
Cosa si vede dall’alto. Reportage “Come in mare così in cielo”
Progetto Melting Pot Europa - Tuesday, September 15, 2026Come in mare così in cielo è il racconto di una settimana a Lampedusa insieme all’equipaggio dell’Albatross, l’aereo di monitoraggio di SOS Méditerranée.
Questo reportage prova ad esplorare cosa significhi sorvegliare una frontiera dall’alto, a raccontare come l’assenza di soccorso si manifesti nelle rotte tracciate sui monitor, nelle parole dell’equipaggio – ostinato e talvolta impotente – che vola e sorveglia, nei corpi visti e non raggiunti.
Narra la violenza strutturale che colpisce le persone in movimento nel central Med, tra respingimenti, complicità istituzionali e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali.
Come in mare così in cielo vuole aprire una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo centrale, questa volta osservato da un cielo che è diviso, frammentato e sorvegliato tanto quanto il mare.
Il volo. Reportage “Come in mare così in cielo”
A bordo dell'Albatross, l'aereo che sorveglia il Mediterraneo centrale
Roberta Derosas
1 Settembre 2026
Se non lo vedi, non esiste. Reportage “Come in mare così in cielo”
A bordo dell'Albatross, l'aereo che sorveglia il Mediterraneo centrale
Roberta Derosas
8 Settembre 2026
PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE 1Il tempo della riparazione richiede più giorni di quelli che ho a disposizione. La capo missione me lo annuncia giovedì. Non volerò.
Cosa si veda dall’alto io lo posso descrivere soltanto perché ho ascoltato i racconti di chi ha partecipato alle operazioni aeree. C’è qualche documentario che le racconta, uno recente realizzato da un giornalista, Valerio Nicolosi.
Si concentra sull’azione di monitoraggio e sul ruolo dell’organizzazione in cui mi trovo; intervista anche altri rappresentanti di ONG che operano sull’isola, lascia parola alle riflessioni della capomissione del “mio” aereo. Ma dall’alto, filma pochissimo.
Attraverso i racconti di altri, immagino che, proprio dal cielo, questo mare acquisti bellezza, quella che spezza il fiato talmente è intensa, come accade quando si naviga. Pare che certi giorni il vento dia tregua al Mediterraneo che diventa liscio, o che in altri si vedano i delfini e le tartarughe.
Mi raccontano che si possa essere sorpresi da tramonti imperdibili, con l’orizzonte che si tinge di fuoco e cancella la sensazione di caldo soffocante che si sente sull’aereo. Mi mostrano anche la foto di una balena avvistata durante un volo.
E mi parlano di un’altra sensazione, più cupa della bellezza: descrivono questo Mediterraneo centrale come un muro impenetrabile, saturo di presenze, ma dove pochi riescono a passare.
Mi spiegano che non sempre si avvista qualcosa. A volte ci sono ore di volo vuote, che fanno pensare all’attesa snervante che si vive navigando quando si aspetta che il soccorso arrivi. E poi quanto un aereo impieghi a raggiungere un target, la differenza di campo visivo tra cielo e mare.
Dal mare, a seconda delle condizioni e del tempo, la visibilità è ridotta a pochi chilometri, spesso meno. Dall’aereo, invece, il Mediterraneo si apre tutto insieme. Si vedono imbarcazioni, lontanissime, che dal ponte di una nave sarebbero rimaste invisibili per ore.
Dall’aereo, tramite le attrezzature, si possono vedere le persone che trasportano i bambini: corpi piccoli, tenuti tra le braccia degli adulti. Talvolta si possono identificare le donne.
PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE (Ripresa dall’Albatross durante la Missione 05)Poi, le condizioni delle barche: quanta acqua sul fondo e quanta parte del loro corpo è immersa, se abbiano o meno giubbotti di salvataggio, cosa molto rara. E poi i corpi di persone annegate che galleggiano, trasportati dalla corrente. E il comportamento delle persone sulla barca che spesso si alzano in piedi e fanno movimenti con le braccia nel caso avvistino un aereo.
Descrivono tutto questo come se vedessero un film muto: “non si sentono le voci che imprecano o esultano, non si sente l’odore”. Già, quell’odore di migrazione inconfondibile, che ti resta nel naso.
Tina, altro membro di questa crew, dice che, durante il suo primo volo, per la prima volta ha capito davvero le dimensioni di quella che chiamano zona SAR: uno spazio che l’occhio può finalmente contenere tutto insieme e che, proprio per questo, sembra ancora più vasto, più vuoto, più difficile da coprire. I dati tecnici finiscono per impregnarsi della sua emozione: racconta poi come lei e gli altri tre membri dell’equipaggio abbiano avvistato un’imbarcazione in difficoltà.
Persone a bordo, dall’alto: una forma, poi dei punti, poi dei corpi. Descrive come l’aereo si sia avvicinato per osservare la barca. E come la barca abbia osservato l’aereo. Per qualche minuto è stato solo questo: sguardi incrociati dall’aria, dal mare.
Io mi immagino le teste di uomini e donne rivolte verso l’alto, a fare segno con le braccia. Persone che per un istante si sentono meno sole in quello spazio blu. Sento l’emozione nelle parole di Tina, nel percepirne quasi la gioia. Ma poi. Poi, all’orizzonte, un’altra imbarcazione.
Partita dalla Libia. Lei ricorda la velocità della guardia costiera libica. Rapida, molto più rapida della barca in difficoltà, molto più di qualunque altro assetto della flotta civile. Ed è proprio la visibilità estesa possibile in volo, a rendere tutto più assurdo: dall’alto la vedono arrivare da lontanissimo, diversi minuti prima di quelle persone che si stanno sbracciando a salutare il piccolo aereo che avvistano dal mare.
PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE (Missione 05 dall’Albatross Uno – Avvistata AEB078, un gommone nero vuoto e senza motore)È qui che Tina si ferma sul dettaglio che le è rimasto addosso più di ogni altro: il tempo. Cinque minuti, forse meno. Le persone sulla barca in difficoltà stavano ancora salutando l’aereo – mani alzate, sollievo di essere stati visti, finalmente, da qualcuno – mentre in lontananza e dall’alto si vede già la scia dell’imbarcazione dei libici.
Sento lo sgomento nella sua voce, i suoi occhi si velano di tristezza. “È una posizione scomoda, la nostra” dice. Io aggiungerei anche dolorosa, ingiusta e faticosa. Vedere prima di chi sta per essere raggiunto e non poter fare nulla: né avvisare, né intervenire, solo continuare a volare e osservare quello che sta per accadere a chi, in quel momento, ha ancora addosso la speranza del soccorso.
L’intercettazione è durata mezz’ora. Tina descrive la scena con precisione: gli agenti libici a bordo, armati. Alcuni filmano con il telefono e lei ipotizza che faccia parte della loro procedura.
Lo scatto che mi mostra, immortala probabilmente il momento che precede l’obbligo, per le persone, di salire sulla motovedetta libica. Un gommone grigio antracite. Uno dei suoi tubolari sembra poco gonfio. Un solo motore che sembra nuovo e potente e contrasta con il resto di questa imbarcazione da quattro soldi. Accanto, sono visibili taniche di benzina. Quattro.
A bordo una trentina di persone. Nessuna ha un salvagente o un pneumatico attorno al collo. La foto le immobilizza in quell’attimo che per me appartiene al soccorso: immobili. Silenziose. Solo che questo è un respingimento e che accanto al barchino è visibile la motovedetta della GC libica.
I colori tingono l’immagine e si imprimono nella memoria visiva di questo evento a cui non ho assistito: il blu cobalto del mare, il grigio piombo del gommone, l’azzurro intenso di una tanica di benzina, il verde menta di un giaccone di un uomo, il cappuccio bianco che copre la testa di una delle persone a bordo.
E poi, la motovedetta della guardia costiera libica. Sul fianco visibile, a babordo si legge Libyan Coast Guard, in inglese, in arabo. Motovedetta n. 644.
Tina e le altre donne dell’equipaggio mi raccontano di altri casi e di come, dall’alto si possa vedere come gli agenti della GC rimuovano i motori dalle imbarcazioni intercettate. In altri casi, li hanno visti bruciare i barchini.
E poi, racconti più recenti: barche della guardia costiera libica piccole, veloci, che viaggiano a trenta, quaranta nodi. Sono quelle offerte dall’Italia. Sono così piccole che a volte non hanno spazio per tutte le persone che intercettano. Così ne lasciano alcune indietro, sulla barca di origine, che si alleggerisce.
Tina, nei suoi racconti, mi ripete spesso “ti dico solo quello che vedo”.
È la frase che chiude quasi ogni suo racconto, come un esercizio di stile oltre che un dato di fatto: quello che vede, lo dice. Quello che non capisce, lo lascia com’è – un motore portato via, una barca vuota che torna a riva senza che nessuno sappia perché.
Nella sola missione di aprile, mi racconta la capo missione, quasi la metà dei respingimenti osservati è avvenuta in area SAR libica: è stato in quel mese che hanno avvistato un cadavere galleggiare nel Mediterraneo blu. Il primo semestre di quest’anno viene descritto come il più letale dell’ultimo decennio.
Missione 05 dall’Albatross Uno – Avvistato il recupero delle persone a bordo di ADC112 da parte dell’Asso Venticinque
Missione 05 dall’Albatross Uno – Avvistato un gommone libico non identificatoRicominciare a sorvegliare, ricominciare a denunciare
Pochi giorni dopo il mio ritorno, finalmente l’aereo ricomincia a sorvegliare e monitorare il Mediterraneo centrale.
Sono in un altro luogo di questo mare, in un’altra isola, luogo di approdi degli harraga algerini che partono da Annaba, quando leggo un comunicato stampa che racconta di due eventi 2.
Il primo: il 12 agosto, l’equipaggio di Albatross, che ha ripreso i voli, ha avvistato un’imbarcazione di legno blu con il suo carico di circa cinquanta persone, tra cui tre donne.
Alla deriva. Nessun salvagente.
Qualche ora più tardi, l’aereo sorvola la stessa barca, che però è vuota. Due RHIB non identificati sul posto: uno la traina, l’altro porta via chi era a bordo. E poi, ancora nella stessa zona, poco più tardi, il velivolo avvista una nuova imbarcazione: un gommone nero, sovraccarico.
Trenta persone. Bambini, neonati. Nessuna attrezzatura di salvataggio. Si trova a nord di Tripoli. Una motovedetta libica, classe TS 300, si avvicina ad alta velocità. Vicino, la Humanity 1 potrebbe intervenire, ma la Guardia costiera libica le ordina di allontanarsi verso nord.
La motovedetta insegue il gommone per quaranta minuti. Lo sperona. Ripetutamente. Prova a legarlo con una cima, mentre è ancora in movimento. La TS 300 è un dono europeo. Fornita tramite SIBMMIL 3, programma di gestione delle frontiere finanziato dall’UE.
Il secondo risale invece al 14 agosto: lo stesso equipaggio di Albatross avvista, volando, undici corpi che galleggiano in mare in avanzato stato di decomposizione: alcuni ancora vestiti, altri sostenuti da camere d’aria.
Penso a Tina, a Mila, a tutte le donne della crew che mi hanno accolta a Lampedusa. Non mi risulta difficile percepire il loro dolore.
PH: Tess Barthes / SOS MEDITERRANEEEcco cosa significa sorvolare il Mediterraneo centrale: documentare e monitorare, masticare tra i denti il dolore di vedere respingere, avere a che fare con la frustrazione di denunciare e osservare che, nonostante tutto, niente cambia.
Significa constatare che il Mediterraneo si sta davvero chiudendo sempre di più e che gli arrivi stanno diminuendo e non certo perché gli avventurieri abbiano rinunciato al viaggio, ma perché le politiche di controllo ed esternalizzazione delle frontiere stanno funzionando, perché i respingimenti sono sempre più frequenti, efficaci, rapidi.
Tutte le persone di questo equipaggio mi hanno detto quanto sia difficile volare, osservare, non poter intervenire.
Le ammiro per questa capacità di accettare e gestire la frustrazione. Daria, mentre mi spiegava il funzionamento del velivolo, mi aveva detto: «Penso che per me la cosa più difficile sia quando ce ne andiamo via. Quando li hai visti, ma te ne vai – perché la luce si sta abbassando, perché le ore di volo sono finite, perché il gasolio è finito, per mille circostanze…».
Eppure, per fortuna, queste donne – moderne amazzoni per cui provo anche la stima di appartenere allo stesso genere – sono consapevoli del proprio ruolo: la loro azione non funziona da deterrente, ma ha la forza della denuncia.
La capo missione mi dice: «Da soli, col nostro aereo, non possiamo avere la pretesa di fare da deterrente. Ma continuiamo a monitorare, a confermare che sta accadendo, a fornire informazioni, dati, immagini, prove di ciò che succede nel Mediterraneo. Quindi non credo che la nostra sola presenza sia sufficiente in sé, ma penso sia una parte fondamentale. Ed è l’unico modo per rendere gli autori responsabili e sperare che smettano di dormire tranquilli».
E il suo è un pensiero condiviso da tutte le altre.
PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE (Caso “imbarcazione vuota”: AEB085 avvistata durante il volo F049)Io non ho potuto volare questa volta. Ma mi rassegno pensando che questo aggeggio grigio metallizzato è riuscito a decollare di nuovo continuando a denunciare, osservare, monitorare. I suoi problemi tecnici sono stati risolti.
Nel frattempo sono tornata a casa: un volo prenotato, un posto assegnato. La mia frustrazione è un lusso messa a confronto con il dolore di chi attende, talvolta per anni, di attraversare questo Mediterraneo blindato. Obbligato a restare da quel lato di mare che noi osserviamo al sicuro.
Sono partita con un volo di linea. Un controllo rapido dei documenti, la carta d’imbarco. Un viaggio qualsiasi. Mi sono confusa coi tristi vacanzieri alla fine del loro soggiorno.
Anche se non ho volato, sono partita con le parole di questo saggio equipaggio. “Nonostante tutti i limiti che ci sono, tutte le frontiere interne e esterne, non possiamo permetterci di essere pessimisti. Nonostante tutto, ci sono persone che, ancora oggi uniscono le loro mani per salvarne altre”.
Il volo che non c’è stato mi ha insegnato ad usare i verbi al condizionale e mi ha ricordato ancora una volta che siamo in molti a scegliere senza esitazione da quale parte del mare stare.
PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE- Operazione aerea dall’Albatross Uno, missione 05 – È stata avvistata una violenta intercettazione dell’imbarcazione in difficoltà identificata come ADC084. Un mezzo della classe PB 300 l’ha inseguita per circa 40 minuti, speronandola più volte a tutta velocità ↩︎
- 11 corpi in mare e due intercettazioni violente: il costo umano delle politiche europee nel Mediterraneo, SOS MEDITERRANEE (14 agosto 2026) ↩︎
- SIBMMIL sta per “Support to Integrated Border and Migration Management in Libya”. È un progetto iniziato nel luglio 2017 e concluso a dicembre 2025 che ha come obiettivi principali il rafforzamento sia delle capacità di salvataggio in mare, sia del controllo del confine marittimo. È il più ricco e importante programma europeo per la gestione delle frontiere e della migrazione in Libia, con un budget complessivo di 61,2 milioni di euro, finanziati principalmente dall’EU Emergency Trust Fund for Africa ↩︎