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Melonellum: le urne dei forti
un intervento di Franco Astengo. A seguire i link alle analisi di Francesco Pallante, Marco Revelli, Valentina Pazé, Lorenzo Spadacini, Alessandra Algostino e Ottorino Cappelli. Rubando vignette a Mauro Biani. LEGGE ELETTORALE: RICORSI E INIZIATIVA POLITICA di Franco Astengo Dopo l’approvazione della nuova legge elettorale l’errore più grave che l’opposizione di centro-sinistra potrebbe commettere sarebbe quello di – tutto sommato
R-esistere non è importante…è l’unica cosa che conta!
Nel secondo giorno del Festival della Nonviolenza/Eirenefest emerge la molteplicità delle forme torinesi di lotta. Alcune considerazioni molto interessanti sono state elaborate sabato 3 ottobre alla tavola Rotonda “R-esistenze in città” che si è svolta presso la sede di Volere La Luna di Via Trivero, nell’ambito del Festival della Nonviolenza e della resistenza civile/Eirenefest Torino 2026. Sono intervenuti i rappresenti di diverse realtà locali: Maria Cariota (Assemblea Pellerina), Ortensia Romano (Vanchiglia Insieme), Maria Teresa Silvestrini (Scuola per la Pace), Sara Munari (Torino per Gaza), Maria Matteo (Assemblea Antimilitarista) con il saluto di Giovanni Limone (Volere la luna) e coordinati dal professor Dario Padovan (sociologo, Università di Torino). Dopo l’apertura di Giovanni Limone, proprio il sociologo, nel suo incipit, ha indagato il significato della parola resistenza, partendo da quello più immediato: fare quello che qualcuno non vuole che si faccia (una persona, una categoria sociale, un popolo) e, applicandolo al periodo attuale, chiedendosi cosa voglia dire resistere al giorno d’oggi. Diventa anzitutto necessario mettere in relazione il pensiero (cioè l’identificazione chiara e precisa dell’oggetto) con la pratica di resistenza. Padovan coglie la continuità con il passato nelle pratiche di genocidio e di ecocidio, essenza dei processi di deumanizzazione e denaturalizzazione, annichilimento e distruzione progressiva di esseri umani e di ambienti. Il primo atto di r-esistenza diventa quindi “ri-umanizzare le relazioni personali”, economiche, ecologiche, reintegrando il rapporto dell’Umanità con la natura. Subito dopo, la rappresentante dell’Assemblea Pellerina No Ospedali ha posto l’accento sulla difficoltà di confronto con degli interlocutori, in primis le istituzioni, che agiscono spesso ignorando le leggi che dovrebbero vincolarle nei rapporti con i cittadini, ad esempio non rispettando l’obbligo di produrre valutazioni ambientali e strategiche e privando la cittadinanza del dibattito pubblico e del confronto. Alle azioni intraprese dal Comitato quali l’approfondimento delle tematiche, con ricorso ad esperti del settore, interrogazioni, osservazioni ed integrazioni, non ci sono state risposte che, invece, ai sensi della legge sull’amministrazione trasparente, sarebbero dovute arrivare nel breve periodo. Un altro aspetto di violenza, stavolta economica, è il ricatto con cui viene prospettata la possibilità, in caso il ricorso al Tar venga respinto, che il Comitato venga condannato al pagamento di tutte le spese processuali. Da questa situazione si può uscire solo con “condivisione e solidarietà”. La rappresentante di Torino per Gaza sottolinea la matrice comune di tutte le realtà presenti nella lotta e nella resistenza contro il sistema oppressivo. La lotta del popolo palestinese è il paradigma di una lotta tra oppressi che lottano per la libertà ed oppressori che lottano per la supremazia totale. Ci insegna che la resistenza è anche adattamento, come la capacità del popolo palestinese di squarciare il velo di omertà (e la sistematica eliminazione fisica dei giornalisti) imposto da Israele e dall’informazione mainstream, semplicemente iniziando a riprendere gli orrori della vita quotidiana e metterli su Instagram. Altri aspetti interessanti da lei evidenziati sono il progressivo riconoscersi come Umanità resistente ad un sistema cancerogeno e la crescente diffidenza nei confronti dei media, con la ricerca da parte delle persone, anche se non schierate politicamente, di fonti attendibili ed alternative alla narrazione di regime a cui ormai si inizia a non credere più. Questo porta ad una riflessione sul significato di libertà: è ormai piuttosto evidente che essere liberi non significa vivere in Europa, avere potere d’acquisto ed andare a votare, ma che il senso sia ben altro, in primis vivere con dignità e costruire relazioni solidali con i propri simili. La delegata di Scuola per la pace denuncia la “Controriforma” in atto da più di 30 anni, che ha portato al progressivo smantellamento della scuola pubblica, depauperata di risorse materiali ed intellettuali, ormai costruita per “formattare” le soggettività di insegnanti e studenti, trasformati rispettivamente in piccoli burocrati ed in piccoli automi obbedienti. Come conseguenza della mancanza di senso critico, rischia di passare quasi inosservato il tentativo di preparare le nuove generazioni al bellicismo, strutturando anche nella scuola il concetto di “guerra come normalità”. Anche la scuola, come tutta la società, viene bombardata da messaggi bellicisti, sviluppati attraverso un’invasione di forze dell’ordine e forze armate a tutti i livelli, dai pattugliamenti esterni alle aree scolastiche all’utilizzo di militari e poliziotti nel ruolo di “formatori” o, per i più piccoli, con attività ludiche quali la visita a mezzi militari (tra cui carri armati). La strategia comunicativa del Ministero della Difesa è piuttosto esplicita (si trovano online i Piani Annuali di Comunicazione) e punta a far “interiorizzare” nella popolazione italiana la necessità della difesa armata e violenta come “architettura cognitiva di resistenza nazionale”. L’esempio è quello dello Stato di Israele che, fin dalla sua nascita, ha lavorato su tutti i livelli sociali e culturali al fine di creare una società bellicosa, violenta e guerrafondaia. Le voci critiche nelle scuole esistono, ma il problema è il collegamento tra i gruppi e la pubblicizzazione delle iniziative che possono creare esempi virtuosi “di imitazione”. Passando al comitato Vanchiglia Insieme, la sua evoluzione si può forse sintetizzare con un commento della sua rappresentante, verso la fine dell’intervento: “Siamo nati per organizzare le feste per bambini, stiamo acquisendo una consapevolezza politica”. Vanchiglia Insieme nasce infatti per rispondere alla necessità di ricreare legami sociali nel quartiere, quando ad un certo punto viene loro tolto lo spazio fisico di relazione e di organizzazione. L’attività diventa la necessità di riconquistare, in maniera non violenta, gli spazi negati, ri-abitando il quartiere occupato dai militari, con l’obiettivo di restituirne gli spazi agli abitanti, primi tra tutti i bambini . Diventa dunque necessario acquisire competenze e conoscenze, costruendo riflessioni e visioni alternative a quell’immagine artificiale di pericolosità che rende necessari controlli accurati, da parte delle forze dell’ordine, anche sui partecipanti ad una sessione collettiva di filatura con l’uncinetto. Un’attività importante diventa impostare una narrazione “diversa”, coinvolgendo e creando reti di cittadini, evitando la polarizzazione delle posizioni come invece sta tentando di fare la stampa mainstream. Viene preso ad esempio il “caso” delle piste ciclabili scoppiato recentemente e purtroppo a causa di eventi luttuosi, in cui i media stanno cercando di criminalizzare e mettere gli uni contro gli altri gli automobilisti, i ciclisti ed i pedoni che invece hanno l’interesse comune di avere strade sicure e quindi tutto l’interesse a collaborare tra loro. L’Assemblea antimilitarista, sottolineando la vocazione internazionalista del movimento contro la guerra, richiama l’attenzione sulla necessità di decostruire il luogo comune “Italiani brava gente”, ricordando che l’Italia, nel suo trascorso coloniale, si è comportata esattamente come tutti gli altri Stati, compiendo stragi efferate nei confronti di Slavi, Trentini, Ladini, Sloveni, Croati, Libici, Eritrei, Somali ma che non ha fatto i conti con il suo passato genocida. In tempi più recenti, la missione in Somalia Restore Hope del 1996 (in cui era presente, tra gli altri, Roberto Vannacci) ha visto i soldati italiani protagonisti di diversi atti violenti sulle popolazioni. Con la stessa indifferenza di allora, oggi gli Italiani stanno compiendo delle azioni spietate nel Mediterraneo nei confronti dei migranti. Come reagire? Secondo l’Assemblea obiettivo prioritario è lottare per la chiusura delle fabbriche di armi a Torino e contro il ripristino della leva obbligatoria. Qualcuno dal pubblico ha poi sottolineato la mancanza nel dibattito di una componente della r-esistenza sui luoghi di lavoro. Ciononostante, come evidenziato dal grande sciopero del 3 ottobre 2025, ci sembra doveroso mettere in rilievo che questo incontro ha percepito e valorizzato la presenza di mille rigagnoli di r-esistenti che scorrono dalla stessa parte, purtroppo quasi sempre paralleli tra loro. La grande scommessa sarà riuscire a farli confluire in uno stesso, unico, poderoso fiume che segni un confine ed un argine alla “deumanizzione” ed alla “denaturalizzazione” che imperversano bruciando territori, persone e coscienze. Gianluca Gabriele
October 8, 2026
Pressenza
Smisurata preghiera della vetrina
di Mauro Armanino Da Piazza Banchi a Fabrizio De André, l’acciuga che nuota in direzione ostinata e contraria diventa immagine delle resistenze quotidiane: contro la guerra, la rassegnazione e l’anestesia …
Festa d’autunno di Volere la Luna
da venerdì 25 settembre alle 17.30 fino a domenica 27 alle 18.00 in via Trivero 16 a Torino si terrà la Festa d’autunno di Volere la Luna Nella festa si alterneranno  conferenze, dibattiti, filmati, mostre come da  programma allegato.  Tra i molti eventi si segnalano – nel pomeriggio di venerdì,  Deborah  Luchetti, presentando  il libro  La moda è potere, ci guiderà in un viaggio tra salari da  fame, repressione  sindacale e  green washing, dando  voce a chi  ha deciso di  alzare la testa; – seguirà  un concerto di Gigi Venegoni e Dario Lombardo – nel pomeriggio di sabato le attrici  Stephanie Renard  e Tiziana Rubano daranno voce ai bambini e alle bambine palestinesi attraverso letture da Qui c’era la nostra casa. I bambini di Gaza raccontano, curato da Amedeo Cottino, che introdurrà l’evento; – la sera di sabato sarà dedicata a L’Italia delle stragi e dei depistaggi, con proiezione del film documentario La loggia del silenzio. Manlio, memoria di una strage, di Tommaso D’Elia, Simone Pallicca, Daniela Preziosi e Elena Caronia (2026) e incontro con Davide Conti (storico, già consulente delle Procure di Bologna e Brescia nelle inchieste sulle stragi); – domenica mattina sarà inaugurata e presentata la mostra  fotografica di  Jo Palazzo“1980, la più grande lotta operaia”,che resterà aperta fino al 18 ottobre. Interverranno, con  l’autore,  Sofia Venturoli, Silvia Nugara  e Sandro Busso, curatori del progetto “Voci, corpi e linguaggi  della fabbrica” della Università di Torino e alcuni protagonisti di quella lotta tra cui Angelo Caforio, Pietro Perotti e Franco Ranghino; – la festa si concluderà il pomeriggio di domenica con un confronto tra Valentina Pazé, Valentina Pisanty e Marco Revelli a margine del libro Le parole della guerra di Valentina Pazè- L’accesso e la partecipazione agli eventi sono liberi e gratuiti fino all’esaurimento dei posti. Redazione Torino
September 22, 2026
Pressenza
Val Susa, Italia: cosa c’è dietro l’angolo
Sulle perduranti (e accresciute) ragioni contro la linea ferroviaria Torino-Lione in Val Susa, sugli sviluppi più recenti del movimento No Tav, sulle campagne di delegittimazione che continuano ad accompagnarlo ha già detto tutto, su queste pagine, Marco Revelli. Non ci sarebbe, dunque, ragione di tornarci su, se non ci fosse una crescente necessità di guardare oltre. Al futuro che ci aspetta dopo questa calda estate. Parto dall’ultimo evento che ha riacceso, sul movimento no Tav, i riflettori della politica e dei media: il festival dell’Alta Felicità che si è concluso una decina di giorni fa a Venaus. Una grande partecipazione di giovani e giovanissimi, momenti di intensa socialità, di approfondimento e di accresciuta consapevolezza antagonista, un’affollata marcia di contestazione della grande opera inutile, episodi di violenza e scontri tra manifestanti e polizia. Poi – smontate le tende, ripresi gli zaini e imboccata la strada del ritorno (previa identificazione indistinta, di tutti e di tutte, da parte delle cosiddette forze dell’ordine) – l’immancabile coda di polemiche e di accuse, con sdegnati editoriali “contro la violenza” (sulla stampa di destra e su quella – si fa per dire – di sinistra), condanne bipartisan della politica e gita in elicottero al cantiere di Chiomonte della presidente del Consiglio e del ministro dell’Interno (assente, questa volta, il ministro delle Infrastrutture, probabilmente trattenuto da qualche mojito sulla costa adriatica). Il tutto secondo un copione prestabilito: nella trama, nella sequenza degli eventi, nei comportamenti dei diversi attori, negli esiti (con qualche dubbio solo sulla reale entità dei danni al cantiere e sul numero dei “feriti” tra gli operatori delle polizie, messo in dubbio finanche dall’intelligenza artificiale…). Eppure alcuni elementi, più o meno nuovi, sollecitano qualche riflessione. La prima riguarda la gestione dell’ordine pubblico. Nei giorni precedenti l’appuntamento di Venaus le stazioni ferroviarie torinesi e i caselli dell’autostrada del Frejus si sono trasformati in posti di blocco permanenti, la militarizzazione della Valle è raddoppiata, i controlli, le identificazioni, le perquisizioni, i fogli di via, le intimidazioni si sono sprecati: senza alcuna utilità – superfluo dirlo – al fine di evitare “incidenti” ma con il risultato di creare un clima di allarme, di inasprire gli animi di chi arrivava in Valle, di rinverdire la strategia della tensione. Poi, il pomeriggio della marcia di protesta, mentre la zona intorno a Venaus è rimasta (inutilmente) presidiata come un fortino, le vie di accesso al cantiere della Maddalena, unico tratto che avrebbe richiesto, se si voleva evitare l’avvicinamento alle reti di recinzione, una congrua interposizione a distanza (possibile, date le dimensioni ridotte del cantiere, e realizzabile in modo da limitare contatti e tensioni), si sono spalancate. Esattamente come accaduto a Torino, il 31 gennaio, in occasione del corteo di protesta contro lo sgombero di Askatasuna, allorché la città fu sigillata ovunque salvo che nella strada in cui sorge la palazzina del centro sociale: operazione sconsiderata che indusse l’ex capo della polizia Gabrielli a evocare una gestione da talk show o da bar sport e noi stessi a parlare di un atteggiamento tanto maldestro da apparire sospetto. Oggi quanto accaduto al cantiere della Maddalena di Chiomonte ha sciolto ogni incertezza e reso chiara la scelta politica di consentire (o non osteggiare in modo significativo) l’assalto al cantiere per creare un clima di caccia alle streghe (evocando finanche il terrorismo internazionale), schedare migliaia di persone, provocare un’ulteriore militarizzazione del territorio e nuovi interventi legislativi di stampo repressivo e autoritario, imprimere l’ennesima virata verso la costituzione di uno Stato di polizia. È questa la strategia che ci aspetta nel breve e medio periodo, con cui dovremo confrontarci. La seconda riflessione riguarda la sempre più evidente irrealizzabilità della nuova linea Torino-Lione. Lo stallo dei lavori, la posizione attendista (quasi un recesso) della Francia, la mancanza di fondi (in Italia ma anche in un’Europa ormai totalmente immersa nella follia della guerra e nella corsa agli armamenti) non lasciano dubbi e indeboliscono anche il fronte dei suoi fautori. Illuminante un articolo sul quotidiano torinese da sempre tra i massimi sponsor dell’opera (con un entusiasmo non incrinato dai cambi di proprietà) dell’ex direttore Marcello Sorgi che, pur in un contesto di aperta e diffamatoria contestazione del movimento no Tav, scrive: «Il Governo […] avrebbe avuto tutto il tempo di […] riflettere e fare qualcosa. Perfino rinunciare alla Tav, anche se può apparire paradossale. Così com’è, il progetto della ferrovia veloce Torino-Lione è ormai obsoleto. […] L’idea che questo tratto dovesse costituire una parte del corridoio meridionale dell’Europa, per far sì che l’Italia – meno la Francia – non restasse fuori dai collegamenti e dai commerci continentali diretti a Est, è un po’ fuori dal tempo. Specie da quando noi, come difensori dell’Ucraina, siamo quasi in guerra con la Russia e abbiamo chiuso gran parte dei canali commerciali verso Oriente. Certo, possiamo sempre sperare che le cose cambino. Può darsi, anche se, sia detto con sincerità, non è aria. E intanto, che facciamo? Continuiamo a scavare i tunnel e andiamo avanti in un progetto che – sottovoce ce lo dicono i nostri stessi partner – non ha futuro? E lo facciamo per non darla vinta ai No-Tav?» (No Tav, l’inutile guerra antagonista, La Stampa, 26 luglio). Una rottura senza precedenti nel fronte della politica torinese! Nessuna illusione, per carità. I patron dell’opera e i loro protettori politici (a destra e a sinistra) non faranno spontaneamente dei passi indietro ché troppi sono gli interessi sottostanti e le implicazioni in termini di credibilità politica. Ma la loro impresa si sta rivelando più difficile che mai e, per chi la contrasta, si aprono nuovi scenari con la possibilità/necessità di fare dell’opposizione al Tav sempre più una questione nazionale e di connetterla con le grandi mobilitazioni contro i cambiamenti climatici, contro la guerra, contro altre grandi opere inutili (a cominciare dal ponte sullo Stretto). Nei movimenti, sta crescendo la consapevolezza del carattere unitario di queste lotte che, per essere vinte, devono essere condotte insieme. Oggi molto più di ieri. Non si deve perdere l’occasione. Il tunnel sotto il Moncenisio e le altre devastazioni della Valle potranno diventare solo un (brutto) ricordo, ma perché ciò accada è necessario che un grande movimento popolare imponga una svolta politica generale. Anche di questo occorre essere consapevoli e tessere conseguenti alleanze. C’è, infine, una terza riflessione, che muove da un paradosso: alla crescente debolezza del progetto della Torino-Lione si accompagna una fase di visibile difficoltà del movimento no Tav, fiaccato da una repressione ventennale cieca e senza esclusione di colpi, alle prese con un fisiologico ricambio generazionale, in attesa di una nuova leadership (collegiale e composita ma necessaria), alla ricerca di una strategia all’altezza della nuova situazione. In questo contesto una parte del movimento – poco importa se autoctona o con il concorso di apporti esterni – tende a individuare come strumento per una visibilità altrimenti negata e base per un progetto politico alternativo e antagonista l’azione esemplare (a cominciare dall’assalto al cantiere), lo scontro fisico con le forze dell’ordine, la contrapposizione violenta. È una scelta poco lungimirante. Non per le ragioni che occupano la politica istituzionale e le prime pagine dei giornali (ché chi è complice, anche materiale, dell’uccisione sistematica e quotidiana di bambini, donne, vecchi inermi, non ha alcun titolo né morale né politico per impartire lezioni di sorta), ma per un’esigenza interna ai movimenti e per riuscire nel raggiungimento dell’obiettivo. La violenza è presente da sempre, in maggiore o minor misura, nelle piazze e, se esercitata sulle cose, è ben diversa dall’aggressione deliberata alle persone; di più, spesso essa – per usare parole di Sergio Bologna – «è una testimonianza, un urlo di rabbia e di dolore, spoglia di visione strategica, sia pure di brevissimo termine» e, per questo, difficilmente esorcizzabile. Ma non può essere il cuore (e neppure parte importante) di un progetto politico. Per una pluralità di ragioni: perché l’avversario è, sul piano militare, molto più forte e sempre pronto a costruirsi alibi per irrigidimenti repressivi e svolte autoritarie; perché i mezzi non possono essere disgiunti dai fini (ché le lezioni della storia hanno dimostrato che i nuovi assetti politici risentono del surplus di violenza che li ha generati e sono a immagine e somiglianza del modo in cui sono stati edificati) e bisogna evitare il rischio di diventare simili, in disumanità, a chi si vuole contrastare; per il rapporto che intercorre tra l’esercizio della violenza e gli obiettivi perseguiti. Se l’obiettivo è evitare che la linea Torino-Lione diventi realtà (e che ciò sia il volano per altre lotte politiche parallele) non basta occupare comunque le prime pagine dei giornali e non serve illudersi di essere l’avanguardia di un mondo che non c’è. Occorre – come si è detto – costruire uno schieramento ampio, composito, determinato, originale e creativo nelle forme di lotta, capace di aggregazione. E occorre, per questo, evitare (o, almeno, ridurre) atteggiamenti e comportamenti che dividono, allontanano, creano fratture e incomprensioni. Bisogna, in altri termini, porre mano a una nuova stagione, coerente con il passato e, insieme, capace di leggere e interpretare il futuro. Non è facile ma è ineludibile. LIVIO PEPINO, GIÀ MAGISTRATO E PRESIDENTE DI MAGISTRATURA DEMOCRATICA, È ATTUALMENTE PRESIDENTE DI VOLERE LA LUNA E DEL CONTROSSERVATORIO VALSUSA ARTICOLO CORRELATO > Quelli che seminano vento… Redazione Italia
August 13, 2026
Pressenza
Polizia senza legittimazione e crescita della devianza
L’anno in corso passerà alla storia per l’acutizzarsi delle criticità del rapporto tra polizia e cittadini. Dal caso di Rogoredo, col tentativo di manipolare le prove, alla morte di Abderrahim Fakir a Bologna in seguito all’intervento delle forze dell’ordine, le cronache si riempiono di episodi tragici, che mettono in dubbio la credibilità delle forze dell’ordine sotto il profilo della tutela della legislazione e degli istituti dello Stato di diritto. Altri episodi, come l’uso dei lacrimogeni ad altezza uomo, che a Bologna, il 2 ottobre 2025, ha comportato la perdita dell’uso di un occhio per un’attivista pro Pal, mentre a febbraio, al Pilastro, nel corso delle manifestazioni “Mubasta”, solo per caso la tragedia è stata evitata, hanno portato a interrogarsi sull’operato delle forze dell’ordine_  Da molte parti si insiste sulla necessità di istituire protocolli e formazione adeguata per evitare queste degenerazioni. Dall’altro lato, i disordini avvenuti nei giorni scorsi a Bologna in occasione della manifestazione per Fakir, e in Val di Susa durante gli scontri tra No Tav e polizia, fanno affermare, al Governo e ai fautori di legge e ordine, che siamo di fronte a una nuova ondata di radicalizzazione violenta. Una tendenza che si accompagna all’aumento quantitativo e qualitativo di minacce all’ordine pubblico, proveniente sia dai movimenti che da migranti, rom e “maranza”, e renderebbe necessario un ulteriore giro di vite in senso repressivo. Alla luce delle tendenze in atto, si rende necessario compiere uno sforzo di lucidità, per analizzare le dinamiche della conflittualità e del divario sempre più ampio tra pubblico e forze dell’ordine nella sua complessità. All’interno della cornice neo-liberista, fondata sulla logica binaria tra inclusione ed esclusione, che mira al contenimento delle forze individuali e sociali che eccedono il discorso della competizione, la polizia, come principale interfaccia tra lo Stato e la società, svolge un ruolo fondamentale. Che, dall’altro lato, non può non tenere conto delle limitazioni vigenti a partire dalla Costituzione e dagli organi dello Stato di diritto. Una contraddizione acuta, che può essere meglio compresa facendo leva su tre strumenti concettuali. Il primo è quello dell’amplificazione della devianza, sviluppato da Stanley Cohen (1971). Il secondo aspetto, è quello della cultura della polizia, così come articolato da Robert Reiner (1985). Questi due ambiti, si tengono insieme attraverso la crisi di legittimità di cui parlava, nel 1977, Jurgen Habermas. Attraverso queste tre categorie concettuali, possiamo capire meglio la crisi del rapporto tra pubblico e polizia, e provare a delineare delle vie d’uscita. Partendo dal primo aspetto, Cohen proponeva una lettura transazionale del rapporto tra forze dell’ordine, come parte degli apparati di potere, e gruppi sociali marginali. Da una parte, l’etichettamento, la stigmatizzazione, la repressione di specifici individui gruppi sociali, comporta la loro marginalizzazione rispetto alla società ufficiale. Dall’altra parte, chi è oggetto di questo tipo di approccio, non subisce passivamente, ma agisce in modo conseguente. Sia alimentando e giustificando il proprio risentimento verso le forze dell’ordine e gli apparati statali, sia esprimendolo attraverso la messa in atto di comportamenti oppositivi, che, talvolta, possono sfociare in palesi violazioni della legge o in atteggiamenti minacciosi. Di solito, notava Cohen, basta un evento critico, alimentato dal panico morale e dai pregiudizi, per scatenare una repressione insensata e giustificare provvedimenti più drastici, che risultano in un’ulteriore marginalizzazione. Il sociologo-anglo sudafricano elaborò questo schema nel 1971, per analizzare la repressione di Mods and Rockers da parte della polizia inglese negli anni sessanta. Eppure sembra perfettamente aderente al contesto italiano odierno. Alle proteste politiche, al diffuso malessere sociale, alle rivendicazioni emancipative mosse dai migranti, si risponde coi decreti sicurezza, con la militarizzazione del territorio, con le zone rosse, con le tenute anti-sommossa. A cui si sommano gli episodi tragici sopraccitati. Da un contesto del genere, che altresì rifiuta a bella posta ogni possibilità di negoziazione e mediazione, ci sono forti probabilità che scaturiscano derive distruttive. All’interno della cornice della stigmatizzazione, accentuata dal neoliberismo contemporaneo, si pone però l’elemento soggettivo della cultura della polizia, ovvero del modo in cui le forze dell’ordine danno senso al loro operato. Reiner parlava di machismo, isolamento, cinismo, mission, conservatorismo politico nell’individuazione delle categorie che strutturavano le pratiche di polizia. In Italia esiste una variabile ulteriormente qualificante. Nel nostro paese ha preso piede, sin dall’Unità, il modello continentale di polizia. Ovvero l’idea, sviluppata da Napoleone III in Francia e da Bismarck in Germania, che le forze dell’ordine siano investite, in quanto articolazione dello Stato, di compiti di natura etica, orientati a scremare i comportamenti ammissibili da quelli deprecabili in un’ottica di educazione dei cittadini al rispetto delle regole, ispirato da una concezione che guarda con diffidenza le aggregazioni e la circolazione spontanea. È proprio questa concezione a ispirare l’esecutivo attuale, quando la premier proclama che criticare i poliziotti è pericoloso. Soprattutto, è una prospettiva che, tra le nostre forze di polizia, attinge a un humus storico di lunga durata. Che si snoda dai primi anni di vita dello Stato-Nazione attraverso il fascismo, il dopoguerra, Genova e arriva ai giorni nostri. Le lotte per la smilitarizzazione della polizia, l’apertura verso la società degli anni Settanta, avevano posto, in qualche modo, un argine a questa caratteristica. Ma, esauritesi le spinte innovatrici che le avevano generate e favorite, si è tornati al vecchio modello. È difficile parlare di formazione dei poliziotti; la legge contro la tortura, nel 2017, è stata approvata a fatica; non sé potuta insediare una commissione di inchiesta sui fatti di Genova del luglio 2001, anche per la forte resistenza interna alle forze dell’ordine. Che si è saldata sia con le forze politiche che fanno di legge ed ordine la loro cifra, sia con chi, dall’altro lato dello spettro politico, declina l’idea della legalità in senso repressivo. La concezione etica dell’operato delle forze di polizia continua a predominare sia all’interno che all’esterno, pregiudicando ogni possibilità verso una riflessione che produca modelli alternativi di governo dell’ordine pubblico. Ogni discorso innovativo, riformatore, riesce difficile nel contesto socio-politico attuale. La sfera politica non riesce più, o non vuole più, intercettare, filtrare e canalizzare le domande provenienti dal basso. I tagli alla spesa pubblica, speculari all’individualismo e alla privatizzazione neoliberale, non lo consentono. Anche in conseguenza della pressione esercitata da attori esterni, privi di consenso politico. La povertà, il malessere, il disagio sociale, si diffondono, comportando una crescente alienazione della fiducia dei cittadini nelle istituzioni politiche. L’inquietudine si declina in due modi: uno è quello di produrre e attuare discorsi e pratiche oppositive che oggi, a differenza di quanto avveniva fino a pochi anni fa, non sono più filtrare da elaborazioni collettive. Ne consegue una rabbia sociale tanto immediata quanto, a volte, politicamente immatura, dannosa a lungo termine. Che finisce, in parte, per alimentare l’altra forma di inquietudine, ovvero il securitarismo, laddove il diritto alla sicurezza diventa un surrogato della sicurezza dei diritti. Per uno Stato sempre più delegittimato, svuotato delle sue prerogative, il ricorso a politiche repressive muscolari rappresenta l’unica forma rimasta per costruire e riprodurre consenso. Da qui la fortuna della destra in Europa e negli Usa. Che però si concreta nella creazione di un cortocircuito tra rabbia sociale e repressione che deborda nella restrizione delle libertà civili e politiche, oltre che nel rifiuto di progettare e attuare politiche sociali diverse. Viviamo in tempi grevi, avrebbe detto Leonardo Sciascia. Per questo è necessario non perdere la calma e ripartire dalle certezze che abbiamo. Poche ma buone e solide. Come la nostra Costituzione e l’accento che pone sui diritti. *PROFESSORE ASSOCIATO IN SOCIOLOGIA DELLA DEVIANZA PRESSO L’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI FIRENZE Redazione Italia
August 7, 2026
Pressenza