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Prima le assemblee, poi un giorno di lotta. A Napoli est qualcosa si muove
(foto di giuseppe carrella) A San Giovanni a Teduccio il mare arriva prima come rumore, poi come odore, infine come vista. In alcuni punti, pur essendo vicinissimo, non si vede mai. Lo si intuisce dietro una lunga parete di lamiera, dietro le cancellate protette da telecamere, dietro la centrale termoelettrica, l’ex depuratore e gli scheletri di strutture dismesse che occupano la linea di costa, interrompendo il percorso dal corso principale al mare. Da settimane, ai piedi dei due palazzi del cosiddetto Bronx di San Giovanni, sotto il grande murale che ritrae Che Guevara, cittadini e realtà di movimento si incontrano all’ombra di un albero. Il parchetto, se così lo si può chiamare, è poco più di uno slargo. Ma in un quartiere in cui lo spazio pubblico viene lasciato all’incuria e sottratto pezzo dopo pezzo, anche un albero diventa assemblea, riparo, punto di partenza. Da lì parte una campagna semplice e radicale: chiedere al quartiere di parlare. Sui muri compaiono manifesti con un grande teschio rosso che sbuca dai fumaioli di una fabbrica. Accanto, manifesti bianchi con una domanda: cosa vuoi dal tuo territorio? Qualcuno, tra le varie richieste di verde e mare pulito, risponde: “Femmene c’a pala”. Una scritta apparentemente ironica, ma che comunica una cosa precisa: bisogno di presenza, di aggregazione, di luoghi in cui incontrarsi. Dice che la questione ambientale non è mai soltanto ambientale. È anche sociale, abitativa, relazionale. La mattina del 6 giugno, nella piccola piazza del Municipio, sul corso San Giovanni a Teduccio, un gruppo di attiviste, abitanti, cittadine e cittadini si riunisce per attraversare le spiagge e lanciare una campagna di monitoraggio ambientale. La campagna prevede la costruzione e l’installazione autonoma di centraline per il rilevamento delle polveri sottili e l’uso di termocamere per individuare eventuali variazioni anomale di temperatura dell’acqua. Per produrre dati, rendere visibili i punti critici e costruire strumenti di controllo popolare su un territorio in cui la questione ambientale è stata troppo spesso rimandata, frammentata o raccontata solo dall’alto. Dal corso – l’arteria principale del quartiere, che lo tiene attaccato alla città e alla sua storia – fino all’antica via delle Calabrie raggiungiamo il mare, infilandoci negli accessi rimasti, costeggiando strutture che sembrano ricordare che il litorale esiste, ma non appartiene davvero a chi vive qui. San Giovanni a Teduccio non è semplicemente un quartiere affacciato sul mare. È un pezzo di città in cui il mare, per decenni, è stato parte dell’infrastruttura industriale: raffinerie, depositi, officine, impianti energetici, aree dismesse. La costa è vicina alle case, ma separata dalla vita quotidiana. L’ex raffineria Q8 è uno dei simboli di questa storia. Prima produzione e lavoro, poi dismissione, contaminazione, bonifiche attese. La deindustrializzazione non ha cancellato l’impronta industriale: l’ha lasciata nei suoli e nelle acque di falda, con contaminanti come idrocarburi, metalli pesanti, IPA, PCB e composti clorurati, oltre che nella disoccupazione. Per questo ogni discorso sulla rigenerazione arriva in un territorio già saturo e carico di promesse non mantenute. Qui bonifica non significa solo rimuovere materiali contaminati o riaprire un passaggio verso il mare. Significa capire chi decide il futuro degli spazi, chi potrà usarli, se il mare tornerà davvero accessibile; cosa significa il nuovo terminal container previsto alla Darsena di Levante, a ridosso di un tratto di costa che da anni si dice di voler restituire agli abitanti. Quando arriviamo al lido Chanel, la spiaggia è piena. Una signora con i nipotini chiede al giovane bagnino di “far uscire” un ombrellone, perché i bambini hanno bisogno d’ombra. La sabbia vulcanica, un tempo nera, oggi appare grigia, mescolata alla polvere. I cespugli fioriti che incorniciano il chiosco e il patio provano a costruire un’immagine di normalità balneare, ma non riescono a coprire l’odore forte che impregna l’aria. Poco distante, l’ex depuratore resta sulla linea di costa, come un promemoria di tutto ciò che per anni è stato scaricato in acqua. Sull’orizzonte, nella linea di mare tra Napoli e Portici, passa una grande nave metaniera LNG. (foto di giuseppe carrella) È questa la scena difficile da descrivere senza retorica: famiglie con bambini che giocano, ragazzini al sole, signore che si riparano dal caldo. E insieme l’impressione costante che il diritto al mare sia concesso in una forma residua: puoi andarci, ma devi accettare tutto il resto. L’odore acre, la sabbia polverosa, il mare sporco. Sotto un ombrellone incontro J., giovane madre. Parla con la lucidità pratica di chi non sta facendo teoria, ma organizzando la giornata dei figli. «Vengo qui perché abito qui e i miei figli hanno caldo – racconta –. Ma mi fa paura. L’acqua è sporca e ogni volta che bevono anche una goccia di questo mare poi stanno male». La sua frase sintetizza la distanza tra le opere promesse, annunciate, sponsorizzate dalle istituzioni, e l’esperienza quotidiana di chi ha bisogno di bonifiche vere. Da un lato il linguaggio della riqualificazione, dall’altro una madre che porta i figli al mare perché non ha alternative e deve chiedersi se quell’acqua possa farli stare male. Poco più avanti, in una conca tra un lido e l’altro, l’acqua raccoglie rifiuti e materiali sospinti dalla corrente. Intorno a un grosso tubo nero che sbuca da un pontile eroso e finisce verso il mare, un altro stabilimento offre lettini e cucina di pesce agli avventori. Lo spazio è piccolo, compresso tra la centrale termoelettrica e il museo ferroviario di Pietrarsa, sorto nelle antiche Officine, dove un tempo si producevano locomotive. Nel pomeriggio il corteo ripercorre il corso, passa per il Bronx, accompagnato dalle percussioni della Murga. I ragazzini in giro per il quartiere prendono gli striscioni, chiedono cosa stiamo facendo. Le signore, incuriosite dal clima festoso, si affacciano alle finestre, poi scendono in strada. «Ne abbiamo bisogno», dice una di loro. È una frase semplice, ma dice molto. Non parla solo della manifestazione. Parla del bisogno di vedere il quartiere attraversato, abitato, rimesso in movimento. (foto di giuseppe carrella) Al Parco Troisi viene appesa una grande fotografia di San Giovanni e vengono distribuite mappe sulle quali scrivere o disegnare. A chi vuole partecipare si chiede di indicare i propri desideri per il quartiere. Durante l’assemblea pubblica, abitanti e realtà presenti prendono parola su questo: non una riqualificazione qualsiasi, non l’ennesimo progetto che cambia il volto del quartiere senza migliorare la vita di chi ci vive, ma una trasformazione reale, controllabile, utile alla popolazione. Sullo sfondo, il Parco Troisi racconta da solo il paradosso. Il laghetto è svuotato, pieno di immondizia. Intorno ci sono alberi, colline, spazi ampi che potrebbero essere bellissimi. Il pomeriggio scorre tra persone che scrivono sulle mappe, altre che si avvicinano alla fotografia, altre ancora che prendono il microfono. Le risposte, una dopo l’altra, compongono una mappa diversa: meno speculazione, più cura, più spazi vivibili, più possibilità di attraversare e abitare i luoghi. In un angolo della grande fotografia compare una scritta, accompagnata da alcuni fiori disegnati: “Rinascita”. (delfina esposito)
June 9, 2026
Napoli MONiTOR
Venezia è lo specchio del paese
Il centrosinistra a Venezia ha perso, e non se lo aspettava nessuno. Non ci credeva la leadership nazionale del centrodestra, che ha tenuto i segretari di partito accuratamente a distanza dalla città lagunare mentre in poche settimane Schlein, Bonelli, Fratoianni e Conte riempivano piazze e auditorium a sostegno di Andrea Martella. Non ci credeva Luca Zaia, alla ricerca di un nuovo posto di visibilità dopo la fine del suo lungo regno alla guida del Veneto, che pochi mesi fa ha rifiutato la candidatura a Sindaco per paura di non poter colmare col suo consenso personale gli strascichi dell’inchiesta Palude.  Una sconfitta inaspettata, dolorosa per le proporzioni e per il lungo lavoro di tessitura e mediazione che aveva preparato il «campo larghissimo» (da Rifondazione comunista agli ex democristiani di Ugo Bergamo) a sostegno di Andrea Martella. A prima vista non è mancato nulla nella costruzione dell’alternativa alla destra-civica che governa Venezia dal 2015: le candidature dei presidenti di municipalità da parte della Stagione Buona, nome della coalizione veneziana di centrosinistra, erano in buona parte espressione della società civile e dell’associazionismo (Fabio Brusò a Chirignago-Zelarino, Anna Forte a Mestre, Giovanni Pelizzato a Venezia), così come le liste dei partiti erano puntellate di figure senza tessera ma forti di un largo consenso personale (il fondatore di Mediterranea Mimmo Risica in Avs e la professoressa Giulia Albanese nel Pd); il programma, frutto di mesi di mediazione e trattative, era il più radicale della storia del centrosinistra veneziano. Se la candidatura di Andrea Martella, dirigente storico del Pds-Ds-Pd veneto e parlamentare di lungo corso, poteva sembrare «grigia» a parte dell’opinione pubblica, erano in campo forti elementi per compensare questa lacuna. Le risposte più semplici, scritte a caldo dopo la sconfitta, sono smentite dai numeri. Se a far perdere la sinistra fosse stata la polemica razzista contro la comunità bengalese, la Lega, che più di qualsiasi altra forza politica ha spinto sul no alla moschea e sulla paura dei migranti, non avrebbe raccolto meno del 5% dei voti. Se le proposte del centrosinistra fossero state troppo sbilanciate sulla città d’acqua, unica municipalità vinta dal centrosinistra sulle 6 in cui è divisa la città, non si spiegherebbe l’affluenza al voto inferiore rispetto alla terraferma nonostante la presenza di una lista, Terra e Acqua, pensata per rappresentare il solo centro storico.  LEGGI ANCHE… CITTÀ LA DISTOPIA CONCRETA DELLA VENEZIA DI BEZOS Anna Irma Battino La prima ragione della sconfitta, come riscontrato lucidamente da Gianfranco Bettin dalle colonne del manifesto, è la sopravvivenza del sistema di potere di Luigi Brugnaro, sindaco uscente. Miliardario, proprietario della più grande agenzia interinale della regione, della Reyer Venezia e grande proprietario immobiliare, ha vinto 2 volte mettendo all’angolo sia il centrosinistra veneziano ferito dallo scandalo Mose, sia la destra partitica, ridotta a contorno rispetto al conglomerato amministrativo-economico-politico. L’arresto di uno dei suoi uomini più fidati, Renato Boraso, per corruzione, il rinvio a giudizio dello stesso Brugnaro e un’inchiesta che ha messo in luce il sistematico conflitto d’interessi del primo cittadino non ha scalfito il sistema di potere su cui il centrodestra ha governato la città, consegnandolo all’erede designato Venturini non solo intatto ma rafforzato da 11 anni di gestione particolare del potere. Così la lista Venturini, con all’interno la quasi totalità degli assessori uscenti, ha raccolto il 30% contro il 10-15% previsto dai sondaggi. Buona parte del merito dell’inaspettata vittoria al primo turno va poi al candidato sindaco Simone Venturini, da 11 anni braccio destro di Luigi Brugnaro. Un politico di razza, più da prima che seconda Repubblica nonostante l’ossessivo mantra con cui si definisce «civico». Cresciuto nell’associazionismo cattolico, entra giovanissimo in consiglio comunale con l’Udc, all’interno del centrosinistra, per poi appoggiare Brugnaro nel 2015. Negli anni il sindaco affida al giovane assessore le deleghe più dirimenti dell’amministrazione, dai servizi sociali al turismo. Deleghe che Venturini sfrutta sistematicamente per costruire consenso personale e allargare la sua rete. Durante le due legislature la sinistra veneziana ha criticato l’onnipresenza dell’assessore sui social e a ogni occasione pubblica, guadagnandosi il soprannome di «taglianastri»: non c’è inauguarazione di palazzetto dello sport, asfaltatura di una rotatoria o assegnazione di una casa popolare (poche, come testimoniano gli impietosi numeri fortuiti da Ocio) che sfugga dalla benedizione di Venturini. In 11 anni il braccio destro ha lavorato metodicamente sulla sua immagine, diventando il volto giovane e bonario di una amministrazione ferocemente padronale e classista, guadagnandosi la successione al sindaco-padrone.  La differenza fra Venturini e Martella era limpida in ognuno dei tanti dibattiti di questi mesi. Mentre Martella parlava delle grandi questioni veneziane (gestione del turismo, crisi di Portomarghera, emergenza abitativa) Venturini rilanciava sul dettaglio di chi governa la città da undici anni: la tal strada da riasfaltare, le aiuole del parco da potare, i mezzi pubblici acquistati e pronti a entrare in funzione. Sul dettaglio quasi maniacale dell’amministrazione Venturini giocava una partita a parte, contro un parlamentare attento ma che non poteva conoscere la macchina amministrativa del Comune così a fondo. Così chi voleva la strada asfaltata dietro casa ha votato Venturini, mentre quasi nessuno è stato convinto dalla proposta più ampia ma meno aderente al vissuto quotidiano del centrosinistra.  LEGGI ANCHE… CITTÀ TICKET A VENEZIA Anna Irma Battino A confermare questa teoria è un dettaglio della mappa del voto. Non la differenza fra la città d’acqua, nettamente ancorata al centrosinistra, rispetto alla città di terraferma, ma a un dettaglio più sfuggente: nel rosso omogeneo del centro storico, con cui è indicato il vantaggio del candidato di centrosinistra c’è una macchia gialla. È Sacca Fisola, ultima propaggine della Giudecca. È una piccola isola in cui la larga maggioranza della popolazione vive in alloggi popolari di proprietà regionale e comunale. L’opposizione da 11 anni combatte la giunta per l’abbandono sistematico degli alloggi popolari, con un tasso di sfitto fra i più alti d’Italia (più del 20%), graduatorie bloccate e mancanza di investimenti. Migliaia di appartamenti murati mentre la città perde migliaia di abitanti ogni anno soffocata dalla speculazione immobiliare e dalle locazioni turistiche. Nonostante anni di lavoro e proposte reali sul tema, il centrosinistra non è sembrato credibile a chi vive in questi alloggi, preferendo il poco fatto da Venturini alle promesse della Stagione Buona. La disillusione ha vinto sulla rabbia, portando le fasce più deboli e marginalizzate dall’amministrazione a scegliere di non votare o scegliere il padrone che, ogni tanto, fa cadere qualche briciola dal tavolo. I ceti popolari non hanno creduto alla coalizione, anche perché percepita come in perfetta continuità cpn le vecchie giunte Cacciari-Costa-Orsoni: troppi i nomi «pesanti» gravitanti intorno ad Andrea Martella, anche ottimi amministratori, ma troppo legati alla storia delle amministrazioni di centrosinistra della città per essere sentiti come portatori di un progetto «nuovo» per la città.  C’erano le idee, c’era l’unità politica, ma per queste ragioni la coalizione di centrosinistra non è riuscita a mobilitare il proprio blocco sociale in profondità. Escluso il Pd, che raccoglie un generoso 25%, e Avs, che con il 5% conferma quasi precisamente i 5.500 voti ottenuti alle recenti elezioni regionali, il resto della coalizione ha deluso le aspettative: il M5S non va oltre il 2,6%, la civica Terra e Acqua dimezza i suoi consensi rispetto al 2020, la lista liberale Venezia Riformista raccoglie un misero 1,3% prosciugata dalla candidatura di estremo centro di Michele Boldrin.  Venezia può essere uno specchio del paese, più ancora che un termometro politico. Stritolata dalla rendita da una parte e dalla desertificazione industriale dall’altra, negli ultimi 5 anni è stata attraversata da movimenti di piazza e di quartiere larghi e partecipati. Fra i tanti vanno ricordati quello per Giacomo Gobbato, militante del centro sociale Rivolta ucciso da un rapinatore nel tentativo di difendere una donna, e le tante mobilitazioni per la casa, la tutela della Laguna e la Palestina.  Per la sinistra istituzionale rimangono aperte questioni complesse, da cui non dipende il solo futuro di Venezia: come conciliare la necessità di una coalizione larga ed eterogenea con la massima mobilitazione dei diversi elettorati dei partiti che la compongono. La somma aritmetica non è sufficiente per vincere, nemmeno in una città che le vicine elezioni europee, regionali e referendarie hanno confermato avere un corpo elettorale tendenzialmente di centrosinistra.  Le piccole e grandi idiosincrasie della sinistra veneziana hanno decretato la rovinosa sconfitta del 25 maggio, ma le trasformazioni strutturali della città lagunare anticipano il futuro del paese: declino industriale ed economia votata alla rendita costituiscono le premesse per gli interessi particolari prima e il conflitto d’interessi poi. Un sistema di potere difficile da scardinare, anche quando sembrano aprirsi facili scorciatoie giudiziarie (a Venezia come in Liguria, ricordando il caso Toti). *Giacomo Cervo, laureato in Storia presso l’Università Ca’ Foscari, è segretario comunale di Sinistra italiana Venezia e responsabile politiche abitative di Si in Veneto. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. 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June 5, 2026
Jacobin Italia
Salerno, il porto di Pastena e la guerra per il mare
(archivio disegni napolimonitor) Il silenzio elettorale cade sul porticciolo di Pastena come una tregua improvvisa. È mezzogiorno di un sabato assolato di maggio, vigilia delle elezioni comunali a Salerno, e nei pressi dei muretti affacciati sul mare sono radunate alcune decine di persone: qualcuno seduto sugli scogli, qualcuno in piedi col bicchiere in mano, qualcuno più giù che si fa il bagno. La Ghassan Kanafani — una delle imbarcazioni della Freedom Flotilla, la flottiglia internazionale di solidarietà con la Palestina che toccherà cento porti in cento città — è ormeggiata poco lontano. Il suo passaggio ha trasformato quella che doveva essere un’assemblea organizzativa del comitato Giù le mani dal Porticciolo in un momento di confronto tra realtà diverse che condividono la stessa grammatica di lotta. Mi siedo per terra sotto un ombrellone da spiaggia con alcuni attivisti del comitato. «C’è un filo rosso che unisce tutte queste battaglie», dice Lorenzo. «La libertà dei popoli di autodeterminarsi, di decidere cosa fare della propria vita, della propria terra». Alle spalle c’è Pastena: ingoiata dal cemento, con un’alta densità abitativa, priva di spazi verdi. Il porticciolo è uno degli ultimi tratti di costa accessibile a tutti in questa striscia di città. A oggi, Salerno conta già quattro porti su meno di dieci chilometri di costa: il porto commerciale, il molo Manfredi, il Masuccio Salernitano e il Marina d’Arechi. Il progetto Pastena farebbe nascere il quinto, sempre con lo stesso pretesto, da quindici anni: la mancanza di posti barca. Solo che Marina d’Arechi è stato costruito nel frattempo, il Masuccio è in ampliamento e un ulteriore intervento di grandi dimensioni è già previsto nella poco lontana Pontecagnano. Il ministero dell’ambiente lo ha notato: tra le integrazioni richieste al proponente c’è proprio la dimostrazione dell’effettiva necessità di nuovi posti barca — argomento che, evidentemente, allo stato attuale non regge. La storia ha radici nei primi anni Duemila, quando il Comune affidò in un’unica delibera le concessioni demaniali a due promotori. La famiglia Gallozzi costruì il Marina d’Arechi, mentre quella Ilardi ottenne la concessione per il porto di Pastena, anche se non aveva i soldi per cantierizzare. Per quel porto fu funzionale anche la progettazione di un pennello foraneo sull’arenile: realizzato con finanziamenti pubblici, ma progettato in vista dell’opera privata. Nel 2008 il project financing cristallizzò la presenza del porto nel Piano urbanistico comunale, ma da allora l’operazione è rimasta congelata. La cittadinanza scoprì il pericolo solo nel 2011, quando i promotori allestirono al Polo Nautico un plastico in scala del progetto. «Quando è stato pubblicizzato, i giochi erano già fatti: avevano tutte le autorizzazioni», racconta Chiara. Il plastico rimase esposto poche settimane. «Dopodiché hanno pensato bene di levarlo», aggiunge Davide. «Era controproducente che la gente capisse cosa stava succedendo» D’altronde il Comune, la Provincia, la Regione e la Soprintendenza avevano già dato il via libera. Il sindaco che aveva gestito l’iter era Vincenzo De Luca, che però anni dopo, da “neo” candidato per l’ennesima volta a primo cittadino di Salerno, si sarebbe detto contrario al porto. «Si è schierato contro – spiega Lorenzo – ma dodici anni fa era stato lui a dare i permessi.» Una domanda resta senza risposta: «Se De Luca oggi è contrario, e se tutti i candidati si sono schierati contro il progetto, chi lo vuole, questo porto?» Il progetto è tornato d’attualità quando i fratelli Ilardi hanno ripreso in mano la pratica. La connessione tra il Polo Nautico e il resto del progetto approvato costituirebbe un pacchetto da circa venticinque milioni di euro. Per monetizzarlo serve però la Valutazione di Impatto Ambientale (Via) ministeriale, che ancora manca. Quella rilasciata dalla Regione a suo tempo è infatti scaduta perché i lavori non sono stati avviati nei termini — per responsabilità dei promotori stessi. La competenza è passata così al ministero dell’ambiente, che ha raccolto una cinquantina di osservazioni: ingegneri, architetti ed esperti di pianificazione costiera hanno smontato il progetto pezzo per pezzo. «Le tavole mancano dei dettagli. Non c’è mai una leggenda che ti riporti al progetto generale. Sembrano cose buttate là», spiega Chiara. Il ministero ha chiesto integrazioni su tutti i fronti, riconoscendo il valore identitario e culturale del tratto di costa e domandando ai promotori quale utilità pubblica concreta garantirebbe l’opera. Nelle settimane successive alle elezioni anche il ministero della cultura è entrato nella partita. La Direzione generale archeologia, Belle arti e paesaggio ha trasmesso le richieste di integrazione avanzate dalla Soprintendenza di Salerno e Avellino, rilevando gravi carenze nella documentazione paesaggistica. La relazione presentata dai promotori, secondo la Soprintendenza, non consente di verificare la compatibilità dell’intervento con i valori paesaggistici tutelati. Vengono richiesti aggiornamenti sullo stato dei luoghi, nuove analisi dell’impatto visivo, rendering aggiornati e valutazioni sulle alternative progettuali. Soprattutto, la Soprintendenza ha dichiarato non più valida l’autorizzazione paesaggistica del 2012. Due ministeri con le mani alzate sullo stesso progetto: «La mobilitazione civica e il lavoro tecnico di questi mesi hanno avuto un peso concreto nell’iter amministrativo», sostiene Chiara. Guardare le tavole di progetto è, in effetti, cruciale. Il porto di Pastena prevede circa quattrocento cinquanta posti barca, ma soprattutto parcheggi a pagamento, box auto, un centro commerciale, l’ampliamento dell’albergo, una piscina di acqua di mare depurata. «Tecnicamente non è neanche un porto», dice Davide. «È un centro commerciale con una darsena.» A chi giova? Non ai pescatori locali, che oggi ormeggiano a prezzi accessibili. Non ai cittadini, a cui verrebbero sottratte le ultime spiagge libere. Non ai commercianti, a cui è stata promessa ricaduta economica: i negozi del nuovo centro faranno concorrenza a quelli esistenti. La domanda cui risponde è quella del medio-grande diportismo post-Covid: fino al 2020 i porti erano vuoti, poi la pandemia ha spinto chi aveva disponibilità economica a comprare una barca. «Adesso tutti hanno interesse a mettere la barca a Salerno», racconta Davide. «Non tutti però hanno una barca, ma tutti hanno un costume», ricorda riprendendo un vecchio slogan del comitato. L’efficacia di quella sintesi non si è consumata. Pastena è un quartiere popolare, senza parchi né luoghi di socialità. Il porticciolo è l’unico spazio che non sia privato o commerciale. «I salernitani sono sempre stati chiamati pisciaioli (chi lavora e vive di pesce, ndr)», dice Chiara con ironia. «Questa identità è stata massacrata. I luoghi legati alla cultura del mare sono spariti uno dopo l’altro. Adesso esistono solo grandi navi e piccoli yacht». La cura del posto è affidata agli abitanti: c’è chi pianta alberi tra le panchine, chi pulisce la piazzetta senza che nessuno glielo chieda. I cantieri del ripascimento del litorale poco lontano sono un’altra fonte di frustrazione: l’Ambito 2 è sotto sequestro per materiali non conformi — sabbia dura, inutilizzabile, tanto che qualcuno l’ha individuata come arena per l’edilizia. Quasi un quarto della costa centrale è inagibile. «Le persone pensano che prima o poi arriverà il prossimo potente a mettere le mani su ciò che abbiamo di più bello», dice Alessandra. In effetti, finché il porto di Pastena resta nel Piano urbanistico comunale, quella zona resterà bloccata. «Morto un porto se ne potrà fare un altro. Finché non cambia il piano regolatore, la lotta è lunga», aggiunge Davide. Dal canto suo il comitato lavora su più fronti: questionari rivolti alla cittadinanza, rigenerazione partecipata con studenti Erasmus, eventi sportivi con le squadre di rugby e calcio popolare del territorio. Nelle due settimane prima del voto ha raccolto duemila firme per fermare la realizzazione del progetto: tutti i candidati a sindaco si sono detti contrari al porto, nessuno ha spiegato come avrebbe rimosso la destinazione dal piano regolatore. Ora che lo sceriffo De Luca è stato rieletto, il comitato monitora la distanza tra le parole e gli atti. Sul muretto del porticciolo la gente resta a chiacchierare e mangiare qualcosa. C’è ancora qualcuno in acqua, qualcuno rassetta la spiaggia. La comunità parla chiaro: nessuno ha intenzione di guardare il mare dalle vetrate del parcheggio di un albergo. (edoardo m. benassai)
June 4, 2026
Napoli MONiTOR
Uno sguardo su Napoli Nord, tra urbanizzazione selvaggia e lotte sociali
(disegno di otarebill) È una domenica mattina di febbraio, il tempo non è dei migliori ma regge. Si tiene il carnevale sociale di Scampia, il 44esimo da quando esiste. Decido di andarci insieme a mio fratello più piccolo. Ci dirigiamo verso la prima fermata dell’R5 di corso Secondigliano, provenendo da Capodichino. Come ogni domenica mattina, per le strade c’è un gran via vai. Il Perrone, la prima traversa del corso, è denso di attività commerciali: pescherie, fruttivendoli, mercatini; dalla rotonda Di Vittorio verso via De Pinedo si raggiungono San Pietro a Patierno e poi i comuni di Casoria e Casavatore; nonostante i ritardi, sulla rotonda sono visibili i lavori per l’apertura della nuova fermata della Linea 1, che renderà più facile muoversi verso il centro della città. Un tempo Napoli Nord era una terra fertile, caratterizzata da masserie, frutteti e una fitta rete di antichi casali. La modernità industriale, unita all’espansione demografica e al conseguente assorbimento della classe contadina nel nuovo tessuto urbano, portò alla nascita dei quartieri odierni, frutto di una politica urbana che non mirava all’integrazione socio-economica degli inurbati, favorendo piuttosto gli interessi di costruttori, proprietari terrieri e classe politica. IL LAURISMO E LA SPECULAZIONE EDILIZIA Il cambiamento cominciò a partire dal ’51, quando la destra si aggiudicò il governo della città con il sindaco Achille Lauro, figlio di una nota famiglia di armatori e fondatore dell’omonima flotta. Gli anni della sua amministrazione, noti come “laurismo”, vengono ricordati per la forte spinta speculativa. Nel ’58 il prefetto Correra, nominato commissario in seguito allo scioglimento della giunta laurina, consegnava alla città il nuovo piano regolatore generale, bocciato dal ministero dei lavori pubblici quattro anni dopo per il suo carattere speculativo. Era ormai troppo tardi: si stima che dal ’51 al ’61 vennero costruiti circa 300 mila vani in tutta la città, mentre migliaia di abitanti furono cacciati dal centro storico per dare spazio alle demolizioni. Nel mio quartiere, San Pietro a Patierno, l’urbanizzazione selvaggia portò alla nascita di condomini multipiano che eliminarono man mano lo spazio tra la chiesa e il confine perimetrale dell’aeroporto di Capodichino. Via del Cassano, oggi importante arteria di Secondigliano che porta verso Casavatore e Arzano, perse la caratteristica di strada di campagna a causa di densi blocchi edilizi lungo tutto il percorso, con la nascita del rione Berlingieri e del rione Kennedy. IL CORSO SECONDIGLIANO E LA BIRRERIA DI MIANO  Dopo circa venti minuti, arriva l’autobus. Mentre prendiamo posto, vedo turisti che scendono alla fermata con i loro trolley: la turistificazione tocca oggi anche il corso Secondigliano a causa della sua vicinanza all’aeroporto. Il corso è la principale arteria del quartiere, dal finestrino del bus vedo centinaia di attività commerciali, tra cui la storica Taralleria Tonino e la mitica pizzeria Carminiello. Anche qui, durante il laurismo, sorsero palazzi multipiano, lasciando poche tracce di vecchi edifici come villa Cimmino, dal ’56 stazione della polizia. Subito dopo la pizzeria c’è l’incrocio che a destra porta verso il centro storico di Secondigliano, a piazza Zanardelli, un tempo chiamata Miez’ all’Arco, mentre svoltando a sinistra si arriva alla vecchia fabbrica di birra Peroni a Miano, oggi divenuta un centro commerciale. Miano e Mianella erano un tempo casali distinti, oggi invece il secondo è considerato una frazione del primo. Durante il tragitto, quasi all’altezza del quadrivio, sento tre ragazze parlare del carnevale. Dall’accento capisco che non sono di Napoli. Vengono infatti da Bologna e sono arrivate per la prima volta in città per partecipare allo stesso evento a cui siamo diretti io e mio fratello. Superato il quadrivio, scendiamo insieme alla prima fermata di via Roma verso Scampia all’altezza della pompa di benzina Q8. Attraversiamo e raggiungiamo il rione Monterosa, edificato a partire dagli anni Cinquanta. Il concentramento è alla storica sede del Gridas – Gruppo risveglio dal sonno, fondato nel 1981 da Felice Pignataro, Mirella La Magna, Franco Vicario e tante altre persone che dal 1983 hanno dato vita al carnevale sociale di Scampia. Centinaia di persone, tra cui famiglie e bambini, arrivano e di lì a poco il corteo incomincia. Il quartiere si riempie di maschere e carri allegorici fatti con materiale riciclato, coloratissimi, mentre i gruppi preparano le coreografie e gli strumenti musicali. Il corteo si addentra nel rione per poi sfociare su via Arcangelo Ghisleri, nel cuore di Scampia. DALLA LEGGE 167/62 ALLE LOTTE PER LA CASA Provo a raccontare alle ragazze la storia di Scampia: parlo della legge 167 del ’62, dei piani di edilizia economica e popolare che avrebbero dovuto invertire la tendenza speculativa del periodo laurino, di come con questa legge gli enti pubblici fossero vincolati a individuare delle aree edificabili per la costruzione di case popolari da assegnare alle famiglie in condizioni di precarietà; spiego che la nascita del quartiere è il frutto di vari processi, tra speculazioni e lotte popolari. Scampia venne divisa in lotti: alcune strade persero le caratteristiche tipiche dei borghi per dare spazio ai nuovi edifici della 167; via Roma verso Scampia divenne l’anello di congiunzione tra la vecchia Secondigliano e il nuovo quartiere, caratterizzato da edifici a torre; nacque il rione Don Guanella e furono costruite le Vele, progettate dall’architetto Franz di Salvo. Nel progetto iniziale si prevedeva la creazione di una “città nella città”, con la creazione di spazi comuni e servizi integrati, come scuole e negozi. La realtà fu ben diversa. Il piano di edilizia economica e popolare nella zona settentrionale di Napoli portò alla nascita di quartieri-dormitorio, con prefabbricati di scarsa qualità, senza servizi adeguati e collegamenti con il resto della città. Inoltre non furono subito assegnate le abitazioni, anzi, dagli anni Settanta in poi scoppiarono le prime lotte organizzate per la casa a Napoli Nord. Emblematica fu l’occupazione del rione Don Guanella, in cui presero casa ottocento famiglie. La prima occupazione con grossi numeri fu tentata a Marianella, ma non durò a lungo e, dopo ripetute cariche della polizia, il rione venne sgomberato. Ma le famiglie già organizzate occuparono l’intero Don Guanella, grazie anche alla forte mobilitazione delle famiglie di Secondigliano e Piscinola. Da via Ghisleri arriviamo a piazza Giovanni Paolo II, di fianco al parco Ciro Esposito. Al centro della piazza si comincia a preparare il falò per bruciare, allegoricamente, i simboli negativi e far trionfare quelli positivi che danzano intorno alle ceneri. Sullo sfondo è possibile osservare il cantiere per l’abbattimento delle Vele, in seguito alle lotte condotte dagli abitanti del quartiere. Infatti dal 1980, con il Piano per il recupero delle periferie e poi con il terremoto dell’Irpinia che causò danni ingenti anche a Napoli, esplosero le occupazioni di massa. In seguito al terremoto furono oltre 10 mila gli edifici danneggiati, e 170 mila gli sfollati, di cui il settanta per cento proveniva dal centro storico. Nel 1981 il parlamento approvò la legge 219, con la quale si rilanciò un Programma straordinario di edilizia residenziale (Pser) per la costruzione di 20 mila alloggi da assegnare agli aventi diritto nell’area metropolitana di Napoli. Molte famiglie furono costrette a trasferirsi in campi container (36 container leggeri installati a Secondigliano, 113 a Piscinola, 174 a Miano e 337 a San Pietro a Patierno). Successivamente furono edificati nuovi complessi residenziali, come il rione 25/80 a Chiaiano, il rione dei Fiori, poi soprannominato Terzo Mondo, a Secondigliano, le abitazioni popolari e il parco pubblico in viale IV Aprile a San Pietro a Patierno. In questo contesto vennero occupati gli edifici della 167 a Piscinola e Scampia. Se in un primo momento gli abitanti lottarono per la permanenza, con la nascita del Comitato Vele ci si concentrò per l’abbattimento e la riqualificazione del quartiere. Vittorio Passeggio, attivista della prima ora del comitato, spiega che i progetti iniziali per le Vele vennero completamente disattesi: «Nelle Vele più grandi non entrava il sole, il reticolo di scale e ballatoi non consentiva nemmeno a quel poco di luce di filtrare. L’economia del vicolo, nelle intenzioni del progetto, non è mai esistita». Domenico Lopresto, segretario dell’Unione Inquilini, in una intervista del 2013 condotta da Nicola Angrisano in Stalking Asilo. Le mani sulla città, racconta che «se si gira nei rioni popolari, si vede che il degrado è tantissimo, ma va tenuto presente anche la gestione delle organizzazioni criminali. Basta ricordare che i più grandi clan della città stanno tutti nei rioni di edilizia residenziale pubblica». Nel 1990 venne inoltre avviato il funzionamento di un nuovo carcere la cui collocazione ai margini del quartiere era stata decisa diversi anni prima. Pino Guerra, militante dei comitati popolari di Napoli Nord e occupante della Vela Gialla, parla di un quartiere di “annientamento”: «Era un circolo vizioso: senza lavoro, delinqui e  vai in carcere, nel quartiere stesso. Il tuo ciclo di vita rimaneva nel quartiere». Negli anni Novanta nacque il Comitato Occupanti Case, che portò a migliaia di occupazioni per tutta Napoli. Sempre Pino Guerra racconta che «si mobilitarono in piazza circa 10 mila persone, con bambini e carrozzini. E vincemmo la vertenza, perché gli occupanti abusivi si trasformarono in assegnatari. Nel ’95-96, con la chiusura della vertenza, ottennero il diritto di rimanere nelle case». NAPOLI NORD OGGI Mentre mio fratello corre e gioca in piazza con altri bambini in mezzo alla musica e alle danze, le ragazze mi chiedono dei cantieri delle Vele che vediamo in lontananza. Spiego del lungo percorso del comitato, che dal ’97, con l’abbattimento della prima Vela, ha portato alla nascita di nuovi alloggi popolari e al rilancio del progetto Restart Scampia. Racconto pure che dopo le guerre di camorra sono nate tantissime associazioni e nel 2010 venne occupato il Cantiere 167, una scuola abbandonata, ancora oggi sede del Comitato Vele. Si è fatta ora di pranzo ed è arrivato il momento di tornare a casa. Sono tante le riflessioni sulla giornata: il comitato dichiara che il popolo delle Vele ha vinto, ma a che costo? Ragiono sulle trasformazioni su tutta Napoli Nord, sulle differenze rispetto anche a quando ero più piccolo. Oggi ci sono tanti processi urbani in corso: nuovi edifici residenziali continuano a sorgere; ci sono lotte come quella del rione 25/80 di Chiaiano che ancora attende una riassegnazione dopo il terremoto; l’ex Motel Agip, nei pressi del quadrivio, è stato sgomberato; a San Pietro a Patierno il comitato per il verde pubblico chiede la riqualificazione del parco IV Aprile. Capita spesso che ci siano disservizi, come l’estate scorsa con la chiusura della Linea 1 nella tratta Piscinola-Chiaiano, ma nonostante ciò non manca una risposta da parte delle reti sociali. Napoli Nord, in un certo senso, ha ripreso a vivere: c’è ancora chi lotta ogni giorno per il diritto alla città. (zidan shehadeh)
June 3, 2026
Napoli MONiTOR
“Qui una volta era un ghetto”. Come ci stanno raccontando la riapertura del cimitero delle Fontanelle
(disegno di lorenzo la rocca) È quasi ora di pranzo, cercando di non far rumore mi chiudo il portone alle spalle ed esco. Salita Capodimonte è più placida del solito. Il palazzo dove vivo da sempre è tappezzato di manifesti delle onoranze funebri. Ieri c’è stato il funerale del marito di Stefy. «Stev’ chin’ ‘e tumor’», mi ha detto la signora di fronte. Scendendo per la strada incupita dall’atmosfera mortuaria, cerco su Google maps la posizione del Cimitero delle Fontanelle. Non ci vado da sette, otto anni e non ricordo precisamente dove sia. L’ex cava di tufo, usata per secoli come luogo di sepoltura fuori dalle mura della città, divenne alla fine dell’Ottocento l’ossario di Napoli. Negli anni Trenta si sviluppò il culto delle anime pezzentelle: l’adozione e la cura di teschi anonimi in cambio di protezione. Il credo raggiunse il suo apice nel dopoguerra, per poi essere bandito dal cardinale Ursi, che chiuse il cimitero per arginare pratiche considerate incompatibili con la modernizzazione della Chiesa introdotta dal Concilio Vaticano II. Da allora il sito alterna lunghi periodi di chiusura e riaperture precarie. Il 18 aprile 2026, dopo sei anni dalla chiusura per il Covid, il cimitero è stato riaperto al pubblico. Percorrendo salita Capodimonte verso la Sanità, vedo una scolaresca in gita fuori la Basilica di San Severo. Alle loro spalle un manifesto pubblicizza il “Figlio Velato” dello scultore Jago, uno dei nuovi volti della riqualificazione del rione. Li guardo quasi con sospetto perché, nonostante i cosiddetti “viaggi d’istruzione” a Napoli siano sempre più gettonati nelle scuole di tutta Italia, devo ancora abituarmi a vedere classi intere di turisti in giro per il mio quartiere. Superata piazza della Sanità, comincio a vedere le prime indicazioni per il Cimitero delle Fontanelle. Sono grandi banner con scritto “Vien’ appriess’ a mme! / Come with me”. Li hanno realizzati i bambini di una scuola del quartiere che, a pennarello, hanno descritto il percorso da seguire per raggiungere l’ex cava diventata cimitero. Superata la Basilica di Santa Maria della Sanità, mi affaccio all’ingresso-shop delle Catacombe di San Gaudioso. Sono esposti frammenti di maioliche e vasi rimessi insieme alla meglio, senza nessuna indicazione. Vendono tote bags, qualche calamita, occhi della madonna in resina stampati in 3D, venticinque euro mi sembra un po’ tanto. C’è anche una selezione di libri tra cui spicca Noi del Rione Sanità. I giovani e la forza del cambiamento di padre Antonio Loffredo. Per un attimo mi compiaccio del look moderno, da galleria d’arte europea dell’ingresso delle catacombe e poi ritorno sulla strada. Camminando verso le Fontanelle, passo per l’ex largo Vita, ribattezzato largo Totò nel 2017, in occasione dei cinquant’anni dalla morte dell’attore nato e cresciuto nella Sanità. L’iniziativa fu promossa dalla Fondazione di Comunità San Gennaro, fondata da padre Antonio Loffredo. Lì, davanti al monolite in cui è scavata l’iconica sagoma con la bombetta di Totò, qualche anziano fuma seduto sulle panchine e gruppi di ragazzini giocano a pallone. La primavera sta lasciando spazio all’estate e bambini e bambine sono in fila davanti al carretto di Gennaro delle granite che gratta il blocco di ghiaccio con la pialla d’acciaio, producendo quel suono che per me è indissolubilmente legato alle calde giornate d’agosto passate a Napoli. Dietro le bottiglie di sciroppi dolciastri dai colori brillanti guardo l’insegna del family restaurant srilankese sul marciapiede di fronte: a sinistra la bandiera con il leone cingalese, a destra lo stemma della SSC Napoli. Proseguo verso il cimitero seguendo Maps. Su uno dei manifesti pubblicitari-segnaletici leggo: “Cammina ancora ‘nu poco. Ce sta ‘nu cancello blu. Si arrivato! Chill è o cimitero d’ ‘e fontanelle” – Stephan Fernando, 10 anni, 4°A plesso Lombardi. Sono arrivato. Davanti alla biglietteria, su uno slargo giallo tufo, ci sono turisti di diverse età e provenienze, oltre a decine di studenti, anche loro in viaggio con la scuola. Entro. La ragazza in cassa mi chiede se ho prenotato la visita. Le dico di no e lei mi risponde che c’è uno slot libero tra venti minuti. Le chiedo se posso semplicemente farmi un giro autonomamente, senza guida. Mi dice di no, e aggiunge che la gestione adesso è molto diversa dal passato. Prima, racconta, era tutto più libero: potevano entrare anche trecento persone insieme, le guide a volte facevano addirittura i tour col megafono… Il biglietto costa otto euro, quando però le dico che sono del quartiere mi chiede la carta d’identità per controllare. «Ok, allora non paghi niente, per i residenti della seconda e terza municipalità è gratis». Mi dice di scaricare l’applicazione “IntoRioneSanità” per avere l’audioguida nella cava, dove la rete internet non è stata ancora messa in funzione. Poi aggiunge che la nuova gestione del sito è frutto di una partnership tra il comune di Napoli e la cooperativa la Paranza, nata nel rione Sanità intorno all’esperienza di padre Antonio Loffredo e che già gestisce le Catacombe di San Gennaro e di San Gaudioso, tra i principali punti di attrazione del quartiere. Per i lavori di ristrutturazione dell’ex cava, La Paranza ha investito circa 650 mila euro, attivando risorse messe a disposizione dalla Fondazione Con il Sud e dalla Fondazione di Comunità San Gennaro, oltre al sostegno di soggetti privati e donatori. A questi si aggiungono 200 mila euro del Comune per interventi di messa in sicurezza. Il rifacimento dell’ingresso e la trasformazione del vecchio marciapiede in basoli nello slargo color tufo dove sosta la scolaresca del nord Italia, rientra invece nel progetto “G124 – Sanità” sviluppato da giovani architetti del Dipartimento di Architettura dell’Università di Napoli Federico II, coordinato da Renzo Piano.  La ragazza della biglietteria mi saluta e mi dice di aspettare il mio turno nella chiesa accanto. Mi fermo a guardare lo shop dove vendono maglie, cartoline, segnalibri e notebook a tema ossa e cape di morto. Anche qui, tra i libri spicca quello di padre Loffredo. Nell’aletta anteriore si parla della Sanità come “cuore autentico” della città e del parroco come uomo coraggioso, che ha saputo vedere nella povertà del quartiere una ricchezza nascosta, arrivando a trasformare il ghetto in un polo di attrazione capace di richiamare centinaia di migliaia di visitatori, generando nuove opportunità, lavoro e prospettive per il futuro. Alle 14:45 spaccate è il nostro turno. Nella chiesa arriva Raffaella, la guida: «Il Cimitero delle Fontanelle è sicuramente uno dei luoghi più importanti e simbolici di Napoli. Il sito però è stato chiuso per tanti anni. Da parte di noi abitanti del rione c’è sempre stata la voglia di restituire questo luogo alla collettività e di raccontarlo. Già nel 2010 occupammo pacificamente il sito, e ci passammo una notte per chiederne la riapertura, che aspettavamo dal 2006, dopo i lavori di messa in sicurezza fatti dal Comune. Poi nel 2020, tra pandemia e problemi strutturali mai del tutto risolti, arrivò una nuova chiusura. Solo nelle ultime settimane, il cimitero è tornato a essere accessibile al pubblico. Fino a vent’anni fa il rione Sanità era un quartiere famoso per spaccio, criminalità, povertà educativa. Era proprio un ghetto! Un luogo che persino molti abitanti del posto tendevano a evitare…». Una delle persone sedute sulle panche della parrocchia mormora: «Ma come un ghetto, io qua ci vivo! Come si permette questa di dire che noi abitanti evitavamo il nostro stesso quartiere, ora me ne vado!». Il vociare del gruppo di turisti copre l’intervento del residente, che decide di non trasformare il commento in una discussione aperta. La guida allora continua indisturbata: «Il cambiamento è iniziato nel 2001, quando nel quartiere è arrivato un nuovo parroco: padre Antonio Loffredo. Lui ha avuto la capacità di vedere che qui non c’era solo marginalità e problemi sociali, ma anche un enorme e prezioso patrimonio culturale, all’epoca in gran parte chiuso o mal tenuto, e tanti giovani su cui investire. È in questo contesto che è nata la cooperativa La Paranza, che ha iniziato a gestire prima le catacombe di San Gaudioso e poi quelle di San Gennaro. Per il cimitero delle Fontanelle la svolta è arrivata nel 2023, quando il comune di Napoli ha deciso di affidare la gestione a soggetti esterni, pubblicando un bando per la valorizzazione del sito rivolto al terzo settore. La mia cooperativa ha partecipato insieme ad altre realtà, anche più strutturate, e ha vinto per la proposta fortemente radicata nel territorio…». Raffaella ci chiede poi se tutti abbiamo scaricato l’app e ci conduce nel cimitero dal nuovo ingresso disegnato dall’archistar. Qui la situazione è molto diversa da come la ricordavo. Un nuovo sistema di luci accompagna il percorso dentro la cava, illuminando la scena in maniera quasi cinematografica. Anche le capuzzelle, sia quelle contenute nelle teche dove venivano custodite dopo le “grazie” ricevute, sia quelle ammassate a terra, mi sembrano più ordinate e pulite di come le ricordavo, con un effetto molto più museale che inquietante. La visita consiste in un accompagnamento per le tredici tappe previste dall’audioguida. A ogni stop Raffaella ci introduce al contenuto che andremo ad ascoltare e si attiva un audio con la voce di un abitante del quartiere che racconta una storia del luogo, in una sorta di preservazione della memoria orale. L’ambiente è sorvegliato con telecamere ovunque. Ci sono estintori, percorsi delimitati e, in alcuni tratti, per facilitare il passaggio delle persone in sedia a rotelle, addirittura moquette color tufo. Chiodature e reti d’acciaio contengono eventuali distacchi della roccia, mentre vetrini fessurimetri controllano lo stato delle pareti e sensori monitorano la presenza di radon, gas radioattivo cancerogeno rilasciato dal tufo. Le uscite di sicurezza sono ben segnalate da luci led verdi con l’omino che corre, a desacralizzare ulteriormente il cimitero già ampiamente secolarizzato dalla nuova gestione. Raffaella ci dice anche di non distaccarci dal gruppo e di non avventurarci nelle gallerie, «per non perderci» in uno spazio che tutto sommato non è né così grande né tantomeno, vista anche la nuova illuminazione, particolarmente labirintico. Qualcuno viene redarguito per essersi spostato dal gruppo di sei o sette metri. Abituato al laissez-faire della gestione precedente, questo atteggiamento mi infastidisce un po’, ma mi dico che in fondo Raffaella sta solo facendo il suo lavoro, per cui mi tengo le mie remore. Tra una tappa e l’altra, scambio due chiacchiere con Raffaella, siamo coetanei. Mi racconta di avere appena finito la triennale in psicologia e di essere poi entrata nel programma di formazione gratuito per guide turistiche che ha coinvolto venti giovani del quartiere. Di questi, lei e altri dieci sono stati inseriti a lavorare nella cooperativa La Paranza. Mi dice: «Vabbè, lo sai pure tu che sei di qua, già solo il fatto di avere un contratto fa veramente la differenza. Per me entrare nella Paranza è stata una grande svolta». Dopo quaranta minuti esatti la visita termina. Raffaella ringrazia i turisti per aver scelto di guardare il quartiere «da un’altra prospettiva», e ricorda che con lo stesso biglietto si ha uno sconto del quindici per cento per l’accesso al resto dei siti del quartiere gestiti dalla cooperativa. Ci suggerisce anche un ristorante nella Sanità per un pranzo tipicamente napoletano, dove i visitatori del cimitero ricevono il dieci per cento di sconto. Per curiosità lo cerco su Google. È di gran lunga il locale con più recensioni di tutto il rione Sanità. Chissà se anche loro devono ringraziare padre Antonio Loffredo per il successo. (errico forte)
May 25, 2026
Napoli MONiTOR
Città. Quale cambiamento?
COSA SONO OGGI LE CITTÀ? COME RIPENSARE IL RAPPORTO TRA CENTRI URBANI E ZONE RURALI? QUALI ESPERIENZE SULL’ABITARE APRONO ORIZZONTI NUOVI? COME POSSIAMO ORGANIZZARE UNA CITTÀ DIVERSA ATTRAVERSO POLITICHE E SCELTE INDIVIDUALI E COLLETTIVE CHE RIGUARDANO IL CIBO E IL CLIMA? QUAL POTREBBE ESSERE SU QUESTI TEMI IL RUOLO DEI COMITATI DI QUARTIERE? ESISTONO INIZIATIVE ENERGETICHE COMUNITARIE ETICHE PER LA PRODUZIONE E IL CONSUMO DI ENERGIA? QUALI MODALITÀ DIVERSE DI GESTIONE DI SPAZI PUBBLICI DELLE CITTÀ, TRA MUTUALISMO E SOLIDARIETÀ, SONO OGGI PRATICABILI? QUESTE ALCUNE DOMANDE INTORNO ALLE QUALI È STATA PROMOSSA DAL 21 AL 24 MAGGIO, A TORINO, LA SCUOLA DI POLITICHE “CITTÀ OLTRE LA CRESCITA”, ORGANIZZATA – CON L’INTERVENTO DI AUTOREVOLI OSPITI – DA BENVENUTI IN ITALIA, MOVIMENTO PER LA DECRESCITA FELICE, COLLETTIVO NUMEGA, E CHE HA COINVOLTO NUMEROSI GIOVANI PARTECIPANTI TRA LEZIONI E RIELABORAZIONI IN PICCOLI GRUPPI. APPUNTI DAL DIARIO DELLA SCUOLA -------------------------------------------------------------------------------- Giovedì 21 maggio Il 21 maggio al Kontiki Torino abbiamo inaugurato la Scuola di Politiche “Città Oltre la Crescita” (21-24 maggio) organizzata a Torino da Benvenuti in Italia, Movimento per la Decrescita Felice, collettivo Numega, con l’incontro “Le città possibili”. Abbiamo scelto di organizzare la seconda edizione della 𝐒𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚 𝐝𝐢 𝐏𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 per continuare il percorso iniziato lo scorso anno, rafforzare la rete decrescentista con sempre più realtà e attivistɜ, scoprire pratiche esistenti per un mondo possibile: l’incontro si è aperto con le parole di 𝐌𝐚𝐮𝐫𝐨 𝐁𝐞𝐚𝐧𝐨, presidente di Benvenuti in Italia. L’evento 𝐋𝐞 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀ 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢, con la moderazione di 𝐊𝐚𝐫𝐥 𝐊𝐫𝐚̈𝐡𝐦𝐞𝐫, Università di Torino e co-presidente di Movimento per la Decrescita Felice, ha affrontato diversi aspetti delle città, della decrescita e di possibilità alternative insieme ad 𝐀𝐧𝐧𝐚 𝐏𝐚𝐠𝐚𝐧𝐢, King’s College di Londra, 𝐁𝐚𝐫𝐛𝐚𝐫𝐚 𝐏𝐢𝐳𝐳𝐨, Università La Sapienza e Donatella Gasparro, Scuola Normale Superiore di Firenze. Cosa sono oggi le città? Sono ancora i centri urbani cuore di scambi e commercio, oppure il loro metabolismo risponde unicamente al capitalismo e alle loghiche della crescita infinita? A partire da questa domanda, lɜ ospiti si sono susseguitɜ dialogando di crescita e PIL nella città, oggi esempi primi di consumismo ed estrazione di rendita ma anche luoghi ancora da sognare e plasmare, del rapporto tra centri urbani e zone rurali, spesso svuotate in favore delle città anche a causa dell’assenza di servizi pubblici adeguati, e delle alleanze trasversali possibili e necessarie per restituire potere allɜ cittadinɜ, a partire dalle comunità locali. -------------------------------------------------------------------------------- Venerdì 22 maggio Dopo l’accoglienza dellɜ partecipanti e un momento di conoscenza e scambio realizzato grazie al gruppo cura della Scuola, questa mattina abbiamo iniziato a ragionare partendo da un tema essenziale per i centri urbani e per Torino, la città dove si svolge la nostra Scuola: l’𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞. Grazie allɜ ospiti 𝐀𝐧𝐧𝐚 𝐏𝐚𝐠𝐚𝐧𝐢, Senior Lecturer Dipartimento di Ingegneria del King’s College London, 𝐌𝐚𝐫𝐚 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐞𝐫𝐢, Senior Researcher presso il Politecnico di Torino e 𝐊𝐚𝐫𝐥 𝐊𝐫𝐚̈𝐡𝐦𝐞𝐫, Ricercatore presso l’Università di Torino, siamo statɜ guidatɜ nel panel “Abitare la città” muovendo dalle quattro proposte evidenziate nel “Manifesto per l’abitare nella post-crescita”: 𝑠𝑣𝑜𝑙𝑡𝑎 𝑖𝑑𝑒𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑐𝑎, 𝑑𝑒𝑚𝑒𝑟𝑐𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑟𝑒𝑑𝑖𝑠𝑡𝑟𝑖𝑏𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑎𝑚𝑝𝑙𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑜 𝑠𝑔𝑢𝑎𝑟𝑑𝑜. 𝐒𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐢𝐝𝐞𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐚, per cambiare i nostri immaginari e darci il permesso di pensare la casa come un luogo di convivialità e giustizia 𝐃𝐞𝐦𝐞𝐫𝐜𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, per distinguere tra la proprietà del terreno e quella degli edifici, magari pensando alla proprietà collettiva e alla co-gestione come alternative possibili. 𝐑𝐞𝐝𝐢𝐬𝐭𝐫𝐢𝐛𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, per contribuire anche con l’abitare alla creazione di giustizia sociale e stabilità per tuttɜ. E, infine, 𝐚𝐦𝐩𝐥𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐨 𝐬𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐨: ribadiremo in questi giorni l’intersezione tra lotte e rivendicazioni apparentemente diverse, e per farlo è necessario guardare anche alla tema della casa dall’alto, con uno sguardo ampio, per leggerne le connessioni profonde con tutti gli altri diritti di base. -------------------------------------------------------------------------------- Venerdì 22 maggio Abbiamo dedicato il pomeriggio della giornata sull’”𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀” ad approfondire tre pratiche ed esperienze concrete locali. Divisɜ in tre gruppi, lɜ partecipanti hanno scelto un 𝐚𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞 del diritto alla casa e all’abitare da discutere e poi riportare in assemblea. Con Andrea Couvert, esperto in processi partecipativi di co-progettazione, parte di Fondazione di Comunità Porta Palazzo e 𝐅𝐨𝐧𝐝𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐂𝐨𝐦𝐦𝐮𝐧𝐢𝐭𝐲 𝐋𝐚𝐧𝐝 𝐓𝐫𝐮𝐬𝐭, abbiamo conosciuto un esempio torinese nato in Corso Giulio Cesare che ha scelto la forma del Community Land Trust, primo esempio in Italia e già diffusa in altre città europee. Obiettivo? Facilitare l’accesso all’abitazione nella nostra città e la partecipazione della comunità locale. Rocco Albanese, attivista di Co.Mu.Net, ha invece raccontato l’esperienza di VAR – Vuoti a rendere, 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐢𝐳𝐢𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞 che ha coinvolto decine di organizzazioni torinesi lanciata all’inizio del 2024. Oggetto della proposta: nuove tutele per il diritto alla casa – censimento e restituzione alla città di alloggi in stato di non uso. Per parlare di abitazioni pubbliche, invece, sono statɜ con noi Andrea Sacco, consigliere di amministrazione di 𝐀𝐓𝐂 Piemonte ATC Torino, e Carolina Pressi, responsabile per l’associazione ACMOS dell’ambito DAI – Diventare Adulti Insieme, nel quale sono compresi tre progetti di 𝐜𝐨𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐢𝐥𝐞 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐝𝐚𝐥𝐞. Esperienze concrete, che però ci spronano a liberare l’immaginario, allargare lo sguardo, come abbiamo ascoltato questa mattina: chissà cos’altro e ancora possibile creare. Starà a noi farlo, e ne abbiamo discusso nella plenaria di chiusura della giornata. -------------------------------------------------------------------------------- Sabato 23 maggio Sabato mattina al Kontiki Torino la Scuola di Politiche “Città Oltre la Crescita” ha affrontato il tema del 𝐦𝐞𝐭𝐚𝐛𝐨𝐥𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐮𝐫𝐛𝐚𝐧𝐨: rifiuti, metabolismo sociale, energia, riciclo. Abbiamo approfondito vari aspetti specifici con lɜ nostrɜ ospiti del panel di questa mattina. 𝐎𝐬𝐦𝐚𝐧 𝐀𝐫𝐫𝐨𝐛𝐛𝐢𝐨, docente dell’Università di Parma, i cui studi si concentrano sulla transizione ecologica come processo sociale e politico, con cui abbiamo approfondito la sufficienza energetica e la necessità di andare oltre alla sola transizione energetica, accompagnandola invece a un radicale cambiamento dei nostri consumi a livello strutturale oltre che individuale. 𝐑𝐢𝐜𝐜𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐁𝐫𝐮𝐧𝐨, ricercatore presso il Politecnico di Torino, che si è focalizzato sul tema del cibo e della sua connessione con le città e la decrescita, affrontando in particolare le motivazioni per cui parlare di cibo in città ha a che fare non solo con la filiera di produzione e il trasporto, ma con l’intero sistema produttivo di base. 𝐃𝐚𝐧𝐢𝐞𝐥𝐞 𝐕𝐢𝐜𝐨, dottorando in Ecologia Politica a Barcellona, esperto in pratiche del lavoro informale e gestione dei rifiuti urbani, con il quale siamo arrivatɜ alla riflessione sulla necessità di lavorare proprio su questo livello strutturale. Agire il cambiamento solamente sulla filiera, e non sforzarci di ripensare collettivamente i sistemi e le strutture, in particolare economiche, non potrebbe migliorare fino in fondo il metabolismo urbano e sociale. E allora, dopo aver affrontato dati, problemi e criticità, 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐮𝐧 𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐚 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨? Agendo sulle politiche pubbliche che riguardano il cibo, anche a livello locale, ridando potere allɜ cittadinɜ, ad esempio attraverso le assemblee climatiche, togliendo potere alle grandi lobby. Ma anche cambiando il nostro immaginario e le nostre convinzioni culturali, per esplorare i luoghi in cui viviamo e le reti di economia e consumo alternativo che già esistono nelle nostre città. Q𝐮𝐚𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐭𝐢𝐯𝐞, personali, collettive, strutturali, sono possibili e immaginabili per un territorio? Qual è il ruolo dei comitati di quartiere? Come avvicinare la produzione del cibo alle persone che vivono in città? Esistono iniziative energetiche comunitarie e più etiche per la produzione e il consumo di energia? Tante risposte, e 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐨𝐬𝐭𝐞, le abbiamo ascoltate con le quattro 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢𝐚𝐧𝐳𝐞 di questo pomeriggio, che al metabolismo urbano torinese e italiano contribuiscono in modo positivo. Con 𝐀𝐥𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐆𝐮𝐠𝐠𝐢𝐧𝐨, dell’APS CiòCheVale , abbiamo esplorato modi alternativi e sostenibili di nutrire la città, riprendendo il tema portato da Riccardo Bruno nel panel “Metabolismo urbano”. Ciò Che Vale si impegna per ridurre le distanze tra cittadinɜ e produttorɜ locali, mettendo in contatto più di cento famiglie e otto produttorɜ del territorio, per permettere alle persone l’accesso a cibo sano e a minor impatto ambientale, e rafforzare la connessione mentale e sociale tra consumatorɜ e filiera alimentare. Per conoscere un’alternativa comunitaria alla produzione e al consumo di energia, invece, è stata con noi 𝐆𝐢𝐮𝐥𝐢𝐚 𝐌𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐚𝐫𝐢 di CER Sinergie, comunità energetica di cui Benvenuti in Italia è tra gli enti co-fondatori. CER Sinergie è nata con l’obiettivo di democratizzare e rendere accessibile l’autoproduzione e la condivisione di energia per lɜ cittadinɜ attraverso la messa in circolo dell’energia prodotta dallɜ membri della CER, che ha inoltre scelto di dedicare esplicitamente parte della propria ripartizione economica a finalità sociali. Grazie ad 𝐀𝐥𝐞𝐬𝐬𝐚𝐧𝐝𝐫𝐨 𝐒𝐭𝐢𝐥𝐥𝐨 e 𝐆𝐢𝐮𝐥𝐢𝐚 𝐃𝐢 𝐌𝐚𝐫𝐭𝐢𝐧𝐨, infine, abbiamo potuto conoscere l’esperienza di Rete Onu e Barattolo Torino da un lato, e di Sbaratto Palermo e Arci Porco Rosso dall’altro. Con loro, lɜ partecipanti alla Scuola hanno avuto l’opportunità di confrontarsi sull’importanza dell’informalità per costruire reti di fiducia cittadine, del valore del riuso e della circolarità dal basso come strumenti culturali contro l’imperativo della crescita. E quale può essere, in quest’ottica, il ruolo delle Istituzioni nel rapporto con tuttɜ lɜ cittadinɜ? Abbiamo chiuso la 𝐭𝐞𝐫𝐳𝐚 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐭𝐚 di Scuola di Politiche restituendoci pensieri, dubbi e nuovi spunti in assemblea plenaria. -------------------------------------------------------------------------------- Domenica 24 maggio L’ultimo panel della Scuola di Politiche si è concentrato sul terzo tema individuato come essenziale per parlare delle città e della decrescita: gli 𝐬𝐩𝐚𝐳𝐢 𝐝𝐢 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞𝐜𝐢𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚. Ne abbiamo discusso con cinque ospiti che ci hanno portato esperienze di partecipazione politica collegata a luoghi, spazi fisici di diverse città: 𝐋𝐨𝐫𝐞𝐧𝐳𝐨 𝐕𝐞𝐥𝐨𝐭𝐭𝐢, ricercatore postdoc presso la Scuola Normale Superiore e attivista di Agora, nel quartiere di Raval, a Barcellona; 𝐂𝐚𝐫𝐥𝐚 𝐁𝐚𝐫𝐛𝐚𝐧𝐭𝐢, presidente di Trame di Quartiere a Catania, ingegnere e architetta con un focus sulla pianificazione urbana e le pratiche organizzazione civica capillare; 𝐂𝐡𝐢𝐚𝐫𝐚 𝐅𝐢𝐨𝐫𝐞, attivista di Comala, spazio pubblico, autocostruito, grazie al recupero di alcuni spazi dell’ex Caserma La Marmora; 𝐒𝐚𝐫𝐚 𝐃𝐢𝐞𝐧𝐚, consigliera comunale a Torino dal 2021 con una storia di attivismo climatico e transfemminista; 𝐃𝐢𝐞𝐠𝐨 𝐌𝐨𝐧𝐭𝐞𝐦𝐚𝐠𝐧𝐨, membro di Benvenuti in Italia e responsabile del progetto GENTE – Generare Territori Educativi con il MoVI – Movimento di Volontariato Italiano. Lɜ partecipanti hanno conosciuto, attraverso parole, immagini, video, e anche storie personali, le esperienze di esistenza e resistenza di vari spazi sociali e politici italiani e internazionali, per poi avviarsi al confronto reciproco con lɜ ospiti e tutto il gruppo su modalità di gestione di spazi politici nelle città, mutualismo e solidarietà, spazio per la comunità locale e voci dissidenti, importanza della lotta di classe nell’intersezione con le altre rivendicazioni. Con l’obiettivo di creare, curare, abitare, anche nella complessità di visioni, alleanze sostanziali, per guardare di più al fine ultimo, e non solo ai mezzi per raggiungerlo. -------------------------------------------------------------------------------- . -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Città. 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May 24, 2026
Comune-info
Isernia e le aree interne. Quel confine sottile tra la gestione del declino e l’abbandono
(disegno di ginevra naviglio) Mi trovo su un pullman mezzo vuoto, partito con qualche minuto di ritardo dal Metropark di Napoli, direzione Isernia. Sto tornando per trascorrere il ponte del primo maggio con la mia famiglia e i vecchi amici del liceo e, come me, anche gli altri ragazzi sul pullman, a giudicare dalla mole delle valigie che si trascinano dietro. Siamo arrivati a Venafro, l’ultima fermata che mi separa da casa. Come sempre, mando un messaggio sul gruppo di famiglia per avvisare che a breve arriverò in stazione. Durante l’ultima mezz’ora, osservo gli alberi e le montagne che sembrano ripetersi. Ci stiamo avvicinando a Isernia, precisamente al suo lato meridionale. Una volta in città, ad accoglierci è un edificio con le mura di un color salmone un po’ sbiadito, ovvero l’ospedale Veneziale di Isernia. Sul marciapiede antistante, c’è una tenda da campeggio azzurra, che da oltre cento giorni è diventata il simbolo delle gravi carenze della sanità molisana. Di fianco, uno striscione in caratteri cubitali rossi: “Quanto vale qui una vita?”. A montarli è stato Piero Castrataro, sindaco d’Isernia e indipendente di centro-sinistra, che dorme lì da ormai più di tre mesi. Dietro a tale gesto c’è la volontà di riportare l’attenzione sulle condizioni in cui versa l’ospedale del capoluogo pentro e cercare di trovare delle soluzioni pratiche. La situazione a Isernia è problematica da diversi anni, ma le criticità si estendono a tutta la regione. In Molise, infatti, la sanità è commissariata da diciassette anni e, in questo tempo, si sono accumulati oltre cinquecento milioni di debiti, portando così la regione in un regime di piano di rientro. In particolare, l’ospedale Veneziale, l’unico del territorio, negli ultimi anni ha visto un drastico calo del personale: al pronto soccorso lavorano quattro medici sui tredici previsti, mentre in radiologia sono tre su dodici.   Sebbene molti problemi fossero già noti, per il sindaco il punto di rottura è arrivato lo scorso dicembre, dopo aver letto le dichiarazioni di uno dei subcommissari, secondo il quale andrebbe disattivato il punto nascita di Isernia e mantenuto quello di Termoli, che avrebbe migliori prospettive di crescita demografica. Uno dei problemi principali, infatti, è strettamente numerico: secondo il decreto ministeriale 70 ci sono dei parametri che andrebbero rispettati per mantenere funzionanti le strutture ospedaliere, ma Isernia, che è sottoposta a un massiccio spopolamento, non è in grado di soddisfarli. L’epilogo di questa vicenda è arrivato proprio negli ultimi giorni: il punto nascita del Veneziale chiude i battenti. Non si nascerà più a Isernia, ma si dovrà necessariamente arrivare a Campobasso. In stazione trovo mia madre ad attendermi. Il breve tragitto in auto è tutto un aggiornarsi di cose successe nelle settimane trascorse dalla mia ultima visita. Arriviamo a casa, una villetta trifamiliare tinteggiata di un arancione vivace, circondata da diverse file di ulivi, che si trova a metà strada tra Isernia e Miranda, il paesino in cui sono cresciuta. Visto da casa mia, Miranda sembra una macchietta colorata in mezzo alle montagne che, di questi giorni, sono di un verde brillantissimo. Che quel verde fosse così vitale per me l’ho realizzato solo quando mi sono trasferita a Napoli, dove, tra i palazzi del centro storico, sembra scarseggiare. Passano un paio d’ore, salgo in auto e inizio a guidare in direzione Miranda. La strada per arrivare in paese è un susseguirsi di tornanti e curve strettissime, sulle quali a volte capita di incontrare qualche animale selvatico. È maggio, ma a Miranda fa ancora freddo, e l’aria odora di fumo di camino. Sono venuta a trovare mia nonna, che abita nel centro storico di questo paese, ormai ridotto a un insieme di case per la maggior parte vuote. La sua, di quelle proprio a forma di “casa”, come le disegnano i bambini, grande e gialla, di pietra, col tetto a due spioventi e le tegole color terracotta, è una delle uniche ancora abitate in questa strada. Arrivata la sera, mi ritrovo al bar con gli amici, come sempre. O meglio, come quelle tre o quattro volte l’anno che, tornati dalle nostre rispettive città, ci riuniamo. A Miranda ci sono due bar, ai due estremi della piccola piazza principale, che a causa della loro posizione vengono chiamati il “bar di sopra” e il “bar di sotto”. Stasera siamo tutti al bar di sopra. In un angolo, affissa su una bacheca, c’è la civetta di un giornale locale che riferisce “A Isernia non si nascerà più”. Ne parlo con Simone, che ha ventinove anni e da cinque si occupa di ricerca e consulenza. Dopo triennale e magistrale in economia e management, ha fatto il dottorato e ora sta portando avanti le sue ricerche con una borsa di studio all’Università D’Annunzio di Pescara. «È la questione più importante del nostro territorio, da cui dipende il futuro di questo posto. Perdiamo 30 mila persone ogni dieci anni e nel momento in cui si riduce il gettito fiscale ci sono meno soldi a disposizione per le misure pubbliche. La situazione dell’ospedale è soltanto un anticipo di quello che accadrà in questi territori, ovvero il totale smantellamento della sanità pubblica e in generale dei servizi pubblici. C’è poi la connivenza con i poteri poco trasparenti e più o meno leciti della sanità privata, che con le cliniche convenzionate sta facendo concorrenza al pubblico». La conversazione si allarga dall’ospedale alla questione delle aree interne. Simone, che su questo ci ha fatto pure un master e lavora con varie associazioni in paese, si ritiene un vero e proprio attivista della causa. «La Strategia Nazionale delle Aree Interne individua gli enti locali e li definisce secondo la distanza dai centri dell’offerta di servizi, individuando tre elementi fondamentali: sanità, trasporti e istruzione di secondo grado. Per farla breve, va a classificare tra “enti centrali, di cintura, di nodo, periferici e ultra-periferici”, a seconda che siano lontani dai dieci ai quarantacinque minuti dal centro di offerta dei servizi. Miranda, per esempio, è un ente locale periferico, perché è a più di quarantacinque minuti dal centro di offerta dei servizi, il cosiddetto polo, che per noi non è più Isernia, ma Campobasso, il posto che rispetta tutti e tre i requisiti individuati dalla Strategia Nazionale». Quello delle aree interne non è un problema esclusivamente molisano, ma una realtà sempre più presente nel territorio italiano. La Strategia Nazionale di cui parla Simone è una politica volta a migliorare la qualità dei servizi essenziali in questi territori, avviata dallo Stato nel 2014, poi confermata per il ciclo 2021-2027. Nel Piano Strategico stilato a marzo 2025, vengono distinte quattro tipologie di obiettivi, in funzione delle condizioni di partenza di ogni realtà locale. L’obiettivo numero 4, chiamato “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”, sostiene che alcune aree interne, a causa di fattori demografici quali la popolazione di piccole dimensioni, “non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse”. Viene evidenziata la necessità di un piano che possa assistere queste aree in un “percorso di cronicizzato declino” per renderlo “socialmente dignitoso per chi ancora vi abita” Simone, dal suo canto, crede che si possa fare qualcosa di concreto, tenendo in conto, però, la prima battaglia, che è sia culturale che psicologica. «Da abitante delle aree interne, conosco perfettamente il fatalismo dei cittadini: “qui si è sempre fatto così, non abbiamo la forza per cambiare le cose”. Io invece penso che questo possa accadere, ne ho avuto testimonianza diretta durante la mia esperienza di visiting in un’area interna dell’Abruzzo, Gagliano Aterno, dove, grazie a un sindaco illuminato e a un gruppo di ricercatori e volontari, in cinque anni si è ribaltato un paese e le sue tendenze demografiche, mettendo una pezza a questa emorragia. Per fare qualcosa di concreto, però, bisogna ripartire dalla partecipazione, senza la quale il destino è abbastanza segnato». Ed è proprio questo l’obiettivo di Miror, l’associazione nata nel 2019, di cui Simone è parte attiva. «Miror nasce come reazione a un’assenza totale di un discorso sulla cultura. Sono state varie le iniziative di questi anni, da momenti di festa a quelli di dibattito, anche politico. Tre anni fa è nato un gruppo di lettura, poi c’è stato “chiese aperte” col racconto della Chiesa di Miranda, e poi ancora Memoranda, che ha raccolto le memorie degli abitanti ultraottantenni di Miranda sul periodo del fascismo, ed è stato un lavoro di raccolta e di salvaguardia della memoria storica». Quattro anni fa, da Miror nasceva il festival Marginalia, citando le note ai margini dei libri ricopiati dagli amanuensi, che spesso nascondevano significati molto più importanti rispetto al corpus del libro. «Giocando – continua Simone – sul significato della marginalità geografica, culturale e politica, diventa la sfida di portare qualcosa della città al paese. Nell’ultima edizione abbiamo regalato alla cittadinanza, insieme alle altre associazioni del territorio, un murales fatto da Claudia Romagnoli, in arte Croma, che si trova sulla Casa La Terra e che era legato al tema dell’anno scorso, la migrazione: rappresenta una famiglia del secolo scorso che va via da Miranda; e c’è questa bimba che si gira, all’ultimo, per dare un’ultima occhiata al paese, con uno sguardo nostalgico ma direi anche speranzoso, che non esclude un potenziale ritorno, come è stato per i nostri nonni, bisnonni e zii, e un po’ anche per noi, come generazione di persone costrette a migrare loro malgrado». Senza rendercene conto, abbiamo passato quasi mezz’ora a parlare. Nel frattempo, ci siamo spostati al bar di sotto. Prendiamo un’altra birra e continuiamo la nostra conversazione. Simone si scusa, dice che quando parla di questo argomento si accalora tantissimo: «Il futuro di Miranda e di Isernia non mi fa dormire la notte. Mi sento responsabile ogni volta che torno nel mio paese e vedo i miei amici che sono rimasti qui a lottare. Io parlo spesso di aree interne, faccio ricerche, sono un ragazzo di paese e anche un consulente per gli enti locali e le aree interne, però di fatto vivo in città, il che fa di me un privilegiato. Sta a noi giovani trovare delle soluzioni, che poi magari non saranno efficaci, però sento spesso parlare di problemi e mai di soluzioni, e mai come ora il Molise ha bisogno di provare a trovare tante piccole soluzioni». Il barista interrompe la nostra conversazione per raccontare una barzelletta. Ridiamo di gusto, anche se la barzelletta non è granché. Rimaniamo lì con gli altri a chiacchierare, a ridere, a giocare a biliardino. Guardo l’orologio, si è fatto tardi. Saluto tutti, probabilmente li rivedrò quest’estate. Dopo baci e abbracci di rito, mi dirigo verso la mia auto. Il paese è vuoto, non c’è nessuno per le strade. A rompere il silenzio, di tanto in tanto, le risate squillanti dei ragazzi rimasti al bar, che ormai sento in lontananza. Sono le 8:55 di lunedì. Mi trovo alla stazione di Isernia, in attesa dell’autobus che mi porterà a Napoli. Si è creata una piccola fila al botteghino per comprare i biglietti. Molti hanno la mia età, e riconosco anche un paio di persone. Ognuno di loro si trascina dietro almeno una valigia, qualcuno ha anche una borsa frigo. Arriva il mio autobus e quasi contemporaneamente appare da dietro l’angolo anche quello per Roma. Saliamo tutti in maniera composta e i pullman partono, uno dopo l’altro. Guardo fuori dal finestrino, la piazza si è svuotata quasi del tutto. (caterina marzano)
May 20, 2026
Napoli MONiTOR
La politica e l’etica della “vita giusta”. Il futuro è ora
ATTRAVERSO LE ASSEMBLEE POPOLARI, IL JORNAL DOS BAIRROS, LA RÁDIO VIDA JUSTA E LE MOBILITAZIONI CONTRO GLI SFRATTI, LA VIOLENZA POLIZIESCA, L’AUMENTO DEL COSTO DELLA VITA E LA CRIMINALIZZAZIONE DELLA POVERTÀ, IL MOVIMENTO VIDA JUSTA, NATO NEGLI ULTIMI ANNI IN ALCUNI QUARTIERI DI LISBONA, CERCA DI RICOSTRUIRE LEGAMI COMUNITARI. LA “RIVOLUZIONE DEI QUARTIERI” NON È SOLO UN MOVIMENTO DI PROTESTA MA UN TENTATIVO DI COSTRUIRE, QUI E ORA, FORME DI VITA FONDATE SULLA SOLIDARIETÀ, SULL’AUTO-ORGANIZZAZIONE E SULLA CAPACITÀ COLLETTIVA DI DECIDERE SULLE PROPRIE CONDIZIONI DI ESISTENZA La capacità di adattamento dimostrata dal capitalismo nel corso degli ultimi due secoli condurrebbe a considerare la celebre frase di Margaret Thatcher, “There’s no alternative”, come una profezia che si autoavvera. Da allora, ulteriori cambiamenti si sono succeduti, in risposta a insurrezioni di movimenti e crisi di varia natura e intensità. In nessuno di questi momenti si è giunti davvero a mettere in discussione la coesione e le fondamenta di un sistema globale che, per non lasciare dubbi, si autocolloca alla “fine della storia”. Quindi, come ha affermato disincantatamente Mark Fisher, è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo? Per chi è vivo oggi, sì, senza dubbio. La profezia di Thatcher e l’amara riflessione di Fisher rappresentano una verità difficilmente contestabile. L’orizzonte si fa ancora più nitido e cupo allo stesso tempo, nel momento in cui consideriamo alcuni degli elementi che segnano pesantemente lo scenario offerto dal capitalismo algoritmico. Si tratta dello sviluppo a tutto tondo di ciò che, nel corso del primo decennio di questo secolo, si è imposto come economia delle piattaforme. La centralità dello strumento algoritmico ha rivoluzionato le relazioni tra gli individui e con se stessi, ben al di là del contesto lavorativo. La tendenza all’individualizzazione, la perdita di senso delle forme collettive di lettura dei processi e di costruzione di risposte, il dominio dell’ideologia del successo a qualsiasi costo e della meritocrazia — dove il fallimento è indicato come colpa individuale —, la costante svalutazione delle relazioni corporee a favore di quelle digitali: è in corso una mutazione antropologica che raggiunge livelli profondi, inclusa la sfera dell’inconscio e dei sogni. La difficoltà a riconoscersi in un soggetto collettivo storicamente definito, su cui costruire una reale alternativa — soggetto che deve essere creato, non trovato da qualche parte, né cortocircuitato in una “moltitudine” sempre e già antagonista —, produce, come scrive Márcio Pochmann su Outras Palavras, frustrazione e risentimento. Questi, a loro volta, rafforzano il senso di individualità e solitudine, alimentando il circolo vizioso che ci sta logorando. Gli ultimi dieci anni sono stati segnati da un’accelerazione impressionante del processo di consolidamento di questo nuovo paradigma, al contempo economico, sociale, culturale, politico e antropologico. La sua velocità non ci ha lasciato tempo per riflettere su ciò che stava accadendo. Le tracce che lascia sono indelebili e già oggi chiaramente visibili. Senza dubbio, lo saranno ancora di più nei prossimi anni, soprattutto tra le generazioni più giovani, in tutte le dimensioni della vita quotidiana. Ciò non ci impedisce di pensare a un altro futuro, anche perché “pensare” significa immaginare e conoscere qualcosa di nuovo, di imprevedibile, in contrapposizione al semplice riconoscere ciò che già si conosce. In questo senso, conoscere il nuovo si traduce nel vivere il nuovo, ciò che ancora non è. “L’immaginazione, la finzione, il mito non sono fughe dal reale, ma modalità della sua intensificazione, articolazione e trasformazione”, scrive Vittorio Gallese in Il Sé digitale (2025). “Frequentare il futuro” — come suggeriva il medico Cardoso a Pereira, il giornalista anziano del celebre romanzo di Tabucchi Sostiene Pereira — diventa, quindi, condizione di possibilità per una resistenza creatrice. “La capacità di creare mondi possibili, di abitare l’alterità, di costruire strutture di senso condivise che eccedono ciò che già esiste” (Gallese, 2025) è ciò che dobbiamo recuperare, proprio perché rappresenta il campo in cui agisce l’estrattivismo sulla nostra specificità di esseri umani. Il futuro può cominciare a essere creato già ora. Può essere sperimentato nella quotidianità delle nostre vite, negli spazi che sottraiamo al dominio implacabile e onnivoro a cui siamo assoggettati. Lì è dove riusciamo a vivere, seppur temporaneamente e parzialmente, al di là dell’orizzonte tracciato per noi. Ogni lotta, ogni conquista, ogni blocco produce nuove relazioni, dove la capacità di immaginare si trasforma in potenza di costruire già da ora ciò che deve divenire un’alterità piena. E, in nome di questa, non siamo disponibili ad accettare nulla che possa essere diverso. Di fronte a un capitalismo algoritmico che sussume ogni spazio — fisico e temporale — della nostra esistenza nella catena di valorizzazione che lo alimenta e riproduce, la risposta può collocarsi soltanto al livello della vita nel suo insieme. È, di fatto, l’unica risposta possibile alle tecniche di potere che si esprimono nella biopolitica: al suo interno dobbiamo trovare il terreno dove produrre il conflitto. Nella misura in cui la vita collettiva diviene ambito di intervento di quelle tecniche, la rivendicazione di una “vita giusta” incarna la sua sovversione, ne proietta il rovescio. Ciò elimina i confini tra “produzione” e “riproduzione”, tra conflitti lavorativi e conflitti sociali. Amplia la gamma di iniziative fondate sulla “cura di sé” come condizione per la “cura degli altri”. Riposiziona l’etica politica — e non la morale — al centro della visione del mondo in cui vogliamo vivere. L’etica è la cartografia delle potenze che producono forme di vita orientate a una sanità sociale, politica, economica e culturale, riferita tanto alla comunità quanto a ciascuno dei suoi membri. In questo senso, etica, politica e giusto lavorano insieme. Nell’articolo che, nelle nostre intenzioni, rappresentava la prima parte delle riflessioni che qui seguono, abbiamo descritto le modalità di attuazione e il ruolo svolto dalla guerra in un contesto alimentato e gestito dal caos. Vale la pena ricordare la celebre affermazione di Foucault nel corso Bisogna difendere la società, al Collège de France: la politica è la guerra condotta con altri mezzi. Mai come oggi quella affermazione suona più che mai attuale. La centralità della guerra nello scenario politico globale, con tutti i dispositivi che la accompagnano, relega la politica “tradizionale” a un ruolo derivato. Basta leggere i 22 punti contenuti nel recente manifesto di Palantir, pubblicato da Alex Karp in The Technological Republic, per capire come la stessa società si trasformi in un campo di applicazione delle logiche della guerra permanente e totale. La “guerra” contro tutti coloro che appaiono come minaccia agli obiettivi definiti dal capitalismo algoritmico non prevede limiti né rimorsi. Ciò che si vuole eliminare è la stessa idea di società civile come spazio di azione politica legittimamente antagonista. Uno spazio in cui sia legittimo agire per sovvertire l’ordine dei principi che regolano le relazioni tossiche alle quali tutti siamo sottomessi. [Stefano Rota*] -------------------------------------------------------------------------------- L’esperienza di “Vida Justa” – Lisbona L’emergere del Movimento Vida Justa mostra che, anche all’interno di una società profondamente frammentata dal capitalismo algoritmico come Stefano Rota qui descrive, continuano a esistere possibilità concrete di ricomposizione collettiva. In questi tre anni di esistenza e lotta, Vida Justa porta la forza dell’azione e del pensiero dei quartieri popolari, che non vogliono più essere soltanto territori di gestione della povertà e della marginalizzazione, ma spazi di organizzazione politica e produzione di solidarietà. Attraverso le assemblee popolari, il Jornal dos Bairros, la Rádio Vida Justa e le mobilitazioni contro gli sfratti, la violenza poliziesca, l’aumento del costo della vita e la criminalizzazione della povertà, il movimento cerca di ricostruire legami comunitari distrutti dall’individualizzazione neoliberale e dallo sfruttamento capitalista. In questo senso, la “rivoluzione dei quartieri” assume una centralità particolare: non come mito insurrezionale astratto, ma come pratica concreta di creazione di potere popolare a partire dalla vita quotidiana, dai territori e dai bisogni reali delle persone. Il Movimento Vida Justa diventa esempio di ciò che chiamiamo una politica della “vita giusta”. La lotta non appare più confinata al luogo di lavoro tradizionale, ma si espande all’insieme dell’esistenza: abitazione, trasporti, violenza poliziesca, immigrazione, cura, alimentazione, dignità e diritto alla città. Organizzando soggetti spesso isolati e resi invisibili, il movimento rompe con la logica secondo cui ogni individuo deve sopravvivere da solo e assumersi piena responsabilità della propria precarietà. La “rivoluzione dei quartieri” rappresenta, così, un’esperienza anticipatoria di futuro: un tentativo di costruire, qui e ora, forme di vita fondate sulla solidarietà, sull’auto-organizzazione e sulla capacità collettiva di decidere sulle proprie condizioni di esistenza. Non si tratta soltanto di resistenza difensiva, ma della creazione pratica di un’altra idea di società, fondata sulla convinzione che la vita non può continuare a essere subordinata alle esigenze della valorizzazione permanente e della guerra sociale diffusa che struttura il capitalismo contemporaneo. Il Movimento Vida Justa è stato un laboratorio dei conflitti sociali e di un’azione politica partitica e di piazza. È nato nel contesto della crisi inflazionistica e abitativa che si è aggravata in Portogallo dopo la pandemia, soprattutto nelle periferie urbane dell’Area Metropolitana di Lisbona. L’idea ha cominciato a prendere forma nel 2022, a partire da incontri tra attivisti, abitanti di quartieri popolari, associazioni locali e militanti di vari movimenti sociali. Un momento importante è stato un laboratorio sulla comunicazione e l’attivismo svoltosi a Cova da Moura, dove è emersa la proposta di organizzare una mobilitazione “dei quartieri” contro l’aumento del costo della vita. Fin dall’inizio, il movimento ha cercato di rompere con la separazione tra gli spazi tradizionali della politica e i territori periferici normalmente esclusi dalla rappresentazione pubblica. La manifestazione del 25 febbraio 2023 a Lisbona ha segnato quella irruzione politica: migliaia di persone provenienti dai quartieri popolari hanno posto al centro del dibattito temi come abitazione, salari, prezzi dei beni essenziali, razzismo strutturale e trasporti pubblici. Il movimento è stato presente in tutte le manifestazioni di solidarietà con gli immigrati, nelle questioni lavorative e nelle date di celebrazione e lotta come il 25 Aprile e il 1° Maggio. Ha organizzato una grande marcia di solidarietà con Odair Moniz [ucciso dalla polizia a distanza ravvicinata nel 2024] e altre vittime del razzismo strutturale. Vida Justa si definisce come una piattaforma che “dà voce ai quartieri” e cerca di costruire potere popolare a partire dalle condizioni concrete della vita quotidiana. La sua particolarità sta precisamente nel fatto di articolare questioni tradizionalmente separate: abitazione, violenza poliziesca, immigrazione, lavoro precario, mobilità urbana, alimentazione, salute mentale e dignità sociale appaiono come dimensioni inseparabili di un’unica lotta per la vita. Il movimento si è organizzato territorialmente in nuclei locali: Margem Sul, Amadora, Sintra, Loures, Odivelas, Cascais, Lisbona. Più che un movimento rivendicativo classico, cerca di affermare ciò che chiama una “rivoluzione dei quartieri”: l’idea che i soggetti storicamente marginalizzati possano trasformarsi in produttori di organizzazione politica, solidarietà e capacità collettiva di decisione. [Marta Lança**] -------------------------------------------------------------------------------- * Stefano Rota è ricercatore indipendente. Gestisce il blog “Transglobal”. Le sue più recenti pubblicazioni collettive sono La fabbrica del soggetto. Ilva 1958-Amazon 2021 (Sensibili alle foglie, 2023), e in G. Ferraro (a cura di), Altraparola. La figura di sé (Efesto Edizioni, 2024). Collabora occasionalmente con riviste online italiane e lusofone. ** Marta Lança è libera professionista in vari linguaggi della cultura: programmazione, traduzione, giornalismo, ricerca, cinema. Collabora con pubblicazioni in Portogallo, Angola e Brasile. Dal 2010, cura la redazione del portale Buala. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La politica e l’etica della “vita giusta”. Il futuro è ora proviene da Comune-info.
May 19, 2026
Comune-info
Quale futuro per le città?
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 28 febbraio: protesta in Campidoglio in difesa degli ex Mercati Generali, a rischio di speculazione immobiliare e finanziaria. Foto S.G. -------------------------------------------------------------------------------- Su Roma c’è una narrazione distorta della realtà. Mascherata, da una parte, da un super attivismo dell’Amministrazione e, dall’altra, da una propaganda retorica (“Roma si trasforma”) che impedisce di vedere come questa città sia in larga parte alla mercé dell’invasione di fondi immobiliari speculativi, soprattutto esteri, che privilegiano i ceti più ricchi ed espellano quelli meno abbienti. Sarah Grainsforth, ricercatrice e giornalista free lance nota ai lettori di Comune, ha recentemente documentato l’attività di questi fondi in un articolo pubblicato sul Fatto quotidiano (11.05.2026), dimostrando come il già noto e vituperato “Modello Milano” venga esportato anche nella Capitale sotto l’insegna di studentati privati di lusso, sparpagliati in varie parti della città. È un’operazione che fa da apripista a nuove speculazioni, una volta che quelle aree diventeranno appetibili per nuove localizzazioni private, con la conseguente espulsione degli abitanti ivi residenti. Ma non è solo questo: numerosi interventi non sembrano avere molto a che fare con il benessere dei cittadini e la salvaguardia del bene pubblico. Fra questi si distinguono: la realizzazione (in fieri) di un porto croceristico a Fiumicino (comune diverso da Roma ma il cui progetto ha avuto il beneplacito del sindaco di Roma, qui un reportage fotografico, Quel pezzetto di mare non ha chiesto un porto crocieristico), l’inceneritore di Santa Palomba, il nuovo stadio della Roma a Pietralata, nuovi parcheggi lungo il Tevere, la concessione a fondi immobiliari stranieri degli ex Mercati Generali, il progetto di modifica (stravolgimento) dello stadio Flaminio (tutelato dalle Sovrintendenze), il lago Ex Snia a rischio di speculazione privata e, infine, gli effetti della cosiddetta compensazione urbanistica dovuta al vecchio piano regolatore, per citare solo quelli più eclatanti. Nel frattempo si stanno mettendo le mani sulle nuove Norme Tecniche che dovranno sostituire le vecchie del PRG e che, probabilmente, saranno redatte per favorire queste trasformazioni. E, come se non bastasse, sul fronte culturale appare quanto meno scandalosa la proposta di ampliare la Galleria Borghese con la motivazione (veramente assurda) che “a Villa Borghese si esporrebbero poche opere, entrerebbero troppi pochi visitatori, si staccherebbero troppi pochi biglietti e così con la logica di un supermercato bisogna aumentare, aumentare, aumentare” (T. Montanari, Lo scempio che piace anche a Gualtieri, Il Fatto quotidiano del 12.05.2026). A prevalere è il modello della valorizzazione o commercializzazione del patrimonio artistico, affidando a società private la redazione dei progetti (meglio se con la firma di qualche archistar) e tentando di convincere le Soprintendenze sulla bontà degli interventi mirati quasi esclusivamente a fare cassa. La sbandierata retorica sul consumo di suolo zero è costantemente ignorata dalle nuove costruzioni, anche in zona dell’agro, con colate di cemento che non sembrano arrestarsi. Così come risultano assenti vere opere di mitigazione o adattamento per la crisi climatica. Tuttavia a fronte di questi interventi che non miglioreranno certo la città pubblica, l’Amministrazione si vanta di aver avviato una trasformazione della città inaugurando nuove opere che ne dovrebbero migliorare la vecchia immagine ma che andranno quasi ad esclusivo beneficio della sua capacità di attrazione di ulteriori fondi immobiliari e dell’over turismo invasivo. Dopo l’attribuzione di poteri speciali per il Giubileo della Chiesa cattolica al Sindaco commissario, e del PNRR, ora è in ballo un’altra legge di riforma costituzionale in materia di Roma Capitale: è quella che conferirebbe all’Assemblea capitolina poteri legislativi di livello regionale su materie fondamentali come: urbanistica, trasporto locale, turismo, edilizia residenziale pubblica, ecc. Questa nuova legge sarebbe dettata dalla necessità di “restituire alla Capitale il ruolo che le spetta e dare i poteri che hanno le altre capitali europee”. La domanda che si pone è: per fare cosa? Non è una domanda retorica considerato che non esiste una visione urbana rispetto alla quale mancano le risorse o i poteri per realizzarla. Continua a imperversare il “pianificar facendo” in assenza di una chiara prospettiva di sviluppo della Capitale. Quale sviluppo? Quello delle metropoli globali dove aumentano le disuguaglianze e le povertà o quello inclusivo per dare casa a chi non ce l’ha, redistribuire le ricchezze, accoglienza dei migranti, contenimento del traffico, fermare l’ingresso di fondi immobiliari speculativi. In assenza di tali scelte conferire ulteriori poteri alla Capitale sarebbe accentuare i fenomeni in corso. L’amministrazione gode di una certa popolarità acquisita a forza di proclami retorici che enfatizzano gli interventi sparsi nella città e occultano la reale trasformazione operata dai privati e dai grandi interventi che hanno lo scopo di “migliorare” l’aspetto della città potenziando la sua capacità attrattiva. Inoltre l’Amministrazione ha operato la cooptazione di rappresentanze politiche un tempo avverse alla politica capitolina indebolendo l’opposizione e dando l’idea che intorno alle trasformazione ci sia una larga convergenza. A ben vedere quanto accade a Roma non è diverso da quanto è in atto nelle principali città italiane come Milano e Firenze dove recentemente gli interventi che dovrebbero dare nuovi lustri a queste città sono sotto l’attenzione della magistratura. Il “Modello Milano” con alcune varianti è diventato virale, copiato in vari modi da molte altre amministrazioni. In tutto questo l’urbanistica è diventata, in molti casi, l’ancella fedele del capitalismo estrattivo che opera nelle città; in altre, è semplicemente ignorata e superata da accordi di programma che baipassano ogni norma ancora in vigore. La sinistra, dopo essere stata affascinata dall’economia liberista, si mostra ora timida nei riguardi di una visione urbana che espelle i suoi abitanti poveri e prepara le basi per l’accoglienza dei ricchi. I centri di queste città sono diventati le sedi di agenzie straniere, di piattaforme immobiliari, di esibizione di ricchezza, di attrazione turistica, svuotandoli dei loro originari abitanti. È diventato persino impossibile in essi aprirsi un varco a piedi, tra i turisti e le molteplici attività a loro uso e consumo (dehors, negozi di scarso valore delle merci, eccetera). E tuttavia questo imponente processo di trasformazione avviene spesso proprio quando la sinistra è al governo di queste città. Quale futuro attende dunque le nostre città? Diventeranno le vetrine di una fiera globale gareggiando per la loro capacità attrattiva, come Dubai o Abu Dhabi, sedi di improbabili architetture globali sradicate da ogni contesto, città per facoltosi residenti i cui scarti saranno divisi tra gli abitanti sempre più impoveriti, città di moltitudine di schiavi governati da sistemi tecnologici? Sono paesaggi distopici per ora, ma già in alcune parti del mondo essi sono diventati realtà: oasi felici per evasori di tasse, sedi di banche che attirano monete da tutto il mondo, luoghi di divertimento per riccastri di ogni genere. Città libertarie sono l’ultima proposta di Peter Thiel padrone di Pay Pal e di Palantir (qui raccontiamo cos’è il sistema Palantir); città sottoposte a legislazioni eccezionalmente favorevoli alle imprese con poche tasse e assenza del sindacato. Tuttavia le recenti e imponenti manifestazioni per la Global Sumud Flottilia e quella del 25 Aprile di quest’anno a Roma, hanno dimostrato che forze antagoniste (movimenti, associazioni, gruppi giovanili, femminismo) sono sempre più attive nel contrastare questa privatizzazione delle città. La speranza è che queste forze, che al momento non hanno il potere di contare concretamente, possano diventare le protagoniste di una nuova politica. -------------------------------------------------------------------------------- Enzo Scandurra, urbanista, saggista e scrittore, scrive da sempre su Comune (qui oltre cento suoi articoli). Già ordinario di Urbanistica presso La Sapienza di Roma, è stato direttore del dipartimento di Architettura e Urbanistica. Tra i suoi libri più recenti La svolta ecologica. Ultima chance per il pianeta e per noi e Roma. O dell’insostenibile modernità, editi da DeriveApprodi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quale futuro per le città? proviene da Comune-info.
May 17, 2026
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La città possibile
PUBBLICHIAMO L’INTRODUZIONE DEL LIBRO FUTURI URBANI POSSIBILI, UN TESTO CHE NASCE DALL’ESPERIENZA DI RICERCA E DI LAVORO SUL CAMPO MATURATA NELLE PERIFERIE ROMANE DA LABSU – LABORATORIO DI STUDI URBANI «TERRITORI DELL’ABITARE» DEL DICEA DI SAPIENZA UNIVERSITÀ DI ROMA, E DEL GRUPPO DI RICERCA DELL’UNIVERSITÀ DI ROMA TRE, DOVE IL TEMA DELLA RIGENERAZIONE URBANA SI INTRECCIA CON QUELLO DELLA GIUSTIZIA SOCIALE, DELLA PARTECIPAZIONE E DELLE NUOVE FORME DELL’ABITARE. ATTRAVERSO UNO SGUARDO CRITICO VERSO I MODELLI DOMINANTI DI TRASFORMAZIONE DELLE CITTÀ, IL VOLUME PROPONE L’IDEA DI UNO SVILUPPO LOCALE INTEGRALE, CAPACE DI METTERE AL CENTRO RELAZIONI, COMUNITÀ E PROTAGONISMO SOCIALE. UN CONTRIBUTO AL DIBATTITO CONTEMPORANEO SULLE CITTÀ COME LUOGHI DI INNOVAZIONE POLITICA E DI COSTRUZIONE DI NUOVI FUTURI POSSIBILI Per molti anni mi sono occupato di periferie e di “rigenerazione dal basso”, studiando soprattutto la città di Roma e i suoi quartieri e sviluppando una critica serrata alla “rigenerazione urbana” per come se ne parla diffusamente e secondo il mainstream prevalente. Al di là dell’intento positivo, infatti, spesso si tratta in realtà di operazioni di valorizzazione immobiliare, se non di vera e propria speculazione edilizia. Nel migliore dei casi, il nodo problematico della “rigenerazione urbana” è che si limita a concentrarsi sugli aspetti fisici dei quartieri (o addirittura dei singoli edifici) su cui intervenire, in questo risultando di fatto niente di più della “riqualificazione urbana” che già conosciamo e che pure ha avuto esperienze positive. Già questa, nei casi migliori, prospettava e prometteva un approccio integrato di più ampio respiro, che però, almeno in Italia, non c’è stato, se non raramente. Si tratta, quindi, di una cosiddetta “rigenerazione urbana” auspicata ma che, però, proprio per questi motivi, manca i suoi stessi obiettivi e viene meno alle aspettative che crea. Più recentemente mi sono dedicato, invece, a sviluppare sperimentazioni di sviluppo locale integrale (che ritengo una prospettiva più ampia e complessa della “rigenerazione urbana” mainstream) in alcuni quartieri, per poter verificare che effettivamente alcuni percorsi qualificati – nonostante tutto – siano possibili. Si tratta di percorsi spesso faticosi, pluriennali, che richiedono molte energie da impegnare sul campo, secondo un approccio relazionale a cui siamo molto legati e che non dà certo risultati immediati, ma sicuramente più profondi. L’obiettivo è appunto verificare la praticabilità di alcuni percorsi per poter affermare alla fine che: “si può fare!”. E poterlo riproporre alle politiche pubbliche. In questi ultimi anni, quindi, con un gruppo di giovani ricercatori molto impegnati e molto interessanti, coordinati nell’ambito del LabSU – Laboratorio di Studi Urbani “Territori dell’abitare” del DICEA (Dipartimento di Ingegneria Civile Edile e Ambientale), Sapienza Università di Roma, abbiamo sviluppato alcuni percorsi sperimentali nei quartieri della periferia romana, valutando e interrogandoci sui diversi problemi emergenti. In questa prospettiva di lavoro non siamo soli. In particolare, a Roma bisogna segnalare il lavoro fondamentale del gruppo di ricerca dell’Università di Roma Tre, coordinato da Francesco Careri, cui abbiamo chiesto di contribuire a questo testo con le importanti esperienze che stanno conducendo. Ma anche in giro per l’Italia sono tanti i contesti in cui si lavora in questa direzione (e vi torneremo nel corso del libro), così come nel resto d’Europa. Non mancano le esperienze, né il dibattito, sebbene le situazioni possano essere molto problematiche. Il libro, quindi, mantenendo il carattere agile e di più ampia diffusione, e senza diventare tanto tecnico e specialistico, accanto alla critica al modello tradizionale di “rigenerazione urbana” (su cui si è già scritto tanto, ma su cui vale la pena ritornare, anche se rapidamente), vuole essere soprattutto la restituzione delle prospettive e dei percorsi praticabili qualora le politiche pubbliche volessero imboccare con decisione questa strada, discutendo le diverse problematiche emergenti (che non sono poche). Da cui il titolo di “Futuri urbani possibili”. Indubbiamente un ruolo rilevante è svolto dal protagonismo sociale che sempre più sta diventando un motore (se non “il motore”) delle città, soprattutto in termini di mutualismo e di innovazione sia sociale che della cultura politica. L’approccio proposto nel libro parte da qui. Se, quindi, la rigenerazione urbana è diventato un tema particolarmente rilevante negli ultimi anni sia nella ricerca scientifica sia nelle politiche e nel dibattito pubblico, diventando un tema di moda, spesso uno slogan, in generale un termine ambiguo, noi vorremmo raccontare un’altra storia. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La città possibile proviene da Comune-info.
May 8, 2026
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