No other choice?
Articolo di Antonio Sanguinetti
«No other choice» è la frase che Man-soo ripete continuamente a sé stesso
nell’omonimo film coreano, mentre uccide uno dopo l’altro tutti i suoi
avversari. Ha dedicato tutta la sua vita alla produzione della carta: non un
semplice lavoro, ma la passione di un’intera esistenza, una vocazione. Un
sentimento che non trova però alcuna corrispondenza nei nuovi proprietari
dell’industria, impegnati in una ristrutturazione permanente fatta di
licenziamenti e di un’incessante corsa verso la completa automazione. Dopo 25
anni di lavoro e dedizione, Man-soo perde il posto ed è costretto a entrare in
una competizione feroce con persone che gli somigliano in tutto: stessa
biografia, stesso percorso professionale, stesse competenze. I suoi avversari
non sono semplici colleghi, ma individui la cui esperienza di vita e di lavoro
si sovrappone alla sua. Eppure, uno dopo l’altro, li uccide. «No other choice».
Il film offre una metafora che si adatta con sorprendente precisione anche al
settore della ricerca. Così come il protagonista ha investito nel proprio
«capitale umano» sacrificando la vita privata, il ricercatore consuma il tempo
libero lavorando per accumulare pubblicazioni e relazioni. La passione, – per la
carta o per il sapere – si riduce così a una giustificazione
dell’auto-sfruttamento senza limiti, interiorizzato e normalizzato. L’industria
coreana diventa l’esempio di un modello lavorativo basato sulla concorrenza, che
dispone gli individui gli uni contro gli altri. Una situazione simile a quella
che si verifica nell’istituto di ricerca del Cnr dove lavoro: 75 colleghi e
colleghe precari che competiamo per un unico posto a tempo indeterminato. La
stessa logica si estende ai grant europei e nazionali, dove pochi vincitori
prendono tutto: una sorta di lotteria della ricerca in cui solo uno conquista il
jackpot milionario. Il rischio è quello di rimanere soli come Man-soo, in una
fabbrica – università o centro di ricerca – deserta. Vincere si traduce in un
successo personale, ma comporta un costo sociale enorme. Il «no other choice»
coreano è il completamento individuale del «There is no alternative» degli anni
Ottanta. Se il secondo ha trasformato la società dall’alto, il primo ne
rappresenta la feroce interiorizzazione. La distruzione del legame sociale ha
lasciato sul terreno una somma di solitudini: rimangono solo il lavoro, la
famiglia e la propria realizzazione, a discapito degli altri.
DAL «NO OTHER CHOICE» ALLA MOBILITAZIONE
Nella ricerca sopravvivono in pochi. I dati raccolti dall’Associazione
dottorandi italiani (Adi) nel 2019 mostravano come solo il 9,5% degli assegnisti
avesse la possibilità di diventare strutturato. Di fronte a dati come questi, il
messaggio implicito è uno solo: ripetersi «no other choice» e fare come Man-soo.
Negli ultimi due anni, però, le mobilitazioni nel settore della ricerca hanno
mostrato che alternative esistono. Al Cnr lavoratori e lavoratrici precarie sono
stati al centro di un intenso ciclo di mobilitazioni, avvenuto mentre si stava
gonfiando la bolla di precariato nella ricerca causato dall’attuazione del Pnrr.
Uno degli slogan che più rappresenta i due anni di mobilitazione è stato «fino
all’ultimo precario», una rivendicazione chiara che chiede l’avvio di un
processo di stabilizzazioni secondo quanto previsto dalla cosiddetta legge Madia
del 2017. Una richiesta ampia al fine di assorbire tutto il personale precario
secondo i due canali previsti: uno per i tempi determinati e l’altro per gli
assegnisti di ricerca. Oltre le rivendicazioni, un elemento più significativo è
stato il livello di solidarietà che si è costruito nel tempo: nelle notti di
occupazioni nella sede centrale del Cnr, nelle decine di iniziative pubbliche,
nelle chat di coordinamento. Una solidarietà che ha superato le frammentazioni
territoriali e disciplinari. La lotta per la stabilizzazioni al Cnr è una
vertenza storica, iniziata subito dopo l’approvazione della legge Madia. A
seguito del provvedimento, i precari e le precarie hanno animato un lungo ciclo
di mobilitazioni che ha portato all’assunzione di oltre 1.800 lavoratori e
lavoratrici interne tra ricercatori, tecnologi, tecnici e amministrativi. Un
processo che è avvenuto dopo anni di blocco delle assunzioni. Un risultato che
ha lasciato in eredità una forte coscienza sindacale e l’idea condivisa che si
può vincere. Insieme si può uscire dalla precarietà. Gli anni di mobilitazione
non hanno solo prodotto fiducia nelle forme di mobilitazione ma hanno anche
lasciato sul terreno dei preziosi strumenti organizzativi. È nato il movimento
«Precari Uniti Cnr» strutturato a livello nazionale: dal coordinamento che mette
insieme le persone più attive; ai referenti locali presenti in ogni regione,
città, istituto del Cnr; fino al gruppo di gestione della comunicazione social.
Tramite una cassa di supporto vengono sostenute parzialmente anche le spese di
viaggio verso Roma. Un organismo informale che permette di dialogare con le
organizzazioni sindacali e di essere riferimento per politici e giornalisti.
LA BOLLA DI PRECARIATO DEL PNRR
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) ha previsto degli investimenti
nell’ambito dell’Istruzione e della ricerca. In particolare il Ministero
dell’Università e della Ricerca ha gestito un budget di 8,55 miliardi destinato
a diverse tipologie di collaborazioni e interventi su temi strategici: i
partenariati estesi, gli ecosistemi dell’innovazione, la creazione di campioni
nazionali di Ricerca e Sviluppo, le infrastrutture di ricerca, il finanziamento
dei Progetti di ricerca di rilevante interesse nazionale (Prin) e dei progetti
di giovani ricercatori. Le risorse stanziate hanno consentito l’avvio di
numerosi progetti che hanno coinvolto attori istituzionali pubblici e privati ma
soprattutto atenei ed enti di ricerca. La realizzazione dei progetti ha
richiesto l’acquisto di attrezzature specifiche e, ovviamente, l’assunzione di
personale ad hoc per svolgere le ricerche. Tuttavia, gli investimenti del Pnrr
si sono innestati in un contesto caratterizzato da una cronica scarsità
strutturale di risorse. L’Italia, infatti, finanzia la ricerca per circa il
1,37% del Pil, una quota notoriamente inferiore rispetto a quella di altri paesi
europei. Per avere un metro di paragone dell’impatto, il fondo annuale per le
università nel 2025 è stato di 9,4 miliardi di euro, mentre quello per gli enti
pubblici vigilati dal Mur non raggiunge gli 1,5 miliardi. Tali finanziamenti non
sono limitati ai progetti ma comprendono tutte le spese ordinarie. In questo
contesto l’enorme espansione delle risorse a disposizione con il Pnrr ha avuto
come effetto principale l’allargamento senza precedenti del personale precario
nella ricerca, senza che fosse prevista alcuna prospettiva di stabilizzazione
successiva.
L’aumento dell’occupazione ha seguito la traiettoria di una bolla speculativa:
una crescita anomala, non sostenuta dai fondamentali di bilancio, seguita da
un’inevitabile ridimensionamento al termine del finanziamento straordinario. Il
Cnr ha ricevuto circa 800 milioni di euro di finanziamento totale. Con queste
risorse sono stati assunti più di mille tempi determinati, oltre a un numero mai
precisato di assegnisti di ricerca. La «bolla» del Pnrr si è così sommata alla
condizione ordinaria di precarietà strutturale che caratterizza da anni la
ricerca pubblica. Nel 2024, al Cnr lavoravano complessivamente circa 4 mila
precari, considerando tutte le tipologie contrattuali e i diversi profili
professionali. In termini relativi, la precarietà riguardava circa il 30%
dell’intero personale dell’ente.
La precarietà di chi fa ricerca non costituisce una fase transitoria o
marginale del percorso professionale, al contrario si configura sempre più come
una condizione strutturata e prolungata. Gli effetti di questa condizione sono
molteplici. Da un lato, la precarietà ridefinisce in profondità i significati
del lavoro in particolare riguardo all’indipendenza scientifica. Un lavoratore
precario difficilmente può contestare i contenuti e i paradigmi del suo lavoro,
sia rispetto ai propri responsabili sia alle linee generali di finanziamento. Si
pensi, ad esempio, ai programmi di riarmo: quanto può opporsi allo specifico
utilizzo della propria ricerca un ricercatore con un contratto in scadenza, la
cui carriera dipende proprio da quei fondi? Dall’altro lato, l’assenza di una
forma contrattuale stabile moltiplica le incertezze: il futuro professionale,
l’indipendenza economica, il luogo di vita. La mobilità è un fattore stesso di
destabilizzazione. La mobilità richiesta oggi, per usare le parole dell’attuale
ministra della università e ricerca Bernini, è quella della rondine. Una
migrazione stagionale e periodica al solo fine di usufruire di nuovi contratti a
termine. L’internazionalizzazione in quest’ottica non è più la scelta libera
dell’intellettuale per contribuire al dibattito scientifico, ma è solo
un’ulteriore estensione della precarietà e incertezza.
QUALE FUTURO PER IL CNR?
Il Cnr è l’ente di ricerca pubblico più grande d’Italia, le cui sedi sono
presenti in tutte le regioni. Di fatto rappresenta un presidio scientifico anche
nelle aree più periferiche, dove difficilmente arrivano i grandi finanziamenti
competitivi dell’Unione europea. Questa capillarità territoriale conferisce
all’ente un ruolo decisivo, in termini di competenze scientifiche e di impatto
sociale. Il consiglio si compone di 88 istituti ripartiti in sette diversi
dipartimenti, e si caratterizza per una spiccata multidisciplinarietà che lo
colloca al centro del sistema della ricerca italiana. Il futuro, però, appare
tutt’altro che certo. Nella primavera dello scorso anno, il governo era
intenzionato a commissariare l’ente dopo la scadenza della precedente
governance. Tuttavia, dopo tre mesi di vuoto istituzionale, senza presidente né
consiglio di amministrazione, a fine luglio è stato nominato un nuovo
presidente: Andrea Lenzi, professore emerito di Endocrinologia alla Sapienza ed
ex presidente del Cun (Consiglio universitario nazionale). La durata del suo
mandato, però, non potrà superare i due anni, poiché al momento della nomina
Lenzi era già in pensione. Nonostante la natura provvisoria e la brevità
dell’incarico, il governo ha assegnato alla nuova governance una missione
ambiziosa: la riorganizzazione dell’ente. Un progetto di cui, ad oggi, non sono
chiari i contenuti complessivi, ma il cui obiettivo dichiarato sembra essere
principalmente la riduzione del numero degli istituti. Ancora una volta, dunque,
il futuro del Cnr viene associato a tagli, accorpamenti e ridimensionamenti.
Un’ipotesi particolarmente problematica se si considera che, sul piano dei
finanziamenti, il CNR è già nettamente sottodimensionato rispetto ai suoi
omologhi europei.
Il futuro del Cnr è messo in discussione non solo dalla riorganizzazione della
struttura amministrativa e dalla scarsità di fondi a disposizione. Uno dei nodi
da affrontare nel prossimo futuro riguarda l’alto numero di pensionamenti. Dal
2024 al 2028 sono previsti circa mille pensionamenti su 8.432 dipendenti a tempo
indeterminato, ciò vuol dire che più del 10% del personale attualmente in
servizio in 4 anni lascerà l’ente. La questione centrale diventa allora: quanti
di questi lavoratori verranno sostituiti? Una norma già prevede, a partire dal
2026, un limite al 75% del turn over. La mancata sostituzione del personale apre
a due scenari possibili, entrambi problematici. Il primo è un ridimensionamento
delle attività dell’ente, con la conseguente chiusura di progetti e linee di
ricerca. Il secondo è la sostituzione di lavoratori stabili con nuovo personale
precario, perpetuando e ampliando la condizione di instabilità strutturale.
Entrambe le ipotesi rappresentano il segnale di un ulteriore disinvestimento
pubblico nella ricerca e di un inevitabile peggioramento delle condizioni di
lavoro. Un destino che non riguarda solo il Cnr, ma il ruolo stesso della
ricerca pubblica nel paese.
LA DEMOCRAZIA DELLE STABILIZZAZIONI
Nell’epoca delle meritocrazia, la stabilizzazione rappresenta uno degli ultimi
strumenti di democrazia nel sistema della ricerca. Seguendo questa strada, la
scelta di chi assumere non è demandata al giudizio discrezionale di commissioni
spesso create ad hoc per l’interesse di qualcuno. Il criterio principale di
selezione sono gli anni di precarietà sostenuti. Del resto, avere una lunga
carriera da precario vuol dire aver passato diverse selezioni da assegnista di
ricerca e da tempo determinato, aver lavorato su molteplici progetti, aver
partecipato a diverse valutazioni. A che serve allora un altro concorso?
A ben vedere, lo strumento del concorso nella ricerca assolve almeno a due
funzioni specifiche. La prima è quella della affiliazione: per superare una
selezione pubblica è spesso necessario far parte di un gruppo di ricerca di
riferimento, inserirsi in una rete di relazioni già esistente. In un contesto
segnato da tagli e risorse limitate, il concorso svolge inoltre una seconda
funzione, meno esplicita ma decisiva: governare la precarietà. Attraverso
concorsi sporadici e altamente selettivi, il sistema produce e mantiene un
bacino permanente di lavoro sottopagato, utilizzabile quando necessario secondo
una logica di just in time, in base all’andamento dei progetti finanziati.
Ricercatrici e ricercatori precari svolgono attività di didattica, ricerca,
assistenza alle tesi e disseminazione scientifica senza disporre di un
riconoscimento formale adeguato né di diritti stabili. In altri termini, il
sistema della ricerca italiana, cronicamente sottofinanziato, riesce a garantire
livelli di produttività accettabili solo grazie allo sfruttamento sistematico
del lavoro precario a basso costo. In questo quadro, non sorprende che le
principali istituzioni di governo della ricerca, dalla Crui (Conferenza dei
rettori delle università italiane) alla CoPer (Consulta dei Presidenti degli
Enti Pubblici di Ricerca), si siano storicamente opposte ai processi di
stabilizzazione. In un’intervista a La Stampa, il nuovo presidente del Cnr Lenzi
ha dichiarato «La ricerca scientifica è fatta di un lungo apprendistato. Venire
presi con un contratto significa dover portare avanti quel progetto, non essere
assunti dall’ente. Per quello bisogna dimostrare di aver imparato, possedere
qualità ed essere produttivi. Non possiamo fare “todos caballeros”. Le sanatorie
negli enti di ricerca non possono funzionare». Parole che restituiscono in modo
emblematico l’idea di ricerca sottesa a questo modello: un percorso di
precariato permanente.
FINO ALL’ULTIMO PRECARIO
La mobilitazione per le stabilizzazioni al Cnr prende avvio nel luglio del 2024,
quando oltre 300 colleghi e colleghe da tutta Italia hanno riempito l’aula
convegni della sede centrale dell’ente per l’assemblea nazionale indetta da
Cgil, Cisl e Uil. A questo primo momento di confronto sono seguiti diversi
presidi in molte sedi locali e una manifestazione nazionale a Roma. Tentativi
che non hanno sortito alcun risultato concreto. La svolta è arrivata il 28
novembre 2024, con l’occupazione simbolica della sede centrale del Cnr promossa
insieme a Cgil e Uil a cui si è aggiunta successivamente anche la Cisl. La
pressione mediatica della protesta ha avuto un primo esito nell’apertura di un
tavolo tra le organizzazioni sindacali e l’amministrazione dell’ente. Dopo
cinque mesi di richieste insistenti, finalmente sono stati resi pubblici i dati
ufficiali sulla dimensione del precariato: al 30 ottobre 2024 lavoravano al Cnr
circa 3 mila persone con contratti a tempo determinato (1.300) e con assegni di
ricerca (1.700). Un insieme molto eterogeneo per presenza e anzianità di
servizio. Una quota rilevante di questi contratti era finanziata da progetti
Pnrr, in assenza di ulteriori finanziamenti, tali rapporti di lavoro sono
destinati a scadere senza possibilità di rinnovo. Un primo, seppur parziale,
risultato arriva con la legge di bilancio per il 2025, grazie a uno stanziamento
ottenuto attraverso gli emendamenti delle forze di opposizione. Le risorse
disponibili consentono la stabilizzazione di circa 180 lavoratori e lavoratrici:
un numero del tutto insufficiente rispetto alla platea interessata, ma
significativo come primo passo.
Nonostante le manifestazioni e i ripetuti appelli, la procedura formale per
partecipare al reclutamento straordinario destinata ai tempo determinati è stata
pubblicata solo a novembre 2025. I risultati parziali sono stati resi noti solo
a dicembre. Le domande sono state 850 e di queste il 20% sono state dichiarate
inammissibili, un altro 25% necessita di ulteriori approfondimenti. Ciò vuol
dire che secondo i requisiti previsti dalla legge Madia per i tempo determinati,
gli idonei sarebbero stati al massimo 680. Ne consegue che per stabilizzare
l’intera platea dei tempi determinati tutti sarebbero bastati solo 30 milioni di
euro. Una cifra analoga avrebbe permesso di attivare anche il secondo canale
della legge Madia, dedicato agli assegnisti di ricerca. Complessivamente, con 60
milioni di euro sarebbe stato possibile evitare lo spreco di anni di lavoro e di
investimenti pubblici nella ricerca: una somma del tutto marginale per il
bilancio dello Stato.
La richiesta di un intervento integrativo da parte del governo diventa così il
fulcro delle mobilitazioni del 2025. Anche in questo caso, dopo numerose
iniziative pubbliche inascoltate, la protesta è sfociata, il 5 dicembre, in una
nuova occupazione simbolica della sede centrale del Cnr insieme alla Flc-Cgil.
L’azione nasce in seguito all’ennesimo rinvio di un incontro richiesto
all’amministrazione. Per rendere visibile la scadenza imminente dei contratti e
l’assenza di alternative, sul piazzale antistante l’edificio vengono montate
tende da campeggio, a simboleggiare una precarietà ormai senza prospettive.
Nonostante la pressione mediatica il governo non ha previsto interventi per
risolvere la questione. Al contrario la legge di bilancio del 2026, non ha
finanziato il procedimento Madia in corso. La maggioranza, infatti, ha stanziato
60 milioni di euro in due anni per assunzioni straordinarie cofinanziate con
procedure riservate al 50% per precari su progetti Pnrr. I fondi sono ripartiti
tra università pubbliche (50 milioni), private (2 milioni) ed enti pubblici di
ricerca (8 milioni). Al Cnr potrebbero arrivare, nella migliore delle ipotesi,
circa 4 milioni di euro, sufficienti per l’assunzione di circa 70 ricercatori e
ricercatrici a tempo indeterminato: un numero largamente insufficiente rispetto
ai bisogni reali. A ciò si aggiunge un ulteriore vincolo: le assunzioni previste
dovranno comunque rispettare il limite di legge del 75% del turn over, riducendo
ulteriormente la capacità dell’ente di stabilizzare il personale. Un ulteriore
intervento, finanziato con risorse messe a disposizione da Avs, prevede infine
1,5 milioni di euro per gli anni 2026 e 2027, destinati esclusivamente a
prorogare alcuni contratti in scadenza.
Dopo un’ultima proroga concessa dall’amministrazione del Cnr, i contratti dei
lavoratori e delle lavoratrici precarie impiegate su progetti Pnrr scadranno tra
la fine di marzo e l’inizio di aprile. Oltre un migliaio di ricercatrici e
ricercatori rischia di perdere il posto di lavoro. Una situazione che dovrebbe
essere considerata un’emergenza nazionale, ma che, allo stato attuale, non
sembra trovare alcuna risposta nelle politiche di governo e nel dibattito
pubblico.
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