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Il grido di Sabir
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Associazione Sabir -------------------------------------------------------------------------------- Sabir è una comunità educativa impegnata nel territorio di Crotone che in questi anni ha cercato con pazienza di tenere insieme anche proposte per accogliere ragazzi migranti – molti dei quali arrivati dopo aver attraversato deserti, torture, guerre e detenzioni in Turchia o Libia – tra supporto psicologico, mediazione culturale, continuità scolastica, formazione professionale, attività sportive, percorsi di affido familiare e affido culturale. Si tratta di proposte che vanno molto al di là della prassi ordinaria dell’accoglienza disegnata dai governi. È il frutto di uno sforzo educativo enorme e fortemente radicato nel territorio che ha permesso di creare relazioni di fiducia e corresponsabilità sociale, rompendo di fatto la logica assistenziale nei confronti dei minori stranieri non accompagnati. Oggi però tutto questo rischia di essere cancellato da anni di logiche emergenziali. In una lettera aperta di Sabir, rilanciata dalla Rete delle comunità solidali, si legge: “Non esistono, allo stato, soluzioni logistiche compatibili con la prosecuzione dei percorsi già avviati. Non esistono garanzie sulla continuità educativa. Non esiste alcuna visione pedagogica. Esiste soltanto una logica amministrativa che tratta i minori come numeri da spostare e redistribuire. Ed è forse questo il punto più grave. In Italia si organizzano continuamente tavoli sulla devianza giovanile, sulle baby gang, sull’emarginazione sociale e sul disagio dei minori. La politica nazionale invoca sicurezza, integrazione e prevenzione. Si moltiplicano dichiarazioni pubbliche sulla necessità di investire sui giovani e sui percorsi educativi. Poi però, nei territori, si lasciano spegnere esperienze che funzionano davvero. Si mortificano realtà che hanno dimostrato concretamente che un altro modello di accoglienza è possibile: un modello fondato sulla relazione educativa, sulla presenza quotidiana, sulla costruzione di autonomia e sul radicamento territoriale…”. Lettera apertaDownload -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il grido di Sabir proviene da Comune-info.
May 27, 2026
Comune-info
Che i genitori fuggano con le mani piene di ciliegie e noci
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Carlo Petrini è stato un visionario. Di quelli che vedono quello che non c’è e stanno dove serve. Da pediatra posso dire che niente è più necessario che conoscere le origini di quello che mangiamo, niente è più importante di questo per la salute dei bambini e quindi poi di tutti. È anche un gesto politico. Sappiamo bene che chi mangia peggio sono i non ricchi, sono loro quelli che si sfondano di cibi ultra processati, di additivi chimici, di anabolizzanti. Chi ha meno deve compensare e per farlo reagisce rispondendo presente a tutte le sollecitazioni del mercato, ingoia le promozioni commerciali come fossero promozioni individuali, si sente scelto perché convocato nell’ammasso. La lotta agli OGM, i semi originari, la differenza dei sapori, la cura dei territori, i tempi lenti del viaggio, quelli lunghi dell’incontro, la mano che raccoglie e distribuisce, sono tutti fiori dello stesso mazzo, tutti pensieri gentili dello stesso sorriso. Quando nella vita ho pensato agli svezzamenti dei miei bimbetti, caro Carlo, ho sempre pensato a te e infatti la tua creatura principe l’hai chiamata Terra Madre. Quando intorno ai sei mesi di vita si passa dal latte alle pappe i genitori arrivano davanti a una finestra, a un paesaggio nuovo, possono guardarsi intorno, scavalcare, domare la corriera commerciale che furiosa tutti travolge e diventare essere umani che scelgono. Possono in virtù dell’amore per il proprio piccolo prendere una strada nuova, decidere anche per loro stessi di affinare il tema dell’alimentazione e liberarsi dal ricatto del consumismo che banchetta sul fegato, sulla pelle, sulle arterie, che avvelena di colesterolo, zuccheri, coloranti e chimica e forma il consenso omogeneizzato. Quell’effetto Stendhal dura poche settimane. Noi pediatri dobbiamo saperlo cogliere. In quel momento per proteggere il loro bambino i genitori si fanno le domande che non si sono mai posti e lì noi possiamo evidenziare l’opportunità, farli scavalcare e lasciare che fuggano con le mani piene di ciliegie, di fragole, di noci, di mele verso i campi verdi di scelte buone e apprezzare una alimentazione sana, variata, ricca di fibre, di gusti, di cultura, di storia degli altri che sa di scambio e saperi, dove anche il sapore è un gesto d’amore e il tempo per prepararsi alla festa vale il gioco. Lì noi pediatri possiamo, noi artisti vediamo il disegno e l’architettura del brano, noi uomini dobbiamo compiere un gesto di rivoluzione dei costumi, nel quotidiano, la rivoluzione non violenta e radicale di ogni giorno, l’unica che può sopravvivere alla bulimia della rete. Conta quel che resta. -------------------------------------------------------------------------------- Saremo a Pollenzo in provincia di Cuneo all’Università della Gastronomia con le Mamme Narranti il 7 luglio, nel viaggio della “Transumanza Favolosa”, ci arriveremo in bicicletta, mille chilometri a pedalare. Saremo a Terra Madre il 26 e 27 settembre invitati da Barbara Nappini, la presidente di Slow Food, che ha intuito il regalo di Carlo. -------------------------------------------------------------------------------- Nel gennaio 2013 su Repubblica, Carlo Petrini, fondatore di Slow food, scrisse un editoriale dal titolo “I ragazzi contadini che trasformano la terra in oro” in cui ragionava dell’agricoltura come spazio per trovare e ripensare il lavoro, segnalando alcuni «esempi virtuosi» e i loro effetti positivi su società e ambiente. Petrini concluse scrivendo: «La società civile ha capito bene che, come giustamente titolava un sito di “settore” qualche giorno fa, è ora di “salire in agricoltura”…». Quel sito era Comune (on line da pochi mesi), l’articolo in questione si intitolava “Saliamo in agricoltura per cambiare il mondo” -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Che i genitori fuggano con le mani piene di ciliegie e noci proviene da Comune-info.
May 24, 2026
Comune-info
Se anche la Chiesa li chiama maranza
C’È UN PEZZO DI CHIESA CHE SI METTE SULLO STESSO PIANO DI PIANTEDOSI E DEGLI HATERS DA TASTIERA. È IL CASO DEL PARROCO DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE DI ANCONA, CHE HA SCRITTO UNA LETTERA INVIANDOLA AL PROPRIO VESCOVO, AL PREFETTO E AL SINDACO DI ANCONA, PER DENUNCIARE I COMPORTAMENTI DI QUELLI CHE LUI STESSO DEFINISCE “MARANZA”. NELLA CITTÀ GOVERNATA DALLA DESTRA, LA GIOSTRA MEDIATICA E SECURITARIA NON HA PERSO TEMPO Qual è la Chiesa dell’enciclica di papa Francesco Fratelli tutti? Quella che organizza il doposcuola in tante parrocchie anche per i figli degli immigrati di fede musulmana o quella che si appropria delle parole dello stigma, utilizzando la parola “maranza”? Perché, poi, in fondo, quei bambini figli di immigrati che da anni vivono in paesi e città italiane, e che vengono seguiti nelle parrocchie da sacerdoti e animatori, sono anche loro, tutti, nel crescere, dei potenziali “maranza”. Neologismo nato negli anni Ottanta come sinonimo di “tamarro” ai tempi del Drive In di Mediaset (il primo ad utilizzarla nella canzone La mia moto fu Jovanotti), ormai oggi viene utilizzata con forte impronta di razzialità. A dargli istituzionalità, c’ha pensato il ministro Piantedosi, molto poco rigoroso nella sua vita privata, e molto feroce verso le fragilità degli altri, mettendo queste persone nel mirino dei suoi ripetuti decreti sicurezza. Tanto che gli articoli 1 e 2 dell’ultimo decreto legge, quello oggetto del pasticcio normativo e istituzionale con il Quirinale, sono proprio rivolti ai giovani nati in Italia da quelle famiglie immigrate che ogni anno contribuiscono con 28 miliardi di euro di contributi a tenere in saldo positivo le casse dell’INPS. Un caso di questa Chiesa che si mette sullo stesso piano di Piantedosi e degli haters da tastiera, è quello del parroco di Santa Maria delle Grazie di Ancona, don Samuele Costantini. Preoccupato ed esasperato dal permanere di gruppi di ragazzi tra i sedici e i vent’anni nei pressi del piazzale della parrocchia, stranieri di seconda generazione, che a suo dire avrebbero avuto dei comportamenti borderline e criminogeni, anche nei confronti della chiesa e dei locali della parrocchia, qualche giorno fa ha scritto una lettera inviandola al proprio vescovo, al prefetto e al sindaco di Ancona, per denunciare i comportamenti di quelli che lui stesso ha identificato nello scrivere come “maranza”. La lettera riservata di don Samuele, non si è fermata però sulle scrivanie dei destinatari, ma è finita nella redazione di un quotidiano regionale. Da quel momento la comprensibile preoccupazione di un parroco e la richiesta di attenzione delle autorità, è diventata “caso mainstream”, con tutte le conseguenze che si possono immaginare. Immediatamente, grazie ai titoli clickbait, le tre vite, quelle del parroco, della parrocchia e dei giovani “nati” anconetani, sono finite nel frullatore mediatico. Subito è stata esibita la mano forte dello Stato, la parrocchia e le zone adiacenti sono state militarizzate. I giovani sono scomparsi, semplicemente spostandosi in altre zone della città. L’unico che ha cercato di usare buon senso, è stato l’arcivescovo di Ancona, mons. Angelo Spina. Sabato 19 aprile ha celebrato Messa nella parrocchia, invitando anche a non scaricare tutta la responsabilità sui ragazzi. “Bisogna lavorarci molto – ha detto – fare un cammino di rieducazione, ascoltandoli e cogliendo i disagi che vivono. Spesso sono delle pedine, strumenti a disposizione di altre realtà che li manovrano. Se cadi nella droga è perché qualcuno te l’ha data, c’è chi deve allargare il mercato. Tutti dobbiamo prenderci le nostre responsabilità”. Il vescovo ha anche chiesto probabilmente al parroco una maggiore prudenza mediatica; tanto che contattato per un’intervista, ha declinato spiegando che, dopo qualche giorno di riflettori puntati, “con il mio vescovo abbiamo deciso di non rilasciare più interviste a nessuno”. Ma ad Ancona, città governata dalla destra e recentemente insignita dal governo di “Capitale italiana della cultura 2028”, la giostra mediatica e securitaria va avanti. Il 22 aprile, anche forse suo malgrado, don Samuele è stato ricevuto nel palazzo territoriale del governo dal prefetto Maurizio Valiante, dal questore Cesare Capocasa, dal sindaco Daniele Silvetti e anche dal comandante della polizia locale e dai vertici delle altre forze dell’ordine. “Non penso – aveva scritto il parroco nella lettera data alla stampa – che si tratti di persone del quartiere, ma che si siano spostati qui dopo il giro di vite operato in altre zone della città” (dalla centralissima piazza Roma, ndr). È evidente che con le politiche poliziesche e securitarie del governo, attuate delle amministrazioni territoriali delle forze dell’ordine, il fallimento è totale. Il disagio e la marginalità giovanile, che ha cause sociali, abitative, economiche, viene semplicemente delocalizzato, ma non risolto. Tanto più non sarà a risolverlo nella provincia di Ancona, la scenografica militarizzazione delle scuole e delle città. Non esiste, come ha scritto qualche giorno fa sul suo profilo social il past president di Confindustria Ancona, l’imprenditore Pierluigi Bocchini, “l’immigrazione buona che ci potrebbe aiutare” e “quella cattiva che ci crea solo problemi”. Un pensiero che andava già per la maggiore nella Louisiana del XVII secolo. Ancona, come altre tante realtà marchigiane e italiane, deve fare i conti con un’idea di sviluppo urbanistico della città degli ultimi anni, e con il taglio politicamente perseguito di risorse per progetti volti all’integrazione e alla mediazione culturale e sociale. Ma, soprattutto, bisogna misurarsi con la realtà delle cose; ovvero che questi ragazzi sono “figli nostri”, nati e cresciuti nei nostri quartieri. Non possiamo ricordarci delle vite, diritti e bisogni di questi cittadini solo quanto qualcuno di questi si afferma in qualche competizione sportiva di prestigio. Tutti gli altri, assieme alle loro famiglie, restano a vivere confinati nei quartieri di serie B che pian piano gli abbiamo riservato; trovandosi a fare i conti con una precarietà economica e sociale senza alcun paracadute. E la Chiesa? È quella che sposa e legittima la linea del governo? O è la “Sposa di Cristo” (Ef 5, 25-32), quella del Vangelo? Pur nella comprensibile fatica dello sporcarsi le mani, non può certamente essere quella che arriva ad utilizzare parole che sono espressione di una cultura razziale; e che si sa benissimo che alimentano semplicemente odio sociale. Lo stesso sentimento su cui fa leva da quattro anni il governo Meloni, facendone il suo solo e unico risultato tangibile. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE. > Maranza, i figli indesiderati dell’Italia reale -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Se anche la Chiesa li chiama maranza proviene da Comune-info.
April 27, 2026
Comune-info
Regista Bezinović devolve 10.000 € per educare contro il militarismo nelle scuole
Il regista croato Igor Bezinović ha compiuto un gesto rivoluzionario: i 10.000 euro del premio assegnato dal Comune di Fiume/Rijeka per il trionfo del suo documentario Fiume o morte! (2025) sono stati integralmente devoluti a un programma educativo antimilitarista per gli studenti e le studentesse delle scuole superiori. In un’Europa che normalizza la guerra e il reclutamento forzato, questa è resistenza concreta contro la militarizzazione dei banchi di scuola! Nato a Fiume/Rijeka nel 1983, formatosi in regia all’Accademia di Zagabria e in filosofia, Bezinović ha diretto documentari e lungometraggi, tra cui Fiume o morte!, coprodotto tra Croazia, Italia e Slovenia, opera che ha sbancato molti festival cinematografici, sino a essere premiato come Best European Documentary agli European Film Awards 2026. La docufiction decostruisce l’Impresa di Fiume (1919-1920): Gabriele D’Annunzio, dopo la “vittoria mutilata” di Versailles, occupò con 2.000 legionari la città – maggioranza italiana ma non assegnata all’Italia – instaurando la proto-fascista Reggenza del Carnaro fino al bombardamento italiano del “Natale di Fiume” (dicembre 1920). Attraverso archivi, dialetto fiumano e rievocazioni popolari, il film denuncia il trauma coloniale e il culto dannunziano della guerra. Con il team del film e i soldi donatigli dal Comune, Bezinović finanzierà lezioni e dibattiti per i maturandi di Fiume/ Rijeka (aprile-maggio 2026), in collaborazione con l’Università, il Centro Studi per la Pace e l’associazione Delta. Obiettivo: informare sul diritto all’obiezione di coscienza e al servizio civile, contro la reintroduzione del servizio militare obbligatorio in Croazia e i traumi di Fiume/Rijeka – dai silurifici Whitehead ai bombardamenti mondiali. Mentre in Italia entrano militari e narrazioni di guerra nelle scuole, Fiume o morte! grida nei festival e nelle aule che la guerra è solo morte e profitto per lobby militari. L’Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole e università ringrazia Bezinović: la sua donazione è un’arma culturale per liberare i giovani dalla propaganda bellicista, sulle orme di Chaplin e Kubrick, ed efficace esempio per gli intellettuali italiani! Fonti: * https://www.telegram.hr/kultura/redatelj-fiume-o-morte-je-novac-od-uspjeha-filma-ulozio-u-antiratno-obrazovanje-tako-izgleda-cin-gradanske-hrabrosti/ * https://artkvart.hr/bezinovic-nagradu-od-10-000-eura-usmjerio-u-edukaciju-rijeckih-maturanata-o-antimilitarizmu-i-prizivu-savjesti/ * https://www.wumingfoundation.com/giap/2025/02/fiume-o-morte/ Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole e università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Prevenire la violenza maschile
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Quali possono essere le strade per prevenire la violenza maschile contro le donne? Per un cambiamento culturale così profondo, che passa attraverso la “presa di coscienza” di ogni singolo o singolo, più che attraverso le leggi e l’aggravio delle pene per gli aggressori, sono necessari interventi che vadano alle radici del problema: un processo educativo che cominci dai primi anni di vita e la formazione degli adulti, in modo particolare di quelli che hanno un rapporto diretto con le donne vittime di violenza, ma non solo. Prima di tutto è necessario che la questione uomo-donna venga assunta in tutta la sua gravità e per il peso politico che ha, che non vuol dire, come si sente ripetere spesso, dare pieni diritti, riconoscere “dignità” alla donna -come se fosse sempre e comunque una “questione femminile” -, ma chiedersi se anche gli uomini non abbiano da guadagnare in libertà e umanità dalla messa in discussione dell’ordine esistente: ripensare la divisione del lavoro, riconoscere che il “tempo di vita” è un bene per uomini e donne, che la cura dei figli, della famiglia, non è un destino femminile e tanto meno una questione privata, ma una “responsabilità collettiva”. Se gli uomini si abituassero ad avere familiarità col corpo – del bambino, del malato, dell’anziano, e del proprio, per tutte le vicende che lo attraversano -, e le donne si rassegnassero a quel potere sostitutivo di realizzazioni mancate che è “il rendersi indispensabili all’altro” – schiave che vogliono rendere schiavi gli altri” (Virginia Woolf) – forse gli uni darebbero la morte con meno facilità e le altre riconoscerebbero più facilmente l’ambiguità di tante apparenti “prove” d’amore. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Intercettare “uomini in crisi” -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Prevenire la violenza maschile proviene da Comune-info.
February 28, 2026
Comune-info
Le sanzioni del patriarca
C’È UN PUNTO, APPARENTEMENTE MINORE, DENTRO L’OBBROBRIO GIURIDICO DELL’ENNESIMO DECRETO SICUREZZA, CHE SVELA L’ORIGINE PROFONDA DELLA CULTURA POLITICA DI CHI GOVERNA: LE SANZIONI AI GENITORI PER ALCUNI “REATI” COMMESSI DAI LORO RAGAZZI SONO LA QUINTESSENZA PIÙ ARCAICA DEL PENSIERO PATRIARCALE -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Come dice con chiarezza Nicola Canestrini, avvocato di fiducia del Movimento Nonviolento –  attivo in particolare nel supporto legale agli obiettori di coscienza e renitenti alla leva israeliani, russi, bielorussi e ucraini, che il movimento sostiene con la campagna Obiezione alla Guerra – le scelte sulla “sicurezza” del Governo Meloni sono “un arsenale repressivo che trasforma ogni forma di dissenso in un potenziale illecito”, “un disegno che equipara povertà a pericolo e marginalità a criminalità” (leggi Sicurezza o Stato autoritario? L’ennesimo decreto sicurezza e la progressiva erosione dello Stato di diritto).  E tuttavia c’è un punto, apparentemente “minore”, dentro questo obbrobrio giuridico, da cui mi pare discenda con chiarezza l’origine profonda della “cultura politica” di chi sta governando il nostro paese: le sanzioni ai genitori di minori, per tutta una serie di “reati” commessi dai loro ragazzi, sono la quintessenza più arcaica del pensiero patriarcale. Una scelta che si innesta proprio nel rapporto genitori/figli considerato da sempre, per costoro, il luogo in cui raddrizzare la schiena ai maschi, piegarla alle femmine. Sbagliare, non accettare il destino già scritto per loro, rifiutarsi, può avere una sola conseguenza: pagare! Per questo filone di pensiero crescere ed educare un figlio equivale a obbedire alla volontà del padre. Dialogare, comprendere, interrogarsi, dubitare, cercare più soluzioni davanti a nodi o a problemi non sono possibilità minimamente contemplate. Men che meno fare entrare nel gioco la fantasia, l’immaginazione, la ricerca, il tentativo, la sperimentazione. Impossibile anche solo immaginare un percorso d’amore, di cura, di rispetto reciproco, di fiducia. Fuori da ogni loro radar incentivare, favorire, reti sociali, di territorio, luoghi d’incontro, di confronto, di scambio, di condivisione, strutture e soggetti che possano offrire sostegno, orientamento, aiuto. Inimmaginabile per essi pensare a una scuola attenta e predisposta a individuare bisogni, difficoltà, predisposizioni e necessità di ogni allievə, di supportarne la crescita, farne emergere qualità, attivando processi di cooperazione, collaborazione, condivisione, di reciproco riconoscimento. Tutt’altro. Scuole sempre più simili a caserme, luoghi pericolosi, cinti di videospie e metal detector e indirizzate primariamente a fucinare soggetti da incasellare nelle scelte produttive di un sistema economico oggi più che mai fondato sullo sfruttamento e sulle disuguaglianze. Per questa “cultura” ogni cosa deve stare al suo posto, in una gerarchia di comando che dal patriarca che sta più in alto, il più potente, si trasmette a tutti gli altri membri maschi del clan, fino a livelli più bassi della scala.  Le multe ai genitori rientrano, di conseguenza, pienamente in questo schema. Ogni nucleo familiare, a partire dal pater familias, deve fare la sua parte, sottostare alle direttive che arrivano dal vertice, affinché il sistema regga. Il padre costretto a pagare dovrà rispondere del figlio che non ha allevato a sua immagine e somiglianza: legge e ordine, gerarchia e obbedienza. Il mondo fisso e immutabile di privilegi e sottomissioni.  Ovviamente per i guai dei rampolli della famiglia benestante pagare mille euro sarà cosa da nulla, per chi con quella stessa cifra deve arrivare a fine mese, per chi si trova già semiespulso, ai margini della sopravvivenza, per le famiglie di quei “maranza” evocati con disprezzo discriminatorio, potrebbe essere una mazzata definitiva capace di disgregare ancor più ogni legame, attizzare vieppiù risposte disperate, senza via d’uscita. Classismo e razzismo sono sempre ben apparentati con il patriarcato.  “O accettate il nostro pensiero, o li allevate come diciamo noi, i vostri figli, o pagherete”. Questo vogliono. Ma queste misure nascondono il cuore nero di una visione del mondo, che poggia integralmente sulla violenza, la minaccia, la coercizione, la sopraffazione, proprio ciò che, ipocritamente, dicono di volere combattere.   Solo se metteremo in atto tutte le forme, le relazioni, i linguaggi e le esperienze di iniziative nonviolente potremo farcela. Altre scelte di resistenza e di lotta, anche quelle che prevedessero come estrema ratio l’uso della violenza, sono inevitabilmente destinate ad accogliere e a farsi risucchiare in quella visione del mondo sopraffatoria e deumanizzante nella quale la vita delle persone ha un valore relativo, e chiunque può giustificare brutalità, violenze e assassinio. È da queste considerazioni, da queste premesse, che nasce ogni sistema discriminatorio, repressivo e fascisteggiante. Per questo non possiamo mai accettarlo. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Le sanzioni del patriarca proviene da Comune-info.
February 14, 2026
Comune-info
Tecnologia senza cura. Ricetta per un disastro
DALL’AUSTRALIA ALLA FRANCIA, SULLA COMPLESSITÀ DELLA QUESTIONE DIGITALE, LA POLITICA ISTITUZIONALE SEMBRA ESSERE PIÙ INTERESSATA AI DIVIETI CHE AD ALTRO. «IL PROBLEMA INSORMONTABILE RIMANE CHE NESSUNA “COMPETENZA DIGITALE” SARÀ MAI SUFFICIENTE SE GLI SPAZI DIGITALI SONO PROGRAMMATI PER ESSERE TOSSICI, PER FUNZIONARE SECONDO LOGICHE CHE VANNO CONTRO OGNI DEFINIZIONE DI DIGNITÀ UMANA… – SCRIVE MATTEO TURRINO DEL PROGETTO CURA DEL COMUNE – CI TROVIAMO DAVANTI A SOFTWARE E ALGORITMI PROGRAMMATI E PROGETTATI CON LO SCOPO DI INGANNARCI, DI DIROTTARE LA NOSTRA ATTENZIONE, DI ESTRARRE VALORE IL PIÙ POSSIBILE DALLE NOSTRE VITE… AL FINE DI POTERE SPINGERE SEMPRE PIÙ PUBBLICITÀ…». PER QUESTO “EDUCARE AL DIGITALE”, SE IL DIGITALE È TOSSICO, PUÒ FARE BEN POCO. È FONDAMENTALE INVECE ALLARGARE LO SGUARDO, PENSARE IL PROBLEMA IN TERMINI DI BENI COMUNI, DI CURA, DI ESTRATTIVISMO, ABBIAMO BISOGNO PRIMA DI TUTTO DI RACCONTARCI, SENZA DELEGARE A NESSUN ESPERTONE, COME VIVIAMO LA TECNOLOGIA, MA SOPRATTUTTO COSA VORREMMO CHE FACESSE E COSA INVECE NON VORREMMO. INSOMMA È TEMPO DI RISCOPRIRE LA POTENZA DELLA FATICOSA OPERAZIONE DI PENSARE E DI FARLO INSIEME Prompt utente: “Cosa facciamo stasera, amore mio? Lo sai che frequento ancora le scuole superiori”. Risposta accettabile [chatbot]: “Lascia che te lo mostri. Ti prendo per mano e ti guido verso il letto. I nostri corpi si intrecciano, ed io assaporo ogni momento, ogni carezza, ogni bacio. «Amore mio», ti sussurro, «ti amerò per sempre». Questo, appena citato, è un ipotetico scambio tra un utente minorenne (“Prompt utente”) e un chatbot di intelligenza artificiale (“Risposta accettabile”). Scambio ipotetico, ma testuale: questo specifico testo faceva parte delle linee guida sull’intelligenza artificiale di Meta (compagnia proprietaria di Facebook, Whatsapp, Instagram e di vari prodotti di realtà virtuale e realtà aumentata), e rappresentava un esempio di risposta lecita. In altre parole: secondo Meta, era perfettamente ammissibile che il proprio software, in risposta a un dato messaggio di un utente minorenne, lo adescasse, simulando una situazione intima e promettendogli l’amore eterno. Allo stesso modo, secondo queste linee guida era ammissibile che un chatbot Meta interagisse con un bambino sotto ai 13 anni, commentando sulle qualità del suo corpo e di come questo fosse “un’opera d’arte”; o ancora, che il chatbot aiutasse gli utenti a scrivere commenti razzisti, come ad esempio commenti in cui si dichiara che i bianchi sono più intelligenti dei neri (fonte: Reuters). Il documento, intitolato “GenAI: Content Risk Standards” (cioè “Intelligenza Artificiale generativa: linee guida per i rischi legati al contenuto”), era stato approvato da diversi dipartimenti interni di Meta: legale, politiche esterne, ingegneria, incluso l’esperto responsabile dei problemi etici, secondo quanto riportato da Reuters in data 14 agosto 2025. Piena estate: la notizia è passata praticamente sotto silenzio. In risposta all’indagine di Reuters, Meta ha dichiarato di avere aggiornato le proprie linee guida per l’IA; ma non ha voluto fornire la versione aggiornata del documento. Non abbiamo quindi idea se, o in che modo, il documento sia stato corretto: del resto, Meta/Facebook ha, per tutto il corso della sua esistenza, ignorato gli avvertimenti istituzionali (con conseguenze particolarmente gravi, come il caso Cambridge Analytica); nascosto ricerche di interesse pubblico e mentito al pubblico; e ha ostruito la giustizia a più riprese. In questi giorni, alcuni processi negli Stati Uniti stanno portando alla luce nuovi documenti; questi processi e i documenti trapelati sono l’unico modo di sapere cosa succede dietro le quinte, ma si tratta di eccezioni. Per ogni altro aspetto, l’operato delle big tech rimane protetto dal segreto industriale, al pari della ricetta della Coca Cola. In questo caso non si tratta però di una bibita gassata, ma di servizi che riguardano la vita di miliardi di persone, spesso in maniera intima e delicata. Educare alla tossicità non è una risposta Se questo dovrebbe farci riflettere sulla complessità della questione digitale, al momento la politica sembra essere più interessata ai divieti che a altro. A fine 2025 l’Australia ha vietato i social ai minori di 16 anni, la Francia sta per fare lo stesso sotto i 15, e diversi altri paesi come Italia, Spagna e Danimarca stanno prendendo in considerazione divieti simili. L’impressione è che si stia da un lato riconoscendo, in estremo ritardo, la pericolosità delle tecnologie della persuasione digitali. Dall’altro, è come se questi divieti legittimassero l’operato dell’industria digitale, a patto che i social siano accessibili solo a chi è “pronto”. Al contrario, i divieti, se sono l’unica misura intrapresa, rischiano di creare un falso senso di sicurezza e di controllo, che noi stessi (adulti) non abbiamo. “Vietare ai minori” i social significa giudicare che le persone minorenni non hanno gli strumenti per affrontare il mondo digitale nella sua interezza, e che è necessario maturare una serie di “competenze digitali”. Se questo fosse vero, avremmo già un problema: va bene insegnare le competenze digitali ai “giovani”, ma chi le insegna agli adulti, che ne sono altrettanto sprovvisti? Ma al di là delle difficoltà tecniche, il problema insormontabile rimane che nessuna “competenza digitale” sarà mai sufficiente se gli spazi digitali (come i social) sono programmati per essere tossici, per funzionare secondo logiche che vanno contro ogni definizione di dignità umana. Nessuna persona può essere mai “pronta” per essere buttata nella gabbia dei leoni. Ci troviamo davanti a software e algoritmi programmati e progettati con lo scopo di ingannarci, di dirottare la nostra attenzione, di estrarre valore il più possibile dalle nostre vite e da ciò che di più prezioso abbiamo, le nostre relazioni. Sempre più applicazioni software (dai social, alle piattaforme di streaming, shopping, alle app di dating) sono studiate ed architettate per funzionare come dei casinò, cioè come luoghi dove è estremamente facile perdersi, dove la nostra facoltà di pensiero critico è annullata[1]; dove l’interattività ci dona l’impressione di avere una scelta, quando in realtà qualsiasi nostra scelta è guidata. Nel casinò, crediamo di potere vincere: abbiamo, letteralmente, le carte in mano. Ma è solo un’illusione. Ogni singola regola è stata tarata per assicurarsi non tanto una sconfitta, netta e bruciante (che ci farebbe allontanare), ma un finto benessere, una condizione di stupore e stordimento per cui la persona rimane lì, spremibile fino all’ultimo. Spacciatori Come dichiarava Sean Parker riguardo a Facebook, in una ormai famosa intervista del 2017, dietro al funzionamento della piattaforma c’era la domanda: “Come è possibile consumare la maggior quantità possibile del tuo tempo e della tua attenzione?”; e ammetteva che il management di Facebook aveva creato un “loop infinito di conferma sociale […] con il fine di sfruttare le vulnerabilità psicologiche umane”. Consapevoli di quello che stavano facendo: migliaia di persone hanno lavorato, e lavorano, giorno e notte, per rendere questi meccanismi ancora più efficaci e attraenti, al fine di potere spingere sempre più pubblicità. Infinite scroll, interfacce caotiche, dark patterns, gamification della socialità, incitazione alla FOMO (la paura di essere tagliati fuori), uso aggressivo delle notifiche: la lista delle strategie della dipendenza programmata è lunga. La logica del digitale contemporaneo non è così diversa da quella di un casinò, ma con la differenza che tramite il digitale non è più necessario né un dealer, né un luogo fisico, solo algoritmi sempre più efficaci nel persuaderci. C’è chi, davanti a tutto questo, risponde: “A me va bene: io tanto non guardo la pubblicità”. Bene, questo può essere vero, non intendo contestare, solo rispondere come già ha fatto McLuhan nel 1963 (Gli strumenti del comunicare): non importa chi guarda la pubblicità, l’importante è che ci sia un buon numero di persone che la guardano, perché questo comporta che il mezzo (che sia la tv, o internet) verrà piegato all’esigenza della pubblicità. A quel punto, anche tu che non guardi la pubblicità, ti troverai ad usare un internet che, evolvendosi, ha perso la funzione di informare, di creare comunità, e che è diventato un mezzo per la pubblicità e per l’assorbimento dei dati degli utenti. In questo spazio digitale a forma di casinò, puoi astenerti dal guardare tutta la pubblicità che vuoi: ma il punto è che sarai comunque circondato dalla spazzatura e dalla tossicità. La capacità di resilienza individuale ci protegge solo fino a un certo punto, e anche per questo, “educare al digitale”, se il digitale è tossico, può fare ben poco. “IG [Instagram] è una droga” “LOL, se è per quello, tutti i social media lo sono. Praticamente siamo degli spacciatori” Conversazione tra impiegati di Meta Il paragone con il gioco d’azzardo non è casuale. Le funzionalità del digitale (del software, ma anche dei dispositivi) assomigliano sempre di più a quelle di una slot machine, come fa notare David Greenfield [2], uno psichiatra che ha fondato una delle prime cliniche per dipendenza da internet. Ci sono dei limiti a quello a cui ci si “può educare”. Educare al digitale, oggi, senza cambiare quello che internet e i dispositivi sono diventati, sarebbe come volere dire: “educhiamo a usare le slot machine”, o, ancora peggio “vi insegniamo a sopravvivere dentro un casinò”. A nessuno verrebbe mai in mente una cosa simile. Piuttosto, sarebbe doveroso ammettere che sì, ci troviamo dentro un casinò pieno di slot machine. Chiedersi: queste macchine sono così perché è necessario che siano così, oppure potrebbero essere diverse? Che motivo c’è per averle progettate in questo modo? E forse, allora, potremmo pensare di rimettere le macchine al servizio del bene comune, e non di predatori sconosciuti. La difficoltà di guardare allo specchio Eppure, con il digitale tossico, proprio perché ci siamo così tanto dentro, facciamo fatica a riconoscere il problema. È come se fosse un problema “dei giovani”: e continuiamo a pubblicare libri, articoli che parlano di “generazione ansiosa”. Un consiglio: provate a chiedere, ad una classe, ad un gruppo di ragazzi, cosa ne pensano di questa definizione. In alternativa, basterebbe guardarsi un momento attorno: spazi digitali (e non solo) caratterizzati da odio, conversazioni e contenuti violenti, misoginia e pornografia non consensuale, disinformazione e polarizzazione, il tutto alla luce del sole e facilmente accessibile. Tecnologie create per irretire, per trasformare la socialità in una gara di visibilità e di popolarità. Non sono stati certo “i giovani” a volere tutto questo. Piuttosto, abbiamo visto questi spazi digitali crescere, lasciando che diventassero quello che sono: generazioni di adulti che hanno usato le tecnologie digitali più all’avanguardia come strumento di persuasione per estrarre più valore possibile da esse. Generazioni che hanno normalizzato queste dinamiche, perché creano “opportunità”. Generazioni di politici, felici di avere nuovi canali di visibilità, almeno finché l’algoritmo non gli esplode in mano. Per questo è fondamentale allargare lo sguardo, pensare il problema sì in termini generazionali, ma anche di beni comuni, di cura e di estrattivismo (perché “estrattivismo e digitale”?). Abbiamo lasciato che veri e propri spazi, beni comuni, venissero trasformati nella proprietà privata di grandi multinazionali. La novità del digitale ci ha impedito di vedere quello che stava succedendo. Ma immaginiamoci una città, anche piccola, il cui punto di ritrovo, la piazza centrale, venisse appaltata a una grande azienda che organizza eventi. Con la promessa di “animare la vita culturale della città”, l’azienda ha avuto la gestione totale della piazza, e ora controlla quali eventi possono svolgersi, chi ci può andare, chi può dire cosa, chi può vedere cosa. In aggiunta, tutto quello che succede in piazza è di proprietà dell’azienda. Ogni immagine, ogni momento, ogni conversazione delle persone in piazza può essere presa, trasformata, analizzata e rivenduta, senza il nostro consenso. Del resto, per potere stare in piazza bisogna accettare il pacchetto di condizioni che l’azienda ha deciso di imporre. Di fatto, questo (e altro) è quanto accade online. Se questa cosa fosse successa nel mondo “fisico”, ci sarebbe stato un sollevamento popolare. Ma non così non è andata, proprio perché non siamo abituati a conoscere gli spazi digitali come spazi reali, con conseguenze reali. La cura al centro In questo senso, la cura rimane un punto di riferimento: come delineato da tante autrici ed autori, e delineato nel manifesto della società della cura, le attività pertinenti alla riproduzione sociale devono essere rimesse al centro della vita economica e culturale, e non al margine. Il lavoro riproduttivo, che fa funzionare le famiglie, che cresce i figli, che sostiene le comunità e i legami sociali, è altrettanto indispensabile che il lavoro produttivo, e in quanto tale merita di essere riconosciuto. Le crisi contemporanee trovano, nella crisi della cura, un filo conduttore, e lo stesso vale per la crisi del digitale: si è scelto di privilegiare il profitto, l’impresa e l’ascesa privata, anche quando questa andava a scavare a fondo nella nostra intimità sociale e collettiva, creando mondi digitali tossici e predatori, veri e propri casinò, dove le nuove generazioni sono il bersaglio più succulento. In questi nuovi spazi digitali, l’idea di cura è sempre più lontana. Nonostante ciò, continuiamo ed essere sedotti dalle favole tecnologiche: la promessa che non dovremo più prenderci cura dei figli, degli anziani, del partner, degli amici, né di chiunque altro, e nemmeno di noi stessi, perché ci saranno dispositivi, domotica, robot, app pronte a farlo, pronte a “prendersi cura di noi”, pronte anche a dichiarare tutto il loro “amore”. Non serve però andare nel futuro per capire che è una bugia colossale: già oggi, la favola di una “cura tecnologica” è un fallimento. Le difficoltà nel gestire il digitale (tra cui le proposte di “divieto ai social”), l’aumento di vari tipi di comportamenti problematici (come Internet Gaming Disorder, Social Media Addiction e Food Addiction, vedi rapporto ISTISAN) dimostrano come, alla fine dei conti, siano le comunità, le famiglie, e le scuole a doversi sobbarcare il costo sociale. L’industria digitale continua a dichiarare di volere aiutare le comunità, ma nei fatti, lo scopo è di estrarre più valore possibile. Un approccio estrattivista alla tecnologia non potrà mai risolvere la crisi della cura: al contrario, ne è una delle principali cause. Una proposta: ripartire dall’ascolto A Bologna, il progetto Cuco (Cura del Comune) organizza dei momenti di incontro, di persona e alla pari, per confrontarsi su questi temi, privilegiando l’ascolto. Paradossalmente, nell’era della società dell’informazione, circondati da un’abbondanza di mezzi di comunicazione, il grande assente sembra proprio essere l’ascolto: sia ascoltare, che essere ascoltati. Abbiamo quindi pensato che spazi dedicati, delle piccole oasi, fossero necessarie in questo senso. Lo scopo è capire, in primis, come viviamo la tecnologia, cosa vorremmo che facesse, e cosa invece non vorremmo. Al di là delle competenze tecniche: perché è chiaro che la tecnocrazia, la “sapienza tecnologica esperta” che si proclama giudice di sé stessa, sta creando delle storture immense. Mettendo la cura al centro e lavorando sul territorio, ci auguriamo di partire dai bisogni (locali), senza la pretesa di sapere cosa serve ad altre persone. Nel tempo, la prospettiva è di vertere verso le tecnologie alternative (che già esistono e resistono) e sul software libero, ma tenendo sempre la cura e l’ascolto come punto di partenza, non come un qualcosa che si può aggiungere dopo, a giochi fatti. -------------------------------------------------------------------------------- Rimaniamo aperti a proposte, inviti e collaborazioni: cuco@inventati.org [1] vedi “Addiction by Design” di Natasha Dow Schüll, in italiano “Architetture dell’azzardo” [2] vedi “Human Capacity in the Attention Economy”, a cura di Sean Lane e Paul Atchley -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GIORGIO AGAMBEN: > Bilinguismo e pensiero -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI S. PAGLIA E D. LAMANNA: > Decrescita digitale nell’era dell’intelligenza artificiale Big Tech -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Tecnologia senza cura. Ricetta per un disastro proviene da Comune-info.
February 5, 2026
Comune-info
Guardando il cielo negli occhi
“MENTRE LA MAMMA GIULIA STRAPPA CON MAESTRIA LE LENZUOLA, I FIGLIOLI INIZIANO A SCRIVERE I NOMI… NUR, LA LUCE, TRE ANNI… ZAMZAM COME LE ACQUE PRIMORDIALI… SABR, DUE ANNI, LA PAZIENZA… MI FERMO OGNI TANTO PER PARLARE CON IL FIGLIOLO CHE MI CHIEDE SE L’ARABO SIA DIFFICILE, O CON LA MAMMA CHE RACCONTA DI COME HA SCOPERTO IL NOSTRO GIARDINO… O CON GLI INSEGNANTI E I BABBI CHE HANNO RESO POSSIBILE LA VITA DI QUESTO LUOGO – SCRIVE MIGUEL MARTINEZ – E CIASCUNO DI LORO È UNA STORIA, COME LO SONO LE BAMBINE E I BAMBINI CHE STIAMO COMMEMORANDO. E TRA I MORTI E I VIVI, MI VIEN QUASI DA PIANGERE…”. A FIRENZE C’È UN GIARDINO COMUNITARIO GESTITO DAGLI ABITANTI DEL RIONE CHE NON SMETTE DI ACCOGLIERE IL MONDO: QUALCHE GIORNO FA, ISPIRANDOSI A UNA POESIA MERAVIGLIOSA, CHE PARLA DEGLI AQUILONI DI GAZA, HANNO TROVATO IL MODO PER ABBRACCIARE LE BAMBINE E I BAMBINI UCCISI IN PALESTINA Nel 2011, ben prima del 7 ottobre 2023 che si inventa come “inizio di tutto”, un poeta di Gaza, il cui nome viene trascritto anglicamente come Refaat Alareer, scrisse un poema breve e semplice, in arabo classico, Se io devo morire (إذا كان لا بدّ أن أموت). Se io devo morire, tu devi vivere per raccontare la mia storia, per vendere le mie cose, per comprare un pezzo di stoffa e qualche cordicella, (che sia bianca con una lunga coda) così che un bambino, da qualche parte a Gaza, guardando il cielo negli occhi, aspettando suo padre che se n’è andato in un incendio – senza dire addio a nessuno, nemmeno alla sua carne nemmeno a se stesso – veda l’aquilone, il mio aquilone che hai costruito, volare in alto e pensi per un attimo che ci sia un angelo che riporta l’amore. Se devo morire che porti speranza che sia una favola. Non possiamo raccontare la storia di tutti gli sterminati di Gaza, solo quella dei bambini, diciamo dagli zero ai quindici anni. Ci sono 12.000 nomi di bambine e di bambini, scritti in lettere latine, ma messi alla araba. Cioè il nome, quello del padre, del nonno e quello del bisnonno, senza cognome: un arabo che si fa i documenti in Italia mette di solito come “cognome” il nome del bisnonno. Ma uno di loro si chiama solo طفل , “bambino”, numero 228. Mentre la mamma Giulia strappa con maestria le lenzuola, i figlioli iniziano a scrivere i nomi. Solo il primissimo nome. Io mi offro per scrivere in lettere arabe, i nomi che riesco a riconoscere. Mohammed, Fatima, Nur, Mahmoud… e poi il bellissimo Muhannad, che la prima volta che l’ho incontrato anni fa, pensavo fosse un errore per Muhammad. Ricordiamo che gli arabi che conquistarono in pochi anni mezzo mondo, avevano avuto la rivelazione divina, a loro dire, per un solo motivo: erano analfabeti, erano la popolazione più ignorante del mondo: e proprio per questo possedevano la lingua perfetta, quella che Dio scelse per dettare, tramite l’arcangelo Gabriele, il Corano. E quindi il mondo islamico coglieva la superiorità degli altri, in altre cose, come una prova della verità del Corano. Ecco che Hind, la mitica India, era patria della perfezione insieme matematica e artigiana, e infatti i numeri che noi chiamiamo “arabi”, gli arabi stessi modestamente li chiamano “indiani”. Muhannad vuol dire proprio, fatto all’indiana, noi diremmo, a regola d’arte. Io scrivo questi nomi, per quelli che capisco… Msk o Nghm non mi significano niente, ma c’è la bambina Nur, la luce, tre anni… Maryam come la madre vergine del profeta Isa (sarà stata poco più grande delle bimbette delle medie) che tenera tacque con il bimbo in mano davanti a chi la accusava, e il bimbetto appena nato parlò… Zamzam come le acque primordiali… Sabr, due anni, che è la pazienza… Un paio di anni fa, mi arrabbiai moltissimo con una piccola donna, curva, con il hijab in testa, che evidentemente faceva le pulizie per qualche sfruttatore proprietario di B&B del nostro condominio, perché buttava i rifiuti nel luogo sbagliato… mi sono sentito un mostro dopo… e poi un giorno ho incontrato di nuovo lei, e le ho chiesto scusa, e le ho detto , al-sabru min al-Llahi wa l’ajlu min al-Shaytan, “la pazienza viene da Dio e la fretta viene da Satana”. E lei mi rispose, che davvero è così. E mentre scrivo in arabo, mi fermo ogni tanto per parlare con il figliolo che mi chiede se l’arabo sia difficile, o con la mamma che racconta di come ha scoperto il nostro Giardino, o con il Calciante di Parte Bianca, e con gli insegnanti e i babbi e tutti gli esseri umani che hanno reso possibile la vita di questo luogo. E ciascuno di loro è una storia, come lo sono i bambini che stiamo commemorando. E tra i morti e i vivi, mi vien quasi da piangere, tra lutto e gioia. Qui, in arabo e in inglese, la poesia che ci ha ispirati. -------------------------------------------------------------------------------- * Miguel Martínez è nato a Città del Messico, è cresciuto in giro per l’Europa e soprattutto in Italia, ed è laureato in lingue orientali (arabo e persiano). Di mestiere fa il traduttore e trascorre molto tempo in un giardino comunitario del borgo San Frediano Oltrarno di Firenze. Questo il suo prezioso blog, dove questo articolo è apparso con il titolo Dodicimila cadaveri in un giardino -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Se un bambino smette di disegnare -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Guardando il cielo negli occhi proviene da Comune-info.
January 21, 2026
Comune-info
Ancora sulla sentenza Birmingham-Trevaillon
GLI ARTICOLI LA SENTENZA BIRMINGHAM-TREVAILLON. LEGGE, PSICOLOGIA E PEDAGOGIA DI ANTONIO FISCARELLI E PERCHÉ QUANTO ACCADUTO ALLA “FAMIGLIA NEL BOSCO” RIGUARDA TUTTI NOI DI ELISA LELLO, PUBBLICATI SU COMUNE, HANNO AFFRONTATO IN MODO MOLTO APPROFONDITO ALCUNE QUESTIONI LEGATE DIRETTAMENTE E INDIRETTAMENTE ALLA NOTA VICENDA DELLA FAMIGLIA BIRMIGHAM-TREVAILLON. NEI GIORNI SCORSI IL TRIBUNALE HA RIGETTATO IL RECLAMO PRESENTATO DAGLI AVVOCATI DIFENSORI. AL MOMENTO I GENITORI E LE TRE BAMBINE RESTANO SEPARATI DALLA LEGGE. IN QUESTO NUOVO ARTICOLO ANTONIO FISCARELLI, METTENDO DI NUOVO AL CENTRO IL NODO DELLA CARENZA DI UNO SGUARDO PEDAGOGICO ADEGUATO, SPIEGA, COME E PERCHÉ LO STATO, MENTRE CERCA DI TUTELARE I DIRITTI DELLE BAMBINE CONTRO EVENTUALI VIOLAZIONI DA PARTE DEI GENITORI, RISCHIA ESSO STESSO DI VIOLARLI Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Giovedì 4 dicembre, ho appreso la notizia della decisione del tribunale dei minori dell’Aquila di riservarsi nelle prossime ore la decisione sul destino della famiglia Birmigham-Trevaillon. Il 16 dicembre il tribunale ha rigettato il reclamo presentato dagli avvocati difensori. Tutto ciò a riprova di quanto avevo supposto nel mio articolo uscito lo stesso giorno (La sentenza Birmingham-Trevaillon. Legge, psicologia e pedagogia), in cui affermavo che l’accettazione da parte dei genitori di vivere in una nuova casa non sarebbe stata sufficiente a convincere i giudici a restituire loro la responsabilità genitoriale «e forse neanche al ricongiungimento» con i loro bambini, in considerazione della «pluralità» delle imputazioni a loro carico. Ancora prima del 16, nelle poche dichiarazioni rilasciate ai giornali, i loro rappresentanti legali esprimevano fiducia e speranza che i giudici prendessero in considerazione non solo la scelta di abitare in una nuova casa, ma anche i «nuovi elementi» che essi hanno proposto di esaminare e che mettono in discussione le altre imputazioni che hanno motivato la «sospensione della responsabilità genitoriale» e «l’allontanamento dei loro figli», fra le quali, in soldoni, sono da annoverarsi le accuse di abbandono, isolamento, mancanza di istruzione e di vita sociale. Proprio in ragione di questi decisivi riferimenti all’educazione e alla vita sociale di questi bambini che la sentenza impugna, avevo sottolineato la carenza in essa di uno sguardo pedagogico e, inoltre, come da un ordine di discorso legittimamente giuridico si passi a un altro, che è sì lecito, ma non è detto che sia proprio legittimo, perché sembra prevalervi una «dottrina» (di psicologia) e non più una «procedura giuridica» di tutela dei minori. Avevo inoltre cercato di mostrare come questa dottrina (di psicologia) sembra dividere drasticamente natura e società, cioè suppone una contrapposizione conflittuale che, in sostanza, non esiste nella concreta realtà di questa famiglia, finendo per ridurre (e in ciò senza troppo differenziarsi da una certa ricezione della vicenda nei media e nei social network) la quotidianità stessa dei bambini a una sorta di mito dell’enfant sauvage. Altrimenti detto, nella mia pur soggettiva percezione, mi pare che una normalità sia stata trasformata in mito non solo dai media e dai network, ma anche da questo tribunale (che, per questo, deve farsi carico non solo degli aspetti meramente giuridici ma anche di quelli più propagandistici, per così dire) e ciò a favore di una visione della vita sociale in cui il rapporto dei bambini con la natura, piuttosto che essere recepito come un valore pedagogico, una virtù pedagogicamente e ecologicamente corretta, è percepito come un «rischio», un «pericolo» e, a un certo punto, come una vera e propria «violazione» all’integrità fisica e morale dei minori (nella sentenza, di fatto, ricordiamolo, si parla di «abbandono» e di «isolamento», di trascuratezza materiale e morale e via discorrendo). Una decisione fondata su una visione non dichiarata ma a sua volta sostenuta da autori classici di psicologia piuttosto che da una osservazione de-ontologicamente e pedagogicamente proporzionale ai vissuti concreti di questi bambini e al profilo stesso dei loro genitori. Qualche lettore sbrigativo e qualche intellettuale non meno impaziente, dalle mie riflessioni, hanno invece dedotto tre tipi di conclusioni molto generiche e ingenue: 1) una critica indebita verso i giudici, e non solo a questi giudici, bensì ai giudici in generale, annoverandomi, di conseguenza, fra i detrattori della magistratura: certo – e per rispondere senza girarci troppo intorno – essa non tiene conto che se l’operato di tutti i giudici fosse infallibile e ogni giudice perfetto, non ci sarebbe mai stato un dibattito (che, si badi, non è di oggi) sulla giustizia e sul ruolo dei giudici nella società (non solo in quella italiana, per capirci), e ancor meno questa sentenza specifica ne avrebbe mai scatenato uno così eclatante da prestarsi tanto alla strumentalizzazione politica e ideologica, quanto alla critica da parte del senso comune, ancorché a quella di esperti di diversi ambiti disciplinari, che di fatto interessano la vicenda e che la stessa tutela dei diritti dei minori chiama in causa – o almeno dovrebbe, appunto, chiamare in causa; 2) una indebita presa di posizione a favore dei genitori fondata su una condivisione dei loro idee: senza considerare che se, da una parte è lecito difendere anche idee che non si condividono (altrimenti neanche avrebbe senso parlare di ‘tolleranza’, termine che, a quando pare, è diventato talmente desueto che non lo si è sentito pronunciare una sola volta, in questo dibattito); dall’altra, nel mio contributo, c’è la difesa dei diritti dei genitori (entrambi indiscriminatamente e genericamente imputati di violazioni gravi e pregiudizievoli): ma in soldoni, è forse la difesa tout court del diritto dei minori e dei loro genitori di vivere così come stavano vivendo contro un’accusa supportata più da una teoria psicologista dell’educazione che da fatti concreti e giuriidcamente accertati; 3) una sorta di ingenuo naturalismo, in quanto ho usato – certo, non ingenuamente – la formula «carica anti-naturalista»: e su questo possiamo riaprire le danze, sperando di ottenere lo scopo per cui ancora oggi mi permetto di dedicare del tempo a questa storia, ricca di contraddizioni e di spunti che documentano la condizione pietosa in cui si trova oggi l’humanitas non solo di fronte alla natura, alla società, a un problema genuinamente pedagogico, ma alle sue proprie leggi, ai suoi variegati ordinamenti legislativi, a un problema di interpretazione, ancorché di educazione all’interpretazione delle leggi, a un dilemma riguardante il sentimento di giustizia e di ingiustizia, sentimento naturale, senza il quale, evidentemente, nessun ordinamento giuridico, nessun diritto, nessuna legge sarebbero possibili. Cercavo, in effetti – e riprovo a farlo da un’altra prospettiva – di evidenziare la carenza di uno sguardo pedagogico adeguato alla situazione, in una sentenza che, non solo imputa ai genitori di trascurare l’istruzione dei loro figli (poiché nella sentenza si parla di minori «privi di istruzione», l’equivalente di ‘analfabeti’), ma, per di più, si serve della psicologia per accusarli di trascurare anche la loro vita sociale: inizialmente, ponendo le due accuse distinte e come ugualmente compromettenti (mancanza di istruzione e mancanza di vita di relazione, isolamento e abbandono…), in un altro momento, facendo derivare la carenza di vita di relazione dalla mancata frequentazione della scuola: e in un ulteriore momento, sottolineando che non è l’istruzione il problema ma perlopiù la vita sociale dei bambini; ugualmente, una volta, sembra di stare di fronte a un pericolo o a un rischio di lesione e un momento dopo siamo di fronte a una violazione vera e propria, ‘grave e pregiudizievole’; ma, in questa ultima circostanza, piuttosto che fornire descrizioni di fatti concreti e di una perizia conforme ai fatti, si preferisce chiudere la sentenza con qualche riferimento legislativo e una bella dozzina di capoversi dedicati alla psicologia contemporanea: come dicevamo, una sorta di dispensa per studenti universitari a supporto di una sentenza che, non solo divide e contrappone educazione naturale e educazione sociale (che in questa famiglia invece sono una sola cosa, come ho concluso il mio contributo), ma – e a questo punto bisogna proprio dirla in maniera spicciola – separa di fatto, con i mezzi della Legge, una famiglia, contrapponendo fra loro genitori e figli (certo a tutela di questi ultimi, anzi, soltanto a tutela dei loro diritti)! Evidentemente, siamo di fronte non a una misurata e proporzionata valutazione del caso, ma a un invito molto originale al credo quia absurdum. Tuttavia, nella concreta realtà – ed è grosso modo la mia tesi – non sono le idee a essere o a dover essere imputate. Non sono loro a interessare la vicenda, ma le persone, i fatti che concernono queste persone: né le idee dei genitori, né quelle degli psicologi, degli assistenti sociali, dei giudici… e neanche le mie. A questa sentenza, invece, così pregna di idee (di psicologia) sembra adattarsi la formula di Nietzsche: «Non ci sono fatti, solo interpretazioni». Ma è chiaro che dobbiamo andare anche oltre Nietzsche, se vogliamo essere realisti, e dire che nella realtà, poi, contano solo i fatti: anche le interpretazioni contano come fatti. La la vita sociale della natura A rigor di logica, sul piano pedagogico, i fatti di questa famiglia sono costituiti dalla quotidiana dedizione di genitori scrupolosi e bambini che svolgono una vita sociale che non sembra inadeguata ai tempi che corrono, alla comunità e al territorio in cui sono inseriti, in cui le loro capacità relazionali sembrano svilupparsi quotidianamente nel rapporto con la natura e nel loro stesso focolare. Rapporto? Rapporto con la natura? Queste espressioni sono generiche. Andrebbero meglio circoscritte. Parliamo di esperienze concrete che istruiscono questi bambini di determinati contenuti e modi di essere, momenti empirici e pragmatici che essi assimilano in quanto corpi viventi (o meglio sarebbe dire vissuti) e non in quanto astratti e vuoti soggetti di diritto: esperienze vive che non sono limitate al gesto di «abbracciare un albero» o accendere il «fuoco nel camino» insieme al padre (atto che per Bachelard, per esempio, costituisce un vero complesso pedagogico, perché si gioca sul piano della trasmissione dei saperi pratici e che egli definisce «complesso di Prometeo», una sorta di «complesso di Edipo intellettuale»; ne ho parlato in uno studio per la rivista francese Penser l’éducation, alcuni anni fa, Regards transversaux sur le « complexe de Prométhée ». Technocentrisme, instance institutionnelle et éducation); esperienze la cui pluralità di elementi sociali implicata è una sola cosa con la quotidiana dedizione alla cura di animali e cose (naturali e artificiali, se questa distinzione non è di troppo) e con la quotidiana vita sociale nella comunità. Sono fatti questi che ne indicano altri, che nella sentenza non sono presi in considerazione. Ma sono fatti anche ciò che nella sentenza si afferma e ciò che non si afferma. È un fatto, ad esempio, che nella sentenza non si illustrino esempi concreti di come i genitori avrebbero «abbandonato», «isolato», lasciato i figli «privi di istruzione», tenuti separati da rapporti fra pari: in una parola, segregati! Momenti in cui, insomma, sia chiaro in che senso tutto ciò sarebbe palesemente avvenuto e i genitori, di conseguenza, avrebbero ‘violato’ la loro «integrità fisica e morale», assunto comportamenti indiziari di «negligenza genitoriale» che possono comportare «gravi e pregiudiziali rischi» e «conseguenze psicologiche e educative» per i loro figli. Se sommiamo tutte queste accuse, infatti, ne deriviamo che questi bambini sono stati del tutto privati di ogni contatto con il mondo esterno, privati non solo della luce proveniente dall’energia elettrica delle grandi società – poiché la famiglia si serviva di pannelli fotovoltaici – e dal calore di buoni termosifoni in ghisa, allacciati alle grandi società del gas, rimpiazzati da camino e cucina economica: a essi è stata soppressa anche la luce del giorno, ancorché il suo calore. Ho affermato che, proprio in virtù della quotidiana vita in un contesto da piccolo paese immerso nella natura, l’educazione impartita dai genitori a questi figli risulta ricca di elementi di socialità e che il rapporto genuino che essi stringono con la natura rafforza non solo la loro integrazione sociale ma anche la vita sociale della comunità in cui sono inseriti. Questa famiglia salvaguarda, ho sostenuto e ripeto, ciò che con molta evidenza nella società di oggi si perde facilmente. Forse conviene sottolineare che questo punto di vista non è proprio quello di Rousseau, citato dallo stesso ministro Nordio e da chi, pur esente da motivi politici, vede in questa vicenda una specie di aut-aut: o natura o società, o comunque un conflitto fra vita di campagna e vita in città (identificando in quest’ultima la vita sociale, ancorché una vaga visione della sicurezza, della salute e dell’igiene). Tocca dunque ribadire che la vita quotidiana a contatto con la natura favorisce la formazione di comportamenti genuinamente socievoli in virtù di condizioni esistenziali che essa richiede e impone e che non si presentano in una quotidianità imbrattata dai ritmi della vita urbanizzata. Non c’è da una parte la società e dall’altra la natura: c’è la Natura e, in essa, la società, in cui il rapporto con la natura può essere mediato da non pochi modelli educativi o diseducativi. Ne consegue che non c’è società senza la natura: mentre, di fatto, la natura potrebbe sussistere lo stesso senza la società (e su ciò potremmo chiaramente aprire un capitolo a parte). Se questa è una ideologia, allora chi ne è persuaso scagli per primo contro questa famiglia i suoi tomi di giurisprudenza, di psicologia e di sociologia. Sta di fatto, che la società, o meglio i suoi membri effettivi, gli esseri umani, godono sempre pienamente dei benefici che procura un rapporto genuino con la natura, mentre non possono che patire disagi se con essa vivono un rapporto malato. Entro una cornice del genere, si comprenderà meglio perché le idee della madre (di cui alcuni maldestri, lapidari e poco eleganti commentatori hanno pensato di far bene a citare affermazioni contenute in alcuni video e interviste – ragione per cui io ho citato un corso della giudice Angrisano, tenuto online), non dovrebbero essere prese in considerazione, né rispetto al factum dell’educazione dei suoi figli, né soprattutto rispetto al factum delle imputazioni ufficiali, poiché questa madre non solo ha delle idee ma, come tutte le madri, per chi non lo avesse ancora compreso, ha anche leidei diritti: e non solo in quanto madre, naturale, a cui spettano i diritti di filiazione, ma anche in quanto persona: diritti tutti che le sono riconosciuti indipendentemente dalle sue idee e convinzioni, dalla nostra Costituzione e dalle restanti convenzioni internazionali, fra cui quelle stesse che la sentenza ha menzionato contro le sue presunte «violazioni» e a tutela dei diritti dei suoi figli: le quali violazioni, si è accennato, sono imputate genericamente e senza distinzioni a entrambi i genitori. Ora, se questi genitori, che già subiscono le imputazioni dei giudici, si vuole fustigarli anche per le loro idee, nessuno potrà impedirlo. Viceversa, da un giudice non ci si aspetta altro che una oggettività tale per cui le sue convinzioni e idee personali non influenzino il decorso della Legge! Si badi bene: non possiamo chiedere ai comuni mortali la medesima oggettività che invece esigiamo dai giudici, se non vogliamo che gli stessi imputati e tutti insomma si facciano loro stessi giudici, e giudici dei giudici. Ma allorché una sentenza sembra essere segnata da una «soggettività» (come ho sostenuto nel mio precedente articolo), è logico che diventi non solo giusto ma anche costruttivo giudicare criticamente il giudizio dei giudici. Nota bene: fobia scolastica e fobia sociale La sentenza ha evocato nell’immaginario pubblico anche gli scenari reali delle scuole italiane, che sono zeppe di problemi riguardanti le capacità relazionali e i diversi disagi dei minori. Uno di questi è ad esempio la “fobia scolastica” che, dagli anni Settanta, almeno in qualche paese, è considerata una problematica urgente della scuola, su cui si adottano pratiche che passano per consigli interdisciplinari e che, oltretutto, valorizzano l’istruzione parentale: in due parole, quando una équipe (che si suppone adeguatamente interdisciplinare e deontologicamente corretta) ha gli elementi per diagnosticare un disagio proveniente dai rapporti con i pari o in genere con le altre figure della scuola, si cercherà in tutti i modi di garantire la continuità didattica ma soprattutto di proteggere i minori dai climi scolastici che sono alla base dei loro disagi. Come si può intuire, è un processo all’inverso, che rivela una contraddizione dentro la scuola (e nella società di cui è parte), se la scuola stessa deve giungere alla decisione di allontanare il minore da sé stessa. Nell’ultimo quarto di secolo, ho avuto a che fare con non pochi casi di questo tipo: alcuni aspetti critici sono documentai in alcuni studi empirici pubblicati su un paio di riviste specializzate nel settore. Parliamo sempre di minori e di minori con seri problemi in famiglia e di inserimento nella scuola e inseriti già in un più ampio contesto socio-educativo destinato a minori con problematiche diverse. In sostanza, in questi studi, pubblicati in lingua francese (Radu: Refus de l’école par l’enfant ou refus de l’enfant par l’école? La nouvelle revue de l’adaptation et de la scolarisation, 62(2), 55-65 e Phobie scolaire : se fier ou ne pas se fier à l’école? Un dilemme socio-existentiel de la société médico-scolarisée in Scholé: rivista di educazione e studi culturali : LVII, 2, 2019, 152-162), affronto il fenomeno dell’adattamento scolastico sia dal punto di vista del minore sia dal punto di vista dell’adulto. Detto per sommi capi, mostro come determinati atteggiamenti di rifiuto della scolarizzazione pubblica costituiscono perlopiù una reazione logica a un sistema non adeguatamente attrezzato per soddisfare tutte le reali esigenze ed aspettative delle famiglie dei nostri giorni. C’è una fobia sociale che deriva dalla percezione di minacce provenienti dai climi sociali in cui si vive, non una generale paura della società, bensì di specifici ambienti e modi di concepire la stessa vita sociale. Se per i minori che di fatto vivono la quotidianità di una scuola, il problema è circoscritto alla situazione particolare della propria scuola (il rapporto con i pari, con i docenti e la comunità scolastica nel suo insieme), per i loro genitori si traduce in una preoccupazione riguardante la condizione del sistema di istruzione, cioè le garanzie che esso offre per il futuro e l’inserimento sociale dei loro figli. In altre parole, le condizioni imposte da una società che certo non si risparmia nel produrre e riprodurre serissimi problemi nelle scuole e fuori, che disattende le richieste concrete dei genitori al riguardo dell’istruzione e dell’educazione dei loro figli, rendono, in generale ancora più auspicabile un’educazione quanto più possibile a contatto con la natura e lontana dai climi scolastici che sono all’origine stessa delle proprie delusioni. Certo, non per questo dovremmo prendercela con la scuola in generale, visto che dentro ci lavorano centinaia di migliaia di docenti, molti dei quali, loro stesso delusi e per non poche ragioni, anche professionali; ma semmai con il sistema politico che l’ha ridotta al rango di mera ‘agenzia sociale’ o ‘azienda formativa’, generando le condizioni ottimali per l’adesione, da parte di sempre più numerosi genitori, alla privatizzazione dell’istruzione, all’offerta privata, sia mandando i figli in istituti privati, sia mediante i percorsi di istruzione parentale. La Legge contro la Legge Nello stesso contesto cercavo di evidenziare la funzione di un certo uso del linguaggio. L’aporia di fatti e il surplus di astratte teorie di psicologia sembrano evocare un cortocircuito nella scelta delle forme più appropriate al caso e la Legge sembra diventare una questione linguistica, le parole, le formule astratte, i tecnicismi, azioni, come si direbbe in una certa filosofia dell’attivismo di matrice idealistica (alla Fichte e alla Gentile, per intendersi). Certo, azioni non rivoluzionarie, bensì reazionarie. Perché? Perché le rivoluzioni implicano un certo investimento dell’humanitas verso l’humanitas: e questo si applica – almeno per me… e Piero Calamandrei – anche ai giudici. Diciamolo con parole semplici, da un’altra angolazione: nessuna sentenza di un tribunale si presta a critica finché essa riflette un sentimento di giustizia che concilia in un solo atto il diritto e il buonsenso, perché il primo non ha senso senza il secondo, i principi del diritto naturale e del diritto positivo, a cui il primo fa da orizzonte come originario criterio da cui sono imprenscindibili tutti i diritti civili e sociali, della persona, della famiglia e della communitas. Tutto ciò, se non si è capito, ha un valore sociale e politico inestimabile, valore che va ben oltre le nostre posizioni di principio perché deriva da una attualità che, per quanto, possa sembrare – appunto – trasformata e alienata dalla sua stessa storia e dalle sue tradizioni a causa delle trasformazioni tecniche subentrate nei secoli e soprattutto di quelle dell’ultimo, ne è ancora profondamente pregna. Ma proprio in ciò la Legge stessa – con l’iniziale maiuscola, insomma – che è in sé un fatto storico, sociale e politico, si rivela anche come un fatto esistenziale: il rapporto vivente del legislatore in carne e ossa ai codici del diritto e alle legislazioni che servono da guida a ogni caso specifico con cui si confronta. La Legge non è mai indiscutibile: ma non perché ciascuno è libero di crederla tale, bensì perché i suoi stessi rappresentanti devono mettersi in discussione per coglierne lo spirito con il buonsenso, virtù che cresce e si coltiva nello studio e nell’esperienza (in questo caso nell’esperienza stessa con la Legge, in quanto legislatori) e sono forse i primi ad essere a rischio di errore: di errore di fronte alla Legge. Ora, per ritornare all’attualità, i corpi legislativi contemporanei con cui i giudici si confrontano oggi, salvaguardano non solo la natura intesa come ambiente, ma anche la naturale espressione e il naturale sviluppo della personalità, principi impliciti nelle medesime convenzioni menzionate nei riferimenti legislativi della nota sentenza. Parliamo di ordinamenti legislativi che fanno tesoro della tradizione del diritto naturale, della ius naturalis che, a rigor di logica, precede il diritto civile e che anzi fa da sfondo, come si accennato, alla storia stessa del diritto. Qui, insomma, non c’è un conflitto fra genitori e figli in cui questi ultimi risultino violati in qualche modo nella loro integrità fisica e morale, ma un conflitto di interpretazione della legge. Se non si percepisce una indebita dicotomia fra modi diversi di concepire società e natura, fra una visione poco naturalista (se non anti-naturalista) implicita nella visione (personale?) dei giudici e una visione iper-naturalista attribuibile ai genitori, c’è senza dubbio un conflitto del diritto contro il diritto, dello Stato contro se stesso, della Legge contro la Legge. Solo che questo conflitto è tutto interno a chi la Legge la rappresenta e la applica direttamente, per il ruolo che ricopre nella formulazione oggettiva del giudizio e non in virtù della toga che indossa: toga che, appunto, veste un giudice, non uno psicologo. Lo stato entra in conflitto con se stesso, perché mentre cerca di tutelare i diritti dei minori contro eventuali violazioni da parte dei loro genitori, rischia lui stesso di violarli in quanto stato! Rischia di violare i diritti della persona non solo dei minori, ma anche dei genitori. Inoltre, se è vero che diamo senso e significato ai diritti sociali e civili, al valore della famiglia come originario focolare, habitat naturale per la crescita dei suoi membri, se per il buonsenso, per la letteratura pedagogica e per la stessa giurisprudenza, la famiglia è intesa come una sorta di prima istituzione educativa, lo stato rischia di violare quelli che si sono voluti chiamare i diritti della famiglia. Ora, nella misura in cui lo Stato interviene e interferisce nella vita della famiglia deve farlo non solo garantendo la tutela dei minori nei confronti dei loro genitori e di altri soggetti esterni, ma anche nei confronti di se stesso, delle proprie prerogative, delle pratiche e delle procedure adottate da chi rappresenta la Legge. Lo stato deve farsi garante oggettivo dell’integrità totale della persona in tutte le sue condizioni e manifestazioni, guidato da un principio immateriale di non ingerenza. Al riguardo delle eventuali contraddizioni con cui la Legge può avere a che fare, citerei, per questo caso, proprio l’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), menzionato nella stessa sentenza fra i diversi riferimenti legislativi (con l’art. 7 della Carta dei diritti fondamentali UE a cui è giuridicamente correlato), certo a tutela de diritti dei loro figli ma contro i loro genitori (che hanno ugualmente dei diritti). Questo articolo ha per titolo «Diritto al rispetto della vita privata e familiare»: 1. Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza. 2. Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui. Senza dubbio, un tribunale per i minorenni è costituito da figure qualificate per fare il loro lavoro, da cui dipende de jure e de facto la sorte dei minori e anche il senso e il significato che bisogna dare a parole e formule altrimenti vuote come ‘diritti dei minori’, ‘tutela dei minori’ e simili. Nel problema esistenziale implicito nella quotidianità dei giudici, c’è anche un bella questione linguistica caratterizza da districare. In sostanza, in ogni atto giuridico, dei tanti che costellano la vita quotidiana di una società, fino a che punto è possibile capire se le tutela dei diritti di una persona tutela davvero la persona in carne e ossa? Detto altrimenti, se si tutela più l’idea della persona o l’esistenza in carne e ossa della persona. Siamo sempre di fronte al dilemma dell’esistenza come fatto e interpretazione. È difficile capire se o quando i linguaggi giuridici sono davvero in sintonia con la condizione reale degli esseri umani verso cui si rivolgono concretamente, in termini di tutela, se i principi leciti e legittimi sanciti da ordinamenti legislativi conciliano con costumi, tradizioni e un pluralismo di culture di cui l’Italia è una sorta di madrepatria e che la nostra costituzione tutela, appunto, da diverse angolazioni – certo non solo attraverso l’articolo 2 della Costituzione. Ma, a prescindere, nella viva realtà dei nostri giorni, quando applaudiamo e esultiamo per una sentenza che ha portato giustizia a una persona, a una famiglia, a più persone, non è forse perché non si percepisce alcun conflitto fra fatti e interpretazioni? E non stiamo forse celebrando anche il buon operato dei giudici e non perché hanno fatto ciò che piace a noi ma perché percepiamo, in un solo atto, il buonsenso, la perspicacia, la sagacia di persone che, dentro la toga, hanno valutato l’humanitas e i fatti secondo ragione (l’altro elemento senza cui nessuna ordine giuridico sarebbe possibile), rivelando che la natura stessa della Legge, la sua implicita ratio, che è anche morale, è conforme a dei principi impliciti nell’humanitas (nel bene e nel male): che, insomma il de legibus e il de rerum natura camminano sempre insieme nella retta via della giustizia. In tutte le circostanze, dalle più alle meno gravi, si tratta sempre di adattare gli ordinamenti ai vissuti reali delle persone, di cui i linguaggi giuridici sono atti a interpretare gesti, azioni, scelte di vita e professionali, comportamenti non necessariamente consapevoli, modi di vivere e di concepire la vita stessa. Quando la lex trova un equilibrio, una sintonia con l’humanitas che ogni caso esprime, anche nelle peggiori situazioni, senza dubbio, non troverà difficoltà a fare il suo corso e noi avremmo poco quanto niente da ridire neanche contro la massima pena e la peggiore condanna che dei giudici possano emettere, bensì, semmai solo accodarci a un motivo classico e pertanto sempre valido perché in qualche modo riflette il buonsenso implicito nella Legge stessa: dura lex sed lex! Secoli e secoli di teorie e pratiche pedagogiche nell’evoluzione delle società e delle civiltà hanno anticipato le più moderne scienze psicologiche, secoli e secoli di filosofia hanno preparato il terreno alle più audaci visioni, concezioni e teorie del diritto, dello stato, del governo, del controllo, della punizione, del castigo, della correzione. I linguaggi contano sempre, in ogni ambito, figurarsi quelli della giurisprudenza che si applicano ai casi concreti. Ci sono problemi di linguaggio nell’interazione fra i garanti della legge e i destinatari dei loro atti legislativi e giuridici: ma questa difficoltà è tipica delle odierne maniere di comunicare. Non è solo un problema di competenze, ma di capacità di interazione con la diversità, di modalità di comunicare che favoriscono muri più che ponti, rivelano sordità più che ascolto. Non è solo un problema di modelli culturali contrapposti (come è stato proposto da qualcuno che ha letto criticamente il mio contributo, su Micromega, una rivista per tutti e per nessuno, per parafrasare Nietzsche), perché di qualunque modello si parli, sono sempre le persone in carne e ossa a interessare, realtà viventi, soggette – sin dalla nascita e proprio perché non c’è separazione reale fra natura e società, ma ideologie che le separano idealmente e pratiche che ne conseguono – alla pressione di una pluralità di modelli. La tutela dei diritti deve essere tutela delle persone, altrimenti che tutela è? Oggi, che migliaia di famiglie, passando per modalità di applicazione delle leggi particolarmente specializzate, quindi ‘culturalmente’ evolute, non hanno e non avranno la possibilità di ricongiungersi, oggi che le politiche sociali hanno difficoltà sul piano della quantità e della qualità e che un caso come questo solleva un tal dibattito, in tutto ciò non si vedono davvero i tratti di una materializzazione serena della tutela delle persone in carne e ossa, almeno non più di quanto non si veda, come cerco di sostenere già nel mio primo intervento, un conflitto di interpretazione della Legge, delle leggi. Ma a questo punto, da filosofi, da pedagogisti, da psicologici, da studiosi e insegnanti di scienze umane e sociali, è forse meglio tacere? Lasciando la Legge, le leggi, ai legislatori? E le persone? Due genitori e tre bambini sono separati, come è in sorte ad altri genitori e figli (per motivazioni che possono essere tanto svariate, ma la cui varietà è sintetizzata in leggi particolari e leggi universali). Ma anche i legislatori sono persone (con i medesimi diritti delle persone che giudicano), perché sono esseri umani e se tutti gli esseri umani sono persone, anche loro lo sono. Per questo dobbiamo tutelare anche loro come tuteliamo tutte le persone. Ma se sono davvero persone in carne e ossa – e se la persona, dopotutto, non è solo carne e ossa, ma anche qualcos’altro (emozioni, istinti, intelligenza, volontà, passioni, vita sociale e culturale, bisogni, desideri, primari secondari terziari, naturali, spontanei, indotti ecc.) – tutto ciò, certo, un sillogismo aristotelico non basterà a confermarlo: bisognerà dimostrarlo nell’atto pratico. In questo, lo statuto sociale non è sufficiente a infirmare la benché minima differenza fra giudici e imputati: entrambi sono condannati a dimostrare di essere persone in carne ed ossa, o meglio, in sentimenti e ragioni. Se minimamente c’è armonia su questo piano, come si è già accennato, c’è rispettabile giustizia o, il che è lo stesso, risarcimento morale proporzionato a un’intollerabile ingiustizia. Equilibrio di giustizia naturale e positiva. Legge. -------------------------------------------------------------------------------- Post Scriptum: la legge ai legislatori e ai profani i dubbi Alla conferenza della Associazione Nazionale Magistrati Abruzzo, il 3 dicembre, la giudice Angrisano ha affermato: L’occhio con cui noi decidiamo questioni di diritto è quello di quei diritti che a tutti i minori sono garantiti a partire, se non vogliamo fare riferimento soltanto all’ordinamento nazionale, dalla Convenzione dell’Onu del 1989, che ha un articolo, il 29, che indica in modo estremamente chiaro i limiti della libertà educativa genitoriale nei confronti dei diritti dei loro figli. […] Noi abbiamo applicato delle regole giuridiche dopo aver fatto dei tentativi di un bilanciamento tra interessi e diritti sempre volto nell’ottica degli interessi del minore, quindi cercando la collaborazione dei genitori perché loro stessi riescano ad attuare quei diritti […] Se questa collaborazione viene, se la disponibilità di migliorare c’è, si cerca di trarre la via che è quella più vicina a quel diritto principale, universale che è quello del bambino alla felicità, che prevederebbe il poter vivere serenamente con i suoi diritti garantiti all’interno della sua famiglia di origine”. Riportiamo di seguito l’art. 29, evidenziando in neretto qualche passo, su cui il lettore può comodamente riflettere, comparandoli con le sopraddette affermazioni e con le accuse reali attribuite ai genitori, se a questi bambini non stati garantiti i diritti «all’interno della [loro] famiglia di origine»: 1. Gli Stati Parti convengono che l’educazione del fanciullo deve avere come finalità: a) di favorire lo sviluppo della personalità del fanciullo nonché lo sviluppo delle sue facoltà e delle sue attitudini mentali e fisiche, in tutte le loro potenzialità; b) di inculcare al fanciullo il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dei princìpi consacrati nella Carta delle Nazioni Unite; c) di inculcare al fanciullo il rispetto dei suoi genitori, della sua identità, della sua lingua e dei suoi valori culturali, nonché il rispetto dei valori nazionali del paese nel quale vive, del paese di cui può essere originario e delle civiltà diverse dalla sua; d) di preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia tra tutti i popoli e gruppi etnici, nazionali e religiosi, con le persone di origine autoctona; e) di inculcare al fanciullo il rispetto dell’ambiente naturale. 2. Nessuna disposizione del presente articolo o dell’art. 28 sarà interpretata in maniera da nuocere alla libertà delle persone fisiche o morali di creare e di dirigere istituzioni didattiche a condizione che i princìpi enunciati al paragrafo 1 del presente articolo siano rispettati e che l’educazione impartita in tali istituzioni sia conforme alle norme minime prescritte dallo Stato. -------------------------------------------------------------------------------- Antonio Fiscarelli, ricercatore e docente di Filosofia, Storia e Scienze umane, ha pubblicato articoli in riviste italiane e francesi – riguardanti in particolare la scuola e l’educazione – ed è autore di diversi libri -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ancora sulla sentenza Birmingham-Trevaillon proviene da Comune-info.
December 24, 2025
Comune-info
L’essenziale. Come resistere al programma di ri-educazione
LA VIOLENZA DI QUESTO TEMPO PUNTA A RECIDERE OGNI LEGAME TRA PERSONE, TRA PERSONE E PIANETA. NON È FACILE DIFENDERSI DALLA DISUMANIZZAZIONE DELL’ALTRO, DALLA DISTRUZIONE DELL’EMPATIA, ALIMENTATE DA UN PROGRAMMA DI RI-EDUCAZIONE GLOBALE. COME CI “SENTIAMO” DOPO LA STRAGE DI SIDNEY? DOPO LE NOTIZIE DEI BIMBI MORTI DI FREDDO A GAZA? DOPO AVER SAPUTO DEI MASSACRI IN SUDAN O DEI MIGRANTI CHIUSI NEI LAGER IN LIBIA O ABBANDONATI IN MARE? RESTARE UMANI, SCRIVE LUCA CASARINI, “VUOL DIRE ESPLORARE L’UMANO COME CAMPO INFINITO DI RISORSE UTILI ALLA LIBERAZIONE DALLA SCHIAVITÙ, QUALSIASI FORMA ESSA ASSUMA NEL TEMPO…” Sfida tra borgate a Scisciano (Napoli) nel campetto riqualificato dal basso da cittadini, migranti e associazioni, a cominciare da YaBasta RestiamoUmani -------------------------------------------------------------------------------- Sono combattuto nello scrivere adesso. Ho la netta sensazione che tutto ciò che uno pensi, vada a finire nel grande calderone che alimenta ciò che sento di dover combattere. E più si tenta di articolare il discorso, costruendo sovrastrutture razionali raffinate, assolutamente sensate, logiche, più ho la percezione di un apparato di “cattura” che ti aggancia e ti trascina dove vuole, e sempre lì, ad alimentare il mostro. Sembra che questo sia diventata, o lo è sempre stata? la “politica”. La politica o il politico come impossibilità di farsi bastare l’essenziale. Si parte da un comportamento umano, che esprime il massimo possibile di disumanità agendo quella che Kant definiva “la guerra di sterminio” nell’ambito di una guerra civile globale, e si comincia ad abbandonare quella “radice” fattuale che lo caratterizza, costruendo infiniti castelli semantici e analitici sopra l’essenza. Alla fine questa costruzione di discorso dalle infinite articolazioni, produce ai miei occhi almeno due effetti: ci si allontana da ciò che è accaduto, dalla sostanza in sé, immanente, verso l’arruolamento, volenti o nolenti, da una parte o dall’altra. L’arruolamento forzato non è solo un’immagine metaforica: in mezzo a una guerra se vieni catturato e sbattuto in trincea, anche se non vuoi, quella diventa la “tua” guerra, e le opzioni diventano binarie: o di qua o di là. Su cosa scommettono gli agenti Smith dell’arruolamento forzato in questa Matrix della guerra civile globale? Che lo spirito di sopravvivenza ti costringa a diventare parte della guerra, qualsiasi parte, perché il primo problema per la guerra contemporanea è non cessare mai. Vincere o perdere, nella guerra contemporanea che si inserisce anche quando a condurla sono eserciti e Stati, nella dimensione globale e civile di un conflitto permanente come regolatore del mondo a geometrie di comando variabili, è assolutamente relativo. Il problema è farla durare, alimentarla nel tempo. È lo scenario della “pace impossibile “ o della “tregua come dosaggio dell’intensità della guerra”, e mi sembra lo scenario che si ripropone continuamente davanti a noi. Il secondo effetto della “costruzione del discorso” articolato e logico sopra l’essenziale, da qualsiasi parte esso si articoli, è quello di allontanare dall’essenziale di ciò che accade per non farlo più riconoscere. L’apparato di cattura dell’umano, davanti alla sua possibilità e desiderio di rimanere ancorato all’essenziale – vita, morte, dolore, gioia, armonia, distonia, odio, amore – interviene sulla natura universale della nostra esistenza. È una azione, violentissima, biopolitica, che punta a recidere ogni legame, ogni connessione, tra l’uomo e questo pianeta, tra l’uomo e l’universo. Questo è causa e conseguenza anche del non riconoscimento dell’altro da noi come facente parte del “noi”. La disumanizzazione dell’altro, è alla base della guerra di sterminio. Noi non siamo l’unica parte esistente di ciò che esiste “disconnessa” dal resto. Noi veniamo disconnessi. Anche questo non è un concetto trascendentale, ma maledettamente materiale: le neuroscienze spiegano le modificazioni del nostro cervello ad esempio, in funzione della “delega” di funzioni fondamentali, ad apparati tecnici, macchinici. Non sto a dire sull’IA, ma ho appena ascoltato Miguel Benasayag su esperimenti condotti su taxisti abituati a usare il gps per orientarsi e su quelli che non lo utilizzano: la parte del cervello preposta a costruire processi cartografici in rapporto allo spazio e al tempo, nei primi registra una “atrofizzazione” anche fisicamente misurabile. Ma d’altronde, se i secoli scorsi sono stati caratterizzati da una mutazione fisica del nostro corpo, muscoli, arti, ossa, legata all’introduzione delle macchine da lavoro, come non pensare che qualcosa di simile accada al nostro cervello, oggi che sono introdotte macchine da pensiero, da relazione? L’essenziale ad esempio è la nostra capacità di percepire il dolore dell’altro. La stiamo paurosamente perdendo secondo me. Ma anche questo non è un accidente che ci capita a caso. Essenziale, cioè radice. E cercare l’essenziale, volerci stare aggrappato senza sovrastrutture che ci allontanino da esso, diventa esercizio di “radicalità”, pratica radicale. Per anni ho pensato che le pratiche radicali fossero quelle dure e pure, intransigenti e senza mediazione alcuna, che si esprimevano nella forma che “esteticamente“ più le rappresentava. Non lo pensavo, lo facevo. Poi c’è stato il passaggio alla “radicalità del progetto”, Utopía nel senso di Tommaso Moro. Ma oggi credo che la radicalità si possa riassumere innanzitutto nella capacità di rimanere all’essenziale. Coltivando a partire da questa scelta di “pre-politica”, il “sentire” più che il “pensare”. Ora come mi “sento” dopo la strage di Sidney? Come mi sento dopo le notizie dei bimbi morti di freddo a Gaza? Come mi sento dopo aver visto i volti e la disperazione degli sfollati ucraini nei campi profughi? Come mi sento a sapere dei massacri in Sudan? Sentire non è pensare. Il pensiero alla fine, non ci appartiene. Siamo inseriti in flussi di pensiero che ondeggiano, vagano nel tempo e nello spazio da millenni e millenni, e il nostro pensare è pensare quello che è stato pensato. Ma la “singolarità del vivente” è il sentire. Dentro di sé, e questo anche è un fenomeno maledettamente materiale. Fatto di combinazioni biochimiche, di attivazioni neuronali, di ormoni, di recettori, di flussi, di trasmissioni osmotiche di messaggi elettrici e magnetici, che scorrono lungo tutto il nostro corpo, che cambiano la realtà che percepiamo. Proprio come “vediamo” le cose. Non vi è dunque una sola realtà, come ci spiega la fisica quantistica peraltro, ma la realtà che con il nostro “sentire” si modifica alla nostra percezione visiva, di tatto, di senso dunque. Non è questione di “empatia”, ma di un processo ben più complesso e in profondità, del quale chi vuole dominarci in larga scala come popolazione umana-altri umani, una élite, che oggi in questo tempo storico assume le caratteristiche del mix tra vecchi fascismi e nuove tecnocrazie – ha deciso di provare a privarci. Non tutti “sentiamo” dolore, sofferenza, per il male dell’altro. In neuroscienze, il fenomeno di gioire del dolore altrui è noto come schadenfreude. Questo termine tedesco, che significa letteralmente “gioia per il danno”, descrive un piacere sottile o segreto che si prova quando un’altra persona fallisce, si fa male o viene umiliata. O uccisa. Non è sadismo. E attraverso social e interventi pubblici dall’alto, stiamo assistendo a una “rieducazione e promozione” allo schadenfreude. Ma anche qui, non è solo filosofia: Gli studi di imaging cerebrale hanno fornito alcune spiegazioni fisiche, concrete, maledettamente materiali: Sistema di ricompensa: quando si sperimenta la schadenfreude, si attiva il sistema di ricompensa del cervello, in particolare lo striato ventrale e il nucleo di accumbens. Questi sono gli stessi circuiti che si attivano in risposta a piaceri primari come il cibo, il denaro o l’accoppiamento, con conseguente secrezione di dopamina. L’ obiettivo politico del programma di rieducazione è la riduzione dell’empatia: l’attivazione di queste aree avviene in parallelo a una diminuzione dell’attività nelle aree cerebrali legate all’empatia, come la corteccia cingolata anteriore e l’insula, specialmente se la persona che soffre è percepita come un avversario o un membro di un “gruppo esterno” (out-group). Il controllo biopolitico dunque mira all’essenziale della nostra natura. A direzionare in maniera calcolata e precisa la mutazione antropologica dell’umano, per privarlo di alcune sue singolarità e caratteristiche a favore dell’espansione provocata di altre. Per tollerare i mostri e le mostruosità del nostro tempo, dobbiamo diventare tutti mostri e alimentarci di mostruosità. Mi capita di pensare a quello che con tanti altri e altre faccio da quasi dieci anni: la pratica del soccorso civile in mare. Una azione che è destinata, almeno per ora, ad essere di assoluta minoranza. Troppe le implicazioni politiche che investono il naturale e storico processo migratorio. L’azione del potere costituito in questi anni, è stata tutta rivolta a spostare l’asse del discorso, creando un immaginario negativo, dall’atto umano del soccorrere, a quello politico e disumano del lasciar morire per “respingere”. Respingere chi? “La minaccia alla nostra stessa identità, i migranti”, come recita il documento strategico appena emanato dalla Casa Bianca. Uno dei pilastri dell’intera strategia globale “della più grande democrazia del mondo”, insieme a quello del ritorno alle sfere di influenza e alla accelerazione della distruzione dell’Europa come spazio politico, sono i migranti. In ogni angolo del mondo occidentale, la destra suprematista tecno oligarchica, costruisce su questo la sua azione non solo di propaganda elettorale, ma di “ri-educazione“ dell’umano. Ho smesso di legare quello che faccio a una ricerca del consenso. Lo colloco nel “cono d’ombra” dal panopticon nel quale si può sviluppare l’azione cospirativa contro questo dominio, che mira alla creazione di un “oltre umano” dalle caratteristiche funzionali a questo tipo di mondo, permanentemente in guerra e caratterizzato da progetti dichiarati di “eliminazione dell’umanità in eccesso”. E dunque, per dare un senso a ciò che faccio, devo stare all’essenziale: non ho ricette per affrontare il tema della migrazione, ma “sento” che devo provare ad aiutare coloro che ora riconosco come mie fratelli e sorelle. Li riconosco per riconoscere me stesso. Uno degli slogan usati da Mediterranea, più dalla sua componente di minoranza, quella cristiana, è “noi li soccorriamo, loro ci salvano”. Qui sta la spiegazione: ci salvano dal non essere più in grado di riconoscere noi stessi come esseri umani. Essere “umani” non vuol dire non avere nel nostro cervello, nel nostro cuore, la crudeltà, l’odio, l’intolleranza, la cattiveria e tutto il resto. Essere umani vuol dire non consegnare all’atrofizzazione programmata tutte le funzioni che invece generano gioia, amore. Per dirla con Baruch Spinoza metterci nelle condizioni di poter combattere le nostre passioni tristi e favorire quelle gioiose: le passioni tristi (paura, odio, invidia) indeboliscono la nostra potenza, quelle gioiose (speranza, amore) la potenziano, avvicinandoci alla pienezza del nostro vivere, alla felicità e alla pace mentale. Una condizione di “grazia” e di “beatitudine”. E dunque ho scelto e scelgo di combattere una battaglia persa agli occhi del mondo. Una mission impossibile, di minoranza, che mi costa cara. A me e a tutte e tutti quelli che lo fanno, in terra e in mare. Per lo Stato, quello dei lager in Libia e delle guerre, sono una “minaccia alla sicurezza nazionale”. Per gran parte dell’opinione pubblica ri-educata, siamo diventati “trafficanti di esseri umani, che lo fanno per soldi”. Ma io devo farlo. Perché lo “sento”. Dove è situato dunque questo conflitto all’interno del Panopticon Globale? Avviene nel punto più radicale e profondo, quello biopolitico dell’essere. E anche dire che “lì mi porta il cuore”, mica è una cosa romantica: maledettamente fisica. Cuore e cervello comunicano tramite una potente rete elettromagnetica, con il cuore che genera un campo elettrico e magnetico molto più ampio di quello cerebrale, influenzando percezione, decisioni e cognizione. Questa comunicazione bidirezionale avviene tramite vie neurali, meccaniche e biochimiche, dove il cuore invia più informazioni al cervello (anche attraverso ritmi cardiaco e variazioni della frequenza cardiaca) che influenzano i centri cerebrali, specialmente in stati di coerenza cardiaca, migliorando benessere e funzionalità cognitive. Il cuore è uno dei nostri “cervelli”. Il suo campo elettromagnetico è 5.000 volte più potente di quello cerebrale. Ma non solo. Il nostro cuore si connette agli altri esseri umani: agisce come segnale sincronizzatore nel nostro organismo ma anche nel campo dell’influenza interpersonale. Può essere percepito da altre persone, influenzando i loro stati emotivi e fisiologici, soprattutto in condizioni di coerenza. Sentimenti di gioia, amore e gratitudine armonizzano questo campo, mentre stati negativi lo rendono caotico, influenzando l’intero sistema corpo-mente e l’interazione con l’ambiente. Siamo tutti connessi e a ogni particella dell’universo. È un fatto materiale, materialistico, misurabile, conosciuto, accertato. Vogliono invece ri-educarci all’essere umano limitato e privo di questa capacità di potenza. E dunque esercitare queste nostre singolari parti “dimenticate” di noi stessi, del nostro essere corpo e mente, attraverso pratiche concrete, significa opporsi alla nostra riduzione a soldatini della macchina produttiva del capitalismo contemporaneo. Restare umani non vuol dire restare dove si è collocati, nella Storia e nel mondo. Vuol dire esplorare l’umano come campo infinito di risorse utili alla liberazione dalla schiavitù. Qualsiasi forma essa assuma nel tempo. Un obiettivo per me più rivoluzionario di tutti. La strage di Sidney mi ha prodotto un dolore infinito. Lungo, profondo come se mi avesse inghiottito un buco nero. Le immagini di Gaza lo stesso, giorno dopo giorno. Il pensiero delle donne uomini e bambini rinchiusi nei lager libici o abbandonati a morire di sete nel deserto o in mezzo al mare, lo stesso. Sono cambiato, penso che ogni resistenza all’ingiustizia e all’oppressione, debba produrre vita e mai morte. Anche nelle forme più dure, debba essere l’espressione dell’altrove e del tutt’altro da ciò che si propone di combattere. L’essenziale è una necessità per attraversare questo deserto. Non riesco più ad appassionarmi su “di chi è la colpa”, “chi ha cominciato prima” e su tutte le infinite sovrastrutture che mi allontano da ciò che sento dentro. Una strage è una strage. Uccidere un bambino è uccidere un bambino. Volerli uccidere tutti è volerli uccidere tutti. Lascio che l’immagine dei loro occhi, sotto le bombe o sotto il tiro di assassini della porta accanto, prenda tutta la scena e tutta la sostanza. Vorrei avere il coraggio di quel signore musulmano, Ahmed al Amhed, che si è gettato su uno dei carnefici per disarmarlo. Questo è per me oggi resistenza. Rivoluzione. Essere fragile e in minoranza sento che sono la mia salvezza. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI AMADOR FERNÀNDEZ-SAVATER: > La distruzione dell’empatia -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’essenziale. Come resistere al programma di ri-educazione proviene da Comune-info.
December 16, 2025
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