
Virginia Veludo: “Pensare di poter cambiare il mondo è un merito, un dovere e un impegno costante”
Pressenza - Sunday, September 20, 2026Il libro “E mi sono sentita meno sola. Vivere una normale giornata in Italia oltre la rassegnazione” segue una giornata tipo di Cristina, insegnante precaria e madre single, alternando momenti quotidiani a poesie ispiratrici e dati concreti. Ne parliamo con l’autrice Virginia Veludo.
Da dove è nata l’idea di scrivere questo libro dallo stile così particolare?
È nata da un bisogno: quello di spiegare, in primo luogo a me stessa, il motivo e la portata delle scelte che facciamo. Pensa che hanno calcolato che ogni giorno sono 35.000. E a molte neanche badiamo, pensiamo che alla fine siano insignificanti. Ecco, volevo capire se fosse vero, se esistono scelte insignificanti o se tutte, dal biscotto che mangio la mattina all’accettare o meno un complimento, avessero un valore e una portata più grande. Un valore politico.
Ecco perché all’inizio del libro cito una poesia di Wisława Szymborska, “Figli dell’epoca”. Un pezzetto dice così:
tutte le tue, nostre, vostre
faccende diurne, notturne
sono faccende politiche.
Che ti piaccia o no,
i tuoi geni hanno un passato politico,
la tua pelle una sfumatura politica,
i tuoi occhi un aspetto politico.
Ciò di cui parli ha una risonanza,
ciò di cui taci ha una valenza
in un modo o nell’altro politica.
“Sarà vero?” mi sono chiesta. Ho deciso di verificarlo inventando un personaggio, Cristina e analizzando una sua giornata momento per momento. È una persona normale, una persona come noi, come chiunque legga questo libro. Cristina è convinta che la sua azione nel mondo sia ormai priva di peso ed è trascinata in una spirale di sensi di colpa che le impediscono di vedere il quadro generale: quello di una società che fa di tutto per farci sentire stanchi, rassegnati, demotivati e soli e di un potere che si alimenta proprio di questa passività per governarci meglio.
La sua giornata è divisa in 12 capitoli, da quando si sveglia al mattino a quando si addormenta la sera. Sopra queste immagini c’è la mia voce in sottofondo — che Cristina non sente, ma il lettore sì — che attraverso dati, articoli di giornale, poesie e citazioni letterarie dimostra che tutto quello che le sta accadendo in realtà accade a milioni di noi ed è già successo in passato. Per questo il titolo è “E mi sono sentita meno sola”, perché è quello che è successo a me quando ho capito che siamo in tanti ad avere gli stessi problemi e le stesse sensazioni e che abbiamo già nella nostra cassetta degli attrezzi gli strumenti letterari, poetici, politici, storici e filosofici per interpretare la realtà e che ritrovarli ci dà una forza enorme.
Cristina è convinta che i suoi siano problemi individuali, dovuti a sue colpe e mancanze. È vittima del deleterio mantra “ma tanto non cambia niente, quindi perché impegnarsi?”, con cui giustifica la rassegnata sottomissione a soprusi e ingiustizie. Quali sono secondo la tua esperienza gli strumenti per reagire a questo stato?
È quello che dicevo prima. Io credo che la maggior parte o quasi tutti i nostri problemi non siano individuali, ma politici, sociali e collettivi. Se Cristina (e con lei milioni di italiani) non dorme la notte, non è per colpa del materasso. È perché viviamo in un sistema fatto di orari tossici e ritmi frenetici che ci vuole a disposizione 24 ore su 24, 7 giorni su 7. E di una continua ansia per il futuro: pensa che più di un terzo degli italiani vive nella paura di essere licenziato entro l’anno. E viviamo tutte queste paure e queste ansie in solitudine, con l’aiuto magari di psicofarmaci che consumiamo sempre di più, secondo l’ultimo rapporto Osmed. Questo grazie a un sistema che ci vuole malati, isolati, abbandonati. Un mondo frammentato è oro per il potere che ha sempre agito attraverso il divide et impera.
Eppure la storia è piena di momenti in cui le persone hanno capito che i loro problemi non erano personali e che solamente unendosi — recuperando quella che con Marx chiamerei coscienza di classe — ci si può salvare. Pensiamo alle conquiste e ai diritti degli anni ’70. Pensiamo alla conquista dello Statuto dei Lavoratori, demolito poi pezzo per pezzo dal contrattacco del capitalismo neoliberista. Un contrattacco che ha prodotto un individualismo esasperato, che potrei simboleggiare con le parole di Margaret Thatcher in un’intervista del 1987: “Non esiste una cosa come la società («there is no such thing as society») esistono solo gli individui”.
Non a caso quella è l’epoca dell’individualismo esasperato, che ha dato il via alle liberalizzazioni e alle privatizzazioni, a cui anche i nostri governi si sono accodati e che sono tra le cause principali della situazione che viviamo oggi.
Ecco, io credo che la prima cosa da fare per reagire sia demolire il mantra del “tanto non cambia nulla”. Se fosse vero che non cambia mai niente, negli ultimi quattro anni non sarebbe cambiato nulla. E invece a me sembra che le cose siano cambiate parecchio, ma in peggio. Per i cittadini ovviamente, non certo per chi ci governa. E unendosi le cose cambiano: è successo anche qui. Pensa alla mobilitazione per Cala Finanza, in Sardegna, che ha bloccato la costruzione di un resort per ultra-ricchi che avrebbe portato via ai cittadini un’area paesaggistica meravigliosa. Uno scempio dovuto sempre a questo governo e alla sua idea della ZES unica, che gli dà la possibilità di svendere territorio italiano al miglior offerente senza neanche consultare le comunità locali. O pensa alla mobilitazione che ha fermato lo stupro della nostra Costituzione nel referendum di marzo sulla giustizia.
Qualcosa cambia se ci muoviamo insieme, sempre. Non si può e non si deve rimanere indifferenti. Come disse Gramsci: “Odio gli indifferenti… l’indifferenza è il peso morto della storia”.
Tra i tanti temi che tratti nel libro – il mondo digitale, il rapporto con il cibo, il razzismo, il lavoro, le diverse forme di violenza e altri ancora – ce n’è uno in particolare che ti ha coinvolta e toccata maggiormente?
Il capitolo che si intitola “La bocca dello squalo” l’ho scritto piangendo. La poetessa somalo-britannica Warsan Shire scrive: “Nessuno lascia la casa a meno che la casa non sia la bocca di uno squalo”. Anche qui te ne cito un pezzetto:
voglio tornare a casa,
ma casa mia è la bocca di uno squalo
casa mia è la canna di un fucile
e nessuno lascerebbe la casa
a meno che non sia la casa a spingerti verso il mare
a meno che non sia la casa a dirti
di affrettare il passo
lasciarti dietro i vestiti
strisciare nel deserto
attraversare gli oceani
annega
salvati
fai la fame
chiedi l’elemosina
dimentica l’orgoglio
è più importante che tu sopravviva
nessuno se ne va via da casa finché la casa è una voce soffocante
che gli mormora all’orecchio
vattene
scappa lontano adesso
non so più quello che sono
so solo che qualsiasi altro posto
è più sicuro di qua.
Guarda, mi viene da piangere anche adesso. Questa poesia dovrebbe stare sulla bocca di tutti i nostri politicanti, che invece parlano di remigrazione, pensando che chi viene nel nostro Paese lo faccia solo per delinquere o per vivere a scrocco. Io provo vergogna per loro quando sento certe aberrazioni e, da atea, sono quelli i momenti in cui spero che esista un Dio o una giustizia che ristabilisca un giorno la giusta punizione per questi esseri senza cuore e senza empatia, che parlano solo perché sono nati dal lato fortunato del pianeta.
Il capitolo parte dalla storia del ragazzo del Mali ritrovato sul fondo del Mediterraneo nel 2015 con la pagella cucita nella giacca. Il Mali era la bocca dello squalo, le milizie che gli puntavano il fucile addosso erano il suo squalo. Non sappiamo il suo nome: l’artista Jorit gli ha poi dato un nome, Kukaa, che in lingua swahili significa “restare”. Ma lui non cede alla rassegnazione: scava nelle miniere a mani nude per racimolare i soldi del viaggio, ce la fa e si cuce la pagella nella giacca per far sapere all’Europa quanto valeva e quanta voglia di impegnarsi aveva.
Il peschereccio su cui si trova purtroppo affonda, trascinando con sé 900 persone. Una tragedia immane. Se ne salvano solo 28. Ecco, questo è il capitolo che ho scritto con più peso nel petto, un peso che ho voluto trasformare anche in un monologo civile che si chiama “Un altro mondo davanti” e che sto portando in giro nei teatri e negli spazi culturali d’Italia. L’arte deve raccontare queste storie, non perdersi in quelli che io chiamo brufoli esistenziali depoliticizzati, senza alcuna voglia di squarciare l’ipocrisia del mondo in cui viviamo.
Il libro è uscito in aprile e da allora lo stai presentando in giro per l’Italia, in ambiti e situazioni diverse. Qual è la reazione del pubblico e cosa ti sta dando questa esperienza?
Sta creando un ponte umano e un calore pazzesco. Quando incontro le persone alle presentazioni, nelle librerie o nei circoli, ho la conferma che Cristina non è un solo un personaggio inventato: Cristina siamo tutte e tutti noi. Molte persone mi dicono: “Leggendo queste pagine mi sono tolta di dosso un peso, perché ho capito che non sono io quella sbagliata o incapace, ma è il sistema che ci schiaccia”. E soprattutto viene fuori chiaramente il messaggio politico, nel senso che abbiamo detto prima. Ricordi la poesia di Wisława Szymborska? “Tutte le tue, nostre, vostre faccende diurne, notturne sono faccende politiche.”
Ci tengo a precisare: politico, non partitico. Io ho le mie idee in proposito, ma non le ho inserite nel libro, non è quello il mio obiettivo. Il mio obiettivo è mostrare che c’è nella nostra società ancora spazio per agire, per cambiare le cose, anche se a volte ci sembra impossibile. Ma questo deve essere un motivo in più per impegnarsi: “Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà” diceva Gramsci.
Ovviamente non c’è solo chi apprezza il libro, c’è anche chi lo critica. E in genere lo critica proprio per il suo essere politico, come mi è successo recentemente in una presentazione a Cerveteri, vicino a Roma. In genere sono persone che fanno della rassegnazione un punto di forza: il mondo è così, tu chi credi di essere per cambiarlo? Ovviamente non sono queste le parole che usano, ma il senso è questo. Ed è paurosamente vicino a cose dette da gente come il premier albanese Edi Rama, che disprezza i manifestanti della “Rivoluzione dei fenicotteri”, che ancora sono in lotta da due mesi e fa loro un’accusa precisa: “Pensano di poter cambiare il mondo.”
Pensare di poter cambiare il mondo non è una colpa. È un merito. È un dovere. È un impegno costante. E la stragrande maggioranza di chi legge il libro questo lo sente e lo condivide. Ecco perché questa esperienza mi sta dando tanta carica e la certezza che la gente ha una gran voglia di ritrovarsi, di parlare di cose vere e di fare rete.
Qual è il concetto fondamentale che ti sta a cuore passare con questo libro?
Che non dobbiamo farci colpevolizzare. Voglio smontare l’idea che se sei precaria, sottopagata, stanca o preoccupata per il futuro la colpa sia tua perché non ti sei data abbastanza da fare. E poi voglio ricordare una cosa semplice: ogni scelta che facciamo durante la giornata è una scelta politica. Come lavoriamo, cosa compriamo, come usiamo il tempo libero, come ci trattiamo tra di noi: non esiste un quotidiano separato dalla politica. Riprenderci questa consapevolezza non è una teoria complicata, è solo il primo passo per smettere di essere rassegnati e di subire in silenzio. Come recita il sottotitolo del libro, bisogna andare “oltre la rassegnazione”. Serve ricominciare a fare le cose insieme. A lottare insieme. Perché ogni lotta è la lotta di tutti.
Ecco, questo è molto importante. Cercano di dividerci, continuamente, di metterci gli uni contro gli altri. Chi ha partita IVA contro chi ha tempo indeterminato, chi sciopera per il rinnovo dei CCNL contro chi sciopera perché è precario. Ma è sempre la stessa battaglia e il nemico è uno solo: una classe ultra-capitalista e neoliberista che sta occupando i governi e i ruoli chiave e che vuole ridurci a oggetti. Lo fa con le leggi. Lo fa con il denaro. Lo fa con le armi. Dobbiamo iniziare a capire che non è questione di “unire le lotte”, ma che la lotta è una sola, che unisce la Palestina alla Sardegna, i lavoratori agli immigrati, i poveri assoluti (in Italia sono 5,7 milioni) a chi ha paura di perdere il lavoro all’improvviso. È sempre la stessa battaglia: quella degli oppressi contro gli oppressori.
Stiamo vivendo un momento oscuro, però ci sono anche tante luci, grandi e piccole, che lo illuminano e ci danno motivo di speranza. Quali sono per te queste luci?
È pieno di luci che però non vengono raccontate, sempre per farci credere che la realtà sia una sola, immutabile e che non ci sia modo di cambiarla. Beh, ne abbiamo parlato anche prima, le lotte di Cala Finanza in Sardegna e di Ostuni in Puglia per impedire a super ricchi americani e israeliani di costruire resort di lusso fregandosene dei vincoli ambientali e paesaggistici hanno funzionato. I cittadini si sono uniti, sono rimasti compatti e hanno salvato questi territori dalla colonizzazione, perché di colonizzazione si tratta.
Le mobilitazioni per la Palestina, con centinaia di migliaia di persone scese in piazza, hanno fatto vacillare questo governo, che infatti continua a ricorrere a decreti sicurezza perché ha paura che la piazza parli di nuovo. E poi la risposta dei giovani sul referendum per difendere la Costituzione o la raccolta di oltre 500 mila firme per l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole.
I segnali ci sono e vanno in una direzione chiarissima: c’è un’Italia che non ne può più di questa gente e da ciò che vedo io dal mio osservatorio c’è voglia di una sinistra vera, capace di dettare un’agenda sociale seria. Redistribuzione della ricchezza, socializzazione dei profitti, abbattimento delle diseguaglianze: questi devono essere gli obiettivi. È una lotta dura e difficile, ma nessuna lotta è mai stata semplice, altrimenti si sarebbe chiamata “passeggiata in riva al mare al tramonto”!
Che cosa ti dà la forza per portare avanti il tuo impegno per un reale cambiamento?
Mia figlia. Ha nove anni e quando la guardo mi chiedo continuamente in che mondo crescerà e quale società le stiamo consegnando. Non posso accettare l’idea di lasciarle in eredità la rassegnazione, la precarietà eletta a norma o l’idea che ci si debba rassegnare alle ingiustizie solo perché “il mondo va così”. La forza la trovo nell’esigenza morale di poterla guardare negli occhi e dirle che io ci ho provato, che non mi sono girata dall’altra parte. Lottare per un cambiamento reale non è un esercizio astratto: per me è un atto d’amore concreto nei suoi confronti e nei confronti di tutte le generazioni che verranno dopo di noi.