Se il rap ha il ritmo della cittadinanza

Comune-info - Wednesday, September 16, 2026

A Jesi, cittadina marchigiana, giovani musicisti rap di seconde e terze generazioni raccontano il loro quartiere e i loro desideri attraverso musiche meticce e parole radicali. Portano un po’ di vita pulsante nel deserto culturale e umano del ghetto che il razzismo e le politiche sicuritarie hanno immaginato per loro

Foto di Michael Moloney su Unsplash

Iehb vive a Jesi, anzi vive al Campo Boario, come tiene a precisare. Jesi è una città marchigiana di provincia con poco meno di quarantamila abitanti. Nel corso degli ultimi venticinque anni le politiche abitative e urbanistiche, assieme al fenomeno migratorio, hanno provocato un profondo cambiamento demografico in uno dei suoi quartieri storici e popolari, quello di San Giuseppe con il suo Campo Boario. Sono le strade da sempre espressione dell’identità popolare jesina, oggi abitate prevalentemente da jesini arrivati da altri Paesi, i cui figli sono già cittadini di seconda e terza generazione e qui hanno le loro radici. 

Nel quartiere c’è l’Istituto Comprensivo Federico II, una scuola modello ma ritenuta di frontiera, guidata da un dirigente scolastico coraggioso che si chiama Massimo Fabrizi insieme a un valido organico di docenti e personale. In questi giorni è iniziato il nuovo anno scolastico e in tre prime classi elementari dell’istituto gli alunni sono tutti jesini “nuovi”, figli di famiglie che sono arrivate da lontano. 

Nel quartiere la media anagrafica contrasta sia con il dato nazionale che cittadino: a prevalere sono infatti i giovani e i giovanissimi. Quella zona urbana, che non è definibile periferia e che confina con le mura storiche medievali, viene considerata quasi ‘altro’ dalla città sia per come si percepisce chi ci abita, sia per come la ghettizza e stigmatizza non poca parte del resto degli jesini. E’ anche per questo motivo che i giovani di qui incontrano poche persone che vivono nelle altre zone della città, e tra queste hanno a che fare soprattutto con il personale delle forze dell’ordine. 

Certo non è un quartiere semplice, ci sono problemi che non possono essere edulcorati. Prima di tutto di relazione, perché a vivere questa sorta di apartheid non sono solo i cosiddetti ‘stranieri’ ma anche gli jesini loro vicini di casa; che sono rimasti perché magari le condizioni economiche non hanno consentito di andarsene, o che si sono trasferiti in altri quartieri affittando le case di genitori e nonni ai nuovi arrivati, per poi razzializzarli sui social. Ci sono anche problemi di microcriminalità, ma ben al di sotto dei dati nazionali, anche se fa notizia di cronaca un bimbo che gioca con la pistola che schizza l’acqua sul prato della scuola. Un quartiere dove diventa iceberg il piccolo spaccio; ma il cliente del pusher locale arriva spesso a fare acquisti dal centro città o dalle zone residenziali. 

La politica locale tenta con alcune iniziative di favorire l’integrazione, ma non bastano. Una politica che è legata ormai esclusivamente al consenso non può perdere tempo dove il consenso non può arrivare, perché la maggioranza di chi abita lì, anche se ci è nato, il diritto di voto non ce l’ha. Quindi a prevalere è la risposta securitaria e poliziesca, a cui si accoda senza distinzioni anche il centrosinistra cittadino. La stessa del governo e del ministro Piantedosi con i suoi sei decreti sicurezza; in cui i bersagli italiani o stranieri, inclini ai piccoli reati o manifestanti per la Palestina, sono esclusivamente i giovani. 

Nella società in cui tutto è mainstream, anche la gestione della sicurezza diventa scenografica: a Jesi, lo scorso gennaio, per reprimere presunti autori di presunti episodi di criminalità è arrivato da Pescara l’elicottero dei Carabinieri che ha sorvolato all’alba il quartiere San Giuseppe. Una sceriffata che si è conclusa con qualche avviso orale da parte del questore. 

Delle armi giocattolo – quelle che si trovano in qualsiasi set di posa – utilizzate come materiali di scena in un video rap diffuso sui social hanno fatto scattare la più repressiva delle azioni di polizia che la città abbia mai conosciuto. Quel blitz in stile hollywoodiano ha portato però alla luce per la prima volta, anziché dei pericolosi criminali, dei giovani artisti che con la musica rap raccontano sé stessi e il loro desiderio di riscatto e di normalità. 

BOARIO#1, TOSSICO, C’EST LA VIE, CHAWAFET sono i video musicali che IHEB, RSH, e altri ragazzi hanno lanciato in questi mesi sui social, su Youtube e su Spotify. Sono stati girati nel quartiere e vedono protagonisti questi ragazzi. Sono buoni prodotti musicali dai testi taglienti come è tipico del linguaggio rap, densi e veri. 

In una città in cui da tempo si è progressivamente spenta ogni tensione culturale e artistica sia pubblica che privata, l’unico progetto culturale qualificato e qualificante è dato dalla musica e dai testi di questi giovani cittadini. Loro si raccontano in maniera radicale e promuovono la città, perché ne raccontano la vita vera che pulsa, la parte che vuole emergere dal ghetto e dallo stigma che aspira a essere riconosciuta. A raccontare ‘fuori le mura’ la Jesi del presente non saranno certo gli scorci urbani di qualche set cinematografico di film o fiction di terza categoria girato in città, e nemmeno lo spot commerciale di un brand del lusso girato dentro il cimitero, espressione dell’architettura ‘brutalista’. 

“Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”, scrive Italo Calvino ne Le Città Invisibili. Questa è la sfida che riguarda le città oggi. Lo abbiamo visto a Spin Time, al Bosco Ospizio, lo vediamo anche a Jesi al suo Campo Boario. Ma per far questo non servono i poliziotti, le volanti con le sirene e gli elicotteri: servono operatori di strada, mediatori culturali, cittadini buona volontà, una Chiesa locale che lavi, come fece papa Francesco, i piedi della donna musulmana, amministratori pubblici che non pensino solo alle proprie fortune e alle elezioni. Serve infine, ma questo è invece proprio il punto di partenza, cambiare tutti linguaggio e parole. I giovani rapper del Campo Boario non sono ‘maranza’, ma persone e cittadini. I loro video e la loro musica non sono uno sfregio alla buona immagine e al decoro della città, bensì un atto d’amore e delle mani tese. 

L'articolo Se il rap ha il ritmo della cittadinanza proviene da Comune-info.