Il capitale sottostante
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Assemblea nazionale dei centri sociali autogestiti a Torino del 17 gennaio 2026: un resoconto a caldo – di Angelo Zaccaria
Era dai primi anni '90 che non accadeva. Questo il primo dato. Erano allora gli
anni successivi allo sgombero del Leoncavallo nell’ Agosto 1989, anni di
fermento che culminarono nella assemblea nazionale dei CSA ad Officina 99 a
Napoli nel 1993. Il bilancio di questa assemblea quindi è nettamente positivo.
Anzitutto il fatto stesso [...]
La festa di Sankranti porta il Bangladesh a Ravenna
Per la prima volta la comunità bengalese di Ravenna celebra pubblicamente il
proprio Capodanno tradizionale. Un evento che segna la crescita e il radicamento
di una presenza silenziosa ma in costante aumento.
Via Capodistria, quartiere periferico di Ravenna. Sabato 17 gennaio la comunità
bengalese della città ha celebrato per la prima volta Sankranti, la tradizionale
festa invernale che in Bangladesh segna il passaggio del sole dalla
costellazione del Sagittario a quella del Capricorno, una sorta di Capodanno che
coincide con l’inizio della stagione del raccolto. La data ufficiale sarebbe il
14 gennaio, ma a Ravenna hanno scelto il sabato successivo: una scelta
pragmatica che dice molto sulla natura di questa comunità, profondamente
inserita nei ritmi lavorativi della città.
L’organizzazione è stata curata dall’associazione Dhaka, realtà attiva nel campo
della mediazione culturale e dei laboratori doposcuola per i ragazzi bengalesi.
Alla festa hanno partecipato il Comune di Ravenna e diverse associazioni
interculturali del territorio. Una rete di collaborazioni che dice molto sul
livello di integrazione raggiunto.
Una comunità in crescita silenziosa
I numeri raccontano una storia che spesso sfugge alla cronaca. Al 1° gennaio
2025, i cittadini bengalesi residenti in provincia di Ravenna erano 1.011, di
cui 530 nella sola città capoluogo. Nel 2020 erano 682 in tutta la provincia,
388 a Ravenna città. In cinque anni la comunità è cresciuta del 48%, una
crescita costante alimentata dai ricongiungimenti familiari e dall’arrivo di
giovani in cerca di opportunità lavorative.
La comunità bengalese rappresenta oggi il 2,1% degli stranieri residenti in
provincia. Non è la prima – quella posizione spetta ai rumeni, seguiti da
albanesi e nigeriani – ma è in espansione. Dopo Ravenna, le concentrazioni più
significative si trovano a Cervia (231 residenti), Faenza (72) e Lugo (46).
A livello regionale, l’Emilia-Romagna conta 14.288 bengalesi. Ravenna è in una
posizione intermedia rispetto ai grandi poli: Roma con oltre 32.000 residenti,
Milano con più di 10.000, Venezia con circa 8.000, Bologna con 5.000. Non è un
grande polo, ma nemmeno una presenza trascurabile.
Il lavoro prima di tutto
Che la festa sia stata spostata al sabato dice molto sulla natura di questa
comunità. I bengalesi di Ravenna lavorano e lavorano molto. Li troviamo nei
ristoranti, nei bar, nei minimarket aperti fino a tarda sera, nei servizi. Sono
quella presenza silenziosa ma costante che tiene in piedi pezzi importanti
dell’economia cittadina.
A livello nazionale, più della metà dei lavoratori bengalesi – il 58% – è
inserita nel settore del commercio e della ristorazione, contro il 24% degli
altri lavoratori non comunitari. Sono percentuali che si riflettono anche a
Ravenna: negozi gestiti da bengalesi, ristoranti con turni lunghi, bar aperti
quando tutto il resto è chiuso.
Celebrare Sankranti di mercoledì 14 gennaio sarebbe stato impossibile per molti
per impegni lavorativi. Il sabato offre almeno qualche ora di respiro, un
margine per ritrovarsi senza sacrificare il lavoro che consente di mandare
avanti le famiglie.
Secondo la Banca d’Italia, il Bangladesh è il primo Paese beneficiario delle
rimesse dall’Italia, ricevendo il 19,2% dei flussi in uscita. Una cifra enorme,
che mostra quanto sia forte il legame con il Paese d’origine e quanto sia
pesante la responsabilità di mantenere la famiglia qui e sostenere quella
rimasta là.
La scelta del sabato è anche una dichiarazione: siamo qui per lavorare, ci
guadagniamo da vivere con fatica, ma vogliamo anche celebrare chi siamo.
Vogliamo che i nostri figli sappiano che Sankranti esiste, che la nostra
identità non si esaurisce dietro il bancone del minimarket.
Il senso di una festa
Sankranti è una delle feste più antiche del subcontinente indiano. Celebrata il
14 gennaio, come già detto segna il momento in cui il sole lascia il Sagittario
ed entra nel Capricorno. È una festa legata ai cicli della natura, al raccolto,
alla fertilità della terra. In Bangladesh assume il nome di Poush Sankranti o
Sakrain.
È una festa dedicata a Surya, signore dell’energia e della luce. Le famiglie si
riuniscono, preparano dolci tradizionali, fanno volare aquiloni colorati, si
scambiano doni e benedizioni. Per una comunità migrante, celebrarla significa
mantenere vivo il legame con la terra d’origine, trasmettere alle nuove
generazioni il senso di appartenenza a una cultura millenaria.
Che questa festa sia stata celebrata per la prima volta pubblicamente a Ravenna
ha un significato preciso: la comunità bengalese ha deciso di uscire
dall’invisibilità. Non è più una presenza silenziosa, confinata nei luoghi di
lavoro. È una comunità che rivendica il diritto di celebrare pubblicamente le
proprie tradizioni, che vuole contribuire alla vita culturale della città.
L’associazione Dhaka: mediazione e futuro
L’associazione Dhaka rappresenta uno di quei nodi essenziali che tengono insieme
una comunità migrante. La mediazione culturale è il primo campo d’azione:
aiutare i connazionali a orientarsi nella burocrazia italiana, nelle scuole, nei
servizi sanitari, nel mercato del lavoro.
I laboratori doposcuola sono l’altra attività fondamentale. I ragazzi di seconda
generazione, nati in Italia o arrivati da piccoli, vivono in una condizione di
bilinguismo e biculturalismo. Il doposcuola è lo spazio dove possono rafforzare
la lingua italiana, ma anche mantenere vivo il bengalese, imparare a leggere e
scrivere nella lingua dei genitori, conoscere la storia e la cultura del
Bangladesh.
La comunità bengalese in Italia è caratterizzata da una forte prevalenza
maschile – circa il 70% – e da un’età media molto giovane, attorno ai 30 anni.
Sono uomini che arrivano per lavorare, poi arrivano le mogli e i figli
attraverso i ricongiungimenti familiari. I bambini crescono tra due culture,
parlano italiano a scuola e bengalese a casa.
L’associazione Dhaka lavora su questo tessuto fragile e vitale, cercando di
creare spazi di incontro, di supporto, di elaborazione collettiva. La festa di
Sankranti è il momento in cui tutto questo diventa visibile, in cui la comunità
si mostra alla città.
Il Bangladesh e Ravenna: non solo migranti
Il Bangladesh a Ravenna non è solo immigrazione. Esiste anche una dimensione
commerciale. Nel 2021 il Terminal Container Ravenna ha inaugurato una linea
navale diretta con Chattogram, il principale porto del Bangladesh. È l’unica
linea diretta in Italia, un collegamento strategico che colloca Ravenna come
gateway privilegiato per gli scambi tra il Bangladesh e l’Europa.
La scelta di Ravenna non è casuale: il porto ha una posizione baricentrica per
le aziende del nord Italia, un efficiente sistema di retroporto e ottimi
collegamenti ferroviari verso Germania, Svizzera, Austria e Benelux. La linea
diretta riduce i tempi di transito a 18-20 giorni, circa la metà rispetto alle
rotte tradizionali. Un vantaggio enorme per le industrie del tessile e
dell’abbigliamento, settori nei quali il Bangladesh è tra i principali
produttori mondiali.
Questa connessione commerciale non ha un rapporto diretto con la crescita della
comunità bengalese residente – le dinamiche migratorie rispondono ad altre
logiche – ma crea un contesto in cui il Bangladesh è presente a Ravenna non solo
attraverso le persone, ma anche attraverso le merci e gli scambi economici. È
una presenza multidimensionale.
Una festa che parla al futuro
La festa di Sankranti a Ravenna è un evento piccolo: poche centinaia di persone
riunite in via Capodistria in un sabato pomeriggio per celebrare una ricorrenza
che la maggior parte dei ravennati ignora, ma è un evento denso di futuro. Dice
che una comunità esiste, cresce, si radica. Dice che Ravenna è una città sempre
più plurale. Dice che l’integrazione non è cancellazione, ma capacità di
mantenere vive le proprie tradizioni mentre si costruisce una vita nuova.
E dice anche che questa integrazione si costruisce nei margini, negli spazi
ritagliati tra un turno e l’altro, nel sabato scelto al posto del mercoledì
perché quel giorno si lavora. È un’integrazione laboriosa, nel senso più
letterale del termine.
La presenza del Comune, della Casa delle Culture e delle associazioni mostra che
esiste uno spazio pubblico dove questa pluralità può esprimersi. Non è scontato.
È il frutto di un lavoro paziente, di mediazioni, di costruzione di fiducia
reciproca.
I 1.011 bengalesi di Ravenna sono mille persone che vivono, lavorano, crescono
figli, pagano tasse, frequentano scuole, aprono negozi, pregano nelle moschee,
celebrano le loro feste. Sono parte del tessuto sociale della città, anche
quando restano invisibili. La festa di Sankranti è un modo per dire: guardate,
siamo qui. E il fatto che la città abbia risposto, partecipando, sostenendo,
riconoscendo, è forse il segnale più importante di tutti.
Tahar Lamri
Come confondere la marxiana astrazione concreta con l’idealtipo weberiano
L’articolo di Zichen e Haijun pubblicato da “Contropiano” ( Il Proletariato
digitale, ndr) affronta in modo ingenuo – mi permetto di definirlo tale
soprattutto perché accampa infondate pretese di novità – un interrogativo
teorico complesso e controverso sul quale, in campo marxista, si discute da
decenni, vale a dire: in […]
L'articolo Come confondere la marxiana astrazione concreta con l’idealtipo
weberiano su Contropiano.
La corsa agli armamenti sul posto di lavoro – di Shane Boyle
Recensione di Shane Boyle al libro di Craig Gent, Cyberboss: The Rise of
Algorithmic Management and the New Struggle for Control at Work, Verso, 2024,
pubblicata il 23 dicembre 2025 su Protean Magazine. Traduzione dall'inglese di
Emiliana Armano * * * * * Lo scorso giugno del 2024, Wells Fargo ha licenziato
una dozzina di [...]
Ex Ilva di Taranto. E’ ancora un operaio a morire durante il lavoro
Un operaio in servizio all’acciaieria 2 dello stabilimento ex Ilva di Taranto, è
morto oggi dopo essere precipitato dal quinto al quarto piano dell’impianto.
L’operaio, Claudio Salamida, 46 anni, di Putignano (Bari), che lascia la moglie
e un figlio piccolo, era impegnato nelle attività di controllo delle valvole al
convertitore […]
L'articolo Ex Ilva di Taranto. E’ ancora un operaio a morire durante il lavoro
su Contropiano.
Pane Quotidiano
(disegno di mina de sanctis)
Insegno nei corsi per disoccupati iscritti ai programmi Gol (Garanzia di
occupabilità dei lavoratori). In queste settimane per andare fuori Milano
utilizzo diversi mezzi pubblici, sempre senza biglietto. Lavoro per quindici
euro lordi l’ora con partita Iva senza rimborso spese di viaggio. L’ente di
formazione che vince la gara d’appalto riceve finanziamenti per erogare i corsi
e affida a me l’incarico senza assunzione, quindi senza nessuna tutela. Se pago
i biglietti non rientro nelle spese.
Oggi è lunedì per tutti. Ieri era la domenica del referendum sul lavoro (meno
licenziamenti, più diritti in regime di subappalto, più sicurezza, meno
precariato, ecc.). Solo una persona su quindici è andata a votare, le altre
abbassano gli occhi. I corsi Gol sono stati istituiti dalla riforma del Reddito
di cittadinanza voluta dal governo Meloni. La parola “garanzia” contenuta
nell’acronimo ha un che di spiccatamente propagandistico. Una corsista di Milano
un giorno raccontava di andare da Pane Quotidiano (un’organizzazione laica e
apolitica che distribuisce generi alimentari di prima necessità a chi ne ha
bisogno). In questi giorni ho scoperto dove si trova: tutte le mattine alle
sette ci passo davanti in bici prima di prendere il treno, ho notato la fila e
ho capito che era Pane Quotidiano. Penso che potrei fermarmi lì al posto di
andare a lavorare. A conti fatti mi converrebbe, sarebbe la stessa cosa, al
posto di andare a lavorare per pochi euro potrei andare a prendere da mangiare
lì.
È martedì e invece di passare da viale Monza, prendo un’altra strada che mi
suggerisce Google Maps: il percorso passa in mezzo al verde e decido di seguire
quella strada per inebriarmi del profumo dei tigli di inizio estate. Inizia
un’avventura tra strade chiuse, parchi in mezzo a costruzioni in corso e palazzi
nuovi. All’inizio è tutto di un verde Lombardia (non quello istituzionale ma
quello naturalistico di maggio-giugno: verde ossido di cromo con un po’ di ocra
gialla dentro), poi passo da via Verona e penso al verde veronese e alla sua
dimensione più trascendente. Mi fermo due secondi a guardare Maps (non ho gli
airpods), poi incrocio gatti neri, corvi, uccelli non identificati, laghetti, un
bacino d’acqua con canne intorno. Gli operai sono già nei cantieri dei nuovi
palazzi, attraversa la stradina sterrata un leprotto prima di arrivare in via
“Carlo” Marx. In via Carlo Marx c’è finalmente una ciclabile e vado dritto per
un po’. Poi incrocio via Edison e, mentre penso che la lepre sia stata
un’allucinazione, vedo delle indicazioni per una generica “archeologia
industriale” e giro per via Acciaierie. Corro ancora, e finalmente attraverso
l’ultimo tratto verso il parcheggio della stazione. Faccio la mia gloriosa curva
finale salutando il parcheggiatore a grandi sbracciate. Mi sono messa
d’accordo con lui per lasciare la bici nel parcheggio delle auto in cambio di un
dolce tipico della provincia di Como. Non riuscirei ad affrontare economicamente
e psicologicamente un furto in questo momento.
Nel pomeriggio rientro a Milano, passo dal supermercato e inizio a sentirmi già
a rischio crollo nervoso. Immagino il titolo: “Docente di corsi per disoccupati,
sottopagata da ente di formazione finanziato da Città Metropolitana di Milano ha
una crisi di nervi mentre non riesce a pagare la spesa al supermercato perché
non le funziona il bancomat”.
Nei giorni dopo, il giro da via Carlo Marx è troppo faticoso e quindi seguo
tutte le mattine da viale Monza e tutte le mattine vedo la fila davanti Pane
Quotidiano e tutte le mattine sono tentata dal lasciare tutto e fermarmi lì.
Faccio i conti mentre pedalo e sono certa che sarebbe la stessa cosa ma vado
avanti.
Che senso ha continuare ad andarci?
Arrivo correndo al primo binario e il treno è stato cancellato, vedo da lontano
gente in cerchio davanti al tabellone. In cerchio si creano commenti e affinità
ma soprattutto si fanno foto al tabellone. È difficile fotografarlo, infatti non
è un tabellone normale ma piuttosto un televisore panciuto che ha una frequenza
di pixel diversa dalle fotocamere. Contrariamente all’evidenza della
cancellazione, queste foto appaiono poi nei telefoni confuse e indefinite.
Immagino una mostra con tutte queste foto con mezzi schermi, righe e diagonali.
Titolo della mostra: “CANC”.
Le fotografie in cui i telefoni riescono a sintonizzarsi sulla frequenza del
televisore panciuto giungono poi al datore di lavoro per giustificare il
ritardo. Penso alle email o gruppi whatsapp pieni di queste foto. Io non ho un
datore di lavoro ma devo giustificarmi lo stesso, anche per rispetto dei
disoccupati che mi aspettano. Sarà forse che continuo ad andare a lavorare per
arrivare sbracciando nel salutare sorridente il parcheggiatore da lontano?
Magari per immaginare mostre con stampe fotografiche sfavillanti? Vado forse a
lavorare per dare un senso alle mie giornate altrimenti poi mi deprimo? In un
podcast dicevano che Sylvia Plath usasse imbellire la realtà, sono forse sulla
sua strada?
Ma peggio della strada di Sylvia ci sarebbe il mio amico (uno che cita Marx a
destra e a sinistra) che mi definisce campagnola per i miei baratti o mondina
perché mi piace fotografare le risaie del pavese dal treno all’alba con la luce
che filtra nella nebbia bassa – mentre vado in un’altra città per un altro
lavoro. Di questa attitudine derubricata dal mio amico farebbe parte anche
l’autista della corriera (terzo mezzo pubblico che prendo per arrivare a questo
lavoro) che urla «forza Tarantoooo» mentre percorriamo le curve della Brianza
collinare (i boschi fuori dal finestrino si incurvano e distendono e io sono
felice).
Abbellimenti a parte, il treno è stato cancellato e il prossimo arriva tra
mezz’ora. È estate, fa già caldo alle otto di mattina, mi metto all’ombra sotto
degli alberi a lato dei binari. C’è odore di escrementi umani ma mi fermo per
ascoltare un tipo sguaiato che insulta la sua partner o collega/partner
dicendole «tuo padre non ti mantiene come ti mantengo io! Tu in casa mia mangi!
Con tuo padre frigorifero vuoto, ricordalo! La tua famiglia sono zingari!».
Iniziano i lavori stradali e non sento bene.
L’odore di escrementi si fa più forte.
A UN UOMO.
IOO LO SONO!
GRAZIE A CHI MANGI?
MANGI GRAZIE A ME.
BASTA.
TI TAGLIO IL CULO
Qui sto per intervenire.
TORNA A FARE LA FAME.
TUO PADRE NON TI VUOLE IN CASA.
Lei risponde: «Non capisco».
Lui dice: «Sei libera ora, torna a fare la fame».
Lo ripete tipo ritornello.
GRAZIE A ME, RICORDATELOOO.
L’olezzo è troppo forte e lascio la storia d’istinto, salgo su un treno solo per
scendere alla stazione successiva e aspettare il mio treno in una stazione più
bella.
Il primo lavoro che ho fatto è stato a quattordici anni. Papà mi mandò a
lavorare in campagna con il caporale e l’autobus, tutto questo lo fece con
benevolenza per farmi andare in pensione a un’età dignitosa. Papà non poteva
sapere dello sfascio successivo del mondo del lavoro. Mi svegliavo alle tre e
mezza del mattino, andavo in motorino con la mia amica fino al paese e lì
prendevamo questo autobus che ci lasciava in una stradina in mezzo a immensi
vigneti. Eravamo tutte donne e lui, il capo, passando urlava quasi simpatico:
«Allegr à li meeen!». Mi chiedevo cosa significasse questa “allegria delle
mani”. Compresi che era un incitamento a essere rapide e concentrarci sulle mani
più che chiacchierare. Mi chiedevo perché fossimo tutte donne e sentii dire da
mia nonna che le donne erano adatte a quel mestiere perché hanno le mani sottili
e riuscivano a infilarsi meglio nei grappoli d’uva e togliere gli acini piccoli.
Chiesi a mia nonna perché si tolgono gli acini piccoli e mi disse che «vanno
tolti quelli piccoli per far crescere meglio i più grandi».
L’estate dopo invece lavorai solo pochi giorni e dovetti tornare presto in città
perché non stavo bene. Mi era già iniziato un certo malessere e papà passò dai
calcoli pensionistici a calcolare le spese di una più cara psicoterapia
d’urgenza.
Dopo qualche giorno incrocio di nuovo i due, questa volta muti, lui è vestito da
agente immobiliare, va avanti spedito, lei lo segue di corsa. Non ho il coraggio
di guardarla perché non sono intervenuta e mi sento in colpa.
Non li ho più incontrati, le settimane di lavoro fuori Milano stanno finendo,
vado ancora a lavorare e non mi sono fermata da Pane Quotidiano. Penso che
quando finirò mi mancherà il parcheggiatore, arrivare e salutare a grandi
sbracciate; scampanellare su viale Monza, prendere il fresco degli alberi su via
Carlo Marx, l’autista che urla forza Taranto. Penso che sono andata a lavorare
perché ho preferito passare in mezzo ai laghetti incrociando lepri e poi sbucare
in via Carlo Marx con un ruolo.
Non mi mancheranno invece i disoccupati che mi odiano e che mi vedono come la
parte di società privilegiata, il contraltare colpevole della loro
disoccupazione. Non sanno che io tutte le mattine penso che forse sarebbe meglio
non andare fino lì, che sarebbe meglio non lavorare, che alla fine non conviene,
che vorrei fermarmi alla distribuzione di cibo per i poveri (chiamiamo le cose
con il loro nome). Non posso dirlo perché non mi ascolterebbero neanche più e la
mia vita sarebbe ancora più difficile.
Finisco l’incarico, sono stanca e ho bisogno di riposare. Vorrei andare da Pane
Quotidiano a prendere una spesa per completare il mio reportage ma non ho
neanche la forza mentale per farlo. A settembre, dopo un’estate passata senza
percepire la disoccupazione (NASpI) il lavoro di docenza mi viene riproposto a
dieci euro l’ora lorde con partita Iva. Non accetto. (mina de sanctis)
Rapporto Coop: per gli italiani il 2026 si apre all’insegna delle parole “preoccupazione” e “insicurezza”
Molta disillusione e poco entusiasmo accompagnano gli italiani in questo inizio
d’anno, a diretto contatto con un mondo ostile dove i conflitti bellici, le
diseguaglianze sociali, il cambiamento climatico sono moneta corrente e
influenzano pesantemente l’economia (tornano di moda i beni rifugio e gli
investimenti più remunerativi sono materie prime e terre rare, azioni delle
aziende della difesa e l’oro). La preoccupazione, la prima parola scelta dagli
italiani per definire l’anno che verrà (37% del campione), viaggia di pari passo
con l’insicurezza (23%) anche se, sul finire d’anno, non manca la voglia di
resistere con uno su 4 che si attacca comunque tenacemente all’ottimismo (25%),
e alcuni chiamano in causa persino la curiosità e la fiducia (24%). Sono alcuni
dei dati delle anticipazioni del Rapporto Coop 2025, la cui versione definitiva
sarà disponibile entro la fine di gennaio. Le previsioni 2026 sono frutto di due
indagini on-line (metodologia Cawi) condotte nel mese di dicembre 2025
dall’Ufficio studi Coop e i suoi partner. La prima, “Wish List 2026”, è stata
realizzata in partnership con Nomisma su un campione di 1.000 individui
rappresentativo della popolazione italiana di 18-65 anni ed ha visto la
collaborazione con A21 Consulting di Mirko Veratti. La seconda, “Unwrapping
2026”, rivolta alla community del Rapporto Coop, ha visto la partecipazione di
714 opinion leader italiani (titolari e manager di aziende, rappresentanti di
istituzioni pubbliche, analisti di primarie società di consulenza)
Le preoccupazioni degli italiani attengono soprattutto: al mercato del lavoro
del territorio in cui si vive (lo vede nero il 43%, solo l’11% associa
positività), al fattore sicurezza (47% negativo a fronte di un 8% positivo),
all’accesso ai servizi sanitari (il 48% versus 9%), allo stato dell’economia
italiana (percezione negativa al 42% contro il 21% positiva), alle criticità
generate dai cambiamenti climatici (percezione negativa al 50% contro il 20%
positiva). Dalle anticipazioni del Rapporto Coop 2026 emerge come la casa
continui ad essere il luogo del cibo. Stabile la crescita dell’home cooking (7
italiani su 10 non prevedono cambiamenti nella spesa alimentare per il consumo
domestico, mentre il 20% ipotizza un aumento) e perfino il delivery torna a
crescere, trascinato dalla voglia di rimanere in casa. Innovazione e più tempo
tra i fornelli sono le parole chiave della tavola 2026 degli italiani, fatta di
alimenti salutari, semplici, autentici. Chi prevede di acquistare più cibi senza
conservanti e additivi, infatti, nel 2026 supera di 21 punti percentuali chi
pensa di diminuirli (+14 nel 2024); la stessa differenza è di 18 punti
percentuali per i cibi senza / a ridotto contenuto di zuccheri (+13 nel 2024) e
di 15 per i cibi senza / a ridotto contenuto di grassi (+12 nel 2024).
Nelle intenzioni degli italiani, verdura, frutta e pesce sono in aumento (chi
prevede di acquistarne di più supera, rispettivamente, di 23, 21 e 9 punti
percentuali chi pensa di ridurli), in netto contrasto con le previsioni di spesa
per l’acquisto di carni rosse (-21) e salumi (-28). Esce radicalizzato il mantra
degli italiani degli ultimi anni che puntano al benessere a tavola associato al
principio della prevenzione come comportamento oramai acquisito. Nel carrello la
qualità trova il suo posto a fianco della convenienza e in questo senso si può
leggere sia l’ulteriore espansione dei prodotti venduti sotto il marchio di un
supermercato e non di un produttore esterno (MDD), che oramai hanno conquistato
gli italiani (l’81% dei manager food & beverage prevede un aumento della spesa
delle famiglie per alimenti e altri beni del largo consumo confezionato a Marca
del Distributore) sia il rallentamento della crescita dei discount.
Nel Largo Consumo pensando all’anno che verrà l’umore è, invece, più grigio che
nero: il 12% dei manager food & beverage intervistati intravede un
miglioramento, il 66% prevede stabilità, il 22% un peggioramento. Anche se le
intenzioni di acquisto alimentare sono moderatamente positive se crescita sarà,
sarà comunque di piccolo cabotaggio (+0,9% a valore nel 2026 rispetto al 2025) e
più che compensata dall’aumento dei prezzi, tanto da tradursi in un calo dei
volumi (-0,4%). Le speranze di migliori performance del segmento Largo Consumo
Confezionato sono affidate prioritariamente all’innovazione tecnologica e a
crederci di più sono i manager del retail (vendita al dettaglio): il saldo tra
chi prevede un miglioramento e chi teme un peggioramento sul fronte
dell’innovazione tecnologica è di +64 punti percentuali contro i +55 rilevati
nell’industria alimentare. La sostenibilità ambientale resta un compromesso
praticabile: il 34% dei manager food & beverage prevede un aumento
dell’attenzione delle imprese di settore per questo aspetto, contro un 16% di
scettici che prevede un minor impegno su questo fronte (saldo +18). Tra gli
aspetti più critici per i manager della filiera alimentare, invece, troviamo le
voci che riguardano i livelli occupazionali (saldo tra miglioramento e
peggioramento di -13 punti percentuali) e, soprattutto, il costo del lavoro
(-27), quello di materie prime e merci (-30, ma si arriva a -47 tra i manager
del retail) ed i margini / redditività (-30). Per vincere in un mercato food che
resta molto competitivo, per le imprese del Largo Consumo le priorità su cui
scommettere sono il “capitale umano” (indicato dal 49% dei manager di settore,
ma si arriva al 57% nel retail), davanti a innovazione tecnologica 47% e
ottimizzazione dei processi 43%.
Qui per approfondire le previsioni Coop 2026:
https://italiani.coop/download/rapporto-coop-2025-we-tavole/?wpdmdl=24353&refresh=695b8ef1739451767608049
Giovanni Caprio
Il capitale sottostante
Il numero 68 di Zapruder si interessa alla miniera e alle comunità che intorno a
questa sorgono. Il contesto sociale "minerario" diventa uno dei punti di
ingresso all'analisi della rivoluzione industriale, ma anche delle geografie di
estrazione del ventunesimo secolo.
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