Tag - città

Danza lunatica all’Aquila
Articolo di Daniele Poccia Il centro storico dell’Aquila non è più un centro, ma non per questo ha smesso di esserci una periferia, come in troppe altre città del Nord e del Sud globali. La città delle 99 Chiese, delle 99 Piazze e delle 99 Fontane, complice un terremoto gestito come un’occasione d’oro per l’interesse di un Berlusconi in declino, di imprenditori edilizi avidi di affari e di un’amministrazione comunale tenuta da un ex di Casapound, Pierluigi Biondi, si presenta come «rinata» dalle sue macerie. Visitarla equivale ad avere una piccola ma sconcertante visione del futuro che ci aspetta, almeno da questa parte del Pianeta, e che incombe come una disgrazia caramellata e ricoperta di slogan da civiltà in bancarotta, quella occidentale, patriarcale, coloniale, manageriale.  La nomina a Capitale della Cultura italiana 2026 non fa che sancirne il ruolo, e ribadire, a chi non avesse voluto ascoltare l’oscuro avvertimento, che il futuro non solo non è roseo, ma peggio, è color pastello, dello stesso identico colore di un edificio sinistrato e ristrutturato come fosse un plastico da contemplare dall’esterno. Le sue case, quindi, quando ci si arriva da Ovest, dopo aver scalato l’A24, e senza più le decine di gru di un tempo a segnalare il lavoro «clandestino» di operai e restauratori provenienti da ogni parte del paese, appaiono alla stregua di scarne e impassibili scenografie di uno spettacolo senz’anima. Il consumo è la religione di questo tempio dedicato a famiglie e aperitivanti senza ricordi collettivi, innanzitutto della stagione di mobilitazioni che ha travolto la popolazione, all’indomani del sisma del 2009.  Il messaggio subliminale di questo cocktail post-industriale, distopico, è che il conflitto sociale va relegato in un angolo, sospinto dove nessuno vorrebbe mai gettare il proprio sguardo critico, caso mai sapesse ancora di averlo. Ma questo angolo ha un nome, Casematte, un nome rivendicato, un grappolo di sogni scagliato nel buio, una storia che continua a cambiare. Il posto infatti è occupato, e da più di sedici anni. Non è un monumento, ma un esperimento, spuntato nel cuore di un vecchio manicomio abbandonato, Collemaggio, che prende il nome dall’adiacente Basilica voluta dal papa del Gran Rifiuto, Celestino V, perché si chiamino le cose con il loro nome, il nome che il potere e l’arte gli hanno dato. Un nome, Casematte, che esprime meglio di qualunque altro la follia riscattata, restituita a tutte e a tutti tra le mura del suo baretto, nei murales lussureggianti e nelle autocostruzioni informali che li circondano entrambi, con un paradosso solo apparente, dato che per combattere il potere ci vuole il gusto della rivolta.  E quindi succede che il 21 febbraio scorso una compagnia teatrale romana che lotta contro i nomi, e contro il potere, va da sé, vi porta il suo laboratorio aperto. Si chiamano nontantoprecisi e arrivano a coinvolgere più di trenta persone, questa volta come tante altre volte, persone di ogni estrazione mentale e di ogni vocazione esistenziale, affinché dispieghino i loro vissuti più dolorosi, come i più gioiosi, spigolandoli uno a uno, e poi tutti insieme, raccolti amorevolmente nelle mani infarinate di spirito di cooperazione di una donna che chiede a ognuna e a ognuno di chiedersi come fare. Lo splendore di un gesto che si accorda al gesto, e ad altri cento, e non solo nel tempo, ma anche nello spazio, provocando un’armonia che è tutt’uno con il paesaggio circostante, costellato di pini alti anche più di venti metri e disseminato dei ricordi di coloro che vi hanno sofferto, legati ai letti, sotto gli elettrodi, imbottiti di psicofarmaci. Sullo sfondo i cosiddetti «maranza» che ci guardano dal bordo delle nostre inibizioni, e ora gridano, ora mettono la musica trap, ora ascoltano e capiscono. Il corpo restituito a sé stesso è un volo al di là di ogni steccato, che sia di genere, di razza, di classe, di educazione e di abilità, fisica o psichica. Chi decide insomma quale corpo è giusto? Chi ha il maledetto diritto di farlo? La stesso domandare orgoglioso del proprio rifiuto è al centro dell’esibizione di Haiku senza Haiku. Non sono un (semplice) gruppo musicale, non sono un (banale) esercizio di autostima consentita, come l’arte più blasonata rischia talvolta di essere. Sono un invito, un richiamo, un appello ad ascoltare, a prendere la parola, a cercare di non brandire un nome, nemmeno in questo caso. I versi di detenute e di detenuti, di internati e di internate negli istituti psichiatrici, di latitanti, che ritornano dal fondo di questa società in divisa, anche quando non c’è nessuno nei paraggi che crede di indossarla, lo crede solamente, perché ormai per non passare da devianti si deve rinunciare agli incontri reali, e aderire quindi passo passo, e giorno dopo giorno, all’unico diktat che risuona ancora inamovibile: non essere te stessa o te stesso, odiati, e obbedisci al tuo nemico. C’è qualcuna o qualcuno, allora, che legge i testi di qualcun altro o di qualcun’altra, e li rende così due volte più veri; ci sono lo spoken word e la poesia, la furia e la pulsazione della vita, che colmano gli occhi e la voce di chiunque abbia voglia di innestarsi; un’antica dea, Ecate, che tre donne portano in scena, con la musica, il canto e le parole, per pretendere giustizia per le donne. Versi improvvisati contro il Ministero, un’entità che tutti conosciamo perché ce l’abbiamo piantata dritta in mezzo alle sopracciglia, sotto forma di soggezione all’ordine costituito, quale che sia il suo volto più alla moda. Versi, versi liberi, che siano di tutte, di tutti, e di nessuno in particolare. Che si partecipasse al laboratorio, si discutesse delle sue implicazioni individuali e comuni nel dibattito che lo ha seguito, o che si esultasse sotto palco, una danza lunatica ha preso forma, una danza di cui nessuno detiene il controllo, e che pure si svolge senza telecamere e algoritmi, quelli che i governi di ogni orientamento vorrebbero veder funzionare dappertutto vi siano ancora comportamenti «sospetti» e che all’Aquila saranno installati in numero di 900. Lo sgombero imminente che pesa su Casematte è un insulto per chiunque nutra ancora la certezza della forza che ci spinge a resistere, e che sappia come l’abbraccio di una comunità politicamente in lotta è l’unico motivo per tenerci ancora in vita.  Sono stati spesi centinaia di migliaia di euro, non è facile quantificarli, per la cerimonia d’apertura della Capitale italiana della Cultura, avvenuta il 17 gennaio in una città dove non c’è più una biblioteca comunale in centro storico, non c’è un cinema, non ci sono abbastanza adolescenti che scrivono sui muri. Stormi di droni hanno oscurato le stelle, e un pupazzo gigante, sì un pupazzo gigante, di nome Dundu, ha scorrazzato per le strade e per le piazze della città. È chiaro quale è il progetto, e la posta in gioco: siate sicuri e sicure, a tutti i costi, e anche quando nessuno vi minaccia, e non abbiate altra speranza se non di avere ancora un capo, domani, a chiedervi conto del vostro tempo, del vostro spazio, del vostro corpo. Che vi dia il suo nome, e vi imponga di essere sempre più isolate e isolati, più agguerriti e agguerrite contro le e i migranti, più gelosi e gelose delle vostre catene, da non condividere nemmeno con chi ha perduto la sua paura, come è avvenuto nel corso di questa giornata. Casematte, nontantoprecisi, Haiku senza Haiku, e tutte le esperienze che non hanno ancora rinunciato a non rinunciare, sono soltanto modi, i più sinceri e vividi, per non restare da soli, ad attendere apaticamente che le cose prima o poi comincino, come per magia, ad andare meno peggio. *Daniele Poccia è ricercatore indipendente e attivista. Ha curato e tradotto di Raymond Ruyer, La superficie assoluta (Textus, 2017) e di Louis Weber, Il ritmo dell’immanenza (Mimesis 2022) L'articolo Danza lunatica all’Aquila proviene da Jacobin Italia.
March 5, 2026
Jacobin Italia
Partecipazione e Coppa America. Sul consiglio comunale di oggi a Bagnoli
(disegno di francesca ferrara) Da quasi quarant’anni il dibattito sul futuro di Bagnoli è vivo, in città, a dispetto dei disastri di politici e amministratori che avrebbero dovuto governare il processo di rigenerazione, e del comprensibile scoramento di ampie fasce di popolazione e società civile. Quello degli ultimi mesi è stato castrato dalla riluttanza delle istituzioni competenti a considerare qualsiasi opinione contrastante rispetto alle proprie scelte politiche: non solo “semplici” cittadini, ma anche affermati scienziati, urbanisti, analisti vengono liquidati come i colpevoli del presunto immobilismo, come se fossero loro ad aver bruciato dal 1992 quasi un miliardo di euro di soldi pubblici, come se fossero loro gli imputati in un decennale processo per disastro ambientale e come se si trattasse di una controparte, piuttosto che del corpo sociale che la politica dovrebbe rappresentare (anche solo perché è quello che gli paga lo stipendio). L’accelerazione che da poco più di un anno ha registrato la bonifica non è paragonabile, per dimensione, allo stravolgimento dei piani urbanistici fino a qualche tempo fa garantiti da leggi nazionali e strumenti locali, frutto di una sintesi complessa ma efficace tra le tante posizioni emerse dagli anni Novanta sul territorio, e non solo. Uno stravolgimento che è estremamente politico, non solo per il merito ma anche per il metodo. Negli ultimi anni ho studiato approfonditamente le dinamiche di partecipazione delle comunità locali ai processi di deindustrializzazione in Europa. Bagnoli è un caso particolare da questo punto di vista, dal momento che la governance dell’emergenza e dell’eccezionalità (comune in queste circostanze a molte altre esperienze, dalla Spagna alla Germania) ha sfruttato le ulteriori possibilità derogatorie concesse dall’organizzazione del “grande evento” Coppa America per modificare interventi pianificati dagli organi di rappresentanza locale anche grazie a un contributo della cittadinanza. In maniera, cioè, assolutamente antidemocratica. Contestualmente all’aumento di intensità delle proteste sul territorio, e alla risonanza data a queste ultime dalla stampa, la struttura commissariale guidata dal sindaco Manfredi ha cominciato da qualche mese a indire una serie di iniziative di propaganda, cercando di colmare deficienze che avevano del clamoroso. Si tratta di iniziative non solo inutili, ma anche ingannevoli, perché arrivano dopo che il già citato stravolgimento è stato ratificato, gli accordi sono stati firmati, le richieste di coinvolgimento degli abitanti sono state oggetto di beffe nei fatti, e talvolta persino nella forma (qualche mese fa il dirigente amministrativo più alto dell’ente commissariale affermava davanti a una platea di abitanti che «un commissariamento è l’antitesi della partecipazione»). A questo gioco di prestigio non solo i più scaltri comitati territoriali, ma anche molti altri abitanti non hanno abboccato, tanto che persino gli studenti dei licei locali hanno fatto notare l’ipocrisia di queste pratiche, in un incontro pubblico, al sub-commissario Falconio. Dopo un lungo periodo di latitanza, oggi Manfredi si presenterà a Bagnoli per un consiglio monotematico sul territorio, chiesto invano per mesi dalla comunità e persino da alcuni consiglieri di minoranza (su tutti Antonio Bassolino). Lo farà in un territorio militarizzato, dopo aver chiesto ai comitati territoriali di indicare i nomi delle persone che assisteranno all’incontro e persino di leggere il testo degli interventi, manco fossimo a Sanremo. Proprio le modalità con cui questo consiglio è stato organizzato mostrano in realtà, in tutta la loro evidenza, cosa intende questa giunta comunale per partecipazione: informazioni diffuse fuori tempo massimo; selezione accurata dei partecipanti; controllo delle persone e delle loro parole. Ancora una volta, citando la candida ammissione del colonnello Auricchio, direttore amministrativo dell’ente commissariale, “l’antitesi della partecipazione”. E allora l’unica cosa che il sindaco-commissario dovrebbe fare questo pomeriggio è un serio mea culpa. Prendere atto di posizionamenti tutt’altro che minoritari (cinquemila persone sono scese in piazza per contestare l’organizzazione della Coppa, il 7 febbraio scorso), fermare i lavori e annunciare lo spostamento dell’hub logistico per la competizione in un luogo più idoneo. Dopodiché, impegnarsi al ripristino immediato delle competenze del consiglio comunale in materia urbanistica, al rispetto del Praru e del progetto Invitalia (con bosco, spiaggia e senza colmata) che lui stesso magnificava fino al 2024. Questo, ovviamente, se i fiumi di inchiostro e le centinaia di teorie e legislazioni elaborate sul tema della partecipazione pubblica alle decisioni nell’ultimo mezzo secolo hanno ancora una qualche fondatezza. Altrimenti, dica chiaramente che le decisioni le prende un uomo solo al comando: almeno sarà più chiaro il motivo per cui qualcuno continua a non farsi una ragione di ciò che sta accadendo. (riccardo rosa)
March 3, 2026
Napoli MONiTOR
Vicenza, città UNESCO da smilitarizzare: l’analisi di Antonio Mazzeo
In occasione dei Global Days of Action to #CloseBases, organizzati dal World BEYOND War, associazione radicata negli Stati Uniti per protestare contro le basi militari USA in tutto il mondo, l’Osservatorio Vicenza città Unesco da smilitarizzare rende pubblico il video della conferenza integrate da immagini della 173a Brigata aviotrasportata di stanza a Vicenza. La conferenza “Il ruolo delle basi USA a Vicenza in un mondo di guerra” tenutasi di recente, vede il giornalista e attivista Antonio Mazzeo, promotore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, offrire un quadro dettagliato e aggiornato sulla presenza militare statunitense a Vicenza illustrando le implicazioni geopolitiche delle basi USA nel contesto di un mondo sempre più militarizzato. Il materiale si rivela particolarmente interessante per capire il ruolo strategico della 173a Brigata Aviotrasportata e delle basi presenti in città: dalle esercitazioni in Ucraina (Rapid Trident e Fearless Guardian, 2011-2021) per addestrare le forze ucraine, all’arrivo dei missili V-SHORAD alla caserma Del Din (2023) per la difesa antiaerea a corto raggio, fino al laboratorio Bayonet Team alla caserma Ederle. Qui si progettano e producono droni all’avanguardia – killer, intelligence e “wolf packs” – destinati ai nuovi scenari di guerra, con finanziamenti USA da 1 miliardo di dollari. Il video della conferenza è disponibile su youtube e sarà diffuso nei canali delle associazioni che fanno parte dell’Osservatorio credendo sia un contributo prezioso al dibattito pubblico. Clicca qui per le notizie locali. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Fantascienza, surreale e tutto il resto –10
Una nuova serie di Mauro Antonio Miglieruolo (*). Decima puntata con 15 immagini. Per la decima volta buongiorno – o anche stupendo giorno – oppure buonpomeriggio, buona notte, buonasera (a seconda di dove siete), siete di corsa? anche noi. Città, grandi palazzi, monumenti sontuosi, distese sterminate di elementi abitativi, passato e presente mescolati insieme. Quanto bene ci è difficile valutare
February 20, 2026
La Bottega del Barbieri
Uno sgombero per via amministrativa. La vicenda di Comala a Torino
(archivio disegni napolimonitor) Esattamente due mesi fa la città di Torino si è svegliata con un quartiere completamente blindato, tre scuole chiuse e un luogo di aggregazione sociale e politica in meno. La mattina del 18 dicembre la palazzina di corso Regina Margherita 47, che ospitava da quasi trent’anni il centro sociale Askatasuna, è stata sgomberata su indicazioni arrivate direttamente dal ministro dell’interno Piantedosi con un’operazione muscolare e violenta, buttando per strada le sei persone che vi vivevano e distruggendo, nelle ore successive, l’interno della struttura. Mercoledì 18 febbraio – due mesi dopo questo sgombero – i torinesi scoprono dalle pagine de La Stampa che un altro luogo di socialità e di promozione della cultura smetterà presto di esistere nella loro città. L’associazione culturale Comala, che attualmente gestisce gli spazi della caserma La Marmora in corso Ferrucci 65, verrà sostituita da una cordata di associazioni con a capo Social Innovation Teams (SIT d’ora in poi); la cordata ha vinto il bando per ottenere la concessione dalla circoscrizione di zona per i prossimi dieci anni. Dal 2020, infatti, la concessione era scaduta e da allora l’associazione Comala ha gestito gli spazi in proroga, in attesa che fosse emesso un altro bando. Nel frattempo, l’associazione ha più volte risistemato i locali della caserma, ampliando lo spazio adibito ad aula studio e mettendolo a disposizione gratuitamente ad associazioni e gruppi informali; ha, inoltre, ripiantato l’erba sul prato davanti alla caserma, ha ristrutturato le sale prova e insonorizzato un’altra sala, dove le sere d’inverno si tengono concertini e spettacoli di stand-up comedy. Si è dunque presa cura di uno spazio pubblico, rispondendo ai bisogni di un quartiere popolato e frequentato da moltissimi studenti (data la vicinanza al Politecnico di Torino), ma privo di biblioteche e spazi culturali e di socialità gratuiti. Negli ultimi cinque anni l’associazione ha anche organizzato momenti di socialità come le pastasciutte antifasciste e ha accolto il progetto di sport popolare “Comala FC – footbal and cricket”, rafforzando il radicamento di questa realtà sul territorio. Soprattutto Comala si è schierata contro il progetto di costruzione di un ipermercato Esselunga nel parco confinante Artiglieri da Montagna, un progetto che inizialmente prevedeva, tra l’altro, il passaggio di una strada proprio sul giardino interno della caserma. L’associazione ha contribuito alla nascita di Essenon, comitato che dal novembre del 2021 monitora l’evoluzione del piano di Esselunga e organizza iniziative per sensibilizzare il quartiere sugli effetti della costruzione di un supermercato sull’unica area verde della zona. Nel corso degli anni il comitato ha organizzato assemblee pubbliche molto partecipate, volantinaggi nei mercati di zona, biciclettate tra le vie del quartiere, feste sul parco, sfilate di carnevale, manifestazioni e momenti di confronto con la circoscrizione. Tali momenti hanno svelato il totale asservimento dell’attore pubblico agli interessi di quello privato e la sua incapacità di schierarsi contro un progetto datato e dannoso. Per esempio, nel consiglio circoscrizionale aperto richiesto da Essenon nel gennaio 2024, i consiglieri  si erano limitati a dire che non si poteva più tornare indietro e che l’unica via percorribile era monitorare le compensazioni. Comala, infine, è stata l’unica associazione nel panorama del terzo settore torinese a esprimere pubblicamente il sostegno alle (ex) lavoratrici dell’associazione Eufemia, licenziate in tronco nel 2024 dopo avere scioperato a oltranza per quarantadue giorni per ottenere migliori condizioni di lavoro e aver denunciato molte storture del lavoro sociale e di cura in città. Proprio Eufemia, che condivideva gli spazi dell’ex caserma La Marmora con Comala, è parte della cordata di associazioni vincitrici del nuovo bando. SIT, capofila della cordata, si presenta sul suo sito come “la community non profit per progetti e startup a impatto sociale e ambientale” che organizza eventi “dove la Community di SIT viene riunita: startup, student-, imprenditor- sociali e chiunque sia appassionato di innovazione sociale e sostenibilità”. Tra le varie startup del gruppo SIT emerge Escape 4 Change. Secondo la descrizione fornita dal sito, Escape 4 Change “cerca di migliorare concretamente il mondo attraverso le esperienze di intrattenimento immersive e cooperative”. Il project leader di questa startup è lo stesso direttore di SIT ed è anche l’ex presidente di Eufemia: l’associazione che ha licenziato le sue lavoratrici in tronco dopo averle sottopagate e demansionate. In un’intervista rilasciata a La Stampa del 18 febbraio Paolo Landoni, presidente di SIT e professore ordinario di Ingegneria gestionale e della produzione al Politecnico di Torino, afferma che rispetto alle attività svolte finora da Comala “si può fare di più […]. Abbiamo delle idee per portare un arricchimento ai giovani che lo frequentano che non cercano soltanto svago e intrattenimento, ma anche prospettive”. Interpellato sulle prospettive future, il presidente chiarisce che la promozione degli spazi passa da imprenditorialità e innovazione sociale – termine dal significato nebuloso ma molto alla moda nel terzo settore, e non solo. Si intuisce quindi che l’organizzazione di eventi sociali, culturali e politici che hanno caratterizzato la programmazione di Comala nel corso degli anni e che sono sempre stati gratuiti, passerà in secondo piano. Sarà, invece, privilegiato lo sviluppo di startup e varie forme di imprenditoria sociale, con il rischio di distruggere la comunità – e non la “community” – che Comala ha costruito nel corso degli anni. L’accessibilità ai futuri eventi che si terranno nella caserma non sarà sempre garantita e questo risulta evidente da un verbale – datato 10 febbraio – del “Gruppo di lavoro interdivisionale per la concessione di immobili a enti e associazioni senza scopo di lucro”, un ente dove siedono i rappresentanti delle circoscrizioni e di alcuni dipartimenti per la gestione dei servizi della Città. Come si riporta nel verbale, “gli spazi di aula studio e area esterna continueranno a essere fruibili da tutti mentre alcune attività non saranno del tutto gratuite”. La scelta di assegnare gli spazi a una nascente cordata di associazioni a discapito di chi li gestisce ormai da quindici anni risulta decisamente politica: la vittoria del bando non c’entra  nulla col fantomatico “merito”. La nuova assegnazione, per quanto non abbia le modalità che hanno portato allo sgombero di Askatasuna, rientra nella stessa logica di sottrazione degli spazi di aggregazione sociale dal basso. La decisione è in linea con le politiche che stanno cambiando i quartieri di Cenisia e San Paolo, in cui è molto forte la spinta del Politecnico verso l’imprenditoria e la trasformazione di vari spazi in “incubatori” di startup, come quello già presente nelle vicine OGR. In parallelo rimane, invece, inascoltata da parte della Città e della circoscrizione la domanda di luoghi di socialità e abitazioni a basso costo. La fine della gestione degli spazi dell’ex caserma La Marmora da parte di Comala si configura, di fatto, come uno sgombero per via amministrativa. Celandosi sotto la maschera dell’innovazione sociale e dell’imprenditoria, questa operazione apre la strada a una gentrificazione aggressiva che spazza via relazioni consolidate e progetti nati dal basso. (francesca ru)
February 20, 2026
Napoli MONiTOR
I Giochi pericolosi dello sfruttamento
Articolo di Simona Baldanzi A un seminario svolto a Firenze lo scorso gennaio su «Rigenerare la democrazia» nelle organizzazioni sindacali ho incontrato Mattia Scolari della Cub di Milano. La Confederazione unitaria di base nasce a Milano nel 1992 dall’unificazione di varie esperienze sindacali critiche nei confronti dell’operato dei sindacati confederali. Un ruolo di primo piano fu ricoperto dai metalmeccanici ex aderenti alla Fim-Cisl di Milano che si erano formati sotto l’influenza delle idee con cui Pierre Carniti, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, aveva guidato le lotte e il rinnovamento del sindacato milanese dei metalmeccanici. Tra i molti versanti in cui sono impegnati, nelle ultime settimane c’è quello delle proteste intorno alle Olimpiadi a Milano-Cortina, e ho approfittato per fargli qualche domanda. Quali sono le ragioni delle proteste sulle Olimpiadi Milano-Cortina dal punto di vista di chi lavora?  Milano è una città che vive grandissime contraddizioni. Cancellato il tessuto industriale e persa la sua anima operaia, si sta trasformando sempre di più in una città turistificata, con i suoi hotel di lusso e i ristoranti stellati, capitale mondiale dei milionari, in cui si abbattono gli alloggi popolari per far spazio ai grattacieli delle banche e delle corporations. Dietro le vetrine e le insegne scintillanti operano però decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici costretti ai gironi infernali del precariato, degli appalti selvaggi e dei salari poveri.  Le Olimpiadi di questo inverno, seguendo il tracciato di Expo 2015, non hanno fatto altro che accelerare ulteriormente queste dinamiche, riproponendo massicce colate di cemento e speculazioni edilizie, massimizzazione dello sfruttamento sul lavoro tramite l’immensa torta degli appalti, l’accentuarsi della repressione con le zone rosse e le limitazioni al diritto di sciopero imposte per decreto o approvate con patti sindacali di «tregua sociale».  In questi giorni abbiamo organizzato – in concomitanza con l’avvio delle Olimpiadi – una protesta delle lavoratrici e dei lavoratori degli hotel (sono circa 30.000 nella provincia di Milano) davanti a Federalberghi, l’associazione datoriale. Il presidio è stato vietato dalla Questura e abbiamo dovuto riorganizzarlo in un altro punto, perché tutto il centro di Milano era considerato zona rossa: la città doveva apparire tirata a lucido per i potenti e i capi di governo e quindi la protesta dei lavoratori doveva essere nascosta. È una città in cui il costo della vita è già insostenibile per le classi popolari e l’emergenza salariale è sempre più accentuata. Con le Olimpiadi i prezzi sono saliti ancora di più e così anche i carichi di lavoro, in una città in cui ormai ci si è abituati alle aperture 7 giorni su 7, mentre i lavoratori e le lavoratrici non vedranno nulla in termini di aumenti salariali. Mi puoi dire meglio in cosa consiste la protesta delle lavoratrici e dei lavoratori degli alberghi e quali altre vertenze intorno alle Olimpiadi ci sono state?  Gli hotel sono la rappresentazione plastica del «modello Milano»: da una parte una proprietà sempre più in mano a gruppi multinazionali e fondi speculativi, che pretendono lo sfarzo e il lusso più sfrenato, con tariffe medie per una stanza doppia che durante le Olimpiadi stanno toccando i 400 euro a notte; dall’altra la maggioranza dei dipendenti è esternalizzata in cooperative o s.r.l. che subentrano a cambi d’appalto sempre più al ribasso, cercando di tagliare gli orari di lavoro che sono già in stragrande maggioranza part-time involontari, di introdurre Contratti nazionali di lavoro «pirata», a partire dal Multiservizi per abbassare gli stipendi, persino di non riassorbire parte del personale. La situazione più grave è quella che vivono le cameriere che si occupano delle pulizie delle stanze. La loro busta paga viene costruita sulla tempistica stabilita a priori e al ribasso per la pulizia di ogni camera e non sulle ore effettivamente lavorate. Questo crea una situazione di cottimo integrale, il cosiddetto «pagamento a camere», in cui le retribuzioni sono sempre inferiori rispetto a quanto si è realmente lavorato, con lavoratrici che si sentono costrette anche a rimanere oltre l’orario di lavoro per finire le camere assegnate per non perdere parte dello stipendio.  I lavoratori e le lavoratrici degli hotel non vedranno neanche un euro in più in busta paga da queste Olimpiadi, al contrario stanno riscontrando una crescita esponenziale dei carichi di lavoro, nessun reale aumento degli organici e ulteriori tentativi di ridurre le tempistiche di pulizia. Quello di cui avremmo voluto discutere con l’associazione datoriale sono gli aumenti salariali e la necessità che la malattia venga sempre retribuita al 100%; l’introduzione in tutti gli hotel di un sistema di misurazione dell’orario di lavoro giornaliero così da garantire buste paghe corrette, che oggi è assente; il diritto alla mensa; l’apertura di una discussione sulla reintroduzione del principio della parità di trattamento retributivo tra i lavoratori del committente e quelli degli appalti, come primo passo per una reinternalizzazione di tutte le esternalizzazioni. Stiamo inoltre assistendo anche i medici specialisti che l’Ospedale Niguarda ha assunto per prestare servizio per alcuni periodi in trasferta presso altre strutture sanitarie della Valtellina, per potenziare il sistema sanitario in occasione delle Olimpiadi invernali 2026.  Gli alloggi individuati sono inadeguati, con cucine attrezzate al minimo e acqua non potabile, né utilizzabile per poter fare una doccia; chi opera nelle strutture di montagna, copre, oltre ai turni, anche le reperibilità, con retribuzioni che non tengono conto delle distanze e senza percepire le indennità per le zone disagiate. Le condizioni in cui sono costretti a vivere aumentano il rischio stress e burn out, con possibili ripercussioni anche sui pazienti.  In più mi dicevi che il «Modello Milano» pesa sulle condizioni di vita e sui salari a partire dal problema casa… Milano è una città in cui il costo della vita è insostenibile per le classi popolari e l’emergenza salariale è sempre più accentuata: i prezzi medi degli affitti sono alle stelle, con monolocali che possono facilmente arrivare anche a 1.000 euro e l’offerta pubblica è sempre più ridotta, mentre circa 15.000 alloggi popolari vengono tenuti volontariamente sfitti. Per questo, proprio in concomitanza della celebrazione di avvio delle Olimpiadi allo stadio San Siro, abbiamo organizzato insieme ai sindacati inquilini un corteo nella parte popolare dello stesso quartiere, che ha ottenuto un nutrito sostegno dagli abitanti che scendevano dagli appartamenti a marciare. L’obiettivo era quello di denunciare l’assenza di una reale politica di investimenti per il diritto alla casa, mentre le situazioni emergenziali vengono gestite sempre di più con sfratti coercitivi, anche notturni, per evitare l’arrivo di solidali. Le Olimpiadi faranno da volano per aumentare ancora di più i prezzi delle case e degli affitti. Dentro le mura dello stadio, ben protetti da un incredibile dispiegamento delle forze dell’ordine, c’era la cerimonia plastica tutta sfoggio di opulenza e superfluo per celebrare l’italianità, dall’altra parte un quartiere di case fatiscenti perché volutamente abbandonato dalla politica, che è sceso in strada per rivendicare la propria dignità. Siamo stati tra i vari promotori del grande corteo che ha visto sfilare 10.000 persone il 7 febbraio racchiudendo i tanti fronti colpiti dal «Modello Milano», e dalle connesse Olimpiadi, insostenibili dal punto di vista ambientale e sociale: un movimento sempre più nutrito, fatto di lavoratrici e lavoratori, di sfrattati per morosità incolpevole, di pensionati, di studenti, di spazi sociali, tutti uniti per rivendicare salari e diritti dignitosi, il diritto all’abitare, l’autodeterminazione dei popoli oppressi, la difesa del clima, il diritto a una sanità pubblica e universale; contro ogni forma di razzismo, maschilismo e omofobia, la speculazione edilizia, l’economia di guerra a detrimento dello stato sociale. Oltre a quelle legate alle Olimpiadi, quali altre vertenze avete state portando avanti e con quali risultati? La vertenza più importante è sicuramente contro Ikea, con l’azienda che è stata condannata a trattare anche con il nostro sindacato essendo uno dei più diffusi a livello nazionale nei negozi. Abbiamo poi rappresentato la «maschera» licenziata dal Teatro Alla Scala per aver gridato «Palestina Libera» durante un atto alla presenza di Giorgia Meloni: il licenziamento è stato dichiarato illegittimo in quanto non possono essere sanzionate le opinioni politiche dei lavoratori. Abbiamo poi promosso i principali scioperi nei trasporti, con una particolare rilevanza negli aeroporti, contro i rinnovi contrattuali al ribasso in cui gli aumenti salariali non recuperano neanche minimamente l’inflazione. Abbiamo organizzato un intersindacale dei lavoratori degli hotel che da tempo porta avanti mobilitazioni contro gli appalti e l’organizzazione del lavoro a «cottimo integrale» per le cameriere ai piani. Siamo stati in prima linea nelle mobilitazioni che, a partire dall’appello dei ricercatori precari, hanno costruito il primo sciopero nazionale di tutti i lavoratori e lavoratrici della filiera delle università contro la riforma Bernini. Insieme a tutto questo non si contano le vertenze e la costruzione delle casse di resistenza contro i licenziamenti politici (Carrefour, Stellantis, ecc.) oltre che la partecipazione e la promozione di scioperi e mobilitazioni generali contro la guerra, per la Palestina libera, per la giustizia climatica, in occasione dell’8 Marzo ecc. In cosa si differenziano, secondo voi, i sindacati di base dai confederali? E quali pregiudizi vi colpiscono?  Come Cub sosteniamo che il sistema della contrattazione costituito con la «concertazione sociale» ha fallito ed è stata la principale causa della costante e strutturale perdita di potere d’acquisto dei salari. La contrattazione collettiva fino alla fine degli anni Settanta era stata sinonimo di acquisizione di diritti economici e normativi. Soprattutto a seguito dell’Accordo Interconfederale del 1992 che ha cancellato definitivamente la Scala mobile (il meccanismo automatico che adeguava i salari all’inflazione), e la legge «antisciopero» 146/90 tradotta in accordi settoriali da Cgil-Cisl-Uil, abbiamo assistito invece a una pesante erosione degli stipendi, mentre i lavoratori venivano progressivamente smobilitati. Da una parte i Governi diventavano così liberi di approvare quante più contro-riforme per ampliare la precarietà (Pacchetto Treu, Legge Biagi, Riforma Fornero, Jobs Act, Decreto Lavoro), mentre i sindacati confederali firmavano Contratti nazionali (Ccnl) che acquisivano al loro interno le nuove misure di flessibilità. Mentre i sindacati confederali si ingrassavano con le concessioni economiche dello Stato in termini di assistenza fiscale e previdenziale, a ogni rinnovo di Ccnl spostavano sempre più risorse economiche in favore di Enti bilaterali, Fondi speculativi sanitari e complementari (nei cui consigli di amministrazione siedono assieme sindacalisti e imprenditori), togliendole dagli aumenti salariali che non recuperavano mai l’inflazione reale. I sindacati di base si sono opposti alla concertazione di queste misure neoliberiste. Come Cub, per esempio, promuoviamo da anni la «MayDay», la manifestazione contro il precariato che ogni primo maggio fa sfilare decine di migliaia di giovani a Milano. Che strategia sindacale fra le varie sigle auspicate? Se vogliamo provare a invertire la tendenza neoliberista che da oltre quarant’anni sta producendo impoverimento dei salari, privatizzazione del welfare state e precarizzazione dei diritti vitali, dobbiamo provare a riaprire una vera dinamica conflittuale di classe nel nostro paese rilanciando la contrattazione collettiva intesa come strumento per acquisire diritti economici e normativi sempre più avanzati da parte dei lavoratori e delle lavoratrici. È innanzitutto necessario promuovere la costruzione e lo sviluppo di coordinamenti dei lavoratori della stessa azienda/filiera o settore e articolare proposte rivendicative avanzate, portando avanti lotte unitarie ricomponendo così ciò che i padroni hanno scomposto, superando i tentennamenti delle strutture sindacali. Diventa soprattutto urgente però rivendicare la ricostruzione di un sistema di rappresentanza reale nei luoghi di lavoro, consentendo ai lavoratori di eleggere quali rappresentanti sindacali e quali sindacati possono accedere alla contrattazione con le aziende, eliminando l’attuale monopolio garantito a Cgil- Cisl-Uil con i suoi vincoli determinati dai protocolli della «Concertazione sociale». Bisogna avere come orizzonte di medio periodo il dare reale attuazione all’articolo 36 della Costituzione, con l’introduzione del salario minimo e il ripristino della Scala mobile, e all’articolo 39, con una legge democratica sulla Rappresentanza sindacale per riportare la democrazia nei luoghi di lavoro, ridando di conseguenza efficacia anche alla contrattazione collettiva. *Simona Baldanzi ha lavorato per la Cgil di Prato e ora lavora in biblioteca. Il suo ultimo libro è Se tornano le rane (Alegre, 2022). L'articolo I Giochi pericolosi dello sfruttamento proviene da Jacobin Italia.
February 16, 2026
Jacobin Italia
Anche a Milano si vedono le stelle. Un racconto delle Utopiadi 2026
Fotogalleria a cura del Laboratorio Atlante Olimpico (CFP Bauer/afol)¹ Prima sono comparsi gli ermellini in metropolitana, poi le scalinate della stazione centrale sono diventate tricolori, poi le pubblicità in giro per la città hanno iniziato a mostrare paesaggi innevati e beni di consumo poco probabili considerando quegli scenari alpini e le attuali temperature. Poi, all’improvviso, la città si è riempita di persone in tuta da sci blu e verde, con un cartoncino al collo a certificare lo status di volontari per l’evento, mentre metropolitane e tram si affollavano di giornalisti internazionali, staff degli atleti e qualche curioso dalle valigie ingombranti.  L’aria, però, non era di festa, complici anche il cielo grigio e i valori fuori controllo dell’inquinamento atmosferico che hanno accompagnato le ultime settimane a Milano. Il clima si è fatto più pesante quando agli studenti di buona parte delle scuole della città è stato comunicato che il 6 febbraio, giorno dell’inaugurazione delle Olimpiadi invernali, sarebbero stati a casa. Molte aziende hanno chiesto lo stesso ai propri dipendenti, mentre chi doveva comunque andare a lavorare era incerto sui percorsi possibili, tra chiusure di stazioni della metropolitana, deviazioni di mezzi di superficie e zone rosse intorno ai luoghi sensibili, mentre gli scioperi del trasporto pubblico locale venivano sospesi fino a metà marzo. Già dai giorni precedenti l’inaugurazione, alcune porzioni della città hanno sperimentato blocchi stradali, il ronzio di elicotteri sulla testa e file di auto blu che sfrecciavano a sirene spiegate. Intorno alla Fabbrica del Vapore, area di proprietà comunale che la sera del 5 febbraio avrebbe ospitato la cena di gala organizzata dal Comitato Olimpico Internazionale, le strade si sono svuotate all’improvviso e sono state presidiate in maniera massiccia. Su vari negozi della zona sono comparsi cartelli che annunciavano una chiusura temporanea e una non meglio definita riapertura. A molti quelle immagini hanno ricordato l’avvio dei tempi pandemici. Anche la pervasiva campagna pubblicitaria di un’azienda farmaceutica sponsor dei Giochi, fondata sullo slogan “Non ci fermiamo”, sembrava far riecheggiare il motto “Milano non si ferma” del febbraio 2020. NONOSTANTE TUTTO, LE UTOPIADI A pesare ulteriormente sull’umore di parte della città, il 5 febbraio è arrivata la notizia dell’approvazione in consiglio dei ministri del nuovo “pacchetto-sicurezza”, meno di una settimana dopo il corteo per Askatasuna a Torino, a due giorni dalla manifestazione contro le nocività olimpiche a Milano e un paio d’ore prima del passaggio della fiaccola per il centro della città. La contestazione studentesca della torcia olimpica, primo atto di una serie di iniziative promosse dal Comitato Insostenibili Olimpiadi (CIO) nell’ambito delle Utopiadi 2026, però c’è stata lo stesso. Le quattro giornate di alternativa all’inaugurazione dei Giochi, dal 5 all’8 febbraio, erano state immaginate come momento di lotta e di festa al culmine di quasi tre anni di mobilitazioni promosse dal CIO. Punto di arrivo di un percorso fatto di analisi approfondite sull’insostenibilità economica, ambientale e sociale del grande evento, assemblee pubbliche, cortei in città e in montagna, un’occupazione temporanea di un impianto sportivo abbandonato, un documentario e una rete di relazioni che si è ampliata e consolidata nel tempo.  La mattina del 6 febbraio, mentre la città si presentava vuota e militarizzata in attesa dell’inaugurazione dei Giochi olimpici invernali, il CIO, composto tra gli altri dai collettivi Off Topic, Zam, Le Sberle e dall’Associazione Proletari Escursionisti, ha reso noto di aver liberato per tre giorni un palazzetto dello sport di proprietà pubblica da oltre diecimila posti, l’ex Palasharp. Molti abitanti della città qui hanno assistito a concerti storici e negli anni si sono abituati a vedere chiusa quella grande tensostruttura bianca a ridosso della montagnetta di San Siro, poco lontano dallo stadio. La notizia della sua riapertura temporanea per ospitare incontri di sport popolare e musica è suonata incredibile. Sarà forse stato anche quello stupore a dare nuovo slancio alla partecipazione alle Utopiadi, nonostante l’aria che si respirava in città, come si è visto durante la parata del 6 sera attraverso il quartiere popolare di San Siro, al corteo nazionale del giorno successivo che ha attraversato il sud-est milanese e nei vari momenti di sport, di festa e di socialità all’ex Palasharp. LA FIACCOLA ANTIOLIMPICA PER LE VIE DI SAN SIRO Nel tardo pomeriggio del 6 febbraio lo stadio di San Siro, venduto, destinato alla demolizione, ma ancora al centro di una battaglia promossa da vari comitati della città, era illuminato a giorno per la cerimonia di inaugurazione dei Giochi. A poche centinaia di metri da lì, sulla linea di confine tra il quartiere popolare di San Siro e la zona rossa istituita per l’occasione, si sono radunate oltre duemila persone mentre un elicottero volava sulle loro teste. Da un lato, comitati di lotta per la casa, spazi sociali del quartiere, reti per il diritto all’abitare, famiglie della zona. Dall’altro, un enorme dispiegamento di forze di polizia in assetto antisommossa, a difesa del confine e dell’accesso alla stazione metropolitana di Segesta, tra quelle chiuse per l’occasione. La parata popolare per il quartiere si è aperta con la voce dei promotori dell’iniziativa: «La cerimonia a San Siro si sta svolgendo alla presenza di personaggi inaccettabili e impresentabili, a testimoniare la trasversalità di interessi che stanno dietro le Olimpiadi», mentre «chi è sceso in piazza oggi sono lavoratrici, lavoratori, abitanti delle case popolari che da queste Olimpiadi hanno tutto da perdere». Sono stati poi portati dati e numeri sull’emergenza abitativa a Milano e sulle condizioni delle case del quartiere. Poi, la parata ha iniziato ad addentrarsi per le vie di San Siro, guidata dal CIO e da moltissimi bambini della zona che non perdevano occasione per chiedere ai giornalisti «mi fai una foto?», prendere il megafono e gridare «viva Palestina!», correre per le vie, saltare intorno ai pali o continuare a giocare a calcio per strada, sotto lo sguardo vigile delle madri che scambiavano parole e timidi sorrisi con le ragazze in corteo. Al termine della parata, in piazza Selinunte, un’attivista del CIO ha preso la parola in mezzo a fumogeni rosa e verdi: «Questo tipo di eventi sono indesiderabili, indesiderati, insostenibili. Sono prevaricazione sui territori e sui corpi, senza che venga richiesta in alcuna maniera la partecipazione». Poi, indicando uno strano oggetto – uno sturalavandino adornato da pezzi di tessuto colorati con scritte in diverse lingue e un fumogeno al centro – ha proseguito: «E lei rappresenta quello che noi vogliamo. Qualcosa di costruito insieme, qualcosa che siamo ancora in grado di fare insieme». La fiaccola antiolimpica, dopo aver viaggiato tra i vari comitati internazionali di lotta contro le Olimpiadi degli ultimi anni, da Rio de Janeiro a Parigi, ripartirà da Milano per Los Angeles, dove si terranno i Giochi olimpici estivi del 2028. L’attivista ha poi concluso: «Per questi giorni ci siamo ripresi il Palasharp perché era abbandonato dal 2011. Costruiscono opere e poi le lasciano lì. Non è importante la vita delle persone che abitano i territori, chi paga, come stiamo, cosa facciamo, quanta fatica facciamo. Questa torcia ci aiuta a ricordarci che un’alternativa è possibile, va costruita e noi lo stiamo facendo, insieme». Poi, buona parte del gruppo si è diretta verso l’ex palazzetto dello sport, ribattezzato PalaUtopiadi, dove erano previste la proiezione collettiva del film Il Grande Gioco e una serata di musica. Sul posto, poco dopo sono arrivate alcune troupe di giornalisti a caccia di voci e immagini che potessero scandalizzare e alimentare narrazioni fondate sulla paura. Di fronte alla loro insistenza, qualcuno dal gruppo ha risposto: «Vuoi uno scoop? Stasera a Milano si vedono le stelle», indicando il cielo incredibilmente terso sopra il tendone bianco, mentre in lontananza balenavano le luci di San Siro. QUANDO LE FORESTE SI MUOVONO, I TIRANNI CADONO Il 7 febbraio, mentre tremila persone scendevano in piazza a Bagnoli per protestare contro l’America’s Cup, in piazza Medaglie d’Oro a Milano, zona Porta Romana, il corteo nazionale contro le nocività olimpiche era pronto a partire. Associazioni ambientaliste, comitati di lotta contro grandi opere, studenti, reti per il diritto all’abitare, associazioni palestinesi, collettivi dello sport popolare arrivati da varie parti d’Italia, diventati in questi anni parti della fitta rete di relazioni intessuta dal CIO. In testa al corteo di oltre diecimila persone, cinquecento larici gialli di cartone preparati dall’Associazione Proletari Escursionisti, a simboleggiare gli alberi abbattuti per far posto alla pista da bob a Cortina. Gli interventi di apertura hanno ricordato che «negli ultimi anni quattrocentomila persone se ne sono dovute andare da Milano, perché non se lo possono permettere». Avvicinandosi all’ex scalo di Porta Romana, gli attivisti del CIO hanno indicato il Villaggio Olimpico dove «vengono costruiti studentati con camere a mille euro, altri investimenti che ledono il diritto alla casa, all’abitare in una città in cui quattromila persone vivono in mezzo alle vie e venticinquemila sono in attesa di un alloggio popolare». Il CIO ha poi ricordato che il corteo non stava solo denunciando un’eredità di «debito, cemento, precarietà», parole d’ordine del movimento No Expo 2015, ma anche proponendo un’alternativa. Superato lo scalo, il corteo si è addentrato nelle vie del quartiere Brenta, dove si sono succeduti interventi dell’Associazione Palestinesi d’Italia, della Rete “Olimpiadi No Grazie” di Verona e dei Giovani Palestinesi d’Italia. In prossimità di Corvetto alcuni centri sociali milanesi, tra cui il Cantiere, hanno posto l’attenzione sui «rastrellamenti di giovani di seconda generazione» nei quartieri periferici mentre da un’impalcatura veniva calato lo striscione «ICE out of Milan». In piazza Ferrara, il CIO ha promosso un’azione sull’ex mercato comunale, abbandonato da anni e oggetto di progetti irrealizzati, trasformandolo in “mercato popolare”. Il corteo ha poi proseguito lungo via Mompiani, percorrendola in senso opposto rispetto alla fiaccolata per Ramy Elgaml di poco più di un anno prima, mentre alcune abitanti salutavano dalle finestre. In prossimità di piazzale Corvetto un intervento ha ricordato le grandi mobilitazioni di settembre e ottobre e ha rilanciato: «Blocchiamo tutto per riprenderci le strade, per ribadire l’insostenibilità delle Olimpiadi». Mentre la testa del corteo si dirigeva verso l’ingresso della tangenziale, l’orizzonte si tingeva di luci blu e un elicottero illuminava con un faro i manifestanti. La voce che accompagnava la coda del corteo proseguiva: «Come ci insegna Macbeth, quando le foreste si muovono i tiranni cadono. Qui c’è una foresta di larici che sta venendo a farvi cadere». Poi, in cielo sono comparsi fuochi d’artificio e la gola ha iniziato a pizzicare anche a molta distanza dall’ingresso della tangenziale, mentre l’aria diventava nebbiosa e la voce incalzava: «Ricordiamo alla polizia che non abbiamo bisogno dei lacrimogeni per piangere, ci basta guardare questa città, ci basta leggere le nostre buste paga». Poi conclude: «E se sappiamo piangere, sappiamo anche ridere». La giornata è terminata con sei persone fermate, quindici ferite, la trasmissione degli scontri su diverse televisioni internazionali, l’accusa governativa che “chi manifesta contro le Olimpiadi è nemico dell’Italia” e la risposta da parte del CIO, attraverso un comunicato. Nel frattempo, sulla facciata del PalaUtopiadi un’opera di grandi dimensioni nata dalla collaborazione tra Infinite e tera drop stava prendendo forma, come hanno poi notato tutte le persone che hanno raggiunto il posto per la serata di musica e per la successiva giornata dedicata allo sport popolare. A cinque mesi dal corteo contro lo sgombero del Leoncavallo e per le lotte vive della città, le giornate delle Utopiadi hanno mostrato che l’urgenza delle azioni può convivere con un lungo lavoro di cura delle relazioni. Non era scontato. Come diceva qualcuno, “abbiamo ancora tanto da fare”, ma la via è tracciata e l’utopia forse è già realtà. (gloria pessina) ________________________ ¹ Le foto del corteo del 7 febbraio sono state realizzate dagli studenti del triennio di fotografia di CFP Bauer – Afol Metropolitana che negli scorsi due anni hanno partecipato ad “Atlante Olimpico”, un laboratorio a cura di Studio Figure sull’impatto dei Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 sul paesaggio e sull’immaginario della città. Le fotografie sono di: Arianna Amorosi, Emil Bovey, Riccardo Cimorosi, Davide D’Agostino, Enea Fenoglio, Melania Rima e Lorenzo Vargiu.
February 12, 2026
Napoli MONiTOR
Le avventure della città di Santa Chiara. L’introduzione al volume
(disegno di diego miedo) È in libreria a Napoli, e presto in altre città italiane, Le avventure della città di Santa Chiara e dei suoi abitanti (Monitor edizioni, 76 pagine, 10 euro), un libro a fumetti di Diego Miedo. Una storia distopica, “ma meno del nostro quotidiano, in cui sradicamento, espulsioni e sgomberi sono promossi dai governi di mezzo mondo, spesso con la forza”.   Pubblichiamo a seguire La realtà è più avanti, introduzione al volume scritta da Stefano Portelli.  *     *     *  “Napoli è il caso emblematico di una pressione turistica cresciuta in modo esponenziale”, scrive il direttore del dipartimento di architettura dell’Università Federico II su Repubblica a dicembre 2025. Poi spiega l’impatto del turismo sulla città: “Aumento dei canoni abitativi, congestione, espulsione di abitanti fragili dai quartieri centrali, rarefazione dei servizi essenziali, perdita di identità”. Sembrerebbe un disastro a cui cercare rimedi. Invece, continua l’esperto, bisogna cambiare prospettiva: smettere di vedere tutto questo come un pericolo da cui difendersi, provando invece a reinvestire i profitti del turismo come “valore aggiunto in infrastrutture, servizi e nuove qualità urbane”. L’articolo si conclude così: “Napoli ha la straordinaria opportunità di usare il turismo […] non come un problema da contenere, ma come risorsa per ridisegnare il futuro”. Sembra una parodia ancora più fantasiosa delle avventure della città di Santa Chiara disegnate da Diego Miedo. Anche l’inquinamento, la deforestazione, gli sversamenti tossici in mare sono grandi opportunità se i loro profitti raggiungono lo Stato! Anche sui terremoti si può guadagnare, e magari finanziarci biblioteche, infrastrutture, nuovi boulevard sul mare. Pure dal traffico di droga possiamo tirar fuori qualcosa, magari per fare i centri di disintossicazione. Un cambio di prospettiva geniale: perché lamentarsi, se riusciamo a farci soldi sopra? Purtroppo, per il momento, è invece lo Stato che spende per aumentare l’invasione turistica su cui speculano i privati. L’anno scorso le aviolinee low-cost che portano i turisti in Italia hanno incassato quasi mezzo miliardo di euro dallo Stato – la metà dei quali sono andati a Ryanair. Centinaia di milioni l’anno vanno ai porti per le navi da crociera, e miliardi su miliardi ai grandi eventi come le Olimpiadi di Milano-Cortina, sempre per attrarre visitatori. Le storie raccontate da Diego Miedo sembrano esagerazioni ma non lo sono. Sono anche meno distopiche della realtà, oggi che la gentrificazione, la turistificazione, lo sradicamento, sono promosse dai governi di mezzo mondo, spesso con la forza. Pensiamo alla strage compiuta a fine ottobre 2025 nel quartiere Penha di Rio de Janeiro, dove la polizia ha ucciso oltre cento persone: più che colpire il narcotraffico, rimasto indenne, l’operazione ha fatto crescere la violenza e il disprezzo contro gli abitanti delle periferie – neri, poveri e favelados, già colpiti dall’allestimento dei Mondiali 2014 e delle Olimpiadi 2016. Oppure pensiamo all’irruzione di un cane-robot della polizia di New York nel 2020, durante un’assemblea di inquilini in un quartiere di case popolari. O ai gruppi di neonazi, pugili, ex militari, che minacciano gli inquilini indesiderati, attraverso imprese considerate legali e pagate dai proprietari immobiliari, come Desokupa in Spagna. O ai suicidi: solo negli ultimi mesi del 2025, a Sesto San Giovanni un settantenne si è buttato dalla finestra durante lo sfratto, a Barberino nel Mugello un uomo della stessa età ha fatto esplodere la casa, e vicino Verona tre fratelli hanno dato fuoco alla casa uccidendo anche i tre carabinieri che erano andati a sfrattarli . Si resiste alle espulsioni a rischio della vita: si pensi all’omicidio di Marielle Franco in Brasile, e a quello di Breonna Taylor a Louisville (Usa), uccisa dalla polizia che cercava di svuotare il quartiere dai neri. “La gentrificazione è un crimine!”, ripeteva spesso una attivista afroamericana di Washington DC, Gloria Robinson, nelle riunioni di un comitato locale. Poi è stata cacciata di casa, e ora vive in un altro stato. Nella capitale degli Usa in venti anni sono stati espulsi quarantamila abitanti neri, prima sotto la forma dell’impoverimento intenzionale dei quartieri che si voleva “riqualificare”, togliendo sussidi e investimenti pubblici; poi sotto la forma delle ruspe che hanno abbattuto le case, spingendo gli afroamericani ad andare altrove o ad accamparsi in tende e rifugi di fortuna, dove molti hanno passato anche la pandemia. Un altro membro dello stesso comitato, Dominic Moulden, si domanda in un articolo: Is gentrification a municipal crime? . Un giornale nero californiano, il San Francisco Bay View, considera addirittura che la riqualificazione e la gentrificazione delle città statunitensi siano una continuazione del genocidio coloniale. Se le vite nere contano davvero, sostiene, bisogna chiedere la riparazione dei danni. A Napoli sicuramente il fenomeno prenderà una forma diversa, ma non per forza meno drammatica, visto che l’Italia è attualmente il paese europeo con il maggiore indice di sfratti. Un ricercatore di Londra ha fatto una lista dei danni provocati dalla trasformazione degli spazi urbani in macchine per il consumo o per il turismo. Ha individuato cinque categorie: sfruttamento, spossessamento, sradicamento, marginalizzazione, violenza. A Santa Chiara ci sono tutte: chi lavora sfruttato per le pizzerie dei turisti; chi non si riconosce più nel suo quartiere invaso dalle spritzerie; chi viene cacciato di casa; chi viene costretto a vivere in periferia, magari nel quartiere di Rosabella, a sua volta oggetto di nuova gentrificazione; chi è spinto oltre il confine della marginalità, e deve rifugiarsi nelle grotte sul Vesuvio. Un’altra serie di danni, meno visibili, riguarda l’appropriazione della cultura: “Dobbiamo puntare sulla cultura – dice il sindaco di Santa Chiara –. Prendiamo consensi e ci consolidiamo”. Quindi, la banalizzazione e la distruzione della cultura popolare, della musica, dei legami sociali, dei rituali, della vita quotidiana – quel “dolce sogno” da cui inizia il libro. Anche per gli afroamericani, secondo Mindy Fullilove, la perdita dei quartieri aveva ucciso il jazz, incarnazione della vita urbana. Ma la retorica sulle magnifiche sorti delle città turistiche è troppo forte per poterla scalfire con gli articoli scientifici o le inchieste indipendenti. I giornali mainstream presentano la realtà sempre in un modo “imparziale”, che naturalmente fa fare bella figura ai promotori della gentrificazione più che alle vittime. La tattica di questo libro, fatta di paradossi, straniamento, avventure, è forse l’unica efficace per mettere in crisi il discorso ufficiale. Nei decenni passati molti artisti hanno criticato poeticamente la trasformazione delle città in macchine per far soldi. In Chi ha incastrato Roger Rabbit, umani e non-umani lottano contro uno speculatore che vuole trasformare un quartiere di Los Angeles – Cartoonia – in un nodo autostradale. I Blues Brothers invece devono salvare un orfanotrofio di Chicago dalla demolizione (e gli scontri di auto nel centro commerciale vendicano lo straniamento del nuovo modello di consumo). In Beetlejuice, invece, sono i fantasmi che vogliono rimanere nella loro casa, spaventando i gentrificatori. Anche i fumetti di Astérix ci hanno regalato una mitologia potentissima per difendere l’autonomia dei quartieri assediati da un potere gigantesco. Tutti i documentari sulla turistificazione – Terramototourism su Lisbona, Welcome Goodbye su Berlino, La sindrome di Venezia, The Last Tourist, Gringo Trails – non riescono a trasmettere l’inquietudine di Jurassic Park o Westworld, che raccontano quanto può andare male un’attrazione per turisti. Il fumetto ha la capacità low-cost di farci immaginare qualunque cosa: è il mezzo ideale con cui sublimare i danni subiti, rovesciare le sorti, immaginandoci a scacciare chi ci ha cacciato. L’abitante di Rosabella che grida dalla finestra: “Americani di merda, non saremo mai il vostro zoo!”, è lo stesso che esce armato sul balcone in Dodici di Zerocalcare, gridando: “Non verrete qui a suonare i vostri bonghi! Questa non sarà mai una terra di fottute apericene!”. In Roma città morta, di Luca Marengo e Giacomo Keison Bevilacqua, a occupare la capitale sono invece gli zombie; i sopravvissuti la attaccano dalle loro riserve fortificate fuori le mura – quasi tutte a Roma Est, dove da sempre vivono gli espulsi. Ci sono così tanti fumetti ambientati in città post-apocalittiche, da Akira ai lavori di Enki Bilal a Le acque di Mortelune di Patrick Cothias e Philippe Adamov, che sembra quasi che il fumetto sia un mezzo privilegiato per immaginare usi della città radicalmente diversi. Iniziare a fantasticare su un cambiamento, anche se distopico, è il primo passo per uscire dalla paralisi dell’immaginario provocato dall’invasione turistica, dal bombardamento delle demolizioni e degli sfratti, dalla moltiplicazione dei grattacieli e dei grandi progetti inutili. Un giorno rileggeremo questi anni come la fase in cui i barbari al potere tentarono di distruggere le città più belle del mondo, in alcuni casi riuscendoci. I danni saranno quantificati e si esigeranno riparazioni; o almeno, si farà in modo che non possa più succedere. Sui muri della Santa Chiara del futuro sarà affissa una lapide, a perenne monito: “Chiunque contribuirà a svuotare la città dai suoi abitanti, per profitto o per ignoranza, spingendoli a confinarsi in ghetti di periferia contro la loro volontà, sarà considerato un criminale e sarà punito”. Sempre che la città sopravviva alla barbarie.
February 11, 2026
Napoli MONiTOR
Bagnoli, solo la piazza può fermare i lavori della vergogna
(foto di mattia crocetti) Bagnoli, dove eravamo rimasti? Più o meno qui, con un quartiere già provato da una pesante crisi bradisismica che le istituzioni locali e nazionali hanno affrontato con irritante passività, e che si appresta a fronteggiare una nuova emergenza, definita dal professore Benedetto De Vivo (geologo), tra i massimi studiosi del territorio, “un disastro ambientale annunciato”. Eppure, nel frattempo, di cose ne sono successe abbastanza per scriverci un libro. RIASSUNTO DELLE PUNTATE PIÙ RECENTI Da circa due mesi sono incominciati i lavori sulla colmata a mare, la gigantesca superficie (circa otto campi di calcio regolamentari) contaminata da idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e policlorobifenili (PCB), composti pericolosissimi che le operazioni in corso stanno liberando nell’aria per permettere una nuova cementificazione, al fine di costruire un porto a beneficio dell’inutile America’s Cup. Dall’inizio di gennaio centinaia di camion ogni giorno attraversano le strade di Bagnoli, creando disagi di ogni tipo: alla viabilità, per esempio, intasando a tutte le ore persino le arterie più larghe, in un territorio che ha il bradisismo come fenomeno peculiare (è facile immaginare il panico che potrebbe scatenarsi in caso di nuove scosse, ma d’altronde non è la prima volta che la giunta Manfredi si affida al fato su questo tema e intraprende l’incrocio delle dita come azione politica più concreta); oppure all’ambiente, considerando lo smog e la quantità di polveri sottili che non solo si innalzano dalla colmata, ma che vengono trasportate su e giù tra Bagnoli e Agnano, talvolta con coperture approssimative; e ancora al benessere mentale degli abitanti del quartiere, che oltre al traffico devono fare i conti con rumori insostenibili dall’alba al tramonto, con voragini stradali, con palazzi sempre più provati perché in ogni lingua ci hanno detto, negli ultimi ventiquattro mesi, che non è una scossa per quanto forte a fare tanti danni, ma la somma delle vibrazioni che li sollecitano (tipo quelle provocate da tir stracarichi di materiale). Da un paio di settimane il quartiere si è organizzato. Ogni volta che possono, all’alba, gruppi di abitanti fermano il passaggio dei camion per qualche ora, facendo grande attenzione a non creare danni agli altri residenti, che vengono fatti passare e che infatti spesso solidarizzano e approvano (l’azione si interrompe spontaneamente poco dopo le sette, quando il traffico legato all’ingresso a scuola e al lavoro potrebbe altrimenti impazzire). Gli abitanti si sono messi in rete coinvolgendo tutti gli interessati, dagli ottantenni ai sedicenni, hanno costituito un presidio permanente, hanno organizzato manifestazioni, rilasciato interviste, boicottato un incontro-farsa in prefettura e soprattutto indetto una grossa manifestazione cittadina per dopodomani, sabato 7 febbraio. I loro obiettivi sono chiari: sul lungo termine, impedire che con il pretesto della Coppa America i piani urbanistici sul quartiere vengano ridotti a carta straccia; sul breve, fermare immediatamente questi lavori che definiscono “della vergogna”. (foto di mattia crocetti) I LAVORI DELLA VERGOGNA Riguardo al rischio ambientale, al netto delle posizioni specifiche della comunità scientifica, pare di capire che non faccia molta differenza tra tombare (sul serio, non come stanno facendo) la colmata e rimuoverla attraverso tecniche all’avanguardia come il desorbimento termico in situ (ovvero, prima decontaminarla sul posto e poi smontarla pezzo dopo pezzo). Per cui bisogna dire chiaramente che se il sindaco-commissario non vuole rimuoverla non c’entra niente il rischio ambientale, che sarebbe bassissimo con le tecniche citate: è perché non vuole la lunga spiaggia pubblica da Nisida a Pozzuoli, ma vuole una gigantesca piattaforma di cemento dove fare un porto per yatch o uno spazio appetitoso per organizzatori di grandi eventi privati (coppe di vela, festival della mozzarella, tornei di golf, concerti a pagamento, con tanti saluti alla restituzione del territorio agli abitanti). Non regge il motivo economico, perché è dimostrato che i costi sarebbero ampiamente sostenibili con le risorse stanziate, né la grottesca scusa dei camion, prodotta ad arte qualche mese fa, che andrebbero in giro per il quartiere per anni a creare disagi; in primo luogo perché questo sta accadendo anche senza rimuoverla, anzi dai calcoli dei comitati risulta che vi sia una movimentazione di materiale che avrebbe potuto nello stesso tempo smontare quasi metà della colmata; in secondo luogo perché esistono numerosi accordi passati che prevedevano lo spostamento della colmata rimossa via mare, senza che nessun problema fosse creato all’abitato. Il vero tema ambientale non è quindi la permanenza o meno della colmata, ma la tecnica scelta per la sua messa in sicurezza, il desorbimento termico ex situ: si prendono le parti parzialmente rimosse, si lasciano esposte per un po’ agli agenti atmosferici (vento e pioggia forte, in questi giorni) e quando evidentemente si ritiene che abbiano fatto abbastanza danni si portano via sui camion. Per De Vivo, quella dell’ex situ è già di per sé una scelta non opportuna a Bagnoli: questa tecnologia è infatti vietata in tutto il mondo nelle aree urbanizzate, come è il caso appunto di Bagnoli (e dei quartieri limitrofi: Cavalleggeri, Fuorigrotta, Posillipo) e Pozzuoli. Questa scelta, diventa addirittura «scellerata quando effettuata in prossimità del mare», attraverso lavori «che dovrebbero comportare un intervento da parte delle autorità preposte al controllo dei rischi sanitari-ambientali, rischi che si configurano per le operazioni che con molta leggerezza e superficialità si stanno portando avanti». Il rischio sono ancora i famosi IPA e PCB che stanno dentro la colmata, e che si stanno disperdendo nell’aria a ridosso della costa, entrando in contatto con elementi quali il cloro e il mercurio e lo stagno (naturalmente presenti in un’area vulcanica e marina) con un’alta possibilità di formare diossine, e gli ancora più pericolosi dibutil e tributil-stagno e metil-mercurio, tra lesostanze cancerogene più letali in assoluto. Eppure, o forse proprio per questo, la struttura commissariale si è guardata bene dal sottoporre i lavori all’ordinaria Valutazione di impatto ambientale, nascondendosi dietro un semplice parere di non assoggettabilità fornitogli dal ministero. Né meglio fanno gli organi di controllo: l’Arpac ci comunica lo sforamento delle polveri sottili, ma né lei né l’Asl si preoccupano di analizzarle, rischiando evidentemente di scoprire che vi sia un’alta concentrazione di IPA e PCB, che presupporrebbe l’immediato stop ai lavori che chiedono gli abitanti. (foto di mattia crocetti) Che fare, allora? Il movimento contro la Coppa, e contro questi devastanti lavori, sta acquisendo consenso e visibilità. A mostrarlo non sono soltanto le interviste, le pacche sulle spalle nel quartiere, quanto piuttosto il patetico storytelling di regime messo in campo negli ultimi giorni, che ha il compito di produrre precise risposte (inconsistenti, per chi conosce la questione) alle obiezioni degli abitanti, e l’attivazione delle solite truppe cammellate del territorio, che si agitano da settimane sui social network e organizzano eventi propagandistici come questo di cui sono stati protagonisti la vicesindaca Lieto (mandata allo sbaraglio dal sindaco in prefettura a inizio settimana, a prendersi la porta chiusale in faccia dai comitati) e il sempre arrogante vice commissario De Rossi. La manifestazione del 7 sarà uno spartiacque, in qualsiasi forma si articoli. È una manifestazione a cui parteciperanno attivisti di ogni quartiere della città ma soprattutto abitanti bagnolesi di ogni età ed estrazione sociale. Già questo sarebbe un grande successo, considerando la macchina della propaganda che questo genere di eventi produce, ma un successo non sufficiente. L’obiettivo dev’essere fermare il nuovo disastro ambientale, e considerando il potere che la legge ha fornito all’autocrate Manfredi, non c’è altro modo che la piazza. (riccardo rosa) _________________________ ¹ Un articolo scientifico (De Vivo et al., 2026, su J. Geochemical Exploration) sulla tematica della rigenerazione del brownfield site di Bagnoli è in stampa a cura del prof. De Vivo, con i suoi collaboratori.
February 5, 2026
Napoli MONiTOR
Milano-Cortina 2026. Il Grande Gioco olimpico e le Utopiadi
(immagine da: il grande gioco. milano-cortina, il rovescio delle medaglie) Dal 6 al 22 febbraio 2026 Milano e parte dell’arco alpino tra la Valtellina e Cortina d’Ampezzo ospiteranno la venticinquesima edizione dei Giochi olimpici invernali. Un grande evento su cui si è scatenata una fitta propaganda secondo cui le Olimpiadi sarebbero un’occasione unica per lo sviluppo dei territori coinvolti e la crescita della reputazione turistica dell’Italia. Memori di Expo2015, associazioni, comitati e collettivi attivi tra montagne e città, tra cui Off Topic, hanno elaborato negli ultimi anni un discorso critico sulle nocività connesse al grande evento, in opposizione alle narrazioni dominanti. Osservando il recente passato, il presente e le ipotesi di futuro di territori divenuti mera scenografia olimpica si vedono in azione logiche speculative volte a massimizzare il consumo di suolo, aumentare le disuguaglianze e far perdere terreno a quel che resta della città pubblica. L’esigenza di organizzarsi contro il modello di sviluppo connesso con i Giochi olimpici e per uno sport che sia veramente popolare ha dato vita al Comitato Insostenibili Olimpiadi (CIO), che da tre anni promuove analisi e mobilitazioni tra Milano e l’arco alpino. Tra le principali criticità individuate nel dossier olimpico: sette miliardi di euro di investimenti prevalentemente pubblici utili a foraggiare il privato – a Milano, il dominus COIMA ma anche Covivio, Prada e CTS Eventim – e che rispondono solo in minima parte alle istanze degli abitanti. Grandi infrastrutture per il trasporto su gomma che rendono più semplice il trasporto merci e l’accesso alla montagna per chi vive in città, ma che in larga parte non saranno nemmeno pronte per le Olimpiadi. E ancora: nessun nuovo impianto sportivo lasciato in eredità, nessuna nuova pista del ghiaccio, un piano di smantellamento della società comunale MilanoSport e di vari impianti pubblici a favore di un modello di pratica sportiva intesa come fitness e wellness a caro prezzo. Un’idea di performance individuale a discapito di occasioni per creare comunità e relazioni attraverso uno sport che sia accessibile e popolare. Questo grande evento, come altri che l’hanno preceduto, conferma di essere uno strumento di erosione del diritto alla città e di semplificazione procedurale di opere complesse per le quali, nella maggior parte dei casi, non si richiede nemmeno di presentare valutazioni sull’impatto ambientale. UN FILM E UNA RETE Nell’indagare questi temi, il CIO si è interrogato su quali strumenti fossero più adatti per realizzare un’iniziativa che potesse coinvolgere la popolazione interessata dagli impatti delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 e non solo gli addetti ai lavori. È nata così la proposta di realizzare un prodotto audiovisivo in grado di svilupparsi insieme al percorso politico e capace di suscitare curiosità per il tema. Un’occasione per accrescere la rete di relazioni senza la quale ogni attività che si ritiene di base diventa mera questione da tavolo. Il laboratorio per la realizzazione di un film sulle Olimpiadi, proposto in seno a Off Topic e sviluppato nell’alveo del CIO, si è interrogato fin dall’inizio sulle possibili forme del prodotto, cercando di rendere possibili anche le ipotesi più fantasiose. Il campo da gioco che ha ospitato la realizzazione del film si è definito fin da subito nella dialettica realtà/finzione, promozione territoriale/bisogni dei cittadini, barbarie/soluzioni percorribili. Nel far west del liberalismo gli attori che hanno promosso quest’avventura hanno intrapreso duelli contro personaggi di finzione prodotti dalla rigenerazione urbana, hanno risignificato porzioni di territorio e hanno camminato sui sentieri tortuosi della sfiducia nel presente e nel futuro, così come su quelli reali dei territori investiti delle Olimpiadi. Davanti alla campagna propagandistica a cinque cerchi atta a vendere un’ideologia esposta in forma di render, la scommessa è stata come presentare la parte di realtà nascosta, sottovalutata o contraffatta. La città brillante e verticale presentata tramite i render posizionati sul perimetro dei cantieri dei grandi progetti ha lasciato il posto alle zone d’ombra, ai palazzi e alle strutture abbandonate, ai nuovi quartieri in cui vecchi e nuovi abitanti si incrociano mettendosi in relazione. All’idea della città dei grattacieli con quartieri attrattivi abbiamo contrapposto l’abbandono di strutture frutto non dell’apocalisse zombie ma della fine dell’intervento pubblico a fini redistributivi. (il grande gioco. milano-cortina: il rovescio delle medaglie | trailer)  Mentre il progetto avanzava abbiamo conosciuto le storie del comitato abitanti zona 4 e di altri quartieri popolari coinvolti, dei piccoli commercianti, degli occupanti della piscina Scarioni, dei partecipanti al World Congress for Climate Justice. Ci siamo interfacciati con le associazioni dei territori montani per comprendere e comunicare un disagio nato dall’ingerenza della città e dei suoi bisogni sul fragile equilibrio montano. Abbiamo trovato ovunque spunti in grado di arricchire le mobilitazioni del CIO. Abbiamo appreso cose nuove da nuovi punti di vista, anche in dialogo con volti più noti della critica alle politiche urbane o per le terre alte come Duccio Facchini, Lucia Tozzi e Marco Albino Ferrari, presenti nel film. Il documentario Il Grande Gioco, reso possibile grazie a una raccolta fondi e ora distribuito da OpenDDB, è l’esito di un processo partecipato anche da chi non ha avuto la possibilità di seguire ogni passo della realizzazione, ma che in questo modo si è avvicinato alla mobilitazione. Proprio la presentazione del film in città e territori coinvolti dalle Olimpiadi e più in generale in tutto il Nord Italia a partire dallo scorso dicembre, con fughe che hanno raggiunto anche la dorsale appenninica fino a Roma, ha dato slancio al percorso politico sviluppato intorno ai temi del diritto alla città, del valore dello sport popolare e del rispetto per i territori montani. A oggi contiamo quasi cinquanta proiezioni. L’intenzione, superato l’appuntamento olimpico ormai alle porte, è di proseguire il viaggio in altri territori in lotta in Italia e non solo. VERSO LE UTOPIADI Nell’autunno 2024 il CIO ha promosso la prima edizione delle Utopiadi attraverso una serie di mobilitazioni e l’occupazione temporanea di un importante impianto sportivo in disuso. ll riferimento sono le Utopiadi che si sarebbero dovute svolgere a Barcellona nel 1936, come esplicita critica alle Olimpiadi organizzate per quell’anno a Berlino, nel contesto del Terzo Reich. Le Utopiadi di Barcellona non videro la luce a causa del golpe franchista e dell’inizio della guerra civile in Spagna, ma l’impresa ha continuato a ispirare movimenti di critica e contestazione ai Giochi olimpici ufficiali. Per questo il CIO promuove una nuova edizione delle Utopiadi per le giornate dal 5 all’8 febbraio, a Milano, con contestazioni diffuse, parate di quartiere, un corteo nazionale contro le Olimpiadi e la loro eredità e due giornate dedicate allo sport popolare. Le Utopiadi si propongono come momento di convergenza per i movimenti che desiderano andare in direzione opposta rispetto al nuovo ciclo economico condotto da poteri repressivi, razzisti e bellicisti, che non offrono spazio ad alcun contradditorio e hanno disseminato nelle due settimane olimpiche chiusure di scuole, imposizione della DAD, protocolli sindacali che rendono tecnicamente impossibili gli scioperi, come nel caso di ATM, e zone rosse a delimitare confini interni alla propria città. Dal 5 febbraio, data in cui inizieranno le contestazioni in città, fino all’8, data di chiusura delle Utopiadi, attendiamo a Milano tutte le persone che hanno intenzione di ricostruire un mondo in cui le macerie si accumulano, che a parole difende la pax olimpica ma che nei fatti si presenta con la sua faccia da guerra. Estendiamo quindi l’invito ad attraversare le Utopiadi e costruire con noi comunità resistenti: contro Daspo urbani e zone rosse, sicurezza “privatizzata” in mano all’ICE e alle polizie militari di mezzo mondo, scuole chiuse e divieto di sciopero per non disturbare il grande evento e il suo turismo tossico. Riprendiamoci la città, liberiamo le montagne. Le nostre vite non sono un gioco! (laboratorio politico off topic) _______________________ QUI il comunicato di lancio delle Utopiadi e aderire al corteo nazionale di sabato 7 febbraio
February 4, 2026
Napoli MONiTOR