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Torino, da città dell’auto a polo del nuovo caccia da guerra
Da indotto dell’automobile a cittadella della guerra. Dopo decenni di desertificazione industriale, Torino spera nel rilancio giocando ogni carta sulla produzione di guerra. Grandissime aree su cui sorgevano stabilimenti industriali sono state abbandonate per decenni e la crisi della Fiat ha determinato la rapida decadenza dell’indotto e dei servizi collegati al complesso metalmeccanico, un’autentica desertificazione industriale con la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro. La fabbrica fordista ha lasciato spazio per pochi anni alla fabbrica Toyota. Pochi lustri prima della decadenza industriale, per ogni tre posti di lavoro perduti il complesso militare ne offre a dire tanto uno. La riconversione dell’industria a fini militari sarà forse conveniente per la finanza e la speculazione, ma a fini occupazionali e industriali presenta risultati a dir poco deludenti. È di pochi giorni fa la nascita del primo sito internazionale del Global Combat Air Programme (GCAP) con la produzione del caccia di nuova generazione, doppione di altri aerei da guerra, che nasce dalla collaborazione di tre Paesi, Italia, Giappone e Regno Unito, riuniti nella joint venture Edgewing, a sua volta partecipata, con pari divisione delle quote azionarie, da Leonardo, BAE Systems, e Japan Aircraft Industrial Enhancement Co. Ltd. (JAIEC). Leggiamo testualmente dalla dichiarazione di un alto dirigente di Leonardo che «Il GCAP è uno dei programmi più sfidanti e all’avanguardia dell’intero settore dell’aerospazio, difesa e sicurezza, in grado di preservare sovranità tecnologica per le generazioni future. Il GCAP guiderà lo sviluppo tecnologico e la crescita a lungo termine delle economie dei Paesi coinvolti, creando posti di lavoro altamente qualificati e sostenendo gli ecosistemi produttivi lungo l’intera filiera. Attraverso il GCAP, stiamo garantendo un futuro più sicuro e prospero per l’Italia, così come per i nostri alleati, Giappone e Regno Unito» (clicca qui per le informazioni). Quando parliamo di riconversione dell’industria civile a fini militari intendiamo molti dei processi trasformativi delle imprese, il riutilizzo di aree dismesse destinate a nuove imprese, join venture appositamente costruite per fare impulso alla produzione di guerra e allo sviluppo di tecnologie duali. E Torino non è scelta a caso, ha una importante università, laboratori e centri di ricerca all’avanguardia, un sistema rodato che mette insieme strutture pubbliche e private, è il territorio adatto allo sviluppo della produzione di guerra, a sistemi di arma come l’aereo di ultima generazione che mette insieme il digitale con la IA, la meccanica con la ricerca, la robotica con l’informatica, l’elettronica con il mondo cyber. La realizzazione di questo nuovo caccia sarà propedeutica per lo sviluppo di nuove cittadelle della guerra, per il salto di qualità tecnologico a lungo ricercato, il progetto di un nuovo caccia presenta poi risorse tali da mettere insieme le principali aziende di armi italiane con il loro indotto, le filiere al completo, i centri di ricerca e le start up, piccole e medie aziende. Non sarà impresa facile mettere d’accordo le aziende dei vari Paesi coinvolti, ma da quanto sappiamo hanno già creato un’organizzazione nella quale incanalare i contributi delle industrie nazionali. Siamo davanti alla realizzazione degli intenti comunitari ossia una industria europea capace di superare gli egoismi nazionali. Ad oggi siamo già nella fase operativa a tre anni dall’avvio del progetto la cui realizzazione è prevista nel 2035 con il sistema aereo di nuova generazione. La scelta di Torino, come dicevamo sopra, non è casuale, è una città industriale sui cui territorio operano centri di ricerca, aziende aeronautiche all’avanguardia. Quanto ai numeri di Leonardo, scordiamoci che possa nascere una nuova Fiat, ad oggi abbiamo poco più di 5.000 addetti alle sue dipendenze che diventano in tutta la Regione circa 14mila se consideriamo l’intero sistema che ruota attorno al bacino militare, spesso con maestranze impegnate in produzioni duali. Numeri deludenti che poi corrispondono a qualche reparto della vecchia Fiat. Chi pensava che la produzione di guerra facesse da volano alla occupazione presto dovrà ricredersi. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il lato invisibile della crisi abitativa
I bisogni e i servizi di base stanno tornando protagonisti delle strade d’Europa con le proteste spagnole e francesi delle ultime settimane, e la crisi abitativa che pervade da tempo le città è ora al centro delle conversazioni politiche. Speculazione, privatizzazione, gentrificazione, concentrazione di asset, turistificazione e molte altre complesse parole in -azione dominano il dibattito della sinistra; tutte analisi lucide e precise, alle quali però manca sempre un pezzo: ciò che città non è. I profondi problemi abitativi delle nostre città sono reali, ma la città non è un sistema chiuso. Mentre si rivendica giustamente il diritto alla casa e ci si batte per ripensare le città in modo equo e sostenibile, dobbiamo sforzarci di ripensare, con esse, anche il resto dello spazio. Chi come me vive con un piede nello spazio intellettuale radicale urbano della sinistra, e con l’altro in un paese di 300 abitanti immerso nella narrazione paternalistica e sviluppista delle aree interne, vede in questi giorni una schizofrenia mediatica che passa da titoli come «La casa non è un lusso per pochi» a «Ma è proprio necessario salvare i piccoli paesi di montagna?».   Le lotte urbane non possono continuare a ignorare i problemi più profondi della concentrazione di persone e risorse nelle città contemporanee, e la depredazione e lo svuotamento del non-urbano che ciò inevitabilmente comporta. L’estremizzarsi delle contraddizioni tra il capitale e la riproduzione sociale che vediamo in questa tiratissima fase di neoliberismo stanco, non deve distrarci dai modelli di fondo che hanno reso, molto recentemente nella storia umana, la città il luogo di accentramento di persone, risorse, potere, cultura e deliberazione politica. La corsa al progresso, al profitto e alla crescita che porta alla speculazione urbana a cui stiamo assistendo è la stessa che si è automaticamente tradotta nella corsa unidirezionale verso le città in primo luogo, nell’inflazionata narrazione prometeica dell’emancipazione dalla terra che ancora stigmatizza campagne e terre alte come residui del passato.  LEGGI ANCHE… CASA MARICARMEN E LA GENERAZIONE INQUILINA Simone Guglielmelli Ma lo svuotamento delle campagne, dei paesi e delle montagne non è un processo naturale e inevitabile: è il risultato delle direzioni economiche e politiche che hanno soggiogato questi luoghi per lo «sviluppo» e la crescita delle metropoli, e dei pochi che effettivamente traggono beneficio da quest’economia. La dissonanza cognitiva generata dall’impossibilità quasi completa di trovare affitti gestibili nelle principali città studentesche e/o turistiche italiane, mentre in regioni come il Molise letteralmente metà delle abitazioni sono vuote, sembra non raggiungere le analisi e le proposte politiche contemporanee. Da un lato, sfratti, stanze triple al prezzo di appartamenti interi, studentati privati di lusso e Airbnb; dall’altro case vuote, intere frazioni disabitate, abitazioni usate solo in estate, o cascine abbandonate del tutto perché indivise tra 7 eredi di cui ¾ vivono all’estero da due generazioni.  In un contesto di crisi demografica generalizzata, se le città si riempiono qualcosa si svuota. E mentre è pur vero che la crisi abitativa non è data dalla scarsità di alloggi, il fatto che tutto ciò che riusciamo a immaginare sia come migliorare l’abitabilità delle città, la vivibilità delle città, la viabilità delle città, il verde nelle città e via discorrendo, e mai come migliorare tutto il resto – notoriamente svuotato non solo di persone ma anche e soprattutto di servizi pubblici e presidio territoriale – lascia intuire non solo l’esistenza di luoghi e persone di serie A e di serie B, ma anche e soprattutto di una visione di futuro unidirezionale predefinita: una in cui deliberare sulla dimensione appropriata degli agglomerati urbani è fuori discussione; una in cui viviamo tutti impacchettati in densissime città-buco nero; una in cui il resto del mondo si fa hinterland per servirle; una in cui lo spopolamento del 70% della superficie nazionale è ormai preso come force mageure irreversibile.  In tutto questo, tendiamo a dimenticarci che ci sono milioni di persone che in città ci sono arrivate, e spesso non per loro scelta. Se è giusto garantire il diritto ad abitare in città, perché non riusciamo a concepire un diritto complementare a restare nei paesi, ad arrivarci, a ritornarci? Perché quest’ultima, nonostante i milioni di ragazzi e ragazze che hanno lasciato i loro luoghi, guarda caso soprattutto al Sud, resta una lotta di nicchia, di «restanza» romantica e individualizzata, e non di mobilitazione di massa? Nonostante le strade delle città, a guardar bene, sono piene soprattutto proprio di questi «nuovi» abitanti, trasferitisi in città da altrove? Contestare l’unidirezionalità rurale-urbana dei discorsi su lotte sociali e ambientali non è una velleità da nostalgici e abbracciatori di alberi, né mira a indebolire le lotte urbane. Disfare il dualismo città-campagna era già prerogativa indispensabile del Manifesto del partito comunista. Se la separazione delle persone dai loro mezzi di sussistenza è stata individuata già da Marx come indispensabile per innescare e portare avanti il processo di accumulazione capitalista, la città va compresa come il prodotto naturale di questa separazione, e l’espandersi ed esacerbarsi della condizione urbana a livello planetario è l’espressione geografica ultima dell’espandersi del capitalismo. Non a caso intellettuali ecosocialisti contemporanei come Max Ajl, Kai Heron o Jasper Bernes hanno sottolineato l’importanza di riportare questa dimensione nel dibattito socialista contemporaneo. La crisi abitativa e l’intasamento urbano tornati sotto i riflettori in questi giorni ne sono la prova: il modello di sviluppo che stiamo implicitamente sottoscrivendo, non funziona.  LEGGI ANCHE… CASA I PADRONI DI CASA NOSTRA Redazione Jacobin Italia Contestare lo svuotamento delle zone rurali e delle aree interne significa mettere in discussione tutto il modello economico: la subordinazione del soddisfacimento dei bisogni alle logiche di mercato e la costante pressione sull’agricoltura e sull’ambiente che ne consegue; la concentrazione dell’educazione secondaria e universitaria in pochi poli urbani, e la separazione socio-culturale tra lavoro manuale e intellettuale che continua ad aumentare, con il primo più stigmatizzato che mai, più delegato che mai, più carente che mai, e il secondo più simile a bullshit jobs che mai; il produttivismo da burnout e l’ossessione per l’imprenditorialità, il lavoro svenduto per il profitto di pochissimi, e la monetizzazione di tutti i bisogni, anche quelli sociali; lo scollamento quasi completo delle persone dagli ecosistemi che le ospitano, e dal prendersene cura, se non per l’occasionale passeggiata voyeristica domenicale.  Questo momentum di lotta per il diritto alla casa dev’essere sì motore per ripensare le città in toto, ma anche e soprattutto per ripensare l’abitare, il vivere, il lavorare, il fare comunità su tutto il resto del territorio. «Salvare» i paesi di montagna e rurali e ridisegnare le megalopoli sono facce della stessa medaglia, e così andrebbero trattate, senza fermarsi superficialmente all’ultimo anello rotto di una catena arrugginita. Lo sfratto di persone vulnerabili nelle città è solo un’espressione acuta di processi cronici lenti e stabili che dobbiamo riportare sul piano della bilancia.  La crisi abitativa non si risolverà con un cerotto che ne tampona gli ultimi sintomi acuti: può essere arginata solo se contestiamo l’urbanizzazione selvaggia e ripensiamo radicalmente il modo in cui viviamo sui territori e in cui concepiamo l’economia, la società e l’idea stessa di una buona vita. Ed è tempo di presidiare con la stessa energia trasformativa che anima le proteste cittadine gli spazi di trasformazione sociale e reimmaginazione del futuro delle aree interne, dei paesi e delle campagne, per iniziare a dissolvere, almeno nella lotta, l’annosa e sempre più profonda frattura città-campagna, che diventa sempre più politicamente rilevante. *Donatella Gasparro è dottoranda in Scienze Politiche e Sociologia presso la Scuola Normale Superiore e ricercatrice affiliata presso l’Università Autonoma di Barcellona, nel progetto Real – A Post-Growth Deal. Ricerca, insegna e divulga ecologia politica, studi agrari critici ed economie post-crescita. È co-fondatrice del Collettivo Numega e membro del comitato scientifico della Londa School of Economics. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Il lato invisibile della crisi abitativa proviene da Jacobin Italia.
October 8, 2026
Jacobin Italia
Le nostre città, terreno di caccia per speculatori
LA GRANDE PROTESTA SPAGNOLA CHE OGGI PIANGE MARIACARMEN E LA VICENDA DI SPIN TIME PARLANO PRIMA DI TUTTO DEL BISOGNO DI UNA NUOVA CULTURA POLITICA, CAPACE DI PARTIRE DALLA VITA DI OGNI GIORNO E DAL DIRITTO ALL’ABITARE. AL TEMPO STESSO RIMANDANO A UN PROBLEMA ENORME: IL MODELLO DI SVILUPPO CHE PERVADE LE NOSTRE CITTÀ E CHE RENDE OVUNQUE LE AMMINISTRAZIONI LOCALI SUCCUBI DEI GIGANTI IMMOBILIARI. NON SI TRATTA SOLTANTO DI ESSERE PIÙ FORTI NELLE NEGOZIAZIONI CON GLI SPECULATORI IMMOBILIARI, SCRIVE CARLO CELLAMARE RICORDANDO IL PERCORSO DEL SOCIAL FORUM DELL’ABITARE, MA DI PENSARE ALLE ALTERNATIVE, A COME UNA CITTÀ E I SUOI ABITANTI POSSONO ADESSO VIVERE SENZA VENDERSI Roma, 19 settembre, manifestazione promossa da Spin time. Foto di Riccardi Troisi -------------------------------------------------------------------------------- Le mobilitazioni spagnole, la vicenda di Spin Time e le tante altre che hanno attraversato le città italiane, l’esplodere della crisi abitativa in tutta Europa (e non solo) che pure ha spinto la Commissione e il parlamento europei ad impegnarsi, vedremo se bene o male, hanno riportato con forza l’attenzione su questo problema. Problema in realtà ben noto da tempo, che affligge molti strati della popolazione ed è causa di grande disagio sociale. È l’effetto della mercificazione non solo della casa, ma dell’abitare come fatto sociale complesso. E va oltre la funzione sociale della proprietà (come sostenuto nella nostra Costituzione), riguarda la condizione sociale stessa dell’abitare e quindi la coesione della nostra società. I numeri del disagio sono stati più volte indicati. Le politiche abitative in Italia, assenti per tantissimi anni, si sono riaffacciate recentemente con tre proposte di legge delle opposizioni che non riescono ad andare avanti e un «Piano casa» nazionale del governo totalmente inadeguato, se non pericoloso. Ci si interroga su come reagire a questa situazione. Da più di tre anni, in Italia, è attivo su questi temi il Social forum dell’abitare, un coordinamento di realtà impegnate sulla questione della casa e del diritto alla città, in un’interpretazione dell’abitare che è molto di più della casa. È una rete che vede coinvolti movimenti di lotta per la casa, realtà associative di livello nazionale (Arci, Forum Dd, Acli…), il mondo del Terzo Settore (Cnca…), alcuni sindacati (Cgil, Unione inquilini) e tante realtà che vengono dai territori italiani, dalle grandi città e dalle aree metropolitane ad alta tensione abitativa (Ocio da Venezia, ma anche da Napoli, Milano, Bologna, Roma, Torino dove ha sostenuto la campagna Vuoti a rendere) così come centri medi o più piccoli e da aree interne. Si tratta di un’alleanza trasversale che ha fatto tre grandi assemblee (Bologna, Napoli e Roma) e molti incontri sui territori (Genova, Torino, Firenze, Venezia…) discutendo le politiche abitative esistenti e promuovendo alternative, nel campo degli affitti brevi e della turistificazione, dell’edilizia residenziale pubblica e dell’housing sociale, della rigenerazione urbana come valorizzazione immobiliare e del peso dei fondi immobiliare sul mercato della casa, intersecando anche il dibattito a livello europeo sulle proposte che emergono dalla Commissione. È un percorso che costruisce rete e rafforza le capacità di opposizione. Non è ancora abbastanza e la prospettiva di una manifestazione nazionale è in discussione, così come emerso nell’assemblea pubblica a Spin Time a settembre e più recentemente nell’assemblea No Kings a Napoli. Le energie sociali impegnate sono tante, ma devono trovare il modo di far valere la propria forza. Indubbiamente è in gioco la democrazia. La manifestazione nazionale a Roma di settembre è stato un primo passaggio importante, oltre al sostegno alla lotta di Spin Time, ha posto il problema del peso dei fondi immobiliari sulle politiche urbane. La crisi abitativa, infatti, rimanda a un problema più ampio e più profondo, e contemporaneamente, molto più difficile, il modello di sviluppo che pervade le nostre città. La crisi abitativa e la mercificazione dell’abitare, con tutto quello che comporta e con tutte le disuguaglianze sociali che produce, è un effetto collaterale della mercificazione della città. L’apertura senza controllo e regolazione adeguata, anzi il creare le condizioni più vantaggiose per l’arrivo degli investimenti immobiliari così come il peso sempre crescente dei fondi e degli operatori finanziari in questi settori fanno sì che le politiche urbane ne siano per lo più succubi, determinando gli effetti collaterali sulle condizioni abitative che ben conosciamo: crescita dei prezzi sia nel mercato degli affitti, che in quello degli acquisti; espulsione e allontanamento della popolazione che non riesce a sostenere il costo della casa in rapporto ai redditi disponibili; gli studentati come grande affare; il passaggio agli affitti brevi. Spesso le politiche abitative pubbliche sono un grande cerotto rispetto ai danni della rendita immobiliare e del modello di sviluppo. Cercano di rimediare alle punte del disagio sociale. Si pone quindi un interrogativo profondo per i partiti di centrosinistra e, in particolare, per quelle forze impegnate nei governi delle città, soprattutto quelle che si avviano alle elezioni. Anche con le buone intenzioni di impegnarsi sul serio sulle politiche abitative, senza sganciarsi da un modello di sviluppo urbano che le produce si lascia aperto il problema. È un problema internazionale, di non facile soluzione in un’epoca di liberismo avanzato e dove le forze del mercato sono molto più grandi delle amministrazioni locali. Ma è un interrogativo ineludibile. E non si tratta soltanto di essere più forti nelle negoziazioni con gli operatori immobiliari, ma di pensare alle alternative, a come una città e i suoi abitanti possono vivere e produrre reddito senza doversi vendere o vendere propri pezzi. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche sul manifesto -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FILIPPO CELATA: > Le case ci sono, è l’abitare che manca -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Le nostre città, terreno di caccia per speculatori proviene da Comune-info.
October 8, 2026
Comune-info
Bandiere rosse a Trieste. La città e l’eredità delle guerre balcaniche
(disegno di otarebill) A Trieste, piazza Garibaldi è un posto particolare. A prima vista sembra un grande spartitraffico alberato di forma triangolare tra diverse vie. Guardando meglio ci si accorge che è anche un centrale punto d’incontro per chi vive tra i popolosi quartieri San Giacomo e Barriera vecchia, con alcuni bar a fare da punto di riferimento. La piazza cambia tanto durante il giorno: la mattina presto si incontrano persone che lavorano nel settore edile, mentre iniziano le loro attività i banchi di robivecchi o di frutta e verdura; di pomeriggio e di sera le persone sono diverse, con una certa prevalenza di persone provenienti dall’ex Jugoslavia. Spesso ai tavolini dei bar sono seduti solo uomini. Negli ultimi anni la zona è stata sempre più associata a un luogo pericoloso nelle cronache dei giornali locali e nel giugno 2025 è stata inserita in una delle tre zone rosse previste dalla prefettura di Trieste. La presenza delle forze di polizia o dei carabinieri è da allora costante durante tutto il giorno. Domenica 20 settembre verso le 19 la piazza è molto animata. Oltre ai soliti avventori dei bar, intorno alla fontana centrale si sono raccolte diverse decine di persone con delle bandiere rosse. Il traffico nelle vie circostanti è rallentato, ci sono delle macchine che si sono fermate intorno al presidio con gli stessi drappi rossi o con delle altre bandiere con la figura di un uomo che vengono sistemate sui cofani. Sulle bandiere c’è il l’aquila a due teste simbolo dell’UÇK (Ushtria Çlirimtare e Kosovës), la forza di liberazione del Kosovo attiva negli anni Novanta e soprattutto nel 1998-99 durante il conflitto con quello che rimaneva della Jugoslavia. L’uomo sui drappi è Hashim Thaçi, dal 2016 al 2020 presidente del Kosovo dopo aver ricoperto anche altri incarichi di primo piano, condannato a venticinque anni di carcere lo scorso 16 settembre dalle corti speciali per il Kosovo, un tribunale kosovaro con sede all’Aja, per reati gravi come la detenzione come crimine di guerra, trattamento crudele come crimine di guerra, tortura e omicidio come crimine di guerra. Con lui sono stati condannati anche Kadri Veseli (diciotto anni), Rexhep Selimi (tredici anni) e Jakup Krasniqi (venticinque anni), tutti con un ruolo di primo piano nella gestione dell’UÇK negli anni Novanta. I giudici, di diverse nazionalità, li hanno invece assolti dalle accuse di crimini contro l’umanità che l’accusa aveva mosso nei loro confronti. Nei confronti della sentenza si può ora ricorrere in appello. Nel frattempo sono arrivate altre persone e il presidio si è ingrossato. Qualcuno ha un cartello con la scritta Heronj të luftës, eroe di guerra. Altri hanno invece con loro la scritta Liria Ka Emër, cioè la libertà ha un nome: è il nome di una piattaforma nata nel 2020, proprio in corrispondenza delle dimissioni di Thaçi da presidente del Kosovo e del suo trasferimento a L’Aja per affrontare il processo. A un certo punto alcune persone iniziano a muoversi a piedi e in breve dalla piazza parte una fila di persone che prima cammina sul marciapiede e poi, all’altezza di largo della Barriera vecchia, irrompe nella strada e blocca il traffico, dirigendosi verso il centro della città. La polizia sembra sorpresa, non riesce ad arginare la folla che cammina veloce; la testa lascia addirittura indietro una parte dei manifestanti, tra cui alcuni bambini. Gli slogan sono in albanese, non sembra che ci sia l’interesse a farsi capire da chi assiste ai bordi delle strade o dagli autobus bloccati dalla manifestazione. La folla scandisce quasi di continuo il nome dell’UÇK, mentre le macchine con le bandiere rosse continuano a girare nelle strade vicine dando costanti colpi di clacson. I manifestanti passano per la nevralgica piazza Goldoni e poi si dirigono su via Mazzini che da lì porta verso il mare. Non lontano c’è la chiesa serbo-ortodossa, costruita alla fine dell’Ottocento, e viene da pensare che vogliano andare lì. Invece il corteo svolta nella direzione opposta e arriva poco dopo nella centralissima piazza Unità, sede della prefettura, della presidenza della regione e del comune di Trieste. Nei giorni successivi il giornale locale, Il Piccolo, tratta il tema come una questione di ordine pubblico, visto che a quanto viene riportato il raduno e poi il corteo sono stati del tutto spontanei e quindi non comunicati alla questura. Si dice che la folla considera le persone condannate degli eroi, sorvolando su quanto peso possa aver avuto la sentenza in un paese dallo status internazionale incerto come il Kosovo, la cui indipendenza è stata riconosciuta solo da alcuni paesi senza che nemmeno l’Unione europea abbia una linea comune in merito (per esempio, né la Grecia né la Spagna hanno riconosciuto l’indipendenza). Inoltre, le tensioni con la Serbia non sono mai venute meno e negli ultimi mesi si è aggiunta una marcata instabilità politica. Basta passare poche ore a Priština per rendersi conto che l’UÇK è considerata parte della memoria da difendere del paese. Nelle strade della città si trovano spesso targhe di commemorazione e in centro si possono trovare anche grandi cartelli sull’UÇK. È quindi facile immaginare che il processo dell’Aja sia visto come un’accusa alla legittimità dello Stato kosovaro. Nella capitale kosovara il 18 settembre si è tenuta una grande manifestazione in sostegno di Thaçi, Veseli, Selimi e Krasniqi. Al di là della questione internazionale e giudiziaria, viene da riflettere sul ruolo di Trieste in questa vicenda. La città può considerarsi multietnica al più tardi dall’apertura del porto franco nel XVIII secolo. La decisione dell’imperatore d’Austria attirò persone diverse, dando vita a una città in cui la lingua greca, il tedesco, il triestino e diverse lingue slave convivevano, almeno fino alle fine della prima guerra mondiale. In seguito, nonostante la fine dell’Impero austro-ungarico, la perdita per Trieste del ruolo di uno dei due porti nevralgici imperiali e la collocazione all’interno dello Stato italiano (a eccezione del periodo finale della seconda guerra mondiale fino al 1954) questo carattere è almeno in parte rimasto. Alcune cose sono cambiate. Comunità storiche, come quella luterana di lingua tedesca e quella greca, sono numericamente molto meno consistenti rispetto al passato. Trieste, però, nella seconda metà del Novecento ha sviluppato un legame con la Jugoslavia e più in generale con l’Europa orientale e con le sue vicende. Basti pensare che per anni i mercati e i negozi di Ponterosso, intorno al Canal grande, attraevano clienti dall’est che compravano beni di consumo, come i jeans, incrementando un settore economico non secondario per la città. Questo si vede anche nei dati sulla presenza di persone con altre nazionalità in città. Stando ai dati demografici del 30 giugno 2026 forniti dal comune di Trieste i serbi presenti in città sarebbero 3.407 e i kosovari 2.065 su 26.678 persone straniere censite. Si tratta rispettivamente della prima e della terza comunità più presenti in città, frutto soprattutto dell’immigrazione degli ultimi decenni, e non è da escludere che le cifre siano sottostimate. Gli albanesi censiti, vicinissimi ai kosovari per diversi aspetti culturali e linguistici, sono invece 719. Rimane l’impressione che la città faccia ancora fatica a confrontarsi con l’eredità delle guerre degli anni Novanta nei Balcani che l’hanno comunque coinvolta, anche se a distanza, e continui a pensarsi più come un’isola che come un territorio che alla storia jugoslava e balcanica è legato. Trieste continua a dare l’idea di una città a più facce in cui ogni comunità ha i suoi luoghi di riferimento e i suoi canali di espressione culturale, siano il teatro e le scuole di lingua slovena, i doposcuola, la moschea, un’associazione culturale o anche i posti di lavoro, come sembra avvenire almeno in parte nel settore edile. Le diverse comunità possono vivere vicine nello spazio, ma raramente si trovano insieme e questo può portare a illudersi che i conflitti siano ormai sopiti o poco rilevanti. Dopo la manifestazione del 20 settembre, che ha sorpreso la città e che altrettanto rapidamente la città sembra voler superare, viene spontaneo chiedersi se per Trieste non sia il caso di pensare a dei luoghi e a delle opportunità stabili di incontro tra le comunità, almeno con l’obiettivo di avere più consapevolezza della storia di chi ci vive accanto. (alessandro stoppoloni)
October 6, 2026
Napoli MONiTOR
Le case ci sono, è l’abitare che manca
L’EUROPA APRE ALLA POSSIBILITÀ DI LIMITARE AFFITTI BREVI E ALTRI USI NON RESIDENZIALI NELLE CITTÀ SOTTO PRESSIONE ABITATIVA. MA IL PUNTO NON È SOLTANTO INTRODURRE NUOVI VINCOLI: È INTERROGARSI SULLE POLITICHE CHE, MENTRE DICHIARANO DI VOLER RENDERE LA CASA PIÙ ACCESSIBILE, CONTINUANO A INCENTIVARE ALBERGHI, STUDENTATI PRIVATI, SECONDE CASE E INVESTIMENTI IMMOBILIARI. IL CASO DI ROMA MOSTRA UNA CONTRADDIZIONE SEMPRE PIÙ EVIDENTE Roma. Foto di Claudio Hirschberger su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il 9 settembre il commissario europeo Dan Jørgensen che, per la prima volta nella storia, ha una specifica delega sulle politiche abitative, ha presentato una bozza di regolamento. L’Affordable Housing Act invita paesi membri ed enti locali a introdurre limitazioni agli affitti brevi e ad altri utilizzi non abitativi degli immobili nelle città e nei quartieri “sotto stress abitativo”. A Roma sotto stress – applicando i parametri previsti – risulta approssimativamente un’ampia area che va dalla Bufalotta al Torrino, da Cinecittà a Val Cannuta, e che include il 60% di tutte le abitazioni. Qualcuno ha salutato l’intervento con favore e non senza un qualche stupore: finalmente si fa sul serio. Altri l’hanno criticato per essere timido, non sufficientemente impositivo o addirittura per vincolare l’introduzione delle limitazioni a verifiche e condizioni di vario tipo, piuttosto che facilitarle. Iniziamo con il dire che, a mio avviso, l’Act non avrà di per sé effetti diretti né in un verso né nell’altro. E allora cosa ne facciamo? Il regolamento sarà fra un paio di anni direttamente applicabile. Non necessita di una ratifica da parte dei paesi membri. In qualche modo li scavalca per rivolgersi direttamente alle amministrazioni locali, le quali hanno fatto pressioni per un intervento di questo di questo tipo. Ma alle quali il regolamento offre soltanto un ‘framework’. L’unico effetto concreto è rendere le limitazioni che eventualmente si introdurranno coerenti con le norme europee in materia di concorrenza e libero mercato. Non è poco, ma neanche tutto. La vera questione, tuttavia, è politica. Il primo uso che dovremmo farne è, io credo, svelare alcune palesi contraddizioni. A diversi livelli. A cominciare dall’Unione Europea, che meno di un anno fa ha lanciato il suo Affordable Housing Plan su presupposti del tutto opposti. L’assunzione è che se le case costano troppo è perché non ce ne sono abbastanza. Bisogna quindi costruirne di più. A farlo devono essere i privati. I quali devono essere incentivati e facilitati. Bisogna quindi accelerare le costruzioni, il rilascio dei permessi e ridurre vincoli e regole che – dice lo stesso piano – “hanno lo scopo di promuovere la nostra sicurezza e qualità della vita, perseguire obiettivi economici e sociali, e proteggere l’ambiente e il patrimonio culturale”, ma che evidentemente a costruttori e investitori danno fastidio. Stando magari attenti a che almeno alcune di queste nuove costruzioni siano a prezzi calmierati – la cosiddetta “edilizia residenziale sociale” – e coerenti con altri obiettivi, in primo luogo ambientali. Privilegiare quindi non le nuove urbanizzazioni ma la ‘densificazione’ dei tessuti esistenti, a “consumo di suolo zero”, la “rigenerazione urbana” e il recupero dell’esistente, anche attraverso partnership pubblico-privato. Partnership e vincoli di destinazione a edilizia sociale in Italia in realtà non hanno mai funzionato, e anche su questo Roma capitale – come altri – sta attualmente lavorando. Nei casi peggiori il ‘pubblico’ tende ad abdicare al mercato e ad accontentarsi delle briciole. A Roma poi l’espansione urbana ha proceduto implacabile nonostante la popolazione abbia smesso di crescere da diversi decenni, anche per via dei famigerati “diritti edificatori” ovvero facoltà di costruire concesse ai privati per volumi e superfici enormi, perfino difficili da quantificare, che l’ultimo Piano regolatore del sindaco Veltroni ha confermato e che ereditiamo addirittura dal precedente Piano del 1962. A Roma, quindi, il concetto di “consumo di suolo zero” viene declinato “al netto dei diritti edificatori”: una sorta di contraddizione in termini con la quale non abbiamo mai fatto fino in fondo i conti. Le nuove urbanizzazioni non si sono quindi mai fermate, ma hanno rallentato negli ultimi anni. E non certo perché siamo diventati ambientalisti. Non rendono abbastanza. Appetiti e capitali, come altrove, si rivolgono a zone più centrali con progetti residenziali ad alto rendimento o – ancora meglio – non residenziali: alberghi, studentati privati, ecc. I quali piuttosto che “rigenerare” città e quartieri generano impatti preoccupanti su costo della casa, vivibilità ed espulsione degli abitanti. Anche perché il pubblico non è solo debole ma spesso complice. In nome dello “sviluppo” (immobiliare) e della “valorizzazione” (immobiliare), confonde gli incrementi di rendita e di valore concessi a privati e investitori per obiettivi di interesse pubblico, in una sorta di mondo al contrario nel quale la crisi abitativa rischia di essere null’altro che un’ulteriore formidabile occasione di business. Non è un caso che la città in Italia nella quale si è costruito di più – Milano – sia anche quella dove i valori immobiliari sono cresciuti di più. Il secondo fondamentale dato di contesto è che l’Italia tra i tutti i paesi ad alto reddito è quello con il maggior numero di case per abitante. Per ogni famiglia ce ne sono quasi una e mezzo. Rispetto alla media degli altri paesi si tratta almeno di un 25% in più: più di sei milioni di case. Ed è vero soltanto in parte che di case ce ne siano troppe dove non servono – aree interne, comuni in spopolamento – e troppo poche dove servono – i centri più grandi e attrattivi. Nelle città metropolitane le abitazioni non occupate da residenti sono tra il 10 e il 15% dell’intero stock abitativo. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il focus su questo fenomeno è come detto l’elemento più interessante dell’Act, ma anche il più contraddittorio. Da un lato infatti l’UE ci dice che il problema è il cosiddetto ‘under-supply’, la mancanza di case, ma d’altro lato individua a mio avviso più correttamente un problema di ‘mis-allocation’. Non è che manchino in generale le case. Non ce ne sono abbastanza in locazione ai residenti, e a prezzi accessibili, proprio quando si amplia sia in quantità che dal punto di vista sociale la platea di coloro che si rivolgono al mercato degli affitti. Dal che si dovrebbe dedurre l’opposto: da un lato, quello che manca è la casa pubblica, popolare, o al limite sociale, e su questo sono quasi tutti d’accordo. D’altro lato, il mercato va regolato. Non il contrario. O è regolato male. Distorto a favore di chi la casa ce l’ha, chi ne ha più di una, chi le costruisce e chi ci investe. Ed è giusto chiedere esclusivamente più risorse pubbliche per case popolari cercando disperatamente di curare a valle, a spese dei contribuenti, una drammatica crisi abitativa, quando d’altro lato si rinuncia a usare gli strumenti disponibili per cercare di regolare a monte il mercato? Su questo lo stesso Affordable Housing Act è molto chiaro: gli strumenti esistono già. Un’opzione è appunto limitare la sottrazione di immobili agli usi abitativi. Di quanti e quali immobili parliamo? A Roma, ad esempio, ci sono circa 150/160mila abitazioni non occupate da residenti. Nel dibattito pubblico vengono spesso definite “case vuote”, ma è un clamoroso equivoco statistico perché molte non lo sono affatto. Circa 40.000 sono locazioni turistiche brevi, Airbnb e dintorni. Il tema è ben noto e l’Affordable Housing Act invita in primo luogo a limitare gli affitti brevi, come hanno fatto quasi tutte le città europee e hanno iniziato a fare alcune città italiane. Inclusa Roma, dove nelle prossime settimane dovrebbe prendere forma un regolamento restrittivo che si preannuncia ampio e coraggioso. L’aspetto più interessante e innovativo dell’Act è tuttavia l’invito ad andare oltre. Sui giornali si è parlato di “seconde case”, che sono sicuramente parte del problema. E non è un caso che tutti i paesi con il più alto rapporto tra abitazioni e nuclei familiari siano sudeuropei, iper-turistificati e molto attrattivi per affitti brevi e seconde case. Tra i danni di questo “modello di sviluppo” trainato dall’immobiliare e dalla turistificazione dobbiamo mettere nel conto anche questo: il costo non solo sociale ma ambientale, territoriale e paesaggistico di un’edilizia mastodontica, sproporzionata, destinata a usi non residenziali, intermittenti, stagionali, inefficienti; una delle principali cause di un consumo di suolo che procede incessante nonostante la popolazione decresca. Ma è comunque solo una parte della storia. Si parla infatti molto poco di altri usi non residenziali che negli ultimi anni stanno crescendo perfino di più degli usi turistici. Ad esempio gli affitti a medio termine, mensili, di fatto preclusi ai residenti, e che qui come altrove sono in pieno boom. A Roma possiamo stimare che riguardino circa 25.000 abitazioni, in parte nelle stesse zone dove c’è anche moltissimo affitto breve, e in parte (se non di più) in zone limitrofe, da Ostiense al Pigneto (si veda la mappa). Tali affitti a medio termine si suddividono in parti più o meno uguali tra locazioni cosiddette ad uso transitorio e agevolate per studenti. Studenti, quindi, vittime e carnefici della crisi abitativa? In parte. Il problema è che l’abitare studentesco è il segmento dove cresce di più non soltanto l’offerta ma anche i canoni di locazione. Dal che – a proposito di ‘under-supply’ – il paradosso di un’offerta che non è mai stata così ampia, a fronte di difficoltà abitative crescenti denunciate dagli studenti. A meno che non siano ricchi di famiglia: in quel caso l’offerta a loro disposizione è enorme.   Il colmo dell’assurdo è che le locazioni a medio termine sono nelle grandi città agevolate e incentivate: i proprietari pagano il 10% di cedolare secca, meno della metà. Dovrebbero per questo applicare obbligatoriamente canoni concordati, inferiori ai valori di mercato, negoziati periodicamente da rappresentanti dei proprietari e degli inquilini. Come è possibile quindi che a medio termine si trovino appartamenti in affitto a più di 10.000 euro al mese? Siamo sicuri, anche qui, che il problema sia soltanto l’under-supply di studentati pubblici? O non si tratta anche qui di un mastodontico fallimento regolativo? Sottraendo quindi alle abitazioni non occupate quelle destinate al breve o al medio termine, rimangono a Roma circa 80/90mila case. Anche queste tuttavia non sono tutte effettivamente ‘vuote’. Molte sono utilizzare come studi professionali e simili. Il loro numero è ignoto, in quanto molti di questi immobili sono comunque classificati come residenziali, e non come “uffici e studi privati” – altro problema regolativo sul quale sarebbe urgente intervenire. Mancano quasi del tutto perfino stime approssimative, sebbene il tema sia noto in quelle zone dove sono fortemente concentrati, e che qualcuno definisce in “over-office” (devo questa definizione al Comitato Rione Ludovisi). Le prospettive per una regolamentazione sono in questi casi più complicate. Perché né il medio termine né le destinazioni a uffici possono essere genericamente limitati senza mettere in difficoltà i non residenti a più basso reddito o chi lavora in questi immobili pagando spesso affitti esorbitanti. Per il medio termine sarebbe almeno auspicabile far funzionare le regolamentazioni esistenti e lo strumento del canone concordato. Per gli uffici, oltre a quanto detto, si potrebbe promuovere l’utilizzo di locali commerciali vuoti, come altrove si sta sperimentando. E in generale assecondare la minore richiesta di spazi conseguente all’aumento del lavoro da remoto per promuoverne un uso abitativo e impedire al contrario la conversione a ulteriori usi non abitativi, ad esempio di tipo turistico, come Roma Capitale ha inteso recentemente fare nell’ambito della modifica delle norme tecniche del Piano regolatore. Il resto sono effettivamente case vuote, sfitte, dormienti. Al netto dell’uso sporadico come seconde case, perché così tanti proprietari rinunciano a mettere a reddito i propri immobili? I motivi sono diversi e diverse sono quindi le possibili soluzioni. Anche su questo non sono disponibili dati: il gruppo di ricerca Just Housing dell’Università la Sapienza, di cui faccio parte, sta per questo avviando in collaborazione con Roma Capitale un’indagine. Può trattarsi di proprietà indivise fra eredi che non si mettono d’accordo. O di proprietari troppo ‘poveri’ per potersi permettere di ristrutturarle. Oppure troppo ‘ricchi’ per essere interessati a metterle a reddito. O che hanno paura di incorrere in inquilini morosi. O per i quali la gestione di una locazione è comunque troppo gravosa. È enormemente diffusa l’idea che il problema specifico se non l’intera crisi abitativa possa essere risolta liberalizzando e velocizzando gli sfratti, come ha fatto recentemente il governo Meloni. Una soluzione di questo tipo non è tuttavia solo moralmente e giuridicamente inaccettabile. È inefficace: facilitare gli sfratti non può che favorire ulteriormente l’espulsione degli abitanti a più basso reddito e la conversione degli immobili a usi non abitativi. Una prima alternativa può essere fornire garanzie ai proprietari in caso di morosità in sede di stipulazione dei contratti di locazione (e non a mero ristoro, come è il caso del fondo per la morosità incolpevole). Una seconda possibilità è sostituirsi ai proprietari nella gestione della locazione. Qualche città ci sta provando, attraverso le Agenzie Sociali per l’Abitare, come quella inaugurata recentemente a Roma. Tali Agenzie tuttavia fanno comunque fatica a trovare ‘clienti’, ovvero proprietari e immobili da reimmettere nel mercato a canone concordato. In molti casi il fenomeno delle case vuote rimanda a fenomeni speculativi. Il ‘mattone’ come destinazione privilegiata di investimenti è un altro problema comune a paesi come l’Italia dove immobiliare e rendita sottraggono enormi risorse a investimenti propriamente ‘produttivi’ e ben più qualificanti. D’altro lato, anche qui, le tasse sulla proprietà distinguono tra prima, seconda casa, ecc., ma non dell’uso che se ne fa e della sua “funzione sociale”, come pure imporrebbe l’articolo 42 della costituzione. A livello locale si segnala la proposta “vuoti a rendere”, promossa ‘dal basso’ a Torino e approdata anche in consiglio comunale, sebbene depurata dei suoi contenuti più potenzialmente efficaci. Disincentivare per via fiscale il non utilizzo degli immobili (IMU e TARI) è stato infatti considerato infattibile, mentre l’ipotesi – nei casi estremi – di requisire gli immobili vuoti per metterli in locazione, e versare i relativi proventi ai proprietari, è stata giudicata blasfema. Il che è indicativo di quanto ampio e radicato sia il fronte di chi difende a spada tratta il mero “diritto di proprietà”, e difficile anche solo prefigurare l’utilizzo di strumenti regolativi e limitativi. Gli strumenti come detto esistono già, sebbene vengano utilizzati spesso per altri scopi, agiscano in modi contraddittori o semplicemente non funzionino. Si tratta di strumenti fiscali che in larga parte – al netto delle addizionali – esulano dalle competenze di città ed enti locali, ma soprattutto di strumenti urbanistici sui quali queste hanno invece competenze enormi. Se non fosse che l’urbanistica ha smesso da tempo di svolgere la funzione per la quale è stata inventata – frenare e ordinare lo sviluppo urbano – e si proponga piuttosto di promuoverlo a tutti i costi. E a questo livello che, a mio avviso, l’Act europeo svela le più palesi contraddizioni. Poniamo il caso di una città, come Roma, dove viene favorita l’apertura di nuovi alberghi, preferibilmente di lusso. Poniamo il caso che questo ‘lusso’ venga sempre meno fruito in immobili specificatamente costruiti in zone più o meno periferiche, ma invada sempre di più i tessuti centrali, anche grazie a cambi di destinazioni d’uso e alla recente abrogazione delle norme urbanistiche che imponevano un limite alla dimensione degli alberghi nella città storica. O pensiamo alle analoghe liberalizzazioni che riguardano l’apertura di ulteriori locali commerciali in centro. Parliamo inoltre di studentati privati, o meglio di residence per giovani ricchi che possono perfino avere un uso turistico e ai quali sono stati destinati generosi sussidi pubblici a fondo perduto nell’ambito del PNRR: solo a Roma ne sono previsti venticinque. O ai quali vengono concessi a condizioni di favore terreni e immobili pubblici, o comunque permessi per costruire, cambi di destinazione d’uso, premi di cubatura, in cambio di quote di stanze a “prezzi calmierati” il cui costo è superiore ai prezzi di mercato, con il rischio che il resto del mercato si adegui innalzando ulteriormente i canoni. Leggiamo i comunicati o gli atti con i quali questi e altri progetti vengono giudicati di fondamentale “interesse pubblico”. Non si tratta proprio di quegli “utilizzi non residenziali” che l’Affordable Housing Act ci invita piuttosto a limitare, contingentare, disincentivare? Nulla di ciò che l’Act prefigura è sufficiente a risolvere la crisi abitativa. Può essere tuttavia utile per porsi delle domande, che non sono né polemiche né retoriche. Anche per evitare che con una mano faticosamente si cerchi di limitare mentre con l’altra ben più efficacemente si alimenti il problema. Perché lo stesso Comune, come detto, sta cercando di limitare gli affitti brevi, intende contrastare il fenomeno degli immobili vuoti, sta comprando a proprie spese centinaia di alloggi per destinarli a case popolari, e giudica “senza cuore” i fondi immobiliari che gli impediscono di acquistare l’edificio di Spin Time per dare una casa alle famiglie che ne sono state subdolamente sgomberate. Il mercato evidentemente va da tutt’altra parte. E non è che la questione possa essere ignorata. Ma magari evitare di affidare a questi stessi fondi interi pezzi di città, invitarli e attrarli attivamente, scrivere insieme a loro strategie e politiche di trasformazione urbana? Sono compatibili a pochi metri di distanza un progetto come Porto Fluviale, che darà una casa alle famiglie ex-occupanti, e il 25esimo progetto per uno studentato/residence/albergo di lusso con più di 2.000 posti letto agli ex mercati generali? Quale sarà l’effetto netto per un quartiere già iper-gentrificato come Ostiense? Siamo sicuri che il problema sia soltanto la mancanza di risorse pubbliche? Che l’unica alternativa alla speculazione sia l’abbandono di questi pezzi di città al non utilizzo e all’incuria? Un banco di prova potrebbe essere proprio Spin Time. La proprietà rifiuta infatti la vendita dell’edificio al comune a prezzi di mercato perché intende farci molti più soldi convertendolo in albergo di lusso. Un’opzione è allora sedare questo come altri appetiti simili vincolando la destinazione dell’immobile al suo uso attuale: dare una casa a chi non ce l’ha e servizi a tutto il quartiere. O davvero si pensa di affidare la soluzione dei nostri problemi al buon cuore dei soggetti che li alimentano? -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI NURIA ALABAO: > Un 15M per la casa? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Le case ci sono, è l’abitare che manca proviene da Comune-info.
September 30, 2026
Comune-info
Coppa America, marketing e propaganda. Chi passa all’incasso dopo le pre-regate
(disegno di diego miedo) In psicologia si chiama “elaborazione euristica” l’utilizzo di regole generali per prendere decisioni e sviluppare giudizi rapidi. Le euristiche funzionano come automatismi: si basano su esperienze e conoscenze sedimentate, che adattiamo alle nuove realtà in cui ci imbattiamo. Sono meccanismi studiati e sfruttati nel marketing, per esempio attraverso l’euristica dell’autorità, per la quale tendiamo a fidarci acriticamente dei giudizi espressi da esperti o personaggi autorevoli (un sindaco o un genitore), o quella della rappresentatività, per cui valutiamo qualcosa associandola a una categoria o a uno stereotipo (“una cosa bella è necessariamente di qualità”). Elaborazioni euristiche e persuasione indiretta sono due tra le principali strategie che la propaganda legata all’America’s Cup di vela sta utilizzando per rafforzare la vendibilità (oltre che la credibilità) dell’evento. Una vendibilità che è certamente aumentata dopo il fine settimana di pre-regate appena trascorso, in cui l’intero lungomare napoletano è stato trasformato in villaggio per spettatori e curiosi, che hanno ammirato per giorni le barche a vela rincorrersi nel golfo. Viene però da chiedersi chi ha venduto cosa, e a chi, con questa imponente operazione. Sicuramente l’organizzazione della competizione ha capitalizzato l’evento; si tratta d’altronde di una macchina mangiasoldi che sposta centinaia di milioni per ogni edizione, tra contributi pubblici, sponsorizzazioni private e diritti televisivi. Della bellezza del golfo partenopeo e del contributo di migliaia di comparse non retribuite, hanno beneficiato gratuitamente i miliardari dell’America’s Cup Partnership, e quindi Emirates Team New Zealand, Luna Rossa Prada-Pirelli, Athena Racing-GB1, Alinghi Red Bull Racing, K-Challenge-Orient Express. Nella settimana di eventi decine di cameramen si sono aggirati nel villaggio riprendendo lo spettacolo, e poi ore di riprese via drone sono state accumulate, i fotografi hanno lavorato sodo, senza contare il materiale prodotto dagli smartphone dei visitatori e ceduto, sempre gratuitamente, alle grandi piattaforme social e quindi alla pubblicità. L’altro grande affare, però, è stato fatto dall’amministrazione comunale, e in particolare dal sindaco Manfredi, il quale ha ripetuto ossessivamente nelle interviste che tutto ha funzionato per il meglio, che la città si è fatta trovare pronta, che i dispositivi di sicurezza sono stati efficaci. In realtà, se è vero che non ci sono stati episodi eclatanti, le disfunzioni ci sono state: nella stazione della metro Toledo si è registrato il caos per la rottura delle scale mobili; una piccola voragine si è aperta sulla riviera di Chiaia nella giornata di venerdì bloccando il traffico per ore; gli interventi sul “decoro urbano” sono stati raffazzonati e superficiali (vedi le panchine dipinte solo sul lato davanti e lasciate piene di ruggine sul di dietro); sul fronte sicurezza, poi, alcune barche sono riuscite a fine regata a eludere il blocco della Guardia costiera, avvicinandosi a quelle in gara. A chi non era in quei luoghi tutto questo non è stato raccontato, ma non è questo il punto. L’offensiva mediatica ha ricordato per certi versi ciò che accadde per la sfilata scudetto sul lungomare del 2025, quando una meravigliosa giornata di sole, la partecipazione popolare, l’entusiasmo e la passione dei tifosi furono sfruttati per rilanciare ulteriormente l’immagine della città, a beneficio del mercato turistico, che ha necessità di essere continuamente sollecitato, ma anche del mercato finanziario, per il quale l’affidabilità conta quanto e più della bellezza (dalla Apple a Msc, fino al gruppo londinese Rocco, buona parte del cui capitale proviene dal fondo saudita PIF, che dalla prossima estate gestirà un albergo extra lusso dentro lo storico palazzo Sirignano). Il cosiddetto “ritorno d’immagine” giova, in piena campagna elettorale, anche al sindaco, che si accontenterà probabilmente di una rielezione a primo cittadino una volta tramontate le possibilità di diventare il leader-outsider del Campo largo per le prossime elezioni politiche. E non è un caso che a occuparsi di immagine – dandogli una curiosa delega “all’America’s Cup” – Manfredi abbia nominato un suo fedelissimo, il più quotato in termini di comunicazione politica: Carlo Puca, dallo scorso maggio assessore “alla partecipazione attiva e all’immagine della città”. Puca è un giornalista napoletano, assunto negli anni Novanta alla Rai per aver ripreso con una telecamera nascosta un combattimento clandestino tra pitbull. È stato autore televisivo, ha scritto per Panorama e il Riformista, e nel 2012 si “finse camorrista” per un reportage opinabile che ebbe una grossa eco. È stato stretto collaboratore di Antonio Polito durante la sua esperienza di senatore, ed è attualmente coordinatore regionale di Progetto Civico, un piccolo partito di centro (fondato da Alessandro Onorato, assessore al turismo a Roma), che si candida a essere l’ala moderata proprio del Campo largo. «Questo è uno – mi ha raccontato qualche mese fa un noto giornalista napoletano – che chiama in redazione senza farti problemi, e mette becco su cosa può uscire e cosa no». Puca è diventato un fedelissimo del sindaco per le sue capacità di comunicatore, ma anche per il suo peso nel circuito mediatico locale (una polemica nel sottobosco dei giornalisti napoletani si scatenò qualche anno fa, quando l’attuale assessore, allora consulente per Manfredi, si fece invitare in Rai da Caterina Balivo per parlare bene dell’amministrazione, qualificandosi come giornalista ma senza dire per chi lavorava). Il fatto che Puca faccia lo spin doctor del sindaco pagato con i nostri soldi, non è però neppure la cosa più grave. Più preoccupante è la sua gestione del “grande evento” Coppa America, che ha comportato il calare di un sistematico silenzio su tutte le voci contrarie, in particolare sulle proteste provenienti dall’area ovest della città, di chi sollevava il tema della cementificazione del litorale, del disastro ambientale, dei dragaggi approssimativi e pericolosi, degli sforamenti dei valori di soglia delle polveri sottili, dell’emergenza abitativa legati ai lavori connessi allo svolgimento della competizione. La manifestazione che sabato si è svolta a Bagnoli, proprio mentre le barche sfilavano sul lungomare, sembra però aver aperto una contraddizione. Mentre la stampa locale liquidava in poche righe la presenza di più di mille persone in corteo per il quartiere, così come faceva il Tg3 regionale, proprio l’edizione nazionale del telegiornale di Rai 3, e alcuni articoli di testate come Il Fatto Quotidiano, parlavano più approfonditamente delle proteste, dando adeguato spazio alla voce degli oppositori all’evento. Il sistema di propaganda architettato dalla coppia Puca-Manfredi, che fino a qualche giorno prima sembrava blindato, ha mostrato insomma qualche crepa, lasciando trasparire la possibilità che la mobilitazione bagnolese, in corso da oltre un anno, possa tornare ad avere visibilità. È indispensabile per chi protesta riflettere sul fatto che i fronti della presenza in piazza e dell’apparto comunicativo si autoalimentano (d’altronde senza l’eco che avevano avuto lo scorso inverno i blocchi dei camion, non si sarebbe riusciti a portare in corteo a febbraio più di tremila persone). La battaglia contro lo scempio della Coppa America non è conclusa: c’è da fermare i lavori criminali in atto, c’è da tutelare la salute, il mare e l’aria, c’è da pretendere l’applicazione dei piani urbanistici che prevedono spiaggia e bosco e non il porto che quest’amministrazione, foraggiata dal governo Meloni, sta costruendo sulla colmata. Bisogna aguzzare l’ingegno e gettare il cuore oltre l’ostacolo: direbbe qualcuno che siamo in un posto per cui vale ancora la pena lottare. (riccardo rosa)
September 30, 2026
Napoli MONiTOR
Riprendersi la città, un campo alla volta
UN CAMPO DA CALCIO PUÒ ESSERE MOLTO PIÙ DI UN CAMPO DA CALCIO. PUÒ DIVENTARE UN LUOGO IN CUI UNA COMUNITÀ SI RICONOSCE, IN CUI RAGAZZE E RAGAZZI IMPARANO A STARE INSIEME, IN CUI LO SPAZIO PUBBLICO TORNA A ESSERE DAVVERO PUBBLICO. IL TORNEO DELLE STRADE ORGANIZZATO A ROMA IN QUESTI GIORNI , NASCE ANCHE DA QUESTA CONVINZIONE: CHE RECUPERARE UN GIARDINO, UNA PIAZZA, UN PEZZO DI CITTÀ SIGNIFICHI RICOSTRUIRE RELAZIONI, EDUCAZIONE, PARTECIPAZIONE. E CHE LO SPORT, QUANDO TORNA IN MEZZO ALLE PERSONE, POSSA DIVENTARE UNO STRUMENTO POTENTE PER IMMAGINARE CITTÀ PIÙ APERTE, INCLUSIVE E VIVE La sesta edizione del torneo delle strade è iniziata lo scorso sabato nel parco di Carlo Felice. Proprio su quel pezzetto di terra dove sei anni fa abbiamo immaginato potesse avere senso proporlo a questo territorio. Pezzetto di terra poi diventato anche famoso visto che dopo la rimozione di un bellissimo paio di porte da parte dell’amministrazione, in molti ci avevano contattato inviperiti, increduli di fronte al fatto che un’operazione così apprezzata potesse essere stata ostacolata e oggi, a mesi di distanza, una soluzione ancora non si intravede. Anzi, diciamo che, avendo rifiutato la sovrintendenza la nostra richiesta di rimetterle, chissà quando e se mai lì potranno veramente tornare.   Comunque si va avanti e l’iniziativa di carattere sportivo-culturale che Esquilino FC organizza nel rione e in particolare nei giardini di Piazza Vittorio e in quelli di Carlo Felice è iniziata. Alle partite, aperte, inclusive, rivolte a tutti e tutte, con l’unica accortezza di dividere per fasce d’età i partecipanti, organizzate nel tentativo di dimostrarci che si può giocare a calcio senza eccessi, divertendosi, senza scadere nella competizione più sfrenata, abbiamo da sempre provato ad accompagnare una offerta culturale, ricca, variegata, convinti del fatto che un buon atleta, sia tale solo se è anche un buon cittadino, un cittadino riflessivo, onesto, capace di scegliere tra comportamenti tossici e comportamenti virtuosi. E questo si può fare solo se le agenzie educative, come una scuola calcio, nel nostro caso, presenti in un territorio, accompagnano la scuola in questo difficile percorso di formazione della coscienza civica dei ragazzi in cui essa non può essere lasciata sola perché, semplicemente, da sola non ce la fa. Quest’anno per esempio proprio a fronte di un clima sociale che sul fronte della relazione con gli stranieri, con gli immigrati, con chi è venuto in Italia da un altro paese, si è fatto irrespirabile come forse non era mai stato, neanche in quegli anni di acuti rigurgiti razzisti, nei lontani Novanta, con episodi di manichini neri appesi negli stadi, aggressioni neo-naziste nelle città, si è reso necessario tornare a insistere sull’importanza di valori e ideali che alcuni di noi forse superficialmente consideravano acquisiti. Se invece nel dibattito pubblico, non in una ristretta cerchia di esaltati, pazzi infervorati, si è cominciato veramente a parlare di “remigrazione”, dobbiamo allora intensificare gli sforzi. Non solo, ma anche per questo, ospiteremo all’interno delle nostre giornate di approfondimento Alaa Faraj: un giovane ragazzo quando coltivava il sogno di venire a fare il calciatore in Italia e lasciare la sua Libia oltre dieci anni fa. Come racconta nel suo bellissimo libro autobiografico purtroppo le cose non sono andate come sperava e finito in una situazione più grande di lui, accusato ingiustamente di essere uno scafista e un trafficante di esseri umani, ha dovuto scontare 10 anni di prigione prima che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella decidesse di concedergli la grazia perché almeno l’incubo finisse. Alaa Faraj non sarà mai un calciatore, quel sogno gli è stato strappato via dalla violenza di una giustizia ingiusta che lo ha condannato per un reato che non aveva commesso, ma almeno Alaa, grazie a questa misura straordinaria, ha riacquistato la libertà. Si è sposato e ora può provare nel nostro paese a rifarsi una vita magari allenando, magari scrivendo di calcio, o magari no. Lo incontreremo nel posto dove crediamo avesse più senso incontrarlo: su un campo da calcio per condividere con lui una nostra seduta di allenamento. Sarà una seduta aperta, chiunque volesse unirsi, è benvenuto, è benvenuta, che giochi al calcio, che ami il calcio, oppure no, ma semplicemente ami l’amore, la vita, i sorrisi che il calcio se interpretato correttamente può restituire. Sarà un pomeriggio diverso e siamo sicuri bello, unico. Chi ha voglia di approfondire la storia di Alaa può ricorrere al web, si trovano molte informazioni, tra cui il bellissimo podcast Timbuctù di Marino Sinibaldi , in cui attraverso la lettura delle pagine del libro, si viene a conoscenza di una vicenda assurda, si matura la consapevolezza che sia probabile ce ne siano moltissime di cui non sapremo mai nulla. Il torneo delle strade proseguirà poi lungo tutto il mese di ottobre. Saranno nostri ospiti Christian Raimo con il suo spettacolo su Maradona , ma anche Luca Pisapia con il suo bellissimo libro sul calcio e il potere che dietro al calcio lo corrompe e ne sfrutta la passione. Abbiamo poi un piccolo sogno, cinematografico, di cui vi parleremo più avanti. Se riuscissimo a realizzarlo sarebbe veramente bello. Un mese di partite, un mese di incontri, un mese di lotta e di tanta caparbia insistenza nel dire che le nostre città devono cambiare e che ci dobbiamo riprendere gli spazi che ci sono stati tolti. Che lo sport, ma non solo quello va riportato dove deve stare, in mezzo alla gente. L'articolo Riprendersi la città, un campo alla volta proviene da Comune-info.
September 28, 2026
Comune-info
Roma si è trasformata. Lettera al sindaco Gualtieri
“QUESTA CITTÀ SI È TRASFORMATA IN UNA MERCE, DA PUBBLICIZZARE SUL GRANDE MERCATO INTERNAZIONALE. SI POTEVA FARE DIVERSAMENTE? SÌ… ABBIAMO OTTENUTO FORSE UNA CITTÀ PIÙ BELLA? NON SAPREI, CERTAMENTE PIÙ INGIUSTA…”. ENZO SCANDURRA, URBANISTA E GIÀ DIRETTORE DEL DIPARTIMENTO DI ARCHITETTURA E URBANISTICA DELLA SAPIENZA, SCRIVE AL SINDACO DI ROMA Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Egr Sig. Sindaco Gualtieri, quando la eleggemmo, noi perennemente di sinistra e altrettanto perennemente delusi dopo ogni elezione, pensavamo che Lei avrebbe finalmente realizzato un progetto di città che è sempre mancato: progetti e opere per ridurre le disuguaglianze, altre opere di accoglienza per le persone povere, molte case per chi non ce l’ha e mai potrebbe acquistarne una, porre fine al consumo di suolo, molti trasporti pubblici, cinema, piazze (non asfaltate) per l’incontro e la socializzazione e la felicità pubblica, centri di cura, e poi soprattutto alberi, alberi, ecc, ecc. Insomma una città moderna vuol dire tutte queste cose e altre ancora. Lei obietterà che per fare tutte queste cose ci vogliono i soldi e che Lei stesso, a differenza dei suoi predecessori, ha realizzato molte cose. Mai si sono visti tanti cantieri aperti in città, mai sono stati tagliati tanti nastrini per inaugurarne dei nuovi, mai si sono svolte tante celebrazioni. Insomma quel suo motto stampigliato sui cartelloni pubblicitari in tutta la città: Roma si trasforma, non era solo uno slogan, lei lo ha veramente realizzato, e gliene diamo atto. Ma, vede, in questa straordinaria (e scomposta, dico io) trasformazione c’è qualcosa che non va. Noi pensavamo che (la città) si trasformasse a favore dei cittadini e non dei fondi immobiliari o degli immobiliaristi. Lei ha trasformato la città in una luccicante vetrina che ha peggiorato la vita di molti cittadini, dei più disagiati, con vantaggio di quelli più ricchi. Molti dei primi hanno abbandonato le loro residenze per trasferirsi nelle periferie lontane (leggi anche Chi può abitare il centro di Roma?), per fare posto a sedi di agenzie, banche, negozi di dubbio gusto, supermercati, parcheggi interrati, insomma in un suk modernista sia pure riservato ai più ricchi, il tutto col denaro pubblico, ma soprattutto con quello dei fondi immobiliari che lei ha definito senza cuore (un cuore i fondi immobiliari, Signor Sindaco, lo hanno mai avuto? Suvvia…). Lei obietterà che per realizzare questi fasti c’è voluto molto denaro ed è quindi naturale ricorrere a quello dei privati. Niente da dire su questo, se non fosse che poi, alla fine, questa città si è trasformata in una merce, da pubblicizzare sul grande mercato internazionale. Si poteva fare diversamente? Sì, si poteva fare, bastava imporre ai privati il rispetto del bene pubblico, bastava limitarne lo strapotere, bastava fare un compromesso nel quale il bene comune dei cittadini prevalesse sull’interesse privato e non lasciare mano libera ai loro insaziabili appetiti (Spin Time docet). Abbiamo ottenuto forse una città più bella? Non saprei, certamente più ingiusta. Quanto alla bellezza lascio giudicare a quel viaggiatore che sceso dal treno guarda atterrito quella spianata di cemento che si apre alla sua vista che, se non volesse affrontarla, deve mettersi in fila (una lunga fila) per sperare che passi qualche taxi. Cordiali saluti; un cittadino di sinistra e, in quanto tale, perennemente deluso dai suoi amministratori. . [Enzo Scandurra, già direttore del Dipartimento di Architettura e Urbanistica della Sapienza, autore di diversi libri tra cui Roma. O dell’insostenibile modernità (DeriveApprodi)] -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Tra rendita e partecipazione -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Roma si è trasformata. Lettera al sindaco Gualtieri proviene da Comune-info.
September 25, 2026
Comune-info
Tra rendita e partecipazione
ROMA È TORNATA A INVESTIRE SULLA CITTÀ E A SPERIMENTARE NUOVE FORME DI PARTECIPAZIONE, MA TRA RISORSE STRAORDINARIE, PERIFERIE IRRISOLTE E PRESSIONE DELLA RENDITA MANCA ANCORA UNA VISIONE CAPACE DI TENERE INSIEME GLI INTERVENTI. LA QUESTIONE NON È SOLTANTO QUANTO SI SPENDE, MA CHI DECIDE LE PRIORITÀ E QUALE MODELLO DI SVILUPPO QUELLE SCELTE PRODUCONO. LE ESPERIENZE DI AUTORGANIZZAZIONE E I NUOVI PROCESSI PARTECIPATIVI INDICANO UNA STRADA POSSIBILE: FARE DEGLI ABITANTI NON I DESTINATARI, MA I PROTAGONISTI DELLA TRASFORMAZIONE URBANA. DALLA MISTICA AI LABORATORI DI QUARTIERE, LA CITTÀ STA SPERIMENTANDO PEZZI DI UN DIVERSO MODO DI PIANIFICARE. LA SFIDA È CAPIRE SE RIUSCIRÀ A TRASFORMARLI DA ECCEZIONI IN POLITICA URBANA A quanto pare Roma sta cercando di rimettersi in piedi, e forse è utile provare a capire quanto ci stia riuscendo e soprattutto se lo stia facendo con una visione del suo futuro. L’ordinario sembra funzionare con maggiore continuità e uniformità — strade, raccolta dei rifiuti, manutenzione del verde — e qualcosa di più strutturale si muove grazie ai fondi straordinari degli ultimi anni: l’area archeologica centrale, i grandi parchi come quello di Centocelle, le biblioteche e le aule studio aperte nei municipi, i Piani Urbani Integrati ecc. Sul solo PNRR Roma Capitale gestisce direttamente 1,15 miliardi su 279 progetti. Sommando Caput Mundi, fondi giubilari, bandi della Città Metropolitana e cofinanziamenti, l’Atlante pubblicato dal Campidoglio calcola circa 2,4 miliardi. Per una città abituata a tagliare e ripianare è una condizione piuttosto particolare. E accanto al recupero dell’ordinario c’è uno sforzo di sperimentazione altrettanto reale: laboratori di quartiere, patti di collaborazione, poli civici, bilancio partecipativo, urbanistica tattica, processi di piano costruiti insieme agli abitanti. Sono sforzi significativi, da mettere in conto prima di guardare a ciò che resta irrisolto. Conviene però guardare dove quelle risorse atterrano, e con quali criteri sono state allocate. La quota esplicitamente destinata a quartieri periferici è quella dei Piani Urbani Integrati (PUI): 180 milioni per tre aree, Tor Bella Monaca, Corviale e Santa Maria della Pietà, a fronte dei 232 milioni dell’investimento Caput Mundi, anch’esso interno al PNRR, i cui interventi di punta sono quasi tutti centrali. La proporzione si rivela molto sbilanciata se si rapportano le somme agli abitanti: i 180 milioni dei Piani Urbani Integrati valgono meno di 180 euro a testa per il milione di persone che vive nella periferia cresciuta fuori dalla pianificazione; i 232 milioni insistono in larga parte su una città storica di 101.000 abitanti, dove valgono circa 2.300 euro a testa. Chiaramente i valori del centro storico appartengono molto teoricamente a tutta la città, ma di converso i disvalori più gravi appartengono assai concretamente solo alla periferia. È perciò una sproporzione che pesa, e che discende dal modo in cui la spesa è stata costruita: sulla base di avvisi nazionali predefiniti, progetti disponibili e scadenze di rendicontazione rigide, senza un disegno che stabilisse priorità condivise e relazioni fra gli interventi. L’andamento occasionale degli interventi straordinari non è una novità a Roma, con i precedenti delle Olimpiadi del 1960, delle leggi speciali per la Capitale, dei due Giubilei — in cui l’investimento pubblico arriva per cicli occasionali e con quei cicli si esaurisce, senza sedimentare una capacità ordinaria di programmazione. Due fronti irrisolti Né il recupero dell’ordinario né le sperimentazioni hanno però intaccato due fronti estremamente problematici su cui le istituzioni ai vari livelli non riescono a dare risposte. Il primo fronte sono le periferie, dove manca un intervento sistemico da sempre, ma dove si è assistito negli ultimi anni a una divaricazione dello scarto fra risorse impiegate e bisogni. C’è anzitutto la famigerata questione di scala: Roma è un comune di 1.287 chilometri quadrati, quasi sette volte Milano, e la sua periferia è un arcipelago di decine di quartieri di edilizia pubblica e di nuclei cresciuti fuori dalla pianificazione, dove vive più di un milione di persone. Su quella estensione pesano una qualità urbana spesso pessima e l’erosione continua di ciò che rende un quartiere vivibile: in sei anni l’area romana ha perso oltre 34.000 esercizi commerciali, con la contrazione più forte nel quadrante Est. I servizi pubblici e di welfare si diradano via via che ci si allontana dal centro, e laddove lavoro, commercio e welfare arretrano insieme, l’economia illegale trova spazio, così che alcuni quartieri finiscono per essere trattati come questione di ordine pubblico prima che come questione urbana. Rispetto a questa scala la risposta pubblica appare sottodimensionata e poco o per nulla programmata. L’approccio integrato dei PUI va nella direzione giusta, perché tiene insieme casa, servizi, spazio pubblico e lavoro invece di procedere per opere separate. Riguarda però tre contesti circoscritti in cui la scala di riferimento è architettonica più che urbanistica, non si è previsto in modo chiaro un follow-up dei progetti che cerchi di accompagnare i processi, e soprattutto sembra che non si stiano mettendo a fattore comune le innovazioni sperimentate con l’obiettivo di replicarle altrove. Gli altri interventi straordinari attivati sulle periferie, intanto, faticano ad essere messi a terra: dei 127 poli civici culturali e di innovazione programmati ne risultano a oggi completati 9. E al Quarticciolo, su cui torniamo tra poco, gli annunci di finanziamento hanno superato i cento milioni fra il 2024 e il 2026 senza che, a marzo scorso, un solo cantiere fosse partito. Il secondo fronte riguarda il modello di sviluppo, e pesa moltissimo perché procede con la costanza e la coerenza che alle opere pubbliche mancano del tutto. Il centro storico, meno del due per cento della superficie comunale, assorbe oltre il 70 per cento dei pernottamenti turistici. Gli studentati privati rispondono a un fabbisogno reale, ma con canoni di mercato e rendimenti che ne hanno fatto una classe di investimento ad alto valore aggiunto. Dietro questi numeri agiscono processi che eccedono la scala municipale: capitali sempre più volatili e globali, che operano su cicli brevi di valorizzazione e producono trasformazioni episodiche, calibrate sul rendimento dell’operazione più che sulla costruzione della città; ma anche il fenomeno devastante dell’esternalizzazione dei servizi urbani attraverso l’economia di piattaforma, dalle locazioni brevi alla logistica dell’ultimo miglio, che sottrae al territorio funzioni, competenze e reddito in una forma di “deterziarizzazione” che segue, a non molti decenni di distanza, la deindustrializzazione. Il vettore è coerente: si valorizza ciò che attrae residenti temporanei con capacità di spesa, mentre chi abita stabilmente trova meno casa, meno servizi di prossimità, meno lavoro stabile. Il rischio, documentato per singoli quartieri romani, è che perfino la riqualificazione promossa dagli abitanti finisca per innescare espulsione dai quartieri, soprattutto nella periferia storica. Le politiche e la rendita D’altra parte le politiche urbane, lungi dal contrastare questi processi, in molti casi finiscono per assecondarli: pur di catturare frazioni sempre più ridotte di rendita, facilitano cambi di destinazione d’uso, permessi a costruire, grandi infrastrutture al servizio dell’overtourism, impianti di smaltimento ad alto impatto, cessioni di suoli e asset pubblici a operatori privati per programmi di riqualificazione dai ritorni elevatissimi. Si gestisce una complessità crescente catturando frazioni di rendita sempre decrescenti. Nel settembre 2025 l’Assemblea Capitolina ha riconosciuto l’interesse pubblico a un progetto di Investire SGR per realizzare in deroga un grande albergo a cinque stelle da centocinquanta camere nel centro storico, a due passi dall’Esquilino. Meno di un anno dopo la stessa società, che gestisce anche il Fondo Immobili Pubblici proprietario dell’ex Inpdap di via Santa Croce in Gerusalemme, ha opposto un diniego alla richiesta di Roma Capitale di acquistare il palazzo che per tredici anni ha ospitato Spin Time, esperienza di occupazione abitativa e di pratiche mutualistiche che ha coinvolto circa 400 persone in emergenza abitativa. In questo caso i rapporti di forza parlano da soli. Lo stesso schema torna nel nuovo porto turistico di Fiumicino, nello stadio della Roma a Pietralata, nell’inceneritore di Santa Palomba: grandi ritorni privati, interesse pubblico contenuto, o comunque dubbio, e impatti negativi assicurati. Sono vertenze che hanno cominciato a mettersi in rete, fino a costituire un fronte di opposizione unitario, in alcuni casi interno alla stessa sinistra di governo. Forse è vero che queste mobilitazioni sono contrassegnate da approcci al tempo stesso localistici e ideologici, ma non v’è dubbio che il pubblico non abbia più molti strumenti per guidare le trasformazioni e si trovi costretto a giocare di rimessa catturando qualche rivolo di capitale dai flussi che vuole e deve attirare nel suo territorio.  In questo quadro va letta anche la vicenda di Roma REgeneration, la fondazione di Dea Capital RE, Investire — la stessa società del diniego su Spin Time — e Fabrica Immobiliare, con FS Sistemi Urbani e Acea, che ha promosso un concorso internazionale per una visione di Roma al 2050. La delega è arrivata al punto che i developer hanno cominciato a pensare di poter sussumere del tutto il pubblico, facendosi anche promotori dei processi di piano. L’operazione sembra avere due funzioni che segnerebbero il passaggio dall’urbanistica contrattata all’urbanistica delegata. Legittimare in anticipo, sul piano simbolico, programmi di sviluppo immobiliare che per essere attuati non attenderanno certo che la visione d’insieme che le giustifica sia realizzata. E arruolare l’intelligenza sociale — ricercatori, progettisti, innovatori sociali — per costruire la cornice che dovrà compensare le esternalità negative di trasformazioni market-oriented decise altrove. Le critiche che si limitano a denunciare i Leviatani privati, o che peggio mettono alla gogna i “practitioner” che decidono di operare in quei processi di piano privatizzato – come se scegliessero loro di disertare quelli pubblici –, mancano il punto: la crisi della pianificazione pubblica precede i fondi immobiliari ed è documentata da tempo come prevalenza della rendita, frammentazione delle decisioni, incapacità di coordinamento, crisi dei partiti e dei corpi intermedi, depoliticizzazione della società. Anche le nuove Norme tecniche di attuazione approvate a luglio scorso cambiano le regole con modalità che, a prescindere dalle valutazioni di merito, sicuramente non restituiscono al piano la funzione di spazio politico per la costruzione sociale di una visione di futuro della città. E uno spazio vuoto viene sempre occupato. Il problema perciò è come ripoliticizzare e ripubblicizzare il piano in modo che non resti un piano ma che diventi un processo di trasformazione profonda materiale e immateriale della città, soprattutto nei suoi ambiti più marginalizzati e sofferenti. E perché questo avvenga è necessario che la società tutta sia resa partecipe, o meglio ancora protagonista, di questo processo di rigenerazione integrata e dal basso in tutto l’arco del suo sviluppo. -------------------------------------------------------------------------------- Perché la partecipazione è decisiva Roma, Ponte di Nona. Fotografie di scena di un documentario di Andrea Segre Il quadro complessivo, lo sappiamo, è di grande turbolenza. Spinte potenti — capitali globali in cerca di cicli brevi, concentrazioni e asimmetrie senza precedenti di potenza tecnica, delega crescente ai privati delle funzioni pubbliche — incontrano controspinte altrettanto significative, anche se meno vigorose: vertenze territoriali che si mettono in rete, esperienze di autorganizzazione che tengono in piedi servizi là dove il welfare si è ritirato, le sperimentazioni di cui si diceva, portate avanti da pezzi di amministrazione che provano strade diverse. Esiste, ed è già in atto, una biforcazione netta tra modelli di sviluppo e di governo, tra una città sorvegliata e mercificata, in cui le tecnologie sottraggono spazio alle relazioni e alla cooperazione, e un rinascimento urbano in cui gli abitanti stessi si riappropriano degli spazi fisici e digitali con la finalità di ricostruire relazioni e dare vita a nuove economie capaci di generare valore distribuito e riequilibrare il rapporto tra città e natura. È nell’approssimarsi qui ed ora di questa radicale biforcazione che la partecipazione diventa decisiva, per due ragioni che conviene tenere distinte. La prima è di contrappeso: dove funziona, supplisce alla fragilità strutturale della politica di fronte a interessi meglio organizzati e più capaci di durare nel tempo, e àncora le scelte pubbliche a obiettivi significativi, in quanto radicati nei bisogni e nei desideri degli abitanti. La seconda è meno riconosciuta ma forse più sostanziale. Le stesse reti che esercitano quel contrappeso producono trasformazione per via diretta: gestiscono spazi, aprono servizi, costruiscono economie locali attraverso mutualismo e cooperazione, e lo fanno mettendo al centro l’abitare, cioè esattamente ciò che il modello concorrente cerca di espellere. Chiamare tutto questo ascolto o coinvolgimento lo sottostima: è una variabile del modello di sviluppo urbano, e una delle poche su cui alla scala locale si possa ancora agire. Quello che manca, e che deciderebbe la direzione, è una convergenza sistemica fra le due sponde. Le pratiche territoriali producono trasformazione ma faticano a consolidarla senza strumenti pubblici che la riconoscano e la rendano stabile; le politiche dispongono di risorse e poteri (tanto scarsi quanto preziosi) ma non riescono a orientarli senza il sapere e la capacità operativa che stanno nei quartieri. È su questo terreno, e non sulla generica apertura di singole iniziative, che si misura oggi la partecipazione a Roma. Quella convergenza, però, va costruita: serve un luogo in cui le sperimentazioni e le pratiche innovative di partecipazione si confrontino con chi le politiche le scrive, e in cui da quel confronto escano strumenti capaci di mettere a sistema e potenziare le energie civiche, invece di limitarsi a registrarle o supportarle sporadicamente. È esattamente ciò che si prova a fare questa settimana. Che cosa succede davvero nei territori, che cosa sta facendo la politica, quali sono le sperimentazioni più avanzate. Sono le domande che attraversano i due appuntamenti al Metropolitano Urban Center di viale Manzoni: venerdì 25 settembre la terza edizione di Roma Partecipa, promossa dal Master ProPart di Sapienza e Iuav con l’Urban Center della Città Metropolitana; sabato 26, nella stessa sede, l’apertura della seconda fase del processo partecipativo per il Parco della Mistica. Laboratori di quartiere alla Mistica: un processo innovativo Il laboratorio di sabato mette alla prova un processo di piano costruito su requisiti precisi: che sia aperto e continuo anziché un progetto già scritto da validare, che il protagonismo dei cittadini sia strutturale e multiscalare, dalla definizione degli obiettivi fino all’attuazione, che la priorità vada alle risorse territoriali e ambientali. Requisiti che presuppongono soggetti capaci di reggere quel protagonismo, cioè le infrastrutture civiche che a Roma esistono già. Al Quarticciolo sono il comitato che ha impedito la chiusura del consultorio, la palestra popolare, i doposcuola, gli sportelli, il ragionamento avviato su una comunità energetica solidale. Altrove sono il Forum territoriale permanente che da dieci anni gestisce il Lago Bullicante ex Snia, o l’intreccio di emergenza abitativa, mutualismo e produzione culturale che teneva in piedi Spin Time. La Mistica è una sperimentazione che va in questa esatta direzione, in modo premeditato, perché cerca di fare due cose fondamentali: costruire un processo di piano bidirezionale e al tempo stesso multiscalare. Sembra complicato ma non lo è: da un lato si vuole far convergere i processi istituzionali di piano con quelli di riappropriazione e trasformazione dal basso dello spazio urbano, anche in chiave socio-ecologica, dall’altro si fa in modo che si tratti di un processo aperto che tenga insieme diverse scale, dal quartiere al quadrante, in un’ottica di co-costruzione di sistemi urbani e ambientali. Non è un caso isolato: rientra nei laboratori di quartiere che il LabSU conduce da anni in più contesti romani, in alcuni casi insieme a Roma Capitale, da Bastogi al Quarticciolo a Tor Bella Monaca. L’impostazione è comune, e consiste nell’invertire il flusso: non portare ai territori progetti già scritti da discutere, ma canalizzare verso l’amministrazione le progettualità che i territori già esprimono. Un modello unico non esiste, e ciascun laboratorio ha preso la forma del proprio contesto, con esiti alterni; alla Mistica il percorso si è spinto fino alla scala del piano e a quella ambientale del quadrante. Scaturisce da cinque anni di ricerca-azione sulla Corona Verde di Roma Est, una infrastruttura verde di un migliaio di ettari di agro romano scampati all’edificazione nel quadrante più difficile della città, esplorata e pianificata mettendo in rete la “stewardship” territoriale, cioè comitati e associazioni che quotidianamente si prendono cura dei beni comuni del territorio, spesso anche in chiave conflittuale per tutelarli da minacce private e pubbliche. A questo primo movimento “bottom-up” (dal basso) è seguito il percorso con le istituzioni per sperimentare l’attuazione di un sottoambito della Corona verde, il Parco della Mistica, 75 ettari di terre pubbliche ad oggi quasi del tutto inaccessibili per i cittadini dei quartieri circostanti, con l’obiettivo di integrarla ai parchi limitrofi e connetterla ai quartieri lungo l’asse dell’antico Acquedotto Alessandrino, che dal Parco di Centocelle attraversa il quartiere Alessandrino e tutto il Parco di Tor Tre Teste prima di fare il suo ingresso trionfale nel cuore della Mistica. La prima fase del percorso ha prodotto un primo schema d’assetto delle aree e l’approvazione della Deliberazione dell’Assemblea Capitolina 36 del marzo 2024, che ha definito l’iter attuativo incentrato sul coinvolgimento dei cittadini  e gli organi di governance del processo, istituendo una cabina di regia, un comitato tecnico interdipartimentale e un forum territoriale supportato dall’università. Ad oggi il processo partecipativo ha svolto una prima fase in cui il Forum territoriale – 62 aderenti, suddivisi tra 32 organizzazioni e 30 cittadini, quasi tutti operanti fra Alessandrino, Tor Tre Teste, Centocelle e Quarticciolo – ha prodotto il Manifesto per la Mistica, un documento approvato in Cabina di regia il 23 giugno, che fissa invarianti di progetto e dodici azioni prioritarie per consentire l’avvio dei primi interventi attuativi volti a rendere l’area accessibile. La seconda fase, che si apre sabato con quattro giornate di laboratori e una consultazione digitale aperta per tutto ottobre, dovrà consegnare entro il 14 novembre un piano di assetto, un masterplan e una proposta di governance, destinati a una delibera di Consiglio comunale che istituisca il parco e ne definisca gli organi di governo. Il risultato finale dovrebbe essere il Parco Alessandrino, 161 ettari di infrastruttura verde ottenuta integrando i parchi della Mistica, di Tor Tre Teste e Bonafede, perfettamente interconnessa ai quartieri circostanti lungo l’asse di uno straordinario acquedotto antico fino a lambire un quarto parco, quello di Centocelle appena riqualificato. Questa infrastruttura verde suggerisce così un ultimo elemento che deve caratterizzare la rivoluzione copernicana dei futuri processi di piano pubblici: la necessità di dare priorità alle reti ecologiche e al non edificato, con i vuoti e le infrastrutture verdi assunti come elementi strutturanti anziché come residui da riempire. La posta in gioco però non riguarda soltanto gli obiettivi ma anche, come si è detto, il metodo partecipativo, che oltre alle caratteristiche evidenziate, sperimenterà l’integrazione avanzata tra partecipazione online e offline, con una consultazione digitale che procederà in parallelo ai laboratori territoriali e i cui risultati saranno discussi e acquisiti nell’ambito del Forum territoriale in un Living Lab di sintesi conclusiva del processo. Roma Partecipa: mettere a sistema Un caso, per quanto significativo, resta un caso. È il motivo per cui Roma Partecipa 3, il venerdì, lavora sull’altro versante: come integrare e sviluppare le politiche già avviate perché sostengano quelle infrastrutture, che a loro volta devono reggere la trasformazione dei territori e un cambiamento del paradigma di sviluppo locale. Esperienze come quella della Mistica a Roma sono numerose, anche se ancora disarticolate, e la questione è come metterle a sistema. Dopo l’inquadramento affidato a Luca Brignone e Stefano Simoncini sulle metodologie di analisi della “materia oscura” dell’autorganizzazione territoriale, il pomeriggio si articola in un panel su prossimità e cura — quartieri, patti di collaborazione, poli civici — con Tiziana Biolghini, Stefano Rollo, Simonetta Tomassi e Riccardo Troisi; in un secondo su abitare e sviluppo integrale, dedicato alla questione casa e ai programmi PNRR e Pinqua, con Elena Andreoni, Valentina Cocco, Michela Diodato e Fabrizio Finucci; e in una tavola rotonda moderata da Francesco Aymonino con gli assessori Maurizio Veloccia e Giuseppe Battaglia, insieme ad Andrea Catarci, Giulio Cederna, Stefania Mancini e Francesca Gelli, su come le politiche possano sostenere le infrastrutture civiche senza assorbirle. Quell’inquadramento rimanda al ruolo dell’università, che non si esaurisce nell’organizzare incontri: il LabSU sperimenta processi sul campo che si definiscono di ricerca-azione in quanto tengono insieme il piano della conoscenza con quello dell’agire collettivo, e ne studiano l’interdipendenza sperimentando la loro interrelazione biunivoca. Per questo motivo da un lato costruisce relazioni con i territori, cercando di avere una funzione abilitante soprattutto sul piano della co-produzione di conoscenza, e dall’altro attiva spazi intermedi di confronto e mutuo apprendimento con le istituzioni. Ma cerca anche di costruire nuovi metodi di studio di questi tessuti diffusi del sociale che si pongono a cavallo tra formalità e informalità, e per questo motivo difficilmente osservabili. La recente ricerca sulla «materia oscura» della partecipazione procede per tre livelli di mappatura: il registro nazionale del terzo settore, le iniziative dal basso che sfuggono ai registri amministrativi e le reti interorganizzative che le collegano. Il primo conferma la centralità sociale della partecipazione formalizzata: la densità di enti registrati cala nettamente al crescere del disagio socio-economico misurato dall’indice Istat. Il secondo ribalta il quadro: il migliaio di iniziative censite si distribuisce in modo assai più uniforme sul territorio e correlano positivamente con il disagio. Il terzo mostra come si colleghino, classificando una trentina di reti per atteggiamento verso le istituzioni — reti di comitati, reti antagoniste, reti di scopo — e restituisce una densità concentrata fra centro storico e quartieri a basso reddito, con baricentro spostato verso la città del Grande raccordo e quattro assi principali, tra cui uno evidentissimo tra Alessandrino e Quarticciolo. È questo che una classificazione capace di tenere insieme quantitativo e qualitativo consente di vedere: dove le infrastrutture civiche già esistono, dove sono fragili, come si connettono fra territori e scale. Cioè la base di conoscenza che servirebbe a politiche calibrate sui contesti, al posto di bandi replicati e finanziamenti a ciclo breve che seguono le organizzazioni formali. È per il momento questione aperta se queste reti prefigurino una democrazia territoriale autoprodotta, e dipende da due condizioni: che quelle reti conservino la capacità di contestare l’ordine esistente, e che il sostegno pubblico, oltre a preservarne l’autonomia, ne favorisca stabilizzazione, permeabilità e allargamento della base partecipativa. Che i due appuntamenti si tengano nella stessa sede non è irrilevante. Il Metropolitano Urban Center è stato aperto nel dicembre 2025 da Roma Capitale e Città Metropolitana con il mandato di informare e coinvolgere i cittadini nella pianificazione urbanistica, e da qui in avanti può restare un centro di documentazione oppure diventare uno snodo processuale, cioè il punto in cui le esperienze territoriali si rendono reciprocamente leggibili, risalgono verso le istituzioni e tornano ai quartieri sotto forma di indirizzi e strumenti. Un’edizione impostata sul bilancio delle politiche pubbliche fatica a ospitare vertenze come quelle dell’ex Snia o di Spin Time senza forzarne il senso. Per questo se ne prepara una seconda nei prossimi mesi, costruita attorno alle pratiche e alle iniziative territoriali, con un obiettivo diverso dalla restituzione di esperienze: arrivare a una valutazione condivisa delle politiche possibili, in cui siano quelle esperienze a dire quali strumenti servono, quali hanno funzionato e quali le hanno indebolite. È la domanda che il bilancio di venerdì non basta a sciogliere: se le politiche romane sappiano sostenere le infrastrutture civiche anche come soggetti che producono servizi, spazi ed economie per chi in questa città continua ad abitare. -------------------------------------------------------------------------------- Riferimenti L. Brignone, C. Cellamare, S. Simoncini, Inside the social “dark matter”. Civic participation, hybrid networks and the question of self-produced democracy in Rome, «Contesti. Città Territori Progetti», 2026. C. Cellamare, Democrazia territoriale autoprodotta, «IN_BO. Ricerche e progetti per il territorio, la città e l’architettura», 14 (18), 2023. C. Cellamare, Città fai-da-te. Tra antagonismo e cittadinanza. Storie di autorganizzazione urbana, Donzelli, 2019. L. Brignone, S. Simoncini, Transizioni dal basso. Conflitti socio-ecologici, tecnologie civiche e urbanistica sperimentale, FrancoAngeli, 2024. L. Brignone, L’estrattivismo urbano a Roma. Il quartiere di Centocelle tra gentrificazione e rendita, LetteraVentidue, 2024. K. Lelo, S. Monni, F. Tomassi, Le mappe della disuguaglianza. Una geografia sociale metropolitana, Donzelli, 2021. W. Tocci, Roma come se. Alla ricerca del futuro per la capitale, Donzelli, 2020. E. d’Albergo, G. Moini (a cura di), Politica e azione pubblica nell’epoca della depoliticizzazione. Attori, pratiche e istituzioni, Sapienza Università Editrice, 2019. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Tra rendita e partecipazione proviene da Comune-info.
September 24, 2026
Comune-info
Abitare è fare comunità
LA CRISI ABITATIVA INTERROGA IL MODELLO DI CITTÀ E LA CAPACITÀ DI GARANTIRE A TUTTE LE PERSONE CONDIZIONI DI VITA DIGNITOSE. RIPENSARE L’ABITARE SIGNIFICA TENERE INSIEME ACCESSO ALLA CASA, RELAZIONI DI PROSSIMITÀ, SERVIZI E PARTECIPAZIONE. LE ESPERIENZE COLLABORATIVE E COOPERATIVE OFFRONO PRATICHE CONCRETE DA SOSTENERE CON UNA RINNOVATA RESPONSABILITÀ PUBBLICA. DA QUESTE PREMESSE NASCE IL CONFRONTO DI FIRENZE DEL 24 SETTEMBRE, PER COSTRUIRE PROPOSTE E ALLEANZE CAPACI DI RENDERE EFFETTIVO IL DIRITTO ALL’ABITARE Foto: Street Lab > “Noi vogliamo lavorare per riformare il concetto di abitare nelle nostre città > e nei territori” (SFA) Per imprimere nel paese un cambiamento radicale in tema di diritto all’abitare è necessario recuperare la funzione sociale del pubblico in tutte le sue dimensioni, con una vertenza nazionale che restituisca a tuttə la titolarità dei diritti inalienabili. Parlare di nuova centralità del pubblico significa affermare un suo ruolo centrale non solo attraverso la pianificazione delle risorse, ma anche nello sviluppo di politiche programmatiche in grado di colmare vuoti oggi presenti. Ma una nuova centralità della politica pubblica significa necessariamente un’integrazione con la dimensione sociale. Considerare l’abitare come parte integrante del welfare può contribuire a rigenerare le città per renderle luoghi più inclusivi e accoglienti investendo sull’autogoverno delle comunità locali nella progettazione urbana e sociale. Il tema di una nuova concezione del pubblico e del suo utilizzo sociale è legato tanto alla capacità di rispondere a bisogni sociali nuovi e complessi, quanto al ripensamento di un diritto all’abitare come un orizzonte più vicino alle esigenze di persone e comunità. Le città sono lo spazio democratico in cui dare senso e corpo ad una nuova idea di governo del territorio. Occorre una revisione del modello urbano che integri il tema dell’abitare con quello del lavoro, della qualità della vita delle persone, a partire dalle periferie, coniugando promozione sociale e culturale con la capacità di progettare un futuro, incentrato sulla sostenibilità ambientale, sulla lotta alle disuguaglianze sociali e su un’ecologia integrale. Dalla casa all’abitare collaborativo Il mercato della casa, soprattutto nelle grandi città, sta diventando sempre più insostenibile anche per il ceto medio che diviene vulnerabile. L’Italia ha la particolarità della casa in proprietà e dell’investire sul mattone ma in un contesto di precarietà sempre maggiore, in particolare riguardo al lavoro ma anche alle relazioni, che portano a spostamenti anche molto significativi quanto temporanei, la necessità di affitto aumenta ma la disponibilità dei proprietari diminuisce. Occorre una potente iniziativa pubblica, a tutti i livelli: europeo, nazionale, regionale, locale, a partire dall’aspetto normativo e contemporaneamente di investimento. A livello normativo occorre anche intervenire sui patrimoni sfitti per incentivare, ma dove non arriva l’incentivo, trovare anche altre forme affinché i proprietari diventino disponibili all’affitto. Si parla di istituire agenzie che facciano l’incrocio domanda-offerta fino a sostituirsi all’inquilino nel contratto con il proprietario. Sarebbe un primo passo ma ritengo non sia sufficiente perché questo risolverebbe solo l’aspetto della casa, non necessariamente dell’abitare. Il contesto che cambia comporta che il pubblico sempre più si deve occupare di abitare e non solo di casa, attraverso servizi di accompagnamento all’abitare che autonomizzino le persone/famiglie rendendole sempre più indipendenti dal pubblico nella ricerca di soluzioni ai propri bisogni. Riguardo a questo si dovrebbe trovare la formula e la struttura migliore, coinvolgendo Pubblico, Privato e Terzo Settore, imparando da esperienze come Homes4all, Fondazione Housing Sociale, ecc. In questa linea, il passo ulteriore è la promozione dell’abitare collaborativo come opportunità di maggiore indipendenza: a Ecosol, prima di chiamare i servizi, chiamo il vicino di casa. Ecosol è attrattivo e risorsa per il territorio. Sono i Servizi che trovano soluzioni in Ecosol. Dovunque ci sia un cohousing, un condominio solidale, un ecovillaggio,… proprio perché le persone stanno bene diventano risorsa per i vicini, per il territorio. Dobbiamo ricostruire comunità perché già ora i servizi sanitari e sociali non possono più essere per tutti. Le risorse non bastano e la demografia porterà necessariamente ad un peggioramento. E allora il mondo dell’economia solidale (RIPESS Europe, RIES e CO-Energia) nelle persone di Gabriele Bollini (CO-Energia) e Jason Nardi (RIES) con la collaborazione di Silvia Cafaro (autrice del libro “Abitare collaborativo. La ricerca di un nuovo mutualismo” (Donzelli Editore, 2026), hanno pensato di dare un contributo al loro stare nel Social Forum dell’Abitare, avviando una analisi e una riflessione sulle esperienze italiane e europee di abitare collaborativo nell’incontro del 24 settembre a Firenze “Risposte collettive alla crisi dell’abitare: pratiche, strategie e politiche in Italia ed Europa”; in collaborazione con: Un Tetto sulla Testa, Fuori Binario, GIT Banca Etica Firenze, Alleanza per l’Abitare di Firenze e con il supporto del Distretto di Economia Civile di Firenze, nell’ambito del progetto CHOICE – Community-led HOusing for Inclusion, Climate and Equity Possibili domande guida di questo percorso che inizia con l’incontro del 24 settembre, sono: * Come si sta vivendo la crisi abitativa nei nostri territori? * Quali barriere esistono per sviluppare modelli cooperativi realmente inclusivi? * Quali alleanze servono tra ESS (Economia sociale solidale), movimenti sociali e amministrazioni pubbliche? * Quali richieste o proposte dovrebbero essere promosse a livello nazionale ed europeo? * Quali elementi chiave dovrebbe includere un’agenda comune di advocacy? Nel ripensare le politiche dell’abitare, obiettivi di un dibattito nazionale all’interno della rete delle realtà che si ritrovano nel SFA, possono essere: * Politiche europee e nazionali sull’abitare: il piano europeo e quello italiano, i principali nodi critici della situazione attuale. * Sensibilizzare sui modelli di abitare cooperativo e abitare promosso dalla comunità, analizzando le diverse esperienze sviluppate nei paesi del sud Europa, con particolare attenzione al movimento di abitare cooperativo in Catalogna come riferimento chiave. * Esplorare criticamente l’attuale crisi abitativa che colpisce il sud Europa, affrontando le sue cause strutturali e la sua relazione con disuguaglianze sociali ed economiche più ampie. * Analizzare i contesti specifici di ogni paese e promuovere il dialogo sui diversi meccanismi di finanziamento esistenti per sostenere iniziative di abitare cooperativo, mettendo il focus su come rendere l’abitare cooperativo un’opzione veramente accessibile per tutte le classi sociali. * Incorporare una prospettiva di genere nei dibattiti, affrontando come la crisi abitativa colpisca in modo sproporzionato le donne – specialmente le donne razzializzate – e come contribuisca alla femminilizzazione della povertà. * Rafforzare i legami con i movimenti sociali di base, garantendo che i dibattiti siano connessi con i bisogni e le esperienze reali delle comunità più colpite dalla precarietà abitativa. – Sperimentare, in particolare nelle periferie delle città “abbandonate da Dio e dagli uomini”, nuovi spazi fisici di democrazia comunitaria, che prospettano anche nuove forme dell’abitare collettivo, rispetto alle tentate politiche pubbliche di ‘welfare rigenerativo’ delegate agli interventi tradizionali, cioè assistenzialistici, del terzo settore. * Quali contributi per una legge sull’abitare per favorire le forme collaborative e cooperative? Risposte collettive alla crisi dell’abitare: pratiche, strategie e politiche in Italia ed Europa Firenze, 24 Settembre 2026 dalle 12:00 alle 18:00 presso Cohousing autorecuperato in via Aldini 5 (zona Cure) L'articolo Abitare è fare comunità proviene da Comune-info.
September 22, 2026
Comune-info