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Urbano comune. Tra potere altruista e democrazia partecipativa
Se non nasce dagli abitanti, non è partecipazione. Se non è autogestito, non è un bene comune. Da quando il capitalismo finanziario ha imposto i propri interessi sulle logiche della politica, le democrazie liberali stanno degenerando. I partiti, difendendo l’interesse … Leggi tutto L'articolo Urbano comune. Tra potere altruista e democrazia partecipativa sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Pisa, 27 aprile: la “Solidarietà” della Guerra. Scuole in Caserma mentre la città diventa hub bellico
Mentre i cieli di Pisa continuano a essere solcati da aerei cargo carichi di armi e i binari della nostra stazione vedono sfrecciare convogli militari diretti ai fronti di guerra, l’Amministrazione Comunale e l’Associazione “Nicola Ciardelli” ripropongono la consueta maschera della “Giornata della Solidarietà”. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denunciamo con forza un’edizione 2026 che, dietro la retorica dell’ambiente e della tutela delle future generazioni, nasconde l’accettazione acritica di un’economia di guerra e di un controllo sociale sempre più asfissiante. HUB MILITARE PISA: AEROPORTO E FERROVIE AL SERVIZIO DEL CONFLITTO Quest’anno il coinvolgimento delle infrastrutture cittadine raggiunge livelli inaccettabili. Portare gli studenti e le studentesse della scuola secondaria all’Aeroporto “Galilei” per parlare di “libera circolazione” e dell’agenzia Frontex è un insulto all’intelligenza dei/delle giovani. Quello stesso aeroporto è il fulcro del transito di sistemi d’arma verso i teatri di conflitto; parlare di “spazio comune di libertà” in un luogo che funge da magazzino logistico per la morte è puro revisionismo della realtà. Questo accade mentre non si dice una parola riguardo alla richiesta del Governo di aprire anche in Toscana un abominevole centro di Centro di permanenza e rimpatrio. Parallelamente, assistiamo alla partecipazione della Polizia Ferroviaria. Recentemente, interrogata sul transito di convogli carichi di carri armati e munizioni sui binari civili, RFI (Rete Ferroviaria Italiana) ha risposto con agghiacciante pragmatismo che la “sicurezza del trasporto” è garantita da scorte militari dedicate. È questa la “sicurezza” che volete insegnare ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze? Una sicurezza fatta di blindati che sottraggono spazio e risorse ai pendolari per servire la logistica bellica? Come ben sottolineato anche i Ferrovieri contro la guerra nei giorni scorsi per ricordare alla comunità i due anni dalla sigla dell’accordo tra RFI e Leonardo. DECRETO SICUREZZA E CONTROLLO INFORMATICO: LA SCUOLA COME COMMISSARIATO Il programma del 2026 spinge sull’acceleratore della repressione. I percorsi presso l’Auditorium “Maccarrone” e la Caserma “Mameli” trasformano temi delicati in propaganda securitaria: * Cyber-controllo: La Polizia Postale istruisce i/le giovani non all’uso critico del mezzo, ma al timore della sanzione, in perfetta linea con le nuove norme dei Decreti Sicurezza che mirano a criminalizzare il dissenso online e le proteste sociali. * Repressione del Dissenso: in un clima in cui manifestare per la pace o contro le grandi opere inutili diventa un reato punibile con pene sproporzionate, far entrare la Polizia Scientifica nelle scuole primarie per mostrare “tecniche di repertazione” serve a normalizzare l’idea di una società in cui ogni cittadino e ogni cittadina è un/una potenziale sospetta/o da schedare. LA FARSA DELLA SOLIDARIETÀ IN DIVISA Non può esserci solidarietà in una caserma. Non può esserci educazione alla pace, se il modello proposto è quello del paracadutista che si lancia sul Ponte di Mezzo, simbolo di una proiezione di forza che l’Articolo 11 della nostra Costituzione ripudia esplicitamente. Non ci può essere cultura della memoria, se si rammenta un soldato morto a Nassiriya, senza contestualizzare il ruolo degli stati Uniti nella guerra in Iraq e senza spiegare la presenza dei militari italiani in territorio straniero a distanza di anni dalla fine della guerra. Denunciamo la complicità delle istituzioni locali che mettono a disposizione autobus, uffici e risorse pubbliche per questa operazione di marketing militare, mentre la scuola pubblica cade a pezzi e i fondi per la ricerca civile vengono dirottati verso le aziende produttrici di armi e i sistemi di intelligenza artificiale per il combattimento. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università invita docenti, studenti, studentesse e genitori a boicottare le attività che si svolgono in luoghi di guerra e repressione. Rivendichiamo una scuola che sia laboratorio di pace reale, fatta di cooperazione internazionale, disarmo e critica alle menzogne del potere. Pisa non deve essere una caserma a cielo aperto, né un trampolino per le guerre altrui. FUORI LE GUERRE E LE DIVISE DALLE NOSTRE SCUOLE Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Pisa -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Le nuove mani sulla città
Puntata 0 della trasmissione "Le nuove mani sulla città.  Osservatorio Urbano permanente".  In questa puntata abbiamo presentato la genesi e gli intenti di questo nuovo osservatorio urbano, come racconto corale di quello che avviene in città e oltre. Capiamo insieme quali sono le trasformazioni in atto, confrontiamoci per ostacolare i processi di speculazione e gentrificazione che investono i nostri territori producendo ulteriori forme di disuguaglianza ed esclusione.  Abbiamo iniziato a individuare a chi appartengono queste nuove mani sulla città, identificando quali sono gli attori principali, i processi in atto e gli scenari futuri. Abbiamo intervistato Lucia Tozzi - ricercatrice indipendente e giornalista - che ci ha raccontato della sua partecipazione al MIPIM, una fiera internazionale del Real Estate che si tiene a Cannes ogni anno. Lucia ci ha illustrato come Roma sia diventata una nuova frontiera di estrazione di valore da parte di investitori internazionali. Continueremo a costruire collettivamente momenti di contronarrazione, delineando contro-pratiche possibili dell'urbano e del sociale anche attraverso la conoscenza e l'approfondimento di vertenze, storie e protagonist* delle lotte in corso nei territori di Roma e non solo.
April 9, 2026
Radio Onda Rossa
Ha perso il calcio di chi può pagarselo e dei campi sintetici
C’È IL CALCIO INTRATTENIMENTO FINE A SE STESSO, IL CALCIO DELLA VITTORIA COME UNICO TEMA DI INTERESSE, IL CALCIO CHE POCHE FAMIGLIE POSSONO PERMETTERSI DI PAGARE A BAMBINI E BAMBINE. È PRIMA DI TUTTO IL CALCIO DEI CAMPI SINTETICI SEMPRE PIÙ COSTOSI DA INSTALLARE E MANTENERE, OSPITATI IN CENTRI SPORTIVI CHIUSI E SEPARATI DALLA CITTÀ E DAI QUARTIERI. “SE NON PROVIAMO IN QUALCHE MODO A RIMETTERE MANO ANCHE A QUESTO NODO, URBANISTICO, ECONOMICO, SOCIALE – SCRIVE GIOVANNI CASTAGNO, INSEGNANTE, TRA I PROMOTORI ESQUILINO FC DI ROMA, SQUADRA NATA ALL’INTERNO DELL’ESPERIENZA DELLA SCUOLA APERTA PARTECIPATA DI DONATO DI ROMA – CON PROPOSTE SERIE, IN TOTALE DISCONTINUITÀ CON QUELLO CHE È STATO FATTO NEGLI ULTIMI DECENNI NON SOLO RISCHIEREMO DI ASSISTERE A ULTERIORI DISFATTE DEL NOSTRO CALCIO D’ÉLITES, IL CHE, SAREBBE IL MINORE DI MALI, MA A VIVERE IN CITTÀ SEMPRE PIÙ BRUTTE E INOSPITALI. E QUESTO FORSE SÌ, POSSIAMO PROVARE INSIEME A EVITARLO…” -------------------------------------------------------------------------------- Foto Esquilino FC di Roma, squadra nata all’interno dell’esperienza della Scuola aperta partecipata della Di Donato/Manin -------------------------------------------------------------------------------- “Lo vogliamo dire che non è più possibile che una famiglia debba pagare 1.000 euro all’anno per iscrivere un figlio alla scuola calcio? Ma se ne ha tre come fa?” Così Fabio Caressa. In quell’abbastanza vetusto e superato salottino su Sky in cui, sei uomini appassionati di calcio, giornalisti sportivi ed ex calciatori, dal discusso Di Canio, a Bergomi, a Marchegiani passano la loro domenica sera o le serate delle partite di coppa campioni. È una trasmissione che non vedo mai perché rimette in scena settimanalmente quell’ormai superato rituale del maschio italiano che discute di calcio come fosse una cosa seria, andando avanti per ore, commentando fino agli aspetti più microscopici un fallo o un gesto tecnico. Non ci sono donne, se non quando si tratta di menzionare il messaggio di un ascoltatore, uomo. O di riportare la dichiarazione di un altro addetto ai lavori, uomo, che ai microfoni di un’altra testata ha rilasciato una “importante” dichiarazione, quasi sempre a un altro uomo. Ma all’indomani della disfatta (ennesima) azzurra, mentre navigavo su youtube senza particolari scopi, me lo sono ritrovato proposto dalla mia profilazione, dopo che avevo visto un frammento della conferenza stampa del presidente della Figc, Gabriele Gravina, curioso di scoprire quali rocambolesche e funamboliche trovate avrebbe condiviso con la stampa. Ecco. Prima di entrare nel merito di un argomento che mi sta chiaramente a cuore visto il lavoro che svolgo. Fermiamoci un attimo sul “circo mediatico”. Una parte del problema risiede sicuramente qui, nella narrazione che i media nel nostro paese fanno del calcio, nell’arretratezza dei contenuti, dei modi, degli stili che si continuano ad adottare rispetto ad altri paesi dove pure è vero che esistono contraddizioni, ma il quadro appare sicuramente meno sconfortante. Il “circo mediatico” che, questo non da ieri, dai Biscardi ai pendolini di Maurizio Mosca, passando per le Domeniche sportive di Pecci e Panatta (almeno un po’ più ironico e divertente) Italo Cucci o Zazzeroni, con derive nel passato forse ancora peggiori di queste dell’epoca “interessante” per dirla con Zizek che ci sta toccando in sorte, ha accompagnato le vicende di questo sport alimentando un vuoto siderale di cultura, di riflessione, di proposte etiche e valoriali. Esempi virtuosi se ne trovano pochissimi, certo, ma se paragoniamo, pur nella diseducativa proposta sportiva televisiva programmi come “il processo alla tappa” di Sergio Zavoli, a queste ridicole formule, magari non sguaiate, ma di un vuoto culturale cosmico, in confronto appunto a esempi di programmi che invece davano un senso più profondo, più umano, all’impresa sportiva come quella del ciclismo, ci rendiamo conto del essere di fronte a un problema culturale profondissimo. Generazioni intere di appassionati si sono nutriti e continuano a nutrirsi di contenuti propri di un’ideologia che fa dell’intrattenimento fine a se stesso il proprio principale motore. Della vittoria l’unico tema di interesse. Del risultato sportivo l’unico totem sul quale sacrificare tutto il resto. Della polemica arbitrale la ragione principale di esistere. Quando però, come l’altra sera, di torti arbitrali non si può parlare (per la verità in occasione della partita un pochino qualcuno ha anche tentato di farlo) di vittoria neppure, perché arriva l’ennesima delusione, si è messi di fronte a problemi che per anni si è fatto finta di non vedere cercando di concentrare l’attenzione solo ed esclusivamente sugli aspetti più superficiali del fenomeno sportivo, eliminando tutto il resto. D’altronde non è forse questo il paese in cui si fanno dimettere sottosegretari condannati solo per nascondere la sconfitta a un referendum che si era convinti di vincere? E il calcio per certi versi incarna perfettamente questi vizi di cui il potere, alle nostre latitudini, mostra di fare una fatica enorme a liberarsi. Ma la Storia ha pronte spesso svolte che non si vuole vedere arrivare. Ed è possibile che oggi ci si trovi di fronte a una di queste. Vedremo. Intanto, da appassionati, ma anche da osservatori di fenomeni complessi, come il calcio, siamo consapevoli che i problemi di questo sport che in parte hanno condotto agli insuccessi oggi sotto gli occhi di tutti dipendono da scelte politiche, economiche, sociali che hanno ricadute molto più grandi di quelle esclusivamente sportive. Cosa scopriamo oggi secondo commentatori e giornalisti? Cosa si sente dire oggi chi si occupa di calcio, chi ne è appassionato, chi allena o semplicemente gioca o fa giocare i propri figli in una scuola calcio? Scopre che sotto i propri occhi stavano emergendo contraddizioni insanabili. Su tutte e con aspetti sfaccettati di cui fino alla disfatta era raro sentirsi lamentare quella economica. I costi che oggi vanno sostenuti per giocare al calcio non sono neanche lontanamente paragonabili a quelli di chi come me ha cominciato a giocare nelle prime scuole calcio che si affacciavano timidamente alla fine degli anni Settanta all’orizzonte, in un sistema-calcio ancora in buona misura egemonizzato da strada, oratori e campetti. Convinti che un’ampia fascia della popolazione non abbia difficoltà a sostenere quella spesa non molti non hanno pensato come invece fosse ancora grande la fascia di quelli per cui è impossibile. Per esempio molte famiglie straniere. Di fatto la stragrande maggioranza delle squadre di calcio giovanile è composta esclusivamente da italiani. Quindi, come per quanto riguarda il materiale, iscriversi è un sacrificio troppo grande per molte famiglie. La conseguenza indiretta è aver favorito un clima di aspettative eccessive, di desideri eccessivi che intossicano il clima del calcio giovanile e lo avvelenano spingendo molti a lasciare e quelli che continuano a investire molte più energie di quanto non si facesse prima nel percorso sportivo pur di arrivare più avanti possibile. Anche tralasciando le ricadute psicologiche e sociali prodotte dal drop-out dei giovani atleti che lasciano perdere perché non riescono a sottostare a queste logiche ci rendiamo conto che è ormai diffusissima la pratica di pagare una squadra perché il proprio figlio abbia una opportunità in più e possa proseguire nonostante non sempre il suo rendimento sembri essere all’altezza delle richieste strettamente sportive? Ma la diffusione capillare e precocissima del calcio attraverso la disseminazione di centri specializzati – centri sportivi chiusi e separati dalla città e dai quartieri – dove oggi si allarga la proposta addirittura a bambini che non hanno ancora compiuto cinque anni, dove si sono convinti genitori e famiglie bisognose di attività per i propri bambini a iscriverli così piccoli, è un fenomeno ancora più perverso. Contiene al suo interno un processo di espulsione dallo spazio pubblico e di reclusione in quello privato del calcio, che nonostante la diffusione di testi sulle metropoli contemporanee, da Mike Davis a David Harvey, non si è abbastanza ragionato. Uno sport come il calcio non può vivere, in termini di popolarità, sia nell’accento simbolico, che in quello materiale, cioè della sua diffusione, se lo si rinchiude. Se si spezza il circuito virtuoso, agonismo-campetto, campetto-agonismo. E le nostre città sono ormai concepite, poiché sottoposte a una divisione rigida del lavoro e degli spazi, a un processo di valorizzazione della rendita finanziaria feroce e inarrestabile. A meccanismi per i quali gli spazi di cui ha bisogno il calcio non sono tollerabili. Non sono possibili. Se noi non cogliamo questo elemento fondamentale non comprendiamo nulla di quanto non stia succedendo in questo momento nel nostro paese. E non comprendiamo neanche, vittime di un provincialismo arrogante e presuntuoso, che il capitalismo stesso assume forme diverse e sa rispondere alle proprie contraddizioni evitando di avvitarsi in spirali di crisi poi irreversibili nelle maggiori metropoli del pianeta. Città come New York, Parigi, Londra, Madrid, Barcellona, non sono meno di Roma o di Milano, sottoposte alla morsa di fenomeni transnazionali potentissimi, eppure hanno saputo trovare dei contrappesi, adottare delle misure che ponessero rimedio a ricadute che altrimenti avrebbero determinato conseguenze dal punto di vista sociale assai pericolose per la sopravvivenza del sistema stesso. Qui da noi invece, almeno da trent’anni, a fronte di una incapacità del sistema di redistribuire le enormi risorse generate dal calcio professionistico, società di medie e piccole dimensioni hanno dovuto adattarsi alla richiesta degli utenti di adeguarsi a terreni sintetici sempre più costosi da installare e mantenere. Per una piccola scuola calcio con uno spazio relativamente limitato a disposizione rientrare da un investimento di decine di migliaia di euro è diventato sempre più complesso. Anche in questo caso la costruzione di un immaginario distorto ha giocato un ruolo molto importante. La vecchia e polverosa pozzolana ha progressivamente trovato sempre maggiori resistenze se non un vero e proprio disprezzo da parte di chi sognava di calcare il morbido prato dell’Olimpico e si immaginava campione senza esserlo. Si è di fatto sostanzialmente affermata l’idea di sublimare quel sogno vendendo una sua versione “tarocca”, quella della contraffazione che però ha incontrato un grande favore. Il verde è lo stesso, ma tra quella vera e quella finta c’è la stessa distanza che intercorre tra un intervento in anticipo di Franco Baresi e lo scomposto takle di un Bastoni qualsiasi. Restare al parco, rimanere nello spazio pubblico, una scelta minoritaria, controcorrente, tipica di quegli irriducibili romantici che riscuotono simpatie ma ai quali tutti rapidamente voltano le spalle. Il calcio è di tutti, e anche il sogno di poterlo praticare ad alti livelli. Ma non tutti ci possono riuscire. Pensare invece di poter rivendere un pezzettino di quel sogno a tutti è stata una mossa dal punto di vista economico geniale, ma dal punto di vista culturale, sociale e ambientale terribile. Adesso immaginare di smontare le decine di campi di sintetico che si sono diffusi in giro per le nostre città velleitario. Pensare di riportare a giocare i bambini nel fango d’inferno e a sporcarsi di polvere d’estate ingenuo. Eppure se non proviamo in qualche modo a rimettere mano a questo nodo, urbanistico, economico, sociale con proposte serie, in totale discontinuità con quello che è stato fatto negli ultimi decenni non solo rischieremo di assistere a ulteriori disfatte del nostro calcio d’élites, il che, sarebbe il minore di mali, ma a vivere in città sempre più brutte e inospitali. E questo forse sì, possiamo provare insieme a evitarlo. -------------------------------------------------------------------------------- Giovanni Castagno, insegnante a Roma, da anni promuove attraverso lo sport anche progetti educativi e interculturali con l’Esquilino FC. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ha perso il calcio di chi può pagarselo e dei campi sintetici proviene da Comune-info.
April 2, 2026
Comune-info
Beautiful a San Siro. La guardia di finanza negli uffici del comune di Milano
(archivio disegni napolimonitor) “Beppe, per me il caso è chiuso, perdere i concorsi è del tutto normale… ma ti segnalo che qui la cosa è diversa” scriveva nel 2019  Stefano Boeri al sindaco di Milano dopo che avevano rifiutato il progetto del suo Stadio Bosco in sostituzione dello stadio Meazza a San Siro. I proprietari delle società di Milan e Inter avevano “presentato un masterplan” all’amministrazione comunale per trasformare l’intera area, e il progetto di Boeri era stato scartato, in quanto difforme. Da quando presentare un master plan equivale a farlo approvare?, si chiede l’architetto, lamentandosi dell’insolita (?) ingerenza degli interessi privati su quello pubblico. Ma Beppe Sala non era stato a sentire, e da allora a oggi ha perseguito con un accanimento incredibile l’interesse privato di oscuri fondi proprietari delle squadre, per molti anni e in molti modi diversi, a dispetto dei molti comitati, attivisti e movimenti che si sono battuti in tutti i modi per evitare la vendita e la distruzione di uno stadio amatissimo, iconico e perfettamente funzionante. Era stato promosso un referendum: lo ha bocciato. Era stato posto un vincolo della Soprintendenza: lo ha aggirato. Era stato fatto un “débat publique” partecipatissimo e conflittuale, che aveva visto fallire miseramente ogni tentativo di manipolare il giudizio popolare: lo ha ignorato. Si erano mossi avvocati, politici, personaggi dello sport, persino Ken Loach, il grande regista di Il mio amico Eric, per ostacolare la scellerata operazione. Niente. La sua maggioranza in consiglio comunale era spaccata: si è fatto appoggiare dall’opposizione. Persino la stampa gli si è rivoltata contro, rivelando tutte le magagne di un’operazione gravissima sul piano ambientale, economico e sociale. Ma no, se ai padroni di Inter e Milan non basta una ristrutturazione del tempio del calcio; se hanno deciso che devono comprarlo (“perché gli stadi devono essere di proprietà, se no non si vince la Champions” – una sciocchezza, come dimostra Luca Pisapia nel suo libro Vincere non serve a niente), per di più a quattro soldi; se pretendono di devastare tutto il quartiere per fare il solito stadio-all’inglese-di-lusso-con-centro-commerciale-parcheggi-vip-ed-experience-adatta-alle-famiglie-ricche, allora il Comune deve accontentarlo, a costo di perderci milioni, di moltiplicare le polveri sottili sbriciolando e portando a discarica milioni di metri cubi di cemento inutilmente (nella città con la peggiore qualità dell’aria in Europa),  di escludere migliaia di tifosi meno abbienti dalle partite. Sala ha venduto a un prezzo stracciato, rinunciando a dieci milioni di affitto all’anno e accollandosi anche le spese per lo smantellamento di un sottopasso funzionante e funzionale per ottanta milioni, nel momento più drammatico per la reputazione della sua amministrazione e delle sue politiche, dopo l’esplosione delle inchieste sull’urbanistica, dopo l’arresto di suoi assessori e dirigenti. Ha voluto dimostrare ai suoi referenti – che evidentemente non sono i cittadini, ma la coalizione immobiliare-finanziaria che costituisce la classe dirigente milanese con il suo entourage internazionale – che è un duro, che non si piega allo squallore delle procedure democratiche, della volontà popolare o dell’interesse pubblico. Esattamente come sta facendo Manfredi a Napoli. O Lepore a Bologna. O Macron in Francia. O la Von der Leyen in Europa. E mi fermo qua ma potrei proseguire ancora e ancora. Ma è finita? No. Stamattina la guardia di finanza è andata a perquisire gli uffici del Comune e della società che gestisce lo stadio, M-I / Milan-Inter. Sono ancora una volta indagati (per comodità cito l’elenco stilato da Barbacetto su Il Fatto Quotidiano): “il direttore generale del Comune e braccio destro del sindaco Giuseppe Sala, Christian Malangone; il responsabile unico del procedimento di vendita e poi assessore all’urbanistica (2021-2025), Giancarlo Tancredi; la direttrice della pianificazione del Comune, Simona Collarini; l’ex assessore all’Urbanistica e vicesindaco di Giuliano Pisapia (2011-2015) poi diventata consulente dell’Inter per l’affare dello stadio, l’avvocato Ada Lucia De Cesaris”. E poi anche i consulenti del Milan, Giuseppe Bonomi e Marta Spaini, dell’Inter, Fabrizio Grena, e due manager dei nerazzurri, l’amministratore delegato (2018-2025) Alessandro Antonello e il procuratore Mark Van Huuksloot. Ormai è una saga. Un giornalista come Andrea Sparaciari, che segue la vicenda passo passo da anni, ha superato con i suoi articoli il numero di puntate di Beautiful, descrivendo lo stesso tipo di comunità ristretta dove tutti hanno chattato con tutti. Secondo gli inquirenti c’è stata “rivelazione di segreto” da parte pubblica in più momenti, e ciò ha “turbato” il processo di compravendita. Come al solito, bisogna aspettare di vedere se i sospetti siano fondati e se costituiscono reato, soprattutto se costituiranno reato dopo che nuove leggi nazionali saranno varate apposta per salvare Milano e anche tutti i filistei che la imitano. Io però so già chi è Ridge, chi è Caroline e chi è Brooke. (lucia tozzi)
April 1, 2026
Napoli MONiTOR
Danza lunatica all’Aquila
Articolo di Daniele Poccia Il centro storico dell’Aquila non è più un centro, ma non per questo ha smesso di esserci una periferia, come in troppe altre città del Nord e del Sud globali. La città delle 99 Chiese, delle 99 Piazze e delle 99 Fontane, complice un terremoto gestito come un’occasione d’oro per l’interesse di un Berlusconi in declino, di imprenditori edilizi avidi di affari e di un’amministrazione comunale tenuta da un ex di Casapound, Pierluigi Biondi, si presenta come «rinata» dalle sue macerie. Visitarla equivale ad avere una piccola ma sconcertante visione del futuro che ci aspetta, almeno da questa parte del Pianeta, e che incombe come una disgrazia caramellata e ricoperta di slogan da civiltà in bancarotta, quella occidentale, patriarcale, coloniale, manageriale.  La nomina a Capitale della Cultura italiana 2026 non fa che sancirne il ruolo, e ribadire, a chi non avesse voluto ascoltare l’oscuro avvertimento, che il futuro non solo non è roseo, ma peggio, è color pastello, dello stesso identico colore di un edificio sinistrato e ristrutturato come fosse un plastico da contemplare dall’esterno. Le sue case, quindi, quando ci si arriva da Ovest, dopo aver scalato l’A24, e senza più le decine di gru di un tempo a segnalare il lavoro «clandestino» di operai e restauratori provenienti da ogni parte del paese, appaiono alla stregua di scarne e impassibili scenografie di uno spettacolo senz’anima. Il consumo è la religione di questo tempio dedicato a famiglie e aperitivanti senza ricordi collettivi, innanzitutto della stagione di mobilitazioni che ha travolto la popolazione, all’indomani del sisma del 2009.  Il messaggio subliminale di questo cocktail post-industriale, distopico, è che il conflitto sociale va relegato in un angolo, sospinto dove nessuno vorrebbe mai gettare il proprio sguardo critico, caso mai sapesse ancora di averlo. Ma questo angolo ha un nome, Casematte, un nome rivendicato, un grappolo di sogni scagliato nel buio, una storia che continua a cambiare. Il posto infatti è occupato, e da più di sedici anni. Non è un monumento, ma un esperimento, spuntato nel cuore di un vecchio manicomio abbandonato, Collemaggio, che prende il nome dall’adiacente Basilica voluta dal papa del Gran Rifiuto, Celestino V, perché si chiamino le cose con il loro nome, il nome che il potere e l’arte gli hanno dato. Un nome, Casematte, che esprime meglio di qualunque altro la follia riscattata, restituita a tutte e a tutti tra le mura del suo baretto, nei murales lussureggianti e nelle autocostruzioni informali che li circondano entrambi, con un paradosso solo apparente, dato che per combattere il potere ci vuole il gusto della rivolta.  E quindi succede che il 21 febbraio scorso una compagnia teatrale romana che lotta contro i nomi, e contro il potere, va da sé, vi porta il suo laboratorio aperto. Si chiamano nontantoprecisi e arrivano a coinvolgere più di trenta persone, questa volta come tante altre volte, persone di ogni estrazione mentale e di ogni vocazione esistenziale, affinché dispieghino i loro vissuti più dolorosi, come i più gioiosi, spigolandoli uno a uno, e poi tutti insieme, raccolti amorevolmente nelle mani infarinate di spirito di cooperazione di una donna che chiede a ognuna e a ognuno di chiedersi come fare. Lo splendore di un gesto che si accorda al gesto, e ad altri cento, e non solo nel tempo, ma anche nello spazio, provocando un’armonia che è tutt’uno con il paesaggio circostante, costellato di pini alti anche più di venti metri e disseminato dei ricordi di coloro che vi hanno sofferto, legati ai letti, sotto gli elettrodi, imbottiti di psicofarmaci. Sullo sfondo i cosiddetti «maranza» che ci guardano dal bordo delle nostre inibizioni, e ora gridano, ora mettono la musica trap, ora ascoltano e capiscono. Il corpo restituito a sé stesso è un volo al di là di ogni steccato, che sia di genere, di razza, di classe, di educazione e di abilità, fisica o psichica. Chi decide insomma quale corpo è giusto? Chi ha il maledetto diritto di farlo? La stesso domandare orgoglioso del proprio rifiuto è al centro dell’esibizione di Haiku senza Haiku. Non sono un (semplice) gruppo musicale, non sono un (banale) esercizio di autostima consentita, come l’arte più blasonata rischia talvolta di essere. Sono un invito, un richiamo, un appello ad ascoltare, a prendere la parola, a cercare di non brandire un nome, nemmeno in questo caso. I versi di detenute e di detenuti, di internati e di internate negli istituti psichiatrici, di latitanti, che ritornano dal fondo di questa società in divisa, anche quando non c’è nessuno nei paraggi che crede di indossarla, lo crede solamente, perché ormai per non passare da devianti si deve rinunciare agli incontri reali, e aderire quindi passo passo, e giorno dopo giorno, all’unico diktat che risuona ancora inamovibile: non essere te stessa o te stesso, odiati, e obbedisci al tuo nemico. C’è qualcuna o qualcuno, allora, che legge i testi di qualcun altro o di qualcun’altra, e li rende così due volte più veri; ci sono lo spoken word e la poesia, la furia e la pulsazione della vita, che colmano gli occhi e la voce di chiunque abbia voglia di innestarsi; un’antica dea, Ecate, che tre donne portano in scena, con la musica, il canto e le parole, per pretendere giustizia per le donne. Versi improvvisati contro il Ministero, un’entità che tutti conosciamo perché ce l’abbiamo piantata dritta in mezzo alle sopracciglia, sotto forma di soggezione all’ordine costituito, quale che sia il suo volto più alla moda. Versi, versi liberi, che siano di tutte, di tutti, e di nessuno in particolare. Che si partecipasse al laboratorio, si discutesse delle sue implicazioni individuali e comuni nel dibattito che lo ha seguito, o che si esultasse sotto palco, una danza lunatica ha preso forma, una danza di cui nessuno detiene il controllo, e che pure si svolge senza telecamere e algoritmi, quelli che i governi di ogni orientamento vorrebbero veder funzionare dappertutto vi siano ancora comportamenti «sospetti» e che all’Aquila saranno installati in numero di 900. Lo sgombero imminente che pesa su Casematte è un insulto per chiunque nutra ancora la certezza della forza che ci spinge a resistere, e che sappia come l’abbraccio di una comunità politicamente in lotta è l’unico motivo per tenerci ancora in vita.  Sono stati spesi centinaia di migliaia di euro, non è facile quantificarli, per la cerimonia d’apertura della Capitale italiana della Cultura, avvenuta il 17 gennaio in una città dove non c’è più una biblioteca comunale in centro storico, non c’è un cinema, non ci sono abbastanza adolescenti che scrivono sui muri. Stormi di droni hanno oscurato le stelle, e un pupazzo gigante, sì un pupazzo gigante, di nome Dundu, ha scorrazzato per le strade e per le piazze della città. È chiaro quale è il progetto, e la posta in gioco: siate sicuri e sicure, a tutti i costi, e anche quando nessuno vi minaccia, e non abbiate altra speranza se non di avere ancora un capo, domani, a chiedervi conto del vostro tempo, del vostro spazio, del vostro corpo. Che vi dia il suo nome, e vi imponga di essere sempre più isolate e isolati, più agguerriti e agguerrite contro le e i migranti, più gelosi e gelose delle vostre catene, da non condividere nemmeno con chi ha perduto la sua paura, come è avvenuto nel corso di questa giornata. Casematte, nontantoprecisi, Haiku senza Haiku, e tutte le esperienze che non hanno ancora rinunciato a non rinunciare, sono soltanto modi, i più sinceri e vividi, per non restare da soli, ad attendere apaticamente che le cose prima o poi comincino, come per magia, ad andare meno peggio. *Daniele Poccia è ricercatore indipendente e attivista. Ha curato e tradotto di Raymond Ruyer, La superficie assoluta (Textus, 2017) e di Louis Weber, Il ritmo dell’immanenza (Mimesis 2022) L'articolo Danza lunatica all’Aquila proviene da Jacobin Italia.
March 5, 2026
Jacobin Italia
Partecipazione e Coppa America. Sul consiglio comunale di oggi a Bagnoli
(disegno di francesca ferrara) Da quasi quarant’anni il dibattito sul futuro di Bagnoli è vivo, in città, a dispetto dei disastri di politici e amministratori che avrebbero dovuto governare il processo di rigenerazione, e del comprensibile scoramento di ampie fasce di popolazione e società civile. Quello degli ultimi mesi è stato castrato dalla riluttanza delle istituzioni competenti a considerare qualsiasi opinione contrastante rispetto alle proprie scelte politiche: non solo “semplici” cittadini, ma anche affermati scienziati, urbanisti, analisti vengono liquidati come i colpevoli del presunto immobilismo, come se fossero loro ad aver bruciato dal 1992 quasi un miliardo di euro di soldi pubblici, come se fossero loro gli imputati in un decennale processo per disastro ambientale e come se si trattasse di una controparte, piuttosto che del corpo sociale che la politica dovrebbe rappresentare (anche solo perché è quello che gli paga lo stipendio). L’accelerazione che da poco più di un anno ha registrato la bonifica non è paragonabile, per dimensione, allo stravolgimento dei piani urbanistici fino a qualche tempo fa garantiti da leggi nazionali e strumenti locali, frutto di una sintesi complessa ma efficace tra le tante posizioni emerse dagli anni Novanta sul territorio, e non solo. Uno stravolgimento che è estremamente politico, non solo per il merito ma anche per il metodo. Negli ultimi anni ho studiato approfonditamente le dinamiche di partecipazione delle comunità locali ai processi di deindustrializzazione in Europa. Bagnoli è un caso particolare da questo punto di vista, dal momento che la governance dell’emergenza e dell’eccezionalità (comune in queste circostanze a molte altre esperienze, dalla Spagna alla Germania) ha sfruttato le ulteriori possibilità derogatorie concesse dall’organizzazione del “grande evento” Coppa America per modificare interventi pianificati dagli organi di rappresentanza locale anche grazie a un contributo della cittadinanza. In maniera, cioè, assolutamente antidemocratica. Contestualmente all’aumento di intensità delle proteste sul territorio, e alla risonanza data a queste ultime dalla stampa, la struttura commissariale guidata dal sindaco Manfredi ha cominciato da qualche mese a indire una serie di iniziative di propaganda, cercando di colmare deficienze che avevano del clamoroso. Si tratta di iniziative non solo inutili, ma anche ingannevoli, perché arrivano dopo che il già citato stravolgimento è stato ratificato, gli accordi sono stati firmati, le richieste di coinvolgimento degli abitanti sono state oggetto di beffe nei fatti, e talvolta persino nella forma (qualche mese fa il dirigente amministrativo più alto dell’ente commissariale affermava davanti a una platea di abitanti che «un commissariamento è l’antitesi della partecipazione»). A questo gioco di prestigio non solo i più scaltri comitati territoriali, ma anche molti altri abitanti non hanno abboccato, tanto che persino gli studenti dei licei locali hanno fatto notare l’ipocrisia di queste pratiche, in un incontro pubblico, al sub-commissario Falconio. Dopo un lungo periodo di latitanza, oggi Manfredi si presenterà a Bagnoli per un consiglio monotematico sul territorio, chiesto invano per mesi dalla comunità e persino da alcuni consiglieri di minoranza (su tutti Antonio Bassolino). Lo farà in un territorio militarizzato, dopo aver chiesto ai comitati territoriali di indicare i nomi delle persone che assisteranno all’incontro e persino di leggere il testo degli interventi, manco fossimo a Sanremo. Proprio le modalità con cui questo consiglio è stato organizzato mostrano in realtà, in tutta la loro evidenza, cosa intende questa giunta comunale per partecipazione: informazioni diffuse fuori tempo massimo; selezione accurata dei partecipanti; controllo delle persone e delle loro parole. Ancora una volta, citando la candida ammissione del colonnello Auricchio, direttore amministrativo dell’ente commissariale, “l’antitesi della partecipazione”. E allora l’unica cosa che il sindaco-commissario dovrebbe fare questo pomeriggio è un serio mea culpa. Prendere atto di posizionamenti tutt’altro che minoritari (cinquemila persone sono scese in piazza per contestare l’organizzazione della Coppa, il 7 febbraio scorso), fermare i lavori e annunciare lo spostamento dell’hub logistico per la competizione in un luogo più idoneo. Dopodiché, impegnarsi al ripristino immediato delle competenze del consiglio comunale in materia urbanistica, al rispetto del Praru e del progetto Invitalia (con bosco, spiaggia e senza colmata) che lui stesso magnificava fino al 2024. Questo, ovviamente, se i fiumi di inchiostro e le centinaia di teorie e legislazioni elaborate sul tema della partecipazione pubblica alle decisioni nell’ultimo mezzo secolo hanno ancora una qualche fondatezza. Altrimenti, dica chiaramente che le decisioni le prende un uomo solo al comando: almeno sarà più chiaro il motivo per cui qualcuno continua a non farsi una ragione di ciò che sta accadendo. (riccardo rosa)
March 3, 2026
Napoli MONiTOR
Vicenza, città UNESCO da smilitarizzare: l’analisi di Antonio Mazzeo
In occasione dei Global Days of Action to #CloseBases, organizzati dal World BEYOND War, associazione radicata negli Stati Uniti per protestare contro le basi militari USA in tutto il mondo, l’Osservatorio Vicenza città Unesco da smilitarizzare rende pubblico il video della conferenza integrate da immagini della 173a Brigata aviotrasportata di stanza a Vicenza. La conferenza “Il ruolo delle basi USA a Vicenza in un mondo di guerra” tenutasi di recente, vede il giornalista e attivista Antonio Mazzeo, promotore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, offrire un quadro dettagliato e aggiornato sulla presenza militare statunitense a Vicenza illustrando le implicazioni geopolitiche delle basi USA nel contesto di un mondo sempre più militarizzato. Il materiale si rivela particolarmente interessante per capire il ruolo strategico della 173a Brigata Aviotrasportata e delle basi presenti in città: dalle esercitazioni in Ucraina (Rapid Trident e Fearless Guardian, 2011-2021) per addestrare le forze ucraine, all’arrivo dei missili V-SHORAD alla caserma Del Din (2023) per la difesa antiaerea a corto raggio, fino al laboratorio Bayonet Team alla caserma Ederle. Qui si progettano e producono droni all’avanguardia – killer, intelligence e “wolf packs” – destinati ai nuovi scenari di guerra, con finanziamenti USA da 1 miliardo di dollari. Il video della conferenza è disponibile su youtube e sarà diffuso nei canali delle associazioni che fanno parte dell’Osservatorio credendo sia un contributo prezioso al dibattito pubblico. Clicca qui per le notizie locali. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Fantascienza, surreale e tutto il resto –10
Una nuova serie di Mauro Antonio Miglieruolo (*). Decima puntata con 15 immagini. Per la decima volta buongiorno – o anche stupendo giorno – oppure buonpomeriggio, buona notte, buonasera (a seconda di dove siete), siete di corsa? anche noi. Città, grandi palazzi, monumenti sontuosi, distese sterminate di elementi abitativi, passato e presente mescolati insieme. Quanto bene ci è difficile valutare
February 20, 2026
La Bottega del Barbieri
Uno sgombero per via amministrativa. La vicenda di Comala a Torino
(archivio disegni napolimonitor) Esattamente due mesi fa la città di Torino si è svegliata con un quartiere completamente blindato, tre scuole chiuse e un luogo di aggregazione sociale e politica in meno. La mattina del 18 dicembre la palazzina di corso Regina Margherita 47, che ospitava da quasi trent’anni il centro sociale Askatasuna, è stata sgomberata su indicazioni arrivate direttamente dal ministro dell’interno Piantedosi con un’operazione muscolare e violenta, buttando per strada le sei persone che vi vivevano e distruggendo, nelle ore successive, l’interno della struttura. Mercoledì 18 febbraio – due mesi dopo questo sgombero – i torinesi scoprono dalle pagine de La Stampa che un altro luogo di socialità e di promozione della cultura smetterà presto di esistere nella loro città. L’associazione culturale Comala, che attualmente gestisce gli spazi della caserma La Marmora in corso Ferrucci 65, verrà sostituita da una cordata di associazioni con a capo Social Innovation Teams (SIT d’ora in poi); la cordata ha vinto il bando per ottenere la concessione dalla circoscrizione di zona per i prossimi dieci anni. Dal 2020, infatti, la concessione era scaduta e da allora l’associazione Comala ha gestito gli spazi in proroga, in attesa che fosse emesso un altro bando. Nel frattempo, l’associazione ha più volte risistemato i locali della caserma, ampliando lo spazio adibito ad aula studio e mettendolo a disposizione gratuitamente ad associazioni e gruppi informali; ha, inoltre, ripiantato l’erba sul prato davanti alla caserma, ha ristrutturato le sale prova e insonorizzato un’altra sala, dove le sere d’inverno si tengono concertini e spettacoli di stand-up comedy. Si è dunque presa cura di uno spazio pubblico, rispondendo ai bisogni di un quartiere popolato e frequentato da moltissimi studenti (data la vicinanza al Politecnico di Torino), ma privo di biblioteche e spazi culturali e di socialità gratuiti. Negli ultimi cinque anni l’associazione ha anche organizzato momenti di socialità come le pastasciutte antifasciste e ha accolto il progetto di sport popolare “Comala FC – footbal and cricket”, rafforzando il radicamento di questa realtà sul territorio. Soprattutto Comala si è schierata contro il progetto di costruzione di un ipermercato Esselunga nel parco confinante Artiglieri da Montagna, un progetto che inizialmente prevedeva, tra l’altro, il passaggio di una strada proprio sul giardino interno della caserma. L’associazione ha contribuito alla nascita di Essenon, comitato che dal novembre del 2021 monitora l’evoluzione del piano di Esselunga e organizza iniziative per sensibilizzare il quartiere sugli effetti della costruzione di un supermercato sull’unica area verde della zona. Nel corso degli anni il comitato ha organizzato assemblee pubbliche molto partecipate, volantinaggi nei mercati di zona, biciclettate tra le vie del quartiere, feste sul parco, sfilate di carnevale, manifestazioni e momenti di confronto con la circoscrizione. Tali momenti hanno svelato il totale asservimento dell’attore pubblico agli interessi di quello privato e la sua incapacità di schierarsi contro un progetto datato e dannoso. Per esempio, nel consiglio circoscrizionale aperto richiesto da Essenon nel gennaio 2024, i consiglieri  si erano limitati a dire che non si poteva più tornare indietro e che l’unica via percorribile era monitorare le compensazioni. Comala, infine, è stata l’unica associazione nel panorama del terzo settore torinese a esprimere pubblicamente il sostegno alle (ex) lavoratrici dell’associazione Eufemia, licenziate in tronco nel 2024 dopo avere scioperato a oltranza per quarantadue giorni per ottenere migliori condizioni di lavoro e aver denunciato molte storture del lavoro sociale e di cura in città. Proprio Eufemia, che condivideva gli spazi dell’ex caserma La Marmora con Comala, è parte della cordata di associazioni vincitrici del nuovo bando. SIT, capofila della cordata, si presenta sul suo sito come “la community non profit per progetti e startup a impatto sociale e ambientale” che organizza eventi “dove la Community di SIT viene riunita: startup, student-, imprenditor- sociali e chiunque sia appassionato di innovazione sociale e sostenibilità”. Tra le varie startup del gruppo SIT emerge Escape 4 Change. Secondo la descrizione fornita dal sito, Escape 4 Change “cerca di migliorare concretamente il mondo attraverso le esperienze di intrattenimento immersive e cooperative”. Il project leader di questa startup è lo stesso direttore di SIT ed è anche l’ex presidente di Eufemia: l’associazione che ha licenziato le sue lavoratrici in tronco dopo averle sottopagate e demansionate. In un’intervista rilasciata a La Stampa del 18 febbraio Paolo Landoni, presidente di SIT e professore ordinario di Ingegneria gestionale e della produzione al Politecnico di Torino, afferma che rispetto alle attività svolte finora da Comala “si può fare di più […]. Abbiamo delle idee per portare un arricchimento ai giovani che lo frequentano che non cercano soltanto svago e intrattenimento, ma anche prospettive”. Interpellato sulle prospettive future, il presidente chiarisce che la promozione degli spazi passa da imprenditorialità e innovazione sociale – termine dal significato nebuloso ma molto alla moda nel terzo settore, e non solo. Si intuisce quindi che l’organizzazione di eventi sociali, culturali e politici che hanno caratterizzato la programmazione di Comala nel corso degli anni e che sono sempre stati gratuiti, passerà in secondo piano. Sarà, invece, privilegiato lo sviluppo di startup e varie forme di imprenditoria sociale, con il rischio di distruggere la comunità – e non la “community” – che Comala ha costruito nel corso degli anni. L’accessibilità ai futuri eventi che si terranno nella caserma non sarà sempre garantita e questo risulta evidente da un verbale – datato 10 febbraio – del “Gruppo di lavoro interdivisionale per la concessione di immobili a enti e associazioni senza scopo di lucro”, un ente dove siedono i rappresentanti delle circoscrizioni e di alcuni dipartimenti per la gestione dei servizi della Città. Come si riporta nel verbale, “gli spazi di aula studio e area esterna continueranno a essere fruibili da tutti mentre alcune attività non saranno del tutto gratuite”. La scelta di assegnare gli spazi a una nascente cordata di associazioni a discapito di chi li gestisce ormai da quindici anni risulta decisamente politica: la vittoria del bando non c’entra  nulla col fantomatico “merito”. La nuova assegnazione, per quanto non abbia le modalità che hanno portato allo sgombero di Askatasuna, rientra nella stessa logica di sottrazione degli spazi di aggregazione sociale dal basso. La decisione è in linea con le politiche che stanno cambiando i quartieri di Cenisia e San Paolo, in cui è molto forte la spinta del Politecnico verso l’imprenditoria e la trasformazione di vari spazi in “incubatori” di startup, come quello già presente nelle vicine OGR. In parallelo rimane, invece, inascoltata da parte della Città e della circoscrizione la domanda di luoghi di socialità e abitazioni a basso costo. La fine della gestione degli spazi dell’ex caserma La Marmora da parte di Comala si configura, di fatto, come uno sgombero per via amministrativa. Celandosi sotto la maschera dell’innovazione sociale e dell’imprenditoria, questa operazione apre la strada a una gentrificazione aggressiva che spazza via relazioni consolidate e progetti nati dal basso. (francesca ru)
February 20, 2026
Napoli MONiTOR