Danza lunatica all’Aquila
Articolo di Daniele Poccia
Il centro storico dell’Aquila non è più un centro, ma non per questo ha smesso
di esserci una periferia, come in troppe altre città del Nord e del Sud globali.
La città delle 99 Chiese, delle 99 Piazze e delle 99 Fontane, complice un
terremoto gestito come un’occasione d’oro per l’interesse di un Berlusconi in
declino, di imprenditori edilizi avidi di affari e di un’amministrazione
comunale tenuta da un ex di Casapound, Pierluigi Biondi, si presenta come
«rinata» dalle sue macerie. Visitarla equivale ad avere una piccola ma
sconcertante visione del futuro che ci aspetta, almeno da questa parte del
Pianeta, e che incombe come una disgrazia caramellata e ricoperta di slogan da
civiltà in bancarotta, quella occidentale, patriarcale, coloniale, manageriale.
La nomina a Capitale della Cultura italiana 2026 non fa che sancirne il ruolo, e
ribadire, a chi non avesse voluto ascoltare l’oscuro avvertimento, che il futuro
non solo non è roseo, ma peggio, è color pastello, dello stesso identico colore
di un edificio sinistrato e ristrutturato come fosse un plastico da contemplare
dall’esterno. Le sue case, quindi, quando ci si arriva da Ovest, dopo aver
scalato l’A24, e senza più le decine di gru di un tempo a segnalare il lavoro
«clandestino» di operai e restauratori provenienti da ogni parte del paese,
appaiono alla stregua di scarne e impassibili scenografie di uno spettacolo
senz’anima. Il consumo è la religione di questo tempio dedicato a famiglie e
aperitivanti senza ricordi collettivi, innanzitutto della stagione di
mobilitazioni che ha travolto la popolazione, all’indomani del sisma del 2009.
Il messaggio subliminale di questo cocktail post-industriale, distopico, è che
il conflitto sociale va relegato in un angolo, sospinto dove nessuno vorrebbe
mai gettare il proprio sguardo critico, caso mai sapesse ancora di averlo. Ma
questo angolo ha un nome, Casematte, un nome rivendicato, un grappolo di sogni
scagliato nel buio, una storia che continua a cambiare. Il posto infatti è
occupato, e da più di sedici anni. Non è un monumento, ma un esperimento,
spuntato nel cuore di un vecchio manicomio abbandonato, Collemaggio, che prende
il nome dall’adiacente Basilica voluta dal papa del Gran Rifiuto, Celestino V,
perché si chiamino le cose con il loro nome, il nome che il potere e l’arte gli
hanno dato. Un nome, Casematte, che esprime meglio di qualunque altro la follia
riscattata, restituita a tutte e a tutti tra le mura del suo baretto, nei
murales lussureggianti e nelle autocostruzioni informali che li circondano
entrambi, con un paradosso solo apparente, dato che per combattere il potere ci
vuole il gusto della rivolta.
E quindi succede che il 21 febbraio scorso una compagnia teatrale romana che
lotta contro i nomi, e contro il potere, va da sé, vi porta il suo laboratorio
aperto. Si chiamano nontantoprecisi e arrivano a coinvolgere più di trenta
persone, questa volta come tante altre volte, persone di ogni estrazione mentale
e di ogni vocazione esistenziale, affinché dispieghino i loro vissuti più
dolorosi, come i più gioiosi, spigolandoli uno a uno, e poi tutti insieme,
raccolti amorevolmente nelle mani infarinate di spirito di cooperazione di una
donna che chiede a ognuna e a ognuno di chiedersi come fare. Lo splendore di un
gesto che si accorda al gesto, e ad altri cento, e non solo nel tempo, ma anche
nello spazio, provocando un’armonia che è tutt’uno con il paesaggio circostante,
costellato di pini alti anche più di venti metri e disseminato dei ricordi di
coloro che vi hanno sofferto, legati ai letti, sotto gli elettrodi, imbottiti di
psicofarmaci. Sullo sfondo i cosiddetti «maranza» che ci guardano dal bordo
delle nostre inibizioni, e ora gridano, ora mettono la musica trap, ora
ascoltano e capiscono. Il corpo restituito a sé stesso è un volo al di là di
ogni steccato, che sia di genere, di razza, di classe, di educazione e di
abilità, fisica o psichica. Chi decide insomma quale corpo è giusto? Chi ha il
maledetto diritto di farlo?
La stesso domandare orgoglioso del proprio rifiuto è al centro dell’esibizione
di Haiku senza Haiku. Non sono un (semplice) gruppo musicale, non sono un
(banale) esercizio di autostima consentita, come l’arte più blasonata rischia
talvolta di essere. Sono un invito, un richiamo, un appello ad ascoltare, a
prendere la parola, a cercare di non brandire un nome, nemmeno in questo caso. I
versi di detenute e di detenuti, di internati e di internate negli istituti
psichiatrici, di latitanti, che ritornano dal fondo di questa società in divisa,
anche quando non c’è nessuno nei paraggi che crede di indossarla, lo crede
solamente, perché ormai per non passare da devianti si deve rinunciare agli
incontri reali, e aderire quindi passo passo, e giorno dopo giorno, all’unico
diktat che risuona ancora inamovibile: non essere te stessa o te stesso, odiati,
e obbedisci al tuo nemico. C’è qualcuna o qualcuno, allora, che legge i testi di
qualcun altro o di qualcun’altra, e li rende così due volte più veri; ci sono lo
spoken word e la poesia, la furia e la pulsazione della vita, che colmano gli
occhi e la voce di chiunque abbia voglia di innestarsi; un’antica dea, Ecate,
che tre donne portano in scena, con la musica, il canto e le parole, per
pretendere giustizia per le donne. Versi improvvisati contro il Ministero,
un’entità che tutti conosciamo perché ce l’abbiamo piantata dritta in mezzo alle
sopracciglia, sotto forma di soggezione all’ordine costituito, quale che sia il
suo volto più alla moda. Versi, versi liberi, che siano di tutte, di tutti, e di
nessuno in particolare. Che si partecipasse al laboratorio, si discutesse delle
sue implicazioni individuali e comuni nel dibattito che lo ha seguito, o che si
esultasse sotto palco, una danza lunatica ha preso forma, una danza di cui
nessuno detiene il controllo, e che pure si svolge senza telecamere e algoritmi,
quelli che i governi di ogni orientamento vorrebbero veder funzionare
dappertutto vi siano ancora comportamenti «sospetti» e che all’Aquila saranno
installati in numero di 900. Lo sgombero imminente che pesa su Casematte è un
insulto per chiunque nutra ancora la certezza della forza che ci spinge a
resistere, e che sappia come l’abbraccio di una comunità politicamente in lotta
è l’unico motivo per tenerci ancora in vita.
Sono stati spesi centinaia di migliaia di euro, non è facile quantificarli, per
la cerimonia d’apertura della Capitale italiana della Cultura, avvenuta il 17
gennaio in una città dove non c’è più una biblioteca comunale in centro storico,
non c’è un cinema, non ci sono abbastanza adolescenti che scrivono sui muri.
Stormi di droni hanno oscurato le stelle, e un pupazzo gigante, sì un pupazzo
gigante, di nome Dundu, ha scorrazzato per le strade e per le piazze della
città. È chiaro quale è il progetto, e la posta in gioco: siate sicuri e sicure,
a tutti i costi, e anche quando nessuno vi minaccia, e non abbiate altra
speranza se non di avere ancora un capo, domani, a chiedervi conto del vostro
tempo, del vostro spazio, del vostro corpo. Che vi dia il suo nome, e vi imponga
di essere sempre più isolate e isolati, più agguerriti e agguerrite contro le e
i migranti, più gelosi e gelose delle vostre catene, da non condividere nemmeno
con chi ha perduto la sua paura, come è avvenuto nel corso di questa giornata.
Casematte, nontantoprecisi, Haiku senza Haiku, e tutte le esperienze che non
hanno ancora rinunciato a non rinunciare, sono soltanto modi, i più sinceri e
vividi, per non restare da soli, ad attendere apaticamente che le cose prima o
poi comincino, come per magia, ad andare meno peggio.
*Daniele Poccia è ricercatore indipendente e attivista. Ha curato e tradotto di
Raymond Ruyer, La superficie assoluta (Textus, 2017) e di Louis Weber, Il ritmo
dell’immanenza (Mimesis 2022)
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