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«Gli artisti non si espongono mai»: la smentita arriva dal rap
Mentre nel centro di Milano si infiammava la protesta e al Sud camionisti e agricoltori bloccavano caselli e statali contro il caro gasolio e i problemi irrisolti del comparto, su TikTok i video delle proteste scorrevano con una colonna sonora ricorrente: In Italia 2024, la versione aggiornata del brano di Fabri Fibra con Baby Gang. Nel giro di pochi giorni, a quei suoni si sono aggiunte le parole di chi la musica la fa, e il racconto degli artisti sempre zitti, che non hanno il coraggio di esporsi, è andato a farsi benedire. Marracash, cresciuto alla Barona, periferia di Milano, ha scritto su Instagram di aver sempre trovato la protesta via social «troppo facile, cheap», salvo rivendicare subito dopo: «Le diseguaglianze sociali sono la mia battaglia, alla ribellione ho dedicato la mia vita». Poi richiama due precedenti: il discorso del giugno 2025 dallo stadio Maradona di Napoli, quando, parlando di Gaza, spiegò che se la voce non basta il popolo deve far sentire il proprio potere, perché «il potere capisce solo il potere»; e È finita la pace, disco uscito a sorpresa nel dicembre 2024, in cui già attaccava un governo convinto di colmare il vuoto a colpi di decreti sicurezza, come in Crash, dove canta di un «governo di fasci che dice cose preistoriche, pensino che basti riempire il vuoto con l’ordine». La chiusura del post non lascia margini di interpretazione: «Con le buone non cambi le cose». Il rapper italiano Marracash Quella frase finale gli è costata una pioggia di critiche, anche da parte di molti fan, che lo hanno accusato di non aver condannato i disordini. La replica, affidata ai commenti sotto lo stesso post, non arretra di un passo: «A tutti gli indignati sotto questo post, io dico queste cose da sempre, dalle prime canzoni. Cambiate artista». La violenza va condannata, scrive, «ma anche quando la polizia manganella gli studenti, quando ci sono i caschi senza numero di matricola, lo scudo penale». Va condannata anche quella che subisce una generazione senza futuro, che studia per niente, finisce stordita dagli psicofarmaci e resta ai margini, davanti a una vetrina di status symbol che non potrà mai permettersi, sottolinea, prima di chiudere ricordando che: «Esistono molte forme di violenza». Ancora più duro Kid Yugi, che rientrato a Massafra, nel Tarantino, racconta strade bloccate, supermercati vuoti e distributori a secco, «nel silenzio e nell’indifferenza delle istituzioni e dei media tradizionali». «Lo Stato italiano è ormai uno Stato fallito», scrive, prima di congedarsi con un: «Mi fate schifo». Alle parole ha affiancato due estratti, da 64 Barre di Terrore, il freestyle che racconta il Sud profondo, quello che sta al di sotto della linea Gustav, la vecchia linea difensiva tedesca che tagliava in due il Paese, e da Armato di Nerissima Serpe: in entrambi, uno Stato sordo alle richieste d’aiuto della sua gente. Il genovese Sayf sostiene che puntare il dito contro la violenza serva solo a delegittimare le piazze: «Non c’è destra o sinistra, c’è un sotto e un sopra. E noi siamo tutti sotto». Ghali invita i ragazzi a continuare a lottare, mentre il milanese Nerone separa i milioni che protestano pacificamente dai «400 clown minorenni» che hanno sfondato negozi e auto, regalando un alibi a chi di risposte non ne ha. Quelle dei rapper sono posizioni diverse, a tratti opposte, ma nessuna reticente, e chi se ne stupisce dimentica da dove arriva questa musica. Il rap nasce nel Bronx degli anni Settanta, tra palazzi fatiscenti e quartieri dimenticati, per raccontare quello che i telegiornali non raccontano, tanto che Chuck D dei Public Enemy arrivò a definirlo la CNN dell’America nera. Nel 1988, a Compton, gli NWA trasformano un fermo di polizia subito da MC Ren in Fuck tha Police, un processo immaginario agli agenti. L’anno dopo, a Detroit, la polizia intima al gruppo di non suonarla: Ice Cube lo annuncia al pubblico, «ma noi siamo gli N.W.A… diciamo quello che vogliamo dire», prima di far partire la canzone con la conseguente interruzione del concerto. Nell’agosto di quell’anno l’FBI scrive alla casa discografica per protestare contro il brano, accusato di incitare alla violenza contro gli agenti, con l’unico risultato di consacrare gli NWA come “il gruppo più pericoloso del mondo”. Il gangsta rap diventa così un fenomeno nazionale, cronaca senza filtri delle strade che anticipa di pochi anni la rivolta di Los Angeles del 1992, esplosa dopo l’assoluzione dei poliziotti che avevano pestato Rodney King. Il rapper italiano Sayf In Italia la miccia si accende nei centri sociali dei primi anni Novanta, con un filo rosso che passa per il G8 di Genova del 2001, la morte di Carlo Giuliani e le violenze alla Diaz e di Bolzaneto, che entrano nelle rime di una generazione intera. Nel 2011 Caparezza pubblica Non siete Stato voi, due anni dopo la morte di Stefano Cucchi. Ma quello che si muove in questi giorni potrebbe essere l’inizio di qualcosa di più grande: i ragazzi scendono in piazza convocati su TikTok, senza bandiere né sigle, mentre al Sud sono padri e nonni a fermare i tir ai caselli, e le due generazioni si ritrovano a gridare la stessa impotente disperazione. Intanto nel Consiglio dei ministri convocato oggi, 20 ottobre, approda l’ennesimo decreto sicurezza, che sarebbe l’ottavo di questo governo. Secondo le bozze prevede cinquecento militari in più per le strade di Milano con funzioni di polizia giudiziaria, il fermo preventivo esteso fino a ventiquattro ore anche per i minorenni, l’arresto differito per chi danneggia in gruppo e pene più severe per i blocchi stradali, una stretta che colpisce proprio camionisti e agricoltori del Sud. Sul caro carburante, sugli stipendi o sugli affitti, invece, nel testo non c’è nulla. Davanti al disagio, insomma, lo Stato rinuncia ancora una volta a interrogarsi sulle cause e sceglie l’ennesima svolta repressiva. The post «Gli artisti non si espongono mai»: la smentita arriva dal rap appeared first on L'Indipendente.
October 20, 2026
L'INDIPENDENTE
[2026-10-25] Laboratorio di Biologia Politica 🪲🦇🌿 @ Serra del Parco Delle Energie Ex Snia
LABORATORIO DI BIOLOGIA POLITICA 🪲🦇🌿 Serra del Parco Delle Energie Ex Snia - Via Prenestina, 175, 00176 Roma RM (domenica, 25 ottobre 15:00) 🦠🍄🐝 CHE ORGANISMO MULTISPECIE SEI? 🐙🌿🦋 Scoprilo al Laboratorio di Biologia Politica! 📅 25 ottobre, ore 15:00 📍 Parco delle Energie, Roma Porta le tue fattezze di umano e preparati a trasformarti verso una assemblea oltre-umana. Come funziona? Inizia tutto da una carta pescata da un mazzo speciale 🃏 Il resto lo fanno la sorpresa e la meraviglia 🤩 Il programma del pomeriggio: 🫖 Tisanine, coccole e biscottini 🎭 Laboratorio costruzione maschere h 17.00 🎶 Musichette in vista del Climate Pride (14 novembre) ☕ Porta la tua tazza! Niente usa e getta. Un pomeriggio soffice e creativo per salutare l’autunno insieme, ritrovarci intorno ai temi che ci importano e immaginare futuri in cui l’umano non è più l’unico sul pianeta. 🌱 Hasta la simbiosi siempre! 💚 #climatepride #multispecie #oltreumano #laboratorio #attivismoclimatico
October 19, 2026
Gancio de Roma
Trovate un buco di merda e suonateci dentro
Quando il chitarrista dei Television, Tom Verlaine, acquistò la sua copia del libro Il cattolico sul cavallo a dondolo, probabilmente non pensava che anni dopo migliaia di persone avrebbero fatto la fila per comprarlo, dentro a un magazzino di Brooklyn. Allo stesso modo, quando Hilly Kristal prese in affitto un edificio al numero 315 di Bowery, New York, non pensava che qualcuno si sarebbe lamentato del rumore. Kristal voleva mettere in piedi un locale di musica dal vivo. La zona, ai margini di Manhattan, era particolarmente malfamata. Di notte ci dormivano solo i barboni. In più, Kristal non aveva intenzione di fare musica particolarmente rumorosa. Per mettere le cose in chiaro, chiamò il locale con la sigla dei suoi tre generi musicali preferiti: country, bluegrass e blues. CBGB. Le cose non andarono esattamente come aveva previsto. Già nell’insegna, infatti, c’era una clausola che nel giro di pochi mesi avrebbe mandato all’aria il suo desiderio di tranquillità. Il nome completo era CBGB & OMFUG, vale a dire Other Music For Uplifting Gormandizers. Che, tradotto, suona come: country, bluegrass, blues e un po’ tutto quello che vi pare. Era il dicembre del 1973 e quello che gli pareva, ai ragazzi che volevano suonare a New York, in realtà non era ancora stato inventato. Così ci pensarono direttamente loro. Il 16 agosto del 1974 salgono sul palco del CBGB quattro ragazzi del Queens. Giubbotti di pelle, jeans strappati e un cognome che in realtà non è di nessuno, ma che dà il nome alla band: Ramones. Suonano canzoni che durano meno di due minuti e che finiscono prima che il pubblico abbia il tempo di capire cosa stia succedendo. Nessuno lo chiama ancora punk. La parola arriverà solo nel 1976, dal titolo di una fanzine che conteneva proprio un’intervista ai Ramones. Ma ormai il dado era tratto. Il rock aveva appena imparato come fare a meno di tutto, tranne che del volume. E tutto era partito da lì. Dal locale di un signore di quarantadue anni, figlio di immigrati russi, che voleva solo ascoltare qualche cowboy col violino. I Ramones al CBGB I primi a bussare alla porta del CBGB, però, non erano stati i Ramones. Nella primavera del 1974, pochi mesi dopo l’inaugurazione, si presentano Tom Verlaine e Richard Lloyd: i Television. Chiedono a Kristal di suonare, ma il proprietario, ancora ostile alla musica rock, gli dice di no. Così tornano con il loro manager e trovano un accordo. Si sarebbero potuti esibire alla domenica, che allora, come oggi, è il giorno peggiore della settimana. Sia per suonare dal vivo che per pubblicare una rubrica musicale sul web. L’idea ha successo. Dietro ai Television comincia ad arrivare mezza New York. Patti Smith prima di tutti, fidanzata di Tom Verlaine, poi i Blondie, i Suicide, Johnny Thunders and the Heartbreakers e un gruppo di ragazzi del college che sale sul palco per la prima volta come gruppo spalla dei Ramones: i Talking Heads. Il leader della band, David Byrne, scriverà anni dopo che la musica prende forma dal luogo in cui viene suonata. I canti gregoriani sono lenti perché le cattedrali rimbombano. Il CBGB non rimbombava affatto. Byrne lo ricorda come una stanza lunga e stretta, piena di roba ovunque, con il bancone in mezzo e le pareti storte. Il suono non rimbalzava da nessuna parte e ogni nota arrivava nitida fino in fondo alla sala. «Uno studio di registrazione spenderebbe una fortuna per ottenere lo stesso effetto», ha dichiarato. Il primo disco dei Television sembra fatto apposta per risuonare in quella stanza lunga e stretta. Si intitola Marquee Moon. È nato dopo tre anni di concerti al CBGB, ma di punk, inteso quello dei giubbotti di pelle, ha ben poco. Questo perché Tom Verlaine è un chitarrista decisamente fuori dalla norma. Da ragazzo suonava il sassofono e consumava i dischi jazz di John Coltrane e Albert Ayler. La sua Fender sembra suonata soffiandoci dentro quante più note possibili. La canzone che dà il titolo all’album inizia con due accordi secchi e il trillo della chitarra, che sembra quello di una sveglia che suona alle 2 di notte e che ti conduce in una quieta disperazione. La voce passeggia sotto la luce obliqua del basso e della batteria:«Ascoltando la pioggia / sentendo qualcos’altro / sotto la tenda della luna». Poi tocca alla chitarra di Verlaine, che si prende tutta la seconda metà del brano. Una scala che sale, si allarga, si arrampica su se stessa per minuti, fino a diluirsi in una pioggia di note. Di solito la storia della musica si racconta così: a metà degli anni Settanta il rock era diventato un genere ridondante come i canti gregoriani nelle cattedrali. Mega gruppi, mega stadi, mega assoli e mega coglioni (diceva qualcuno). Così arriva il punk, che distrugge tutto. Da quelle macerie si riparte verso altre direzioni. Solo che qui siamo nel febbraio del 1977. Never Mind the Bollocks dei Sex Pistols non è ancora uscito. Il punk non ha ancora distrutto niente. I Television, ancora una volta, sono arrivati prima di tutti. Marquee Moon non rispetta nessun canone del punk. Dura dieci minuti, con un assolo di chitarra che ne occupa la metà. Eppure suona già come quello che verrà dopo. I Television hanno inventato il post-punk prima del punk. Il CBGB resistette parecchi anni e, alla fine, a farlo chiudere non fu il rumore. Fu l’affitto. Il padrone di casa alzò il canone e non rinnovò il contratto. Sulla Bowery, nel frattempo, i barboni erano diventati pochi e i ristoranti tanti. Il 15 ottobre 2006, giusto vent’anni fa, per l’ultimo concerto sale sul palco Patti Smith. Suona per tre ore e mezza. Tra i brani che esegue c’è anche Marquee Moon, in una versione recitata. L’atmosfera è quella del grande addio, ma senza nostalgia. D’altronde, il punk non è solito lasciarsi andare a questo genere di sentimentalismi. «Il CBGB non è un fottuto tempio – dice Patti Smith al microfono – è quello che è». Ai ragazzi che ascoltano sotto al palco dice di non preoccuparsi: «Troverete qualche altro buco di merda e ci suonerete dentro, come abbiamo fatto noi». Le luci si spengono poco dopo l’una. Hilly Kristal muore meno di un anno dopo. Quella sera sul palco, assieme a Patti Smith, c’era anche Richard Lloyd, l’altra metà dei Television. Tom Verlaine, invece, non si fa vedere. Gli ultimi anni della sua vita li ha vissuti lontano dagli amplificatori. Muore il 28 gennaio 2023, a 73 anni. A quel punto gli amici devono occuparsi di un’altra sua attività, assai meno nota della musica: quella di accumulatore seriale. In casa sua Tom Verlaine aveva circa cinquantamila libri. A diciott’anni, appena arrivato a New York, aveva trovato lavoro alla Strand, la grande libreria dell’usato di Manhattan, e da allora non aveva più smesso di frugare nei carrelli da un dollaro piazzati sui marciapiede. Nel 2018 scrisse addirittura un articolo di commiato sul New York Times dopo la scomparsa del titolare del negozio, Fred Bass, ricordando gli anni in cui si appassionò alla lettura: «Sembrava che con le parole si potesse fare qualsiasi cosa». Dopo la sua morte, i libri sono stati donati a un’altra libreria, Better Read Than Dead, che ha organizzato una grande svendita in un garage di Brooklyn. Prezzi da bancarella, con lo sconto per chi si portava via direttamente gli scatoloni. Qualcuno, per fare ordine, aveva provato a catalogarli, ma era un’impresa impossibile. I titoli andavano da Comunicare con gli animali a Aminoacidi: metabolismo e applicazioni mediche, passando per Il viaggio spirituale di un prete nello spettacolo, fino a Negoziare con la Cina. E, naturalmente, Il cattolico sul cavallo a dondolo. Con i dischi è andata allo stesso modo. Prima di morire, aveva deciso che sarebbero stati donati ad Academy Records, il suo negozio di fiducia. A giugno ne sono stati messi in vendita quattromila, questa volta sul web. Su Discogs c’è una sezione dedicata. Quasi tutto costa tra i dieci e i cinquanta dollari, perché un fan possa portarsi a casa un pezzo dello scaffale di Verlaine senza essere un collezionista milionario. Ci sono i dischi di Nico, dei Love, degli Slint, di Patti Smith e degli Strokes. C’è anche un vinile da sette pollici del singolo Un’altra volta chiudi la porta, di Adriano Celentano. E, naturalmente, c’è Marquee Moon. Anche il CBGB è stato rivenduto pezzo per pezzo. Questa volta non proprio per spirito di condivisione. Il bancone, le porte, i gabinetti e gli orinatoi sono stati smontati per una mostra a Las Vegas che, alla fine, non è mai stata realizzata. Le mattonelle del cesso sono finite nel set di un film del 2013, con Alan Rickman nei panni di Hilly Kristal. La tenda esterna, quella con la sigla del locale, è stata installata nell’atrio della Rock and Roll Hall of Fame, mentre una delle insegne è stata affissa sopra il bar dell’aeroporto di Newark, dove i passeggeri possono ordinare un club sandwich sotto al poster di Joey Ramone, in attesa del volo. Al 315 di Bowery adesso c’è una boutique di abbigliamento, che conserva i graffiti sui muri come fossero affreschi. Il bagno del CBGB esposto al Metropolitan Museum La sera della chiusura del CBGB, prima che si spegnessero le luci, Patti Smith aveva detto ai ragazzi di non preoccuparsi. Avrebbero trovato un buco di merda e ci avrebbero suonato dentro, come avevano fatto loro. Il consiglio vale ancora. Basta fare in fretta, prima che lo trasformino in un museo. Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace consigliatela ai vostri amici. Se non vi piace consigliatela ai vostri nemici. Se volete scriverci fatelo a musica@lindipendente.online The post Trovate un buco di merda e suonateci dentro appeared first on L'Indipendente.
October 18, 2026
L'INDIPENDENTE
Quella volta che i Nightwish chiesero a Darwin di cantare
di jolek78 C’è una busta, da qualche parte in Inghilterra, con sopra la calligrafia di un musicista finlandese. Dentro, una proposta che, raccontata a freddo, sembra la trovata di un poeta ubriaco: una band symphonic metal chiede a uno dei biologi evoluzionisti più noti del pianeta di prestare la voce a una canzone di ventiquattro minuti sull’origine della vita. Per
October 16, 2026
La Bottega del Barbieri
[NoteCoseCittà] Italia sul piatto - Ottobre
SCALETTA   Deepho e Post Nebbia, “SCENATA (eh.noz)” Amari, “Siamo pari” TYTO e C’mon Tigre, “Ceiling Drip Gospel” Tamango, “Matador” Pinhdar, “After the Fall” Edda e Lamante, “Ezechiele (feat. Lamante)” Olivia Santimone, “Sifonofori” Cosmo, “Incanto” Dimartino, “Meravigliosa incoscienza” Rares e iako, “Giorni di sole (con iako)” Francesco Guccini, “Un Altro Giorno È andato”
October 13, 2026
Radio Onda Rossa
Nessuno capisce perché su TikTok si balli sui Wilco, nemmeno i Wilco
Voi vi dovete immaginare la disperazione che regnava nella miserabile città di Strasburgo nell’anno 1518. Una carestia che va avanti da tre anni. Gente che muore di fame, inverni gelidi, raccolti andati a male, immondizia in ogni strada e malattie di ogni genere. L’anno prima, a qualche centinaio di chilometri, un monaco di nome Lutero aveva affisso novantacinque tesi sulla porta di una chiesa. A Strasburgo la Riforma non era ancora arrivata. In compenso era arrivata la sifilide.  In questo clima spensierato, una mattina di metà luglio, una donna, Frau Troffea, esce di casa per andare a fare le commissioni di giornata. Solo che non va a fare le commissioni di giornata. Si mette in mezzo alla strada e comincia a ballare. Apparentemente senza motivo. Senza una festa, senza la musica, senza neanche le pile del walkman. Frau Troffea balla sul niente. Il marito cerca di farla smettere, ma lei continua. Va avanti fino a sera. Poi crolla esausta, dorme, si sveglia e ricomincia a ballare in mezzo alla strada. Un fenomeno inspiegabile. Gli altri abitanti cominciano a seguire la vicenda. In una città in cui la cosa più vivace degli ultimi anni era stato il vaiolo, il fatto riscuote un certo interesse. Ben oltre i limiti della normale curiosità, tanto che qualcuno comincia a unirsi a lei. Prima di tutto il marito, poi i vicini di casa, poi la gente che passa per strada. Tutti si mettono a ballare. Dopo una settimana sono una trentina, nel giro di venti giorni diventano quattrocento. Il fenomeno, insomma, è diventato virale. Proprio come il vaiolo. Ora, se una tal cosa accadesse in Italia nel 2026 non ci sarebbero grandi problemi. Il fatto sarebbe immediatamente configurato come reato e Frau Troffea verrebbe arrestata nel giro di un pomeriggio in quanto organizzatrice di un rave illegale. Da tre a sei anni di carcere più una multa fino a diecimila euro. Il ministro dell’Interno si congratulerebbe con gli agenti per l’importante lavoro svolto. Qualcuno proporrebbe di estendere il reato anche ai trenini di Capodanno e la cosa finirebbe lì. Nel 1518 a Strasburgo, tuttavia, i decreti legge, così come le pile dei walkman, non li hanno ancora inventati. Così, invece di arrestare i ballerini, cercano di aiutarli. Il consiglio cittadino convoca i medici, che nel giro di poche ore danno il loro responso: sangue surriscaldato. La cura? Devono continuare a ballare fino a sfogarsi. La diagnosi viene presa sul serio e affrontata con organizzazione tedesca. Si ordina di sgomberare le sale di lavoro e di trasformarle in piste da ballo. Si montano palchi e si ingaggiano decine di musicisti per suonare a tutte le ore del giorno e della notte. Si ingaggia addirittura qualche ballerino professionista in buona salute per unirsi al gruppo e dirigere le danze. È, a tutti gli effetti, il primo festival europeo della storia a essere organizzato con fondi pubblici. Solo che non risolve il problema. Le persone in preda alla furia del ballo aumentano e qualcuno comincia a lasciarci le penne. Le cronache parlano di quindici decessi al giorno. A quel punto il consiglio cittadino cambia idea. Si smontano i palchi, si mandano via i suonatori e si vieta la musica fino a settembre. I casi più gravi vengono mandati fuori città, a chiedere la grazia al santuario di San Vito, protettore dei ballerini. Altri, semplicemente, vengono fatti sparire. Pare che funzioni. A settembre la crisi è risolta. La follia collettiva è passata e Strasburgo può tornare alla sua tiepida disperazione ordinaria. Cosa sia successo davvero in quel mese nessuno lo sa con certezza. Per secoli si è data la colpa alla segale cornuta, un fungo del grano che provoca allucinazioni. Gli studiosi hanno però smentito questa ipotesi. Chi è intossicato dalla segale non riesce a stare in piedi, figuriamoci ballare per un mese. L’ipotesi più accreditata è un’altra e riguarda quello che abbiamo scritto nelle prime righe di questo articolo. La piaga del ballo di Strasburgo Lo storico britannico John Waller, che alla piaga del ballo ha dedicato un libro intero, la mette così: i ballerini di Strasburgo non erano avvelenati. Erano disperati. Tre anni di fame, il gelo, la sifilide, i debiti, i funerali. E in mezzo a tutto questo, una fede cieca in un santo permaloso. Lungo il Reno si raccontava che San Vito, quando qualcuno lo faceva arrabbiare, lo condannasse a ballare fino allo sfinimento. Quando la paura e la fame superano il livello di guardia, basta che una persona cominci perché tutti gli altri si convincano che la maledizione è arrivata anche per loro. Il corpo fa il resto. Waller la chiama isteria di massa. A Strasburgo, probabilmente, la chiamavano castigo divino. San Vito, tra l’altro, non era tedesco. Era un ragazzino siciliano di Mazara del Vallo. Ma se in Germania il ballo era una malattia, nel Sud Italia era una cura. Ogni estate in Puglia, per almeno quattro secoli, capitava che la Frau Troffea di turno venisse morsa da un ragno velenoso: la taranta. Allora cadeva a terra, smetteva di mangiare, di parlare, di riconoscere i familiari. Immobile, per giorni interi. Quasi avesse smarrito le pile del walkman. A quel punto si chiamavano i suonatori. Tamburello, violino e organetto. Suonavano in casa per giorni al cospetto della malata, che si dimenava fino a espellere il veleno che l’aveva intossicata. Era un fenomeno particolarmente diffuso. Virale tanto quanto il vaiolo. Nel 1959 l’antropologo Ernesto de Martino scese in Salento per studiare il fenomeno e scoprì che in realtà il ragno non c’entrava nulla. La paralisi aveva altri nomi: un lutto, un matrimonio sbagliato, l’oppressione di una società patriarcale, la disperazione di una vita intera passata con la schiena piegata sui campi. La musica non toglieva il veleno. Dava un ritmo alla disperazione. Nel 1996 un cantautore italiano nato in Germania rimette insieme il santo e la taranta in un disco che si intitola Il ballo di San Vito. Si chiama Vinicio Capossela. Suo padre si chiama Vito. La canzone che apre l’album è una tarantella elettrica e ossessiva: «Dentro al cerchio del voodoo mi scaravento / e lì vedo che la vita è in quel momento / scaccia il male che c’ho dentro e non sto fermo». La storia di un uomo che non riesce a sfuggire alla sua disperazione. E allora balla, fino all’alba. Trent’anni dopo, il ballo di San Vito ha cambiato piattaforma. Quest’estate su TikTok è scoppiata un’epidemia che ha colpito una canzone su cui, in ventiquattro anni, nessuno aveva mai pensato di ballare. Jesus, Etc. è uno dei brani più famosi dei Wilco. Una ballata lenta e malinconica, con gli archi in sottofondo, pubblicata pochi mesi dopo l’11 settembre del 2001. Non esattamente un pezzo da discoteca. E invece, a quanto pare, un sacco di gente ci ha ballato sopra. Il brano è diventato virale su TikTok e moltissimi giovani si sono cimentati in una coreografia che prevede di sfoggiare un bel sorriso smagliante ondeggiando avanti e indietro, imitando gli alti edifici che tremano cantati dalla voce di Jeff Tweedy. Un ballo inaspettato «I Wilco stanno spopolando su TikTok grazie a un balletto inaspettato» ha titolato una pagina Instagram che si è accorta del fenomeno. I commenti sono pieni di utenti quanto meno sconcertati.  I Wilco stessi sono sembrati tra il sorpreso e lo sconfortato. Un po’ come il marito di Frau Troffea che osserva la moglie mettersi a ballare in strada a Strasburgo. Ballano in camera, al parco, davanti a un telefono, su una canzone triste, e nessuno capisce bene perché. Non è una novità. Nel 1996 i Wilco aprivano il loro secondo disco con la storia di un ragazzo che nessuno prendeva sul serio. Il titolo lo spiega già chiaro. Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace consigliatela ai vostri amici. Se non vi piace consigliatela ai vostri nemici. Se volete scriverci fatelo a musica@lindipendente.online The post Nessuno capisce perché su TikTok si balli sui Wilco, nemmeno i Wilco appeared first on L'Indipendente.
October 11, 2026
L'INDIPENDENTE
[2026-10-16] Raving in Europe @ CSOA Forte Prenestino
RAVING IN EUROPE CSOA Forte Prenestino - via Federico delpino, Roma, Italy (venerdì, 16 ottobre 21:30) Dalle ore 21.30 presentazione del libro RAVING IN EUROPE 1997-2004 e talk con Cheyenne Clementi e Valentina Morandi  OPENING con FUNKY BREAK a seguire musica con MIK IZIF - DJ KRIMINAL - STREET PANIK  VIENI E FAI VENIRE!
October 10, 2026
Gancio de Roma
[2026-10-11] JOJO FEST – III^ EDIZIONE Nessun Confine Solo Orizzonti @ Casa delle donne Lucha y Siesta
JOJO FEST – III^ EDIZIONE NESSUN CONFINE SOLO ORIZZONTI Casa delle donne Lucha y Siesta - Via Lucio Sestio,10. Metro A fermata Lucio Sestio (domenica, 11 ottobre 10:30) Domenica 11 ottobre Casa delle donne Lucha y Siesta, via Lucio Sestio n. 10 10:30: dibattito "Costruire movimento partendo dalle differenze" e, in contemporanea, laboratorio per bambin*. 13:00: cucina aperta a cura di O.S.A.I. (Osteria degli Scuppiati anticapitalista itinerante). 15:00: proiezione del documentario su JoJo "Nessun confine, solo orizzonti". Al termine della proiezione, microfono aperto per ricordare Josef insieme. 16:00: live music con le Balivas. A seguire aperitivo e DJ set. Ingresso a sottoscrizione libera. Il ricavato servirà a costruire le prossime edizioni del JoJo Fest e a sostenere la famiglia di Josef.
October 7, 2026
Gancio de Roma
[2026-10-11] Rêve x Armonia27 @ Baccelli di idee
RÊVE X ARMONIA27 Baccelli di idee - Via Orciano Pisano 9 (domenica, 11 ottobre 16:00) Dopo anni che ci orbitiamo intorno, finalmente l’11 Ottobre @reverevereverever e @armoniaventisette si incontreranno negli spazi della Baccelli, in Via Orciano Pisano, 9. Dalle 16 fino all’1, amplificati da @Realrock_Hifi, saremo accompagnati anche dal buon cibo di @spiros_testaccio , per una domenica condita da ottima musica. L’ingresso sarà con offerta libera, vi aspettiamo sotto il sound system!! —- After years of talking about it, finally on the 11th of October @reverevereverever and @armoniaventisette come together in the spaces of Baccelli, Via Orciano Pisano 9. From 4pm till 1am, amplified by @realrock_hifi . We’ll be accompanied by Spiros’ food as well, for a Sunday seasoned by great music. The entry will be free donation based, we hope to see you / we wait for you under the sound system!!
October 6, 2026
Gancio de Roma