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La via del partito nuovo
Un dibattito necessario L’autocritica rappresenta il primo dovere dei comunisti. Per questo penso che la discussione avviata da Luciano Vasapollo sul partito sia un atto profondamente comunista, che ci impegna a recuperare presenza e partecipazione nella vita politica del nostro Paese, non per quella che vorremmo che sia, ma per […] L'articolo La via del partito nuovo su Contropiano.
October 13, 2026
Contropiano
Virginia Veludo: “Pensare di poter cambiare il mondo è un merito, un dovere e un impegno costante”
Il libro “E mi sono sentita meno sola. Vivere una normale giornata in Italia oltre la rassegnazione” segue una giornata tipo di Cristina, insegnante precaria e madre single, alternando momenti quotidiani a poesie ispiratrici e dati concreti. Ne parliamo con l’autrice Virginia Veludo. Da dove è nata l’idea di scrivere questo libro dallo stile così particolare?  È nata da un bisogno: quello di spiegare, in primo luogo a me stessa, il motivo e la portata delle scelte che facciamo. Pensa che hanno calcolato che ogni giorno sono 35.000. E a molte neanche badiamo, pensiamo che alla fine siano insignificanti. Ecco, volevo capire se fosse vero, se esistono scelte insignificanti o se tutte, dal biscotto che mangio la mattina all’accettare o meno un complimento, avessero un valore e una portata più grande. Un valore politico. Ecco perché all’inizio del libro cito una poesia di Wisława Szymborska, “Figli dell’epoca”. Un pezzetto dice così: tutte le tue, nostre, vostre faccende diurne, notturne sono faccende politiche. Che ti piaccia o no, i tuoi geni hanno un passato politico, la tua pelle una sfumatura politica, i tuoi occhi un aspetto politico. Ciò di cui parli ha una risonanza, ciò di cui taci ha una valenza in un modo o nell’altro politica. “Sarà vero?” mi sono chiesta. Ho deciso di verificarlo inventando un personaggio, Cristina e analizzando una sua giornata momento per momento. È una persona normale, una persona come noi, come chiunque legga questo libro. Cristina è convinta che la sua azione nel mondo sia ormai priva di peso ed è trascinata in una spirale di sensi di colpa che le impediscono di vedere il quadro generale: quello di una società che fa di tutto per farci sentire stanchi, rassegnati, demotivati e soli e di un potere che si alimenta proprio di questa passività per governarci meglio. La sua giornata è divisa in 12 capitoli, da quando si sveglia al mattino a quando si addormenta la sera. Sopra queste immagini c’è la mia voce in sottofondo — che Cristina non sente, ma il lettore sì — che attraverso dati, articoli di giornale, poesie e citazioni letterarie dimostra che tutto quello che le sta accadendo in realtà accade a milioni di noi ed è già successo in passato. Per questo il titolo è “E mi sono sentita meno sola”, perché è quello che è successo a me quando ho capito che siamo in tanti ad avere gli stessi problemi e le stesse sensazioni e che abbiamo già nella nostra cassetta degli attrezzi gli strumenti letterari, poetici, politici, storici e filosofici per interpretare la realtà e che ritrovarli ci dà una forza enorme. Cristina è convinta che i suoi siano problemi individuali, dovuti a sue colpe e mancanze. È vittima del deleterio mantra “ma tanto non cambia niente, quindi perché impegnarsi?”, con cui giustifica la rassegnata sottomissione a soprusi e ingiustizie.  Quali sono secondo la tua esperienza gli strumenti per reagire a questo stato? È quello che dicevo prima. Io credo che la maggior parte o quasi tutti i nostri problemi non siano individuali, ma politici, sociali e collettivi. Se Cristina (e con lei milioni di italiani) non dorme la notte, non è per colpa del materasso. È perché viviamo in un sistema fatto di orari tossici e ritmi frenetici che ci vuole a disposizione 24 ore su 24, 7 giorni su 7. E di una continua ansia per il futuro: pensa che più di un terzo degli italiani vive nella paura di essere licenziato entro l’anno. E viviamo tutte queste paure e queste ansie in solitudine, con l’aiuto magari di psicofarmaci che consumiamo sempre di più, secondo l’ultimo rapporto Osmed. Questo grazie a un sistema che ci vuole malati, isolati, abbandonati. Un mondo frammentato è oro per il potere che ha sempre agito attraverso il divide et impera. Eppure la storia è piena di momenti in cui le persone hanno capito che i loro problemi non erano personali e che solamente unendosi — recuperando quella che con Marx chiamerei coscienza di classe — ci si può salvare. Pensiamo alle conquiste e ai diritti degli anni ’70. Pensiamo alla conquista dello Statuto dei Lavoratori, demolito poi pezzo per pezzo dal contrattacco del capitalismo neoliberista. Un contrattacco che ha prodotto un individualismo esasperato, che potrei simboleggiare con le parole di Margaret Thatcher in un’intervista del 1987: “Non esiste una cosa come la società («there is no such thing as society») esistono solo gli individui”. Non a caso quella è l’epoca dell’individualismo esasperato, che ha dato il via alle liberalizzazioni e alle privatizzazioni, a cui anche i nostri governi si sono accodati e che sono tra le cause principali della situazione che viviamo oggi. Ecco, io credo che la prima cosa da fare per reagire sia demolire il mantra del “tanto non cambia nulla”. Se fosse vero che non cambia mai niente, negli ultimi quattro anni non sarebbe cambiato nulla. E invece a me sembra che le cose siano cambiate parecchio, ma in peggio. Per i cittadini ovviamente, non certo per chi ci governa. E unendosi le cose cambiano: è successo anche qui. Pensa alla mobilitazione per Cala Finanza, in Sardegna, che ha bloccato la costruzione di un resort per ultra-ricchi che avrebbe portato via ai cittadini un’area paesaggistica meravigliosa. Uno scempio dovuto sempre a questo governo e alla sua idea della ZES unica, che gli dà la possibilità di svendere territorio italiano al miglior offerente senza neanche consultare le comunità locali. O pensa alla mobilitazione che ha fermato lo stupro della nostra Costituzione nel referendum di marzo sulla giustizia. Qualcosa cambia se ci muoviamo insieme, sempre. Non si può e non si deve rimanere indifferenti. Come disse Gramsci: “Odio gli indifferenti… l’indifferenza è il peso morto della storia”. Tra i tanti temi che tratti nel libro – il mondo digitale, il rapporto con il cibo, il razzismo, il lavoro, le diverse forme di violenza e altri ancora – ce n’è uno in particolare che ti ha coinvolta e toccata maggiormente? Il capitolo che si intitola “La bocca dello squalo” l’ho scritto piangendo. La poetessa somalo-britannica Warsan Shire scrive: “Nessuno lascia la casa a meno che la casa non sia la bocca di uno squalo”. Anche qui te ne cito un pezzetto: voglio tornare a casa, ma casa mia è la bocca di uno squalo casa mia è la canna di un fucile e nessuno lascerebbe la casa a meno che non sia la casa a spingerti verso il mare  a meno che non sia la casa a dirti di affrettare il passo lasciarti dietro i vestiti strisciare nel deserto attraversare gli oceani annega salvati fai la fame chiedi l’elemosina dimentica l’orgoglio è più importante che tu sopravviva nessuno se ne va via da casa finché la casa è una voce soffocante che gli mormora all’orecchio vattene scappa lontano adesso non so più quello che sono so solo che qualsiasi altro posto è più sicuro di qua. Guarda, mi viene da piangere anche adesso. Questa poesia dovrebbe stare sulla bocca di tutti i nostri politicanti, che invece parlano di remigrazione, pensando che chi viene nel nostro Paese lo faccia solo per delinquere o per vivere a scrocco. Io provo vergogna per loro quando sento certe aberrazioni e, da atea, sono quelli i momenti in cui spero che esista un Dio o una giustizia che ristabilisca un giorno la giusta punizione per questi esseri senza cuore e senza empatia, che parlano solo perché sono nati dal lato fortunato del pianeta. Il capitolo parte dalla storia del ragazzo del Mali ritrovato sul fondo del Mediterraneo nel 2015 con la pagella cucita nella giacca. Il Mali era la bocca dello squalo, le milizie che gli puntavano il fucile addosso erano il suo squalo. Non sappiamo il suo nome: l’artista Jorit gli ha poi dato un nome, Kukaa, che in lingua swahili significa “restare”. Ma lui non cede alla rassegnazione: scava nelle miniere a mani nude per racimolare i soldi del viaggio, ce la fa e si cuce la pagella nella giacca per far sapere all’Europa quanto valeva e quanta voglia di impegnarsi aveva. Il peschereccio su cui si trova purtroppo affonda, trascinando con sé 900 persone. Una tragedia immane. Se ne salvano solo 28. Ecco, questo è il capitolo che ho scritto con più peso nel petto, un peso che ho voluto trasformare anche in un monologo civile che si chiama “Un altro mondo davanti” e che sto portando in giro nei teatri e negli spazi culturali d’Italia. L’arte deve raccontare queste storie, non perdersi in quelli che io chiamo brufoli esistenziali depoliticizzati, senza alcuna voglia di squarciare l’ipocrisia del mondo in cui viviamo. Il libro è uscito in aprile e da allora lo stai presentando in giro per l’Italia, in ambiti e situazioni diverse. Qual è la reazione del pubblico e cosa ti sta dando questa esperienza? Sta creando un ponte umano e un calore pazzesco. Quando incontro le persone alle presentazioni, nelle librerie o nei circoli, ho la conferma che Cristina non è un solo un personaggio inventato: Cristina siamo tutte e tutti noi. Molte persone mi dicono: “Leggendo queste pagine mi sono tolta di dosso un peso, perché ho capito che non sono io quella sbagliata o incapace, ma è il sistema che ci schiaccia”. E soprattutto viene fuori chiaramente il messaggio politico, nel senso che abbiamo detto prima. Ricordi la poesia di Wisława Szymborska? “Tutte le tue, nostre, vostre faccende diurne, notturne sono faccende politiche.” Ci tengo a precisare: politico, non partitico. Io ho le mie idee in proposito, ma non le ho inserite nel libro, non è quello il mio obiettivo. Il mio obiettivo è mostrare che c’è nella nostra società ancora spazio per agire, per cambiare le cose, anche se a volte ci sembra impossibile. Ma questo deve essere un motivo in più per impegnarsi: “Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà” diceva Gramsci. Ovviamente non c’è solo chi apprezza il libro, c’è anche chi lo critica. E in genere lo critica proprio per il suo essere politico, come mi è successo recentemente in una presentazione a Cerveteri, vicino a Roma. In genere sono persone che fanno della rassegnazione un punto di forza: il mondo è così, tu chi credi di essere per cambiarlo? Ovviamente non sono queste le parole che usano, ma il senso è questo. Ed è paurosamente vicino a cose dette da gente come il premier albanese Edi Rama, che disprezza i manifestanti della “Rivoluzione dei fenicotteri”, che ancora sono in lotta da due mesi e fa loro un’accusa precisa: “Pensano di poter cambiare il mondo.” Pensare di poter cambiare il mondo non è una colpa. È un merito. È un dovere. È un impegno costante. E la stragrande maggioranza di chi legge il libro questo lo sente e lo condivide. Ecco perché questa esperienza mi sta dando tanta carica e la certezza che la gente ha una gran voglia di ritrovarsi, di parlare di cose vere e di fare rete. Qual è il concetto fondamentale che ti sta a cuore passare con questo libro? Che non dobbiamo farci colpevolizzare. Voglio smontare l’idea che se sei precaria, sottopagata, stanca o preoccupata per il futuro la colpa sia tua perché non ti sei data abbastanza da fare. E poi voglio ricordare una cosa semplice: ogni scelta che facciamo durante la giornata è una scelta politica. Come lavoriamo, cosa compriamo, come usiamo il tempo libero, come ci trattiamo tra di noi: non esiste un quotidiano separato dalla politica. Riprenderci questa consapevolezza non è una teoria complicata, è solo il primo passo per smettere di essere rassegnati e di subire in silenzio. Come recita il sottotitolo del libro, bisogna andare “oltre la rassegnazione”. Serve ricominciare a fare le cose insieme. A lottare insieme. Perché ogni lotta è la lotta di tutti. Ecco, questo è molto importante.  Cercano di dividerci, continuamente, di metterci gli uni contro gli altri. Chi ha partita IVA contro chi ha tempo indeterminato, chi sciopera per il rinnovo dei CCNL contro chi sciopera perché è precario. Ma è sempre la stessa battaglia e il nemico è uno solo: una classe ultra-capitalista e neoliberista che sta occupando i governi e i ruoli chiave e che vuole ridurci a oggetti. Lo fa con le leggi. Lo fa con il denaro. Lo fa con le armi. Dobbiamo iniziare a capire che non è questione di “unire le lotte”, ma che la lotta è una sola, che unisce la Palestina alla Sardegna, i lavoratori agli immigrati, i poveri assoluti (in Italia sono 5,7 milioni) a chi ha paura di perdere il lavoro all’improvviso. È sempre la stessa battaglia: quella degli oppressi contro gli oppressori. Stiamo vivendo un momento oscuro, però ci sono anche tante luci, grandi e piccole, che lo illuminano e ci danno motivo di speranza. Quali sono per te queste luci? È pieno di luci che però non vengono raccontate, sempre per farci credere che la realtà sia una sola, immutabile e che non ci sia modo di cambiarla. Beh, ne abbiamo parlato anche prima, le lotte di Cala Finanza in Sardegna e di Ostuni in Puglia per impedire a super ricchi americani e israeliani di costruire resort di lusso fregandosene dei vincoli ambientali e paesaggistici hanno funzionato. I cittadini si sono uniti, sono rimasti compatti e hanno salvato questi territori dalla colonizzazione, perché di colonizzazione si tratta. Le mobilitazioni per la Palestina, con centinaia di migliaia di persone scese in piazza, hanno fatto vacillare questo governo, che infatti continua a ricorrere a decreti sicurezza perché ha paura che la piazza parli di nuovo. E poi la risposta dei giovani sul referendum per difendere la Costituzione o la raccolta di oltre 500 mila firme per l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. I segnali ci sono e vanno in una direzione chiarissima: c’è un’Italia che non ne può più di questa gente e da ciò che vedo io dal mio osservatorio c’è voglia di una sinistra vera, capace di dettare un’agenda sociale seria. Redistribuzione della ricchezza, socializzazione dei profitti, abbattimento delle diseguaglianze: questi devono essere gli obiettivi. È una lotta dura e difficile, ma nessuna lotta è mai stata semplice, altrimenti si sarebbe chiamata “passeggiata in riva al mare al tramonto”! Che cosa ti dà la forza per portare avanti il tuo impegno per un reale cambiamento? Mia figlia. Ha nove anni e quando la guardo mi chiedo continuamente in che mondo crescerà e quale società le stiamo consegnando. Non posso accettare l’idea di lasciarle in eredità la rassegnazione, la precarietà eletta a norma o l’idea che ci si debba rassegnare alle ingiustizie solo perché “il mondo va così”. La forza la trovo nell’esigenza morale di poterla guardare negli occhi e dirle che io ci ho provato, che non mi sono girata dall’altra parte. Lottare per un cambiamento reale non è un esercizio astratto: per me è un atto d’amore concreto nei suoi confronti e nei confronti di tutte le generazioni che verranno dopo di noi. Anna Polo
September 20, 2026
Pressenza
Una sindacalista per amica
CAMBIARE LE ORGANIZZAZIONI PER CAMBIARE NOI È uscito un libro frutto dell’esperienza sindacale (e non solo) di Elena Ferro. Edito da DeriveApprodi, si intitola “La partecipazione come agente trasformativo. Mappe per cambiare le organizzazioni”. Elena Ferro l’ho conosciuta qualche mese fa in un incontro a Viverone, piccola località sull’omonimo lago situato tra Biella, Ivrea e Vercelli, durante la campagna referendaria per il No alla riforma costituzionale del governo Meloni. È stato un bell’incontro, in cui il suo e il mio intervento si sono ben integrati. Il risultato referendario, poi, è andato anche meglio della serata alla Biblioteca di Viverone. Ne scrive anche nel suo libro, dando il merito ai tanto bistrattati giovani per essere andati a votare e per aver votato No. Non c’è eccesso di giovanilismo nelle sue parole, ma solo la consapevolezza di quanto sia necessaria la cessione di potere alle nuove generazioni: > “Come la pala di un mulino che ha bisogno di nuova acqua per girare, così le > strutture sociali si mettono in moto per restare al passo con i tempi”. Questa è la metafora che chiarisce il suo modo di rapportarsi con chi ha meno passato, ma più futuro di noi. La mia esperienza non arriva da grandi organizzazioni come quella di Elena. Lei è segretaria confederale della CGIL di Torino, le mie radici sono invece per lo più realtà di base, locali o di movimento. Il suo libro, però, è utile a tutte e tutti coloro che vogliono cambiare il malessere che viviamo nelle nostre associazioni. Elena individua come posta in gioco l’uscita dalla frammentazione sociale e dall’iperindividualismo, definendoli come fenomeni che privatizzano la fatica e interiorizzano il conflitto. Per uscire da questa costrizione è necessario ridefinire linguaggi comuni e costruire legami sociali. La parola cambiamento è quella che ricorre più spesso nel testo, ed è riferita soprattutto alle organizzazioni, come esplicita il sottotitolo. Quanti di noi hanno esperienza di associazioni, grandi e piccole, che ripetono sempre gli stessi errori e lasciano i propri membri frustrati, insoddisfatti e fondamentalmente disillusi? Credo molti, se non la quasi totalità. Come uscirne? Elena propone un metodo sintetizzato in tre lenti: prima viene l’ascolto, poi la comprensione del contesto e, infine, la necessaria azione. Non spoilero oltre: andatelo a leggere, è semplice ma illuminante. È soprattutto una boccata d’aria fresca, che mi riconcilia con un sindacato fatto di persone attive, che comprendono ciò che le circonda, affrontano i conflitti e vogliono cambiare davvero. Certo, il termine cambiamento può apparire generico. Ma, per tornare al linguaggio, sarebbe più chiaro usare riforma o rivoluzione? Quest’ultima compare una sola volta nel testo e in modo marginale. In fondo la vera rivoluzione l’ha fatta la controparte: il neoliberismo è stato una radicale guerra di classe, dei ricchi contro i poveri. E l’hanno vinta. La parola riforma, invece, è talmente abusata da aver perso ogni connotato legato a forme autentiche di emancipazione: da quella dalla povertà a quella coloniale o patriarcale, per citare tre domini che hanno ripreso vigore in questa nuova fase post-neoliberale. Siamo andati oltre il peggio immaginabile e, come se non bastasse, non disponiamo di forme organizzative adeguate per reagire. Ben venga allora il cambiamento proposto da Elena, ed evviva che arrivi dalla prospettiva sindacale. La situazione è tale che abbiamo bisogno di tutto, a maggior ragione se la proposta è attenta, adeguata e seria come quella che Elena Ferro fa nel suo libro, affrontando le questioni che dobbiamo porci per riorganizzarci di fronte al tecnocapitalismo. > “Il paradosso della nostra società è l’illusione di essere iperconnessi > mentre, nei fatti, siamo spesso più lontani. Come bussare a porte socchiuse: > la voce entra, la presenza no.” Chiudo con questo passaggio tratto dal libro, per restituire il senso e l’urgenza delle sue riflessioni. Non mi resta che augurarvi buona lettura. Ettore Macchieraldo
September 5, 2026
Pressenza
Cambiare il sistema per cambiare il clima
di Marco Bersani* *articolo pubblicato su il manifesto del 15 agosto 2026 per la Rubrica Nuova Finanza Pubblica Mentre l’Europa è immersa nella quarta ondata di caldo estremo, dentro un’estate divenuta fisicamente e psicologicamente insopportabile, in cui la disperata ricerca Continua a leggere L'articolo Cambiare il sistema per cambiare il clima proviene da ATTAC Italia.
August 15, 2026
ATTAC Italia
Genova 2001, il futuro che avevamo davanti
Venticinque anni dopo il G8 di Genova, il rischio più grande non è l’oblio. È la semplificazione. Per un quarto di secolo Genova è stata raccontata soprattutto attraverso le sue ferite: l’omicidio di Carlo Giuliani, la mattanza della Diaz, le torture di Bolzaneto, le cariche indiscriminate, le false prove, i […] L'articolo Genova 2001, il futuro che avevamo davanti su Contropiano.
July 19, 2026
Contropiano
Gli operai possono tornare ad essere i protagonisti del cambiamento
Intervista a Guido Lutrario dell’Esecutivo nazionale dell’USB. Nell’ultimo mezzo secolo gli operai sono passati dentro un violento processo di ristrutturazione e destrutturazione che li ha frammentati, resi subalterni, depotenziati ideologicamente come il settore sociale che aveva guidato i processi di cambiamento del paese. Oggi si stanno determinando le condizioni per […] L'articolo Gli operai possono tornare ad essere i protagonisti del cambiamento su Contropiano.
April 1, 2026
Contropiano
I giovani che hanno detto no al governo adesso fanno gola a tutti
Chi lo avrebbe detto? Anche solo venerdì 21 marzo era impossibile immaginare una bocciatura tanto sostanziosa da parte delle giovani generazioni nei confronti del Governo Meloni. Sfidiamo a trovare una predizione di un risultato generoso come poi è stato e questo dice molto. Per chi conosce la situazione dietro al […] L'articolo I giovani che hanno detto no al governo adesso fanno gola a tutti su Contropiano.
March 26, 2026
Contropiano
“Tax the rich”, il momento magico di New York
I tre bicchieri sono già vicini, pronti a toccarsi; ci fermiamo un istante, ci guardiamo negli occhi e insieme decidiamo di procedere nel brindisi, in barba a scaramantiche precauzioni e collaudati timori. Laura ricorda che se desideriamo il cambiamento dobbiamo crederci, concedere fiducia e fare la nostra parte; se in un futuro non ancora definito rimarremo delusi allora protesteremo. Dzafer aggiunge: “Che alternativa reale abbiamo? Nessuna”. Concordo: cedere al cinismo, cercare il pelo nell’uovo e lamentarsi in anticipo non è un’alternativa politica. Soddisfatti e sorridenti facciamo battere i calici. Si è da poco concluso un rally (comizio) dall’iconico nome Tax the Rich promosso dalla base newyorkese del movimento socialista americano; si tratta dello stesso network da cui proviene Zohran Mamdani, quello che lo ha sostenuto durante i mesi di campagna elettorale con l’impressionante numero di oltre centomila volontari e che oggi non intende farsi da parte. Sa bene che un uomo lasciato solo può poco di fronte allo strapotere dei ricchi e potenti, pertanto vuole essere la sua forza. L’iniziativa, benedetta da una splendida giornata di sole, si è svolta in Union Square, a Manhattan, dove un folto numero di attivisti, sindacalisti, membri del movimento socialista e simpatizzanti a vario titolo si sono ritrovati attorno a un improvvisato palchetto – i gradoni della piazza hanno fatto da pulpito. Come di consuetudine la maggioranza dei partecipanti era giovane, piena di entusiasmo e creatività; non mancavano però figure più attempate, come il signore accanto, seduto su una una sedia pieghevole portata da casa, e come Dzafer, tanto pacato quanto ancora sognatore proprio in virtù dei suoi primi sessant’anni trascorsi tra battaglie sociali di quartiere e lotte per un diritto civile universale, sempre in prima linea, sempre alla ricerca di verità e giustizia. In molti indossavano ancora le spillette e i cappellini gialli e blu con la scritta Zohran for mayor, così come erano parecchie le kefieh arrotolate al collo, ma più di tutto la piazza era punteggiata da cartelli arancioni con il motto della giornata: “Tax the Rich Fund Child Care”. Una giovane aveva persino avuto la simpatica idea di scriverlo in rosso e a caratteri cubitali sul vestito.  Al centro dello spiazzo un ragazzo teneva alta una bandiera socialista, in cui una mano bianca e una nera si stringevano, a simboleggiare un modello di società umana dove l’amicizia regna tra i popoli e dove l’accesso alla risorse economico-culturali non è un privilegio riservato a una casta, ma è condiviso da tutti. Sembra che uno dei principali ostacoli alla realizzazione di tale luminosa società sia costituito dalla ricchezza non distribuita. Il problema è annoso. Chissà se qualche storico si è mai preso la briga di contare le rivolte avvenute nei secoli, con protagonisti i lavoratori, talvolta come contadini sottopagati e talaltra come operai sfruttati: quel popolo cosiddetto minuto che non per questo può fare a meno di nutrirsi e di sognare una vita migliore per sé e per i propri figli. Tassare i miliardari (da un milione di dollari di reddito l’anno in su) permetterebbe di iniziare a invertire il processo. La cosa fondamentale è procedere con un piano che opera nel presente guardando al futuro, così argomentava un giovane relatore dal “palco”. Abbiamo un’agenda per riportare il costo della vita nella nostra città entro limiti di spesa affrontabili dalle famiglie della classe lavoratrice; il nostro progetto non è campato in aria perché abbiamo messo al centro l’essere umano e nello specifico il bambino. È lui il nostro futuro, il futuro dell’intera comunità. Un altro relatore racconta di sua moglie, che fa l’insegnante e da quest’anno ha alunni che non mangiano più in mensa con gli altri bambini perché non possono più permetterselo, perché il governo Trump ha tagliato loro i benefici sociali con cui pagavano il pasto. Un altro racconta che durante un porta a porta per Zohran una famiglia gli ha aperto la porta sommersa dagli scatoloni. Quasi in lacrime se stavano andando. Non è un caso isolato. Il fenomeno delle famiglie costrette a lasciare la città è in aumento e con loro se ne vanno anche i bambini, la gioia di ogni Paese. Lo spopolamento va fermato subito, altrimenti New York City morirà, non ci sarà alcun bene per nessuno, nemmeno per i miliardari, anche se loro ancora non lo comprendono. Laura, Dzafer e io parliamo di questo e molto altro: “Ma pensano che siamo stupidi? Che non desidereremmo anche noi comprarci una casa invece che pagare un affitto, che suona sempre un po’ come buttare soldi dalla finestra? Noi in questo momento non possiamo nemmeno permetterci di parlarne a tavola.”  “Dovevo scegliere se far studiare mio figlio o comprare casa; siamo rimasti in affitto.” “Perché alcuni esseri umani sono così avidi? Preferiscono spendere milioni di dollari per contrastare l’ascesa di qualche politico con visioni diverse dalle loro piuttosto che pagare le tasse.” “Non è questa una forma di stupidità?” “È la malattia del potere, che va a braccetto con l’avidità.” “Con Zohran però gli è andata male, hanno buttato via milioni di dollari.” “Hai sentito che abbiamo vinto anche a Seattle?” “Sì, certo, con Katie Wilson. Non è incredibile che proprio ora stiano emergendo nuove figure politiche che affermano di volere un cambiamento radicale nella società? Zohran ha aperto la strada, ma in tanti devono seguirlo. Solo così ce la faremo, se saremo tanti, determinati e uniti.” Così trascorriamo un’ora lieta, come vecchi amici al bar che condividono storie passate e speranze future; solo che noi ci siamo incontrati meno di due ore fa. O meglio Laura e Dzafer vivono nello stesso quartiere nel Bronx e si sono conosciuti a un porta a porta. Laura è siciliana naturalizzata americana; è un’artista, una cantante jazz e una frizzante guida turistica. A New York si è innamorata, si è sposata e ha deciso di investirvi il proprio futuro. Dzafer è musulmano e il newyorkese più newyorkese che abbia mai conosciuto. È arrivato nel Bronx a tre anni dal Montenegro, lì è cresciuto, in una strada piena di italiani, lì vive e lì desidera, quando arriverà il suo momento, morire; ridendo ci dice che a Brooklyn ha messo piede per la prima volta solo pochi anni fa perché gli hanno spostato l’ufficio. Ci salutiamo abbracciandoci. Mentre mi allontano rifletto che condividere l’ideale di un mondo migliore e più giusto avvicina le persone e permette loro una comunicazione nuova, più profonda e, direi, finalmente umana; naturalmente crea uno spazio in cui le differenze personali si annullano, o almeno vengono sospese, in nome di qualcosa di più grande e che sia di tutti. In questo tempo pazzo e magico a New York, dove sembra che si stiano rimescolando le carte del mazzo (l’ho sentito chiamare il momentum, lo slancio), a volte mi sento così leggera che basterebbe un alito di vento per farmi volare.           Marina Serina
November 17, 2025
Pressenza
Quando il teatro è trasformazione sociale
NATO ALL’INTERNO DEL TEATRO DELL’OPPRESSO PER METTERE IN SCENA PROBLEMI CONCRETI DELLE COMUNITÀ LOCALI E LASCIARE CHE IL PUBBLICO PROPONGA SOLUZIONI, IL TEATRO-LEGISLATIVO HA IMPARATO AD ANDARE OLTRE ALLE PROPOSTE DI LEGGE. NEL TEMPO SI È ADATTATO A CONTESTI DIVERSI, SPESSO SENZA LA PRESENZA DELLE ISTITUZIONI, DIMOSTRANDO DI ESSERE UN POTENTE STRUMENTO DI TRASFORMAZIONE SOCIALE. IL COLLETTIVO GIOLLI HA RACCOLTO ESPERIENZE E INTERVISTE TRA EUROPA E STATI UNITI CHE MOSTRANO COME IL TEATRO-LEGISLATIVO SI POSSA APPLICARE NELLE SCUOLE, NEI QUARTIERI, NEI COMUNI, CON ASSOCIAZIONI O MOVIMENTI MA ANCHE CON PERSONE INIZIALMENTE DISGREGATE, DA UNIRE ATTORNO A UN TEMA COMUNE. ALFABETI PER UNA NUOVA CULTURA POLITICA Foto tratte dalla pag. fb Giolli Cooperativa Sociale  -------------------------------------------------------------------------------- A prima vista, l’accoppiata teatro e legge può sembrare improbabile. Del resto, il mondo del teatro raramente si intreccia con quello, più rigido e formale, delle istituzioni. Eppure, tra il 1993 e il 1996, a Rio de Janeiro, accadde qualcosa di sorprendente: Augusto Boal, uomo di teatro, ideatore del Teatro dell’Oppresso, venne inaspettatamente eletto Vereador (consigliere comunale). Di fronte a questa nuova responsabilità, Boal avrebbe potuto scegliere: lasciare da parte la politica per continuare con il suo metodo teatrale, oppure accantonare la scena per dedicarsi alla carriera istituzionale. Ma fece qualcosa di diverso: provò a fondere i due mondi. Nacque così il Teatro- Legislativo, un esperimento unico che portava il teatro dentro le istituzioni e le istituzioni dentro la vita reale. In estrema sintesi, si trattava di un percorso bidirezionale: dalla società alle istituzioni e ritorno. Con il teatro come mediatore, la voce degli oppressi — abitanti delle favelas, persone con disabilità, studenti neri, persone LGBTQIA+ — trovava ascolto e potere. I gruppi creavano spettacoli a partire da bisogni reali, cercavano possibili soluzioni attraverso il Teatro-Forum, poi Boal raccoglieva queste idee, le elaborava con una piccola equipe chiamata “cellulametabolica” e le trasformava in proposte di legge da presentare al Consiglio Comunale. Il risultato? Oltre 40 proposte presentate, di cui 13 approvate, nonostante Boal fosse all’opposizione. Ma il processo non si fermava lì: ogni proposta discussa o votata tornava alle comunità attraverso un evento chiamato “Camera in Piazza”, in cui veniva raccontato e condiviso ciò che accadeva in aula. Un vero e proprio circuito democratico che andava dal basso verso l’alto e viceversa. Da allora, il Teatro-Legislativo è diventato un riferimento per chi vuole coniugare arte, cittadinanza attiva e politica dal basso. L’idea si è diffusa nel movimento mondiale del Teatro dell’Oppresso, anche al di fuori di contesti istituzionali. Con il progetto europeo COFA – Community Organising for All, il collettivo Giolli ha raccolto esperienze e interviste a dieci attivisti e teatranti tra Europa e Stati Uniti che hanno sperimentato, in vari modi, questa forma di teatro trasformativo. Come si concretizza un percorso di Teatro-Legislativo? Uno dei percorsi più ricorrenti, raccontato in molte esperienze raccolte dal progetto COFA – Community Organising for All, segue una struttura ben precisa. Ecco le tappe. 1. Dalle storie alla scena. Tutto comincia da un gruppo di comunità: un collettivo omogeneo, spesso composto da persone che condividono una condizione di marginalizzazione o oppressione (ad esempio giovani disoccupati, migranti, persone con disabilità, studenti neri). Si raccolgono storie reali, esperienze vissute, e da queste si costruisce un Teatro-Forum — una forma teatrale interattiva dove il pubblico può intervenire per cercare soluzioni ai problemi messi in scena. 2. Teatro-Forum aperto alla comunità. Lo spettacolo viene rappresentato davanti alla comunità locale. Se dal dibattito emerge che il problema ha una dimensione politica o normativa, si decide di avviare una sessione di Teatro-Legislativo. A volte, invece, si parte direttamente da un tema già in discussione a livello istituzionale, così da inserirsi in un dibattito esistente. 3. Arrivano i “Policy Rangers”. Tra gli invitati ci sono i cosiddetti “policy rangers” (come li definisce l’attivista americana Katy Rubin): non solo politici e funzionari pubblici, ma anche attivisti, operatori sociali, educatori, tecnici — chiunque abbia potere o influenza sul tema trattato. 4. Analisi collettiva e immaginazione politica. Dopo un riscaldamento partecipativo, si rivede lo spettacolo con l’intento di andare oltre i personaggi: il pubblico è guidato ad analizzare il contesto strutturale della storia. Il facilitatore (chiamato Jolly) pone domande come: Quali problemi riconoscete nella scena? Sono reali nella vostra esperienza? Quali leggi, norme, regolamenti o strutture contribuiscono a crearli? Che nuove regole o pratiche vorreste vedere? Il pubblico interviene, gli attori reagiscono e il Jolly facilita il dialogo, mentre un secondo facilitatore annota in tempo reale su uno schermo tutto ciò che emerge.. 5. Scrittura delle proposte. I partecipanti, divisi in piccoli gruppi, scrivono proposte di legge o di policy. Non è necessario che siano tecnicamente perfette: l’importante è esprimere bisogni e visioni concrete. 6. Selezione partecipata. I “policy rangers” leggono le proposte davanti a tutti, le raggruppano per temi e ne selezionano 2 o 3 che appaiono più generali, efficaci e applicabili. 7. Emendamenti dal vivo. Le proposte vengono mostrate su un grande schermo. Il pubblico può suggerire modifiche o emendamenti, che vengono discussi e integrati in tempo reale. 8. Voto e priorità. Si passa poi a un voto pubblico, per stabilire quali idee sono considerate più urgenti o trasformative. È il momento in cui la collettività si esprime su ciò che ha più potenziale per generare cambiamento. 9. L’impegno dei decisori. I “policy rangers” si assumono un impegno concreto, davanti a tutti: dichiarano pubblicamente quali azioni porteranno avanti nelle successive otto settimane. 10. Il follow-up. Due mesi dopo, il gruppo promotore verifica cosa è stato fatto. Si redige un rapporto pubblico, che viene condiviso con la comunità per dare trasparenza al processo e stimolare ulteriori azioni. Questo tipo di percorso non è solo uno strumento teatrale, ma un vero esercizio di democrazia partecipata, dove la creatività collettiva si traduce in azione politica concreta. E se Boal diceva che “tutti possono fare teatro, anche i legislatori”, oggi sappiamo che tutti possono anche contribuire a scrivere le regole del gioco. A partire da una scena. Perché il Teatro-Legislativo favorisce la partecipazione Il Teatro-Legislativo stimola la ricerca di soluzioni concrete a partire dall’esperienza diretta di chi vive il problema. Il punto di partenza non è l’astrazione tecnica, ma la voce di chi subisce l’ingiustizia. Questo rende il processo fortemente partecipativo: chi normalmente resta ai margini prende la parola, elabora collettivamente il proprio punto di vista e contribuisce attivamente a progettare un cambiamento reale e attuabile. In questo modo, il Teatro-Legislativo non solo abbatte le barriere tra cittadini e istituzioni, ma si configura come uno strumento concreto di democrazia dal basso, capace di unire riflessione critica, creatività e azione politica. Un nuovo modo di fare politica dal basso? Il Teatro-Legislativo nasce da una convinzione forte: le proposte che emergono dalla base, se discusse e approfondite in modo collettivo, possono trasformarsi in strumenti reali di cambiamento e contribuire alla soluzione concreta dei problemi di una comunità. Il Teatro-Legislativo si fonda su sei pilastri ideologici e metodologici: 1. Schieramento politico dalla parte degli oppressi. Il Teatro-Legislativo parte da un posizionamento chiaro: si mette al fianco delle persone socialmente e politicamente più deboli, riconoscendo le disuguaglianze strutturali e cercando di combatterle attraverso l’azione collettiva. 2. Pedagogia della coscientizzazione. I facilitatori, chiamati Jolly, non impongono soluzioni né trasmettono verità preconfezionate, non usano la propaganda o la manipolazione. Seguendo il pensiero di Paulo Freire, il loro compito è aiutare i gruppi a interrogarsi sul presente, a problematizzare le proprie condizioni e a immaginare alternative. 3. Visione olistica dell’essere umano. Il Teatro-Legislativo coinvolge mente, corpo ed emozione. La parola non è l’unico strumento di conoscenza: anche il gesto, il suono, l’immaginazione sensoriale e l’azione scenica diventano strumenti per comprendere e trasformare la realtà. 4. Orientamento al futuro e al cambiamento. Il presente viene analizzato attraverso la scena, ma con uno sguardo rivolto alla trasformazione: ciò che accade sul palco serve a progettare un futuro più giusto e condiviso. 5. Fiducia nei soggetti oppressi. Il Teatro-Legislativo rifiuta la delega agli esperti. Crede nella capacità delle persone direttamente coinvolte nei problemi, di elaborare le proprie soluzioni e di essere protagoniste della trasformazione. 6. Sperimentazione continua. Non esiste un unico “format” di Teatro-Legislativo. Ogni percorso si adatta al contesto, si costruisce insieme ai partecipanti, evolve nel tempo. È un processo vivo, che cresce insieme ai gruppi con cui si lavora. Tutto questo basta a definirlo una nuova forma di politica dal basso? Forse sì. O almeno, una pratica radicalmente diversa da quella tradizionale, in cui la cittadinanza attiva si esprime attraverso l’arte e la co-decisione. Esperienze: dal Brasile all’Europa Il Teatro-Legislativo non è rimasto confinato alla sua esperienza originaria, quella in cui Boal fu eletto consigliere comunale a Rio de Janeiro e condusse per quattro anni un progetto ufficialmente sostenuto dal Comune. Al contrario, si è adattato a contesti diversi, spesso anche senza la presenza diretta delle istituzioni o in collaborazione con esse in forme nuove. Alcuni esempi? A Graz, in Austria, persone senza dimora hanno preso parte a un percorso di Teatro-Legislativo per elaborare un regolamento più umano dei centri di accoglienza: le proposte sono arrivate fino al consiglio comunale. In Portogallo, il Teatro-Legislativo è stato utilizzato per creare proposte di riforma del sistema di borsedistudiouniversitarie, e anche per contribuire alla riscrittura della legge sulla gioventù, coinvolgendo direttamente studenti e giovani attivisti. Nel Tirolo austriaco, una ministra regionale ha promosso un percorso di Teatro- Legislativo per riformare la legge sulla disabilità: Il processo ha coinvolto centinaia di persone con disabilità e le loro associazioni. Negli Usa, a New York, il collettivo TONYC ha lavorato con il Comune per introdurre una carta d’identità valida con nome elettivo per persone transgender, emersa da un percorso di Teatro-Legislativo. E ancora: nel Regno Unito, l’organizzazione Active Inquiry ha co-condotto un processo di TL sul tema dell’assistenza sanitaria, coinvolgendo gruppi di cittadini e riuscendo a far dialogare i risultati con parlamentari locali. Dove e come applicare il Teatro-Legislativo? I contesti in cui il Teatro-Legislativo può essere sperimentato sono molteplici. Ogni volta che si tratta di proporre, cambiare o far rispettare una norma o un regolamento, il Teatro-Legislativo può entrare in gioco. Si può applicare: a livello locale, ad esempio in una scuola, un quartiere o un Comune; su scala più ampia, fino a raggiungere province, regioni o parlamenti; con gruppi già organizzati (associazioni, movimenti), ma anche con persone inizialmente disgregate, da unire attorno a un tema comune. Il Teatro-Legislativo può servire per proporre nuove leggi o regolamenti; rendere effettive norme già esistenti; rafforzare e unificare movimenti frammentati; creare consapevolezza e senso di appartenenza intorno a una causa comune. Come ricorda José Soeiro, sociologo e attivista portoghese: “Non fissiamoci solo sulla produzione di nuove leggi: il Teatro-Legislativo può agire in diverse aree di trasformazione sociale”. L’importante è che sia un processo vivo, condiviso e concreto, capace di rendere visibile l’invisibile e trasformare l’indignazione in azione collettiva. -------------------------------------------------------------------------------- Roberto Mazzini, GiolliCoop -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quando il teatro è trasformazione sociale proviene da Comune-info.
July 1, 2025
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