Disparu
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel
Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca
collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore
plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.
Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di
confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi,
lingue e relazioni.
Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese,
il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di
resistere alla narrazione dominante sulla mobilità.
Notizie
CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE
Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio
2026
Roberta Derosas
12 Febbraio 2026
MAFQOUD
Lasciamo presentare la parola ai Corrispondenti del Giornale delle Rotte:
Il mare non restituisce i nomi. A volte, restituisce i corpi quando il sale ha
già finito il suo lavoro.
Una madre tiene una foto. Aspetta di essere autorizzata a piangere.
Ha pagato dodicimila euro per riportare a casa i suoi figli. Si è indebitata per
seppellirli.
Senza corpo non c’è lutto, dicono. Senza corpo la morte non è certa.
Disparu è intrappolato in un tempo che non passa: per chi è andato e per chi è
rimasto ad aspettare.
DISPARU
Parola a cura di Jacopo Anderlini e Vincenza Pellegrino dell’Università di Parma
I termini disparu in francese, e mafqud, in arabo, indicano le persone scomparse
durante le traversate del Mediterraneo o nei tentativi di «bruciare» le
frontiere, il cui numero si conta oggi in numerose decine di migliaia. Se
l’Organizzazione internazionale per le migrazioni parla di oltre trentamila
morti nel Mediterraneo negli ultimi dieci anni, il numero è certo ben maggiore
poiché moltissime persone scomparse non vengono denunciate né registrate.
Per rendere l’idea, nel mese di agosto 2023, in uno dei nostri periodi di
ricerca sul campo, nell’obitorio della provincia di Zarzis, nel sud della
Tunisia, un conricercatore tunisino che si occupa di documentare i disparu ha
ottenuto un registro dove si parlava di novecento corpi restituiti dal mare e
recuperati sulle spiagge del litorale tunisino meridionale nella sola stagione
estiva.
Disparu non rimanda semplicemente all’assenza di una persona – morta o scomparsa
senza lasciare tracce – rinvia piuttosto a una condizione liminale di scomparsa
che sfida le categorie di vita e morte, producendo una sofferenza che è al tempo
stesso individuale, familiare e sociale.
La scomparsa non è un evento puntuale ma un processo prolungato nel tempo che
coinvolge non solo chi parte senza mai arrivare ma anche le loro intere reti
familiari e sociali. Le madri, i padri, i fratelli e le sorelle di chi è
scomparso si trovano intrappolati in una dimensione temporale alterata, dove
l’attesa diventa essa stessa una forma di violenza.
La categoria di disparu mette a nudo non solo quanto la traversata sia mortifera
ma anche il fallimento del sistema europeo di identificazione e registrazione
delle vittime del confine. Molti corpi vengono restituiti dal mare settimane o
mesi dopo Nel raccontarci la sua storia di mancanza e perdita legata ai figli
morti la morte, quando sole, sale e decomposizione li hanno resi
irriconoscibili. Altri non riemergono mai, lasciando le famiglie in una
condizione di incertezza senza fine: senza corpo non c’è lutto possibile.
In questo vuoto istituzionale alcune famiglie dei disparu si sono organizzate e
hanno creato gruppi di solidarietà – come Mem.Med – Memoria mediterranea o la
Terre pour tous – che lavorano con reti transnazionali come Commemor’action,
nata nel 2014 dopo la strage del Tarajal a Ceuta dove decine di persone sono
morte o scomparse nel tentativo di raggiungere l’enclave spagnola in Marocco.
Queste reti attraversano e sfidano le burocrazie dei confini nazionali, si
scambiano informazioni, portano avanti battaglie legali per ottenere
identificazioni, rivendicando così il diritto alla verità. Inoltre prendono
parola pubblicamente e costruiscono strumenti di documentazione dal basso,
archivi dove le storie dei singoli scomparsi vengono raccontate, i loro nomi
registrati e le loro vicende sottratte all’oblio istituzionale, trasformando il
dolore privato in azione politica collettiva.
La condizione di disparu, infine, rende visibile la violenza del sistema dei
visti e del regime confinario, che separa arbitrariamente chi ha diritto alla
mobilità e chi no. Per le famiglie la battaglia per ritrovare i propri cari
diventa anche una lotta contro l’ingiustizia di un mondo dove persino nella
morte si applicano forme di discriminazione economica e razziale.
ESEMPI DAL CAMPO
Nell’attraversamento del Mediterraneo e per lungo tempo risultati scomparsi,
Amira descrive quello che per lei è stato il periodo più buio, caratterizzato da
una battaglia contro un sistema che nega l’importanza del rapporto con i corpi
dei propri cari per elaborare il lutto. Le madri di chi è scomparso sono sospese
in uno stato in cui non sono né in vita né morti, e devono scontrarsi con il
rifiuto dell’autorità di umanizzare la relazione familiare e di facilitare
l’identificazione dei defunti. È questa mancanza, secondo Amira, che condanna le
persone a una dimensione di sofferenza insopportabile, privandole della
possibilità di fare i conti con la perdita, di immaginare gli ultimi momenti dei
loro cari e, in definitiva, di trovare un senso di chiusura.
Estratto dai diari di campo, ottobre 2023
Davanti all’ambasciata italiana a Tunisi una donna anziana tiene un cartello con
scritte in arabo la data di scomparsa del figlio e la domanda: «Dove è scomparso
mio figlio?». Accanto ai manichini di ferro senza testa che rappresentano i
giovani dispersi, le madri siedono per terra sotto un telo, ognuna con la foto
del proprio figlio scomparso. Uno striscione recita: «Questi sono i morti
dispersi nel mare, vittime della Fortress Europe».
Estratto dai diari di campo, ottobre 2023
Nella casa di Souad alcune cose appaiono bloccate, ferme nel tempo. La camera
dei due figli, scomparsi nel Mediterraneo l’uno a distanza di un anno
dall’altro, le loro fotografie, le loro vite. Souad ci racconta di come
paradossalmente il suo dolore ha cominciato a evolvere (esplodere, rendersi
visibile, rendersi curabile) solo con il ritrovamento dei loro corpi in due
spiagge della sponda nord della Sicilia. «Per riavere i loro corpi dallo stato
italiano ho pagato circa dodicimila euro, abbiamo fatto una enorme colletta. Mi
sono indebitata per riaverli».
Estratto dai diari di campo, ottobre 2023