Creare nuove comunità

Comune-info - Wednesday, September 9, 2026

Le occasioni per agire in modo diverso cominciano a moltiplicarsi con gli eventi estremi che ci costringono a interrompere la routine della vita quotidiana per prestarci reciprocamente aiuto, specie dove il soccorso delle istituzioni è carente o assente. E lo sarà sempre di più. La costruzione di nuove comunità in basso è anche l’unica strada per mettere in discussione il crescente razzismo

Un incontro promosso da Bosco Ospizio di Reggio Emilia, dove nei giorni scorsi è stato presentato il progetto del bosco urbano comunitario al posto dell’ennesimo supermercato

Il collasso climatico del pianeta non riguarda più solo il futuro, bensì il nostro presente. Alcune sue manifestazioni sono già irreversibili: ghiacci, ghiacciai e suoli ghiacciati del pianeta si sciolgono e non si riformeranno più per millenni, continuando a far salire il livello dei mari, sommergendo pianure e città costiere, alterando il regime dei fiumi e le precipitazioni, alternando siccità e alluvioni, mentre il metano rilasciato dal permafrost accelererà il riscaldamento atmosferico: avremo estati e inverni sempre più caldi e incendi boschivi sempre più ampi, senza acqua per spegnerli. I suoli inariditi da arsura e chimica produrranno sempre meno. La vita sarà più difficile e meno gradevole per un numero crescente di abitanti della Terra. Si sa da anni, ma Governi, imprese, media e associazioni hanno risposto con irresponsabile inerzia. Perché?

Contano gli interessi di imprese e Stati che estraggono o vivono di combustibili fossili: l’intero tessuto produttivo del pianeta; contano l’ignoranza promossa e diffusa sia tra il pubblico che tra Governi, partiti e media e la riluttanza a cambiare abitudini o a rinunciare a veri o presunti confort; ma conta soprattutto il senso di impotenza che nasce dalla dismisura tra le proprie forze, singole o associate, e quelle dei grandi interessi decisi a mandare avanti i propri business costi quel che costi. Così si è per lo più ripiegato su mezze misure tanto inefficaci quanto impopolari nel tentativo di conciliare lotta al cambiamento climatico e stili di vita incompatibili con la salvaguardia del pianeta e la giustizia sociale. L’intellighenzia ha concentrato le sue attenzioni su altro relegando il clima in un angolo.

Ora il caldo insopportabile e la notizia che sarà sempre peggio fanno prendere un po’ a tutti coscienza della gravità della situazione, ma nessuno osa ancora parlare della necessità di un cambiamento radicale. Manca una “visione”, una prospettiva di lotta e di trasformazione della vita quotidiana che affascini ma che al tempo stesso si imponga come realistica e praticabile: non per raggiungere quel “sol dell’avvenire” che ha sedotto milioni di lavoratori e lavoratrici per quasi due secoli; ma per affrontare in maniera condivisa le difficoltà e gli eventi estremi con cui ogni aggregato umano si troverà a fare i conti d’ora in poi.

Di fronte a una prospettiva completamente nuova come questa bisogna aprire un capitolo anch’esso completamente nuovo: partendo dalla regola di pensare globalmente e agire localmente. Pensare globalmente, a tutto il vivente, a partire da Gaia, la Terra, come ha cercato di insegnarci papa Francesco con l’enciclica Laudato sì. Non basta pensare solo a coloro che si battono o non si battono ancora per la salvezza comune; va preso in considerazione anche e soprattutto il contributo che la resilienza di tutte le forme di vita può offrire al risanamento del pianeta. Agire localmente: la nostra azione può raggiungere dei risultati concreti solo se si agisce in forme condivise, fondate sul reciproco riconoscimento, sul mutuo sostegno e su contatti il più possibile personali basati sulla fiducia, riducendo il peso della comunicazione da remoto, sempre più in mano a pochi signori del danaro, dell’informazione e delle vite di tutti. Occorre aggregare forze attenti alla replicabilità di ciò che si fa perché funziona bene solo ciò che è praticabile ovunque, adattandolo ovviamente al differente contesto.

Le occasioni di farlo non mancheranno; anzi, si moltiplicheranno con la moltiplicazione degli eventi estremi che ci costringeranno a interrompere la routine della vita quotidiana per prestarci reciprocamente aiuto, specie dove il soccorso delle istituzioni sarà carente o assente. E lo sarà sempre di più perché difficilmente le istituzioni resteranno indenni dagli effetti degli shock ambientali, sociali, politici e geopolitici che ci attendono. Così, la presenza fisica e la capacità di proporre e perseguire soluzioni praticabili diventeranno il terreno di di confronto e di scontro principale tra le forze sociali e soprattutto gli orientamenti politici contrapposti. È su questo terreno che si potranno formare nuove comunità: addensamenti di relazioni fondate sul mutuo sostegno che, poi, a volte si sciolgono dopo l’emergenza, ma a volte permangono, disponibili ai nuovi interventi che si renderanno sempre più necessari e frequenti, formando comunità e reti di comunità: una sistema sempre più esteso di mutuo sostegno per supplire all’inerzia degli Stati e delle istituzioni, in un processo può rivelarsi l’embrione di una nuova e diversa formazione sociale.

Ciò che ha disarmato maggiormente i pochi tentativi di varare politiche all’altezza della gravità, dell’urgenza e delle dimensioni della crisi climatica in corso è il fatto che tutte le forze fautrici di regimi autoritari e di misure repressive e antidemocratiche combinano un pervicace negazionismo climatico con politiche che additano la fonte principale se non esclusiva dell’insicurezza della vita sempre più precaria di oggi nei profughi e nei migranti: “genti in cammino” contro cui prospettano soluzioni tanto “semplici” quanto ciniche e spietate: respingimenti e “remigrazione”. È questo il “vento in poppa” che spinge le destre verso il controllo sia dei governi che del “sentire comune” di una componente sempre più ampia dell’opinione pubblica. La comprovata inefficacia di quelle politiche e i loro costi stratosferici sono obliterati da una sistematica disumanizzazione non solo dei cosiddetti “clandestini” ma di tutti gli immigrati indigenti sia di prima che seconda generazione, offerti come bersaglio all’ostilità, in gran parte indotta, dei cittadini “autoctoni” o supposti tali. Quelle politiche hanno un riscontro preciso nella disumanizzazione del popolo palestinese ad opera del Governo di Israele e di gran parte dei suoi cittadini. L’apartheid instaurato da Israele in terra di Palestina con il sostegno di tutta la cosiddetta “comunità internazionale” e finalizzato allo sterminio e alla cacciata di un intero popolo dalla sua terra anticipa la soluzione finale che l’Occidente, ma anche molti altri paesi del mondo, sviluppato e non, stanno apprestando per far fronte alle migrazioni di massa quando la crisi climatica ne moltiplicherà in misura esponenziale le dimensioni. Con il procedere del collasso, infatti, una porzione crescente del pianeta diventerà inabitabile e le relative popolazioni dovranno cercare di aprirsi la strada verso regioni e paesi diversi. Lo aveva già previsto, una ventina di anni fa, il Pentagono: i paesi che non si attrezzeranno militarmente per respingere quei flussi sono condannati a soccombere. Dunque, le politiche antimigratorie di oggi non fanno che prepararci alle guerre di sterminio di domani. Che sono però destinate ad avere inevitabili ripercussioni anche all’interno dei nostri paesi: militarizzazione, repressione del dissenso, istituzionalizzazione del razzismo.

Un’opposizione vera a quel trend non esiste. Le forze che se la intestano oscillano tra la sottovalutazione del problema (“altre sono le priorità!”) e una concorrenza con le soluzioni della destra (“non siete stati nemmeno capaci di fermarli!”), a volte addirittura sopravanzandole nella gara a sbarazzarsene. Un’alternativa non esiste ma va costruita. “Dal basso”: lasciare in mano agli Stati la politica migratoria blocca lo sviluppo di soluzioni di una convivenza costruttiva in tutte le comunità esistenti o in fieri aperte al contributo di forze, culture ed esperienze nuove; ma blocca anche ogni possibilità di fare dei nuovi arrivati il vettore di una cooperazione con le loro comunità di origine. Il risanamento di ciò che del nostro pianeta resterà emendabile – territori e comunità, a Nord come a Sud del pianeta – ha bisogno di attori e di presìdi: che non possono nascere che da collaborazioni di base transnazionali tra comunità e che hanno nei migranti i vettori indispensabili.

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