti. Del resto, avere una lunga carriera da precario vuol dire aver passato diverse selezioni da assegnista di ricerca e da tempo determinato, aver lavorato su molteplici progetti, aver partecipato a diverse valutazioni. A che serve allora un altro concorso?  A ben vedere, lo strumento del concorso nella ricerca assolve almeno a due funzioni specifiche. La prima è quella della affiliazione: per superare una selezione pubblica è spesso necessario far parte di un gruppo di ricerca di riferimento, inserirsi in una rete di relazioni già esistente. In un contesto segnato da tagli e risorse limitate, il concorso svolge inoltre una seconda funzione, meno esplicita ma decisiva: governare la precarietà. Attraverso concorsi sporadici e altamente selettivi, il sistema produce e mantiene un bacino permanente di lavoro sottopagato, utilizzabile quando necessario secondo una logica di just in time, in base all’andamento dei progetti finanziati. Ricercatrici e ricercatori precari svolgono attività di didattica, ricerca, assistenza alle tesi e disseminazione scientifica senza disporre di un riconoscimento formale adeguato né di diritti stabili. In altri termini, il sistema della ricerca italiana, cronicamente sottofinanziato, riesce a garantire livelli di produttività accettabili solo grazie allo sfruttamento sistematico del lavoro precario a basso costo. In questo quadro, non sorprende che le principali istituzioni di governo della ricerca, dalla Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane) alla CoPer (Consulta dei Presidenti degli Enti Pubblici di Ricerca), si siano storicamente opposte ai processi di stabilizzazione. In un’intervista a La Stampa, il nuovo presidente del Cnr Lenzi ha dichiarato «La ricerca scientifica è fatta di un lungo apprendistato. Venire presi con un contratto significa dover portare avanti quel progetto, non essere assunti dall’ente. Per quello bisogna dimostrare di aver imparato, possedere qualità ed essere produttivi. Non possiamo fare “todos caballeros”. Le sanatorie negli enti di ricerca non possono funzionare». Parole che restituiscono in modo emblematico l’idea di ricerca sottesa a questo modello: un percorso di precariato permanente. FINO ALL’ULTIMO PRECARIO La mobilitazione per le stabilizzazioni al Cnr prende avvio nel luglio del 2024, quando oltre 300 colleghi e colleghe da tutta Italia hanno riempito l’aula convegni della sede centrale dell’ente per l’assemblea nazionale indetta da Cgil, Cisl e Uil. A questo primo momento di confronto sono seguiti diversi presidi in molte sedi locali e una manifestazione nazionale a Roma. Tentativi che non hanno sortito alcun risultato concreto. La svolta è arrivata il 28 novembre 2024, con l’occupazione simbolica della sede centrale del Cnr promossa insieme a Cgil e Uil a cui si è aggiunta successivamente anche la Cisl. La pressione mediatica della protesta ha avuto un primo esito nell’apertura di un tavolo tra le organizzazioni sindacali e l’amministrazione dell’ente. Dopo cinque mesi di richieste insistenti, finalmente sono stati resi pubblici i dati ufficiali sulla dimensione del precariato: al 30 ottobre 2024 lavoravano al Cnr circa 3 mila persone con contratti a tempo determinato (1.300) e  con assegni di ricerca (1.700). Un insieme molto eterogeneo per presenza e anzianità di servizio. Una quota rilevante di questi contratti era finanziata da progetti Pnrr,  in assenza di ulteriori finanziamenti, tali rapporti di lavoro sono destinati a scadere senza possibilità di rinnovo. Un primo, seppur parziale, risultato arriva con la legge di bilancio per il 2025, grazie a uno stanziamento ottenuto attraverso gli emendamenti delle forze di opposizione. Le risorse disponibili consentono la stabilizzazione di circa 180 lavoratori e lavoratrici: un numero del tutto insufficiente rispetto alla platea interessata, ma significativo come primo passo.  Nonostante le manifestazioni e i ripetuti appelli, la procedura formale  per partecipare al reclutamento straordinario destinata ai tempo determinati è stata pubblicata solo a novembre 2025. I  risultati parziali sono stati resi noti solo a dicembre. Le domande sono state 850 e di queste il 20% sono state dichiarate inammissibili, un altro 25% necessita di ulteriori approfondimenti. Ciò vuol dire che secondo i requisiti previsti dalla legge Madia per i tempo determinati, gli idonei sarebbero stati al massimo 680. Ne consegue che per stabilizzare l’intera platea dei tempi determinati tutti sarebbero bastati solo 30 milioni di euro. Una cifra analoga avrebbe permesso di attivare anche il secondo canale della legge Madia, dedicato agli assegnisti di ricerca. Complessivamente, con 60 milioni di euro sarebbe stato possibile evitare lo spreco di anni di lavoro e di investimenti pubblici nella ricerca: una somma del tutto marginale per il bilancio dello Stato.  La richiesta di un intervento integrativo da parte del governo diventa così il fulcro delle mobilitazioni del 2025. Anche in questo caso, dopo numerose iniziative pubbliche inascoltate, la protesta è sfociata, il 5 dicembre, in una nuova occupazione simbolica della sede centrale del Cnr insieme alla Flc-Cgil. L’azione nasce in seguito all’ennesimo rinvio di un incontro richiesto all’amministrazione. Per rendere visibile la scadenza imminente dei contratti e l’assenza di alternative, sul piazzale antistante l’edificio vengono montate tende da campeggio, a simboleggiare una precarietà ormai senza prospettive. Nonostante la pressione mediatica il governo non ha previsto interventi per risolvere la questione. Al contrario la legge di bilancio del 2026, non ha finanziato il procedimento Madia in corso. La maggioranza, infatti, ha stanziato 60 milioni di euro in due anni per assunzioni straordinarie cofinanziate con procedure riservate al 50% per precari su progetti Pnrr. I fondi sono ripartiti tra università pubbliche (50 milioni), private (2 milioni) ed enti pubblici di ricerca (8 milioni). Al Cnr potrebbero arrivare, nella migliore delle ipotesi, circa 4 milioni di euro, sufficienti per l’assunzione di circa 70 ricercatori e ricercatrici a tempo indeterminato: un numero largamente insufficiente rispetto ai bisogni reali. A ciò si aggiunge un ulteriore vincolo: le assunzioni previste dovranno comunque rispettare il limite di legge del 75% del turn over, riducendo ulteriormente la capacità dell’ente di stabilizzare il personale. Un ulteriore intervento, finanziato con risorse messe a disposizione da Avs, prevede infine 1,5 milioni di euro per gli anni 2026 e 2027, destinati esclusivamente a prorogare alcuni contratti in scadenza. Dopo un’ultima proroga concessa dall’amministrazione del Cnr, i contratti dei lavoratori e delle lavoratrici precarie impiegate su progetti Pnrr scadranno tra la fine di marzo e l’inizio di aprile. Oltre un migliaio di ricercatrici e ricercatori rischia di perdere il posto di lavoro. Una situazione che dovrebbe essere considerata un’emergenza nazionale, ma che, allo stato attuale, non sembra trovare alcuna risposta nelle politiche di governo e nel dibattito pubblico. L'articolo No other choice? proviene da Jacobin Italia.
February 23, 2026
Jacobin Italia
Volontari dentro e contro Milano-Cortina 2026 – di Lucio Monocrom
L'economia dell'evento è oramai diventata un volano di marketing e accumulazione territoriale ad elevato valore aggiunto, non tanto per il grado tecnologico che presenta ma soprattutto per i bassi se non quasi inesistenti costi del lavoro e della manodopera necessaria per il suo funzionamento. Come ci ricorda il presente articolo, scritto all'indomani della chiusura [...]
February 23, 2026
Effimera
L’AI ci fa davvero lavorare di meno?
È successo il contrario, in un’azienda che l’aveva messa a disposizione dei dipendenti senza obbligarli a usarla Tra aprile e dicembre del 2025 due ricercatrici dell’università della California Berkeley hanno condotto uno studio in un’azienda tecnologica californiana di circa 200 dipendenti. Volevano valutare se e come la progressiva diffusione di strumenti popolari basati sull’intelligenza artificiale generativa, come i chatbot, avrebbe cambiato le abitudini di lavoro. Dai primi risultati, parte di una ricerca ancora in corso, è emerso che usare l’AI aveva semplificato e velocizzato molti compiti dei dipendenti, ma nel complesso aveva aumentato il tempo che dedicavano al lavoro senza nemmeno accorgersene. E questo aveva avuto ripercussioni sulle loro condizioni psicofisiche. In sostanza, durante gli otto mesi di osservazione, le persone avevano lavorato a un ritmo più veloce, avevano svolto da sole più compiti e avevano lavorato per più ore, rispetto a prima dell’introduzione degli strumenti di intelligenza artificiale. E lo avevano fatto senza che nessuno glielo avesse chiesto: l’azienda non le aveva obbligate a usare l’AI, ma aveva fornito loro abbonamenti aziendali a strumenti popolari disponibili in commercio e destinati ai clienti individuali (B2C), come per esempio ChatGPT o Gemini. Leggi l'articolo
February 19, 2026
Pillole di info digitale
Waymo ammette: dietro i robotaxi “autonomi” ci sono operatori nelle Filippine
Durante una recente audizione al Senato degli Stati Uniti, Waymo ha ammesso che i suoi robotaxi non sono così autonomi come la retorica aziendale lascia intendere. Mauricio Peña, responsabile della sicurezza dell’azienda controllata da Alphabet, ha confermato che quando i veicoli incontrano situazioni insolite, il controllo viene trasferito a conducenti remoti. Molti di questi operatori non lavorano negli Stati Uniti, ma dalle Filippine e da altri paesi. L’ammissione smonta la narrazione dell’autonomia completa e riporta al centro una realtà scomoda: dietro i sistemi di intelligenza artificiale presentati come rivoluzionari c’è ancora una certa dipendenza dal lavoro umano, spesso sottopagato e delocalizzato. La testimonianza di Waymo non è un caso isolato ma l’ennesima conferma di un pattern industriale consolidato. L’IA si regge su una struttura ibrida in cui l’intervento umano rimane indispensabile, pur restando invisibile agli utenti finali. E il modello economico è sempre lo stesso: esternalizzare la supervisione verso paesi dove il costo del lavoro è inferiore, mantenendo però intatta la narrazione di un sistema “completamente automatizzato”. leggi l'articolo Your page content goes here.
February 17, 2026
Pillole di info digitale
I Giochi pericolosi dello sfruttamento
Articolo di Simona Baldanzi A un seminario svolto a Firenze lo scorso gennaio su «Rigenerare la democrazia» nelle organizzazioni sindacali ho incontrato Mattia Scolari della Cub di Milano. La Confederazione unitaria di base nasce a Milano nel 1992 dall’unificazione di varie esperienze sindacali critiche nei confronti dell’operato dei sindacati confederali. Un ruolo di primo piano fu ricoperto dai metalmeccanici ex aderenti alla Fim-Cisl di Milano che si erano formati sotto l’influenza delle idee con cui Pierre Carniti, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, aveva guidato le lotte e il rinnovamento del sindacato milanese dei metalmeccanici. Tra i molti versanti in cui sono impegnati, nelle ultime settimane c’è quello delle proteste intorno alle Olimpiadi a Milano-Cortina, e ho approfittato per fargli qualche domanda. Quali sono le ragioni delle proteste sulle Olimpiadi Milano-Cortina dal punto di vista di chi lavora?  Milano è una città che vive grandissime contraddizioni. Cancellato il tessuto industriale e persa la sua anima operaia, si sta trasformando sempre di più in una città turistificata, con i suoi hotel di lusso e i ristoranti stellati, capitale mondiale dei milionari, in cui si abbattono gli alloggi popolari per far spazio ai grattacieli delle banche e delle corporations. Dietro le vetrine e le insegne scintillanti operano però decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici costretti ai gironi infernali del precariato, degli appalti selvaggi e dei salari poveri.  Le Olimpiadi di questo inverno, seguendo il tracciato di Expo 2015, non hanno fatto altro che accelerare ulteriormente queste dinamiche, riproponendo massicce colate di cemento e speculazioni edilizie, massimizzazione dello sfruttamento sul lavoro tramite l’immensa torta degli appalti, l’accentuarsi della repressione con le zone rosse e le limitazioni al diritto di sciopero imposte per decreto o approvate con patti sindacali di «tregua sociale».  In questi giorni abbiamo organizzato – in concomitanza con l’avvio delle Olimpiadi – una protesta delle lavoratrici e dei lavoratori degli hotel (sono circa 30.000 nella provincia di Milano) davanti a Federalberghi, l’associazione datoriale. Il presidio è stato vietato dalla Questura e abbiamo dovuto riorganizzarlo in un altro punto, perché tutto il centro di Milano era considerato zona rossa: la città doveva apparire tirata a lucido per i potenti e i capi di governo e quindi la protesta dei lavoratori doveva essere nascosta. È una città in cui il costo della vita è già insostenibile per le classi popolari e l’emergenza salariale è sempre più accentuata. Con le Olimpiadi i prezzi sono saliti ancora di più e così anche i carichi di lavoro, in una città in cui ormai ci si è abituati alle aperture 7 giorni su 7, mentre i lavoratori e le lavoratrici non vedranno nulla in termini di aumenti salariali. Mi puoi dire meglio in cosa consiste la protesta delle lavoratrici e dei lavoratori degli alberghi e quali altre vertenze intorno alle Olimpiadi ci sono state?  Gli hotel sono la rappresentazione plastica del «modello Milano»: da una parte una proprietà sempre più in mano a gruppi multinazionali e fondi speculativi, che pretendono lo sfarzo e il lusso più sfrenato, con tariffe medie per una stanza doppia che durante le Olimpiadi stanno toccando i 400 euro a notte; dall’altra la maggioranza dei dipendenti è esternalizzata in cooperative o s.r.l. che subentrano a cambi d’appalto sempre più al ribasso, cercando di tagliare gli orari di lavoro che sono già in stragrande maggioranza part-time involontari, di introdurre Contratti nazionali di lavoro «pirata», a partire dal Multiservizi per abbassare gli stipendi, persino di non riassorbire parte del personale. La situazione più grave è quella che vivono le cameriere che si occupano delle pulizie delle stanze. La loro busta paga viene costruita sulla tempistica stabilita a priori e al ribasso per la pulizia di ogni camera e non sulle ore effettivamente lavorate. Questo crea una situazione di cottimo integrale, il cosiddetto «pagamento a camere», in cui le retribuzioni sono sempre inferiori rispetto a quanto si è realmente lavorato, con lavoratrici che si sentono costrette anche a rimanere oltre l’orario di lavoro per finire le camere assegnate per non perdere parte dello stipendio.  I lavoratori e le lavoratrici degli hotel non vedranno neanche un euro in più in busta paga da queste Olimpiadi, al contrario stanno riscontrando una crescita esponenziale dei carichi di lavoro, nessun reale aumento degli organici e ulteriori tentativi di ridurre le tempistiche di pulizia. Quello di cui avremmo voluto discutere con l’associazione datoriale sono gli aumenti salariali e la necessità che la malattia venga sempre retribuita al 100%; l’introduzione in tutti gli hotel di un sistema di misurazione dell’orario di lavoro giornaliero così da garantire buste paghe corrette, che oggi è assente; il diritto alla mensa; l’apertura di una discussione sulla reintroduzione del principio della parità di trattamento retributivo tra i lavoratori del committente e quelli degli appalti, come primo passo per una reinternalizzazione di tutte le esternalizzazioni. Stiamo inoltre assistendo anche i medici specialisti che l’Ospedale Niguarda ha assunto per prestare servizio per alcuni periodi in trasferta presso altre strutture sanitarie della Valtellina, per potenziare il sistema sanitario in occasione delle Olimpiadi invernali 2026.  Gli alloggi individuati sono inadeguati, con cucine attrezzate al minimo e acqua non potabile, né utilizzabile per poter fare una doccia; chi opera nelle strutture di montagna, copre, oltre ai turni, anche le reperibilità, con retribuzioni che non tengono conto delle distanze e senza percepire le indennità per le zone disagiate. Le condizioni in cui sono costretti a vivere aumentano il rischio stress e burn out, con possibili ripercussioni anche sui pazienti.  In più mi dicevi che il «Modello Milano» pesa sulle condizioni di vita e sui salari a partire dal problema casa… Milano è una città in cui il costo della vita è insostenibile per le classi popolari e l’emergenza salariale è sempre più accentuata: i prezzi medi degli affitti sono alle stelle, con monolocali che possono facilmente arrivare anche a 1.000 euro e l’offerta pubblica è sempre più ridotta, mentre circa 15.000 alloggi popolari vengono tenuti volontariamente sfitti. Per questo, proprio in concomitanza della celebrazione di avvio delle Olimpiadi allo stadio San Siro, abbiamo organizzato insieme ai sindacati inquilini un corteo nella parte popolare dello stesso quartiere, che ha ottenuto un nutrito sostegno dagli abitanti che scendevano dagli appartamenti a marciare. L’obiettivo era quello di denunciare l’assenza di una reale politica di investimenti per il diritto alla casa, mentre le situazioni emergenziali vengono gestite sempre di più con sfratti coercitivi, anche notturni, per evitare l’arrivo di solidali. Le Olimpiadi faranno da volano per aumentare ancora di più i prezzi delle case e degli affitti. Dentro le mura dello stadio, ben protetti da un incredibile dispiegamento delle forze dell’ordine, c’era la cerimonia plastica tutta sfoggio di opulenza e superfluo per celebrare l’italianità, dall’altra parte un quartiere di case fatiscenti perché volutamente abbandonato dalla politica, che è sceso in strada per rivendicare la propria dignità. Siamo stati tra i vari promotori del grande corteo che ha visto sfilare 10.000 persone il 7 febbraio racchiudendo i tanti fronti colpiti dal «Modello Milano», e dalle connesse Olimpiadi, insostenibili dal punto di vista ambientale e sociale: un movimento sempre più nutrito, fatto di lavoratrici e lavoratori, di sfrattati per morosità incolpevole, di pensionati, di studenti, di spazi sociali, tutti uniti per rivendicare salari e diritti dignitosi, il diritto all’abitare, l’autodeterminazione dei popoli oppressi, la difesa del clima, il diritto a una sanità pubblica e universale; contro ogni forma di razzismo, maschilismo e omofobia, la speculazione edilizia, l’economia di guerra a detrimento dello stato sociale. Oltre a quelle legate alle Olimpiadi, quali altre vertenze avete state portando avanti e con quali risultati? La vertenza più importante è sicuramente contro Ikea, con l’azienda che è stata condannata a trattare anche con il nostro sindacato essendo uno dei più diffusi a livello nazionale nei negozi. Abbiamo poi rappresentato la «maschera» licenziata dal Teatro Alla Scala per aver gridato «Palestina Libera» durante un atto alla presenza di Giorgia Meloni: il licenziamento è stato dichiarato illegittimo in quanto non possono essere sanzionate le opinioni politiche dei lavoratori. Abbiamo poi promosso i principali scioperi nei trasporti, con una particolare rilevanza negli aeroporti, contro i rinnovi contrattuali al ribasso in cui gli aumenti salariali non recuperano neanche minimamente l’inflazione. Abbiamo organizzato un intersindacale dei lavoratori degli hotel che da tempo porta avanti mobilitazioni contro gli appalti e l’organizzazione del lavoro a «cottimo integrale» per le cameriere ai piani. Siamo stati in prima linea nelle mobilitazioni che, a partire dall’appello dei ricercatori precari, hanno costruito il primo sciopero nazionale di tutti i lavoratori e lavoratrici della filiera delle università contro la riforma Bernini. Insieme a tutto questo non si contano le vertenze e la costruzione delle casse di resistenza contro i licenziamenti politici (Carrefour, Stellantis, ecc.) oltre che la partecipazione e la promozione di scioperi e mobilitazioni generali contro la guerra, per la Palestina libera, per la giustizia climatica, in occasione dell’8 Marzo ecc. In cosa si differenziano, secondo voi, i sindacati di base dai confederali? E quali pregiudizi vi colpiscono?  Come Cub sosteniamo che il sistema della contrattazione costituito con la «concertazione sociale» ha fallito ed è stata la principale causa della costante e strutturale perdita di potere d’acquisto dei salari. La contrattazione collettiva fino alla fine degli anni Settanta era stata sinonimo di acquisizione di diritti economici e normativi. Soprattutto a seguito dell’Accordo Interconfederale del 1992 che ha cancellato definitivamente la Scala mobile (il meccanismo automatico che adeguava i salari all’inflazione), e la legge «antisciopero» 146/90 tradotta in accordi settoriali da Cgil-Cisl-Uil, abbiamo assistito invece a una pesante erosione degli stipendi, mentre i lavoratori venivano progressivamente smobilitati. Da una parte i Governi diventavano così liberi di approvare quante più contro-riforme per ampliare la precarietà (Pacchetto Treu, Legge Biagi, Riforma Fornero, Jobs Act, Decreto Lavoro), mentre i sindacati confederali firmavano Contratti nazionali (Ccnl) che acquisivano al loro interno le nuove misure di flessibilità. Mentre i sindacati confederali si ingrassavano con le concessioni economiche dello Stato in termini di assistenza fiscale e previdenziale, a ogni rinnovo di Ccnl spostavano sempre più risorse economiche in favore di Enti bilaterali, Fondi speculativi sanitari e complementari (nei cui consigli di amministrazione siedono assieme sindacalisti e imprenditori), togliendole dagli aumenti salariali che non recuperavano mai l’inflazione reale. I sindacati di base si sono opposti alla concertazione di queste misure neoliberiste. Come Cub, per esempio, promuoviamo da anni la «MayDay», la manifestazione contro il precariato che ogni primo maggio fa sfilare decine di migliaia di giovani a Milano. Che strategia sindacale fra le varie sigle auspicate? Se vogliamo provare a invertire la tendenza neoliberista che da oltre quarant’anni sta producendo impoverimento dei salari, privatizzazione del welfare state e precarizzazione dei diritti vitali, dobbiamo provare a riaprire una vera dinamica conflittuale di classe nel nostro paese rilanciando la contrattazione collettiva intesa come strumento per acquisire diritti economici e normativi sempre più avanzati da parte dei lavoratori e delle lavoratrici. È innanzitutto necessario promuovere la costruzione e lo sviluppo di coordinamenti dei lavoratori della stessa azienda/filiera o settore e articolare proposte rivendicative avanzate, portando avanti lotte unitarie ricomponendo così ciò che i padroni hanno scomposto, superando i tentennamenti delle strutture sindacali. Diventa soprattutto urgente però rivendicare la ricostruzione di un sistema di rappresentanza reale nei luoghi di lavoro, consentendo ai lavoratori di eleggere quali rappresentanti sindacali e quali sindacati possono accedere alla contrattazione con le aziende, eliminando l’attuale monopolio garantito a Cgil- Cisl-Uil con i suoi vincoli determinati dai protocolli della «Concertazione sociale». Bisogna avere come orizzonte di medio periodo il dare reale attuazione all’articolo 36 della Costituzione, con l’introduzione del salario minimo e il ripristino della Scala mobile, e all’articolo 39, con una legge democratica sulla Rappresentanza sindacale per riportare la democrazia nei luoghi di lavoro, ridando di conseguenza efficacia anche alla contrattazione collettiva. *Simona Baldanzi ha lavorato per la Cgil di Prato e ora lavora in biblioteca. Il suo ultimo libro è Se tornano le rane (Alegre, 2022). L'articolo I Giochi pericolosi dello sfruttamento proviene da Jacobin Italia.
February 16, 2026
Jacobin Italia