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Ondate di calore, alluvioni; incendi e siccità. Chi allenerà la nazionale?
-------------------------------------------------------------------------------- Da Pixabay -------------------------------------------------------------------------------- È uscito il primo report sul rischio climatico in Italia. Sono 128 pagine che farebbero passare notti insonni a chiunque e che invece sono passate nel silenzio più assoluto. 128 pagine che raccontano le conseguenze economiche e sociali degli eventi che nascondiamo giornalmente e che la politica, in malafede, cerca di silenziare. Quello che c’è scritto sopra è, fondamentalmente, uno scenario preoccupante. Peggio, mille volte peggio dei commenti ad ogni sentenza che non ci piace, mille volte peggio di quella cazzata di video fatto con l’AI del nuovo eroe dei subumani, mille volte peggio di tutti quei talk show tv dove giornalisti e politici indecenti generano distrazione per idioti. Peggio pure di quell’omicidio di Bologna. Perché qui parliamo della sopravvivenza di una intera collettività. Qui si parla di noi. Delle perdite e del declino di un sistema che potrebbe collassare. Si intitola “Rischio Climatico in Italia: Scenari, Costi e Opzioni di Risposta” (disponibile in licenza creative commons: Calcaterra, M., Cammeo, J., Borghesi, S., Carraro, C.& Tavoni), è uscito a maggio ma ne ho letto qualcosa grazie al professor Antonello Pasini. Me lo sono andato a leggere, ci ho messo un paio di giorni per raccogliere le idee. E così, mentre centinaia di auto venivano letteralmente massacrate da grandinate di palle da tennis, leggevo quelle cassandre degli autori, tutti appartenenti ad istituzioni di primo piano nel campo dell’economia del clima e delle politiche ambientali quali l’università di Siena, la Ca’ Foscari di Venezia, il Politecnico di Milano e vari istituti t fondazioni, che avevano già raccontato di questi possibili impatti. L’obiettivo del lavoro è stimare quanto potrebbe costare il cambiamento climatico all’Italia nel corso del XXI secolo e valutare quali politiche di adattamento possano ridurre tali costi. Gli autori hanno combinato scenari climatici, modelli economici, dati territoriali italiani e stime sui danni ai diversi settori economici. Il messaggio centrale e lo dico senza tanti giri di parole è che non fare nulla, come stiamo facendo (loro lo chiamano “inazione”) ha un costo molto superiore rispetto agli investimenti necessari per adattarsi. Noi siamo un hotspot climatico e questo cagionerà aree di grande sofferenza (la Pianura Padana ad esempio) e perdite di PIL che potrebbero variare fra il 1,6% al 6%. Quindi continuiamo pure a farci fomentare dalle gare di nuoto e di mezza maratona di politici, continuiamo ad indignarci per temptesciòn ailand, ma poi i cetrioli saranno di tutti. Questo perché i danni economici cresceranno progressivamente colpendo i i settori più vulnerabili che sono agricoltura, salute pubblica, infrastrutture, disponibilità idrica, energia, turismo. Il Sud Italia è l’area più esposta a causa di temperature più elevate, maggiore frequenza delle siccità, minore disponibilità d’acqua (e se continua così ce ne accorgeremo presto) che porterà ad un calo radicale della produttività agricola. Inutile raccontare che crescono gli eventi estremi, nonostante i divoratori di pattume coccolati dalla politica continuino a fare rumore anche di fronte alle peggiori evidenze. Il rapporto evidenzia un aumento di quei 4 fattori che io chiamo “i 4 cavalieri dell’apocalisse” (aiutati dal 5° fattore che è la disinformazione). Ve li ricordo: ondate di calore; alluvioni; incendi; siccità. Questi eventi comportano costi diretti (danni materiali) e indiretti (perdita di produzione, aumento della spesa sanitaria, riduzione della produttività). Ma dai, vuoi mettere con chi guiderà la nazionale? L’adattamento, nonostante i subumani di cui sopra, conviene economicamente a tutti. Uno dei messaggi più forti del documento infatti, è che investire oggi in adattamento produce benefici economici futuri. Tra gli interventi più importanti sono ricordati la gestione della risorsa idrica, la protezione del territorio, le infrastrutture resilienti, i sistemi di allerta, la pianificazione urbana (andatevi a vedere come hanno fatto il piazzale di fronte a Termini) e la protezione delle aree costiere. Gli autori sottolineano che l’adattamento, da solo, non è sufficiente. Se il riscaldamento globale continuerà ad aumentare, alcuni danni diventeranno impossibili da evitare. Per questo ribadiscono l’importanza della riduzione delle emissioni. Ecco. Provate a dirlo alla politica. E le supercazzole fioccheranno come la grandine a San Benedetto di due giorni fa. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ondate di calore, alluvioni; incendi e siccità. Chi allenerà la nazionale? proviene da Comune-info.
July 24, 2026
Comune-info
Restituire ruolo e valore ai migranti
Le destre avanzano in tutto il mondo. I loro successi sono quasi tutti legati al rigetto o a misure persecutorie nei confronti dei migranti: a una narrazione che indica in essi la principale minaccia per la sicurezza della nazione: l’idea mitologica di una identità inesistente. Le forze politiche che si oppongono a quest’onda montante dagli indubbi connotati razziali hanno fatto bancarotta, e non da ora. Condannano le campagne antimigranti che fanno la fortuna delle destre, ma non hanno niente di sostanziale da opporvi, se non la solidarietà – spesso solo di facciata – per le attività e le organizzazioni impegnate a sostenere il “cammino della speranza” dei migranti. Manca su questo nodo cruciale del nostro tempo una visione alternativa e una prospettiva che faccia dei migranti non una minaccia da sventare ma una leva per cambiare la società. Alla base di quel sentire diffuso che fa le fortune delle forze politiche anti-migranti c’è la sensazione che in questo mondo non ci sia più spazio per tutti: mors tua vita mea. Una percezione che lega ineludibilmente il rigetto dei migranti alla crisi climatica e ambientale. In altri tempi, quando gli spazi a disposizione erano considerati abbondanti o addirittura “vuoti”, l’arrivo dei migranti era incoraggiato, anche se il razzismo nei loro confronti non mancava. Tenere separate crisi climatica e migrazioni ha permesso di costruire la narrazione di una “fortezza Europa”, e di molte altre “fortezze”, per tener lontane tutte quelle “genti in cammino”; e di rispedire nei loro paesi, o anche altrove, quelle già inserite da anni o generazioni nei paesi di arrivo, come se si trattasse di una emergenza temporanea. Ma per contrastare quell’allarme si ripete spesso che in fin dei conti si tratta di “piccoli numeri” che l’Europa è perfettamente in grado di assorbire. Il che è vero, ma non fa i conti con il fatto che quei numeri cresceranno inesorabilmente con l’avanzare della crisi climatica. Così, contro la favola della “remigrazione” non viene prospettata alcuna vera politica di inclusione e valorizzazione dei nuovi arrivati. Ma quelle “fortezze” – feroci quanto inefficaci – non sono in grado di difendere quegli stessi territori dall’avanzare della crisi climatica che, anzi, li sta trasformando nel proprio epicentro; senza nessuna possibilità che le cose non peggiorino, e molto, con il passare del tempo. Gli scienziati lo sanno, ma governi, partiti, media e intellighenzia varia continuano a fingere che le cose non stiano così, vellicando elettori e pubblico riluttanti a cambiare abitudini. O dissociando completamente l’ossequio formale alle previsioni degli scienziati dai propri obiettivi programmatici; spesso solo frasi vuote… Il risultato è l’assoluta impreparazione ad affrontare i primi vistosi effetti della crisi climatica, come le tempeste, gli incendi, la siccità e ora il grande caldo di queste settimane, fatti passare dai media come curiosi eventi meteorologici. Nota il Guardian che solo il 20 per cento degli articoli sul caldo insopportabile di questi giorni faceva qualche riferimento alla crisi climatica… Una visione che rovesci la narrazione oggi vincente sulla “minaccia” rappresentata dai migranti può nascere solo affrontando insieme i problemi posti dalla loro presenza e dal loro arrivo e quelli imposti dall’aggravarsi del clima e dalle sue conseguenze. Ma non c’è da aspettarsi che se ne facciano carico le forze politiche che non l’hanno fatto finora. Ci hanno provato invece, con qualche successo sia sul fronte accoglienza e inclusione che su quello dell’adattamento al deterioramento dell’ambiente, decine e decine di comitati, associazioni e persino (piccoli) comuni. Salvataggio delle persone e riparazione e ripristino dei territori e dei beni danneggiati da un evento estremo sollecitano solidarietà e collaborazione tra le persone coinvolte, cioè la costituzione, anche se spesso solo temporanea, di altrettante comunità. Ed è nella dimensione comunitaria e locale dei rapporti di mutuo appoggio che la narrativa antimigranti che appesta grandi media, social network e discorsi da bar può trovare il contrasto più valido. Si tratta allora di valorizzare quelle esperienze facendone il riferimento di una prospettiva, e poi di un programma e di una visione di livello generale. Tutti si lamentano del calore insopportabile: è un’occasione straordinaria per parlare a persone che in genere non riusciamo a raggiungere. Riscaldamento e deterioramento del pianeta non daranno tregua; ci attende uno sconvolgimento senza precedenti tanto delle abitudini personali e collettive, quanto degli assetti sociali e produttivi. In quel rimescolamento generale delle priorità si dovranno riposizionare tutti i grandi obiettivi sociali – reddito, occupazione, sanità, istruzione, giustizia, ecc. – per cui ci si è battuti finora; e si potranno trovare o inventare nuovi ruoli per tutti. Una prospettiva in cui ai migranti, “vecchi” e “nuovi”, liberi di attraversare i confini, spetterà di fare da ponte tra i paesi di arrivo e quelli di origine come vettori e presìdi umani indispensabili di soluzioni tecniche, organizzative, sociali e culturali condivise: quelle in grado di contrastare le devastazioni indotte dalla crisi climatica e dalle guerre, come risanamento di suoli desertificati, piantumazione di deserti e terre incolte, recupero e risparmio delle acque, agricoltura di prossimità, sistemi di mobilità condivisa e, ovviamente, comunità energetiche. Sono gli interventi propri di una cooperazione dal basso da cui dipende il futuro di tutto il pianeta. Le risorse per farlo non mancano: sono quelle oggi destinate alle armi, ai fossili e alle guerre; anche a quella contro i migranti.     Guido Viale
July 22, 2026
Pressenza
Crisi climatica. Cominciamo da noi
-------------------------------------------------------------------------------- Il documentario “Crisi Climatica. La risposta siamo noi” (Italia 2026, 20′) raccoglie alcuni dei principali temi affrontati Belem do Parà, nell’Amazzonia brasiliana, dove a lato della COP 30, qualche mese fa i movimenti sociali internazionali hanno organizzato la “Cupola dos Povos e Embaixada dos Povos” come risposta agli incontri ufficiali. I protagonisti sono gli indigeni amazzonici come le popolazioni che vivono nel bacino del Rio Tapajos, i contadini dei movimenti di massa come La Via Campesina e MST il Movimento dei Lavoratori Senza Terra, persone impegnate con associazioni, ong e movimenti per il clima, tra cui Sila Mesquita del Povos Apurinà presidente della Rete GTA (Grupo do Trabalho Amazônico) che conta circa 400 associazioni ed è stata una degli organizzatori dell’Embaxiada dos Povos. Per qualità, quantità e chiarezza dei contenuti dedicati alla questione climatica è davvero un filmato fondamentale. Il documentario è stato realizzato da Antonio Pocar (con il supporto della parlamentare europea Cristina Guarda del Gruppo Verdi, AVS Lombardia e Europa Verde Milano). -------------------------------------------------------------------------------- . . . . -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Crisi climatica. Cominciamo da noi proviene da Comune-info.
July 11, 2026
Comune-info
L’elefante nel garage
NEL MERCATO ITALIANO, COME IN MOLTI ALTRI, I SUV SONO DIVENTATI LA TIPOLOGIA DI AUTO DOMINANTE. IN CASA, L’ARIA CONDIZIONATA È ORMAI UNA PRESENZA ABITUALE NELLE CASE DEGLI ITALIANI. UN CELLULARE SU TRE VIENE SOSTITUITO MALGRADO SIA ANCORA FUNZIONANTE. INTANTO, NELLA GRAN PARTE DELLE NOTIZIE DEI GRANDI MEDIA DEDICATE ALLE ULTIME ONDATE DI CALDO ESTREMO NON VIENE CITATO ALCUN LEGAME CON IL CAMBIAMENTO CLIMATICO. CERTO, LE RESPONSABILITÀ SU QUANTO ACCADE NON SONO UGUALI TRA PAESI O TRA I CITTADINI E IMPRESE, MA NON C’È DUBBIO CHE SIA IN CORSO UNA GIGANTESCA RIMOZIONE, BEN ALIMENTATA, SU QUANTO L’ATTIVITÀ UMANA INFLUISCA SULL’AUMENTO VERTIGINOSO DELLE TEMPERATURE Cambiamento climatico, da dove cominciare? La cooperativa Reware di Roma, ad esempio, recupera e rigenera computer aziendali dismessi, ma ancora perfettamente funzionanti, per rimetterli in commercio a prezzi accessibili -------------------------------------------------------------------------------- Nel Regno Unito un gruppo di climatologi ha diffuso di recente una lettera aperta denunciando il modo in cui i media hanno raccontato l’ondata di caldo di maggio: in circa tre notizie su cinque non veniva infatti citato alcun collegamento con il cambiamento climatico. Anche in Italia l’attenzione dell’informazione verso questi temi è diminuita: secondo il monitoraggio dell’Osservatorio di Pavia, rispetto al 2022 la copertura della crisi climatica è calata del 26,1% sui quotidiani e del 52,9% nei telegiornali. C’era una volta, quindi, l’elefante nella stanza. Ovvero nel garage. A riprova di ciò, mi sono preso qualche minuto per fissare ancora una volta quali sono nel concreto le cause legate all’attività umana che influiscono sull’aumento vertiginoso delle temperature. Le macro categorie sono note per chi si occupa quotidianamente di tali urgenze. In primis i trasporti, poi il consumo domestico di energia, l’alimentazione, gli acquisti, la gestione dei rifiuti, le attività finanziarie e molto altro. È altrettanto risaputo che per quanto riguarda il trasporto i SUV di grandi o medi dimensioni siano tra i principali responsabili. Ma i nostri concittadini l’hanno capito? Dai dati non sembra affatto, visto che negli ultimi due anni nel mercato italiano i SUV sono diventati la tipologia di auto dominante.  Nel 2024 sono state immatricolate circa 1,56 milioni di auto nuove, di cui circa 900.000 SUV, mentre nel 2025 i SUV hanno raggiunto circa sei auto nuove su dieci. E i dati più recenti confermano questo andamento. Per quanto riguarda il consumo energetico in casa, l’aria condizionata è ormai una presenza abituale nelle case degli italiani. Le più recenti rilevazioni dell’ISTAT indicano che 14,7 milioni di famiglie, corrispondenti al 55,1% del totale, hanno installato almeno un impianto di climatizzazione. Ma quanti di costoro rispettano le avvertenze dell’ENEA, la quale consiglia di mantenere la temperatura interna tra 24 e 26 °C? Difficile misurarlo. Per quanto riguarda l’alimentazione, la buona notizia è che il consumo di carne è meno alto di quello che sembra. Sugli acquisti non siamo altrettanto giudiziosi. Riguardo in particolare agli smartphone – la cui produzione e vendita impatta notevolmente nel mondo sul riscaldamento globale – i report indicano che un cellulare su tre viene sostituito malgrado sia ancora funzionante. Ma dietro l’umano desiderio di novità, si celano gli effetti di una strategia ben precisa delle aziende. Sui rifiuti, siamo bravi con la raccolta differenziata e in cima alle classifiche europee per il riciclo, ma grandi città come Roma e Napoli sono ancora molto indietro, così come il Sud rispetto al Nord. Infine, per quanto concerne gli investimenti secondo la Banca d’Italia gli italiani non sembrano essere né particolarmente “green” né particolarmente inquinanti: sono soprattutto prudenti e delegano la gestione del capitale a intermediari, mentre la componente di investimento sostenibile è in crescita ma ancora minoritaria. Forse possiamo comunque fare di meglio, non credete? Giusto per cominciare con qualcosa di rilevante, perché non iniziare a farsi bastare il vecchio telefono e, soprattutto, a disfarsi di quel maledetto elefante nel garage? -------------------------------------------------------------------------------- Iscriviti per ricevere la Newsletter di Alessandro Ghebreigziabiher Alessandro Ghebreigziabiher ha aderito alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GUIDO VIALE: > Terra e cielo devastati. E noi in mezzo -------------------------------------------------------------------------------- . . . . . -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’elefante nel garage proviene da Comune-info.
July 4, 2026
Comune-info
Un lavoro tutto da fare
C’È UN CALDO INSOPPORTABILE IN TUTTA EUROPA. FRA UN PO’ TERMINERÀ CON QUALCHE DISASTROSA GRANDINATA. POI RIPRENDERÀ. SIAMO IMPREPARATI ALLE CONSEGUENZE DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI, PROVOCATI DALL’UTILIZZO DEI COMBUSTIBILI FOSSILI. IN QUESTO SCENARIO, SCRIVE GUIDO VIALE, IL PRIMO PROBLEMA È LA NOSTRA DELEGA AI GOVERNI, AI PARTITI, ALLE IMPRESE, A “CHISSÀ CHI?”: ANCORA TROPPI SI ILLUDONO CHE LA TRANSIZIONE “DALL’ALTO” PRIMA O POI IN QUALCHE MODO SI FARÀ. C’È DA METTERE SOTTOSOPRA OGNI ASPETTO DELLA NOSTRA VITA QUOTIDIANA. E C’È DA CONSIDERARE IL PUNTO DI VISTA DEI PIÙ FRAGILI. SI TRATTA DI COMINCIARE DA COSE ELEMENTARI QUANTO FONDAMENTALI: CONSUMI, PRODUZIONI NOCIVE, TRASPORTI, SALUTE, ISTRUZIONE, SVAGO… MA ANCHE DA QUESTIONI GENERALI COME MIGRAZIONI E GUERRE Workshop “L’Affresco del Clima”, durante Transizioni fest 2026 (leggi anche Costruire arche ai piedi delle Alpi): un buon modo per allenare l’intelligenza collettiva -------------------------------------------------------------------------------- C’è un caldo insopportabile in tutta l’Europa. Fra un po’ terminerà con qualche disastrosa grandinata. Poi riprenderà e sarà ancora peggio, alternando sempre più spesso eventi estremi e mandando avanti processi irreversibili come lo scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento dei mari, gli incendi delle foreste e l’inaridimento di fiumi e laghi, per non parlare dei virus e delle epidemie in vista. Ce lo dice, e non da ora, ma da decenni, “la Scienza”; o, più modestamente, la comunità scientifica. Siamo impreparati a tutto questo: lo sono i Governi nazionali e locali, le istituzioni sovranazionali, le imprese, i media e il loro personale asservito, i sindacati, i partiti, le associazioni e tutti noi comuni cittadini e cittadine. E non per la disinformazione diffusa a piene mani dai molti negazionisti del clima, bensì per quella promozione dell’indifferenza e dell’irresponsabilità di fronte al disastro in arrivo e già in corso di cui siamo tutti al tempo stesso, e in diversa misura, vittime e complici. Sui media i servizi in cui si adombra la gravità della situazione – per le molte esistenze umane stroncate, per l’economia, per i raccolti agricoli, per la vita urbana – si alternano ai sevizi sugli inconvenienti e le opportunità che questo caldo comporta per chi va o deve andare in vacanza; il riconoscimento che all’origine di questa catastrofe ci sono i combustibili fossili si abbina all’augurio che lo stretto di Hormuz riapra al più presto perché il petrolio “torni a scorrere”; la timida ammissione che questo sistema economico è ormai insostenibile non ostacola certo l’ingiunzione (convalidata dal più incensato guru di questa indecente classe dirigente europea e occidentale) a rincorrere sempre di più “crescita e competitività”. Abbiamo avuto tre grandi piani dai nomi altisonanti, con finalità in gran parte sovrapposte (European Green Deal, Next Generation Eu e PNRR, più l’italiano “110 per cento”) per dover concludere che nulla è stato fatto per affrontare la catastrofe climatica incombente e che i denari disponibili sono stati sprecati o deviati verso altre finalità: soprattutto guerra e armi… A che cosa è dovuta tanta scriteriata indifferenza? Di chi la colpa? Le responsabilità sono molteplici e condivise: corposi interessi a perpetuare lo stato di cose presente, soprattutto per quel che riguarda i combustibili fossili e il loro uso nella vita quotidiana: miliardi e miliardi di barili di petrolio, di metri cubi di gas, di tonnellate di carbone (e montagne di dollari) sono ancora rinchiusi nelle loro casseforti sotterranee e non possono essere “lasciati lì” senza metterli in circolo; poi, il senso di impotenza di governanti e governati di fronte all’enormità del problema e dei compiti per affrontarlo; c’è anche molto conformismo: nessuno osa gridare “al lupo!” là dove le pecore pascolano contente; certo, conta anche l’ignoranza: basta ascoltare uno qualsiasi dei nostri politici toccare l’argomento – tipo “alle Bahamas si sta bene; staremo bene anche qui” – per capire che non se ne è mai occupato; ma soprattutto conta la nostra delega: ai governi, ai partiti, alle imprese, a “chissà chi?”, perché facciano quello che “la Scienza” dice che bisogna fare, senza mai sentirsi investiti di persona da quel “che fare”? “Di persona”: che cosa vuol dire? Vuol dire che la transizione “dall’alto” non si farà mai, per quanto forti siano le pressioni (e non lo sono) perché i Governi, a tutti i livelli, cambino rotta. Di persona vuol dire “dal basso”. E come? Ce lo aveva detto trent’anni fa Alex Langer: “La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile”. Intanto si tratta di una conversione: un processo eminentemente spirituale o, se vogliamo, culturale; ma che non può non avere anche un solido riscontro materiale. Ma l’attenzione di chi quelle parole le ha prese sul serio si è concentrata quasi solo su quel “desiderabile”: sullo sforzo per delineare un assetto sociale diverso, ma attraente, che risponda alle fondamentali esigenze della specie umana – che in molti dimentichiamo spesso che oltre a “noi” conta altri otto miliardi di persone! – mantenendo un sano equilibrio con la rigenerazione di tutte le altre forme di vita che popolano la Terra. È il messaggio fondamentale dell’enciclica Laudato sì di Francesco. Certo, immaginare quell’assetto è essenziale: senza l’immagine di un mondo diverso non troveremmo la forza di agire. Ma desiderabile per chi? Per noi? Per quelli a cui questo mondo e il modo di vivere che ci impone fanno schifo? Per chi ha già compiuto un salto mentale – e in parte, ma solo in parte, anche materiale, nel proprio stile di vita – oltre lo stato di cose presente? Ma che ne è di tutti gli altri e le altre che a quel salto non hanno nemmeno mai pensato? Di tutti coloro che non partono dalle nostre premesse? Qui prende corpo il termine “socialmente”: che vuol dire mettere in moto dei meccanismi materiali, o per lo meno dei comportamenti collettivi, capaci di raggiungere anche quei mondi che il nostro “discorso”, le cose che diciamo tra noi, non riescono nemmeno a sfiorare. Bisogna smettere (cosa difficilissima) di ritenersi “nel giusto” e ricominciare “da zero”: con uno screening di ogni aspetto della nostra vita quotidiana che includa anche quelle dei tanti altri e altre diverse da noi. Certo, occorre cercare, inventare e sperimentare iniziative, proposte, rivendicazioni, progetti, lotte; verificando però ogni volta che rispondano almeno in parte anche alle preoccupazioni di chi è diverso da noi: preoccupazioni poco comprese e poco considerate, che vanno quindi indagate con una inchiesta permanente; innanzitutto, a livello mentale, facendone, ciascuno e ciascuna, un modus vivendi interiorizzato; ma conducendola il più possibile in forme collettive e condivise. Una inchiesta che consista soprattutto nel “mettersi nei panni degli altri”, cercando vie, sedi e modi per farlo al meglio. Quali e quante delle più comuni aspirazioni possono trovare la strada, non certo di una realizzazione immediata, ma per lo meno di una maggiore soddisfazione nel perseguirle in modi diversi da quelli correnti? Si tratta qui di cose elementari quanto fondamentali come consumi, spese, produzioni nocive (a sé e agli altri: cioè quasi tutte), trasporti, salute, istruzione, svago, affetti… Ma anche di questioni generali come migranti e guerre. Mettere al primo posto la salvaguardia del pianeta, e con essa quella delle nostre vite, non significa abbandonare la lotta di classe ma rafforzarla; darle una direzione e un orizzonte che essa ha in gran parte perso insieme al socialismo dei secoli scorsi; rinnovarla: un lavoro per niente ideologico in gran parte ancora tutto da fare. Il caldo insopportabile e gli altri disastri che ci aspettano potrebbero facilitarci il compito. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La disuguaglianza del clima nella città che brucia – di Francesco Demitry -------------------------------------------------------------------------------- . . . . -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un lavoro tutto da fare proviene da Comune-info.
June 30, 2026
Comune-info
La diseguaglianza del clima nella città che brucia – di Francesco Demitry
La scuola non è un contenitore neutro: è una società di corpi, di aria, di suoni, di ritmi, di sedie, di finestre, di tempi, di desideri e di stanchezze. Quando l’aria diventa irrespirabile e il caldo blocca l’attenzione, non si assiste a un incidente esterno alla scuola; si scopre piuttosto che la scuola esiste [...]
June 28, 2026
Effimera
Terra e cielo devastati. E noi in mezzo
TORNA IL CALDO ESTREMO MA IL CLIMA È SCOMPARSO DALLE AGENDE DI GOVERNI, MEDIA, ISTITUZIONI INTERNAZIONALI, PERFINO DI BUONA PARTE DELLE COMUNITÀ DI LOTTA. INTANTO VIVIAMO CAMBIAMENTI RAPIDI E SEMPRE MENO CONTROLLABILI CHE MOLTIPLICANO LE EMERGENZE. SONO CIRCOSTANZE, SCRIVE GUIDO VIALE, CHE SOLLECITANO LA SOLIDARIETÀ, IL MUTUO APPOGGIO, LA COSTITUZIONE DI COMUNITÀ, MA ANCHE LA TENDENZA A DELEGARE QUEI COMPITI AI GOVERNI NAZIONALI O LOCALI O AD ALTRE ISTITUZIONI CHE EMARGINANO LA PARTECIPAZIONE COME INTERFERENZA. AL CENTRO DELLE NOSTRE ATTENZIONE DOVREMMO METTERE LA RICERCA DI PRODUZIONI ALTERNATIVE PER I LAVORI CHE PRODUCONO DANNI AI LAVORATORI E AL TERRITORIO. “LE MAESTRANZE DELLA EX GKN DI FIRENZE HANNO TENUTO IN VITA PER COSÌ TANTO TEMPO LE LORO INIZIATIVE GRAZIE AL COINVOLGIMENTO DI TANTE COMUNITÀ, MA SOPRATTUTTO GRAZIE ALLA MESSA A PUNTO DI UN PROGETTO DI CONVERSIONE DELLA LORO FABBRICA A PRODUZIONI ALTERNATIVE ECOCOMPATIBILI E DI SOCIALIZZAZIONE DELLA SUA GESTIONE. COME NELLA LOTTA TRENTENNALE DELLE GENTI DELLA VAL DI SUSA IL PROCESSO E LE SUE REALIZZAZIONI SONO GIÀ UN GRANDE INSEGNAMENTO PER TUTTI…” La cargo prodotta dal Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze -------------------------------------------------------------------------------- Il clima è praticamente scomparso dalle agende dei governi, dei media, delle istituzioni internazionali e, in gran parte, anche delle nostre comunità di lotta. Lo hanno soffocato le guerre in corso che, insieme alla produzione di armi – che ormai, con l’uso doppio (il dual use, l’insieme di software e tecnologie nate per scopi civili anche in ambito militare), coinvolge l’intero sistema produttivo del pianeta – sono il fattore che contribuisce di più ad alimentare la catastrofe climatica che stiamo vivendo. La guerra è devastazione della Terra, del cielo e di chi ci vive sopra e sotto. Guerra e salvaguardia del clima sono incompatibili. Scegliere – sostenere in qualsiasi forma – la prima significa condannare l’altra. E viceversa. Per questo l’alternativa alla guerra non è la pace, l’assenza di guerre, ma la lotta per la salvaguardia del pianeta. D’altronde il clima, anche se ne rappresenta il fattore più urgente, non è che una metafora di un processo più generale di degrado che accomuna in un unico destino le condizioni materiali del nostro pianeta e la convivenza tra gli umani messa in forse dalle diseguaglianze e dalla violenza diffusa che la stanno minando alla radice. Era – e rimane – questo il messaggio fondamentale dell’enciclica Laudato sì di papa Francesco che Leone XIV non ha saputo o voluto approfondire o sviluppare nell’enciclica Magnifica Humanitas (leggi anche Per una pace con la terra disarmata e disarmante): la consonanza tra il “grido della Terra” offesa dalle forme assunte dallo sviluppo economico e tecnologico del nostro tempo e la crescente insostenibilità delle condizioni degli umili, degli sfruttati e degli oppressi. Una consonanza che sgorga dalla interdipendenza, diretta o indiretta, tra tutto ciò che è vita e tra gli esseri umani e la Terra, “il creato”. In essa Francesco aveva individuato la regola di una reciprocità – ripagare la Terra per ciò che essa ci dona perché anche tutti gli esseri che la abitano possano vivere meglio tra di loro – che dovrebbe presiedere tanto ai rapporti tra le comunità umane quanto a quelli che ciascuno intrattiene con il “proprio” territorio: il contesto fisico di una comunità aperta, effettiva o potenziale, entro cui realizzarsi. Troppo poco si è fatto finora per tradurre in misure pratiche quelle regole dettate dall’interdipendenza di tutte le forme di vita; regole che definiscono una “visione” del mondo e del suo divenire che potrebbero costituire l’orizzonte entro cui cercare la ricomposizione – la convergenza? – dell’agire di tutti o di gran parte di coloro che lavorano al superamento dello stato di cose presente. Viviamo un’epoca di cambiamenti rapidi e sempre meno controllati e controllabili. La crisi climatica e ambientale di cui in tanti ci stiamo dimenticando, insieme alle ripercussioni di guerre vicine e lontane, moltiplicheranno purtroppo le emergenze a cui si dovrà fare fronte: con salvataggi, sgomberi, ospitalità, ricostruzioni, opere e attività di prevenzione. Sono circostanze che sollecitano al massimo la solidarietà, il mutuo appoggio, la costituzione di embrioni di comunità (che rischiano però la dissoluzione quando l’emergenza si attenua), ma anche la tendenza a delegare quei compiti ai governi nazionali o locali o ad altre istituzioni che tendono a emarginare la partecipazione come un’indebita interferenza. Prepararsi per tempo ad affrontare le emergenze, climatiche o di altro genere, e offrire una prospettiva per consolidare le relazioni che si creano in esse, può fare la differenza (è stato il tema della riunione di redazione aperta promossa da Comune, Una grammatica nuova, ndr). Anche per questo è così importante affrontare in modo radicale la “normalità” di tutti i giorni. Abbiamo bisogno di un orientamento generale comune che ci guidi in ogni singola scelta: sia nella molteplicità dei comportamenti quotidiani che in tutte le iniziative di ordine sociale o politico che intraprendiamo per cercare di trasformare in meglio la realtà in cui siamo immersi. Di ognuna di quelle scelte – soprattutto quando sono in gioco questioni al centro delle politiche sociali, come lavoro, salute, istruzione, servizi, consumi, mobilità, cultura e simili – dovremmo sempre chiederci: ci avvicina o ci allontana dalla salvaguardia del pianeta? E di quanto in più o in meno delle altre alternative che sono alla nostra portata? È un esercizio che bisognerebbe imparare a svolgere quasi quotidianamente: ovviamente, tanto meglio quanto più attraverso un confronto o una discussione collettiva con chi condivide gli stessi obiettivi di fondo; ma anche, e forse soprattutto, con chi ne contesta rilevanza o urgenza, ma è comunque disponibile a un confronto. Instaurare con chi ci sta vicino un rapporto di reciprocità può essere il primo passo nella costruzione di una vera comunità: la cosa di cui abbiamo massimamente bisogno tutti. Non è cosa facile, sopraffatti come siamo dalle incombenze della vita quotidiana, dagli attacchi alle condizioni di vita, dalle urgenze imposte dal proliferare di guerre, violenza, razzismo, ipocrisia e cinismo. Lo sforzo per sviscerare sia il danno ambientale comportato da ognuna delle nostre scelte, attività o abitudini che le possibilità effettive di evitarlo che abbiamo a disposizione è ancora maggiore quando sono in campo questioni vitali come la difesa dei posti di lavoro in settori – e sono tantissimi – che producono danni ai lavoratori coinvolti, al territorio e alle comunità che ne subiscono gli impatti diretti, ma anche alla generalità dei cittadini consumatori, degli utenti o dei destinatari di ciò che si produce. Un dilemma che diventa evidente nel caso della produzione di armi che, come si è detto, non risparmia quasi più alcun settore industriale. È evidente che non si può rivendicare la chiusura di certe produzioni senza che i lavoratori interessati ne siano coinvolti mettendo in campo proposte alternative di produzione, o di impiego, o di supporto del reddito; anche quando – ed è il caso più frequente nelle vertenze di questo tipo – la possibilità di tenere in vita le produzioni in questione è scarsa o nulla. Ma la soluzione di queste vertenze è troppo spesso delegata a finte trattative tra governo e parti sociali – leggi padroni e sindacati – che hanno il solo scopo di perdere tempo per allentare la tensione sociale. Le maestranze della ex Gkn di Firenze, in lotta da cinque anni contro lo smantellamento del loro stabilimento, hanno tenuto in vita per così tanto tempo le loro iniziative non solo grazie al coinvolgimento di tante comunità e alla costruzione di nuove e sempre più ampie reti di solidarietà, ma soprattutto – e le cose sono legate – grazie alla messa a punto di un progetto di conversione della loro fabbrica a produzioni alternative ecocompatibili e di socializzazione della sua gestione. Come nella lotta trentennale delle genti della Val di Susa il processo e le sue realizzazioni sono già un grande risultato e un insegnamento per tutti. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Fabbrica e territorio: due culture politiche -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Terra e cielo devastati. E noi in mezzo proviene da Comune-info.
June 20, 2026
Comune-info
Terra e cielo devastati. E noi in mezzo
Il clima è praticamente scomparso dalle agende dei governi, dei media, delle istituzioni internazionali e in gran parte anche delle nostre comunità di lotta. Lo hanno soffocato le guerre in corso che, insieme alla produzione di armi – che ormai, con l’uso doppio (il dual use), coinvolge l’intero sistema produttivo del pianeta – sono il fattore che contribuisce di più ad alimentare la catastrofe climatica che stiamo vivendo. La guerra è devastazione della Terra, del cielo e di chi ci vive sopra e sotto. Guerra e salvaguardia del clima sono incompatibili. Scegliere – sostenere in qualsiasi forma – la prima significa condannare l’altra. E viceversa. Per questo l’alternativa alla guerra non è la pace, l’assenza di guerre, ma la lotta per la salvaguardia del pianeta. D’altronde il clima, anche se ne rappresenta il fattore più urgente, non è che una metafora di un processo più generale di degrado che accomuna in un unico destino le condizioni materiali del nostro pianeta e la convivenza tra gli umani messa in forse dalle diseguaglianze e dalla violenza diffusa che la stanno minando alla radice. Era – e rimane – questo il messaggio fondamentale dell’enciclica Laudato sì di papa Francesco, che Leone XIV non ha saputo o voluto approfondire o sviluppare nell’enciclica Magnifica Humanitas: la consonanza tra il “grido della Terra” offesa dalle forme assunte dallo sviluppo economico e tecnologico del nostro tempo e la crescente insostenibilità delle condizioni degli umili, degli sfruttati e degli oppressi. Una consonanza che sgorga dall’interdipendenza, diretta o indiretta, tra tutto ciò che è vita e tra gli esseri umani e la Terra, “il creato”. In essa Francesco aveva individuato la regola di una reciprocità – ripagare la Terra per ciò che essa ci dona perché anche tutti gli esseri che la abitano possano vivere meglio tra di loro – che dovrebbe presiedere tanto ai rapporti tra le comunità umane quanto a quelli che ciascuno intrattiene con il “proprio” territorio: il contesto fisico di una comunità aperta, effettiva o potenziale, entro cui realizzarsi. Troppo poco si è fatto finora per tradurre in misure pratiche quelle regole dettate dall’interdipendenza di tutte le forme di vita; regole che definiscono una “visione” del mondo e del suo divenire che potrebbero costituire l’orizzonte entro cui cercare la ricomposizione – la convergenza? – dell’agire di tutti o di gran parte di coloro che lavorano al superamento dello stato di cose presente. Viviamo un’epoca di cambiamenti rapidi e sempre meno controllati e controllabili. La crisi climatica e ambientale di cui in tanti ci stiamo dimenticando, insieme alle ripercussioni di guerre vicine e lontane, moltiplicheranno purtroppo le emergenze a cui si dovrà fare fronte: con salvataggi, sgomberi, ospitalità, ricostruzioni, opere e attività di prevenzione. Sono circostanze che sollecitano al massimo la solidarietà, il mutuo appoggio, la costituzione di embrioni di comunità (che rischiano però la dissoluzione quando l’emergenza si attenua), ma anche la tendenza a delegare quei compiti ai governi nazionali o locali o ad altre istituzioni che tendono a emarginare la partecipazione come un’indebita interferenza. Prepararsi per tempo ad affrontare le emergenze, climatiche o di altro genere, e offrire una prospettiva per consolidare le relazioni che si creano in esse, può fare la differenza. Anche per questo è così importante affrontare in modo radicale la “normalità” di tutti i giorni. Abbiamo bisogno di un orientamento generale comune che ci guidi in ogni singola scelta: sia nella molteplicità dei comportamenti quotidiani che in tutte le iniziative di ordine sociale o politico che intraprendiamo per cercare di trasformare in meglio la realtà in cui siamo immersi. Di ognuna di quelle scelte – soprattutto quando sono in gioco questioni al centro delle politiche sociali, come lavoro, salute, istruzione, servizi, consumi, mobilità, cultura e simili – dovremmo sempre chiederci: ci avvicina o ci allontana dalla salvaguardia del pianeta? E di quanto in più o in meno delle altre alternative che sono alla nostra portata? E’ un esercizio che bisognerebbe imparare a svolgere quasi quotidianamente: ovviamente, tanto meglio quanto più attraverso un confronto o una discussione collettiva con chi condivide gli stessi obiettivi di fondo, ma anche, e forse soprattutto, con chi ne contesta rilevanza o urgenza, ma è comunque disponibile a un confronto. Instaura con chi ci sta vicino un rapporto di reciprocità che può essere il primo passo nella costruzione di una vera comunità: la cosa di cui abbiamo massimamente bisogno tutti. Non è cosa facile, sopraffatti come siamo dalle incombenze della vita quotidiana, dagli attacchi alle condizioni di vita, dalle urgenze imposte dal proliferare di guerre, violenza, razzismo, ipocrisia e cinismo. Lo sforzo per sviscerare sia il danno ambientale comportato da ognuna delle nostre scelte, attività o abitudini che le possibilità effettive di evitarlo che abbiamo a disposizione è ancora maggiore quando sono in campo questioni vitali come la difesa dei posti di lavoro in settori – e sono tantissimi – che producono danni ai lavoratori coinvolti, al territorio e alle comunità che ne subiscono gli impatti diretti, ma anche alla generalità dei consumatori, degli utenti o dei destinatari di ciò che si produce. Un dilemma che diventa evidente nel caso della produzione di armi che, come si è detto, non risparmia quasi più alcun settore industriale. E’ evidente che non si può rivendicare la chiusura di certe produzioni senza che i lavoratori interessati ne siano coinvolti mettendo in campo proposte alternative di produzione, o di impiego, o di supporto del reddito; anche quando – ed è il caso più frequente nelle vertenze di questo tipo – la possibilità di tenere in vita le produzioni in questione è scarsa o nulla. Ma la soluzione di queste vertenze è troppo spesso delegata a finte trattative tra governo e parti sociali (leggi padroni e sindacati) che hanno il solo scopo di perdere tempo per allentare la tensione sociale. Le maestranze della ex Gkn di Firenze, in lotta da cinque anni contro lo smantellamento del loro stabilimento hanno tenuto in vita per così tanto tempo le loro iniziative non solo grazie al coinvolgimento di tante comunità e alla costruzione di nuove e sempre più ampie reti di solidarietà, ma soprattutto – e le cose sono legate – grazie alla messa a punto di un progetto di conversione della loro fabbrica a produzioni alternative ecocompatibili e di socializzazione della sua gestione. Come nella lotta trentennale delle genti della Val di Susa il processo e le sue realizzazioni sono già un grande risultato e un insegnamento per tutti.       Guido Viale
June 18, 2026
Pressenza
Per una pace con la terra disarmata e disarmante
L’ENCICLICA MAGNIFICA HUMANITAS RAFFORZA IL RICHIAMO PER UNA PACE “DISARMATA E DISARMANTE” COME GRIDO CONTRO TUTTI I GOVERNI E L’INDUSTRIA BELLICA. MA SECONDO GUIDO VIALE È UN SALTO INDIETRO RISPETTO ALLA LAUDATO SI’, DOVE L’UMANITÀ È NOMINATA CUSTODE DELL’INTERDIPENDENZA ECOSISTEMICA Foto Associazione Laudato Si’ -------------------------------------------------------------------------------- “Di che cosa ci siamo dimenticati?” chiede lo Young Pope di Sorrentino nel primo saluto che rivolge dopo la sua elezione alla folla dei fedeli accorsi in piazza San Pietro per acclamarlo. E di che cosa si è dimenticato Leone XIV nella sua prima enciclica? Di tutto. Non nel senso di ogni cosa – ne nomina molte – ma in quello di “il tutto”: la sintonia tra l’essere umano e il creato, il vivente, il mondo che lo sostenta; quella sintonia che Francesco aveva messo al centro dell’enciclica Laudato si’ come suo filo conduttore; nel bene come nel male, a partire da quel “grido della Terra” offesa dalle opere umane che risuona accanto a quello dei poveri e dei derelitti, che sono i primi a subire le conseguenze di quelle offese, ma anche i più interessati a un riscatto che non può essere che comune. “Non si può essere sani in un mondo malato” aveva sostenuto solennemente Francesco al tempo del covid: la più icastica delle sue affermazioni; quella in cui si riassume in poche parole il senso della sua principale enciclica e di tutto il suo operato negli anni del suo pontificato. Una rivisitazione del messaggio evangelico che ne disloca il focus dal primato dell’essere umano a quello del suo contesto creaturale; dal dominio rivendicato dall’uomo sul resto del mondo e sugli altri viventi alla missione della loro custodia fondata sulla reciprocità tra ciò che la Terra dona a uomini e donne e ciò che questi e queste le devono restituire. Nell’enciclica Laudato si’ tutte le vite di cui è popolata la Terra e di cui l’umanità è nominata custode ci mostrano, nella loro interdipendenza ecosistemica, la strada da seguire per correggere la traiettoria della Storia attraverso il mutuo appoggio: dio si è incarnato nel mondo creaturale per farcene apprezzare la bellezza; non per prodursi in una predicazione meramente precettistica. Le opere umane che turbano e sconvolgono quell’equilibrio del creato, dalla guerra all’inquinamento, dall’uso distorto della tecnoscienza alle diseguaglianze sociali, dallo sfruttamento irresponsabile delle risorse della Terra a quello delle opportunità messe a disposizione dal progresso tecnico, devono ritrovare la strada di una consonanza con i cicli del vivente. L’orizzonte dell’enciclica Magnifica Humanitas è completamente differente. Fin dal suo inizio si presenta non in una prospettiva cosmica, ma dentro un panorama interamente costruito. La Terra è diventata suolo edificabile e le polarità che definiscono le alternative a disposizione dell’agire umano sono simboleggiate da due edifici: da un lato, la torre di Babele, opera paradigmatica dell’arroganza di un’umanità che voleva scalare il cielo senza l’aiuto di dio, e fallita non tanto per la moltiplicazione delle lingue dei suoi artefici, quanto per la loro incapacità di comprendersi e accordarsi reciprocamente; dall’altro, le mura di Gerusalemme, ricostruite dal popolo di Israele dopo l’esilio babilonese per impulso di Neemia, che li spingeva a lavorare insieme aiutandosi l’un l’altro. In mezzo, a far da ponte tra questi due estremi, non c’è il richiamo di una Terra ancora popolata da una molteplicità di esseri viventi ed essa stessa vita; né, sopra di essi, un cielo che minaccia a entrambi l’imminente catastrofe climatica. A cui infatti Leone dedica ben poca attenzione (ne dedica invece molta, e giustamente, alle guerre, alle armi e alle minacce che rappresentano per tutta l’umanità). Leone ammette sì l’importanza di “quello che papa Francesco ha definito un «antropocentrismo situato», che riconosce l’essere umano come creatura inserita in una trama di relazioni con gli altri viventi e con l’intero creato”. Ma la sua ricerca e i suoi approfondimenti volgono decisamente in un’altra direzione: quella della magnificenza dell’umanità (compendiata nella magnificenza di Maria). Che va però salvaguardata dai pericoli e dalle tentazioni a cui la espongono la potenza sviluppata dal progresso tecnico-scientifico e la concentrazione della ricchezza e del potere nelle mani di pochi individui: processi che trovano oggi la loro massima manifestazione negli sviluppi dell’intelligenza artificiale. Su questo punto le osservazioni di Leone, che invita a non dimenticare il mondo reale della vita quotidiana e a non confonderlo e con la sua duplicazione o moltiplicazione digitale, sono condivisibili e di assoluto buon senso, anche se tradiscono un po’ le aspettative che avevano accompagnato l’annuncio di una “enciclica sull’intelligenza artificiale”. Va comunque a merito di questo importante documento, in ciò coerente con tutta l’attività pastorale svolta finora da Leone, il pressante e insistente richiamo alla pace; a una pace “disarmata e disarmante”; un appello che non si ritrae dalla necessità di sostenerlo con la condanna della produzione e del commercio di armi. Anche se forse la chiave per sovvertire le pericolose tendenze e pulsioni belliciste in atto andrebbe cercata, come certamente aveva intuito Francesco, ben al di là della ineludibili condanna dei conflitti tra Stati, nazioni e popoli: nella lotta senza quartiere contro l’inimicizia e le guerre che oppongono ciascuno di essi, popoli, nazioni e Stati, e tutti quanti insieme, alla salute del pianeta Terra e a tutte le forme di vita che essa ospita e che la animano. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per una pace con la terra disarmata e disarmante proviene da Comune-info.
June 16, 2026
Comune-info