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Val Susa, Italia: cosa c’è dietro l’angolo
Sulle perduranti (e accresciute) ragioni contro la linea ferroviaria Torino-Lione in Val Susa, sugli sviluppi più recenti del movimento No Tav, sulle campagne di delegittimazione che continuano ad accompagnarlo ha già detto tutto, su queste pagine, Marco Revelli. Non ci sarebbe, dunque, ragione di tornarci su, se non ci fosse una crescente necessità di guardare oltre. Al futuro che ci aspetta dopo questa calda estate. Parto dall’ultimo evento che ha riacceso, sul movimento no Tav, i riflettori della politica e dei media: il festival dell’Alta Felicità che si è concluso una decina di giorni fa a Venaus. Una grande partecipazione di giovani e giovanissimi, momenti di intensa socialità, di approfondimento e di accresciuta consapevolezza antagonista, un’affollata marcia di contestazione della grande opera inutile, episodi di violenza e scontri tra manifestanti e polizia. Poi – smontate le tende, ripresi gli zaini e imboccata la strada del ritorno (previa identificazione indistinta, di tutti e di tutte, da parte delle cosiddette forze dell’ordine) – l’immancabile coda di polemiche e di accuse, con sdegnati editoriali “contro la violenza” (sulla stampa di destra e su quella – si fa per dire – di sinistra), condanne bipartisan della politica e gita in elicottero al cantiere di Chiomonte della presidente del Consiglio e del ministro dell’Interno (assente, questa volta, il ministro delle Infrastrutture, probabilmente trattenuto da qualche mojito sulla costa adriatica). Il tutto secondo un copione prestabilito: nella trama, nella sequenza degli eventi, nei comportamenti dei diversi attori, negli esiti (con qualche dubbio solo sulla reale entità dei danni al cantiere e sul numero dei “feriti” tra gli operatori delle polizie, messo in dubbio finanche dall’intelligenza artificiale…). Eppure alcuni elementi, più o meno nuovi, sollecitano qualche riflessione. La prima riguarda la gestione dell’ordine pubblico. Nei giorni precedenti l’appuntamento di Venaus le stazioni ferroviarie torinesi e i caselli dell’autostrada del Frejus si sono trasformati in posti di blocco permanenti, la militarizzazione della Valle è raddoppiata, i controlli, le identificazioni, le perquisizioni, i fogli di via, le intimidazioni si sono sprecati: senza alcuna utilità – superfluo dirlo – al fine di evitare “incidenti” ma con il risultato di creare un clima di allarme, di inasprire gli animi di chi arrivava in Valle, di rinverdire la strategia della tensione. Poi, il pomeriggio della marcia di protesta, mentre la zona intorno a Venaus è rimasta (inutilmente) presidiata come un fortino, le vie di accesso al cantiere della Maddalena, unico tratto che avrebbe richiesto, se si voleva evitare l’avvicinamento alle reti di recinzione, una congrua interposizione a distanza (possibile, date le dimensioni ridotte del cantiere, e realizzabile in modo da limitare contatti e tensioni), si sono spalancate. Esattamente come accaduto a Torino, il 31 gennaio, in occasione del corteo di protesta contro lo sgombero di Askatasuna, allorché la città fu sigillata ovunque salvo che nella strada in cui sorge la palazzina del centro sociale: operazione sconsiderata che indusse l’ex capo della polizia Gabrielli a evocare una gestione da talk show o da bar sport e noi stessi a parlare di un atteggiamento tanto maldestro da apparire sospetto. Oggi quanto accaduto al cantiere della Maddalena di Chiomonte ha sciolto ogni incertezza e reso chiara la scelta politica di consentire (o non osteggiare in modo significativo) l’assalto al cantiere per creare un clima di caccia alle streghe (evocando finanche il terrorismo internazionale), schedare migliaia di persone, provocare un’ulteriore militarizzazione del territorio e nuovi interventi legislativi di stampo repressivo e autoritario, imprimere l’ennesima virata verso la costituzione di uno Stato di polizia. È questa la strategia che ci aspetta nel breve e medio periodo, con cui dovremo confrontarci. La seconda riflessione riguarda la sempre più evidente irrealizzabilità della nuova linea Torino-Lione. Lo stallo dei lavori, la posizione attendista (quasi un recesso) della Francia, la mancanza di fondi (in Italia ma anche in un’Europa ormai totalmente immersa nella follia della guerra e nella corsa agli armamenti) non lasciano dubbi e indeboliscono anche il fronte dei suoi fautori. Illuminante un articolo sul quotidiano torinese da sempre tra i massimi sponsor dell’opera (con un entusiasmo non incrinato dai cambi di proprietà) dell’ex direttore Marcello Sorgi che, pur in un contesto di aperta e diffamatoria contestazione del movimento no Tav, scrive: «Il Governo […] avrebbe avuto tutto il tempo di […] riflettere e fare qualcosa. Perfino rinunciare alla Tav, anche se può apparire paradossale. Così com’è, il progetto della ferrovia veloce Torino-Lione è ormai obsoleto. […] L’idea che questo tratto dovesse costituire una parte del corridoio meridionale dell’Europa, per far sì che l’Italia – meno la Francia – non restasse fuori dai collegamenti e dai commerci continentali diretti a Est, è un po’ fuori dal tempo. Specie da quando noi, come difensori dell’Ucraina, siamo quasi in guerra con la Russia e abbiamo chiuso gran parte dei canali commerciali verso Oriente. Certo, possiamo sempre sperare che le cose cambino. Può darsi, anche se, sia detto con sincerità, non è aria. E intanto, che facciamo? Continuiamo a scavare i tunnel e andiamo avanti in un progetto che – sottovoce ce lo dicono i nostri stessi partner – non ha futuro? E lo facciamo per non darla vinta ai No-Tav?» (No Tav, l’inutile guerra antagonista, La Stampa, 26 luglio). Una rottura senza precedenti nel fronte della politica torinese! Nessuna illusione, per carità. I patron dell’opera e i loro protettori politici (a destra e a sinistra) non faranno spontaneamente dei passi indietro ché troppi sono gli interessi sottostanti e le implicazioni in termini di credibilità politica. Ma la loro impresa si sta rivelando più difficile che mai e, per chi la contrasta, si aprono nuovi scenari con la possibilità/necessità di fare dell’opposizione al Tav sempre più una questione nazionale e di connetterla con le grandi mobilitazioni contro i cambiamenti climatici, contro la guerra, contro altre grandi opere inutili (a cominciare dal ponte sullo Stretto). Nei movimenti, sta crescendo la consapevolezza del carattere unitario di queste lotte che, per essere vinte, devono essere condotte insieme. Oggi molto più di ieri. Non si deve perdere l’occasione. Il tunnel sotto il Moncenisio e le altre devastazioni della Valle potranno diventare solo un (brutto) ricordo, ma perché ciò accada è necessario che un grande movimento popolare imponga una svolta politica generale. Anche di questo occorre essere consapevoli e tessere conseguenti alleanze. C’è, infine, una terza riflessione, che muove da un paradosso: alla crescente debolezza del progetto della Torino-Lione si accompagna una fase di visibile difficoltà del movimento no Tav, fiaccato da una repressione ventennale cieca e senza esclusione di colpi, alle prese con un fisiologico ricambio generazionale, in attesa di una nuova leadership (collegiale e composita ma necessaria), alla ricerca di una strategia all’altezza della nuova situazione. In questo contesto una parte del movimento – poco importa se autoctona o con il concorso di apporti esterni – tende a individuare come strumento per una visibilità altrimenti negata e base per un progetto politico alternativo e antagonista l’azione esemplare (a cominciare dall’assalto al cantiere), lo scontro fisico con le forze dell’ordine, la contrapposizione violenta. È una scelta poco lungimirante. Non per le ragioni che occupano la politica istituzionale e le prime pagine dei giornali (ché chi è complice, anche materiale, dell’uccisione sistematica e quotidiana di bambini, donne, vecchi inermi, non ha alcun titolo né morale né politico per impartire lezioni di sorta), ma per un’esigenza interna ai movimenti e per riuscire nel raggiungimento dell’obiettivo. La violenza è presente da sempre, in maggiore o minor misura, nelle piazze e, se esercitata sulle cose, è ben diversa dall’aggressione deliberata alle persone; di più, spesso essa – per usare parole di Sergio Bologna – «è una testimonianza, un urlo di rabbia e di dolore, spoglia di visione strategica, sia pure di brevissimo termine» e, per questo, difficilmente esorcizzabile. Ma non può essere il cuore (e neppure parte importante) di un progetto politico. Per una pluralità di ragioni: perché l’avversario è, sul piano militare, molto più forte e sempre pronto a costruirsi alibi per irrigidimenti repressivi e svolte autoritarie; perché i mezzi non possono essere disgiunti dai fini (ché le lezioni della storia hanno dimostrato che i nuovi assetti politici risentono del surplus di violenza che li ha generati e sono a immagine e somiglianza del modo in cui sono stati edificati) e bisogna evitare il rischio di diventare simili, in disumanità, a chi si vuole contrastare; per il rapporto che intercorre tra l’esercizio della violenza e gli obiettivi perseguiti. Se l’obiettivo è evitare che la linea Torino-Lione diventi realtà (e che ciò sia il volano per altre lotte politiche parallele) non basta occupare comunque le prime pagine dei giornali e non serve illudersi di essere l’avanguardia di un mondo che non c’è. Occorre – come si è detto – costruire uno schieramento ampio, composito, determinato, originale e creativo nelle forme di lotta, capace di aggregazione. E occorre, per questo, evitare (o, almeno, ridurre) atteggiamenti e comportamenti che dividono, allontanano, creano fratture e incomprensioni. Bisogna, in altri termini, porre mano a una nuova stagione, coerente con il passato e, insieme, capace di leggere e interpretare il futuro. Non è facile ma è ineludibile. LIVIO PEPINO, GIÀ MAGISTRATO E PRESIDENTE DI MAGISTRATURA DEMOCRATICA, È ATTUALMENTE PRESIDENTE DI VOLERE LA LUNA E DEL CONTROSSERVATORIO VALSUSA ARTICOLO CORRELATO > Quelli che seminano vento… Redazione Italia
August 13, 2026
Pressenza
Polizia senza legittimazione e crescita della devianza
L’anno in corso passerà alla storia per l’acutizzarsi delle criticità del rapporto tra polizia e cittadini. Dal caso di Rogoredo, col tentativo di manipolare le prove, alla morte di Abderrahim Fakir a Bologna in seguito all’intervento delle forze dell’ordine, le cronache si riempiono di episodi tragici, che mettono in dubbio la credibilità delle forze dell’ordine sotto il profilo della tutela della legislazione e degli istituti dello Stato di diritto. Altri episodi, come l’uso dei lacrimogeni ad altezza uomo, che a Bologna, il 2 ottobre 2025, ha comportato la perdita dell’uso di un occhio per un’attivista pro Pal, mentre a febbraio, al Pilastro, nel corso delle manifestazioni “Mubasta”, solo per caso la tragedia è stata evitata, hanno portato a interrogarsi sull’operato delle forze dell’ordine_  Da molte parti si insiste sulla necessità di istituire protocolli e formazione adeguata per evitare queste degenerazioni. Dall’altro lato, i disordini avvenuti nei giorni scorsi a Bologna in occasione della manifestazione per Fakir, e in Val di Susa durante gli scontri tra No Tav e polizia, fanno affermare, al Governo e ai fautori di legge e ordine, che siamo di fronte a una nuova ondata di radicalizzazione violenta. Una tendenza che si accompagna all’aumento quantitativo e qualitativo di minacce all’ordine pubblico, proveniente sia dai movimenti che da migranti, rom e “maranza”, e renderebbe necessario un ulteriore giro di vite in senso repressivo. Alla luce delle tendenze in atto, si rende necessario compiere uno sforzo di lucidità, per analizzare le dinamiche della conflittualità e del divario sempre più ampio tra pubblico e forze dell’ordine nella sua complessità. All’interno della cornice neo-liberista, fondata sulla logica binaria tra inclusione ed esclusione, che mira al contenimento delle forze individuali e sociali che eccedono il discorso della competizione, la polizia, come principale interfaccia tra lo Stato e la società, svolge un ruolo fondamentale. Che, dall’altro lato, non può non tenere conto delle limitazioni vigenti a partire dalla Costituzione e dagli organi dello Stato di diritto. Una contraddizione acuta, che può essere meglio compresa facendo leva su tre strumenti concettuali. Il primo è quello dell’amplificazione della devianza, sviluppato da Stanley Cohen (1971). Il secondo aspetto, è quello della cultura della polizia, così come articolato da Robert Reiner (1985). Questi due ambiti, si tengono insieme attraverso la crisi di legittimità di cui parlava, nel 1977, Jurgen Habermas. Attraverso queste tre categorie concettuali, possiamo capire meglio la crisi del rapporto tra pubblico e polizia, e provare a delineare delle vie d’uscita. Partendo dal primo aspetto, Cohen proponeva una lettura transazionale del rapporto tra forze dell’ordine, come parte degli apparati di potere, e gruppi sociali marginali. Da una parte, l’etichettamento, la stigmatizzazione, la repressione di specifici individui gruppi sociali, comporta la loro marginalizzazione rispetto alla società ufficiale. Dall’altra parte, chi è oggetto di questo tipo di approccio, non subisce passivamente, ma agisce in modo conseguente. Sia alimentando e giustificando il proprio risentimento verso le forze dell’ordine e gli apparati statali, sia esprimendolo attraverso la messa in atto di comportamenti oppositivi, che, talvolta, possono sfociare in palesi violazioni della legge o in atteggiamenti minacciosi. Di solito, notava Cohen, basta un evento critico, alimentato dal panico morale e dai pregiudizi, per scatenare una repressione insensata e giustificare provvedimenti più drastici, che risultano in un’ulteriore marginalizzazione. Il sociologo-anglo sudafricano elaborò questo schema nel 1971, per analizzare la repressione di Mods and Rockers da parte della polizia inglese negli anni sessanta. Eppure sembra perfettamente aderente al contesto italiano odierno. Alle proteste politiche, al diffuso malessere sociale, alle rivendicazioni emancipative mosse dai migranti, si risponde coi decreti sicurezza, con la militarizzazione del territorio, con le zone rosse, con le tenute anti-sommossa. A cui si sommano gli episodi tragici sopraccitati. Da un contesto del genere, che altresì rifiuta a bella posta ogni possibilità di negoziazione e mediazione, ci sono forti probabilità che scaturiscano derive distruttive. All’interno della cornice della stigmatizzazione, accentuata dal neoliberismo contemporaneo, si pone però l’elemento soggettivo della cultura della polizia, ovvero del modo in cui le forze dell’ordine danno senso al loro operato. Reiner parlava di machismo, isolamento, cinismo, mission, conservatorismo politico nell’individuazione delle categorie che strutturavano le pratiche di polizia. In Italia esiste una variabile ulteriormente qualificante. Nel nostro paese ha preso piede, sin dall’Unità, il modello continentale di polizia. Ovvero l’idea, sviluppata da Napoleone III in Francia e da Bismarck in Germania, che le forze dell’ordine siano investite, in quanto articolazione dello Stato, di compiti di natura etica, orientati a scremare i comportamenti ammissibili da quelli deprecabili in un’ottica di educazione dei cittadini al rispetto delle regole, ispirato da una concezione che guarda con diffidenza le aggregazioni e la circolazione spontanea. È proprio questa concezione a ispirare l’esecutivo attuale, quando la premier proclama che criticare i poliziotti è pericoloso. Soprattutto, è una prospettiva che, tra le nostre forze di polizia, attinge a un humus storico di lunga durata. Che si snoda dai primi anni di vita dello Stato-Nazione attraverso il fascismo, il dopoguerra, Genova e arriva ai giorni nostri. Le lotte per la smilitarizzazione della polizia, l’apertura verso la società degli anni Settanta, avevano posto, in qualche modo, un argine a questa caratteristica. Ma, esauritesi le spinte innovatrici che le avevano generate e favorite, si è tornati al vecchio modello. È difficile parlare di formazione dei poliziotti; la legge contro la tortura, nel 2017, è stata approvata a fatica; non sé potuta insediare una commissione di inchiesta sui fatti di Genova del luglio 2001, anche per la forte resistenza interna alle forze dell’ordine. Che si è saldata sia con le forze politiche che fanno di legge ed ordine la loro cifra, sia con chi, dall’altro lato dello spettro politico, declina l’idea della legalità in senso repressivo. La concezione etica dell’operato delle forze di polizia continua a predominare sia all’interno che all’esterno, pregiudicando ogni possibilità verso una riflessione che produca modelli alternativi di governo dell’ordine pubblico. Ogni discorso innovativo, riformatore, riesce difficile nel contesto socio-politico attuale. La sfera politica non riesce più, o non vuole più, intercettare, filtrare e canalizzare le domande provenienti dal basso. I tagli alla spesa pubblica, speculari all’individualismo e alla privatizzazione neoliberale, non lo consentono. Anche in conseguenza della pressione esercitata da attori esterni, privi di consenso politico. La povertà, il malessere, il disagio sociale, si diffondono, comportando una crescente alienazione della fiducia dei cittadini nelle istituzioni politiche. L’inquietudine si declina in due modi: uno è quello di produrre e attuare discorsi e pratiche oppositive che oggi, a differenza di quanto avveniva fino a pochi anni fa, non sono più filtrare da elaborazioni collettive. Ne consegue una rabbia sociale tanto immediata quanto, a volte, politicamente immatura, dannosa a lungo termine. Che finisce, in parte, per alimentare l’altra forma di inquietudine, ovvero il securitarismo, laddove il diritto alla sicurezza diventa un surrogato della sicurezza dei diritti. Per uno Stato sempre più delegittimato, svuotato delle sue prerogative, il ricorso a politiche repressive muscolari rappresenta l’unica forma rimasta per costruire e riprodurre consenso. Da qui la fortuna della destra in Europa e negli Usa. Che però si concreta nella creazione di un cortocircuito tra rabbia sociale e repressione che deborda nella restrizione delle libertà civili e politiche, oltre che nel rifiuto di progettare e attuare politiche sociali diverse. Viviamo in tempi grevi, avrebbe detto Leonardo Sciascia. Per questo è necessario non perdere la calma e ripartire dalle certezze che abbiamo. Poche ma buone e solide. Come la nostra Costituzione e l’accento che pone sui diritti. *PROFESSORE ASSOCIATO IN SOCIOLOGIA DELLA DEVIANZA PRESSO L’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI FIRENZE Redazione Italia
August 7, 2026
Pressenza
L’esperienza dei migranti per affrontare la crisi climatica
Le destre avanzano in tutto il mondo. I loro successi sono quasi tutti legati al rigetto o a misure persecutorie nei confronti dei migranti: a una narrazione che indica in essi la principale minaccia per la sicurezza della nazione: l’idea mitologica di una identità inesistente. Le forze politiche che si oppongono a quest’onda montante dagli indubbi connotati razziali hanno fatto bancarotta, e non da ora. Condannano le campagne antimigranti che fanno la fortuna delle destre, ma non hanno niente di sostanziale da opporvi, se non la solidarietà, spesso solo di facciata, per le attività e le organizzazioni impegnate a sostenere il “cammino della speranza” dei migranti. Manca su questo nodo cruciale del nostro tempo una visione alternativa e una prospettiva che faccia dei migranti non una minaccia da sventare ma una leva per cambiare la società. Alla base di quel sentire diffuso che fa le fortune delle forze politiche anti-migranti c’è la sensazione che in questo mondo non ci sia più spazio per tutti: mors tua vita mea. Una percezione che lega ineludibilmente il rigetto dei migranti alla crisi climatica e ambientale. In altri tempi, quando gli spazi a disposizione erano considerati abbondanti o addirittura “vuoti”, l’arrivo dei migranti era incoraggiato, anche se il razzismo nei loro confronti non mancava. Tenere separate crisi climatica e migrazioni ha permesso di costruire la narrazione di una “fortezza Europa”, e di molte altre “fortezze”, per tener lontane tutte quelle “genti in cammino”; e di rispedire nei loro paesi, o anche altrove, quelle già inserite da anni o generazioni nei paesi di arrivo, come se si trattasse di una emergenza temporanea. Ma per contrastare quell’allarme si ripete spesso che in fin dei conti si tratta di “piccoli numeri” che l’Europa è perfettamente in grado di assorbire. Il che è vero, ma non fa i conti con il fatto che quei numeri cresceranno inesorabilmente con l’avanzare della crisi climatica. Così, contro la favola della “remigrazione” non viene prospettata alcuna vera politica di inclusione e valorizzazione dei nuovi arrivati. Ma quelle “fortezze” – feroci quanto inefficaci – non sono in grado di difendere quegli stessi territori dall’avanzare della crisi climatica che, anzi, li sta trasformando nel proprio epicentro; senza nessuna possibilità che le cose non peggiorino, e molto, con il passare del tempo. Gli scienziati lo sanno, ma governi, partiti, media e intellighenzia varia continuano a fingere che le cose non stiano così, vellicando elettori e pubblico riluttanti a cambiare abitudini. O dissociando completamente l’ossequio formale alle previsioni degli scienziati dai propri obiettivi programmatici; spesso solo frasi vuote… Il risultato è l’assoluta impreparazione ad affrontare i primi vistosi effetti della crisi climatica, come le tempeste, gli incendi, la siccità e ora il grande caldo di queste settimane, fatti passare dai media come curiosi eventi meteorologici. Nota il Guardian che solo il 20 per cento degli articoli sul caldo insopportabile di questi giorni faceva qualche riferimento alla crisi climatica… Una visione che rovesci la narrazione oggi vincente sulla “minaccia” rappresentata dai migranti può nascere solo affrontando insieme i problemi posti dalla loro presenza e dal loro arrivo e quelli imposti dall’aggravarsi del clima e dalle sue conseguenze. Ma non c’è da aspettarsi che se ne facciano carico le forze politiche che non l’hanno fatto finora. Ci hanno provato invece, con qualche successo sia sul fronte accoglienza e inclusione che su quello dell’adattamento al deterioramento dell’ambiente, decine e decine di comitati, associazioni e persino (piccoli) comuni. Salvataggio delle persone e riparazione e ripristino dei territori e dei beni danneggiati da un evento estremo sollecitano solidarietà e collaborazione tra le persone coinvolte, cioè la costituzione, anche se spesso solo temporanea, di altrettante comunità. Ed è nella dimensione comunitaria e locale dei rapporti di mutuo appoggio che la narrativa antimigranti che appesta grandi media, social network e discorsi da bar può trovare il contrasto più valido. Si tratta allora di valorizzare quelle esperienze facendone il riferimento di una prospettiva, e poi di un programma e di una visione di livello generale. Tutti si lamentano del calore insopportabile: è un’occasione straordinaria per parlare a persone che in genere non riusciamo a raggiungere. Riscaldamento e deterioramento del pianeta non daranno tregua; ci attende uno sconvolgimento senza precedenti tanto delle abitudini personali e collettive, quanto degli assetti sociali e produttivi. In quel rimescolamento generale delle priorità si dovranno riposizionare tutti i grandi obiettivi sociali – reddito, occupazione, sanità, istruzione, giustizia ecc. – per cui ci si è battuti finora; e si potranno trovare o inventare nuovi ruoli per tutti. Una prospettiva in cui ai migranti, “vecchi” e “nuovi”, liberi di attraversare i confini, spetterà di fare da ponte tra i paesi di arrivo e quelli di origine come vettori e presìdi umani indispensabili di soluzioni tecniche, organizzative, sociali e culturali condivise: quelle in grado di contrastare le devastazioni indotte dalla crisi climatica e dalle guerre, come risanamento di suoli desertificati, piantumazione di deserti e terre incolte, recupero e risparmio delle acque, agricoltura di prossimità, sistemi di mobilità condivisa e, ovviamente, comunità energetiche. Sono gli interventi propri di una cooperazione dal basso da cui dipende il futuro di tutto il pianeta. Le risorse per farlo non mancano: sono quelle oggi destinate alle armi, ai fossili e alle guerre; anche a quella contro i migranti. Guido Viale
July 24, 2026
Pressenza
Torino. Quando la giustizia esclude e uccide
di Claudio Novaro (*) Talvolta episodi apparentemente marginali o circoscritti mettono in luce dinamiche sociali consolidate e consentono di apprezzare come le rigidità culturali si radichino non solo nelle grandi questioni, ma anche nelle piccole pratiche quotidiane. In alcuni settori della magistratura sembra esservi, non da oggi, una scarsa consapevolezza di quel “potere terribile” di cui la stessa è titolare,
Tunnel che passione!
Da Volere la Luna Il trasporto pubblico continua a essere largamente inadeguato, come lo è del resto il competente ministro, e l’effetto domino negativo di questa inefficienza causa un forte aumento del […] The post Tunnel che passione! first appeared on notav.info.
June 14, 2026
notav.info
Gli appuntamenti di Volere la Luna a maggio
Per il mese di maggio Volere la Luna propone interessanti momenti d’incontro e conoscenza, tutti organizzati nella sala Gastone Cottino di via Trivero 16 a Torino * giovedì 14 maggio, ore 18.00: Stare nelle istituzioni: ne vale la pena?, incontro con Andrea Morniroli (assessore politiche sociali e scuola Regione Campania) e Jacopo Rosatelli (assessore politiche sociali, pari opportunità, politiche abitative di e-dilizia pubblica Comune Torino), in dialogo con Simona De Ciero (giornalista “Corriere della Sera”) e Livio Pepino (Volere la Luna); * giovedì 21 maggio, ore 18.00: Fare informazione in tempo di pensiero unico, con Andrea Fabozzi (direttore “il manifesto”) e Duccio Facchini (direttore “Altreconomia”), introduce e coordina Alessandra Algostino (Volere la Luna); * giovedì 28 maggio, ore 18.00: Dove va l’America?, presentazione di “L’America in 18 quadri. Dalle piantagioni a Silicon Valley” (Laterza, 2025) di Fabrizio Tonello e “Trump e la rivoluzione americana. Da dove arrivano. Dove ci portano” (Editoriale Scientifica, 2026) di Ottorino Cappelli. Ne discute con gli autori Elisabetta Grande (Volere la Luna). Redazione Torino
May 13, 2026
Pressenza