
Jebri. Perché l’esclusione raramente si ferma a un confine
Progetto Melting Pot Europa - Wednesday, August 12, 2026
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.
Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.
Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità.
Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale
Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026
Roberta Derosas
12 Febbraio 2026
Jebri trasforma la differenza in distanza. Indica chi viene percepito come rozzo, poco raffinato, fuori posto rispetto alle regole non scritte della città e del prestigio sociale. Non descrive soltanto una persona: la colloca più in basso in una scala invisibile di valore e riconoscimento.
Jebri ricorda che lo stigma viaggia e chi ne è bersaglio può a sua volta usarlo contro qualcuno ritenuto ancora più marginale. Così, l’etichetta passa di mano in mano, scendendo lungo la gerarchia sociale fino a raggiungere i più vulnerabili.
La parola rivela che l’esclusione raramente si ferma a un confine. Si riproduce, si adatta, cerca sempre un altro corpo su cui posarsi. Dietro jebri si esprime un bisogno umano: quello di sentirsi più vicini al centro allontanando verso il margine un altro essere umano.
Jebri
a cura di Nadia Chaouch, Università di Genova
Il termine jebri si riferisce generalmente a qualcuno considerato incivile, che si comporta in modo percepito come arretrato o inappropriato dal punto di vista sociale e collettivo.
Può riflettere l’aspetto, l’abbigliamento, l’accento o persino le maniere a tavola e nel vestire di una persona. Pertanto essere etichettati come jebri implica essere considerato irrispettoso, socialmente inadatto o privo di raffinatezza.
In Tunisia questa etichetta è spesso attribuita alle persone provenienti dalle zone rurali o dai quartieri popolari, il cui comportamento è giudicato diverso dalle norme sociali dello spazio urbano. Ad esempio, coloro che pronunciano la lettera qaf come gaf (un accento rurale) possono essere chiamati jboura (plurale di jebri).
Ciò che colpisce, tuttavia, è che anche coloro che sono stigmatizzati da questa etichetta possono usarla contro altri quando la gerarchia sociale cambia, prendendo di mira in genere persone più povere o considerate meno colte, come gli africani subsahariani bloccati negli uliveti di El Amra e Jbiniana (si veda Zitounes).
In diverse località abbiamo trovato graffiti che dice vano: «I nostri quartieri sono in esilio (ghorba) e gli jboura sono nei nostri quartieri».
Abbiamo documentato graffiti di questo tipo a Jbiniana, una località semirurale, i cui stessi abitanti sono spesso etichettati come jboura dalla popolazione più urbana di Sfax.
Tuttavia i graffiti dimostrano che gli abitanti di Jebiniana hanno interiorizzato questo stigma e lo hanno reindirizzato verso i migranti subsahariani: i nostri figli sono emigrati in Italia e gli africani, che noi consideriamo jboura, hanno preso il loro posto. Abbiamo riscontrato lo stesso murales anche nel governatorato di Mahdia, a dimostrazione della diffusione di questo discorso stigmatizzante.
Al contrario il termine wasif è più comunemente usato per riferirsi tanto ai migranti sub sahariani quanto ai discendenti di schiavi tunisini, e denota principalmente una persona per il suo colore della pelle. Il termine deriva dalla parola araba che significa «servo» o «domestico».
Nonostante le connotazioni razziste, molte delle persone che ho incontrato si riferivano comunemente alle persone con la pelle scura come wousfan (plurale di wasif).
Alcuni, anche all’interno degli ambienti accademici, sminuiscono le connotazioni razziste sostenendo che si tratti semplicemente di un termine descrittivo del colore della pelle.
Questa prospettiva fa eco all’argomentazione per cui la normalizzazione del razzismo è profondamente radicata in Tunisia, anche tra le persone di alto status sociale, affondando le proprie radici nella storia della schiavitù. Sebbene la Tunisia abbia compiuto progressi significativi sul piano giuridico nell’abolizione legale della schiavitù, permangono alcuni residui sociali e culturali nei confronti delle persone di pelle nera.
Queste sono spesso percepite in posizioni subordinate o servili ereditate dal loro passato di schiavi. Alcune di queste percezioni sono legate al colore della pelle mentre altre sono legate alla posizione socio-economica che le persone di colore occupavano un tempo e, in una certa misura, continuano a occupare.
Sebbene il termine ’abid («schiavo») sia in gran parte scomparso dal linguaggio quotidiano, essendo proibito e considerato generalmente inaccettabile – tranne che tra un numero molto ristretto di individui inconsapevoli o ignoranti -, tali retaggi permangono.
Essi perpetuano un senso di sottomissione e rafforzano una gerarchia sociale in cui gli africani subsahariani sono percepiti JEBRI, come inferiori, giustificando così il loro sfruttamento sia storicamente che nel presente.
Esempi dal campo
L’espressione jboura è spesso utilizzata nei commenti ai video e alle notizie sui social media, per esempio quando una donna sub sahariana dà alla luce un bambino in un ospedale tunisino. Molti tunisini usano la parola jboura perché, nella loro visione, queste donne fanno troppi figli in viaggio e non considerano le conseguenze per la loro crescita.
Intervista con una donna tunisina a Sfax
Wasif è usato solo per descrivere il colore, proprio come diciamo abyad per le persone bianche, diciamo wasif per una persona nera, e non ha nulla a che vedere con il razzismo.
Intervista con uomo tunisino a Jbiniana