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Il silenzio è una camera anecoica con dentro John Cage morto
Una camera anecoica è una stanza totalmente isolata dal mondo, all’interno della quale non si sente assolutamente niente. Pavimento, soffitto e pareti sono rivestiti di materiale fonoassorbente, si cammina su una rete sospesa per non toccare il pavimento, e ogni rumore che entra viene inghiottito dai muri senza produrre eco. Ne esistono poche al mondo. Piccole riserve naturali di silenzio incontaminato. John Cage, invece, lavorava con il suono. Era un compositore. Uno dei più grandi innovatori della musica del ‘900. Nel 1951 entra nella camera anecoica dell’università di Harvard, una delle meglio progettate al mondo. Dieci metri quadrati di vuoto cosmico all’interno dei quali non esiste alcun suono. John Cage entra e sente due suoni: uno acuto e uno grave. Ci rimane male. Esce dalla stanza e chiede lumi ai tecnici. Gli spiegano che quello che ha sentito non proviene dal mondo esterno, bensì da dentro di lui. Il suono acuto è il suo sistema nervoso in funzione, quello grave è il cuore che batte e il sangue in circolo. John Cage trae la sua conclusione: il silenzio non esiste. John Cage nella camera anecoica Forte di questa convinzione compone uno dei suoi brani più celebri e controversi: 4’33”. Una composizione della durata di quattro minuti e trentatré secondi che può essere eseguita da qualsiasi strumento, basta non suonarlo. La partitura esiste davvero. È divisa in tre movimenti e per ciascuno riporta una sola indicazione: tacet. Al posto della musica, il silenzio. O meglio, il silenzio ideale dello spartito che però, come Cage ha imparato dentro la camera anecoica, non corrisponde al silenzio reale. Il 29 agosto 1952 il brano va in scena per la prima volta. Il luogo è la Maverick Concert Hall di Woodstock, nello stato di New York. Una sala di legno in mezzo a un bosco, con la parete di fondo che si apre verso gli alberi. Il pianista è David Tudor, che di Cage è l’interprete di fiducia. Si siede, prende un cronometro, chiude il coperchio della tastiera. Trenta secondi. Lo riapre, lo richiude, volta pagina. Due minuti e ventitré. Lo riapre, lo richiude, volta pagina. Un minuto e quaranta. Si alza e saluta. Cage, seduto in platea, prende nota di quello che ha sentito. Il brano, infatti, non è muto: risuona di tutto quello che succede mentre il musicista non suona. Nel primo movimento Cage annota il vento fra gli alberi. Nel secondo le prime gocce di pioggia sul tetto. Nel terzo il pubblico che comincia a mormorare, a muoversi sulle sedie, e in qualche caso ad alzarsi e andarsene. Anche quello fa parte della composizione. Non tutti capiscono. Nel dibattito che segue, un artista locale chiede la parola e invita i concittadini a cacciare Cage e Tudor dalla città. Cage racconterà l’episodio per tutta la vita, sempre con un certo divertimento. Quelli che se ne sono andati, dirà, non hanno capito che il silenzio non esiste. Hanno sentito soltanto la musica che si sono persi. «La materia della musica è suono e silenzio – spiega Tudor un attimo prima di chiudere il pianoforte – metterli assieme, significa comporre» Tudor non dice niente di strano. Lo sa chiunque abbia assistito a un concerto di musica classica. Il direttore saluta il pubblico, si avvicina al leggio, guarda i musicisti, alza la bacchetta e crea il silenzio: la prima nota di ogni sinfonia. Prima che il sole sorga su Zarathustra, prima che fiorisca la danza della primavera, prima che il destino bussi alla porta. Quattro minuti, trentatrè secondi e sessantadue anni dopo, il silenzio torna in scena. Questa volta, però, a scopo di lucro.  Marzo 2014. I Vulfpeck, un gruppo funk di Ann Arbor, Michigan, caricano su Spotify un album intitolato Sleepify. Dieci tracce, ognuna di poco più di trenta secondi. Tutte mute. I titoli sono una Z, due Z, tre Z, e così via fino a dieci. Non è un omaggio a John Cage, bensì uno stratagemma per fare soldi. Spotify paga una royalty per ogni riproduzione che supera i trenta secondi. Le tracce ne durano trentuno. La band chiede ai fan di mettere il disco in loop di notte, mentre dormono. Otto ore di sonno equivalgono a circa novecento riproduzioni a testa. Nel giro di poche settimane i Vulfpeck raccolgono circa ventimila dollari, con i quali organizzano una serie di concerti a ingresso gratuito nelle città che hanno dormito di più. Spotify lascia fare per un po’, poi rimuove l’album dal catalogo per violazione dei termini d’uso. Nel frattempo ha capito il problema. Negli anni successivi cambia le regole: i brani con meno di mille ascolti annui non ricevono più un centesimo, e i cosiddetti rumori funzionali, la pioggia, il rumore bianco, il ventilatore per far dormire i neonati, vengono pagati solo se durano almeno due minuti. Da allora esiste una durata minima ufficiale del silenzio retribuito. Questa rubrica nel mese di agosto è rimasta in silenzio. Come molte persone, del resto, che sullo spartito quotidiano hanno scritto tacet e sono andate al mare. Il resto dell’orchestra, tuttavia, ha continuato a suonare. Settantamila nordafricani hanno invaso il Nord Africa.  L’Italia ha chiuso i confini con la Spagna. I Campi Flegrei hanno tremato come non facevano da quarant’anni. Guccini è morto. Il sole è stato oscurato da un’eclissi. L’Etna ha bloccato centomila passeggeri a Catania. A Messina hanno rubato tre tavole di Antonello durante la processione di Ferragosto. Il principe Harry è tornato nel Regno Unito. Delle banche hanno comprato altre banche. Spotify ha annunciato un’etichetta per distinguere i cantanti che esistono da quelli che no. Ben-Gvir ha chiesto quaranta morti a notte a Gaza. Trump ha cambiato nome a un sacco di laghi. È crollato un ghiacciaio in Nepal. L’Italia ha vinto il medagliere degli Europei di atletica e il governo Meloni è diventato il più longevo della storia della Repubblica.   John Cage in Italia nella cabina del quiz Lascia o Raddoppia A conti fatti, l’unico modo per ottenere il silenzio assoluto sarebbe una camera anecoica con dentro un compositore che ha smesso di respirare. John Cage muore nel 1992. Da allora, se non altro, l’esperimento è replicabile. Nel frattempo però la camera anecoica di Harvard è stata sostituita da una stanza in cui il suono non finisce mai, anche se dentro non c’è nessuno: l’interminabile mixtape del presente, quello che chiamiamo attualità. A Harvard, Cage aveva sentito il proprio sangue. Noi, ad agosto, abbiamo sentito il nostro. Si riprende da qui. Il primo movimento è già cominciato. Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace consigliatela ai vostri amici. Se non vi piace consigliatela ai vostri nemici. 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September 6, 2026
L'INDIPENDENTE
“Diritti sotto le stelle”: una serata piacevole, tra svago, impegno e musica
È la proposta del Gruppo Amnesty International Italia di Arese – Legnano – Saronno – Solaro per domani (mercoledì 2 settembre). L’appuntamento è a Saronno, a partire dalle 19 a Villa Gianetti (via Roma 20) e si svolge nell’ambito della rassegna Estate divina patrocinata dal Comune di Saronno. Si parte con una breve presentazione di Amnesty International, l’organizzazione umanitaria attiva da 65 anni, e con un divertente quiz sui diritti umani. Ci sarà poi l’opportunità di scoprire i brani da poco pubblicati dal cantautore Francesco Radice e di ascoltare l’omaggio a Francesco Guccini offerto dal cantante, cantautore e poeta Riccardo Lanfranchi. Tra le due esibizioni canore la scrittrice e giornalista Claudia Cangemi parlerà di disagio giovanile e sicurezza tra testimonianze e studi sul tema nell’intervento intitolato Si fa presto a dire maranza. L’ingresso è libero e sono disponibili birre artigianali e piattini invitanti a cura di Paneliquido. Amnesty International
September 1, 2026
Pressenza
Dopo 30 anni c’è un colpevole per l’omicidio di Tupac Shakur
Ci sono voluti quasi trent’anni, un’autobiografia, decine di interviste e una vanteria di troppo. Ma alla fine uno dei più celebri cold case della storia della musica ha trovato un colpevole. Una giuria di Las Vegas ha riconosciuto Duane “Keffe D” Davis colpevole di aver orchestrato l’omicidio di Tupac Shakur, l’agguato del 1996 che per decenni è rimasto impresso nell’immaginario collettivo senza responsabili accertati. Davis, 63 anni, ex leader di una gang di Compton, è stato condannato per omicidio di primo grado, la forma più grave: la pena verrà comunicata il 13 ottobre e rischia l’ergastolo. Alla giuria sono bastate meno di tre ore di camera di consiglio, al termine di un processo durato settimane.  I fatti risalgono alla notte del 7 settembre 1996. Tupac aveva appena assistito all’incontro di pugilato tra Mike Tyson e Bruce Seldon e viaggiava al fianco di Marion “Suge” Knight, co-fondatore della Death Row Records, quando una Cadillac bianca si è affiancata alla loro auto: quattro proiettili hanno colpito il rapper, che è morto sei giorni dopo, il 13 settembre, a 25 anni. Secondo la ricostruzione accolta dal tribunale, Davis non premette il grilletto: fu lui a organizzare la sparatoria e a fornire l’arma poi utilizzata dal nipote, Orlando Anderson, morto a sua volta in una sparatoria nel 1998 senza mai essere incriminato. Il movente, per la giustizia americana, fu una vendetta: poche ore prima dell’agguato, Anderson era stato pestato dall’entourage di Tupac dopo l’incontro di boxe. Il paradosso è che a incastrare Davis sono state soprattutto le sue stesse parole. Per anni l’ex boss ha raccontato l’omicidio a investigatori, registi e giornalisti, fino a metterlo nero su bianco nella propria autobiografia, Compton Street Legend: racconti che sono diventati le prove principali della sua condanna. Per i suoi avvocati si trattava soltanto di bugie, dette per ottenere soldi e notorietà da uno dei gialli più celebri d’America. La giuria non ci ha creduto. Alla lettura del verdetto, la sorella di Tupac, Sekyiwa “Set” Shakur, è scoppiata in lacrime abbracciando i pubblici ministeri, mentre Davis, arrestato nel settembre 2023, si è dichiarato innocente e ha annunciato ricorso in appello MOLTO PIÙ DI UN RAPPER Per capire perché questa sentenza abbia fatto il giro del mondo, bisogna ricordare chi fosse Tupac Shakur. Non semplicemente uno dei rapper più venduti di sempre, ma la voce che più di ogni altra ha trasformato il rap da fenomeno musicale a strumento di denuncia sociale. La madre di Tupac, Afeni Shakur La politica, del resto, Tupac ce l’aveva nel sangue prima ancora che nella penna. Nasce a New York nel 1971, un mese dopo che la madre, Afeni Shakur, militante delle Black Panthers, è stata assolta in uno dei processi politici più celebri dell’epoca, quello ai “Panther 21”. Il suo nome di battesimo, rende omaggio al rivoluzionario peruviano Tupac Amaru, che aveva condotto il suo popolo alla ribellione contro i colonizzatori spagnoli. Attorno a lui, un’intera famiglia finita nel mirino dell’FBI: il patrigno Mutulu Shakur passerà decenni in carcere, il padrino Geronimo Pratt sconterà 27 anni per un omicidio da cui verrà poi scagionato. Tupac cresce così, tra riunioni di ex rivoluzionari e sfratti, tra la Baltimore School for the Arts — dove studia teatro, danza, Shakespeare — e la miseria di Marin City, California, dove per un periodo, da adolescente, arrotonda spacciando. È qui che nasce la contraddizione che diventerà la sua poetica: il ragazzo che legge poesia e il ragazzo di strada convivono nella stessa persona, e nello stesso disco potranno convivere l’inno gangsta e la denuncia del razzismo sistemico, la provocazione e la tenerezza di Dear Mama, il brano in cui rende omaggio a una madre, nel frattempo caduta nella dipendenza dal crack.  Il suo esordio del 1991, 2Pacalypse Now, racconta la dura realtà della vita di strada: storie di ragazzine madri a dodici anni (Brenda’s Got a Baby), di giovani neri braccati dalle volanti (Trapped), di un ghetto raccontato dall’interno e senza assoluzioni. L’album finisce dritto nel dibattito politico nazionale: l’allora vicepresidente Dan Quayle ne chiede pubblicamente il ritiro dal mercato, dichiarando che un disco simile «non ha posto nella nostra società». È l’inizio di un rapporto con le istituzioni americane che accompagnerà Tupac per tutta la carriera: da un lato bersaglio politico, dall’altro bersaglio letterale. Nello stesso periodo viene fermato a Oakland per aver attraversato la strada fuori dalle strisce e finisce pestato dagli agenti, tanto da fare causa al dipartimento e ottenere un risarcimento. Lui stesso, con l’ironia amara che lo contraddistingueva, riassumerà bene il paradosso: quando spacciava per strada aveva la fedina penale pulita, le incriminazioni sono arrivate solo dopo, quando è entrato nell’industria discografica.  Tupac Shakur nel 1988 E i dischi, in effetti, li vendeva raccontando quello che l’America preferiva non sentire. In Changes mette in fila la brutalità poliziesca, la guerra alla droga come guerra ai poveri, un sistema che preferisce vedere i neri in carcere piuttosto che liberi, per concludere che nulla cambia perché nessuno vuole davvero cambiare le cose. In Keep Ya Head Up ribalta il machismo del rap dell’epoca chiedendosi come si possa odiare le donne, se dalle donne veniamo tutti. Persino la sigla che si era tatuato sul ventre, THUG LIFE, era un acronimo politico: l’odio che riservi ai bambini, recita per esteso, finirà per travolgere tutti. Nel 1995, mentre sconta una condanna in un penitenziario di massima sicurezza, il suo Me Against the World arriva primo in classifica: è il primo artista nella storia a conquistare la vetta di Billboard da dietro le sbarre. L’anno dopo esce All Eyez on Me, il doppio album della consacrazione. Pochi mesi più tardi è morto. La sua fine, avvenuta nel pieno della faida tra la scena rap della East Coast e quella della West Coast, ha segnato uno spartiacque. Sei mesi dopo, a Los Angeles, veniva ucciso in circostanze analoghe il suo grande rivale, Notorious B.I.G. Due omicidi speculari, due icone della musica americana assassinate a venticinque anni, due indagini rimaste per decenni a un punto morto nonostante testimoni, confessioni pubbliche e documentari. La condanna di Davis chiude, in attesa dell’appello, soltanto il primo dei due casi. L’omicidio di Notorious, ancora oggi, non ha un colpevole. The post Dopo 30 anni c’è un colpevole per l’omicidio di Tupac Shakur appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 1, 2026
L'INDIPENDENTE
B-RAVE RAGAZZE – STANK FACE/BASS FACE WTF?
Svarionando svarionando, sotto il sole cocente, dalla battigia emergono tante domande. Eccone una per accompagnare il nostro ritorno in città e in regia: Stank face – bass face (drop face?), cosa sono, cosa hanno in comune con la voglia di stritolare un cucciolino e, soprattutto, perché? Un brave trip dentro la psiche umana, tra musica ed emozioni hardecore <3 Scaletta approssimata e incompleta: * Maria Violenza – U mari * HotWax – Drop * – play it right * – tek da funk * – hijo de la noche * – el pescador * Apocalypz – DMT , Kreiml und samurai drum and bass: * bassface Sascha – jungle fever vol. 2 – cd1 * Betamax * Amoss – frequency of the universe * boxcar * Fox, DLR, Alix Perez – walk out * Skeptical – Trinity BUON ASCOLTOOOH
August 30, 2026
Radio Blackout - Info
DIBATTITO: LA MUSICA STA CAMBIANDO. IL POTERE ECONOMICO SI STA APPROPRIANDO DI OGNI ANELLO DELLA FILIERA
Si è tenuto mercoledì 12 agosto alla Festa di Radio Onda d’Urto il dibattito “La musica sta cambiando. Il potere economico si sta appropriando di ogni anello della filiera: dalla produzione alla distribuzione, dai grandi eventi agli spazi in cui si suona. È ancora possibile fare musica e vivere un concerto sottraendosi a questa logica?” All’incontro moderato da Siham Ouzif della nostra redazione sono intervenut* Flavia Tommasini (TPO Bologna), Rolando Lutterotti (Sherwood Festival/Città Invisibili) e Andrea Cegna (giornalista freelance e lavoratore intermittente dello spettacolo). Ascolta l’audio del dibattito. Ascolta o scarica
August 13, 2026
Radio Onda d`Urto
Il cemento, i vermi e la paura di essere felici
Tre dischi, tre modi diversi di raccontare lo stesso malessere. Gli Idles lo hanno preso a testate, i Viagra Boys ci hanno riso sopra, gli Yard Act provano a conviverci senza smettere di cercare una via d’uscita. In meno di dieci anni, tra Bristol, Stoccolma e Leeds, il post-punk è tornato a essere una lingua comune: prima rabbiosa, poi grottesca, infine quasi ottimista. Brutalism, Street Worms e You’re Gonna Need a Little Music raccontano anche questo passaggio di testimone. 1. IDLES – BRUTALISM Alla fine della Seconda guerra mondiale il brutalismo, in Inghilterra, era lo stile architettonico di chi non aveva i soldi per le decorazioni. La bruttezza spacciata per onestà. Gli Idles nel 2017 rubano il nome per il loro disco d’esordio, con la grazia di chi fa un trasloco mentre piange. Ne avevano tutte le ragioni. Durante le registrazioni muore la madre del cantante Joe Talbot, dopo una lunga malattia, e finisce in copertina con una scultura costruita dal figlio col padre. Un oggetto che vuole somigliare a un edificio brutalista ma che, a guardarlo bene, è soprattutto una lapide travestita da arte contemporanea. Il disco non chiede scusa a nessuno e apre, a colpi di basso distorto, una nuova strada per il postpunk, che da quel momento in poi comincia a vivere una seconda giovinezza nel Regno Unito. Per festeggiare il successo, gli Idles pressano cento copie del vinile con dentro le ceneri della madre di Talbot. Un’idea che altrove suonerebbe da reality show dell’orrore, e che invece, nei sobborghi proletari di Bristol, sembra quasi normale. Lo scorso giugno, quasi un decennio dopo, gli Idles si sono ritrovati sul palco del Primavera Sound a Porto, circondati da metà della scena che quel disco aveva contribuito a far nascere. Il cemento, alla fine, ha tenuto meglio del previsto. 2. VIAGRA BOYS – STREET WORMS Quasi tutti i membri dei Viagra Boys sono cresciuti in Svezia, uno dei Paesi con il welfare più solido d’Europa. Il cantante, Sebastian Murphy, no. È nato in California e si è trasferito a Stoccolma a diciassette anni per vivere da una zia. È l’unico americano in un gruppo svedese, ed è anche la voce che racconta le cose messe peggio. Il loro disco d’esordio, Street Worms, esce nel 2018, un anno dopo Brutalism degli Idles. Prende di mira lo stesso bersaglio, la mascolinità, ma con un’arma diversa. Non la rabbia, ma la presa in giro. Sports, il primo singolo, elenca sport a caso con un tono così piatto da suonare come una pubblicità fallita, mentre sax e batteria intorno sembrano una rissa da bar filmata al contrario. Worms chiude il discorso con un’immagine semplice: i vermi che mangeranno te, mangeranno anche il bulletto da palestra, il populista di turno, chiunque. Non c’è happy end, ma nemmeno la pretesa di trovarlo. Anche i Viagra Boys, quest’estate, sono saliti sul palco del Primavera Sound a Porto, non lontano da dove gli Idles avevano aperto la strada. Il welfare, in fondo, qualcosa lo distribuisce sempre. Anche solo un palco condiviso. 3. YARD ACT – YOU’RE GONNA NEED A LITTLE MUSIC Cherofobia è la paura di essere felici, la convinzione che alla gioia debba sempre seguire una disgrazia. È un termine clinico, perfetto per il post-punk britannico, genere che racconta il disastro e si concede comunque un ultimo accordo di speranza. Gli Yard Act questa tensione l’hanno messa addirittura in un titolo, Cherophobe Rock, traccia del loro terzo album, in uscita il 17 luglio, come se da Leeds avessero deciso di scrivere la propria nevrosi sul frontespizio. Il primo singolo, Redeemer, va in una direzione più cupa del solito. Basso ipnotico e chitarre sporche accompagnano James Smith, che canta di una figura salvifica rivelatasi fonte di rovina. Abbastanza lontani dall’ironia degli esordi. Alla produzione, divisa tra Los Angeles e l’Inghilterra, c’è Justin Meldal Johnsen, bassista dei Nine Inch Nails. E si sente. Il disco, a giudicare dai primi assaggi, mantiene comunque il marchio di fabbrica della band: un ottimismo ostinato che arriva sempre in fondo. Anche loro erano sul palco di Primavera Sound a Porto, nello stesso cartellone di Idles e Viagra Boys. Sono i più giovani del trio, quelli che raccolgono il testimone. Magari con un po’ di cherofobia, ma senza lasciarlo cadere. Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace consigliatela ai vostri amici. Se non vi piace consigliatela ai vostri nemici. Se volete scriverci fatelo a musica@lindipendente.online The post Il cemento, i vermi e la paura di essere felici appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 9, 2026
L'INDIPENDENTE
Guccini e Radio Ondarossa
Con un compagno raccontiamo degli aneddoti che hanno legato il contatore Guccini con il movimento e ROR. Nel novembre 1979 furono arrestati 3 compagni del collettivo del policlinico ad Ortona, un paese abruzzese, trovati in possesso di due lanciamissili. Uno dei compagni era Daniele Pifano. Per sostenere le spese processuali furono organizzate diverse iniziative anche per recarsi a L'Aquila per il processo. Si chiese a diversi cantautori tra cui Guccini. Si manda quindi un compagno con la macchina a cercare Guccini in via Paolo Fabbri 43. Gli aprì la madre dicendo: Francesco è uscito qualche minuto fa sta in quell'osteria, fuori porta. All'osteria era appena andato via verso un paesino tosco emiliano. Quindi si parte anche verso questo paesino. Cercandolo all'alba lo vede affacciato ad una finestra. - Sono un compagno di Roma ti volevo chiedere una cosa....  - Vieni dentro che ti offro un caffè  Il resto ve lo lasciamo all'ascolto della corrispondenza. 
August 7, 2026
Radio Onda Rossa
[2026-08-02] Pastasciutta Antifascista @ Acuto (FR)
PASTASCIUTTA ANTIFASCISTA Acuto (FR) - Placche di Pilarocca (domenica, 2 agosto 18:00) Cosa significa essere antifascista oggi? È la domanda da cui nasce il programma della terza edizione della Pastasciutta Antifascista di Acuto (Fr) Abbiamo scelto temi che parlano del nostro territorio e, allo stesso tempo, di ciò che sta accadendo nel mondo. Dalla crisi delle aree interne alla giustizia ambientale nella Valle del Sacco, fino alle guerre e alla militarizzazione, al diritto internazionale, alle migrazioni e alla difesa della dignità umana: questioni solo apparentemente lontane, ma profondamente intrecciate tra loro. Crediamo che oggi essere antifascisti significhi anche questo: interrogarsi sul presente, costruire comunità, difendere i diritti e non restare indifferenti davanti alle ingiustizie, ovunque esse si manifestino. Per questo il 2 agosto ad Acuto sarà una giornata di confronto con ospiti, giornalisti, attivisti e associazioni, ma anche di testimonianze, musica e condivisione, che si concluderà con la tradizionale Pastasciutta Antifascista, aperta a tutte e tutti. Vi aspettiamo 🍝
July 31, 2026
Gancio de Roma
Gino Castaldo / La musica come oggetto smarrito – il lutto di un’epoca
Nel 1967 Ornella Vanoni portò al successo La musica è finita, brano scritto da Umberto Bindi e arrangiato da Gianfranco Intra, il cui testo di Franco Califano e Nicola Salerno evoca note che sfumano quale metafora di un amore ormai spento, un ballo che si interrompe lasciando due persone sole nel silenzio. Il critico musicale Gino Castaldo ne fa il titolo d’un appassionato e dolente peana. Un pretesto intelligente, basato sulla dimensione sentimentale – nel senso etimologico di chi sente e patisce – che attraversa il libro. Origine della riflessione è infatti un disagio personale, maturato negli anni e divenuto quasi insostenibile, osservando quel che accadeva alla musica. Firma storica de “La Repubblica”, conduttore su Rai Radio 2, Castaldo ha passato la vita ad ascoltarla e raccontarla, e il suo lavoro è animato dal piglio diagnostico di chi vuole capire. Il nucleo argomentativo ruota attorno alle rivoluzioni della musica moderna. La prima l’ha affrancata dal vincolo dell’esecuzione dal vivo, rendendola riproducibile. La seconda, quella digitale, ha sostituito il suono analogico con un codice binario inadatto a riprodurre le sfumature. La terza, l’attuale, è dominata dagli algoritmi, che governano decisioni e visibilità, piegano la creatività alle logiche del consumo. Ognuno di questi passaggi ha cambiato il modo in cui la musica viene prodotta, distribuita e consumata, ma se i primi due hanno preservato, pur trasformandolo, il nucleo dell’esperienza musicale, il terzo lo sta erodendo dall’interno. L’autore chiama in ballo la liquidità teorizzata da Bauman: lo streaming corrisponde all’idea del mondo liquido, con due dirette conseguenze, la deresponsabilizzazione delle scelte, sottratte alla libertà dell’individuo, e la scarsa qualità del prodotto musicale, progettato per durare poco ed essere continuamente sostituito. Nei fatti, una presunta liberazione si è rivelata un regresso travestito da progresso. L’analisi ripercorre un terreno già dissodato, da Walter Benjamin a Neil Postman, da Jeremy Rifkin ai sociologi della cultura digitale, reso concreto da riferimenti storici ed esempi precisi. Questo rovesciamento dà peso al sottotitolo: più che iperbole giornalistica, vezzo retorico, “Appunti per una rivoluzione” è scelta che rimanda ad un determinato immaginario denso di storia. Gli anni Sessanta, il decennio in cui pop rock e jazz divennero veicolo di mutamento politico e culturale, con la trasformazione dei costumi, i movimenti per i diritti civili, il femminismo, il pacifismo, la controcultura: tutto questo passò attraverso la musica, autentica lingua franca, arma ed utopia sonora. Quei rivolgimenti furono possibili perché esistevano determinate condizioni: spazi di incubazione, tempi lunghi di maturazione artistica, un pubblico disposto ad aspettare e a seguire un percorso. Condizioni oggi scomparse, smantellate dalla logica del profitto immediato e delle piattaforme. Altra lettura interessante è il rapporto tra mercato e qualità artistica, una tensione che attraversa l’intera storia dell’industria discografica, la quale nell’era dello streaming ha raggiunto una forma inedita di perversione, con un paradosso sistemico: a fronte di un commercio in espansione, gli artisti, i critici e gli operatori culturali hanno la sensazione di muoversi in un ambiente su cui non hanno alcun controllo. Il settore guadagna, ma il valore viene redistribuito in modo iniquo: alle piattaforme e alle major, non agli artisti. Soprattutto, la crescita dei ricavi non corrisponde a una crescita della vitalità autoriale. Ma la riflessione più acuta riguarda la figura dell’artista. La musica ha finito per assomigliare sempre di più ai social, fare una canzone è diventato come pubblicare un post, e Castaldo pone la domanda cruciale: nell’epoca del tutto e subito, della superficialità e dell’ovvio, sarebbe possibile la nascita di un David Bowie? Di un Jim Morrison? Di un Bob Dylan? Il sistema attuale è in grado di riconoscere e sostenere certi tipi di artisti? La risposta è negativa, ma non per mancanza di talenti. Non è esaurita la spinta creativa in sé, bensì la musica come entità dotata di peso specifico, di identità riconoscibile, di un rapporto autentico col proprio tempo. Per decenni feticcio identitario da esporre e condividere, la musica si è trasformata in un servizio di sottofondo, e il modello in abbonamento delle piattaforme streaming ha riscritto le modalità di ascolto e di fruizione. La denuncia degli effetti dell’intelligenza artificiale è forse il capitolo più attuale e problematico. L’IA generativa applicata alla musica solleva questioni irrisolvibili, e Castaldo sceglie la posizione dell’allarme motivato piuttosto che della profezia apocalittica: l’irruzione di tecnologie capaci di generare musica a partire da prompt suscita interrogativi sull’autorialità, sull’originalità e sulla funzione sociale dell’artista che non possono essere liquidate con il rifiuto moralista o con l’entusiasmo acritico. C’è da dire che il saggio si sofferma sulle logiche mainstream, con una certa circoscrizione del campo visivo: il Novecento musicale su cui Castaldo basa il proprio metro di giudizio è in prevalenza quello angloamericano, con incursioni nel cantautorato italiano. Le tradizioni non occidentali, le scene elettroniche sperimentali, il jazz degli ultimi vent’anni rimangono sullo sfondo. La sua preoccupazione è per la cultura musicale come fenomeno di massa, come strumento di costruzione di un immaginario condiviso, piuttosto che per la sopravvivenza di pratiche musicali alternative. Timore legittimo: quando la musica smette di avere una funzione civile e aggregativa, quando non riesce più a produrre momenti di riconoscimento collettivo, la perdita non riguarda solo l’aspetto sonoro. Il libro si chiude con un appello ai musicisti affinché si riconoscano come comunità, prendendo coscienza del grande potere che avrebbero se agissero uniti. Dunque, la rivoluzione invocata nel sottotitolo non è quella armata o ideologica, bensì un invito alla consapevolezza identitaria, alla comprensione che si sta smarrendo qualcosa di irripetibile, alla decisione di recuperare un senso perduto. Una chiusa gramsciana: l’ottimismo della volontà che resiste nonostante il pessimismo della ragione, con un epilogo struggente, “Cento ragioni per non poter fare a meno della musica”, un lungo catalogo di gemme uniche: la luce nel buio di Miles Davis, l’opera integrale dei Beatles, l’impatto con un concerto di Springsteen, il colpo di rullante che introduce Like a Rolling Stone di Bob Dylan, Jimi Hendrix che trasforma l’inno americano nel suono delle bombe che cadevano in Vietnam, i tredici minuti e quarantuno secondi di My Favorite Things di John Coltrane nella versione originale del 1961, le dita di Keith Richards che producono riff con naturalezza, Aretha Franklin che chiede rispetto, le due versioni delle Variazioni Goldberg di Glenn Gould, i duetti tra Ella Fitzgerald e Louis Armstrong, le canzoni di Battisti: punti di svolta con la musica motore del cambiamento, privato e sociale. È un gesto retorico raffinato, Castaldo sa bene che nessun argomento razionale può difendere la musica meglio di una lista di esperienze concrete che chi la ama riconoscerà come proprie. È il contrario dell’algoritmo: non una classifica basata su metriche, ma un atto d’amore che accetta la soggettività come fondamento. La musica è finita è un libro onesto, scritto da chi conosce a fondo l’argomento e affronta con coraggio verità scomode. I ricavi grazie ai quali l’industria discografica si racconta come vitale e in espansione non misurano la profondità creativa ed emotiva, non indicano se una canzone ti ha cambiato, se un concerto ti ha convinto che il mondo si può cambiare, se un disco ha fatto da colonna sonora alla tua vita. Sono queste le misure usate da Castaldo, immediatamente condivise da ogni lettore che viva la musica con la dovuta intensità. L'articolo Gino Castaldo / La musica come oggetto smarrito – il lutto di un’epoca proviene da Pulp Magazine.
July 27, 2026
Pulp Magazine