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Solido, Solidale
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Quando l’attesa diventa una forma di resistenza, gli aventurier si definiscono soldati:  pronti, ai margini del confine, per prepararsi a superarlo. il linguaggio della guerra sostituisce qui quello del semplice viaggio: ci sono caporali, guide, comandanti. Ma il nemico non è un esercito. È il confine stesso. Essere soldat significa imparare la disciplina dell’attesa, condividere ciò che si possiede, affidarsi al gruppo. Significa resistere alla paura, alla fame, alle incursioni della polizia e all’incertezza dei giorni. Il soldato è parte di una collettività che cerca di aprirsi un varco, non per conquistare un territorio, ma per raggiungere un luogo dove poter continuare il proprio cammino. SOLDAT a cura di Vincenza Pellegrino e Hamid Ben Moussa La parola soldat è utilizzata negli accampamenti all’interno dei quali ci si nasconde e ci si prepara alla boza (si veda Zitounes N.d.R. ancora da pubblicare), con particolare riferimento alle foreste circostanti le aree urbane di Ceuta e Melilla dove sono collocate le frontiere ispano-marocchine, ma poi utilizzato per altri accampamenti, anche in Tunisia. È una parola che nasce per indicare il grado più semplice con cui partecipare alla armata della boza, vale a dire all’organizzazione che consente di tentare l’attraversamento della barriera metallica che circonda Ceuta e Melilla, oltre la quale finalmente si potrà chiedere la protezione internazionale. Il termine, quindi, indica al tempo stesso l’uomo comune (in questo contesto è più rara la presenza delle donne poiché gli assalti alla valla comportano grandi resse e forza fisica), che non ha grado, e la necessaria affiliazione al gruppo, con le sue gerarchie e le sue differenziazioni interne. Da un lato quindi il termine rimanda alla configurazione materiale del confine (se devi superare una barriera e dall’altra parte hai dei militari che puntano fucili, ti rappresenti come un soldato avversario). Dall’altro lato identifica un atteggiamento: hai una missione, devi restare focalizzato, devi essere forte e combattere la paura. Si tratta nei fatti di rappresentare la piramide sociale creatasi nell’attesa, per difendersi e opporsi alle polizie marocchina e spagnola, la cui presenza incombente è mirata a ostacolare l’attraversamento delle barriere proprio per impedire le richieste di protezione internazionale, e le cui incursioni violente generano la specifica dinamica organizzativa in cui vive il soldat per riuscire nella sua impresa. Si tratta quindi di una parola che aiuta a rappresentare l’organizzazione, che si percepisce come per fare da traduzione e cassa di trasmissione delle informazioni «insieme di resistenti» e che detta regole simili a quelle di molte forze di guerriglia resistente non orientate all’offesa quanto piuttosto al nascondimento e alla logistica necessaria al movimento senza essere intercettate (lo scopo è appunto riuscire a superare le barriere metalliche che funzionano da confine). Nella descrizione dei testimoni la parola soldat sta quindi alla base di una precisa piramide gerarchica dentro i grandi assembramenti che negli ultimi anni sono arrivati a contare diverse decine di migliaia di migranti. «Soldat siamo tutti noi migranti», dice Hamid parlandone, «perché si vive come una armata che resiste ‘contro’: la legge mi attacca, la polizia mi attacca, è come in una guerra dove tutto il mondo è nemico e tu resisti con i tuoi compagni di brutta avventura». Coloro che spiegano le regole fondamentali ai soldat neoarrivati sono chiamati caporali, persone che raggruppano sotto di sé insiemi variegati di nazionalità e lingue madri e utilizzano le lingue coloniali (francese o inglese), e spiegano loro le regole del gioco. Perché, se tutti hanno diritto di entrare nelle forêts per tentare l’attraversamento del confine e la boza, esistono tuttavia regole precise per restare. Una delle regole più importanti è quella che riguarda la messa in comune dei propri averi: i soldi in moneta, i soldi sui conti bancari che si controllano a distanza attraverso il cellulare (quando si hanno), le carte sim, il poco cibo, i piccoli libri di preghiera. Tutto. Tranne le cose di pochissimo valore, quali vestiti logori, scampoli di stoffa, fotografie e oggetti intagliati autonomamente nel legno. Un altro ruolo importante nell’organizzazione a cui partecipa il soldat è il tiemo: sono i rappresentanti dei diversi gruppi linguistici che collaborano con i caporali per capire cosa succeda nei diversi sottogruppi, per parlare con le specifiche persone, per fare da traduzione e cassa di trasmissione delle informazioni date dai vertici dell’organizzazione verso le basi. I caporali e i tiemo si relazionano con gli officiers che a loro volta rispondono a un comandant, una sorta di equivalente terrestre del capitain per la boza marittima, colui che con le guides (che sono da lungo tempo in foresta e conoscono benissimo i luoghi e le dinamiche degli assalti delle polizie) prepara la boza, decide quando, quanti, come potranno tentare di attraversare questo confine. Sono molti i racconti sulle difficoltà di vivere in questa armata poiché, sebbene le regole ci siano e siano chiare, le prepotenze, i ricatti, i furti sono all’ordine del giorno in un contesto dove le privazioni sono tante. Qui, ancora più che negli zitounes o in altri luoghi della coabitazione resistente, la vita è «fuori dal mondo» e l’arbitrio di chi governa il campo è grande. Come abbiamo già sottolineato, maggiore è la violenza con cui le persone migranti sono respinte e impedite alla richiesta di protezione, maggiore è la durata della loro disperazione, maggiore sarà la difficoltà con cui essi organizzano la propria resistenza. Infine, anche in questo contesto si creano specifici assesta menti di classe sociale: «i soldat con qualche soldo alle spalle» (una famiglia, una carta sim e la possibilità di attingere a un conto) favoriscono la propria collocazione ma si rendono anche molto ricattabili, attenzionati; i soldat con competenze utili sono maggiormente favoriti dall’organizzazione: parlare molte lingue resta elemento importante, ma qui contano competenze diverse rispetto agli attraversamenti marittimi (contano meno le conoscenze dei motori, ad esempio, e di più le abilità fisiche, e così via). ESEMPI DAL CAMPO La boza è gratuita, tutti hanno diritto di inserirsi nell’armata e tentare la boza. Ma devi mettere tutto in comune: i soldi, gli oggetti, il cibo. Tutto. Ho visto molte perquisizioni. Anche il Corano si metteva in comune. I vestiti erano sempre pochi e logori, quelli non contano. Se il soldat nasconde per sé delle cose il fakop è grande. Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia Appena sono entrato a Melilla ho sentito parlare un caporale in hausa e ho risposto in hausa. Mi ha preso da parte, mi ha chiesto se ero solo, mi ha detto che ero sotto la sua protezione. La mia perquisizione è stata molto più leggera, praticamente non l’ho fatta. Sono stato a guardare le cose che facevano agli altri frugando nelle cachette. Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia Nella foresta siamo soldati semplicemente perché abbiamo tutti contro, e quando hai tutti contro se non fai un’armata muori. È un’armata di resistenza. Ma poi devi resistere anche all’armata. Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia
La barca del nemico
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Per gli harraga è il nome dato alle motovedette della Guardia nazionale tunisina, incaricate di intercettare chi tenta di attraversare il mare. Se la skadra appare all’orizzonte, il viaggio rischia di finire prima di cominciare. Mentre flouqa rappresenta la possibilità della partenza,  skadra è il contrario: il ritorno forzato. Per chi attraversa il Mediterraneo, non è soltanto un mezzo navale: è la forma concreta della frontiera nel mare, delle politiche di controllo che generano inseguimento e cattura. Per questo la parola porta con sé paura e frustrazione. Oltre che descrivere una nave, indica il momento in cui un orizzonte aperto si chiude e segna la fine della speranza. Un’apparizione che ricorda come, al contempo, il mare sia strada e barriera nel Mediterraneo occidentale. SKADRA a cura di Filippo Torre, Università di Genova La motovedetta militare tunisina è chiamata colloquialmente, dagli harraga, skadra, un termine di evidente derivazione italiana e francese. Skadra è la nave o il gommone della Garde Nationale che pattuglia le coste in subappalto dell’Italia e dell’Unione Europea, la guardia costiera che fa il lavoro sporco intercettando e riportando indietro i migranti prima che arrivino ed entrino nella zona del non-respingimento (si veda Eau-bleue). In questo senso se flouqa è il mezzo necessario per attraversare il confine senza documenti e fabbricare una via di fuga (si veda Flouqa), skadra è la barca nemica, quella che interrompe il sogno di inseguire una vita dignitosa, trasformando il percorso migratorio in un momento di umiliazione, di ferite fisiche e psicologiche e, in tantissimi casi, di morte in mare. Il sostegno europeo alla Tunisia per controllare le coste europee, con il finanziamento e la fornitura di attrezzature nautiche e mezzi militari, risale al periodo del presidente Ben Ali, ma si è intensificato negli ultimi anni, in concomitanza con l’aumento dell’utilizzo della rotta marittima tunisina, che nel 2023 ha superato quella libica in termini di partenze undocumented verso l’Italia. Seguendo il modello degli accordi con le milizie libiche del 2017, alle autorità tunisine sono stati forniti navi, radar mobili, telecamere, veicoli, motori e pezzi di ricambio. Diversi report denunciano che a partire dal 2022 le intercettazioni delle barche dei migranti da parte della Garde Nationale hanno assunto contorni sempre più violenti, scanditi da casi di mancata assistenza, speronamenti e manovre pericolose, uso di bastoni, fucili e gas lacrimogeno, furto dei motori. Con il rafforzamento del ruolo della Tunisia come alleato dell’Europa nel controllo del confine mediterraneo, il numero di attacchi segnalati contro le imbarcazioni cariche di viaggiatori subsahariani – quanto verso quelle che trasportano cittadini tunisini – è aumentato notevolmente. Attraverso le testimonianze dei superstiti, la Garde Nationale è accusata di non limitarsi ad abbordare, arrestare e mettere in salvo i migranti ma di provocare intenzionalmente dei naufragi come tecnica di dissuasione e – una volta a terra – di organizzare delle deportazioni forzate e un sistema di vendita di esseri umani verso il confine con la Libia o l’Algeria (si vedano Or noir e Kidnappeur). Con l’istituzione della zona Sar tunisina nel giugno 2024, queste stesse pratiche prima ristrette alle acque territoriali avvengono ora anche nelle acque internazionali. ESEMPI DAL CAMPO Erano le cinque del mattino, era il 10 luglio 2021. Eravamo su una barca con sessantacinque persone. Alcune ore dopo la nostra partenza da Sfax, eravamo molto vicini alle acque internazionali (trenta minuti secondo la posizione Gps). Le guardie costiere tunisine si sono avvicinate alla nostra barca e ci hanno chiesto di fermarci. Abbiamo deciso di obbedire e il capitano ha spento il motore. Ma le guardie costiere tunisine hanno fatto una virata molto rapida e hanno deliberatamente colpito la nostra barca. La nostra barca si è rovesciata. Tutti sono caduti in acqua. Alcuni di noi avevano i giubbotti di salvataggio, ma non tutti. Molti non sapevano nuotare e sono annegati. Un’altra barca delle guardie costiere è arrivata e hanno portato i sopravvissuti sulla loro barca. Eravamo solo trentuno sopravvissuti. Tutti i bambini sono morti. Hanno portato anche sette corpi sulle loro barche. […] Quando siamo arrivati nel porto di Sfax, le guardie costiere sono scappate. Intervista con Ali, testimone del rapporto Mare Interrotto SKADRA è la parola che tutti pronunciano appena si parte in barca. Tutti si mettono a vedere se c’è una skadra e tengono i telefoni spenti per non fare luce e non essere intercettati dai radar… Se non ci sono skadra niente ti può impedire di arrivare a Lampedusa sano e salvo. A me era capitato di essere intercettato da una skadra, ma l’ultima volta mio fratello è stato accerchiato da otto navi: non avevo mai sentito di una cosa del genere. Intervista con Ismail, ragazzo di Chebba
Sbarco. Da leggere insieme a Boza free
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 È la parola che segna la fine del mare, quando una traversata diventa presenza. Ma dietro questa parola si raccolgono storie molto diverse: chi è sopravvissuto al viaggio, chi è stato soccorso, chi è arrivato da solo. Le parole che lo sostituiscono – arrivo, evento – cercano di alleggerire o neutralizzare ciò che accade. Sbarco, invece, porta con sé il peso del confine e delle sue paure. Eppure, nessuna di queste definizioni riesce davvero a contenere l’esperienza che descrive. Per gli aventurier, il significato è semplice. Lo sbarco è il momento in cui il mare viene lasciato alle spalle. Un istante breve, spesso spiegato da boza!: il punto in cui un viaggio finisce e un’incertezza nuova comincia. SBARCO Il termine è usato da diversi gruppi sociali, non solo le autorità italiane ma anche gli stessi abitanti di Lampedusa («uno sbarco di turchi») e indica l’arrivo delle persone ai moli in seguito a un’operazione di soccorso in mare. Sbarcati sono coloro che hanno con successo «bruciato la frontiera» e coloro che non sono sopravvissuti alla violenza del tragitto; anche le salme sbarcano. Gli sbarchi si dividono fra autonomi e non autonomi: i secondi sono quelli gestiti dalle autorità attraverso un complesso dispositivo che include interventi sanitari, controlli di polizia e pratiche di prima accoglienza; i primi si verificano invece quando le barche degli aventurier arrivano direttamente sulle coste della Fortezza Europa, eludendo (provvisoriamente) il dispositivo. Il termine è spesso sostituito da altri che hanno lo stesso significato, fra cui «arrivo» ed «evento marittimo» (abbreviato in «evento» e trascritto come Ev, seguito da un’identità numerica apposta sui braccialetti al polso degli sbarcati). In genere attivisti e volontari del Forum Lampedusa Solidale che partecipano all’accoglienza ai moli usano esclusivamente il termine «arrivo» per allontanarsi da un linguaggio militare che tende a disumanizzare le persone soccorse. Viceversa, le forze dell’ordine e altre autorità del dispositivo usano il termine «evento» nelle comunicazioni ufficiali ma prediligono «sbarco» in quelle informali. La scelta di uno a discapito dell’altro non è solo linguistica, rappresenta due diverse concezioni della migrazione. «Sbarco» evoca un’azione che richiama l’idea di invasione, di confine da difendere e spesso viene associato a una narrazione securitaria e reificante. Al contrario «evento» o «arrivo» rischiano di minimizzare l’intensità e la violenza di ciò che accade o è accaduto in mare, trasformando l’esperienza del viaggio in un episodio privo di emozioni e conseguenze sul benessere delle persone. Entrambe le scelte linguistiche, seppure per motivi differenti, contribuiscono a costruire una realtà che in parte oscura le sofferenze, riducendo l’arrivo e/o lo sbarco a Lampedusa a un semplice passaggio, un atto unico, un «mentre» slegato dal resto, dissociato da un prima sempre violento e traumatico e da un dopo ignoto ma che potrà presentare nuove sofferenze e difficoltà. Al contrario degli abitanti locali e delle autorità, gli aventurier celebrano l’arrivo e/o lo sbarco attraverso la ripetizione del grido liberatorio boza! (si veda Boza). ESEMPI DAL CAMPO Capisci? Non uso la parola sbarco, perché è un termine del gergo militare e disumanizza. E noi qui stiamo parlando di persone che arrivano. Intervista con un’operatrice ONG di Lampedusa Alle 18.30 arrivano 22 persone. Comunicazione whatsapp dal forum Lampedusa solidale Arrivando al porto di Lampedusa, ricordo la sensazione di imbarazzo… poi scopri che tu sei un evento. Intervista con Dagmawi Yimer, regista di origine etiope Oggi si sono prodotti molti eventi. Evento sta per evento marittimo… evento, sbarco… è la stessa cosa… E continuerà così, viste le condizioni del mare. E poi se non c’è vento… Intervista con un funzionario di polizia ai moli di Lampedusa
Se le persone si muovono
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Persone in movimento. È l’espressione usata dal mondo del soccorso civile in mare e dell’attivismo per indicare chi attraversa per arrivare in Europa. E’ un’espressione che  parla semplicemente di persone e cerca di mettere tra parentesi le etichette, le paure e i giudizi che spesso accompagnano la parola «migrante». Ricorda una condizione più essenziale: quella di esseri umani in viaggio. Questa espressione racconta un tentativo di restituire dignità attraverso il linguaggio. E siccome sguardo e linguaggio si alimentano, forse, se si cambia il modo di descrivere qualcuno,  si modifica la percezione che si ha su di lui. E anche se questo non può modificare il mondo che spinge a partire, forse può almeno cambiare il mondo che accoglie. POM People on the move: con queste parole il mondo del soccorso indipendente in mare – la flotta civile – definisce coloro che fuggendo da Libia e Tunisia provano a raggiungere Lampedusa, l’Europa. L’espressione PoM e i suoi sinonimi generano un’inversione di sguardo rispetto ai modi in cui i diretti protagonisti si rappresentano – bozayeur, aventurier, soldat, clandestin, passeggeri, harraga – sottolineando sempre la dimensione attiva della propria mobilità. Nel mondo bianco e middle class della solidarietà in mare non si mettono in rilievo tratti quali l’assunzione deliberata del rischio, la forza, la lotta, la trasgressione della legalità o, semplicemente, la condizione di chi acquisisce un servizio, piuttosto si cercano vie per «demigranticizzare» parole e discorsi sulle migrazioni. L’espressione PoM è ormai diffusa in tutta la reportistica di numerose organizzazioni umanitarie. Riprendendo Erving Goffman potremmo dire che – diversamente dal lessico degli aventurier costruito attorno alla trasformazione dello stigma in emblema – le parole degli attori della solidarietà enfatizzano l’invisibilizzazione e l’eufemizzazione; perché in mare non ci sono migranti ma persone, naufraghi, che una volta soccorsi e portati a bordo delle navi delle Ong diventano guests. Tale eufemizzazione ha un duplice intento: da un lato vuole arginare lo stigma associato alla parola «migrante», che è ormai satura di apriori negativi capaci di modificare lo sguardo di chi dovrà poi accogliere, dall’altro prova a costruire un frame più astratto, volto a riconoscere a questi soggetti gli stessi diritti di chiunque si trovi in pericolo. La legge morale del mare, insieme alle convenzioni internazionali che la sanciscono – e che vengono insegnate come un mantra a quanti intendono ottenere; Ci sono differenti tipi di people on the move. Ci sono persone che una qualunque patente nautica –, dovrebbe valere per tutti: dai turisti in crociera ai migranti su toba e convoi. Purtroppo, non è ciò che accade. PoB (people on board, quando sono soccorsi dalla flotta civile) e PoM – così come i loro succedanei – permeano le conversazioni informali e le interazioni quotidiane fra equipaggi solidali di terra e mare. Inoltre, contribuiscono a generare un linguaggio tecnico-burocratico, veloce, fatto di acronimi funzionali a segnalare alle autorità le diverse situazioni di soccorso (o casi, dall’inglese case) in cui la flotta civile è impegnata. L’uso di questi termini, come performance tattica di gestione/riduzione dello stigma, si dispiega essenzialmente nel dialogo ufficiale con le istituzioni italiane: nel cruscotto giornaliero degli episodi di sbarco pubblicato dal ministero dell’Interno, così come nelle comunicazioni radio delle Capitanerie e nelle mail dei Centri di coordinamento del soccorso marittimo (Mrcc), in risposta agli eventi segnalati dalla flotta civile si utilizza viceversa il termine «migranti». ESEMPI DAL CAMPO Gentile Ufficiale al Comando, questa la valutazione della situazione: 45 PoB, 14 donne, 5 bambini. Lat: XXXX. Long: YYYY Stiamo distribuendo i salvagenti. Il motore è senza benzina. L’imbarcazione non può navigare. L’acqua sta entrando nello scafo. Il rischio di rovesciamento è alto. Riteniamo che l’imbarcazione sia in pericolo e abbiamo deciso di prendere le persone a bordo del nostro vascello. Prototipo di mail inviata da un attore della flotta civile al mrcc, maritime rescue coordination center, Roma, aprile 2025 Ci sono differenti tipi di people on the move. Ci sono persone che sono molto eccitate quando le incontriamo, sono molto felici, ridono e cantano. Magari sono persone in movimento da un giorno o da un periodo molto corto. Ed è molto importante che noi stessi ci presentiamo quanto prima: devono sapere chi siamo e cosa vogliamo. Intervista con Acab, capitano della flotta civile
L’oro. LORO
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Nome amaro. Si usa per descrivere il valore economico che un aventurier genera a chi lo sfrutta. La ricchezza viene estratta dal suo corpo, dal suo lavoro e dalla sua vulnerabilità. L’espressione unisce il colore della pelle con la materia da sfruttare. Oro nero parla di sfruttamento. Racconta un’economia vasta, costruita sul controllo della mobilità e sui profitti che possono nascere dall’impossibilità di muoversi liberamente. La parola rivela così una verità dolorosa: il migrante in cammino è una miniera che produce ricchezza per altri, anche quando non possiede nulla. La definizione lascia spazio a domande: chi trae beneficio dal movimento delle persone? E chi ne paga il prezzo? ORO NERO Parola a cura di Luca Queirolo Palmas, Università di Genova Or noir è un’espressione di uso comune tra gli aventurier in Tunisia e in Libia che sottolinea quanto la loro presenza sia una risorsa economica fondamentale. L’oro rimanda alla generazione o estrazione di ricchezza e il nero al colore della pelle. I corpi neri migranti, obbligati a un lavoro mal pagato e senza diritti, sono metaforicamente rappresentati come una miniera che genera denaro facile e risorse per i locali. Ma l’uso di questo termine ha all’origine una rappresentazione subita. Gli aventurier infatti raccontano di aver ascoltato dai loro chefs tunisini o libici l’uso dell’espressione «oro nero» per designarli: questo li rende consapevoli di essere una risorsa umana, una fonte di facile profitto, di essere utili ma non benvenuti. L’e spressione evoca così la dimensione del lavoro, dello sfrutta mento, della schiavitù. In Tunisia or noir è associato al termine or vert che si riferisce alla coltivazione delle olive e alla produzione dell’olio che ha bisogno di manodopera migrante. In altri casi è riferita allo sfruttamento nei cantieri edili, evidenziando come sia il sudore e la fatica dei soggetti razzializzati a costruire materialmente i paesi che li ospitano. In un gioco di specchi un’espressione che riflette uno sguardo esterno – quello dei padroni arabi –, o che è immaginata tale, diviene per gli aventurier black un modo per esperire e autodefinire il proprio ruolo in Libia e Tunisia (si veda Black).  Per molti or noir è direttamente legato alla riduzione in schiavitù e alla logica economica soggiacente i respingimenti in mare finanziati dall’Unione Europea. A questi seguono le deportazioni verso il deserto e le frontiere algerine e libiche. I testimoni del rapporto State Trafficking raccontano, con estrema precisione, luoghi, prezzi e fasi attraverso cui l’oro nero viene estratto, venduto e comprato: l’intercettazione in mare, la reclusione nel carcere di Sfax, l’arresto nei luoghi di lavoro o negli accampamenti dove si prepara il viaggio, permettono di generare uno stock che gli apparati di stato tunisini scambiano con le milizie e polizie libiche lungo le frontiere. Poi l’oro nero viene messo a valore tra prigioni e lavoro coatto, dopo una serie infinita di violenze e torture: un migrante nero venduto a un prezzo variabile dai dieci ai cinquanta euro da funzionari tunisini in uniforme può rendere sino a mille, millecinquecento euro nelle prigioni libiche attraverso il riscatto richiesto alle famiglie nei paesi di origine. L’oro nero è in fondo tale anche in virtù delle politiche migratorie europee che foraggiano Tunisia e Libia con mezzi, tecnologie e denaro in abbondanza al fine di bloccare le partenze verso Lampedusa.  ESEMPI DAL CAMPO Non è facile trovare una miniera d’oro, non è facile trovare una vena di petrolio, ma è facile trovare dei migranti. È la tratta. Quando hai un nero, in Tunisia o in Libia, è come avere del bestiame. I libici ti comprano dai soldati tunisini alla frontiera a pochi euro e poi chiedono il riscatto alla tua famiglia. È un grande mercato. Per questo ci chiamano «oro nero», per questo siamo «oro nero». La vendita di noi migranti è più fruttuosa della vendita della droga. Intervista con il testimone numero 1 del rapporto State Trafficking  OR NOIR In Tunisia per noi neri una giornata di lavoro varia dai venti ai trenta dinari. Siamo oro nero. Questo è sfruttamento, questa è la schiavitù che continua.  Intervista con Tala, corrispondente del Giornale delle Rotte  Ho visto i militari libici che ci compravano. Io stesso ho scaricato le casse di droga e le taniche di carburante dai loro pick up per metterli sui camion della Garde Nationale tunisina. Il prezzo della nostra vendita. Noi siamo una risorsa, una miniera, per la Tunisia, per la Libia.  Intervista con il testimone numero 13 del rapporto State Trafficking Sono i padroni arabi che ci chiamano «oro nero». Ci chiamano «oro nero» o schiavi. Noi siamo l’oro nero per loro. Siamo come una materia prima. Noi siamo cash diretto, non come il petrolio che si deve cercare o come i diamanti che ci vogliono delle macchine per scavare. No. Basta solo che tu cammini per strada, ti imbatti in un nero e lo arresti e poi lo metti in prigione. E non hai speso un centesimo. E lui deve pagare per uscire. Per questo ci chiamano oro nero, noi siamo l’oro diretto. Intervista con William, corrispondente del Giornale delle Rotte
September 24, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Meteo: il tempo che farà. Ma non solo
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Il meteo è attesa, speranza, paura. Meteo serve ad indicare che tempo farà. Ma non solo. Non descrive soltanto il cielo: indica quando partire, quando fermarsi, quando rinunciare. È ben più di una previsione: è destino sospeso tra il vento e l’orizzonte. Forse, è l’unica forza che nessuno controlla e da cui dipendono molte vite. Perché, anche quando promette il passaggio, ricorda che il mare può trasformarsi, in poche ore, da strada a ostacolo. METEO a cura di Enrico Fravega, Università di Genova La parola meteo sintetizza e racchiude in un unico termine l’interagire di tutti quei parametri che definiscono le condizioni atmosferiche di uno specifico spazio, in un determinato tempo (un giorno, una settimana, ecc.). Quando si parla di meteo, dunque, ci si riferisce a valori come temperatura, pressione atmosferica precipitazioni, vento, e simili. Per chi guarda lo stretto di Sicilia dalla sua sponda sud, il meteo non è un dettaglio tecnico o una curiosità. Piuttosto è il preludio, l’apertura o la chiusura del sipario su una possibile partenza. La nota che annuncia la sinfonia, oppure il silenzio. Sugli schermi dei cellulari le app meteo compongono tavolozze multicolore a indicare vento, onda, pioggia e linee dinamiche di evoluzione nell’arco della giornata o della settimana. Sui social qualcuno le traduce in parole semplici: «mare buono», «vento forte», «onde grosse», «pericolo». Parole che passano di bocca in bocca, accendendo sogni e incubi tra chi le pronuncia e chi le ascolta. Ci sono giorni in cui il vento si placa calando sul mare come un lenzuolo di seta e sembra di poter scivolare fino a Lampedusa. Altre in cui il vento morde la pelle e ogni onda è un muro. Nella situazione di mobility injustice che caratterizza le condizioni materiali di movimento dei migranti nel Mediterraneo centrale, la previsione meteo è sia avvertimento, sia presagio. È la cornice di realtà che si impone a ogni possibile attraversa mento del canale di Sicilia. La linea invisibile che scandisce il tempo dell’attesa e quello del viaggio. Il filo teso su cui camminano, incerte, le vite di chi si avventura per mare. La più grande opportunità e, allo stesso tempo, la più letale minaccia. O la manifestazione della volontà di Dio (si veda Dieu). C’è chi nei frangenti del mare o nella forza del vento legge la scrittura di un destino, e chi nei grafici delle previsioni vede solo una data: domani, dopodomani, forse fra una settimana. Perché qui il tempo atmosferico si fonde con quello cronologico. I più esperti sanno che le finestre meteo si aprono e si chiudono spesso nel giro di poche ore; perché il tempo è volubile, cambia umore senza preavviso. E quando cambia è come un colpo di coltello nella tela del cielo: squarcia la luce, lascia libere forze sovrannaturali, attorciglia la pancia. Le restrizioni al soccorso in mare e l’esternalizzazione del controllo delle frontiere impongono al meteo anche funzioni necropolitiche. Esempi dal campo Météo de Lampedusa du vendredi 22 novembre au mercredi 27 novembre 2024 vendredi: vent rafales vagues. mauvais samedi: vent rafales vagues houles mauvais dimanche: vent rafales vagues mauvais lundi: vent rafales vagues mauvais mardi: vent rafales mauvais mercredi vent rafale mauvais mauvaise météo des 2 cotes trop de naufrages depuis septembre, octobre et novembre respectez la météo… c’est pas l’homme qui prend la mer cest la mer qui prend l’homme Post sulla pagina facebook Marino dubois officiel
September 17, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Cosa si vede dall’alto. Reportage “Come in mare così in cielo”
Come in mare così in cielo è il racconto di una settimana a Lampedusa insieme all’equipaggio dell’Albatross, l’aereo di monitoraggio di SOS Méditerranée. Questo reportage prova ad esplorare cosa significhi sorvegliare una frontiera dall’alto, a raccontare come l’assenza di soccorso si manifesti nelle rotte tracciate sui monitor, nelle parole dell’equipaggio – ostinato e talvolta impotente – che vola e sorveglia, nei corpi visti e non raggiunti. Narra la violenza strutturale che colpisce le persone in movimento nel central Med, tra respingimenti, complicità istituzionali e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. Come in mare così in cielo vuole aprire una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo centrale, questa volta osservato da un cielo che è diviso, frammentato e sorvegliato tanto quanto il mare. Reportage e inchieste/In mare IL VOLO. REPORTAGE “COME IN MARE COSÌ IN CIELO” A bordo dell'Albatross, l'aereo che sorveglia il Mediterraneo centrale Roberta Derosas 1 Settembre 2026 Reportage e inchieste/In mare SE NON LO VEDI, NON ESISTE. REPORTAGE “COME IN MARE COSÌ IN CIELO” A bordo dell'Albatross, l'aereo che sorveglia il Mediterraneo centrale Roberta Derosas 8 Settembre 2026 PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE 1 Il tempo della riparazione richiede più giorni di quelli che ho a disposizione. La capo missione me lo annuncia giovedì. Non volerò. Cosa si veda dall’alto io lo posso descrivere soltanto perché ho ascoltato i racconti di chi ha partecipato alle operazioni aeree. C’è qualche documentario che le racconta, uno recente realizzato da un giornalista, Valerio Nicolosi. Si concentra sull’azione di monitoraggio e sul ruolo dell’organizzazione in cui mi trovo; intervista anche altri rappresentanti di ONG che operano sull’isola, lascia parola alle riflessioni della capomissione del “mio” aereo. Ma dall’alto, filma pochissimo. Attraverso i racconti di altri, immagino che, proprio dal cielo, questo mare acquisti bellezza, quella che spezza il fiato talmente è intensa, come accade quando si naviga. Pare che certi giorni il vento dia tregua al Mediterraneo che diventa liscio, o che in altri si vedano i delfini e le tartarughe. Mi raccontano che si possa essere sorpresi da tramonti imperdibili, con l’orizzonte che si tinge di fuoco e cancella la sensazione di caldo soffocante che si sente sull’aereo. Mi mostrano anche la foto di una balena avvistata durante un volo. E mi parlano di un’altra sensazione, più cupa della bellezza: descrivono questo Mediterraneo centrale come un muro impenetrabile, saturo di presenze, ma dove pochi riescono a passare. Mi spiegano che non sempre si avvista qualcosa. A volte ci sono ore di volo vuote, che fanno pensare all’attesa snervante che si vive navigando quando si aspetta che il soccorso arrivi. E poi quanto un aereo impieghi a raggiungere un target, la differenza di campo visivo tra cielo e mare. Dal mare, a seconda delle condizioni e del tempo, la visibilità è ridotta a pochi chilometri, spesso meno. Dall’aereo, invece, il Mediterraneo si apre tutto insieme. Si vedono imbarcazioni, lontanissime, che dal ponte di una nave sarebbero rimaste invisibili per ore. Dall’aereo, tramite le attrezzature, si possono vedere le persone che trasportano i bambini: corpi piccoli, tenuti tra le braccia degli adulti. Talvolta si possono identificare le donne. PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE (Ripresa dall’Albatross durante la Missione 05) Poi, le condizioni delle barche: quanta acqua sul fondo e quanta parte del loro corpo è immersa, se abbiano o meno giubbotti di salvataggio, cosa molto rara. E poi i corpi di persone annegate che galleggiano, trasportati dalla corrente. E il comportamento delle persone sulla barca che spesso si alzano in piedi e fanno movimenti con le braccia nel caso avvistino un aereo. Descrivono tutto questo come se vedessero un film muto: “non si sentono le voci che imprecano o esultano, non si sente l’odore”. Già, quell’odore di migrazione inconfondibile, che ti resta nel naso. Tina, altro membro di questa crew, dice che, durante il suo primo volo, per la prima volta ha capito davvero le dimensioni di quella che chiamano zona SAR: uno spazio che l’occhio può finalmente contenere tutto insieme e che, proprio per questo, sembra ancora più vasto, più vuoto, più difficile da coprire. I dati tecnici finiscono per impregnarsi della sua emozione: racconta poi come lei e gli altri tre membri dell’equipaggio abbiano avvistato un’imbarcazione in difficoltà. Persone a bordo, dall’alto: una forma, poi dei punti, poi dei corpi. Descrive come l’aereo si sia avvicinato per osservare la barca. E come la barca abbia osservato l’aereo. Per qualche minuto è stato solo questo: sguardi incrociati dall’aria, dal mare. Io mi immagino le teste di uomini e donne rivolte verso l’alto, a fare segno con le braccia. Persone che per un istante si sentono meno sole in quello spazio blu. Sento l’emozione nelle parole di Tina, nel percepirne quasi la gioia. Ma poi. Poi, all’orizzonte, un’altra imbarcazione. Partita dalla Libia. Lei ricorda la velocità della guardia costiera libica. Rapida, molto più rapida della barca in difficoltà, molto più di qualunque altro assetto della flotta civile. Ed è proprio la visibilità estesa possibile in volo, a rendere tutto più assurdo: dall’alto la vedono arrivare da lontanissimo, diversi minuti prima di quelle persone che si stanno sbracciando a salutare il piccolo aereo che avvistano dal mare. PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE (Missione 05 dall’Albatross Uno – Avvistata AEB078, un gommone nero vuoto e senza motore) È qui che Tina si ferma sul dettaglio che le è rimasto addosso più di ogni altro: il tempo. Cinque minuti, forse meno. Le persone sulla barca in difficoltà stavano ancora salutando l’aereo – mani alzate, sollievo di essere stati visti, finalmente, da qualcuno – mentre in lontananza e dall’alto si vede già la scia dell’imbarcazione dei libici. Sento lo sgomento nella sua voce, i suoi occhi si velano di tristezza. “È una posizione scomoda, la nostra” dice. Io aggiungerei anche dolorosa, ingiusta e faticosa. Vedere prima di chi sta per essere raggiunto e non poter fare nulla: né avvisare, né intervenire, solo continuare a volare e osservare quello che sta per accadere a chi, in quel momento, ha ancora addosso la speranza del soccorso. L’intercettazione è durata mezz’ora. Tina descrive la scena con precisione: gli agenti libici a bordo, armati. Alcuni filmano con il telefono e lei ipotizza che faccia parte della loro procedura. Lo scatto che mi mostra, immortala probabilmente il momento che precede l’obbligo, per le persone, di salire sulla motovedetta libica. Un gommone grigio antracite. Uno dei suoi tubolari sembra poco gonfio. Un solo motore che sembra nuovo e potente e contrasta con il resto di questa imbarcazione da quattro soldi. Accanto, sono visibili taniche di benzina. Quattro. A bordo una trentina di persone. Nessuna ha un salvagente o un pneumatico attorno al collo. La foto le immobilizza in quell’attimo che per me appartiene al soccorso: immobili. Silenziose. Solo che questo è un respingimento e che accanto al barchino è visibile la motovedetta della GC libica. I colori tingono l’immagine e si imprimono nella memoria visiva di questo evento a cui non ho assistito: il blu cobalto del mare, il grigio piombo del gommone, l’azzurro intenso di una tanica di benzina, il verde menta di un giaccone di un uomo, il cappuccio bianco che copre la testa di una delle persone a bordo. E poi, la motovedetta della guardia costiera libica. Sul fianco visibile, a babordo si legge Libyan Coast Guard, in inglese, in arabo. Motovedetta n. 644. Tina e le altre donne dell’equipaggio mi raccontano di altri casi e di come, dall’alto si possa vedere come gli agenti della GC rimuovano i motori dalle imbarcazioni intercettate. In altri casi, li hanno visti bruciare i barchini. E poi, racconti più recenti: barche della guardia costiera libica piccole, veloci, che viaggiano a trenta, quaranta nodi. Sono quelle offerte dall’Italia. Sono così piccole che a volte non hanno spazio per tutte le persone che intercettano. Così ne lasciano alcune indietro, sulla barca di origine, che si alleggerisce. > Tina, nei suoi racconti, mi ripete spesso “ti dico solo quello che vedo”. È la frase che chiude quasi ogni suo racconto, come un esercizio di stile oltre che un dato di fatto: quello che vede, lo dice. Quello che non capisce, lo lascia com’è – un motore portato via, una barca vuota che torna a riva senza che nessuno sappia perché. Nella sola missione di aprile, mi racconta la capo missione, quasi la metà dei respingimenti osservati è avvenuta in area SAR libica: è stato in quel mese che hanno avvistato un cadavere galleggiare nel Mediterraneo blu. Il primo semestre di quest’anno viene descritto come il più letale dell’ultimo decennio. Missione 05 dall’Albatross Uno – Avvistato il recupero delle persone a bordo di ADC112 da parte dell’Asso Venticinque Missione 05 dall’Albatross Uno – Avvistato un gommone libico non identificato PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE RICOMINCIARE A SORVEGLIARE, RICOMINCIARE A DENUNCIARE Pochi giorni dopo il mio ritorno, finalmente l’aereo ricomincia a sorvegliare e monitorare il Mediterraneo centrale. Sono in un altro luogo di questo mare, in un’altra isola, luogo di approdi degli harraga algerini che partono da Annaba, quando leggo un comunicato stampa che racconta di due eventi 2. Il primo: il 12 agosto, l’equipaggio di Albatross, che ha ripreso i voli, ha avvistato un’imbarcazione di legno blu con il suo carico di circa cinquanta persone, tra cui tre donne. Alla deriva. Nessun salvagente. Qualche ora più tardi, l’aereo sorvola la stessa barca, che però è vuota. Due RHIB non identificati sul posto: uno la traina, l’altro porta via chi era a bordo. E poi, ancora nella stessa zona, poco più tardi, il velivolo avvista una nuova imbarcazione: un gommone nero, sovraccarico. Trenta persone. Bambini, neonati. Nessuna attrezzatura di salvataggio. Si trova a nord di Tripoli. Una motovedetta libica, classe TS 300, si avvicina ad alta velocità. Vicino, la Humanity 1 potrebbe intervenire, ma la Guardia costiera libica le ordina di allontanarsi verso nord. La motovedetta insegue il gommone per quaranta minuti. Lo sperona. Ripetutamente. Prova a legarlo con una cima, mentre è ancora in movimento. La TS 300 è un dono europeo. Fornita tramite SIBMMIL 3, programma di gestione delle frontiere finanziato dall’UE. Il secondo risale invece al 14 agosto: lo stesso equipaggio di Albatross avvista, volando, undici corpi che galleggiano in mare in avanzato stato di decomposizione: alcuni ancora vestiti, altri sostenuti da camere d’aria. Penso a Tina, a Mila, a tutte le donne della crew che mi hanno accolta a Lampedusa. Non mi risulta difficile percepire il loro dolore. PH: Tess Barthes / SOS MEDITERRANEE Ecco cosa significa sorvolare il Mediterraneo centrale: documentare e monitorare, masticare tra i denti il dolore di vedere respingere, avere a che fare con la frustrazione di denunciare e osservare che, nonostante tutto, niente cambia. Significa constatare che il Mediterraneo si sta davvero chiudendo sempre di più e che gli arrivi stanno diminuendo e non certo perché gli avventurieri abbiano rinunciato al viaggio, ma perché le politiche di controllo ed esternalizzazione delle frontiere stanno funzionando, perché i respingimenti sono sempre più frequenti, efficaci, rapidi. Tutte le persone di questo equipaggio mi hanno detto quanto sia difficile volare, osservare, non poter intervenire. Le ammiro per questa capacità di accettare e gestire la frustrazione. Daria, mentre mi spiegava il funzionamento del velivolo, mi aveva detto: «Penso che per me la cosa più difficile sia quando ce ne andiamo via. Quando li hai visti, ma te ne vai – perché la luce si sta abbassando, perché le ore di volo sono finite, perché il gasolio è finito, per mille circostanze…». Eppure, per fortuna, queste donne – moderne amazzoni per cui provo anche la stima di appartenere allo stesso genere – sono consapevoli del proprio ruolo: la loro azione non funziona da deterrente, ma ha la forza della denuncia. La capo missione mi dice: «Da soli, col nostro aereo, non possiamo avere la pretesa di fare da deterrente. Ma continuiamo a monitorare, a confermare che sta accadendo, a fornire informazioni, dati, immagini, prove di ciò che succede nel Mediterraneo. Quindi non credo che la nostra sola presenza sia sufficiente in sé, ma penso sia una parte fondamentale. Ed è l’unico modo per rendere gli autori responsabili e sperare che smettano di dormire tranquilli». E il suo è un pensiero condiviso da tutte le altre. PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE (Caso “imbarcazione vuota”: AEB085 avvistata durante il volo F049) Io non ho potuto volare questa volta. Ma mi rassegno pensando che questo aggeggio grigio metallizzato è riuscito a decollare di nuovo continuando a denunciare, osservare, monitorare. I suoi problemi tecnici sono stati risolti. Nel frattempo sono tornata a casa: un volo prenotato, un posto assegnato. La mia frustrazione è un lusso messa a confronto con il dolore di chi attende, talvolta per anni, di attraversare questo Mediterraneo blindato. Obbligato a restare da quel lato di mare che noi osserviamo al sicuro. Sono partita con un volo di linea. Un controllo rapido dei documenti, la carta d’imbarco. Un viaggio qualsiasi. Mi sono confusa coi tristi vacanzieri alla fine del loro soggiorno. Anche se non ho volato, sono partita con le parole di questo saggio equipaggio. “Nonostante tutti i limiti che ci sono, tutte le frontiere interne e esterne, non possiamo permetterci di essere pessimisti. Nonostante tutto, ci sono persone che, ancora oggi uniscono le loro mani per salvarne altre”. Il volo che non c’è stato mi ha insegnato ad usare i verbi al condizionale e mi ha ricordato ancora una volta che siamo in molti a scegliere senza esitazione da quale parte del mare stare. PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE 1. Operazione aerea dall’Albatross Uno, missione 05 – È stata avvistata una violenta intercettazione dell’imbarcazione in difficoltà identificata come ADC084. Un mezzo della classe PB 300 l’ha inseguita per circa 40 minuti, speronandola più volte a tutta velocità ↩︎ 2. 11 corpi in mare e due intercettazioni violente: il costo umano delle politiche europee nel Mediterraneo, SOS MEDITERRANEE (14 agosto 2026) ↩︎ 3. SIBMMIL sta per “Support to Integrated Border and Migration Management in Libya”. È un progetto iniziato nel luglio 2017 e concluso a dicembre 2025 che ha come obiettivi principali il rafforzamento sia delle capacità di salvataggio in mare, sia del controllo del confine marittimo. È il più ricco e importante programma europeo per la gestione delle frontiere e della migrazione in Libia, con un budget complessivo di 61,2 milioni di euro, finanziati principalmente dall’EU Emergency Trust Fund for Africa ↩︎
September 15, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Mammellone: un archivio liquido
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Mammellone è un tratto di mare tra Tunisia e Sicilia, un luogo di incontro più che un confine. Qui, da generazioni, pescatori di sponde diverse condividono lavoro, parole e gesti, legati da una stessa vita sul mare. In queste acque si  custodiscono le tracce delle migrazioni: relitti, naufragi, memorie. Per questo, non è solo un banco di pesca. È un archivio vivente del Mediterraneo, intreccio tra scambi e perdite, vicinanza e frontiera. Il Mammellone è un luogo in cui il Mediterraneo mostra il suo volto più vero e  ricorda che gli uomini si sono incontrati molto prima che gli Stati tracciassero linee sulle mappe.  MAMMELLONE a cura di Enrico Fravega, Università di Genova Il Mammellone è un banco di pesca che si apre, quasi segreto, al centro del canale di Sicilia, lungo una linea immaginaria che unisce Sfax a Lampedusa, oggetto di frizioni e accordi gestionali tra Tunisia e Italia. È una tradizionale zona di pesca delle marinerie italiane ma, soprattutto, è uno dei molti spazi di contatto dove si incontrano pescatori provenienti da tutto il Mediterraneo: mazaresi, lampedusani, tunisini di Mahdia, Chebba o Sfax, maltesi e molti altri che qui pescano, si scontrano, si incontrano, scambiano vino per couscous e chissà cos’altro. Luoghi comuni che non si collocano su uno spazio meramente geografico ma rappresentano uno spazio di condivisione storico. Qui le barche restano immobili come astronavi in sospensione; gli uomini a bordo parlano lingue che non si assomigliano eppure si intrecciano in un esperanto di gesti, dialetti marinari e sguardi che bastano a intendersi. Sono gli operai del mare, uniti dalla fatica di tirare su dal fondo qualcosa che valga la pena di portare a riva. L’incontro, in queste acque, non è commercio e non è diplomazia. È piuttosto la legge del mare – un patto implicito di mutuo riconoscimento – continuamente incrinata dalla violenza dei regimi di frontiera. Perché qui le storie di pesca tori e di migranti, di Ong e di polizie marittime, si sfiorano, si sovrappongono, si ingarbugliano. «Quando lo abbiamo tirato su, sembrava un cristiano», racconta Franco Adragna, anche detto Capitan Ciccio, comandante della barca che, con le reti, portò alla luce il Satiro Danzante oggi esposto a Mazara del Vallo. Ma non sempre le reti restituiscono reperti antichi: in queste acque non è raro che si impiglino ai corpi dei migranti dispersi in mare. Il Mammellone dunque non è soltanto onda e corrente: è un archivio di incontri, naufragi, memorie e scambi. Uno spazio di mare vivente, in cui ogni barca che lo attraversa riscrive la sua storia, legata alla guerra della pesca e all’estrattivismo ittico. ESEMPI DAL CAMPO  Dovete sapere che tra gli anni ’60 e i ’90 il Mediterraneo era ancora ricco, una miniera d’oro, specialmente là al Mammellone. E noi, con le nostre barche che erano tra le più avanzate a quell’epoca, ci andavamo e pigliavamo pesci a volontà. Ma era come una corsa, capisci? Chi ci arrivava prima, prendeva di tutto… Ma piano piano, questo mare, pure quello vicino alla Tunisia si cominciava a sfruttare sempre di più… Ma era la vita nostra. Intervista con Antonino, pescatore in pensione di Mazara del vallo Ma quando mai l’Italia si è interessata di proteggere noialtri pescatori? L’unica cosa che sanno fare e lasciarci soli a mare con i problemi, il carburante che costa sempre più e le motovedette che ci sparano. Guarda la Libia, per esempio, si sono pigliati tutto il golfo della Sirte, come fosse loro. E ci scordiamo, poi, di quello che fece la buonanima di Andreotti? Un bel regalo ai tunisini, il Mammellone… Per anni, solo noi andavamo lì e ora rischiamo che ci multino o che ci sparino. Intervista con Vito, ex pescatore di Mazara del Vallo
Se non lo vedi, non esiste. Reportage “Come in mare così in cielo”
Come in mare così in cielo è il racconto di una settimana a Lampedusa insieme all’equipaggio dell’Albatross, l’aereo di monitoraggio di SOS Méditerranée.   Questo reportage prova ad  esplorare cosa significhi sorvegliare una frontiera dall’alto, a raccontare come l’assenza di soccorso si manifesti nelle rotte tracciate sui monitor, nelle parole dell’equipaggio -ostinato e talvolta impotente – che vola e sorveglia, nei corpi visti e non raggiunti.  Narra la violenza strutturale che colpisce le persone in movimento nel central Med, tra respingimenti, complicità istituzionali e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. Come in mare così in cielo vuole aprire una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo centrale, questa volta osservato da un cielo che è diviso,  frammentato e sorvegliato tanto quanto il mare. Reportage e inchieste IL VOLO. REPORTAGE “COME IN MARE COSÌ IN CIELO” A bordo dell'Albatross, l'aereo che sorveglia il Mediterraneo centrale Roberta Derosas 1 Settembre 2026 PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE – Vedute aeree del mare e della Ocean Viking SE NON LO VEDI, NON ESISTE Il cielo ha confini strani. Ma la sua organizzazione non è poi diversa da quella del mare. E se è difficile immaginare i confini liquidi, quelli aerei sembrano ancora più labili. Gli spazi aerei si dividono su più livelli, uno dei quali è la giurisdizione, attraverso le FIR – Flight Information Region. Si tratta di aree di dimensioni variabili, ciascuna affidata a un’autorità che fornisce due servizi: il Servizio Informazioni Volo (FIS – flight information service) ed il servizio di allarme (ALS – alerting service). Ogni porzione di cielo ricade quindi sotto una specifica FIR: i paesi più piccoli hanno l’intero spazio aereo racchiuso in un’unica FIR, mentre per i paesi più grandi lo spazio aereo è suddiviso in un certo numero di FIR regionali. Questa ripartizione di competenze non è arbitraria: è stabilita da accordi internazionali sotto l’egida dell’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile (ICAO). Il Mediterraneo centrale ha linee tracciate nel mare con le zone SAR e nel cielo con quelle FIR. In cielo ne esistono quattro: Italiana, Maltese, Libica e Tunisina. Ogni volo che attraversa più FIR deve annunciare via radio (VHF) il cambio di zona, con quota, intenzioni e distanza. Non tutti i paesi, però, autorizzano i voli nella propria zona aerea di competenza e controllo: la Tunisia è uno di questi. Alcuni, invece autorizzano il sorvolo, ma non il soccorso. Un precedente simile riguarda la Grecia: dopo alcuni tentativi di soccorso a Cipro, un decreto ha vietato ai velivoli civili di sorvolare la FIR greca: un vuoto di osservazione che pesa oggi sulla nuova rotta che da Tobruk punta proprio verso la Grecia. Quando la capo missione, Mila, me lo racconta penso a quanto la Tunisia stia diventando impenetrabile dal cielo, da terra, dal mare. Come accade in mare, anche dal cielo si monitora la frontiera. Mezzi tecnologici d’avanguardia sono utilizzati a questo fine dall’agenzia europea Frontex, responsabile di spostare il controllo dal mare al cielo. Frontex sorveglia il Mediterraneo centrale dall’alto; con le sue navi, i suoi droni, i suoi funzionari fa esistere la frontiera come ostacolo fisico. Un muro. Efficace. La sua funzione dichiarata è semplice: sorvegliare, analizzare e respingere. Sorveglia acque, terre e cielo di un confine sempre più torbido e violento, sempre più lontano e oscuro. Analizza dati e flussi e ne rende conto agli stati di cui è l’esercito. Respinge i movimenti grazie a una tecnologia d’avanguardia, spesso prodotta da Israele. Dal 2018 utilizza droni Heron e diversi aerei ed equipaggi con basi a Malta e in Italia; l’area da cui partono le imbarcazioni dirette in Europa è sistematicamente pattugliata. Ripresa dall’Albatross durante la Missione 05 Imbarcazione in difficoltà: ADC082 è stata avvistata durante un volo dell’Albatross, permettendo così il successivo intervento di soccorso da parte della Humanity 1 (12 agosto 2026) PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE Fa pensare ad un grande rastrello che passa nel mare e nel cielo e poi ancora a terra, che scandaglia al millimetro gli spazi aerei, terrestri e marini per respingere ogni impurità, ogni elemento esterno. Frontex è la vergogna dell’UE, una delle molteplici. Se si pensa al dispiegamento aereo, appare dal report di Human Rights Watch e Border Forensic che nel 2021 le ore di volo sono più che raddoppiate rispetto al 2018, passando da 1.396 a 2.869. Nello stesso periodo l’agenzia ha ridotto il proprio raggio operativo navale da 70 a 24 miglia nautiche dalla costa italiana. L’inchiesta “Airborne Complicity“, pubblicata da Human Rights Watch e Border Forensics nel dicembre 2022 1, quantifica cosa produce questo spostamento. Quasi un terzo delle intercettazioni operate dalle forze libiche nel 2021 – su oltre 32.400 persone complessive – è stato facilitato da informazioni raccolte tramite la sorveglianza aerea di Frontex. L’analisi statistica stabilisce una correlazione significativa: nei giorni in cui i mezzi aerei volano più ore, la Guardia Costiera libica intercetta più imbarcazioni. Nel report si cita un caso del 30 luglio 2021 e questo illumina il funzionamento in concreto. Un drone Frontex individua un’imbarcazione con circa 20 persone a bordo. La Guardia Costiera libica la intercetta poco dopo. Nessuna nave umanitaria presente nella zona riceve l’allerta. Il report non lascia margini di interpretazione: la strategia attuata da Frontex non è costruita per salvare vite, ma per impedire gli arrivi. E nella misura in cui questo comporta la riconsegna sistematica di persone in Libia – paese in cui sono più che documentati i trattamenti disumani e degradanti riservati alle persone migranti – l’agenzia, e per estensione l’Unione, possono essere considerate complici di tali abusi 2. Attraverso la sua strategia di sorveglianza dal cielo e la trasmissione delle informazioni alla GC libica, Frontex permette che la responsabilità del controllo si allontani dalle coste europee, aumentando il rischio per chi fugge: il contatto diretto con le navi che operano search and rescue si riduce e con esso il tasso di soccorso. Frontex non dispiega solo aerei ed elicotteri, ma anche droni che rappresentano, per chi è a bordo sui barchini, il primo vero incontro con il confine europeo: un confine che sorveglia e resta invisibile e che al contempo rende invisibili i migranti per il sistema d’asilo europeo, impedendo loro di toccare le coste dell’Unione. Il ritiro navale dell’UE dal Mediterraneo – causa anche delle numerose violazioni dei diritti umani attribuite a Frontex – non equivale a un disimpegno dall’area, ma solo a uno spostamento dal mare al cielo. Il confine si divide così in una componente terrestre rigida e una componente aerea più flessibile ed efficiente nel controllo 3. > Invisibile è la parola ricorrente tra attivisti e operatori in frontiera. “Persone invisibili, confini invisibili, movimenti invisibili”. Anche le ragazze della crew di questo aereo la usano, ma con precisione: le persone non scelgono di essere invisibili, piuttosto è la gestione politica dei confini che le rende tali. E poi, mi ripetono spesso “è semplice. Se non vedi, non esiste”. PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE COSÌ IN CIELO COME IN MARE Il lavoro si svolge in cielo e a terra, quando il velivolo volteggia in aria e quando è fermo. Un’attività costante e una comunicazione continua tra equipaggio che sta nella casa ufficio e osserva i monitor e quello che si trova in volo. Sono proprio questi monitor, per primi, ad attirare la mia attenzione: disegnano le linee ricamate dagli aerei, rotte tracciate dai velivoli della flotta aerea civile e governativa. Mille fili di Arianna, altrettanti Tesei e Minotauri. Le informazioni non sono criptate; i siti non sono segreti, ma di libero accesso. La capo missione mi spiega che in ogni organizzazione il sistema è uguale: ore passate davanti ai monitor per verificare quali aerei siano presenti e in volo, scrutando i ricami che si disegnano sui monitor e che indicano le rotte di tutti gli aerei. E se le linee si attorcigliano e si accavallano in uno stesso punto, probabilmente significa che al di sotto c’è una barca che contiene persone. La HoM 4 mi racconta che osservare la posizione di Frontex su siti di tracciamento pubblico come Flightradar è già una pista per capire dove siano presenti dei target. E poi aggiunge: “spesso però Frontex, non dà segnalazione perché informa direttamente la GC libica”. In cielo come in mare, chi sorvola una zona ha l’obbligo di segnalare agli enti competenti ciò che avvista in acqua. Ma non è sempre così: i velivoli di Frontex non rispettano sempre questo obbligo. È un problema serio, perché un soccorso dovrebbe portare le persone in un luogo sicuro, ma se chi avvista un’imbarcazione in difficoltà nella zona SAR libica non segnala l’evento, o lo segnala solo alla Libia, il risultato è che le persone vengono riportate proprio nel paese da cui fuggono, che di sicuro non ha nulla. Secondo quanto mi racconta la HoM, la guardia costiera libica si muove con gli assetti più veloci tra tutte le flotte del Mediterraneo, sotto la protezione politica ed economica dell’Unione europea arrivando ben oltre la zona SAR di cui dovrebbe essere competente, la più vasta tra quelle in cui si divide il Mediterraneo centrale. Che vuol dire osservare il cielo dall’altro? Quanto è difficile vedere e non poter intervenire fisicamente? Cosa vuol dire vedere corpi che galleggiano, respingimenti dall’alto e non avere il potere di avvicinarsi? Carla mi dice che non si pone la domanda e che questo è il suo modo di avvicinarsi al soccorso aereo: “in fondo, potrebbe non succedere. E poi, c’è sempre il rischio di non volare”. Cassandra. Mentre discutiamo, Mila, la HoM, ci dice che l’aereo ha avuto un problema tecnico. E che sperano siano problemi risolvibili. La profezia di Carla pare avverarsi: potrei non volare. Perché allora chiedermi cosa significhi vedere il mare dal cielo? I giorni che seguono continuano così, tra messaggi che rimandano il mio volo senza annullarlo e incontri con la crew. L’isola è piena di turisti. Via Roma è un vai e vieni di gente che passeggia, ignara, forse di quello che succede a poche miglia da qui. Nelle spiagge trovo resti di barche che sono riuscite a raggiungere l’isola. Le vedo, esistono. Riprese aeree del mare e della Ocean Viking Operazione aerea dall’Albatross Uno, Missione 05: avvistamento di un gommone libico non identificato PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE IL LUCCHETTO DI FRONTEX E continuo ad attendere questo volo che non arriva. Due tecnici sbarcano direttamente da Malta per capire se e cosa si possa fare. La capo missione però mi autorizza ad accompagnare Lisa, la TACCO e il pilota, Peter, in aeroporto. Ho il tesserino di riconoscimento e passiamo un primo controllo in questa che è l’area militare. Oltre la soglia incontriamo i due esperti arrivati direttamente da Malta: a soli 30 o 40 minuti di volo. Tutto è possibile: l’aereo potrebbe essere riparato qui oppure forse dovrebbe essere aggiustato a Malta. Non so cosa accadrà, però almeno posso osservare da vicino il velivolo su cui dovrei salire. O sarei dovuta salire. Ci avviciniamo all’area dove sono parcheggiati tutti gli aerei. Il “nostro” è grigio proiettile, brillante. È lungo circa otto metri e mezzo e ha un’apertura alare di 13 metri e mezzo. Ha due eliche che lo fanno volare. Quattro sedili. Per salirci basta appoggiare un piede su un gradino e poi poggiare l’altro sull’ala. Sembra strano che una cosa così piccola possa volare. Sembra una zanzara e immagino lo stesso rumore fastidioso, in volo. Mi siedo al posto del pilota e mi trovo tra le gambe la barra di comando: sembra un giocattolo, uno di quei simulatori di volo da sala giochi. Davanti, un monitor con bottoni e pulsanti. Il vetro lucido: la prima operazione prima di partire in volo è proprio quella di pulire i vetri e fare in modo che la visibilità sia perfetta. Il cielo da questa prospettiva è un’ellisse. Questo piccolo velivolo costa alcune centinaia di migliaia di euro; una sola delle termocamere che Frontex monta sui propri mezzi ne varrebbe, da sola, circa duecentomila. Riprese aeree durante la Missione 05 / Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE Nello stesso spazio in cui è parcheggiato questo aereo piccolo piccolo ce ne sono altri 7: Frontex ne ha due e anche un elicottero. Per controllare la frontiera, i mezzi a disposizione dell’esercito UE sono di un livello superiore rispetto a quelli della flotta civile. Negli anni il suo ruolo è cresciuto molto rispetto alle origini nel 2004: da agenzia di coordinamento tecnico è diventata un attore operativo con poteri propri, incluso il dispiegamento di personale ed equipaggiamento senza necessità di invito esplicito da parte dello Stato membro. Altri velivoli della flotta civile, mi dicono, sono dipinti apposta in rosso e blu, colori diversi dal grigio-bianco di Frontex: per essere riconosciuti, dal basso, da chi è in mare. Qui, in quest’area dell’aeroporto di Lampedusa, ci sono oggi altri quattro aerei: se si esclude quello dei tecnici maltesi, i tre che restano sono proprietà di turisti arrivati qui col loro velivolo personale. La disparità tra esseri umani è indecente: chi viaggia sui barchini e chi su un aereo di proprietà. Questione di passaporti e conti in banca. La stanza in cui sono custoditi gli oggetti utili al volo, è condivisa da tutte le organizzazioni che perlustrano il cielo, quasi a lasciare immaginare una prossimità che in realtà non esiste. Un solo armadio ha un lucchetto. È quello di Frontex. Mentre io e Lisa aspettiamo Peter, una ragazza inglese che lavora con di Frontex si avvicina e ci racconta del caldo che ha avuto in volo: l’aria condizionata di cui dispone l’aereo che pilota oggi non funzionava. È giovane, gentile. Forse lei, in volo, quando avvista una barca, dà l’informazione a tutti gli operatori che sono in mare e in cielo. Forse non si limita a contattare la Libia. Prima di lasciare l’aeroporto, copriamo l’aereo: un telo pesante a proteggerne i vetri che devono essere perfetti in volo. Lo lasciamo lì, senza sapere ancora se la riparazione sarà rapida o richiederà il tempo di un tragitto a Malta. Se così fosse, la possibilità di volare si allontana per me. Resto nell’isola una settimana: ripartirò sabato ed è già mercoledì. PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE 1. Leggi l’inchiesta ↩︎ 2. Human Rights Watch & Border Forensics, Airborne Complicity: Frontex Aerial Surveillance Enables Abuse, Human Rights Watch, 8 dicembre 2022 (disponibile anche in italiano). Autori principali: Judith Sunderland e Lorenzo Pezzani, con il team di Border Forensics Sunderland, Judith, EU Misses Opportunity on Frontex Transparency, Accountability, Human Rights Watch, Dispatches, 24 aprile 2024 ↩︎ 3. “Eyes in the Sky: EU Border Technology in the Mediterranean” by Ahlam Chemlali and Mikkel Nørregaard Jørgensen e Airborne Complicity ↩︎ 4. Head of Mission: capo missione ↩︎
Mamma Africa: la voce di una madre che attraversa il mare
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Per molti aventurier è una presenza, una voce che arriva quando il viaggio si fa confuso, pericoloso o solitario. Nel Mediterraneo delle frontiere e delle attese, dove le informazioni possono valere quanto il denaro o il cibo, Maman Marino è un punto di riferimento. Condivide notizie, verifica voci, raccoglie richieste di aiuto, segue le tracce di chi è scomparso. La sua forza nasce dalla fiducia ed è una rete di protezione per le persone che si scambiano informazioni, racconti e tragedie lungo le rotte del Mediterraneo. Per la sua cura e per rispetto molti la chiamano maman.  Maman Africa ricorda che le frontiere sono fatte di muri, pattuglie e documenti, naufragi, carceri, liberazioni, imbrogli, previsioni per il viaggio. Ma non solo. Sono ricamate  anche di parole di cura.  MAMAN MARINO a cura di Enrico Fravega e Luca Queirolo Palmas Maman Marino, o Madame Marino, è una figura emblematica per gli aventurier, il cui nome risuona negli spazi sociali e digitali del Mediterraneo centrale. Attraverso una presenza capillare sulle piattaforme dei social media, Madame Marino, una signora francese sulla sessantina, ha dato vita a: un’iniziativa di solidarietà e di aiuto reciproco, attraverso la condivisione di risorse informative critiche per quanti sono in viaggio; una piattaforma mediatica «dal basso» che offre uno spazio di comunicazione orizzontale per gli aventurier; un «brand» del web riconosciuto da tutti coloro che cercano di attraversare il Mediterraneo centrale. Nel quadro di un processo di digitalizzazione della comunicazione che ha interessato, con velocità e gradi diversi di infra strutturazione, sia le popolazioni del Global North che quelle del Global South, da alcuni anni si assiste all’utilizzo di app come WhatsApp o Telegram, o social media come Facebook o Instagram, per la comunicazione peer-to-peer da parte delle persone irregolarizzate. Pur essendo presente su diverse piattaforme, la sua attività si concentra su Facebook, la cui pagina, all’agosto del 2025, conta circa centomila follower. L’esperienza di Madame Marino come referente nel campo dell’informazione per gli aventurier, per il Mediterraneo centrale, si inserisce in un contesto più ampio in cui ogni rotta migratoria vede la presenza di figure-simbolo solidali, utili e affidabili a cui sono attribuite funzioni di circolazione e validazione delle informazioni. È il caso della pagina Facebook di Helena Maleno Garzon per quanto concerne l’Atlantico e il Mediterraneo occidentale e quella di Tommy Olsen di Aegean Boat Report per il Mediterraneo orientale. Attualmente le sue pagine sui social media si rivolgono principalmente ai migranti francofoni e sono lo scenario di una molteplicità di richieste di aiuto e di scambi di informazioni sulle condizioni meteo nel canale di Sicilia o su ciò che accade negli zitounes di Sfax, dove molti migranti sono accampati in attesa di lasciare la Tunisia; sulle persone scomparse o sulle domande riguardanti le necessità materiali di chi è in viaggio; sugli sbarchi a Lampedusa o sui naufragi; nonché sulle truffe operate da falsi cokseur e arnaquer (si veda Cokseur). Madame Marino attraverso i social media sfida la legittimità delle restrizioni imposte dallo stato alla mobilità umana e rivela attraverso il suo lavoro le continue violazioni dei diritti umani e la razzializzazione delle persone in viaggio. Allo stesso tempo il lavoro volontario di Madame Marino mette in discussione il monopolio da parte delle emittenti e dei network dell’informazione, dimostrando che anche in scenari complessi, caratterizzati da forti restrizioni della libertà, è possibile produrre un’informazione di qualità dal basso. Madame Marino gestisce personalmente i suoi account, controllando ogni informazione prima della pubblicazione attraverso un lavoro continuo e una rete capillare di corrispondenti in tutto il Nord Africa. Per il suo ruolo, Madame Marino è stata ripetutamente minacciata e, dal 2021, i suoi account Facebook sono stati chiusi numerose volte. Per le persone in movimento Madame Marino è per tutti maman. Emerge così la dimensione affettiva che lega questa esperienza di solidarietà ai suoi follower. Interviste MAMA AFRICA: QUANDO LA CURA SFIDA LA VIOLENZA Intervista a Marino Dubois, attivista e testimone degli abusi e delle violazioni ai confini del Mediterraneo 21 Ottobre 2025 ESEMPI DAL CAMPO  Lampedusa 24 agosto. 100 persone arrivate dalla Libia: Egitto, Sudan, Pakistan, Siria. Post sulla pagina facebook Marino Dubois officiel Tunisia Sfax. Naufragio di una barca di 130 persone. È deceduta Odia, di nazionalità della Guinea. Viveva al km 33 e prima al 31. Riposa in pace Odia. Sincere condoglianze alla sua famiglia, ai fratelli, alle sorelle, a tutti gli aventuriers, alla comunità guineana. Post sulla pagina facebook Marino Dubois officiel Per favore, Maman Marino Dubois, spiega ai miei fratelli e sorelle che non sono più in Tunisia, per poterli aiutare a fare l’iscrizione all’Oim. Spiacente, compagni, sono ritornato al mio paese, non posso più aiutarvi. Buona fortuna a tutti, vi ringrazio. Fatou Kaissa del km 27 Post sulla pagina facebook Marino Dubois officiel Sempre, sempre, ci sono problemi, ci sono chiamate… In effetti io sono la confidente, sono l’amica, sono la mamma, sono la sorella, sono la psicologa, sono l’infermiera; adesso da una settimana seguo un bambino che ha la tosse e la tubercolosi, faccio mille cose, risolvo persino dei problemi matrimoniali, diciamo così. Ad esempio, ora una donna è incinta di otto mesi negli zitounes e l’uomo è andato via a Tunisi senza aiutarla… Mi hanno chiesto di parlare con quest’uomo perché si assuma le sue responsabilità… Insomma, seguo storie di cuore, di soldi, di barche e di naufragi, di prigioni, di Libia. Sono sopraffatta, è un’occupazione a tempo pieno, la notte mi chiamano a tutte le ore, loro non hanno ora, hanno bisogno di parlare. Intervista con Maman Marino, agosto 2025