
Val Susa, Italia: cosa c’è dietro l’angolo
Pressenza - Thursday, August 13, 2026Sulle perduranti (e accresciute) ragioni contro la linea ferroviaria Torino-Lione in Val Susa, sugli sviluppi più recenti del movimento No Tav, sulle campagne di delegittimazione che continuano ad accompagnarlo ha già detto tutto, su queste pagine, Marco Revelli. Non ci sarebbe, dunque, ragione di tornarci su, se non ci fosse una crescente necessità di guardare oltre. Al futuro che ci aspetta dopo questa calda estate.
Parto dall’ultimo evento che ha riacceso, sul movimento no Tav, i riflettori della politica e dei media: il festival dell’Alta Felicità che si è concluso una decina di giorni fa a Venaus. Una grande partecipazione di giovani e giovanissimi, momenti di intensa socialità, di approfondimento e di accresciuta consapevolezza antagonista, un’affollata marcia di contestazione della grande opera inutile, episodi di violenza e scontri tra manifestanti e polizia. Poi – smontate le tende, ripresi gli zaini e imboccata la strada del ritorno (previa identificazione indistinta, di tutti e di tutte, da parte delle cosiddette forze dell’ordine) – l’immancabile coda di polemiche e di accuse, con sdegnati editoriali “contro la violenza” (sulla stampa di destra e su quella – si fa per dire – di sinistra), condanne bipartisan della politica e gita in elicottero al cantiere di Chiomonte della presidente del Consiglio e del ministro dell’Interno (assente, questa volta, il ministro delle Infrastrutture, probabilmente trattenuto da qualche mojito sulla costa adriatica). Il tutto secondo un copione prestabilito: nella trama, nella sequenza degli eventi, nei comportamenti dei diversi attori, negli esiti (con qualche dubbio solo sulla reale entità dei danni al cantiere e sul numero dei “feriti” tra gli operatori delle polizie, messo in dubbio finanche dall’intelligenza artificiale…). Eppure alcuni elementi, più o meno nuovi, sollecitano qualche riflessione.
La prima riguarda la gestione dell’ordine pubblico. Nei giorni precedenti l’appuntamento di Venaus le stazioni ferroviarie torinesi e i caselli dell’autostrada del Frejus si sono trasformati in posti di blocco permanenti, la militarizzazione della Valle è raddoppiata, i controlli, le identificazioni, le perquisizioni, i fogli di via, le intimidazioni si sono sprecati: senza alcuna utilità – superfluo dirlo – al fine di evitare “incidenti” ma con il risultato di creare un clima di allarme, di inasprire gli animi di chi arrivava in Valle, di rinverdire la strategia della tensione. Poi, il pomeriggio della marcia di protesta, mentre la zona intorno a Venaus è rimasta (inutilmente) presidiata come un fortino, le vie di accesso al cantiere della Maddalena, unico tratto che avrebbe richiesto, se si voleva evitare l’avvicinamento alle reti di recinzione, una congrua interposizione a distanza (possibile, date le dimensioni ridotte del cantiere, e realizzabile in modo da limitare contatti e tensioni), si sono spalancate. Esattamente come accaduto a Torino, il 31 gennaio, in occasione del corteo di protesta contro lo sgombero di Askatasuna, allorché la città fu sigillata ovunque salvo che nella strada in cui sorge la palazzina del centro sociale: operazione sconsiderata che indusse l’ex capo della polizia Gabrielli a evocare una gestione da talk show o da bar sport e noi stessi a parlare di un atteggiamento tanto maldestro da apparire sospetto. Oggi quanto accaduto al cantiere della Maddalena di Chiomonte ha sciolto ogni incertezza e reso chiara la scelta politica di consentire (o non osteggiare in modo significativo) l’assalto al cantiere per creare un clima di caccia alle streghe (evocando finanche il terrorismo internazionale), schedare migliaia di persone, provocare un’ulteriore militarizzazione del territorio e nuovi interventi legislativi di stampo repressivo e autoritario, imprimere l’ennesima virata verso la costituzione di uno Stato di polizia. È questa la strategia che ci aspetta nel breve e medio periodo, con cui dovremo confrontarci.
La seconda riflessione riguarda la sempre più evidente irrealizzabilità della nuova linea Torino-Lione. Lo stallo dei lavori, la posizione attendista (quasi un recesso) della Francia, la mancanza di fondi (in Italia ma anche in un’Europa ormai totalmente immersa nella follia della guerra e nella corsa agli armamenti) non lasciano dubbi e indeboliscono anche il fronte dei suoi fautori. Illuminante un articolo sul quotidiano torinese da sempre tra i massimi sponsor dell’opera (con un entusiasmo non incrinato dai cambi di proprietà) dell’ex direttore Marcello Sorgi che, pur in un contesto di aperta e diffamatoria contestazione del movimento no Tav, scrive: «Il Governo […] avrebbe avuto tutto il tempo di […] riflettere e fare qualcosa. Perfino rinunciare alla Tav, anche se può apparire paradossale. Così com’è, il progetto della ferrovia veloce Torino-Lione è ormai obsoleto. […] L’idea che questo tratto dovesse costituire una parte del corridoio meridionale dell’Europa, per far sì che l’Italia – meno la Francia – non restasse fuori dai collegamenti e dai commerci continentali diretti a Est, è un po’ fuori dal tempo. Specie da quando noi, come difensori dell’Ucraina, siamo quasi in guerra con la Russia e abbiamo chiuso gran parte dei canali commerciali verso Oriente. Certo, possiamo sempre sperare che le cose cambino. Può darsi, anche se, sia detto con sincerità, non è aria. E intanto, che facciamo? Continuiamo a scavare i tunnel e andiamo avanti in un progetto che – sottovoce ce lo dicono i nostri stessi partner – non ha futuro? E lo facciamo per non darla vinta ai No-Tav?» (No Tav, l’inutile guerra antagonista, La Stampa, 26 luglio). Una rottura senza precedenti nel fronte della politica torinese! Nessuna illusione, per carità. I patron dell’opera e i loro protettori politici (a destra e a sinistra) non faranno spontaneamente dei passi indietro ché troppi sono gli interessi sottostanti e le implicazioni in termini di credibilità politica. Ma la loro impresa si sta rivelando più difficile che mai e, per chi la contrasta, si aprono nuovi scenari con la possibilità/necessità di fare dell’opposizione al Tav sempre più una questione nazionale e di connetterla con le grandi mobilitazioni contro i cambiamenti climatici, contro la guerra, contro altre grandi opere inutili (a cominciare dal ponte sullo Stretto). Nei movimenti, sta crescendo la consapevolezza del carattere unitario di queste lotte che, per essere vinte, devono essere condotte insieme. Oggi molto più di ieri. Non si deve perdere l’occasione. Il tunnel sotto il Moncenisio e le altre devastazioni della Valle potranno diventare solo un (brutto) ricordo, ma perché ciò accada è necessario che un grande movimento popolare imponga una svolta politica generale. Anche di questo occorre essere consapevoli e tessere conseguenti alleanze.
C’è, infine, una terza riflessione, che muove da un paradosso: alla crescente debolezza del progetto della Torino-Lione si accompagna una fase di visibile difficoltà del movimento no Tav, fiaccato da una repressione ventennale cieca e senza esclusione di colpi, alle prese con un fisiologico ricambio generazionale, in attesa di una nuova leadership (collegiale e composita ma necessaria), alla ricerca di una strategia all’altezza della nuova situazione. In questo contesto una parte del movimento – poco importa se autoctona o con il concorso di apporti esterni – tende a individuare come strumento per una visibilità altrimenti negata e base per un progetto politico alternativo e antagonista l’azione esemplare (a cominciare dall’assalto al cantiere), lo scontro fisico con le forze dell’ordine, la contrapposizione violenta. È una scelta poco lungimirante. Non per le ragioni che occupano la politica istituzionale e le prime pagine dei giornali (ché chi è complice, anche materiale, dell’uccisione sistematica e quotidiana di bambini, donne, vecchi inermi, non ha alcun titolo né morale né politico per impartire lezioni di sorta), ma per un’esigenza interna ai movimenti e per riuscire nel raggiungimento dell’obiettivo. La violenza è presente da sempre, in maggiore o minor misura, nelle piazze e, se esercitata sulle cose, è ben diversa dall’aggressione deliberata alle persone; di più, spesso essa – per usare parole di Sergio Bologna – «è una testimonianza, un urlo di rabbia e di dolore, spoglia di visione strategica, sia pure di brevissimo termine» e, per questo, difficilmente esorcizzabile. Ma non può essere il cuore (e neppure parte importante) di un progetto politico. Per una pluralità di ragioni: perché l’avversario è, sul piano militare, molto più forte e sempre pronto a costruirsi alibi per irrigidimenti repressivi e svolte autoritarie; perché i mezzi non possono essere disgiunti dai fini (ché le lezioni della storia hanno dimostrato che i nuovi assetti politici risentono del surplus di violenza che li ha generati e sono a immagine e somiglianza del modo in cui sono stati edificati) e bisogna evitare il rischio di diventare simili, in disumanità, a chi si vuole contrastare; per il rapporto che intercorre tra l’esercizio della violenza e gli obiettivi perseguiti. Se l’obiettivo è evitare che la linea Torino-Lione diventi realtà (e che ciò sia il volano per altre lotte politiche parallele) non basta occupare comunque le prime pagine dei giornali e non serve illudersi di essere l’avanguardia di un mondo che non c’è. Occorre – come si è detto – costruire uno schieramento ampio, composito, determinato, originale e creativo nelle forme di lotta, capace di aggregazione. E occorre, per questo, evitare (o, almeno, ridurre) atteggiamenti e comportamenti che dividono, allontanano, creano fratture e incomprensioni. Bisogna, in altri termini, porre mano a una nuova stagione, coerente con il passato e, insieme, capace di leggere e interpretare il futuro. Non è facile ma è ineludibile.