«Gli artisti non si espongono mai»: la smentita arriva dal rap
Mentre nel centro di Milano si infiammava la protesta e al Sud camionisti e
agricoltori bloccavano caselli e statali contro il caro gasolio e i problemi
irrisolti del comparto, su TikTok i video delle proteste scorrevano con una
colonna sonora ricorrente: In Italia 2024, la versione aggiornata del brano di
Fabri Fibra con Baby Gang. Nel giro di pochi giorni, a quei suoni si sono
aggiunte le parole di chi la musica la fa, e il racconto degli artisti sempre
zitti, che non hanno il coraggio di esporsi, è andato a farsi benedire.
Marracash, cresciuto alla Barona, periferia di Milano, ha scritto su Instagram
di aver sempre trovato la protesta via social «troppo facile, cheap», salvo
rivendicare subito dopo: «Le diseguaglianze sociali sono la mia battaglia, alla
ribellione ho dedicato la mia vita». Poi richiama due precedenti: il discorso
del giugno 2025 dallo stadio Maradona di Napoli, quando, parlando di Gaza,
spiegò che se la voce non basta il popolo deve far sentire il proprio potere,
perché «il potere capisce solo il potere»; e È finita la pace, disco uscito a
sorpresa nel dicembre 2024, in cui già attaccava un governo convinto di colmare
il vuoto a colpi di decreti sicurezza, come in Crash, dove canta di un «governo
di fasci che dice cose preistoriche, pensino che basti riempire il vuoto con
l’ordine». La chiusura del post non lascia margini di interpretazione: «Con le
buone non cambi le cose».
Il rapper italiano Marracash
Quella frase finale gli è costata una pioggia di critiche, anche da parte di
molti fan, che lo hanno accusato di non aver condannato i disordini. La replica,
affidata ai commenti sotto lo stesso post, non arretra di un passo: «A tutti gli
indignati sotto questo post, io dico queste cose da sempre, dalle prime canzoni.
Cambiate artista». La violenza va condannata, scrive, «ma anche quando la
polizia manganella gli studenti, quando ci sono i caschi senza numero di
matricola, lo scudo penale». Va condannata anche quella che subisce una
generazione senza futuro, che studia per niente, finisce stordita dagli
psicofarmaci e resta ai margini, davanti a una vetrina di status symbol che non
potrà mai permettersi, sottolinea, prima di chiudere ricordando che: «Esistono
molte forme di violenza».
Ancora più duro Kid Yugi, che rientrato a Massafra, nel Tarantino, racconta
strade bloccate, supermercati vuoti e distributori a secco, «nel silenzio e
nell’indifferenza delle istituzioni e dei media tradizionali». «Lo Stato
italiano è ormai uno Stato fallito», scrive, prima di congedarsi con un: «Mi
fate schifo». Alle parole ha affiancato due estratti, da 64 Barre di Terrore, il
freestyle che racconta il Sud profondo, quello che sta al di sotto della linea
Gustav, la vecchia linea difensiva tedesca che tagliava in due il Paese, e da
Armato di Nerissima Serpe: in entrambi, uno Stato sordo alle richieste d’aiuto
della sua gente. Il genovese Sayf sostiene che puntare il dito contro la
violenza serva solo a delegittimare le piazze: «Non c’è destra o sinistra, c’è
un sotto e un sopra. E noi siamo tutti sotto». Ghali invita i ragazzi a
continuare a lottare, mentre il milanese Nerone separa i milioni che protestano
pacificamente dai «400 clown minorenni» che hanno sfondato negozi e auto,
regalando un alibi a chi di risposte non ne ha.
Quelle dei rapper sono posizioni diverse, a tratti opposte, ma nessuna
reticente, e chi se ne stupisce dimentica da dove arriva questa musica. Il rap
nasce nel Bronx degli anni Settanta, tra palazzi fatiscenti e quartieri
dimenticati, per raccontare quello che i telegiornali non raccontano, tanto che
Chuck D dei Public Enemy arrivò a definirlo la CNN dell’America nera. Nel 1988,
a Compton, gli NWA trasformano un fermo di polizia subito da MC Ren in Fuck tha
Police, un processo immaginario agli agenti. L’anno dopo, a Detroit, la polizia
intima al gruppo di non suonarla: Ice Cube lo annuncia al pubblico, «ma noi
siamo gli N.W.A… diciamo quello che vogliamo dire», prima di far partire la
canzone con la conseguente interruzione del concerto. Nell’agosto di quell’anno
l’FBI scrive alla casa discografica per protestare contro il brano, accusato di
incitare alla violenza contro gli agenti, con l’unico risultato di consacrare
gli NWA come “il gruppo più pericoloso del mondo”. Il gangsta rap diventa così
un fenomeno nazionale, cronaca senza filtri delle strade che anticipa di pochi
anni la rivolta di Los Angeles del 1992, esplosa dopo l’assoluzione dei
poliziotti che avevano pestato Rodney King.
Il rapper italiano Sayf
In Italia la miccia si accende nei centri sociali dei primi anni Novanta, con un
filo rosso che passa per il G8 di Genova del 2001, la morte di Carlo Giuliani e
le violenze alla Diaz e di Bolzaneto, che entrano nelle rime di una generazione
intera. Nel 2011 Caparezza pubblica Non siete Stato voi, due anni dopo la morte
di Stefano Cucchi. Ma quello che si muove in questi giorni potrebbe essere
l’inizio di qualcosa di più grande: i ragazzi scendono in piazza convocati su
TikTok, senza bandiere né sigle, mentre al Sud sono padri e nonni a fermare i
tir ai caselli, e le due generazioni si ritrovano a gridare la stessa impotente
disperazione.
Intanto nel Consiglio dei ministri convocato oggi, 20 ottobre, approda
l’ennesimo decreto sicurezza, che sarebbe l’ottavo di questo governo. Secondo le
bozze prevede cinquecento militari in più per le strade di Milano con funzioni
di polizia giudiziaria, il fermo preventivo esteso fino a ventiquattro ore anche
per i minorenni, l’arresto differito per chi danneggia in gruppo e pene più
severe per i blocchi stradali, una stretta che colpisce proprio camionisti e
agricoltori del Sud. Sul caro carburante, sugli stipendi o sugli affitti,
invece, nel testo non c’è nulla. Davanti al disagio, insomma, lo Stato rinuncia
ancora una volta a interrogarsi sulle cause e sceglie l’ennesima svolta
repressiva.
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