La Tunisia davanti alla Corte Africana: quattro ricorsi rompono il silenzio sulla tratta di StatoPer la prima volta la Tunisia dovrà rispondere davanti a un tribunale
internazionale per il trattamento riservato a chi attraversa il suo territorio
in transito irregolare. Un gruppo di legali dell’Associazione per gli Studi
Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), insieme all’avvocato tunisino Brahim
Belguith, ha depositato quattro ricorsi presso la Corte Africana per i Diritti
dell’Uomo e dei Popoli di Arusha per conto di quattro persone migranti
provenienti da diversi Stati dell’Africa subsahariana.
Le condotte contestate alla Tunisia: detenzioni arbitrarie, tortura, espulsioni
collettive nel deserto, tratta di esseri umani, violenze sessuali. Le
considerazioni riportate nel testo che segue si basano sulle dichiarazioni
rilasciate da ASGI durante la conferenza stampa in merito al ricorso e su
un’intervista rilasciata dall’avvocato Luca Masera, socio ASGI e ordinario di
diritto penale all’Università di Brescia, tra i responsabili del ricorso 1.
Sono quattro i ricorsi depositati nella prima settimana di marzo alla Corte
Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli, a ridosso di una scadenza
importante. Dal 7 marzo 2026 la Tunisia ha ritirato la dichiarazione che
permetteva a individui e organizzazioni non governative di rivolgersi
direttamente alla Corte. Dopo l’invio dei ricorsi, reso pubblico da ASGI il 19
giugno, la Cancelleria della Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli
ha comunicato l’avvenuto deposito e ha aperto la procedura. Lo Stato tunisino ha
ora quarantacinque giorni, prorogabili di altri trenta, per rispondere. Solo
dopo un ulteriore scambio scritto la Corte deciderà se fissare un’udienza. Si
tratta di una procedura che potrebbe durare anni.
L’attesa non sarà tempo inutile: Luca Masera ricorda che il ricorso su Lampedusa
per i fatti del 2011, e presentato alla Corte Europea nel 2012, ha ricevuto
risposta cinque anni dopo, accertando la violazione di diritti fondamentali.
Quella decisione ha avuto ricadute sia giudiziarie che politiche. Insomma: un
tempo lungo che ha dato i suoi frutti.
Non è la prima volta che la Tunisia viene condannata dalla Corte Africana per i
Diritti dell’Uomo e dei Popoli per la propria deriva autoritaria. Invece quello
che è nuovo è il motivo: il trattamento riservato alle persone migranti. Si
tratta di un fronte che, almeno dal 2023 2, resta documentato quasi
esclusivamente da organizzazioni per i diritti umani, agenzie Onu e stampa
indipendente, ma mai da un apparato giudiziario internazionale. E La Corte
Africana dei Diritti dell’Uomo e dei Popoli dispone – al pari della Corte
Europea – del potere di emettere decisioni giuridicamente vincolanti per gli
Stati membri. È una capacità di intervento che nessun altro organismo
internazionale possiede sulla materia. «Mentre le decisioni dei comitati
dell’ONU hanno un grande valore di natura politica, in quanto non sono
direttamente applicabili nell’ordinamento giuridico degli Stati, le decisioni
della Corte Europea per l’Europa e della Corte Africana per l’Africa hanno
valore giuridico» spiega Masera.
Quattro ricorsi, quattro storie, quattro persone. Che raccontano un percorso
comune a migliaia di cittadini subsahariani. E l’avvocato ricorda che «la
questione importante è che sono casi tutti molto simili, espressivi di un
sistema di trattamento riservato agli stranieri. Quello che trova riscontro
anche in vari report di associazioni internazionali che noi abbiamo citato anche
nel ricorso».
Masera, inoltre, ricorda che, per due di loro, L. e S.D., il percorso verso il
ricorso è passato prima da un’aula meno formale. Le due vittime erano state
ascoltate in ottobre a Palermo durante un’udienza pubblica del Tribunale
Permanente dei Popoli, attivo da quasi cinquant’anni sulle violazioni più gravi
dei diritti fondamentali. Proprio da quelle testimonianze è maturata la
decisione di portare la vicenda anche in sede giudiziaria. Masera sedeva tra i
membri della giuria a Palermo e descrive così quell’udienza: «Eravamo tutti noi
membri della giuria veramente scossi da queste testimonianze di una drammaticità
assoluta, e ci è sembrato evidente che queste vicende dovessero avere un
seguito».
Che storia raccontano i quattro ricorsi? L., cittadina camerunense, era già
stata vittima di tratta durante il tragitto dal Camerun alla Tunisia. Nel 2024,
dopo aver tentato la traversata del Mediterraneo, è stata intercettata dalla
Guardia Nazionale tunisina, arrestata arbitrariamente e detenuta per oltre venti
giorni in un campo militare nel deserto, rinchiusa in una gabbia, insieme ad
oltre cento persone sottoposte a violenze e torture continue. Poi, venduta dalle
forze di sicurezza tunisine alle guardie di frontiera libiche, ha subito
ulteriori detenzioni, sfruttamento sessuale e nuove forme di tratta. La cage di
cui parla ha una localizzazione precisa, come si evince dai report State
Trafficking e Women State Trafficking.
S.T., cittadino della Costa d’Avorio, era arrivato in Tunisia nell’agosto 2023
dopo aver attraversato Mali, Algeria e Libia. Poco dopo il confine è stato
arrestato dalla Guardia Nazionale tunisina in una zona desertica, picchiato con
bastoni, cinture e fruste, privato dei suoi effetti personali e infine
abbandonato nel deserto insieme a decine di altre persone, con il divieto di
rientrare in Tunisia. Due esseri umani del suo gruppo sono morti per le
condizioni estreme. Respinto dalle milizie libiche verso il confine tunisino,
S.T. è rimasto per circa venti giorni nella zona militarizzata di Ras Jedir,
senza accesso adeguato ad acqua, cibo o cure.
S.D., cittadino della Guinea Conakry, nel luglio 2024 ha tentato la traversata
con un gruppo di 46 persone. Dopo cinque giorni in mare senza soccorsi,
l’imbarcazione è stata intercettata dalla Guardia Nazionale tunisina. Sbarcato a
Sfax, ha subito violenze fisiche e la confisca dei propri effetti, poi è stato
trasferito lo stesso giorno in una zona desertica al confine libico. Qui, è
rimasto detenuto per tredici giorni in condizioni degradanti, testimone di
stupri commessi sulle donne detenute alla presenza delle altre persone migranti.
Al termine della detenzione il gruppo è stato venduto a trafficanti libici.
Imprigionato dopo la vendita nella prigione di Al-Assah in Libia, è stato
liberato previo pagamento di un riscatto di 700 euro da parte della famiglia.
A. è un cittadino della Sierra Leone. Con lui e il suo ricorso viene restituita
in modo crudo la grammatica delle intercettazioni in mare lungo questa rotta. Il
5 aprile 2024, mentre era a bordo di un’imbarcazione partita da Sfax con altre
42 persone, comprese donne incinte e bambini, la Guardia Nazionale tunisina ha
lanciato lacrimogeni verso la barca e poi effettuato manovre per bloccarne la
corsa, fino a urtarla con una motovedetta e provocarne l’affondamento. Sono
annegati in molti, tra cui donne e bambini. A. è sopravvissuto nuotando a lungo
prima di essere recuperato. Riportato a terra a Sfax, è stato ammanettato,
picchiato, derubato e insultato insieme agli altri sopravvissuti. Con loro, è
stato trasportato con la forza in un’area desertica al confine libico e
abbandonato senza acqua né cibo. Alcuni dei suoi compagni sono morti durante la
notte. Il giorno dopo il gruppo è stato intercettato da uomini armati e condotto
in un centro di detenzione in Libia.
Una sequenza chiara, ripetuta: mare, violenza, cattura, deserto, confine,
detenzione. E poi vendita, acquisto, detenzione ancora. E ancora e sempre
violenza. Chi segue questa rotta da anni la riconosce come strutturale e
perfettamente “oliata”. Una sequenza che non ha nulla di eccezionale perché la
stessa gabbia nel deserto sotto un traliccio elettrico, la stessa zona di Ras
Jedir, la stessa vendita alle guardie di frontiera libiche appaiono, con
variazioni minime, in tre casi su quattro. E fanno ugualmente parte delle
testimonianze dei già citati rapporti.
Davanti alla Corte, i quattro ricorrenti contestano alla Tunisia la violazione
di diritti sanciti dalla Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli e,
nel caso di L., anche dal Protocollo di Maputo sui diritti delle donne in Africa
3. In tutti e quattro i casi si chiede alla Corte di accertare la responsabilità
internazionale della Tunisia, disporre un risarcimento integrale dei danni,
imporre misure strutturali contro il ripetersi delle violazioni e istituire un
meccanismo di monitoraggio dell’attuazione della futura decisione.
La procedura non è coercitiva, ma non per questo è priva di valore perché, a
seguito di una condanna, lo Stato considerato colpevole deve presentare
relazioni periodiche sulle riforme attuate o sul perseguimento dei responsabili.
Ma il valore di questa iniziativa sta anche altrove: nell’attivare un meccanismo
di consapevolezza a livello di Unione Africana, nella speranza che possa
sollecitare iniziative diplomatiche da parte degli Stati di origine dei
ricorrenti e, soprattutto, nelle ricadute possibili sul piano europeo. La
Tunisia effettua le intercettazioni in mare e gli abbandoni nel deserto grazie
ai mezzi, alle unità navali e pickup forniti dall’Unione europea.
Difficile, in questo modo, separare la cooperazione Ue-Tunisia dalle violazioni
documentate. L’avvocato Masera sottolinea anche che «il ruolo dell’Unione
Europea è enorme… La Guardia Costiera tunisina, così come la Guardia Costiera
libica, si regge sui fondi, sugli strumenti, sulle dotazioni fornite dall’Unione
Europea. Qualche giorno fa, sono ricorsi i tre anni dal memorandum d’accordo
UE-Tunisia che è a fondamento delle capacità operative della Tunisia. Ora: se si
arrivasse a una decisione della Corte africana che stabilisse la violazione dei
diritti dei migranti, questo, giuridicamente, non avrebbe degli effetti
immediati nel togliere la legittimità del memorandum, però potrebbe essere un
elemento politico forte». E lo sarebbe anche nei confronti degli stati africani
e dell’Unione africana.
Sul fronte libico, il nodo è già arrivato in sede penale: sono stati depositati
ricorsi alla Corte Penale Internazionale per la complicità di autorità italiane,
di altri Stati europei e delle stesse istituzioni dell’Unione nei crimini contro
l’umanità commessi in Libia. Un terreno che, se percorso fino in fondo, potrebbe
aprire la strada a un’analoga contestazione della responsabilità europea
rispetto alla Tunisia. Certo, il precedente libico invita alla cautela. Le
violazioni documentate in Libia non hanno prodotto alcuna revisione della
cooperazione tra Ue e questo paese. Gli accordi sono stati rinnovati. Nulla
garantisce che l’esito sarà diverso per la Tunisia. Masera non nasconde il
pessimismo: «Che cosa succede in Tunisia è ormai chiarissimo da molto tempo e il
Parlamento europeo non si è mosso di un millimetro».
Basti pensare che il 17 giugno la presidente della Commissione europea, Ursula
von der Leyen, ha annunciato la consegna imminente di altre tre navi di ricerca
e soccorso a Tunisi. Nel frattempo, il calo degli arrivi dalla sponda sud del
Mediterraneo centrale continua a essere narrato come un successo delle politiche
di contenimento: secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, dal 1°
gennaio al 16 luglio di quest’anno sono approdate 15.391 persone, contro le
oltre 30mila registrate nello stesso periodo del 2024 4. Come sempre, i numeri
non raccontano chi sia rimasto dall’altra parte del central Med, né come sia
stato bloccato, respinto, venduto, comprato e costantemente privato dei propri
diritti.
Tuttavia, come Luca Masera invita a riflettere, un’eventuale condanna da parte
della Corte Africana renderebbe sensibilmente complicato l’inserimento della
Tunisia nella lista di paesi terzi “sicuri” come impone il Patto Ue su
Migrazione e Asilo. «Da un punto di vista formale è ovvio che non c’è una
diretta e immediata conseguenza, cioè la condanna da parte della Corte africana,
automaticamente non ha come effetto l’eliminazione della Tunisia dalla lista dei
paesi sicuri, tuttavia ne permette la contestazione di fronte alla Corte di
giustizia dell’UE. E questo è un passaggio importante: quindi non è una
valutazione puramente e arbitrariamente politica che permette di nominare come
sicuro qualsiasi paese. C’è comunque un vaglio giudiziario. Ecco, di fronte ad
un vaglio giudiziario, la presenza di un’eventuale condanna della Corte africana
avrebbe un peso estremamente importante. Innanzitutto, perché tendenzialmente le
Corti dei diritti dell’uomo tendono a riconoscere reciprocamente le proprie
decisioni. Quindi se ci troviamo di fronte a una sentenza della Corte africana
che dice non è un paese sicuro la Tunisia, i giudici di Strasburgo devono
prendere in considerazione quella decisione importante. Quindi, sia pure
indirettamente e con meccanismi faticosi, una decisione del genere potrebbe
avere un impatto sulla qualificazione della Tunisia come paese sicuro»,
sottolinea Masera.
E la Tunisia è sempre più lontana dall’essere terra di difesa di libertà e
diritti: le organizzazioni che documentano gli abusi o forniscono assistenza
legale e umanitaria alle persone migranti operano in un contesto sempre più
ostile, segnato da campagne di criminalizzazione e restrizioni amministrative.
Nel paese che è stata la culla della Primavera araba, non solo aumentano le
violenze contro chi migra, ma anche la pressione su chi cerca di renderle
visibili.
Forse, questo ricorso alla Corte Africana permetterà di raccontare cosa accade
in Tunisia e di eliminare due versioni incompatibili di una stessa storia. Alla
domanda su come possano convivere queste due narrazioni, Masera risponde senza
esitazioni: «Tutte queste violazioni sono punite e vietate da una serie infinita
di testi internazionali. Non c’è nessun dubbio che ci siano delle violazioni del
diritto internazionale. Il problema è che la nostra politica vuole non vederle.
L’idea che si concludano degli accordi con la Libia e con soggetti, parti di
milizie, sottoposti a procedimento davanti alla Corte Penale Internazionale è
una cosa incredibile. Noi l’abbiamo scritto: si tratta di una forma di concorso
in un’associazione a delinquere finalizzata alla commissione di crimini contro
l’umanità. Quindi si tratta di un dato che, anche giuridicamente è guardabile in
termini gravissimi. Ma è ovvio che il dato su cui poi noi tutti insistiamo di
più è far passare nell’opinione pubblica l’insostenibilità di questa posizione,
cioè l’idea di dire “noi collaboriamo, noi forniamo le armi a delle milizie, a
delle strutture – anche statali – che sappiamo ormai da decenni essere
sostanzialmente delle bande di torturatori e di estorsori».
1. Tratta, provocato naufragio, abbandono nel deserto: La Tunisia di fronte
alla Corte Africana per i Diritti Umani e dei Popoli – ASGI, 30.06.2026 ↩︎
2. Anno del Memorandum d’intesa anti-flussi firmato con l’Unione europea ↩︎
3. Protocol to the African Charter on Human and Peoples’ Rights on the Rights
of Women in Africa ↩︎
4. Cruscotto statistico giornaliero 16-07-2026 – Ministero dell’Interno ↩︎