La città comune

Comune-info - Monday, September 21, 2026

Mentre botteghe, luoghi d’incontro e spazi pubblici scompaiono, l’Esquilino rischia di trasformarsi in un quartiere da attraversare e consumare, anziché da abitare. Ma al di là delle saracinesche abbassate resiste una comunità tenace: persone, associazioni e piccoli commercianti che ogni giorno si prendono cura del rione. Da questa forza collettiva può nascere non soltanto una città pubblica, ma una città comune, aperta e viva, costruita da chi la abita

La Città Generica è ciò che rimane di quel che la città era una volta. È la post-città in corso di allestimento sul sito dell’ex-città. La Città Generica sta allentando tutte le strutture che in passato hanno favorito una coagulazione. E se lo spazio cominciasse a occuparsi dell’umanità?
(Rem Koolhaas, Junkspace)

Aveva un’insegna di quelle all’antica, “fioreria”, con boccioli brillanti e ogni tipo di verde che esplodeva dalle vetrine sulla strada a dissetare i passanti; stava prima della gelateria in via Principe Eugenio, con nastri biancheria e lane di tutti i colori, la merceria che ti consigliava quale uncinetto usare e come rammendare gli strappi; all’angolo c’era una trattoria, di quelle vere, con la cuoca in ciavatte che ti portava i piatti a tavola e, più giù, un’edicola che quando passavi ti fermavi a chiacchierare per sapere tutti i cavoli del rione. A piazza Dante portavamo i cani – noi canare – non a fare la toletta ma le coccole che meritano i cani.

Ora le saracinesche sono chiuse oppure ci sono i locker dove, se entri, non trovi nessuno o i mini-market con distese di calamite tutte uguali e altri souvenir tipo la pasta a forma di cazzo.

Nel mio palazzo sempre più spesso salgo in ascensore schiacciata tra le valigie di turisti allampanati, dove abitava un meraviglioso vecchino ora c’è un b&b con quattro camere e nelle nostre cantine hanno fatto due cantine-vacanze. Oggi un metro quadrato all’Esquilino costa quanto un viaggio all’estero.

Il nostro rione. Dicono tra i 10 più belli del mondo, terzo in Europa. Il nostro rione, dove la villa più bella di Roma, il giardino di piazza Vittorio, è diventato un mezzo deserto, una piccola piazza che è come una piccola perla ‘morta’ attende da due anni di essere riqualificata, bisogna ogni volta incollarsi le porte per giocare a calcio, dove?

Nel primo sterrato che si riesce a trovare libero, per giocare, abusivamente, oppure pagare l’ira di dio per affittare un campo da basket e far allenare delle giovani promesse, dove i parchi vengono affidati alla buona volontà dei comitati di residenti che vanno a pulire ogni mattina con le chiavi in tasca, la futura strada scolastica di via Bixio giace ancora nell’incuria da quattro anni sfiancando anche la più tenace associazione di genitori, dove l’unico cinema che c’era è fallito e l’Apollo resta soffocato dall’amianto e dall’abbandono, dove sono spuntati carrarmati e zone rosse come funghi pensando di rassicurare e spaventando invece chi, come mia figlia Annina, non ne aveva mai visto uno, se non su qualche squallido schermo. Il nostro rione, casa nostra, dove la multiculturalità da esempio universale è diventata qualcosa da rimuovere cacciare regolarizzare. E l’accoglienza una colpa.

Dove un palazzo vuoto da anni, che era diventato una casa per centinaia di persone e famiglie bisognose e giovani e vecchi e bambine e ‘scarti’ vari, che avevano costruito un pezzo di umanità, ora è di nuovo vuoto coi cancelli chiusi e chissà che fine fa. Dove un altro palazzo, cariato dal tempo, è pronto per diventare l’ennesimo albergo o studentato a prezzi folli per chi passa e se ne va per chi è pieno di soldi e li spende magari su glovo o amazon. Che città!

E se invece, capovolgendo la prospettiva, guardassimo con serietà a tutto quello che ha raddoppiato questo immiserimento della città: qualcuno che si incolla le porte da calcio e con una masnada di ragazzini impolverati si mette a giocare in strada col sorriso, un sacco di mamme e di papà che si rimboccano le maniche e senza perdersi d’animo – pezzetto per pezzetto – tengono insieme la società di oggi fatta di mille colori diversi, comitati che spuntano come funghi – più numerosi dei carrarmati – vanno a pulire i parchi, a piantare fiori, facendosi compagnia prendendosi cura, educatori di ragazzi e ragazze sole, piccoli commercianti coraggiosi che tirano su le saracinesche negli angoli più bui, allenatori instancabili, assidui difensori dei diritti, persone comuni e meravigliose allo stesso tempo che si mettono a suonare, così, tanto per suonare, sotto ai portici se piove e nei giardini quando c’è il sole oppure ballano 100 danze diverse, e centinaia di essere umani che vogliono bene ad altri esseri umani.

E alla città.

Se guardassimo questo, se guardassimo tutto questo con occhi spalancati, allora avremmo la forza in noi della Comunità, fatta di diversità e bellezza, avremmo la forza di ripopolare questo rione e la città per tutte le persone, belle e brutte, ricche e povere, bianche e nere, e pure gialle, solide e fragili, giovani e vecchie.

Avremmo la forza di aprire tutto, di fermarci solo per chiacchierare e salutare, di fare niente e fare ogni cosa, di camminare con o senza meta, di andare al cinema del quartiere, giocare a pallone, tirare un canestro, buttarci per strada senza la paura di essere investiti oppure sull’erba di un parco e farci una capriola, di andare in bici, a comprare il giornale e metterci anche mezz’ora per sapere come sta quello del terzo piano qual è il medico più consigliato se si è vista passare quella ragazza o quel cane che si è perso.

Avremmo la forza di pretendere e ottenere, non solo una città pubblica, ma una città comune. Di tutti e tutte, per tutti e tutte coloro che la vivono.

Barbara Bonomi

*Presidente polo Civico Esqulino

L'articolo La città comune proviene da Comune-info.