
Chi decide cos’è un bosco?
Comune-info - Thursday, August 20, 2026Il caso del Bosco Ospizio di Reggio Emilia va oltre la difesa di un’area verde minacciata da un nuovo insediamento commerciale. Mette in discussione il modo in cui definiamo il valore della natura urbana, il rapporto tra interessi privati e beni collettivi e la capacità delle istituzioni di aggiornare decisioni prese in un contesto ormai profondamente cambiato. Tra crisi climatica, consumo di suolo e conflitto democratico, la domanda diventa allora politica prima ancora che amministrativa: chi decide che cosa merita di essere tutelato?

Chi ha il potere di definire cos’è un “bosco”? Non si tratta di una domanda retorica, ma una questione che emerge con particolare evidenza nella vicenda del cosiddetto “Bosco Ospizio” di Reggio Emilia, l’area verde di oltre 45.000 metri quadri che sta per essere sacrificata per costruire l’ennesimo superstore commerciale. La vertenza appare in qualche modo paradigmatica dei tempi, delle assuefazioni e delle trappole in cui continuiamo a cascare senza alcuno sforzo di modificare le nostre abitudini di pensiero e di comportamento.
Conad vanta già tre superstore all’interno dell’area urbana di Reggio Emilia, oltre a tre supermercati e altri punti vendita. Complessivamente, nella città, la grande distribuzione alimentare può contare su due ipermercati, quattro superstore, tredici supermercati e cinque discount, senza contare i minimarket di quartiere. Ovviamente il progetto si spiega all’interno di una competizione per fette di mercato.
D’altra parte, val la pena notare che Reggio Emilia, nel biennio 2023-24, si presenta al 12° posto per consumo di suolo tra i comuni con più di 100.000 abitanti. In questa classifica negativa peraltro si registrano molte città della nostra Regione: Ravenna, Modena, Parma, Bologna, Ferrara, evidenziando che si tratta di un problema diffuso nella pianura padana.
In questo contesto una rete di cittadini, costituitasi in “Assemblea permanente Bosco Ospizio”[1] assieme a Legambiente, sta portando avanti da anni una contestazione del progetto “P.R.U. IP_6 – OSPIZIO”: così si chiama il progetto di “riqualificazione urbana” che prevede diversi edifici, strutture commerciali per 4680 m2 – di cui 2.500 m2 per il solo Conad –, assieme a parcheggi, una rotatoria e servizi pubblici per il quartiere: una biblioteca e una casa della salute.
Già nell’ottobre del 2024, in un Consiglio Comunale aperto, il dottor Marco Cervino, ricercatore al CNR, presso l’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima, aveva sottoposto ai rappresentanti delle istituzioni le evidenze scientifiche che sottolineavano la ricchezza di vegetazione e il valore dell’area in termini di conservazione e cattura del carbonio, nonché il contributo al contrasto del fenomeno dell’isola di calore urbano. Chiariva inoltre come la distruzione del bosco urbano avrebbe comportato un impoverimento ecologico e il fatto che le nuove piantumazioni non avrebbero potuto eguagliare o compensare questi effetti.
Nei giorni scorsi, alcuni docenti e ricercatori – Francesco Reyes (Professore Associato in Arboricoltura e Coltivazioni Arboree, Università di Modena e Reggio Emilia), Lara Maistrello (Professoressa Associata in Entomologia Generale ed Applicata, Università di Modena e Reggio Emilia), Luca Mercalli (Presidente Società Meteorologica Italiana e Ambasciatore Europeo Patto per il Clima) – hanno preso posizione richiamando il valore ecologico di quest’area. Gli autorevoli colleghi hanno già sottolineato l’importanza di un’area di verde spontaneo in una pianura fortemente urbanizzata come la nostra, in termini di rifugio e punto di ripopolamento per diverse specie animali, nonché di riproduzione della biodiversità per alberi, arbusti, erba e fiori[2].
A questa presa di posizione ha fatto seguito un appello di una dozzina di ricercatrici e ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), che invita ad evitare «la distruzione di un polmone verde nella città di Reggio Emilia».
E ancora una quindicina di colleghi delle Università di Parma e Bologna (tra cui il sottoscritto) hanno sottoscritto un appello nel quale invitano le istituzioni e i soggetti privati coinvolti a «sospendere ogni intervento irreversibile sull’area e di ricercare soluzioni alternative che ne garantiscano la tutela, riaprendo un confronto pubblico fondato sulle evidenze scientifiche e sulla partecipazione della cittadinanza». Altri appelli e prese di posizione si stanno diffondendo in questi giorni, coinvolgendo diverse realtà territoriali.
I rappresentanti di Conad sostengono che nel nuovo piano di riqualificazione gli alberi che sarebbero abbattuti sarebbero sostituiti da numerosi altri piantati per compensazione in questa e altre aree, come se un ecosistema sviluppatosi nel tempo e i suoi effetti in termini di biodiversità e di mitigazione del caldo potessero essere sostituiti da una sommatoria di piante messe a dimora in mezzo a edifici e parcheggi. Del resto gli scienziati intervenuti nonché il circolo locale di Legambiente hanno a più riprese ricordato che le nuove piantumazioni previste dal progetto non possono compensare l’effetto degli abbattimenti in termini di stoccaggio della CO2, di filtrazione delle polveri sottili e di mitigazione dell’isola di carbone urbana.

L’amministrazione locale sostiene il progetto dichiarando fra l’altro di essere vincolata dalle decisioni prese da amministrazioni precedenti a partire da una delibera municipale del 2006 e da un accordo siglato nel 2015 tra il Comune e la cooperativa di consumo. La mancanza di attuazione del progetto comporterebbe il pagamento di penali economiche.
Anche da questo punto di vista il caso appare emblematico rispetto ai problemi che le forme tradizionali di democrazia stanno rivelando a fronte di una crescente crisi ecologica e climatica. In una fra le estati più calde di sempre in Italia, destinata a lasciare dietro di sé un grande numero di vittime, con anziani, malati e lavoratori all’aperto tra i più colpiti dal caldo, la capacità attuale di indirizzo e decisione democratica per proteggere le condizioni di vivibilità di una città appare fortemente vincolata – se non esautorata – dalla miopia delle concezioni di sviluppo e delle scelte politiche di vent’anni prima.
È un esempio della implacabile “banalità burocratica” dietro a cui abbiamo imparato a nascondere i tanti piccoli ecocidi quotidiani che si compiono nelle città e nei territori. Mentre la consapevolezza scientifica e la sensibilità sociale sulla questione climatica ed ambientale si è approfondita, i processi decisionali delle istituzioni democratiche che regolano i rapporti tra privati, istituzioni e cittadini nella gestione dei progetti di sviluppo urbano del territorio, seguono ancora logiche e priorità che spingono a sacrificare o sottomettere gli interessi pubblici e collettivi agli interessi e allo strapotere economico dei privati. In questo modo si produce una progressiva erosione di quelle dimensioni fondamentali – fiducia, autorità e legittimità – su cui si sostiene la comunità democratica.
Da questo punto di vista la determinazione dei/delle manifestanti del “Bosco Ospizio” rappresenta un esempio importante di reazione alla rassegnazione fatalista e al senso di impotenza che attanaglia le democrazie contemporanee e l’occasione di ricostruzione di un orientamento collettivo. Se, come la scienza ci dice da tempo, le ondate di caldo sono destinate ad aumentare in frequenza e durata, oggi sappiamo per certo che nelle città abbiamo bisogno di ampliare e non restringere le zone dedicate a parchi, aree verdi, boschi urbani, concependo questi luoghi come possibili “rifugi climatici”: spazi aperti e conviviali che possano rappresentare un’alternativa democratica e universalistica rispetto alle soluzioni private attualmente dominanti.
C’è un altro aspetto importante da sottolineare dal punto di vista della qualità della democrazia. Nell’aprile 2025 nove persone di Reggio Emilia di età compresa tra i 25 e i 77 anni – tra studenti, lavoratori e pensionati – sono stati querelate da Conad e posti/e sotto indagine per violenza privata, invasione aggravata e danneggiamento in concorso. Per la verità gli/le attivisti/e erano entrati nell’area boschiva durante l’avvio dei primi lavori, limitandosi a sedersi pacificamente di fronte al trattore per impedire il taglio della vegetazione, senza causare danni a cose o persone. Altre querele sono state depositate da Conad il 3 agosto scorso contro gli attivisti per “occupazione di area privata” e “violenza privata”, poiché i manifestanti a più riprese si erano schierati davanti alle ruspe impedendo l’inizio dei lavori. Nel clima di impoverimento e arretramento democratico nel quale viviamo, la protesta e la libera espressione dei cittadini per la conservazione di beni collettivi viene ancora una volta criminalizzata.
Quello che mi pare non si riesca ancora a mettere a fuoco è che in un clima e in un ambiente che si vanno rapidamente trasformando e deteriorando, fino a minacciare le condizioni di vivibilità nelle nostre comunità, il confronto sugli usi e le destinazioni degli spazi, sulle modalità di cura e gestione del territorio e dei suoi beni, diverrà sempre più centrale e questo deve portarci anche a un ripensamento dei processi di discussione, valutazione e deliberazione democratica per evitare una perdita in termini di riconoscimento e legittimità.
Di fronte alle nuove forme di conflitti ambientali e territoriali occorre ricordare che la democrazia e le sue forme, non è qualcosa di scontato, ma riguarda la capacità di una comunità di costruire nuovi spazi di espressione, confronto e deliberazione proprio per prevenire ed evitare polarizzazioni e tensioni e restituire alla città e ai suoi abitanti la libertà di decidere delle proprie condizioni di vita e sul proprio futuro.
Nella controversia che coinvolge soggetti privati, amministrazioni, associazioni e cittadini, il conflitto come al solito investe anche il linguaggio e la definizione di “bosco”. I promotori del progetto di sviluppo urbano e commerciale negano l’esistenza nell’area di un bosco e la controversia è arrivata anche in tribunale. Il TAR di Parma non si è ancora pronunciato nel merito della richiesta da parte di Legambiente e dei cittadini di revocare a CONAD i titoli edificatori concessi, ma nel luglio 2026 ha tuttavia respinto la sospensione cautelare dei lavori il cui avvio era previsto per il 3 agosto. Per i giudici non sarebbe individuabile nell’area un “bosco urbano”. Il ricorso andrà avanti, ma nel frattempo gli scienziati che si basano fra l’altro sulla classificazione del verde a scala urbana proposta dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), il più autorevole organismo scientifico in materia, hanno già chiarito, dal loro punto di vista, la natura boschiva ed ecologica dell’area.
Scopriamo così non solo che ciò che chiamiamo “natura” non è autoevidente e non si sottrae ad una riflessione “politica”, ma soprattutto, siamo così profondamente alienati che ci ritroviamo a discutere di cosa è non è ambiente come se lo potessimo guardare, definire e amministrare “dal di fuori”. Quello di cui discutiamo attraverso un linguaggio fatto di “piani di sviluppo”, “programmi di riqualificazione”, “delibere”, “iter autorizzativi”, “diritti di costruzioni”, “ordinanze”, “compensazioni”, “coperture vegetali”, “piantumazioni”, riguarda niente meno che “la natura” delle nostre relazioni con il mondo vivente. L’impermeabilizzazione del linguaggio accompagna quella del suolo.
Il “Bosco Ospizio” è, d’altronde, un esempio perfetto di quello che Gilles Clément ha chiamato “Terzo paesaggio”. Quegli spazi un tempo antropizzati (in questo caso c’era appunto un ospizio) e poi “abbandonati”, nei quali “la natura” fa il suo lavoro: lentamente riconquista terreno, ricostruendo la boscaglia e dando rifugio a molte specie che non trovano più spazio altrove. Clément evidenzia la natura ibrida, sospesa, indecisa di questi spazi, che non coincidono del tutto con le nostre abituali classificazioni mentali e tantomeno con le divisioni amministrative. Sono piuttosto qualcosa che si colloca «nel campo etico del cittadino planetario» e che riguarda non un “bene patrimoniale” ma «uno spazio comune del futuro».[3] La decisione di ciò che riconosciamo come paesaggio vivente e in divenire si mostra sempre più chiaramente come una questione politica e di democrazia. Quell’area boschiva può continuare a vivere nella misura in cui rimane viva (nel)la nostra coscienza democratica. Scegliendo di tutelare e lasciare spazio a questi paesaggi in divenire scegliamo di riconoscere e rigenerare le fondamenta ecologiche e democratiche della nostra comunità.
[1] Cfr. https://www.facebook.com/bosco.ospizio.re?locale=it_IT; https://www.instagram.com/bosco.ospizio.re;
[2] Per una visione aerea dell’area si veda https://www.facebook.com/coambientere/videos/bosco-di-ospizio/496969272892417/
[3] Gilles Clément, Manifesto del Terzo paesaggio, Quodlibet, Macerata, 2005, pp. 25 e 61.
Appello
Una questione di democrazia ed ecologia: appello per la tutela del Bosco Ospizio
Come docenti e ricercatori/trici riteniamo che la vicenda del Bosco Ospizio di Reggio Emilia sollevi una questione che riguarda insieme la tutela ecologica e la qualità della democrazia. L’area, oltre 45.000 metri quadrati di verde spontaneo minacciati dalla realizzazione di nuove strutture commerciali, costituisce un importante spazio di biodiversità, conservazione e cattura del carbonio, mitigazione dell’isola di calore urbana.
In una città e in una regione già fortemente segnate dal consumo di suolo e sempre più esposte alle conseguenze della crisi climatica, riteniamo necessario preservare e ampliare parchi, boschi urbani e aree verdi quali infrastrutture essenziali per la vivibilità presente e futura.
Chiediamo pertanto alle istituzioni e ai soggetti coinvolti di sospendere ogni intervento irreversibile sull’area e di ricercare soluzioni alternative che ne garantiscano la tutela, riaprendo un confronto pubblico fondato sulle evidenze scientifiche e sulla partecipazione della cittadinanza. La protezione di questi spazi non riguarda soltanto il paesaggio: significa riconoscere e rigenerare le fondamenta ecologiche e democratiche della nostra comunità.
I/le sottoscritti/e docenti, ricercatori e ricercatrici
Marco Deriu, Docente di Comunicazione ambientale, Università di Parma
Emanuele Leonardi, Docente di Urban Studies and Climate Change, Università di Bologna
Pierluigi Musarò, Docente di Media Culture, Humanitarianism and Climate Mobility Justice, Università di Bologna
Vando Borghi, Docente di Sociologia dello sviluppo, Università di Bologna
Maria Cristina Ossiprandi, Docente di Ambiente e salute: priorità e criticità, Università di Parma
Piergiorgio Ardeni, Docente di Environmental and Resource Economics, Università di Bologna
Simona Bertolini, Docente di Filosofa dell’ambiente, Università di Parma
Fausto Pagnotta, Docente di Storia del pensiero politico, Università di Parma
Federico Chicchi, Docente di Sociologia delle trasformazioni economiche e del lavoro, Università di Bologna
Dario Tuorto, Docente di Sociologia della cittadinanza: partecipazione, istituzioni, controllo, Università di Bologna
Sabrina Tosi Cambini, Docente di Antropologia dell’ambiente, Università di Parma
Martina Giuffrè, Docente di Antropologia dell’ambiente, Università di Parma
Valentina Gastaldo, Docente di Diritto dell’Ambiente, Università di Parma
Antonio Bodini, Docente di Valutazione di impatto e valutazione ambientale strategica, Università di Parma
Vincenza Pellegrino, Docente di Sociologia della globalizzazione, Università di Parma
Paolo Savoia, Docente di Storia della scienza, Università di Bologna
Francesco Fulvi, Docente a contratto di Architettura Tecnica, Università di Parma
Alessio Malcevschi, Docente di Food Sustainability, Università di Parma
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