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L’Aventino dei migranti?
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Giovanni Izzo -------------------------------------------------------------------------------- Nel romanzo La grève des bàttu (Lo sciopero dei mendicanti), la scrittrice senegalese Aminata Sow Fall racconta una storia tanto divertente quanto rivelatrice di una verità scomoda. Le autorità di una città africana, che ricorda Dakar, decidono di liberare le strade dai mendicanti, considerati una vergogna per l’immagine moderna del paese. I mendicanti vengono allontanati e umiliati. Ma accade l’imprevisto: essi decidono di non tornare più in città. Ben presto i notabili, i funzionari e i ricchi scoprono che l’assenza dei mendicanti crea un problema sociale e religioso: non hanno più nessuno a cui fare l’elemosina, nessuno da cui ricevere quelle preghiere e quelle benedizioni che ritenevano necessarie alla loro fortuna, secondo quanto suggerito loro dai marabutti. Coloro che sembravano inutili si rivelano improvvisamente indispensabili. E qui il romanzo assume toni farseschi: coloro che li consideravano un ingombro e li avevano cacciati, li vanno disperatamente a cercare. Il vero capolavoro di Aminata Sow Fall sta nel rovesciamento dei rapporti di dipendenza. A prima vista, sono i mendicanti a dipendere dai ricchi. Lo sciopero dimostra invece che la dipendenza è reciproca. Anche i ricchi hanno bisogno dei mendicanti. Non se ne accorgono finché questi sono presenti; lo scoprono soltanto quando scompaiono. È una lezione che va ben oltre il Senegal degli anni Settanta. Leggendo questo romanzo oggi in Italia, viene spontaneo pensare ai migranti. Da anni una parte del dibattito pubblico li descrive come un peso, un problema o una minaccia. Si parla perfino sempre più spesso di “remigrazione”. Eppure chi raccoglie la frutta e la verdura? Chi assiste molti anziani nelle nostre case? Chi lavora nei magazzini della logistica, nei cantieri, nelle cucine dei ristoranti, nelle pulizie e nei servizi che rendono possibile la vita quotidiana? In larga misura, proprio quei migranti che alcuni vorrebbero allontanare. Anche qui esiste un rapporto di dipendenza reciproca. Si pensa spesso che i migranti abbiano bisogno dell’Italia per lavorare e vivere. Ed è certamente vero. Ma è altrettanto vero che l’Italia ha bisogno di loro. Molte famiglie, molte imprese e interi settori dell’economia si reggono sul loro lavoro quotidiano. Per questo viene da immaginare, con un sorriso ma non senza una punta di serietà, uno “sciopero dei migranti”: una sorta di Aventino moderno. Non una protesta rumorosa, ma una semplice assenza: per qualche giorno niente raccolti nei campi, niente assistenza a molti anziani, meno facchini nei magazzini, meno lavoratori nei servizi, niente pizze a casa… Forse allora una parte dell’opinione pubblica scoprirebbe ciò che i personaggi di Aminata Sow Fall imparano a proprie spese. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FRANCESCO PIOBBICHI: > E se ci provassimo per davvero a cambiare le cose? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’Aventino dei migranti? proviene da Comune-info.
June 9, 2026
Comune-info
Nessuno comanda nessuno, ma Deliveroo sì
A marzo 2026 la Procura di Milano ha disposto il commissariamento del ramo italiano di Deliveroo per caporalato. Ventimila rider in tutto il paese, tremila solo a Milano. L’algoritmo assegna gli ordini, gestisce i rating, attiva e disattiva gli account. Nessun caporale in carne e ossa: solo un sistema che funziona esattamente come progettato. La risposta dei lavoratori è arrivata pochi giorni prima: il 14 marzo 2026, migliaia di rider sono scesi in piazza in oltre 30 città italiane, con lo slogan «Si lavora per vivere, non per sopravvivere». La mobilitazione, organizzata da Nidil Cgil, chiedeva l’applicazione del CCNL Merci e Logistica: ferie, malattia, infortuni, tredicesima. A Bologna, la Cgil aveva già aperto a marzo 2025 “Casa Rider”, uno spazio di supporto e organizzazione in collaborazione con Arci e Caritas. Il movimento esiste, si organizza, ottiene risultati parziali. Ma la domanda che questo articolo pone è più radicale: anche se tutte quelle battaglie contrattuali vincessero, il problema di fondo sarebbe risolto? La risposta è no. E per capire perché bisogna capire cos’è davvero il comando. IL COMANDO NON HA BISOGNO DI UN PADRONE Siamo abituati a pensare il comando come qualcosa che qualcuno esercita su qualcun altro. Il capo che ordina. Il poliziotto che minaccia. Il proprietario che sfratta. Il dominio, in questa versione, richiede un agente: qualcuno che vuole, decide, impone. > Deliveroo non funziona così. L’algoritmo non vuole nulla. Non ti odia. Non ti > sfrutta per piacere. Applica criteri pubblici, trasparenti, identici per > tutti: tasso di accettazione degli ordini, puntualità, valutazioni dei > clienti. Se scendi sotto la soglia, vieni deattivato. Nessuna discrezionalità. > Nessun arbitrio. Nessun padrone. Eppure il commissariamento è arrivato. Perché la struttura del rapporto — indipendentemente dalla buona o cattiva volontà di chiunque — produce sfruttamento. Come? Il comando strutturale esiste quando un’istituzione pone una persona nella posizione di determinare se un’altra conserva accesso alle condizioni di sopravvivenza. Non serve che qualcuno emetta ordini. Serve solo che rifiutare i termini significhi perdere ciò di cui hai bisogno per continuare a esistere. TRE CONDIZIONI, UNA STRUTTURA Per diagnosticare il comando strutturale bastano tre domande. Prima: il rider dipende dalla piattaforma per accedere a un reddito senza il quale non può sopravvivere? Sì. Come documenta il Dossier Rider 2025 di Nidil Cgil, basato su circa 500 questionari in quattro lingue, la maggior parte dei rider lavora sei o sette giorni a settimana, otto-dieci ore al giorno. Non è un lavoretto. È l’unica fonte di reddito — e per il 91,7% dei casi si tratta di uomini giovani, in larga parte migranti, senza alternative nel mercato del lavoro regolare. Seconda: la piattaforma si appropria di valore da questa dipendenza — valore che estrae precisamente perché il rider non può rifiutare credibilmente? Sì. Deliveroo trattiene dal 20% al 30% su ogni ordine. Il rider sopporta tutti i rischi — meteo, traffico, infortuni, assenza di tutele — mentre la piattaforma incassa la commissione. La commissione è estraibile perché chi la paga non ha alternative. Terza: il rischio di perdere tutto — reddito, accesso alla piattaforma, la possibilità stessa di lavorare — è asimmetricamente concentrato sul rider e funziona come meccanismo strutturale di compliance? Sì. Secondo i dati della Procura di Milano, il 73% dei rider monitorati guadagnava meno della soglia di povertà — con uno scarto medio di oltre 7.000 euro annui dal minimo necessario. La deattivazione dell’account è il licenziamento senza preavviso, senza appello, senza indennità. Il rider non può imporre costi equivalenti alla piattaforma. TRE CONDIZIONI, TUTTE SODDISFATTE. COMANDO STRUTTURALE Perché le riforme contrattuali non bastano La risposta istituzionale si è concentrata sul contratto: riconoscere la subordinazione, applicare il CCNL Logistica, garantire ferie e malattia. Il Tribunale di Milano lo ha stabilito nel 2023. La direttiva europea 2024/283 va nella stessa direzione. Nidil Cgil lo chiede da anni, con dati e vertenze. Queste battaglie sono giuste e necessarie. Ma non toccano la radice del problema. Un rider con contratto subordinato, ferie pagate e malattia garantita è ancora in una relazione di comando strutturale se non può rifiutare i termini del rapporto senza perdere il reddito da cui dipende la sua sopravvivenza. Hai migliorato le condizioni della resa. Non hai eliminato la struttura che la rende necessaria. Glovo lo ha dimostrato a modo suo: dal maggio 2025 ha introdotto il free-login, eliminando la prenotazione dei turni. Più rider connessi contemporaneamente, meno consegne per ciascuno, meno guadagno. Più «libertà», più comando. L’innovazione contrattuale viene costantemente aggirata quando la struttura di potere sottostante resta intatta. IL RIFIUTO SOPRAVVIVIBILE La domanda che il movimento dovrebbe porre non è solo «quanto pagate i rider?» ma «il rider può rifiutare senza essere distrutto?» Il rifiuto sopravvivibile non significa rifiuto comodo. Uscire da un rapporto di lavoro ha sempre costi. Non si tratta di eliminarli. Si tratta di garantire che non superino la soglia oltre la quale la persona non è più in grado di ricostruirsi: di cercare alternative, di deliberare, di agire come qualcuno che sceglie invece che come qualcuno che sopravvive. Quando quasi tre quarti dei rider monitorati guadagnano meno della soglia di povertà, il rifiuto non è sopravvivibile. Non perché Deliveroo sia particolarmente crudele, ma perché il mercato del lavoro italiano nel 2026 non offre alternative reali a chi è già ai margini. Questo è il punto che le battaglie contrattuali, da sole, non possono raggiungere. Il contratto regola i termini del rapporto. Il rifiuto sopravvivibile richiede le condizioni materiali esterne al rapporto: un reddito di base incondizionato, una rete di sicurezza che non si smonta appena smetti di «collaborare». Non per rendere i lavoratori capricciosi. Per rendere la loro partecipazione al mercato genuinamente volontaria. L’ALGORITMO COME FORMA DI DOMINIO SENZA DOMINATORI C’è qualcosa di politicamente rilevante nel fatto che Deliveroo sia stata commissariata per caporalato senza che ci sia un caporale identificabile. I manager non odiano i rider. I clienti non stanno consapevolmente partecipando a uno schema di sfruttamento. L’algoritmo non ha intenzioni. > Questo è esattamente ciò che rende il comando strutturale più difficile da > combattere del comando personale. Quando c’è un padrone, puoi organizzarti > contro il padrone. Quando c’è una struttura, devi organizzarti contro la > struttura — e la struttura non si vede, non si incontra in assemblea, non > firma contratti. Il commissariamento di Deliveroo è una vittoria legale. Ma la struttura sopravviverà al commissariamento, come ha sopravvissuto alle sentenze, alle direttive europee, ai codici etici. Perché la struttura non è nei contratti. È nella posizione relativa di chi può permettersi di aspettare e di chi non può. COSA SIGNIFICA LOTTARE CONTRO IL COMANDO STRUTTURALE Per i rider questo significa tre cose concrete che si possono portare avanti insieme: continuare le battaglie contrattuali per il riconoscimento della subordinazione — Nidil Cgil e i collettivi rider stanno facendo un lavoro essenziale; costruire potere collettivo capace di rendere la deattivazione individuale non-sopravvivibile per le piattaforme (reti mutualistiche, casse di resistenza, coordinamenti tra lavoratori come quelli che si stanno sviluppando a Bologna e in altre città); e spingere per le condizioni materiali esterne al rapporto di lavoro — reddito incondizionato, welfare universale — che rendono il rifiuto un’opzione reale. Le prime due sono battaglie di movimento. La terza è una battaglia di sistema. Tutte e tre sono necessarie, perché il comando strutturale si riproduce finché non vengono eliminate le condizioni che lo rendono possibile — non solo i suoi effetti più visibili. Deliveroo può essere commissariata. La struttura che l’ha resa possibile è ancora lì, e produce già il prossimo Deliveroo. Tommaso Biagi è ricercatore indipendente in filosofia morale e politica analitica. Lavora sul framework dell’Anarchismo del Limite, che sviluppa i concetti di Non-Comando, Comando Strutturale ed Equifelicità. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Nessuno comanda nessuno, ma Deliveroo sì proviene da DINAMOpress.
June 9, 2026
DINAMOpress
Tassazione delle grandi fortune: non “patrimoniale”, solo buon senso – di Andrea Fumagalli
La raccolta delle firme a favore di una proposta di legge di iniziativa popolare dal titolo “Imposta sui grandi patrimoni” (che avevamo già presentato qui lo scorso 10 maggio) si fonda sui principi costituzionali di capacità contributiva (art. 53, primo comma, Costituzione); progressività del sistema tributario (art. 53, secondo comma, Costituzione); eguaglianza sostanziale (art. [...]
June 8, 2026
Effimera
Mobilitazione dell'Immagine Ritrovata
Corrispondenza sul presidio/assemblea pubblica dei  lavoratrici e i lavoratori de L’Immagine Ritrovata Le lavoratrici e i lavoratori de L’Immagine Ritrovata sono personale altamente qualificato che dal 1992, sotto l'impulso della Fondazione Cineteca di Bologna, si occupa di Restauro Cinematografico e Fotografico. Personale che da anni attende la sigla di un accordo per avere il Premio di Risultato (già ottenuto l’anno scorso dalle loro colleghe e colleghi di Fondazione Cineteca di Bologna e Modernissimo s.r.l.), che attendono un riscontro da marzo su tematiche in discussione come i livelli inquadramentali, il testo che regolamenta le trasferte, la possibilità di inserire l’indennità di pasto e altre. Purtroppo la direzione ha deciso di non dare più riscontri su nessuno dei temi al tavolo e di non convocare più il tavolo dal mese di febbraio in poi, malgrado l’invio di un comunicato sindacale il 30 aprile che segnalava l’importanza della contrattazione territoriale prevista dal CCNL applicato che potesse individuare strumenti sempre migliorativi delle condizioni lavorative.
June 8, 2026
Radio Onda Rossa
Sostegno a scuola, il CNDDU chiede una svolta: “Basta precarietà, serve una programmazione stabile”
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) interviene nel dibattito sull’inclusione scolastica e l’aumento degli alunni con disabilità, chiedendo di superare definitivamente la logica emergenziale che caratterizza il settore. Nella nota firmata dal presidente Romano Pesavento, il Coordinamento denuncia in particolare il continuo turnover degli insegnanti di sostegno, indicato come una delle principali criticità per la continuità didattica e relazionale degli studenti, e sollecita una programmazione stabile unita a investimenti strutturali. Di seguito si pubblica il testo integrale del comunicato stampa. --------------------------------------------------------------------------------   Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani segue con particolare attenzione il crescente dibattito relativo all’aumento degli alunni con disabilità nelle scuole italiane e alle criticità che interessano il sistema del sostegno. Le recenti analisi statistiche e le numerose testimonianze provenienti dalle istituzioni scolastiche restituiscono l’immagine di una realtà complessa, che merita di essere affrontata con rigore, responsabilità e lungimiranza, evitando semplificazioni che rischiano di distorcere la comprensione del fenomeno. L’incremento delle certificazioni e la crescente richiesta di interventi di supporto educativo non possono essere interpretati esclusivamente come indicatori di un’emergenza organizzativa. Essi rappresentano, in parte, il risultato di una maggiore capacità della società e delle istituzioni di riconoscere bisogni che in passato rimanevano sommersi, non adeguatamente individuati o addirittura ignorati. Parallelamente, le profonde trasformazioni sociali, culturali e relazionali che caratterizzano l’età contemporanea stanno modificando significativamente le modalità attraverso cui bambini e adolescenti affrontano i processi di crescita, apprendimento e costruzione dell’identità. La scuola si trova oggi ad accogliere una popolazione studentesca sempre più eterogenea, portatrice di fragilità differenti, spesso non riconducibili esclusivamente alla dimensione clinica o sanitaria. Accanto alle disabilità certificate emergono con crescente evidenza situazioni di vulnerabilità emotiva, difficoltà relazionali, disturbi del neurosviluppo, condizioni di disagio familiare e forme di isolamento sociale che richiedono risposte educative articolate e competenze professionali sempre più avanzate. In tale contesto, il dibattito pubblico rischia talvolta di concentrarsi prevalentemente sulla quantità delle risorse impiegate — numero di docenti di sostegno, assistenti all’autonomia, ore assegnate — trascurando una questione ben più rilevante: la qualità dell’esperienza scolastica vissuta dagli studenti e la capacità dell’intero sistema educativo di promuovere partecipazione, autonomia e appartenenza. Particolarmente significativa appare, in questo senso, la persistenza di differenze territoriali che evidenziano come il diritto all’inclusione non sia ancora garantito in maniera uniforme sull’intero territorio nazionale. Il fatto che in alcune aree del Paese gli alunni con disabilità trascorrano una parte consistente del tempo scolastico al di fuori del gruppo classe costituisce un elemento che merita una riflessione approfondita. La partecipazione alla vita della comunità scolastica non rappresenta infatti un aspetto accessorio dell’apprendimento, bensì una condizione essenziale per lo sviluppo delle competenze sociali, dell’autostima e del senso di cittadinanza. Occorre inoltre interrogarsi sul significato educativo di una crescente presenza di figure adulte nelle classi. Se da un lato essa testimonia l’attenzione che il sistema dedica ai bisogni degli studenti più fragili, dall’altro impone una riflessione sulla necessità di evitare forme involontarie di dipendenza assistenziale. L’obiettivo dell’inclusione non può limitarsi alla protezione della persona, ma deve tendere progressivamente alla costruzione della sua autonomia, valorizzandone le potenzialità e promuovendo il protagonismo individuale all’interno del gruppo dei pari. Il Coordinamento ritiene altresì che il continuo turnover degli insegnanti di sostegno rappresenti una delle principali criticità del sistema. Ogni cambiamento frequente interrompe percorsi educativi costruiti nel tempo, indebolisce la relazione di fiducia con lo studente e rende più difficile la progettazione di interventi realmente efficaci. La continuità educativa non costituisce un semplice fattore organizzativo, ma una condizione indispensabile per garantire stabilità, sicurezza e coerenza nei processi di crescita. Preoccupa inoltre la tendenza a considerare il docente di sostegno come il principale, se non esclusivo, responsabile dell’inclusione. Una scuola realmente inclusiva non delega, ma condivide. La presenza di studenti con bisogni specifici deve essere assunta come responsabilità collettiva dell’intera comunità professionale, coinvolgendo docenti curricolari, dirigenti scolastici, personale educativo, famiglie e servizi territoriali in un progetto comune. L’esperienza maturata negli ultimi decenni dimostra che l’inclusione più efficace non nasce dalla semplice moltiplicazione delle figure di supporto, ma dalla costruzione di ambienti educativi capaci di valorizzare le differenze come risorsa. Le classi diventano realmente inclusive quando ciascun alunno può sentirsi riconosciuto, ascoltato e coinvolto, indipendentemente dalle proprie condizioni personali. In questo senso, la presenza di studenti con disabilità rappresenta una straordinaria occasione formativa per l’intera comunità scolastica, poiché educa alla solidarietà, alla cooperazione, al rispetto reciproco e alla consapevolezza della comune dignità umana. Appare pertanto necessario superare definitivamente la logica emergenziale che da anni accompagna il tema del sostegno. La crescita delle certificazioni e l’evoluzione dei bisogni educativi richiedono una programmazione stabile, investimenti strutturali e una visione culturale capace di guardare oltre la contingenza. Occorre promuovere una formazione continua che coinvolga tutti i docenti, rafforzare la collaborazione tra scuola e territorio, garantire maggiore continuità professionale e sviluppare modelli organizzativi più flessibili e inclusivi. Come Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ribadiamo che la qualità di un sistema educativo non si misura esclusivamente attraverso i risultati scolastici o l’efficienza amministrativa, ma soprattutto dalla sua capacità di accogliere la complessità delle persone e di trasformarla in opportunità di crescita collettiva. La scuola italiana è chiamata oggi a una sfida che riguarda il futuro stesso della democrazia: costruire contesti nei quali ogni studente possa esercitare pienamente il proprio diritto all’istruzione, alla partecipazione e all’autodeterminazione. L’inclusione non rappresenta un capitolo separato delle politiche scolastiche, ma il criterio attraverso cui si misura la maturità civile di una comunità nazionale. prof. Romano Pesavento presidente CNDDU Redazione Italia
June 7, 2026
Pressenza
Società del lavoro o società della cura?
IL LAVORO RESTA UNA GALASSIA CHE VA SCOMPOSTA. LA PRIMA DISTINZIONE È TRA LAVORO PRODUTTIVO E LAVORO IMPRODUTTIVO. LA SECONDA È TRA LAVORO RETRIBUITO E LAVORO RIPRODUTTIVO. DI CERTO, SCRIVE GUIDO VIALE, LE ATTIVITÀ DI CURA SONO LA BASE DELLA COSTRUZIONE DI COMUNITÀ FONDATE SULLA RECIPROCITÀ E SUL MUTUO APPOGGIO AGORAI, spazi per generare salute mentale. Iniziativa promossa in maggio a Termoli (Cb) per ragionare di cura, comunità, accoglienza, lotta, prossimità, territorio… Foto di Roberto De Lena -------------------------------------------------------------------------------- I termini delle lingue europee che traducono la parola lavoro sono tradizionalmente legati a concetti come fatica (labor), tortura (travail), servitù (Arbeit e rabota, da cui robot, lavoro meccanico per eccellenza, e forse anche work): per tutti una condanna esistenziale di sapore biblico (“Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”) contrapposta alla condizione (otium: tranquillità per perseguire il proprio perfezionamento) di chi dal lavoro era esentato; la cui negazione (negotium: affari, economici, politici, religiosi, culturali) non precipitava il soggetto nel mondo del lavoro, ma rappresentava solo una temporanea e parziale variante di una esistenza privilegiata decretata “dalla natura”. Con la rivoluzione industriale e l’assetto sociale a cui aveva dato origine, la rappresentazione che i suoi primi teorici ne diedero con l’economia politica ha trasformato il lavoro in mero “fattore della produzione” accanto al capitale e alla terra, a cui corrispondevano le tre classi fondamentali della società: lavoratori, capitalisti e proprietari terrieri, e le tre forme di reddito in cui si ripartiva la produzione della nazione (grosso modo, quello che noi oggi chiamiamo PIL) : salari, profitti e rendite. Ne è nato un equivoco che ci trasciniamo fino ai giorni nostri: con il termine lavoro, prima il linguaggio economico, poi quello sindacale e quello politico hanno preso a indicare indifferentemente sia il fattore della produzione che i lavoratori come classe, gruppo o categoria sociale: espressioni come “le lotte del lavoro” o “la partecipazione del lavoro” a qualcosa sono diventate correnti. Ma il lavoro è per il capitale solo una “risorsa” da spingere al massimo rendimento mentre i lavoratori sono “persone”: immerse in una rete di relazioni che non può e non deve essere ridotta al loro contributo alla produzione. Il lavoro come fattore della produzione capitalistica è intercambiabile (se una “risorsa” non funziona, se ne trova un’altra), astratto (nessuna relazione con quel che produce, anche se fa danno a chi lavora, al territorio, a chi userà quel prodotto, alla Terra tutta), subordinato (anche quando si presenta come “lavoro autonomo”), competitivo (spinge ad asservirsi non solo per “andare avanti”, ma anche per non essere scartato). La vita del lavoratore inteso come persona è invece fatta di relazioni basate, quando scelte volontariamente (e non solo nelle coalizioni tra lavoratori in lotta) sulla reciprocità, che è la base di ogni comunità; sul mutuo appoggio non solo tra persone, ma anche con il territorio, il vivente, la Terra. Tra le due cose – risorsa produttiva e persona – c’è una contraddizione irriducibile. Quell’equivoco – approdato nell’art. 1 della nostra costituzione: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” – ha trovato la sua prima legittimazione nelle dottrina sociale della chiesa cattolica, che ha “santificato” la condanna biblica al lavoro attribuendogli una dignità (a prescindere da ciò a cui mette capo, cioè produce, che sia cibo, salute, inquinamento o armi) che spetta invece solo ai lavoratori: ai loro sforzi per tenere in vita se stessi e le loro famiglie e alle coalizioni e alle lotte sviluppate nel corso del tempo per emanciparsi dagli aspetti più brutali della loro condizione. Anche la recente enciclica di papa Leone XIV, riprendendo considerazioni consolidate nella dottrina cattolica, finisce per riprodurre quell’equivoco: “In esso – cioè nel lavoro, che Leone considera “un bene fondamentale per la persona” – l’essere umano mette in gioco la propria libertà, la propria creatività e la capacità di cooperare, contribuendo all’elevazione culturale e morale della società” (MH, 37). Ora, quanti lavoratori, non solo tra quelli ancora inchiodati a una catena di montaggio o al computer di un call-center, ma anche tra quelli dediti a lavori cosiddetti “creativi”, come per esempio un pubblicitario – che cerca di far comprare a uno sconosciuto un prodotto di cui sa benissimo che non ha alcun bisogno – possono riconoscersi in quella rappresentazione del loro lavoro? Il lavoro è una galassia che va scomposta. La prima distinzione, propria dell’economia classica (e su cui si sono affaticate migliaia di teorici marxisti) è quella tra lavoro produttivo (di plusvalore, di profitto; ma anche di salario) e lavoro improduttivo (che non produce plusvalore, ma consuma salario: è quello del personale al servizio dei ricchi e quello del pubblico impiego). Oggi distinguerli (individuare da dove nasce il valore aggiunto) è sempre più difficile. E inutile. La seconda distinzione è tra lavoro retribuito (quello del breadwinner, il “capofamiglia”) e lavoro riproduttivo (il lavoro domestico, affidato alle donne, non retribuito e non considerato nel calcolo economico della produzione nazionale). A parte l’orrore del termine “lavoro riproduttivo” che abbina un’attività di cura con un’elevata componente affettiva a una condizione che in molti casi sconfina nello schiavismo, la sua problematicità deriva dal fatto che in vari modi si è cercato di promuovere l’emancipazione di coloro che lo svolgono portandolo entro il perimetro del lavoro retribuito. L’obiettivo del salario al lavoro domestico e il movimento che lo sosteneva sono stati la principale manifestazione di questo approccio. Ma così non si propone la liberazione delle donne dalla schiavitù del “lavoro domestico”; se ne sancisce la perpetuazione, pur riconoscendo e retribuendo il suo contributo al funzionamento e al benessere della società che le sfrutta. Il termine “lavoro riproduttivo” finisce poi per ricondurre entro confini “domestici” anche una serie di attività di cura, in gran parte affidate alla componente femminile di ogni società, che sono fondamentali nel creare relazioni di reciprocità, di mutuo appoggio, e con ciò stesso comunità: una serie molto ampia di attività poco studiate e di difficile individuazione che sono il collante della vita associata. Un esempio: diversi processi migratori concentrati in zone ristrette di emigrazione prevalentemente femminile (come quella delle badanti, costrette ad abbandonare la propria famiglia per andare a occuparsi di quelle di altri) hanno mostrato che senza quelle donne quel poco o tanto di comunità preesistente si disgrega. Gli uomini, infatti, spesso disoccupati e mantenuti dalle rimesse delle mogli, non sono in grado di tenerla in vita. Ma al di là della ripartizione di genere del lavoro retribuito e delle attività non retribuite e non riconosciute, occorre prender atto del fatto che in molti lavori retribuiti (non tutti), dal medico al netturbino, dall’insegnante all’agricoltore, ecc., c’è una componente di cura, effettiva o potenziale, che è inclusa nel mansionario e che può venir potenziata, trascurata o ignorata per iniziativa o decisione del lavoratore o della lavoratrice; ma che rientra a pieno titolo tra quelle che concorrono o possono concorrere alla riproduzione, al miglioramento o al peggioramento della convivenza: sia con la comunità, che con il territorio e il vivente tutto. Un obiettivo da perseguire può essere allora quello di potenziare e allargare questa componente – ed è un’impresa collettiva, che non può essere abbandonata alla pur indispensabile discrezione individuale – a scapito di quella su cui viene misurata in genere la produttività del lavoro. Invece di ampliare l’area del “lavoro produttivo”, facendovi rientrare in tutto o in parte il lavoro domestico, forse è meglio cercare di ampliare l’area delle attività di cura, lasciando ad altri strumenti, come il reddito di base, il compito di garantire l’indipendenza economica della persona. È chiaro, per venire al nostro tema, che le attività di cura sono la base della costruzione di comunità fondate sulla reciprocità e sul mutuo appoggio e che queste sono l’ingrediente indispensabile di una democrazia sostanziale, fondata sulla partecipazione e aperta al conflitto. Mentre la la democrazia rappresentativa – che non è necessariamente alternativa, e può essere complementare, a una strutturazione della società su basi comunitarie e convivere con essa – non richiede un tale supporto; può rappresentare i lavoro, qualsiasi cosa si intenda con questo termine, anche nelle forme subordinate in cui si presenta oggi quasi ovunque; anche e soprattutto quando la rappresentanza si allontana sempre più dalle istanze dei rappresentati. Nell’affrontare problemi e obiettivi di questa portata, che hanno sempre al centro il modo in cui conflitto e partecipazione si integrano e bilanciano tra loro, si incontrano quasi sempre due approcci, non sempre complementari; un modello statutario e un modello processuale. Il primo fissa in termini generali i principi e le regole del modello di società, o di qualche sua componente, che si persegue; e promuove la partecipazione “per adesione” ad esso. Il secondo affida al conflitto, sempre caotico e refrattario a uno sviluppo lineare, sia la promozione del coinvolgimento di sempre nuovi partecipanti che la progressiva precisazione o l’ampliamento dei suoi obiettivi. L’uno non esclude l’altro, ma occorre evitare che un accento eccessivo o esclusivo sulle regole finisca per allontanare o escludere da un loro coinvolgimento le componenti più marginali dei suoi potenziali protagonisti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Società del lavoro o società della cura? proviene da Comune-info.
June 6, 2026
Comune-info
Contro lo sfruttamento lavorativo sono necessarie le lotte e le alleanze sociali – di Gennaro Avallone
Sappiamo tutto Sappiamo tutto su sfruttamento lavorativo, caporalato e sistemi generalizzati di intermediazione. Sappiamo tutto sulle filiere agricole, sul modo in cui funzionano e sui meccanismi di potere che le governano. Sappiamo anche come si produce l'irregolarità tanto salariale e contributiva (con il lavoro grigio e nero) quanto quella amministrativa (ad esempio, con le [...]
June 6, 2026
Effimera
E se ci provassimo per davvero a cambiare le cose?
-------------------------------------------------------------------------------- Giovedì 4 giugno, mentre tornavo dal presidio di Reggio Calabria per la dignità dei “braccianti” contro la solita logica dell’emergenza che produce campi di accoglienza (stavolta introdotto dal Decreto Caivano a San Ferdinando) ho parlato con Dansoko, un bracciante dell’associazione Terra e libertà di Foggia che l’inverno ospitiamo all’ostello sociale Dambe so, nella Piana di Gioia Tauro. Uno dei tanti Alí dagli occhi azzurri – in realtà li ha nerissimi – che è salito dai porti di cui parlava Pasolini nella sua profezia. Non aveva ancora visto le immagini dei migranti bruciati ad Amendolara, e quando le ha viste gli si sono illuminati gli occhi. Non riusciva a capire il perché di questa violenza. È intervenuto in piazza per dire che chi lavora ha diritto alla casa e non al ghetto. Mi ha detto che vorrebbe conoscere più parole per fare interventi in italiano. Non volendo mi ha citato Don Milano dicendo “i padroni sanno mille parole noi dieci”. Mi ha raccontato anche che stanno combattendo per avere l’acqua potabile nel campo dove vive. E che ci vorrebbe uno sciopero di tutti i migranti in Italia. È preoccupato per la prossima stagione: se non ci saranno situazioni di accoglienza dignitosa per i suoi fratelli braccianti dove andranno? È la domanda che qui ci stiamo facendo tutti. Allora gli ho detto che una volta uno sciopero eravamo riuscito a farlo per davvero e bello grosso a Nardò, in Salento, con i braccianti contro caporali e sfruttamento. E che a qualcosa era servito. Per fare ora una protesta di quel tipo contro questo sistema, ci vorrebbe una grande impresa di cooperazione sociale per allestire una robusta cassa di resistenza e un fondo solidale con cui permettere a chi guadagna a giornata di avere un minimo di ristoro se decide di incrociare le braccia e scioperare. Ci vorrebbe una organizzazione dove lo sciopero nei campi si accompagnasse al boicottaggio negli scaffali del supermercato ragionavamo tra noi mentre arrivavano a Palmi (che Pasolini citava nella profezia…). Sarebbe proprio una bella bastonata nei denti al sistema dello sfruttamento far marcire la frutta nei campi, nei magazzini e negli scaffali fino a che la Bossi-Fini non cambia, ci siamo detti. Pensiamoci: una settimana di blocco del foggiano farebbe saltare in aria una filiera come quella del pomodoro mettendo al muro il governo e quelli che parlano di remigrazione. Ma per fare una cosa del genere ci vorrebbe una grande capacità per produrre una nuova forma dell’azione collettiva. Unitaria e radicale, la cui direzione sia collettiva. Già, un sogno. Una visione, che tale rimane a meno che non dia il coraggio necessario per provarci. I braccianti hanno oggi due strade di difesa rispetto allo sfruttamento: la fuga dal lavoro per cercarne uno migliore oppure la lotta per trasformare le proprie condizioni. In entrambi i casi c’è la necessità di avere una rete mutualistica e di solidarietà organizzata che sorregga queste scelte che dipendono da fattori e contesti che cambiano da luogo a luogo e nel tempo. La domanda che dovremmo farci è allora molto semplice: abbiamo mai pensato davvero di costruirla una cosa del genere per cambiare le cose? Perché i migranti ne avrebbero davvero bisogno nei campi, nella logistica, nei ristoranti, nei cantieri, nelle officine… -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo E se ci provassimo per davvero a cambiare le cose? proviene da Comune-info.
June 5, 2026
Comune-info
Donna, operaia e comunista. Alfonsina e le altre
Quando nel 1972 la polizia arrestò sette operai e operaie della Siemens di L’Aquila, tra loro c’era anche Alfonsina Casamobile. Aveva poco più di trent’anni, proveniva da una famiglia contadina e si definiva semplicemente «donna, operaia e comunista». Fu una delle figure simbolo di una generazione di lavoratrici che, entrando nella fabbrica elettronica sorta a L’Aquila negli anni del boom economico – prima Ates, poi Marconi, Siemens, Italtel – trasformò non solo i rapporti di lavoro ma anche la condizione femminile in una delle città più conservatrici del Centro-Sud. «C’era la paura che veramente potesse nascere una classe operaia in questa fabbrica, e che si allargasse poi a tutto il Sud», ricordava in un’intervista Alfonsina qualche anno dopo. Una paura fondata, perché l’arrivo dell’Ates non significò soltanto occupazione in una provincia segnata da massiccia emigrazione e povertà. Significò anche la nascita di una nuova soggettività sociale, composta da donne giovani in larga parte provenienti dalle aree interne dell’Abruzzo, che attraverso il lavoro salariato acquisirono indipendenza economica, coscienza politica e capacità di organizzazione collettiva. In una città che il sindacalista e studioso Riccardo Lolli descrive come caratterizzata da un’impronta «assolutamente conservatrice e moderata», l’irruzione di migliaia di operaie rappresentò infatti «una trasformazione profonda, dentro e fuori le mura della fabbrica». Molte affrontavano quotidianamente lunghi viaggi dai paesi della provincia aquilana come Castel di Sangro, Raiano, e il lavoro in fabbrica fu la prima occasione di autonomia economica. Isabella Angelone entrò in fabbrica a soli sedici anni. Ricorda ancora l’emozione della prima busta paga: cinquantamila lire, soldi che non servivano soltanto a contribuire al bilancio familiare, ma che rappresentavano la possibilità di decidere della propria vita. «Faccio sedere mamma sulla scala e comincio a tirare fuori le banconote: dieci, venti, trenta! Quando arrivò il primo stipendio andai a L’Aquila e comprai una catenina d’oro con una medaglia proprio per mia madre. I primi soldi li ho spesi così». IL PATRIARCATO DENTRO E FUORI LA FABBRICA Eppure, le operaie continuavano a scontrarsi ogni giorno con una cultura patriarcale profondamente radicata. Se nella fabbrica significava essere relegate nei posti più duri della catena di montaggio, con stipendi più bassi e mansioni a cottimo, al di fuori significava scontrarsi con un mondo che considerava il lavoro salariato femminile come una minaccia per gli equilibri tradizionali. Isabella ricorda cosa avesse significato per lei avere uno stipendio che potesse liberarla dalle relazioni di potere presenti nella sua famiglia: «mi dava l’opportunità di ribellarmi, di rivendicare i miei diritti, e se fosse stato necessario anche di mandarli a fanculo». Fu proprio la suocera a ribadirle spesso quello che pensava dell’ingresso massiccio delle donne nel lavoro industriale: «Sci maledetto chi ha dato ju lavoro alle femmine» [sic]. Ma il conflitto non si fermava alle mura domestiche, anche le condizioni di lavoro erano spesso molto dure. Maria Grazia Taverna, un’altra donna protagonista delle lotte di quegli anni, descrive il sistema del cottimo come «estremamente estenuante. Ogni sera bisognava consegnare un certo numero di pezzi. Se non rendevi il cottimo venivi penalizzata economicamente, ma arrivavano anche i richiami». Anna Caruso, tra le più anziane del gruppo, entrò alla Marconi nel 1959: «la prima volta che varco quella soglia, mi guardo intorno, tutto quel rumore, quelle persone chine a lavoro sui pezzi, tutto quel ferro… Ricordo che ho sussurrato tra me e me, “e mo’ passano 40 anni qua dentro..”». L’umiliazione passava anche attraverso il controllo dei corpi: per andare in bagno era necessario utilizzare speciali contrassegni, le cosiddette «tavolette di piombo», simbolo di un’organizzazione del lavoro fondata sulla sorveglianza e sulla disciplina. Fu proprio in queste condizioni e contraddizioni che maturò la coscienza di classe. Molte di quelle giovani donne non avevano alle spalle tradizioni sindacali o politiche. Come avrebbe ricordato la stessa Alfonsina, «noi non avevamo una cultura di lotte operaie. L’abbiamo imparata dentro la fabbrica». E impararono rapidamente a organizzarsi. Il 1968 rappresentò un passaggio decisivo: «l’occupazione della fabbrica e le manifestazioni cittadine portarono per la prima volta la questione operaia al centro della vita pubblica aquilana», osserva Riccardo Lolli, «così la città scoprì gli operai, e soprattutto le operaie». Fino ad allora quella presenza femminile era rimasta invisibile.  LEGGI ANCHE… LAVORO LE TANTE FACCE DEL SINDACATO Redazione Jacobin Italia IL CONTRATTO DEL 1972. LA SOLIDARIETÀ E LA REPRESSIONE Come ricorda Luigi Magnante, allora sindacalista della Cgil, «al centro di quella stagione vi erano i consigli di fabbrica, una delle più avanzate esperienze di democrazia industriale del movimento operaio italiano». Eletti direttamente dai lavoratori, indipendentemente dall’appartenenza sindacale, i consigli permisero una partecipazione diffusa alle decisioni e diedero voce ai bisogni di una nuova generazione di lavoratrici. Attraverso quella forza organizzata arrivarono conquiste che cambiarono profondamente la vita delle operaie. Il contratto del 1972, firmato nel 1973, rappresentò in tal senso una svolta storica. «Introdusse l’inquadramento unico – spiega Luigi Magnante – superando molte delle discriminazioni professionali e salariali tra uomini e donne. Ma le rivendicazioni non si fermavano alla busta paga. Le operaie rivendicavano il diritto allo studio, i servizi pubblici e sociali che rendessero possibile conciliare lavoro e vita familiare. Grazie a scioperi molto partecipati – a cui aderiva «tra il 95% e il 99% delle operaie», come ricorda Luigi Magnante – picchetti costanti e manifestazioni, ottennero le celebri «150 ore», che consentirono a molte lavoratrici di completare percorsi scolastici interrotti troppo presto, e grazie anche a un contributo economico diretto delle lavoratrici, in città vennero realizzati l’asilo nido «Primo Maggio» e la scuola a tempo pieno di Santa Barbara. Quella esperienza contribuì anche a mettere in discussione i confini tradizionali tra lotta sindacale e questione femminile. Le battaglie per gli asili nido, per la salute delle donne, per il diritto allo studio e per una diversa organizzazione del tempo di vita mostrarono come le rivendicazioni femminili non fossero temi separati dalla lotta di classe, ma una sua componente essenziale. «Noi lottavamo per ottenere una migliore qualità della vita. Il contratto del ‘73 andava ben oltre gli aumenti salariali, era incentrato tutto sul sociale», ricorda Maria Grazia Taverna, «in una fabbrica dove lavoravano quasi cinquemila donne, riuscimmo a ottenere anche un consultorio interno», anticipando così temi che sarebbero diventati centrali nel movimento femminista degli anni successivi. La loro lotta contribuì così a ridefinire non soltanto il lavoro, ma il rapporto tra produzione e riproduzione sociale, tra emancipazione femminile e diritti collettivi. Tutto questo non avvenne senza conflitto. Tra il 1972 e il 1973 la repressione colpì duramente le avanguardie operaie. Alfonsina Casamobile fu arrestata insieme ad altre sei lavoratrici e lavoratori. Lei stessa, in un’intervista successiva, ricorda: «mi convocarono più volte in questura per rispondere di presunte “violenze private” contro dirigenti aziendali durante scioperi e picchetti ai cancelli. Noi non capivamo perché questo accanimento, a venti o trent’anni non lo puoi capire perché ti mettono in galera per un contratto. Oggi lo capisco, l’obiettivo era chiaro, ossia spezzare l’organizzazione operaia». Sindacato, consigli di fabbrica e lavoratrici reagirono con una mobilitazione straordinaria. Centinaia di operaie sfilarono dalla fabbrica fino al carcere di San Domenico per chiedere la liberazione delle compagne arrestate. Isabella Angelone ricorda quel lungo corteo che attraversava la città gridando: «Compagne carcerate sarete liberate, e se questo non avviene, la galera è tanto grande, ci entreremo tutte quante». Il Consiglio di Fabbrica della Sit Siemens, quando in un volantino dell’11 aprile 1973 comunicò la scarcerazione di tutti gli operai e le operaie arrestate, affermava anche che la lotta non si sarebbe fermata: «è ormai coscienza comune che i lavoratori della Sit Siemens stanno lottando e hanno sempre lottato nell’interesse di tutti. I grossi problemi della popolazione abruzzese restano ancora irrisolti, per questo noi lavoratori della Siemens lanciamo un appello per la ripresa della lotta dal 13 aprile 1973. Sciopero generale di tutto l’Abruzzo per le riforme e l’occupazione nel Mezzogiorno». La repressione, anziché isolare le dirigenti sindacali, rafforzò il senso di appartenenza collettiva.  GLI ANNI OTTANTA. QUANDO SI SMETTE DI ESSERE COMUNISTI La ristrutturazione industriale, il passaggio dall’elettromeccanica all’elettronica e la progressiva riduzione dell’occupazione segnarono l’inizio del declino. «Più in generale, la crisi delle fabbriche aquilane si inseriva nelle trasformazioni che investivano il movimento operaio a livello internazionale: l’avanzata del neoliberismo, la crisi delle grandi organizzazioni collettive, la progressiva privatizzazione di settori strategici come le telecomunicazioni», spiega Luigi Magnante. Le conseguenze furono enormi. Mobilità, prepensionamenti e licenziamenti segnarono la fine di una stagione. Per molte lavoratrici quella transizione significò anni di incertezza e sacrifici. Interi reparti furono progressivamente svuotati o smantellati, spesso dopo che le stesse operaie avevano accettato trasferimenti, cambi di mansione o percorsi di riqualificazione nella speranza di salvare la produzione e l’occupazione. Le testimonianze raccolte raccontano una sensazione diffusa di tradimento: dopo aver contribuito per decenni alla crescita dell’azienda e del territorio, molte donne si ritrovarono improvvisamente considerate un costo da ridurre. La mobilità e i prepensionamenti colpirono una generazione che aveva costruito la propria identità attorno al lavoro industriale e alla partecipazione collettiva. Non si trattò soltanto della perdita di posti di lavoro, ma della dissoluzione di un mondo fatto di relazioni, solidarietà e strumenti di rappresentanza che avevano caratterizzato la stagione delle grandi lotte operaie. Tra le prime a comprendere la portata di quella trasformazione fu proprio Alfonsina Casamobile. Nel 1990, intervenendo al congresso provinciale del Pci, denunciò la crescente distanza tra la sinistra e il mondo del lavoro: «le ragioni fondamentali della nostra crisi sono da ricercare non nel nostro nome, ma nella nostra incoerenza politica. Abbiamo perso di vista i bisogni reali della gente e in particolare di quella più debole». E aggiunse che i consigli di fabbrica, un tempo cuore pulsante della partecipazione operaia, erano ormai «totalmente in crisi e da rigenerare». QUELLO CHE RESTA Alfonsina morì improvvisamente nel 1991, mentre si trovava nella sede del sindacato, per un’emorragia cerebrale. La sua scomparsa assunse il valore simbolico della fine di un’epoca. Oggi, a distanza di oltre trent’anni, le testimonianze delle lavoratrici più giovani nella provincia dell’Aquila restituiscono un quadro che rende quelle parole oggi più attuali che mai.  Elena Colageo lavora in un call center, negli stessi spazi che un tempo ospitavano la fabbrica elettronica. Sua madre è stata operaia Italtel negli anni Settanta e le raccontava un mondo del lavoro molto diverso da quello che conosce oggi: «c’erano gli autobus aziendali che collegavano i paesi della periferia alla fabbrica, c’erano gli asili nido e i servizi costruiti grazie alle lotte delle lavoratrici, c’erano strumenti che rendevano concretamente possibile conciliare lavoro e famiglia», racconta Elena. La differenza emerge soprattutto quando si parla di maternità: «tu sei madre? Adesso devi decidere: fare la mamma, o fare la dipendente? Devi scegliere», continua Elena. Una condizione che sua madre fatica persino a comprendere: «quando le racconto che molte tutele conquistate negli anni Settanta oggi non esistono più, la risposta è sempre la stessa: “ma voi perché non ce le avete?”». Emanuela lavora nello stabilimento L Foundry di Avezzano. Per anni ha alternato contratti di somministrazione della durata di poche settimane. «Io lavoravo lì tutti i giorni», racconta Emanuela, «ma non sono mai stata considerata una dipendente dell’azienda. Per loro ero una lavoratrice in prestito». Negli ultimi mesi ha vissuto scioperi, contratti di solidarietà e lunghi periodi di cassa integrazione. «Per andare in bagno bisognava chiedere il permesso ed eravamo sottoposte a controlli continui sui tempi di permanenza fuori dal reparto», racconta Emanuela. Un’esperienza che richiama inevitabilmente le «tavolette di piombo» contro cui si battevano le operaie aquilane oltre cinquant’anni fa. Anche sul terreno della conciliazione tra vita e lavoro emerge una distanza impressionante. Arianna, madre di due figli, descrive «una precarietà che non è soltanto economica ma anche psicologica. Ho potuto affrontare le maternità grazie alle tutele minime garantite dal lavoro in somministrazione, ma al mio rientro le difficoltà sono state enormi. Servizi come gli asili nido aziendali, consultori… oggi sembrano appartenere a un’altra epoca». «Si erano raggiunti tanti obiettivi – osserva Arianna – e poi sono andati piano piano a scemare. Io mi sveglio alle quattro ogni mattina, se non avessi mia madre che mi aiuta, come farei?». La perdita di diritti sociali, la diffusione della precarietà, la frammentazione del lavoro e l’indebolimento dei legami collettivi sono il risultato di quella trasformazione che Alfonsina aveva intuito con largo anticipo quando parlava di una «ristrutturazione capitalistica del lavoro», capace di scaricare sui lavoratori i costi del cambiamento. Eppure la storia di quelle donne continua a parlare al presente, non perché offra una memoria da celebrare, ma perché mostra come diritti che oggi sembrano naturali siano stati conquistati attraverso organizzazione, conflitto e solidarietà. E come, allo stesso modo, possano essere perduti. Le operaie dell’Aquila non hanno soltanto cambiato una fabbrica. Hanno trasformato una città e la sua provincia, ridefinito il ruolo delle donne nella società e lasciato un’eredità politica che continua a interrogare il presente.  *Questo articolo nasce dal lavoro di ricerca e dalle testimonianze raccolte per il podcast Alfonsina e le altre, prodotto dallo Spi Cgil dell’Aquila. Il podcast completo è disponibile qui.  Alcuni nomi sono stati cambiati per tutelare le compagne ancora in produzione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Donna, operaia e comunista. Alfonsina e le altre proviene da Jacobin Italia.
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Licenziamenti a chi lotta nei porti di Napoli e Salerno
Ciccio Collina, RSA SI Cobas alla Logiport (gruppo Grimaldi) di Salerno, lo scorso 26 maggio è stato licenziato perché da anni si batte per la sicurezza sui Terminal e  a causa del suo impegno sindacale contro l'economia di guerra e contro il traffico di armi dirette ad alimentare il genocidio del popolo palestinese. Nelle stesse ore alla De Luca di Napoli due operai ricevevano la lettera di licenziamento in tronco con motivazioni pretestuose, in realtà perché avevano aderito al SI Cobas per porre fine alla barbarie dei turni spezzati e del lavoro a chiamata. Sabato 6 giugno, ore 17,30 assemblea nazionale online. Ne parliamo con un compgno di SI Cobas Napoli e Salerno 
June 5, 2026
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