Gli Stati commercianti di carbonio
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Foto di Marcin Jozwiak su Unsplash
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Il mercato del carbonio ora include anche il mercato interstatale, facilitato
dagli Stati. Non si tratta più solo di scambi di carbonio tra o con le aziende;
ora i Paesi possono anche vendere quote di inquinamento ad altri Paesi. Questo è
grave per molte ragioni. Non è una reale riduzione delle emissioni di gas serra,
quindi la crisi climatica non fa che peggiorare con questo nuovo pretesto.
Inoltre, gli Stati, in quanto “proprietari” del carbonio, hanno il potere di
imporre queste transazioni, ad esempio, contro le comunità che difendono i
propri territori.
Il rapporto Grain, State Carbon Rush: More Threats to Communities and the
Climate (La corsa al carbonio degli Stati: più minacce per le comunità e il
clima), spiega questa nuova tendenza e come gli Stati del Sud del mondo vedano
una nuova fonte di reddito nella vendita della capacità dei propri ecosistemi di
assorbire carbonio ai Paesi del Nord del mondo, che poi la considerano come una
propria azione per il clima.
Il nuovo meccanismo, dal nome criptico di “risultati di mitigazione trasferiti a
livello internazionale” (ITMO), rientra nell’ambito dell’articolo 6 dell’Accordo
di Parigi sui cambiamenti climatici. Questo articolo disciplina le modalità di
scambio, negoziazione o compensazione delle emissioni, non la loro riduzione.
L’articolo 6.2 stabilisce il quadro di riferimento per lo scambio tra i paesi di
sequestro di carbonio e altre misure di mitigazione dei cambiamenti climatici,
un concetto innovativo in questo contesto.
L’articolo 6.4 fa riferimento ad altre forme di mercati del carbonio, simili a
quelli già esistenti, ma con metodologie e regole presumibilmente nuove. È
l’articolo preferito dalle compagnie petrolifere transnazionali e da altre
grandi industrie responsabili dei cambiamenti climatici perché rinnova i mercati
del carbonio, ormai screditati, aggiunge nuove aree soggette a tali mercati –
come terreni agricoli, mari e coste – e, inoltre, conferisce a questi mercati
un’apparenza di “integrità” grazie alla loro approvazione da parte delle
normative ONU, sebbene queste siano volontarie.
Gli operatori del mercato dei crediti di carbonio hanno urgente bisogno di
ripulire la propria immagine, poiché il settore sta soffrendo di una mancanza di
credibilità, a seguito di una serie di scandali degli ultimi anni che hanno
rivelato come la maggior parte dei crediti di carbonio, la materia prima di
questi mercati, non abbia un fondamento reale, ma sia fraudolenta in quanto non
genera nuovo sequestro di carbonio e, in molti casi, contribuisce ad aggravare i
cambiamenti climatici (Mercado de carbono: hecho para el fracaso).
Pertanto, l’obiettivo è quello di proiettare l’immagine che i progetti approvati
ai sensi dell’articolo 6 dell’Accordo di Parigi garantiscano crediti di carbonio
di “elevata integrità”. Tuttavia, l’organizzazione Carbon Market Watch ha
analizzato il primo gruppo di progetti approvati all’inizio del 2025 e ha
scoperto che solo un credito su 26 emesso per tali progetti poteva rappresentare
una reale riduzione delle emissioni di carbonio (First wave of Article 6 carbon
credits misfire spectacularly).
Il Messico è un paese molto ambito per i progetti di sequestro del carbonio,
quasi il 90% dei quali è legato al settore forestale e prevede contratti con
comunità o ejidos (proprietà terriere collettive). Ciò non sorprende, poiché,
oltre alla ricchezza dei suoi ecosistemi, esiste una significativa ambiguità
giuridica, la stragrande maggioranza dei progetti opera attraverso mercati
volontari e le società di verifica e certificazione stabiliscono autonomamente
le proprie condizioni sia in termini di contenuti che di prezzi, rendendole
soggette alla volatilità dei mercati finanziari. I profitti derivanti da queste
transazioni vanno quasi interamente (fino al 90%) agli intermediari.
Grain osserva che la maggior parte dei progetti nei nuovi mercati del carbonio
si concentra su monocolture arboree su larga scala, sulla delimitazione di aree
forestali a scopo di conservazione e sulla modifica delle pratiche agricole,
pastorali e zootecniche tradizionali, il che probabilmente porterà a
un’ulteriore accaparramento di terre per destinare maggiori aree al sequestro
del carbonio.
Il rapporto rileva che tra il 2016 e il 2024, oltre 9 milioni di ettari di
terreno nel Sud del mondo sono già stati espropriati per progetti di monocolture
arboree e altre colture destinate alla produzione di crediti di carbonio. Ciò è
avvenuto prima che i crediti di carbonio previsti dall’articolo 6 iniziassero ad
essere implementati. L’ondata di accaparramento di terre comunali potrebbe
peggiorare considerevolmente, così come la recinzione di terreni e aree
pubbliche, ora con l’intervento dello Stato.
La creazione di un maggior numero di crediti di carbonio non farà altro che
allontanarci dalle reali riduzioni delle emissioni di cui abbiamo urgente
bisogno. Questo nuovo mercato degli obblighi è potenzialmente più pericoloso per
le comunità rispetto al mercato volontario. Conferisce ai governi un interesse
finanziario nei progetti che autorizzano, coinvolgendoli direttamente in
eventuali conflitti territoriali tra gli sviluppatori dei progetti e le
comunità.
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Pubblicato su La Jornada e qui con l’autorizzazione dell’autrice.
Silvia Ribeiro, ricercatrice, è responsabile per l’America Latina del Gruppo ETC
(Action Group on Erosion, Technology and Concentration).
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LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PAOLO CACCIARI:
> Il neoimperialismo del carbonio
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