Contro Torino 2033. Un diario sulla candidatura a capitale europea della cultura
(collage di stefania spinelli)
Mercoledì 10 giugno in piazza della Repubblica, sera. Sono alla tettoia dei
contadini. La tettoia ospita ogni mattina il mercato dei contadini che giungono
dalle campagne della cintura metropolitana. Oggi è il primo giorno del Festival
di Porta Palazzo, una celebrazione dell’aura culturale del quartiere organizzata
dalla Città di Torino. Leggo dal programma: “Un’occasione per condividere
storie, sapori e tradizioni, valorizzando la ricchezza culturale che
caratterizza Porta Palazzo”. Questa sera si prevede una “cena delle comunità”,
ovvero “un appuntamento pensato per favorire il dialogo e la convivialità tra le
numerose realtà che animano quotidianamente il quartiere”. Ci sono due lunghi
tavoli apparecchiati sotto la tettoia e intorno sono poste, come confine, delle
grate. Su ogni grata sono appesi dei pannelli che appartengono alla campagna
pubblicitaria dedicata ai mercati urbani. Queste pubblicità sono rivolte agli
avventori, io sto al di fuori del recinto e vedo solo il dorso bianco. Quello
che accade oltre le barriere è visibile tra gli interstizi. Un ingresso è
presidiato dalla polizia municipale, l’altro dallo staff del festival che
controlla gli inviti. I guardiani dell’ingresso dicono che hanno accesso alla
cena solo i venditori e gli operatori del mercato, ma io vedo anche i soliti
volti del terzo settore di quartiere, un accademico, politici locali. Al di là
del recinto ecco apparire Chiavarino, assessore al commercio. È intervistato da
una tv locale: muove le braccia in ampi circoli e mostra all’occhio meccanico
una sequenza cangiante di espressioni eloquenti con occhi spalancati e bocca
allargata. Gli avventori hanno preso posto e la cena inizia: arrivano le prime
portate.
Giovedì 11 giugno, sera a Porta Palazzo. Adesso sotto la tettoia il festival
propone un dj set in collaborazione con il Kappa Future Festival. Si vendono
panini con carne di maiale, birre, spritz, mojito. Non ci sono più le grate, ora
i passanti possono liberamente accedere allo spazio attraversato dai suoni
diffusi dalle casse. Di fronte alla tettoia c’è una pescheria costosa che
propone anche un servizio di ristorazione. Un tempo la pescheria aveva il banco
presso il mercato ittico della piazza, ma anni fa ha lasciato quel luogo e ha
aperto il locale qui, al piano terra del social housing di Compagnia di San
Paolo. Vedo bodyguard di un’azienda di sicurezza: controllano l’area del dj set
e redarguiscono chi beve birre in bottiglia; si possono bere solo le bibite
vendute allo stand. L’azienda dei bodyguard si chiama SIVIS Security & Facility
Management. Due auto della SIVIS, poste di traverso rispetto alla carreggiata,
chiudono la strada che circonda la tettoia. Non c’è la polizia municipale. La
classe sociale dei giovani che ballano e consumano è davvero omogenea e poco ha
a che vedere con le persone giunte da oltremare che ancora vivono qui o
frequentano il mercato durante il giorno.
Venerdì 12 giugno, tardo pomeriggio. Sotto la tettoia dei contadini è stato
montato uno schermo. Sarà proiettato un film su una mercante di Porta Palazzo,
film fiabesco e rasserenante molto apprezzato dalle istituzioni. In fondo,
accanto ai bagni, è stato allestito un buffet con vini e pietanze che verranno
servite poco prima della proiezione. Gli addetti del catering mandano via più
volte una donna con una lunga gonna colorata che si avvicina al cibo, la
scacciano come si fa con le mosche. La proiezione è introdotta da un dibattito
con accademici e dirigenti di enti culturali cittadini. Anche Chiavarino,
l’assessore al commercio, intrattiene il pubblico presente. «Porta Palazzo è un
luogo iconico della nostra città – esordisce –. Un luogo legato al sistema del
commercio, delle bancarelle belle, colorate, piacevoli o dei negozi
prospicienti. È un luogo straordinario dove la cultura è caratterizzata dalle
genti, dai rapporti umani, dai rapporti negoziali e commerciali, dalle etnie con
le proprie tradizioni e con un proprio retroterra storico, culturale».
L’ossessione per la cultura è una traccia da seguire. «Ora – continua Chiavarino
– Porta Palazzo è una piccola Versailles, vedrete che bellezza, che cornice!
Bisogna gustare i colori, i sapori, gli odori, i profumi di questa bella Porta
Palazzo. Il mercato di Porta Palazzo, il primo a livello europeo come mercato a
cielo scoperto, primo in Europa! Apprezzatissimo dai turisti che vengono qua per
tutti questi begli aspetti».
IL MODELLO CAPITALE DELLA CULTURA
Scrivo un diario, raccolgo immagini e appunti, trascrivo dichiarazioni di
piccoli gestori del potere per cogliere il senso nelle loro parole, per
individuare il concreto piano delle istituzioni riguardo al quartiere, alla
città. Trovo un indizio quando Chiavarino menziona un luogo vicino alla tettoia,
dall’altra parte della piazza: il dismesso mercato ittico. «Un lavoro
supplementare ulteriore – informa Chiavarino – riguarda il mercato ittico che è
stato rimesso in sesto e riaperto con una funzione che non è più prettamente
commerciale. Temporaneamente lo sperimentiamo come luogo della cultura. Tant’è
che daremo vita a iniziative di carattere convegnistico, a delle mostre». Dove
un tempo c’erano i pescivendoli sorgerà un “hub culturale” per accogliere,
probabilmente, «la sede dell’ufficio che si occuperà del dossier per candidare
Torino a capitale europea della cultura nel 2033». Ecco uno stimolo solido per
elaborare un’interpretazione: la Città vuole candidarsi a divenire capitale
europea della cultura nel 2033 e ha individuato proprio Porta Palazzo – crocevia
di culture, tradizioni culinarie e mescolanze migratorie, dicono gli
amministratori – come centro simbolico e operativo.
La Città ha ufficializzato la candidatura nel novembre 2023, ma il desiderio era
già espresso nel programma elettorale del sindaco Lo Russo. Con una delibera di
giunta del dicembre 2023 la Fondazione per la Cultura ottiene il coordinamento
della candidatura. Più di un anno dopo, nel febbraio 2025, è approvato un
protocollo di intesa tra la Città, la Regione, le due fondazioni bancarie, i due
atenei e la Camera di Commercio: una ufficiale unità di intenti in vista della
competizione per l’investitura a capitale europea. Nel maggio 2025 si palesa il
direttore della candidatura: è Agostino Riitano, già direttore
di Procida capitale italiana della cultura nel 2022 e stretto collaboratore di
Paolo Verri, il coordinatore dell’ultima capitale europea della cultura in
Italia, Matera nel 2019. Nella primavera del 2025 si annuncia che il quartiere
di Porta Palazzo sarà il “cuore pulsante” di Torino 2033: “Metteremo al centro i
legami internazionali e interculturali di Torino e quello sarà il luogo
paradigmatico”, afferma Riitano sui giornali.
In un’intervista a La Stampa del giugno 2025 Riitano sostiene che l’eventuale
investitura può portare alla Città finanziamenti per cento milioni di euro. Nel
gennaio 2026 Paolo Verri scrive un articolo per La Stampa e pronostica che, in
caso di vittoria, Torino 2033 saprà attrarre finanziamenti per duecento milioni
di euro. Nel 2019 Verri e il suo gruppo dirigente hanno costituito a Matera una
fondazione privata partecipata dagli enti pubblici che ha raccolto circa
cinquanta milioni di euro dallo stato italiano (il finanziatore più
consistente), dalla Regione Basilicata e dalla Città di Matera. Tre milioni sono
stati impiegati nei costi di gestione della fondazione, il resto è servito a
finanziare i progetti culturali, la promozione e il marketing urbano. Per un
anno a Matera si sono tenuti eventi e progetti culturali in gran parte effimeri,
inconsistenti e vacui, incapaci di lasciare una traccia sulla città e sulla
parte di popolazione, di fatto maggioritaria, che non è stata coinvolta
nell’organizzazione. In compenso sono aumentate le visite brevi a Matera, il
valore della filiera turistica è raddoppiato, i Sassi – privi ormai di residenti
– hanno consolidato la tendenza a diventare scenario attraente con offerte
alberghiere di lusso. I contadini furono rimossi nel dopoguerra perché i Sassi
erano la “vergogna d’Italia”, ora le case e i vicinati sono così affascinanti da
ospitare per poche notti le ricche élite internazionali.
Il modello “capitale europea della cultura” nasce negli anni Ottanta su
iniziativa del Consiglio dell’Unione europea e rappresenta per ogni città
l’opportunità di esporsi in vetrina al fine di aumentare il carisma
internazionale e incentivare flussi turistici e investimenti immobiliari.
Torino, città inquieta tra macerie industriali, tenta da decenni di risollevarsi
da una crisi economica strutturale scommettendo sulla cultura come forma di
consumo e sulla crescita del mercato turistico. Porta Palazzo è un emblema di
questo processo: negli ultimi anni ha accolto in piazza della Repubblica un
ostello di lusso, un social housing di Compagnia di San Paolo e il Mercato
Centrale dell’imprenditore Montano. Nel frattempo gli sgomberi delle occupazioni
e gli sfratti in zona sono stati violenti e centinaia di venditori poveri sono
stati allontanati con schieramenti di forza pubblica in assetto antisommossa. La
“cultura”, a Torino come a Matera, è un fenomeno interessante: prima si
allontanano le classi popolari, che vengono esiliate in modo coatto, e poi si
costruisce un sistema simbolico nostalgico ispirato alle forme di vita che non
ci sono più o che stanno scomparendo. Così gli spettatori paganti possono
giungere a godere di proiezioni simulacrali emanate in un deserto sociale.
IL FESTIVAL DI ARCHITETTURA
Martedì 7 luglio 2026, ore 18, Porta Palazzo. Il vecchio mercato ittico si trova
nell’angolo opposto di piazza della Repubblica rispetto alla tettoia dei
contadini. Questa struttura ottocentesca ha ospitato, fino alla pandemia, i
venditori del pesce, che disponevano i loro banchi ai due lati del corridoio che
attraversa l’edificio. Alcuni hanno lasciato il mercato prima della chiusura,
come la pescheria Gallina che ha aperto il ristorante davanti alla tettoia dei
contadini, altri invece hanno sbaraccato quando la Città non ha rinnovato la
concessione. Dopo anni di chiusura il mercato riapre come “hub culturale” e oggi
la sua nuova funzione è inaugurata dal Festival dell’architettura. Il festival,
organizzato dall’Ordine degli architetti e dalla Fondazione per l’architettura,
accoglie per tre giorni lezioni e discorsi di esperti sulle politiche
immobiliari, con particolare attenzione alle strategie urbane da dedicare alle
case disabitate. “Chi abiterà le case vuote?” è il titolo del festival che è
inserito – e non è un caso – nell’ambito del percorso di candidatura della città
a capitale europea della cultura. Il logo di Torino 2033 appare in fondo alle
locandine e ai depliant informativi.
Sono vicino all’ingresso. Una donna canta con accompagnamento di piano. Nei vani
che un tempo accoglievano i banchi dei pescivendoli ci sono mostre di fotografia
urbana, esempi di progetti di architettura innovativa e l’esposizione di un
giornale del 1972 sulla lotta per la casa a Torino. Osservo con attenzione
quest’ultimo pannello: il titolo del numero era “The struggle for housing”, un
fotoromanzo realizzato da un gruppo di architetti ed esposto al MOMA di New
York. La storia racconta delle condizioni penose di vita degli immigrati nella
città piemontese, delle speculazioni immobiliari dell’epoca e delle
rivendicazioni avanzate dalla classe operaia. Ecco passa vicino Maurizio
Marrone, assessore regionale alle politiche sociali: un fascista fautore, con la
collaborazione della giunta torinese, dei recenti sgomberi delle occupazioni
negli appartamenti delle case popolari. Sul lato opposto del corridoio il
sindaco Lo Russo taglia il nastro prima di tenere il suo discorso.
Camminano accanto architetti e professionisti del settore immobiliare,
accademici in visita al festival. Uomini in mocassini o completi blu, camicie
aperte sul petto che mostrano collanine d’oro; donne in tailleur o vestito lungo
che muovono con spossatezza i ventagli. Attorno il mercato conserva alcuni segni
materiali che notavo quando venivo a comprare il pesce. Ci sono ancora le
piastrelle azzurre e hanno lasciato le insegne. Ne leggo una: “Pescheria P. G. &
Giosuè. Servizi ristorante. Consegna a domicilio”. In alto altre piastrelle
colorate formano una scena di pesca in mezzo al mare. I pescivendoli non ci sono
più, come gli straccivendoli più poveri fuori in strada e i materani nei Sassi,
ma restano i loro segni trasformati in scenografia.
Mentre intervengono le autorità, nel vecchio mercato si aggirano gli assessori:
Chiavarino, Tresso e Mazzoleni. Chiude gli interventi istituzionali proprio
Riitano: «Il mio non è un discorso, ma una piccola testimonianza per aggiornare
chi di voi non sia sintonizzato sul percorso che la Città di Torino sta facendo
ormai da qualche anno per candidarsi al titolo di capitale europea della
cultura. […]. Abbiamo trovato questa intesa con la Fondazione per l’architettura
perché abbiamo raccolto la volontà di rendere il festival un’occasione connessa
alle riflessioni che stiamo facendo sui temi della candidatura. “Chi abiterà le
case vuote” non è una questione […] meramente abitativa, ma è una questione
squisitamente culturale. Dare una risposta credibile, sensata, per noi è
elemento vitale per costruire un pezzo di questo percorso. Perché la candidatura
a capitale europea della cultura non consiste nell’organizzare un
super-cartellone di eventi con migliaia di appuntamenti, non è un tema
muscolare, ma è l’occasione per fare una riflessione profonda sull’immaginario
da tratteggiare insieme per i prossimi anni. Strumenti come i festival […] sono
l’occasione per porci delle domande, in alcuni casi scomode, a cui
collettivamente dobbiamo provare a dare una risposta». Una tecnica
interpretativa da tenere a mente per i prossimi anni: i discorsi di Riitano
devono essere rovesciati per individuare sprazzi di verità tra le frasi
rimasticate.
Sono affaticati gli applausi finali, appesantiti dal caldo di un sole che
tramonta. Un rinfresco con vino bianco attende il pubblico nell’angolo di un
vecchio banco del pesce. Torino è probabilmente la candidatura più forte tra le
altre in Italia ed è coordinata da dirigenti d’esperienza. Mi guardo intorno,
osservo le immagini degli anni Settanta sulle lotte per la casa. Che cos’è, in
questo luogo e tra queste persone, la cultura? Un discorso egemone per
manipolare e controllare i simboli e le parole che emergono dal passato o che
sorgono nel nostro tempo, annullando ogni potenziale spinta di trasformazione
della società. La cultura m’appare come un vasto e capillare processo di
traduzione, efficace per quanto in apparenza insulso e retorico. Prevedo allora
che Torino 2033 sarà un’infrastruttura discorsiva utile a legittimare una città
aperta ai capitali di investimento e violenta contro le classi più
deboli. Eppure, Torino 2033 non sarà soltanto un sistema di pubblicità turistica
e di manipolazione simbolica. I milioni che giungeranno serviranno a cooptare i
creativi, gli intellettuali, gli operatori del terzo settore e in generale chi
elabora i linguaggi urbani. Per un anno vedremo una penosa corsa ai bandi per
ottenere qualche migliaio di euro in più, mentre le voci dissidenti saranno
ancora più isolate e flebili. Questo esito, tuttavia, non è inesorabile. È
necessario lanciare subito un allarme e dialogare con chi non guadagnerà nulla
dalla trasformazione di Porta Palazzo e di altri quartieri popolari in scenari
per un consumo spettacolare. Ostacolare Torino 2033 adesso è una strategia più
efficace di quanto potrà esserlo un’opposizione organizzata tra sette anni,
quando sarà ormai in moto un colossale macchinario simbolico votato
all’ottundimento. (francesco migliaccio)