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Una conferenza sul clima senza lobbisti del petrolio
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Ehimetalor Akhere Unuabona su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Della conferenza internazionale sul clima in corso a Santa Marta, città porto carbonifero colombiano, dal 24 al 28 aprile, se ne parla poco, ma è un vero peccato perché rappresenta qualche cosa di nuovo nella lotta alla catastrofe climatica. Nel metodo e nel merito. Guidati da un significativo gruppo di governi dei paesi del sud globale – i più colpiti dagli effetti devastanti del surriscaldamento globale – decine di delegazioni ufficiali (oltre a Colombia, Brasile, Filippine, Messico, Senegal, Camerun, Figi, Turchia, Vietnam e molti altri stati ci sarà il Belgio e non pochi governi europei) e organizzazioni della società civile si riuniscono per la prima volta autonomamente, per autoconvocazione fuori dalle estenuanti liturgie onuiste. Dopo cinquant’anni di Cop (conferenze intergovernative), tanto spettacolari, quanto inconcludenti, l’uscita dagli accordi sul clima del maggiore inquinatore storico planetario (gli Stati Uniti) ha finalmente reso evidente che non vi possono essere soluzioni consensuali senza fuoriuscita dall’era dei fossili. E qui sta la novità di contenuto rispetto ai passati accordi stipulati in sede Onu: l’obiettivo è la phase-out dalle fonti fossili. In discussione è il percorso su come raggiungere la fuoriuscita dai sistemi energetici inquinanti, non la meta. Rimarranno fuori dalla porta della conferenza di Santa Marta i lobbisti delle compagnie petrolifere. Sono invece chiamati ad assumersi le loro responsabilità i decisori politici di ogni singolo stato, di ogni singolo parlamento. Con la conferenza di Santa Marta non sarà loro più consentito nascondersi dietro trattative infinite e mediazioni paralizzanti. Chi non farà la propria parte, anche unilateralmente, per libera scelta e per quel che serve, non sarà meno complice di quegli stati che si arricchiscono continuando ad estrarre, raffinare, vendere e consumare combustibili fossili. Ora lo scontro è chiaro. Da una parte i grandi inquinatori, dall’altra i popoli indigeni, i contadini, le comunità locali che si prendono cura dei loro territori. Da una parte le industrie estrattive e gli accaparratori delle risorse naturali, dall’altra le attività economiche che condividono equamente e preservano i beni comuni naturali. Da una parte i mercanti dei permessi di inquinamento (crediti di emissione), dall’altra vere politiche di transizione energetica orientate alla sostenibilità ecologica e all’equità sociale. Ci rimane un mistero da chiarire: cosa andrà a fare a Santa Marta la delegazione che il governo italiano sembra abbia deciso di inviare. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una conferenza sul clima senza lobbisti del petrolio proviene da Comune-info.
April 22, 2026
Comune-info
Emilia-Romagna: in carovana fino al 14 giugno
Mentre a Ravenna la mobilitazione continua (ne scrive Manuela Foschi con un bel dossier fotografico) gli appuntamenti per ragionare su «diritti e rovesci» attraversano tutta la regione Per liberare Ravenna da armi e industria fossile  di Manuela Foschi Extinction Rebellion due giorni fa a Punta Marina ha detto «No alle armi a Ravenna e No alla industria fossile» di cui
Il Medio Oriente in fiamme e l’ultima Guerra del Fossile: quando l’impero del petrolio incontra la polvere da sparo
Il petrolio non è solo energia. È moneta geopolitica, leva militare, sovranità armata. Stati, élite, regimi, multinazionali si reggono su questo pilastro. E quando la rendita fossile è minacciata, la risposta non è la transizione. È il conflitto. Le rotte energetiche vengono militarizzate. Il Medio Oriente è il laboratorio avanzato di questo processo: Gaza, Libano, Siria, Mar Rosso — fronti diversi, un’unica matrice. E oggi la competizione non riguarda solo il petrolio, ma anche ciò che verrà dopo: litio, terre rare, acqua. La transizione energetica, senza giustizia, rischia di diventare semplicemente una nuova stagione di estrazione e conflitto. Serve una rinascita dell’Onu capace di garantire la pace, la giustizia sociale e il rispetto dei diritti umani su scala planetaria. La pace deve diventare un progetto materiale che ha oggi un nome preciso: uscita dal fossile per costruire sistemi energetici distribuiti e democratici, che sottraggano alla guerra la sua principale motivazione economica. Serve una mobilitazione convergente e strutturata che faccia i conti col potere che distrugge la pace e il clima[il]   C’è un filo nero che attraversa tutti i fronti di guerra di questo inizio di secolo. Non è il filo dell’ideologia, né quello della religione — anche se entrambe vengono cinicamente arruolate come giustificazione. È un filo di greggio: denso, viscoso, inestirpabile. Scorre sotto i deserti del Medio Oriente, sotto i ghiacci che si sciolgono, sotto i vertici internazionali dove si parla di sicurezza mentre si firmano contratti di estrazione. Non siamo dentro una somma di crisi. Siamo dentro un sistema che produce crisi. E quel sistema ha un nome preciso: potere fossile.   Il fossile come architettura del potere > «La pace non è semplicemente l’assenza di guerra: è una virtù, uno stato > d’animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia» — > Baruch Spinoza Definirlo semplicemente “cambiamento climatico” è già un modo per attenuare la realtà. Non è un cambiamento: è il risultato storico di un modello estrattivo costruito con violenza, consolidato con la guerra e difeso oggi con ogni mezzo disponibile. Il petrolio non è solo energia. È moneta geopolitica, leva militare, sovranità armata. Interi assetti di potere si reggono su questo pilastro: stati, élite, regimi, multinazionali. E quando quella rendita è minacciata, la risposta non è la transizione. È il conflitto. L’Iran non esporta solo ideologia e dispotismo: esporta influenza costruita con la rendita fossile, alimentando guerre per procura che stabilizzano il proprio ruolo regionale. Israele, sotto la copertura della sicurezza, ha trasformato l’eccezione in regola — occupazione permanente, espansione continua, genocidio, diritto internazionale ridotto a variabile negoziabile. Due modelli apparentemente opposti — teocrazia e nazionalismo etnico — che in realtà condividono la stessa logica: la sicurezza come dominio, il territorio come risorsa, la guerra come strumento ordinario di politica. Non sono anomalie storiche. Sono prodotti coerenti dello stesso sistema. E sopra questo scenario si staglia un ulteriore elemento destabilizzante: la politica americana del fossile come identità nazionale. Il “drill, baby, drill” non è folklore elettorale. È una strategia che lega crescita economica, supremazia geopolitica e distruzione ambientale in un unico progetto di potere, con un messaggio implicito ma chiarissimo: il pianeta è sacrificabile, purché il dominio resti intatto.   La guerra è già iniziata. Non ha ancora un nome > «Non esiste una strada verso la pace. La pace è la strada» — Mahatma Gandhi La terza guerra mondiale non inizierà con un’esplosione spettacolare e riconoscibile. Sta già maturando, lentamente, dentro condizioni strutturali sempre più instabili. La crisi climatica destabilizza stati interi. Le migrazioni forzate alimentano conflitti politici interni ed esterni. La competizione per risorse sempre più scarse ridisegna le alleanze. Le rotte energetiche vengono militarizzate. Le sfere di influenza vengono ridefinite in modo sempre più aggressivo. Il Medio Oriente è il laboratorio avanzato di questo processo: Gaza, Libano, Siria, Mar Rosso — fronti diversi, un’unica matrice. Ma sarebbe un errore gravissimo pensare che il conflitto resti confinato là. È esattamente lo stesso errore commesso alla vigilia del 1914, quando nessuno volle vedere che le condizioni strutturali rendevano la catastrofe quasi inevitabile. Oggi, peraltro, la competizione non riguarda solo il petrolio, ma anche ciò che verrà dopo: litio, terre rare, acqua. La transizione energetica, senza giustizia, rischia di diventare semplicemente una nuova stagione di estrazione e conflitto. Non stiamo necessariamente uscendo da un sistema: stiamo combattendo per decidere chi lo controllerà. Chiedere il cessate il fuoco è necessario — ogni vita salvata è una vittoria concreta e irrinunciabile. Ma non è sufficiente. Senza intervenire sulle cause materiali della guerra, ogni tregua rischia di essere soltanto una pausa tra due cicli di violenza. Finché il petrolio resta la principale valuta del potere globale, la guerra rimane una scelta razionale per chi governa. Non un fallimento del sistema: uno dei suoi strumenti. Questo è il punto che il discorso dominante sistematicamente rimuove, e che il movimento pacifista ed ecologista ha il dovere di rimettere al centro del dibattito pubblico. Ustioni visibili in una donna esposta all’impulso termico di Hiroshima. I colori più scuri provengono dal suo kimono e la pelle nuda ha chiaramente intense ustioni termiche   La rinascita dell’Onu: un’urgenza, non un’utopia > «La sovranità degli stati non può essere uno scudo per la violazione dei > diritti umani» — Kofi Annan In questo scenario, non possiamo non parlare dell’elefante nella stanza: la paralisi delle istituzioni internazionali. L’Onu, nata sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale con la promessa di rendere impossibile un nuovo conflitto globale, è oggi bloccata dall’anacronismo del diritto di veto che consente a pochi stati di sabotare qualsiasi tentativo di giustizia collettiva. Ogni risoluzione di pace viene affossata. Ogni meccanismo di responsabilità viene disinnescato. Il risultato è che il diritto internazionale sopravvive come retorica mentre viene calpestato come prassi. Eppure, l’Onu resta l’unica architettura multilaterale che abbiamo. E proprio per questo va radicalmente riformata, non abbandonata. Quello di cui abbiamo bisogno è una rinascita dell’Onu — non come forum decorativo delle potenze dominanti, ma come istituzione realmente sovranazionale, capace di garantire la pace, la giustizia sociale e il rispetto dei diritti umani su scala planetaria. Questo significa superare il veto unilaterale, rafforzare la Corte Penale Internazionale, dotare le Nazioni Unite di strumenti concreti per affrontare la crisi climatica come la minaccia alla sicurezza globale che è. Un’Onu riformata dovrebbe poter intervenire non solo dove esplodono le bombe, ma anche dove si firmano i contratti petroliferi che le renderanno inevitabili. La sovranità degli stati non può continuare a essere lo scudo dietro cui si nasconde l’impunità dei potenti.   La pace come progetto politico ed ecologico > «La Terra non è un’eredità dei nostri padri: è un prestito dei nostri figli» — > Antoine de Saint-Exupéry Se questa è la diagnosi, la conseguenza è inevitabile: la pace non può essere solo un obiettivo morale. Deve diventare un progetto materiale. E questo progetto ha oggi un nome preciso: uscita dal fossile — non come slogan ambientale, ma come condizione geopolitica; non come scelta tecnica, ma come trasformazione profonda del potere. Significa rompere la dipendenza strutturale dalle rendite energetiche. Significa costruire sistemi energetici distribuiti e democratici, che sottraggano alla guerra la sua principale motivazione economica. Significa ridurre la centralità strategica delle aree di estrazione, togliendo così ai regimi fossili la loro principale fonte di finanziamento della violenza. Ma attenzione: una transizione ingiusta rischierebbe di replicare le stesse logiche con tecnologie diverse. Senza equità globale, senza redistribuzione, senza il pieno coinvolgimento dei paesi più colpiti dalla crisi climatica — quelli che hanno contribuito meno alle emissioni e subiscono di più le conseguenze — la transizione può diventare solo un cambio di padrone. La pace richiede giustizia. E oggi la giustizia è prima di tutto ecologica.   Il tempo è adesso > «Il disastro ambientale è l’altra faccia della medaglia di uno sviluppo > economico e sociale sbagliato» — Massimo Scalia Il vero conflitto del nostro tempo non è tra stati rivali. È tra due modelli di mondo: uno fondato sull’estrazione, sulla competizione e sulla forza; l’altro fondato sulla cooperazione, sulla sostenibilità e sulla sicurezza condivisa. Il primo è ancora dominante. Il secondo esiste — nei movimenti, nelle comunità, nelle pratiche alternative — ma non ha ancora il potere. Ed è qui che si apre la responsabilità politica di chi sceglie di stare dalla parte della pace e della vita: pace e clima non possono più essere battaglie separate. Non basta manifestare contro la guerra e poi accettare un’economia che la rende strutturalmente inevitabile. Non basta difendere il clima ignorando le dinamiche di potere che lo distruggono. Serve una convergenza reale, radicale, capace di mettere in discussione il sistema nel suo insieme, e di proporre una visione alternativa abbastanza concreta da essere praticabile. La terza guerra mondiale non è inevitabile. Ma lo diventa se continuiamo a trattare le sue cause come problemi separati e deleghiamo ai governi che le producono il compito di risolverle.   Conclusione > «Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la > permanenza di una vita autenticamente umana sulla Terra» — Hans Jonas La pace non è l’assenza di guerra. È l’assenza delle condizioni che rendono la guerra necessaria. E oggi quelle condizioni hanno un nome preciso: imperialismo del fossile, estrattivismo senza limiti, fondamentalismi speculari che si alimentano a vicenda, istituzioni internazionali paralizzate dal veto dei potenti. Nominarle con chiarezza non è pessimismo. È il primo atto politico necessario per cambiarle. La pace è ecologica — o non è.   Redazione Italia
April 18, 2026
Pressenza
Un territorio già provato
C’è qualcosa di profondamente ingannevole nelle piogge e nelle nevicate di questi giorni. Sembrano eccezionali, quasi imprevedibili, e invece non lo sono. A renderle tali è prima di tutto il contesto in cui arrivano: un inverno lungo e arido, segnato da una siccità ostinata e inquietante. Montagne senza neve, fiumi ridotti a cicatrici asciutte, campagne esauste, animali in sofferenza. Un territorio già provato, già fragile. E così, quando finalmente l’acqua arriva, non è una benedizione. È una minaccia. Quell’acqua non cade su una terra viva, capace di accoglierla. Cade su un suolo che abbiamo reso morto: asfaltato, cementificato, impermeabilizzato. Un suolo che non assorbe, non trattiene, non restituisce. L’acqua allora scivola, accelera, si accumula. Non ricarica le falde, non nutre i campi. Travolge. È qui che il disastro naturale smette di essere “naturale”. I fiumi esondano perché sono stati trasformati. Argini cementificati, letti artificialmente “rettificati”, corsi d’acqua costretti in geometrie che non appartengono loro. E attorno a questi fiumi si è costruito ancora, e ancora, e ancora. Come se l’acqua non avesse memoria. Come se non tornasse mai a reclamare il proprio spazio. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un territorio maltrattato, piegato a una logica estrattiva che non conosce limiti. Abbiamo strappato risorse, occupato spazi, piegato acqua, vento e sole a un uso immediato, senza misura. Un rituale senza misticismo, senza restituzione. Solo consumo. Solo accumulo. Solo macerie, alla fine. Il crollo del ponte sul Trigno, lungo la Statale 16 “Adriatica”, a Montenero di Bisaccia (Campobasso), non è un incidente. È una metafora potente, dolorosa. È la rappresentazione concreta di una frattura più profonda: quella tra ciò che diciamo – “va tutto bene, è sotto controllo” – e ciò che accade davvero. Una bocca aperta sul pericolo che smentisce l’equilibrio rassicurante delle narrazioni ufficiali. E allora le domande diventano inevitabili. Cosa è stato fatto, in questi vent’anni, per mettere in sicurezza il fiume Biferno, dalla diga del Liscione (tirata su un invaso artificiale formato negli anni sessanta) fino al mare? Cosa è stato fatto per il Trigno? Cosa per le strade che costeggiano questi corsi d’acqua? La risposta principale, guardando ciò che accade oggi, è brutale nella sua: poco o nulla. O peggio, interventi inutili. Eppure le risorse c’erano. La testata locale Primonumero lo ricorda con precisione: dopo l’alluvione del 2003 furono stanziati circa 15 milioni di euro per la messa in sicurezza del tratto terminale del Biferno. Fondi rimasti sostanzialmente inutilizzati. Non è una dimenticanza. È una scelta politica. Già allora, nel 2003, si diceva con chiarezza: non è una fatalità, manca una politica di prevenzione del territorio. E mentre si denunciava l’assenza di interventi, la legge finanziaria tagliava proprio lì dove sarebbe servito investire: difesa del suolo, protezione civile, tutela ambientale. L’ambiente ridotto a “cenerentola” della spesa pubblica, appena lo 0,4 per cento del bilancio. Nel frattempo, si finanziavano grandi opere, si inseguivano promesse di sviluppo rapido, si prosciugavano le risorse per la manutenzione e la cura. Il risultato è quello che vediamo oggi: un territorio esposto, vulnerabile, incapace di reggere eventi che, per quanto intensi, non sono più eccezioni ma parte di una nuova normalità climatica. Il lago di Guardialfiera (o del Liscione) incombe ancora come una minaccia. Una massa d’acqua che, quando il “troppo pieno” viene aperto, scarica a valle una quantità che il fiume non è più in grado di contenere in sicurezza. Qui la questione non è tecnica, è politica: dimensionare il letto del fiume, prevedere, prevenire. Fare i conti con la realtà. Ma quei conti non sono mai stati fatti davvero. E allora torniamo al punto di partenza: non è la pioggia il problema. È il modo in cui abbiamo trasformato il territorio. È l’assenza di una visione. È la scelta sistematica di rimandare, di non intervenire, di preferire l’emergenza alla prevenzione. In questo quadro, c’è qualcosa di ancora più stridente. Mentre territori come il Molise crollano sotto il peso del dissesto idrogeologico, si continuano a spendere risorse immense altrove: nella guerra, nella distruzione, nella produzione di insicurezza globale. Eppure l’urgenza vera è qui, sotto i nostri piedi. È nella cura di un mondo già ferito, già compromesso. Non è più tempo di dichiarare emergenze. Non è più tempo di promesse. È tempo di scegliere. Scegliere se continuare a inseguire uno sviluppo che consuma e distrugge, o se finalmente investire nella salvaguardia del territorio, nella sua manutenzione, nella sua rigenerazione. Perché senza territorio non c’è comunità, non c’è alcun tipo di economia, non c’è futuro. Ogni alluvione che continuiamo a chiamare “eccezionale” è, in realtà, una responsabilità collettiva che torna a galla. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un territorio già provato proviene da Comune-info.
April 3, 2026
Comune-info
Giornata della Meteorologia: rapporto OMM, oceani sempre più caldi
Il 23 marzo si celebra la Giornata Mondiale della Meteorologia, promossa dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM) per sensibilizzare sull’importanza dell’osservazione del clima e della cooperazione internazionale. Il tema del 2026, “Osservare oggi per proteggere il domani”, sottolinea la necessità di comprendere i cambiamenti in atto per affrontare le sfide future. La cerimonia ufficiale si è svolta a Ginevra, presso la sede dell’OMM, con la partecipazione di scienziati, istituzioni e giovani provenienti da tutto il mondo. Durante l’evento è stato presentato il Rapporto sullo Stato del Clima Globale 2025, documento che analizza i principali indicatori climatici e i loro impatti su ambiente e società. Il rapporto conferma che il periodo 2015-2025 è stato il più caldo mai registrato, con undici anni consecutivi di temperature record. Tuttavia, uno degli aspetti più rilevanti riguarda il ruolo degli oceani, veri protagonisti del sistema climatico globale. Gli oceani assorbono oltre il 90% del calore in eccesso generato dallo squilibrio energetico della Terra, fungendo da “cuscinetto” che limita un aumento ancora più rapido delle temperature atmosferiche. Nel 2025 il contenuto di calore oceanico ha raggiunto il livello più alto mai registrato, e il tasso di riscaldamento è più che raddoppiato rispetto ai decenni precedenti. Negli ultimi vent’anni, ogni anno gli oceani hanno accumulato una quantità di energia pari a circa 18 volte il consumo energetico annuale dell’intera umanità, un dato che evidenzia la portata del fenomeno. Questo accumulo di calore ha conseguenze profonde: provoca ondate di calore marine sempre più frequenti, altera gli ecosistemi, riduce la biodiversità e intensifica fenomeni meteorologici estremi come tempeste e cicloni. Inoltre, circa il 29% dell’anidride carbonica emessa dalle attività umane viene assorbito dagli oceani, causando un progressivo abbassamento del pH, noto come acidificazione. Questo processo mette a rischio organismi marini fondamentali, come coralli e molluschi, con ripercussioni sull’intera catena alimentare e sulla pesca. Il riscaldamento e lo scioglimento dei ghiacci contribuiscono anche all’innalzamento del livello del mare, che nel 2025 ha raggiunto valori record, circa 11 centimetri più alto rispetto al 1993, minacciando le zone costiere e le riserve di acqua dolce. Secondo gli esperti, una parte significativa di questo calore penetra nelle profondità oceaniche, generando effetti destinati a durare per secoli o addirittura millenni. Accanto a questi dati, il rapporto evidenzia anche l’aumento degli eventi meteorologici estremi, che colpiscono milioni di persone in tutto il mondo, con impatti su sicurezza alimentare, salute e migrazioni. La Giornata Mondiale della Meteorologia 2026 rappresenta quindi un momento cruciale per riflettere sul ruolo fondamentale dell’osservazione scientifica. Comprendere ciò che accade oggi, grazie a reti globali di monitoraggio sempre più avanzate, significa poter intervenire in modo efficace per proteggere il futuro del pianeta. Tiziana Volta
March 25, 2026
Pressenza
La strage di gennaio
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Queste le parole con cui Rafael Atangana Landy, un familiare del Camerun, si rivolge alle autorità competenti, alle famiglie e comunità coinvolte e alle persone in ascolto davanti all’ennesima strage di frontiera. Raphael ha contattato MEM.MED per avere supporto nella ricerca di suo figlio David Ekobena e insieme stiamo portando avanti questa battaglia.  Buongiorno, buongiorno a tutta la grande famiglia. Posso solo dire buongiorno perché è una formula di cortesia, ma le parole, l’espressione del cuore e del volto raccontano la desolazione che stiamo attraversando oggi. Denti che digrignano, cuori straziati, lacrime che scorrono. Abbiamo tutti perso persone a noi carissime in questa tragedia. Mio figlio David è partito da Sfax, faceva parte di quel viaggio verso l’Italia. Non è mai arrivato. Non abbiamo più avuto sue notizie. Non era solo: era con i suoi amici, con i suoi cari, che oggi sono diventati tutti nostri figli. È con immenso dolore, con profonda sofferenza e rabbia e tra molte lacrime che esprimiamo questa desolazione. Non posso che porgere le mie più sentite condoglianze e la mia piena solidarietà alle altre famiglie colpite, come lo sono io oggi. Chiediamo alle autorità italiane di aiutarci a ritrovare i corpi dei nostri figli, sapendo quanto sia importante celebrare le esequie, poter ritrovare, vedere e salutare per l’ultima volta i propri cari: i nostri figli, i nostri fratelli, le nostre mogli, le nostre sorelle, tutti coloro che hanno perso un familiare in questa tragedia. Tanto coraggio, e che il Signore ci sostenga. Dal Camerun, più precisamente da Douala, Grazie di cuore a chi ci sostiene Il massacro di gennaio Durante il mese di gennaio, a causa di violenze sempre più feroci in Tunisia, da Sfax, centinaia di persone hanno preso il largo, tra il 14 e il 21 gennaio, tentando di raggiungere le coste settentrionali del Mediterraneo. Nello stesso periodo, un ciclone, poi chiamato Harry, si è abbattuto sul Canale di Sicilia. Le conseguenze della crisi ambientale hanno colpito con forza le coste siciliane e tunisine per due settimane. Così come la violenza sistemica delle frontiere si è abbattuta su quei corpi in lotta per la libertà. Di quelle barche partite da Sfax solamente una è arrivata a Lampedusa, delle altre non si è più saputo nulla. Mediterranea, Refugees in Libya e Alarm Phone, parlano di più di dieci imbarcazioni e di almeno mille persone disperse in mare. Nei media, il silenzio ha inghiottito il massacro.  Nelle settimane successive, però, alcuni corpi sono riemersi tra le onde del mare, e alcuni di questi recuperati dalle navi di soccorso o dalle autorità marittime italiane. Corpi decomposti ma anche persone che hanno un nome e una storia, nonché una famiglia, che ad oggi rimane in attesa di risposte e di un riconoscimento. Per questo, insieme ad altre associazioni attive sul campo, abbiamo inviato una lettera alle autorità competenti nazionali e locali in cui si raccomanda e si sollecita  l’attivazione immediata di tutte le procedure utili all’identificazione e alla degna sepoltura. Le istanze delle famiglie Parallelamente, come per Rafael, ci siamo attivate per le familiari di persone scomparse originarie del Camerun, del Gambia, della Costa D’Avorio, dell’Algeria e del Sierra Leone partite da Sfax e dall’Algeria in quei giorni. Attraverso il tramite della legale dell’associazione è stata presentata denuncia di scomparsa e sono state mandate richieste alle autorità competenti dei territori in cui sono stati rinvenuti i corpi affinché venga verificata l’eventuale corrispondenza tra le salme recuperate e le persone scomparse segnalate. Considerato l’avanzato stato di decomposizione dei corpi rinvenuti, questo probabilmente potrà avvenire solo tramite il prelievo e la comparazione del DNA.  Come dichiarato anche da Rafael, in un’intervista dei giorni scorsi alla televisione italiana, è fondamentale il coinvolgimento delle autorità consolari dei Paesi di origine, così come del Ministero degli Affari Esteri e delle altre istituzioni competenti. È indispensabile che vengano predisposte e rese accessibili tutte le procedure necessarie alla raccolta dei campioni di DNA dei familiari residenti nei loro Paesi e al loro tempestivo invio alle autorità competenti italiane, così da consentire la comparazione con il materiale genetico prelevato dalle salme. Contro-monitoraggio e richieste Benché i media nazionali e locali parlino di circa 15/17 salme rinvenute a seguito della strage legata al ciclone Harry, secondo il nostro monitoraggio, i numeri sarebbero più alti:  da gennaio ad oggi almeno 22 corpi sono riemersi dal mare, in diversi territori della regione Sicilia e Calabria, lungo le coste delle province di Trapani, Siracusa, Agrigento, Termini Imerese, Caltanissetta, Cosenza, Vibo Valentia. Il modo frammentario e approssimativo con cui queste informazioni sono state finora diffuse, prevalentemente attraverso fonti giornalistiche invece che canali istituzionali, oltre a denunciare la noncuranza e l’approssimazione con cui queste morti vengono trattate, impedisce di avere dati affidabili sul numero effettivo dei corpi e sui luoghi di ritrovamento, privando anche le famiglie delle persone disperse di informazioni essenziali sul destino dei propri cari. Per questo motivo, abbiamo presentato un accesso civico generalizzato agli uffici delle prefetture e dei comuni competenti nei territori interessati, con l’obiettivo di ottenere dati puntuali e verificabili. In particolare, abbiamo richiesto informazioni relative al numero dei ritrovamenti, ai luoghi esatti in cui sono avvenuti, agli attori coinvolti, alla tipologia di accertamenti e di raccolta dati effettuati sulle salme, al numero totale delle persone identificate, ai luoghi di sepoltura e, ove possibile, anche informazioni relative al genere e all’età delle vittime. Riteniamo fondamentale che le autorità competenti attivino un canale diretto di comunicazione con le famiglie, affinché queste possano essere costantemente e correttamente informate sullo stato dei recuperi e dei dati raccolti; che tutte le procedure finalizzate a una corretta identificazione vengano svolte tempestivamente. Si ritiene infatti cruciale poter restituire l’identità ai dispersi anche a distanza di tempo, e ciò è possibile soltanto se le procedure, tra cui il prelievo del DNA della salma e dei familiari, vengano rispettate scrupolosamente, e se la sepoltura sia disposta con assoluta certezza del luogo. Ribadiamo l’importanza di riconoscere che anche un corpo decomposto ha un valore, appartiene a una vita vissuta e si inserisce in una rete di affetti che ne cercano le tracce. Per questo sollecitiamo le navi di soccorso e chiunque avvisti in mare o in terra resti umani a porre ogni sforzo al fine di recuperarli. Tutti i resti corporei, anche quelli decomposti, sono tracce preziose, non residui senza significato. Infatti, anche i corpi non integri, attraverso le tecniche forensi e la comparazione del DNA, possono essere identificati, dando risposte alle loro famiglie. E così tracciare identità e nomi, opponendosi alla logica che riduce alcune morti e alcuni resti a perdite senza memoria.  Morte e incuria nella morte sono prassi politiche della gestione delle frontiere a cui non ci arrenderemo mai. Porteremo sempre l’attenzione su ciò da cui gli Stati vogliono distogliere lo sguardo: persone, famiglie e comunità distrutte dalla violenza dei confini. Affinché tutto questo dolore possa essere veramente visto. Perché queste voci esigono di essere ascoltate. In memoria delle persone martiri per la libertà di movimento. Insieme alle loro famiglie, con rabbia e con amore. Non dimentichiamo e non perdoniamo. -------------------------------------------------------------------------------- Mem.Med Memoria Mediterranea è un collettivo di ricercatorə, antropologhə, avvocatə, psicologhə, sociologhə, mediatorə, geografə e attivistə che si muovono nell’area Mediterranea per analizzare in maniera critica i confini che lo limitano, i processi migratori che lo attraversano e le politiche che li regolamentano. Mem.Med Memoria Mediterranea è un progetto nato dal lavoro congiunto e partecipato delle associazioni: Borderline Sicilia Onlus, CarovaneMigranti, Clinica Legale per i Diritti Umani (CLEDU) di Palermo, Campagna LasciateCIEntrare, Rete Antirazzista Catanese, Watch the Med-AlarmPhone. Per sostenere le attività e il progetto di Mem.Med Memoria -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La strage di gennaio proviene da Comune-info.
March 22, 2026
Comune-info
Cambiamento climatico. Pure la UE diventa negazionista
La scorsa settimana, le fondamenta degli sforzi climatici dell’Unione Europea hanno iniziato a scricchiolare. Ricorderete certamente quando la “transizione ecologica” costituiva il nucleo del tentativo europeo di superare la crisi e rilanciare lo sviluppo puntando sulle “tecnologie verdi”, e Mario Draghi riceveva a Milano Greta Thunberg e altri attivisti ambientalisti […] L'articolo Cambiamento climatico. Pure la UE diventa negazionista su Contropiano.
February 20, 2026
Contropiano
Calenzano: da hub fossile a hub green? La transizione ecologica non parte con Eni
Il deposito Eni di Calenzano era un hub di combustibili fossili tra i più importanti d’Italia: con una capacità di stoccaggio di 160 mila tonnellate, l’impianto accoglieva i prodotti raffinati presso lo stabilimento di Stagno (Livorno) prima dello smistamento in tutto il territorio nazionale ed era classificato ad “alto rischio di incidente rilevante” secondo la direttiva Seveso. Un anno fa, il 9 dicembre 2024, al deposito Eni di Calenzano persero la vita in un’esplosione cinque lavoratori, altri 28 rimasero feriti. Già dopo le prime indagini risultò che l’esplosione avvenne durante un’attività di manutenzione, mentre il carico e scarico delle autobotti andava avanti senza interruzione, contravvenendo alle relative disposizioni di sicurezza che invece prescrivono la non concomitanza delle due attività. Secondo una perizia tecnica, il blocco del carico delle autobotti per un turno della giornata del 9 dicembre avrebbe comportato una perdita di 255mila euro di introiti: è lo 0,005% degli utili netti di Eni del 2024 (5 miliardi di euro), una cifra risibile per un’azienda con questo fatturato, ma che a cinque persone è costata la vita. Non esiste nessun prezzo alla vita umana, eppure la barbarie del capitale quotidianamente lo impone e con quello fa i suoi calcoli. In seguito all’accaduto, Eni commissionò alla ditta appaltatrice dell’impianto la redazione di un documento tecnico: poiché secondo la procura questo avrebbe potuto insabbiare le indagini, occultando o rendendo indisponibili delle prove, venne disposto un incidente probatorio. A distanza di un anno sono 10 gli indagati, di cui sette manager di Eni e due intercettati telefonicamente rispetto al “tenersi puliti” ed “evitarsi rogne” in seguito al dramma del 9 dicembre. L’inchiesta per omicidio plurimo, disastro e lesioni colpose non si è ancora chiusa. Ancora una volta sarà dura avere verità e giustizia per quello che non è degno definire “incidente”, quanto “inaccettabile normalità”, strutturale (e prevedibile) conseguenza di una filiera fossile che è mortifera dall’inizio alla fine: dall’estrazione alla raffinazione allo stoccaggio al consumo. Eni si è impegnata a versare al Comune di Calenzano un risarcimento volontario di 6,5 milioni di euro, «a prescindere dall’esito del procedimento giudiziario». E d’altra parte, Eni e i suoi dirigenti vantano precedenti importanti di assoluzione in processi anche più grossi, come quello per il giacimento OPL245 in Nigeria – solo per citarne uno: il “processo del secolo” (come fu chiamato nel 2020), per l’entità della tangente di cui Eni era accusata e per il danno ambientale, ecologico, umano verificatosi in centro Africa. Casi come OPL245 ci parlano di uno “Stato parallelo” transnazionale, in cui l’agibilità di multinazionali come Eni è totale, con criteri di anticorruzione estremamente discrezionali e lassi e con la possibilità concreta di indirizzare processi politici e giudiziari esteri e italiani. > Non è quindi infondata la preoccupazione che, ancora una volta, anche a > Calenzano, il cane a sei zampe ecocida proverà a tingersi di verde e a > uscirne, non solo impunito in tribunale, ma addirittura benefattore presso > l’opinione pubblica. Infatti, per far dimenticare a un territorio in lutto il “ciavvelEni” (la denuncia tante volte risuonata nelle piazze dell’attivismo climatico del 2019), si è optato per la conversione del deposito di Calenzano a parco fotovoltaico: da hub fossile a hub “green”, con una produzione di energia elettrica di 20 Mwp (Megawatt di picco) risultante dall’installazione di circa 60mila pannelli. Il 5% del valore totale dell’energia prodotta da questo primo impianto verrà ceduto al Comune e un altro impianto di 1 Mwp verrà costruito e gestito a spese di Eni per l’alimentazione di un’area sportiva comunale. Entusiaste le dichiarazioni del sindaco di Calenzano, Carovani «Un balzo decisivo verso un futuro sostenibile sulla strada della decarbonizzazione», e del presidente della Regione, Giani: «Questo accordo rappresenta un esempio concreto e positivo di come la Toscana stia accelerando sulla transizione energetica, trasformando un sito del passato in una risorsa per il futuro». Ma non è solo una questione di numeri, quanto di sostanza politica. Quale sarà la ricaduta occupazionale e di soddisfacimento energetico per il territorio? Che possibilità ci sarà per il pubblico di supervisionare la riconversione del sito e determinare le scelte produttive future? Stiamo facendo veramente un “balzo in avanti”, come sostiene il sindaco di Calenzano, o piuttosto un gattopardiano business as usual spennellato di verde? Perché al netto dell’energia distribuita localmente, Eni continuerà a fare profitti d’oro, anche dai parchi fotovoltaici come quello che sorgerà a Calenzano, ma soprattutto dagli investimenti in combustibili fossili, la cui estrazione e lavorazione è prevista in aumento per il prossimo triennio: altro che transizione alle rinnovabili, il gas rappresenterà ancora il 60% del portafoglio aziendale di quella che rimane una delle oil companies più inquinanti al mondo, con responsabilità climatiche tra le più gravi storicamente e che le hanno valso la causa intentata coraggiosamente da ReCommon e Greenpeace (“La Giusta Causa”). > Anche tralasciando il fatto che il cane a sei zampe rimane una compagnia > fossile e anche volendoci concentrare sulla (minima) porzione non-fossile di > energia nel suo piano triennale, finché la produzione e la distribuzione > resteranno accentrate in mano a big players e soggette a enormi margini di > profitto privato, nessuna democrazia energetica avrà possibilità di > svilupparsi. Similmente nessuna giustizia sociale potrà darsi perpetrando la nostra dipendenza da una multinazionale implicata in disastri ambientali dalla Val d’Agri al Niger, nonché nel genocidio palestinese tramite accordi commerciali con Israele. Infatti, assieme a Dana Petroleum, BP, SOCAR, NewMed, a pochi giorni di distanza dal 7 ottobre 2023, Eni ha acquisito da Israele per alcuni milioni di dollari permessi di esplorazione in Zone Economiche Esclusive palestinesi, in esplicita violazione del diritto internazionale, in connivenza con il colonialismo energetico israeliano e in economico sostegno all’escalation del genocidio. Infine, ma non per importanza, come si fa a non chiedersi da dove verranno i pannelli installati in questo gigantesco hub? La filiera del fotovoltaico è costellata di crimini ambientali ed estrattivismo feroce nel Sud Globale, con cui le materie prime vengono accaparrate a basso costo dal Nord Globale, mentre la caparbietà dell’occidente di difendere gli investimenti delle aziende fossili ha di fatto lasciato alla Cina il monopolio nella produzione di pannelli. E la politica industriale italiana si disinteressa totalmente di questo, non esiste alcuna direttrice se non la conversione industriale bellica. C’è chi si pone in Italia oggi seriamente il problema di una produzione di pannelli fotovoltaici secondo filiera etica, a servizio della transizione ecologica dal basso: sono gli operai della ex-GKN di Campi Bisenzio, licenziati quattro anni e mezzo fa, in assemblea permanente dal 9 luglio 2021, in lotta da allora per difendere uno stabilimento dalla speculazione immobiliare e per tornare a lavoro in maniera dignitosa. > Come si fa a progettare campi fotovoltaici nella piana fiorentina senza > nemmeno considerare la vertenza operaia più lunga della storia di Italia a > letteralmente 2 km in linea d’aria dall’ecomostro di Eni da convertire? Vertenza, quella della ex-GKN, che ha fatto proprio della produzione, installazione e riciclo di pannelli fotovoltaici il core del piano di reindustrializzazione, rivolto a comunità energetiche rinnovabili e solidali su tutto il territorio nazionale e non solo. Questo piano, frutto di tre anni di lavoro, con quattro due diligence tecniche e finanziarie superate, era già pronto a partire nell’ottobre 2024, quando ancora l’esplosione del deposito Eni non era avvenuta. Urge che quelle stesse istituzioni locali e regionali, così solerti a approvare la conversione del deposito incriminato, così zelanti a parole di voler transitare a energie rinnovabili, si scrollino dall’assoluto immobilismo in cui stagnano da mesi e finalmente permettano all’alternativa (quella vera) di esistere con la riapertura di ex-GKN. In quattro anni e mezzo di vertenza, ogni risultato istituzionale è stato ottenuto solo grazie alla lotta e malgrado le istituzioni stesse. La legge regionale per facilitare la costituzione di consorzi industriali pubblici esiste perché è stata scritta da operai e solidali; è arrivata in consiglio regionale solo dopo mobilitazioni, cortei, accampata in Regione, sciopero della fame ed è stata approvata il giorno della vigilia di Natale dello scorso anno a tarda notte dopo ore di ostruzionismo della destra che hanno reso necessario un presidio del Collettivo di Fabbrica e brigata sonora sotto la sede del consiglio. Da allora ci sono voluti sei mesi perché questo consorzio venisse solo costituito (luglio 2025) e da altri sei mesi stiamo aspettando che tale consorzio compia il piccolo semplice gesto per cui è nato: rilevare lo stabilimento di Campi Bisenzio e metterlo a servizio della reindustrializzazione. I rinvii, i silenzi, i tavoli saltati, hanno logorato questa lotta per troppo tempo e per chi ha messo in gioco tutto, di tempo non ce n’è più. La conversione a fotovoltaico del deposito Eni sarebbe, di per sé, una notizia più positiva di altre, ma allo stesso tempo è l’ennesima conferma di quanto la transizione ecologica sia sistematicamente boicottata quando parte dal basso e strumentalizzata dall’alto quando pare un’utile copertura. di Luca Mangiacotti Riaprire una fabbrica, ricreando lavoro utile, buono, sano e giusto, a servizio della transizione ecologica dal basso invece che del riarmo e della guerra è un esempio che il sistema oggi vuole affossare. E allo stesso tempo, noi tuttə non possiamo permetterci di rinunciarvi. La ex-GKN è ancora «un faro di speranza», come ha detto Greta Thunberg, per tutto il movimento ecologista, sociale, operaio, ed è quindi una responsabilità collettiva continuare a sostenere questa lotta per la giustizia climatica e sociale. Ad oggi, dicembre 2025, il Collettivo di Fabbrica lancia una nuova campagna di crowdfunding con l’obbiettivo di raccogliere due milioni di euro: questa è la cifra che improvvisamente questa estate è venuta a mancare con il defilarsi di un finanziatore a “impatto sociale” dal piano industriale. Per reagire al sabotaggio e all’immobilismo, il Collettivo di Fabbrica ha deciso di usare il “metodo flotilla nell’economia”: mettere in mare le navi, grandi e piccole, senza chiedere il permesso e partire, con parte del progetto o con tutto. L’appello è quello di sostenere la campagna, diffonderla il più possibile. Per dare uno “schiaffo al sistema” con un’azione contro il riarmo, per salvare Gff – GKN For Future, la cooperativa nata che da nome anche al piano – per dimostrare che loro sono il nulla e che noi insieme, ancora una volta, possiamo essere tutto. La foto di copertina è tratta dalla pagina FB del Collettivo di Fabbrica Gkn SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Calenzano: da hub fossile a hub green? La transizione ecologica non parte con Eni proviene da DINAMOpress.
December 16, 2025
DINAMOpress
La Cop nell’Amazzonia che muore
Piogge torrenziali, manifestazioni oceaniche, la pressione delle comunità indigene che ha attraversato i corridoi dei negoziati, e persino un incendio tra i padiglioni; un susseguirsi di eventi esterni ha accompagnato il vertice. Quelle fiamme divampate nei padiglioni non sono state altro che l’annuncio di una fumata nera che sarebbe arrivata poche ore dopo.  Il documento finale della COP, la Mutirao decision, denunciava che il testo in discussione era scritto di fatto dai PetroStati, grazie alle pressioni di Arabia Saudita, Stati Uniti e Russia.   Nonostante il nome simbolico del documento finale, Mutirao, che significa lavoro comunitario per conseguire un bene collettivo, questo testo farà il bene di pochi lasciando liberi i paesi ricchi di continuare a devastare.  Nel documento finale non c’è alcun riferimento ai combustibili fossili, non vengono neppure menzionati.  Il mondo si è congedato da Belém senza un piano per abbandonare gas, petrolio e carbone tornando indietro rispetto a quanto deciso a Dubai nel 2023. Le proteste e e danze indigene diventano una mera operazione i green whashing dell’amministrazione brasiliana. Ne abbiamo parlato con Andrea Merlone, Dirigente di ricerca all’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica (INRiM) e ricercatore associato all’Istituto di Scienze Polari del CNR. Ascolta la diretta:
December 3, 2025
Radio Blackout - Info
Brasile: A Belém la dichiarazione del Vertice dei Popoli
Belém do Pará, Amazzonia — Il 15 novembre oltre 70.000 persone hanno attraversato la città in una grande marcia che ha segnato il momento più partecipato del Vertice dei Popoli (Cupula dos Povos). Comunità indigene, movimenti sociali, lavoratrici, giovani e realtà popolari provenienti da vari Paesi hanno percorso le strade di Belém per denunciare gli impatti della crisi climatica e le responsabilità politiche ed economiche che la alimentano. Il giorno successivo, il 16 novembre, la Cúpula si è chiusa con la lettura della Dichiarazione del Vertice dei Popoli, documento elaborato durante i mesi di preparazione e nelle giornate di lavori svolte a Belém. Nel testo, il Vertice individua nel modello capitalistico globale e nelle multinazionali dei settori energetico, minerario, agroindustriale e tecnologico i principali responsabili dell’aggravarsi della crisi climatica e sociale. La dichiarazione contesta le false soluzioni di mercato e chiede misure concrete: protezione dei territori indigeni, politiche di riforma agraria popolare, una transizione energetica giusta e libera dai combustibili fossili, finanziamenti equi e trasparenti e una maggiore responsabilità fiscale per le aziende che traggono profitto da attività inquinanti. Al centro anche il riconoscimento del ruolo delle comunità indigene e dei movimenti sociali. Con la chiusura della Cúpula, il Vertice dei Popoli lancia un appello che punta a unire realtà diverse in una piattaforma comune di difesa dei diritti, dei territori e del clima.
November 19, 2025
Radio Onda Rossa