Solido, Solidale
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel
Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu.
È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo
centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.
Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e
lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma
pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.
Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese,
il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di
resistere alla narrazione dominante sulla mobilità.
Notizie/Arti e cultura
CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE
Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio
2026
Roberta Derosas
12 Febbraio 2026
Quando l’attesa diventa una forma di resistenza, gli aventurier si definiscono
soldati: pronti, ai margini del confine, per prepararsi a superarlo. il
linguaggio della guerra sostituisce qui quello del semplice viaggio: ci sono
caporali, guide, comandanti. Ma il nemico non è un esercito. È il confine
stesso.
Essere soldat significa imparare la disciplina dell’attesa, condividere ciò che
si possiede, affidarsi al gruppo. Significa resistere alla paura, alla fame,
alle incursioni della polizia e all’incertezza dei giorni. Il soldato è parte di
una collettività che cerca di aprirsi un varco, non per conquistare un
territorio, ma per raggiungere un luogo dove poter continuare il proprio
cammino.
SOLDAT
a cura di Vincenza Pellegrino e Hamid Ben Moussa
La parola soldat è utilizzata negli accampamenti all’interno dei quali ci si
nasconde e ci si prepara alla boza (si veda Zitounes N.d.R. ancora da
pubblicare), con particolare riferimento alle foreste circostanti le aree urbane
di Ceuta e Melilla dove sono collocate le frontiere ispano-marocchine, ma poi
utilizzato per altri accampamenti, anche in Tunisia.
È una parola che nasce per indicare il grado più semplice con cui partecipare
alla armata della boza, vale a dire all’organizzazione che consente di tentare
l’attraversamento della barriera metallica che circonda Ceuta e Melilla, oltre
la quale finalmente si potrà chiedere la protezione internazionale.
Il termine, quindi, indica al tempo stesso l’uomo comune (in questo contesto è
più rara la presenza delle donne poiché gli assalti alla valla comportano grandi
resse e forza fisica), che non ha grado, e la necessaria affiliazione al gruppo,
con le sue gerarchie e le sue differenziazioni interne.
Da un lato quindi il termine rimanda alla configurazione materiale del confine
(se devi superare una barriera e dall’altra parte hai dei militari che puntano
fucili, ti rappresenti come un soldato avversario). Dall’altro lato identifica
un atteggiamento: hai una missione, devi restare focalizzato, devi essere forte
e combattere la paura.
Si tratta nei fatti di rappresentare la piramide sociale creatasi nell’attesa,
per difendersi e opporsi alle polizie marocchina e spagnola, la cui presenza
incombente è mirata a ostacolare l’attraversamento delle barriere proprio per
impedire le richieste di protezione internazionale, e le cui incursioni violente
generano la specifica dinamica organizzativa in cui vive il soldat per riuscire
nella sua impresa.
Si tratta quindi di una parola che aiuta a rappresentare l’organizzazione, che
si percepisce come per fare da traduzione e cassa di trasmissione delle
informazioni «insieme di resistenti» e che detta regole simili a quelle di molte
forze di guerriglia resistente non orientate all’offesa quanto piuttosto al
nascondimento e alla logistica necessaria al movimento senza essere intercettate
(lo scopo è appunto riuscire a superare le barriere metalliche che funzionano da
confine).
Nella descrizione dei testimoni la parola soldat sta quindi alla base di una
precisa piramide gerarchica dentro i grandi assembramenti che negli ultimi anni
sono arrivati a contare diverse decine di migliaia di migranti.
«Soldat siamo tutti noi migranti», dice Hamid parlandone, «perché si vive come
una armata che resiste ‘contro’: la legge mi attacca, la polizia mi attacca, è
come in una guerra dove tutto il mondo è nemico e tu resisti con i tuoi compagni
di brutta avventura».
Coloro che spiegano le regole fondamentali ai soldat neoarrivati sono chiamati
caporali, persone che raggruppano sotto di sé insiemi variegati di nazionalità e
lingue madri e utilizzano le lingue coloniali (francese o inglese), e spiegano
loro le regole del gioco.
Perché, se tutti hanno diritto di entrare nelle forêts per tentare
l’attraversamento del confine e la boza, esistono tuttavia regole precise per
restare. Una delle regole più importanti è quella che riguarda la messa in
comune dei propri averi: i soldi in moneta, i soldi sui conti bancari che si
controllano a distanza attraverso il cellulare (quando si hanno), le carte sim,
il poco cibo, i piccoli libri di preghiera. Tutto.
Tranne le cose di pochissimo valore, quali vestiti logori, scampoli di stoffa,
fotografie e oggetti intagliati autonomamente nel legno. Un altro ruolo
importante nell’organizzazione a cui partecipa il soldat è il tiemo: sono i
rappresentanti dei diversi gruppi linguistici che collaborano con i caporali per
capire cosa succeda nei diversi sottogruppi, per parlare con le specifiche
persone, per fare da traduzione e cassa di trasmissione delle informazioni date
dai vertici dell’organizzazione verso le basi.
I caporali e i tiemo si relazionano con gli officiers che a loro volta
rispondono a un comandant, una sorta di equivalente terrestre del capitain per
la boza marittima, colui che con le guides (che sono da lungo tempo in foresta e
conoscono benissimo i luoghi e le dinamiche degli assalti delle polizie) prepara
la boza, decide quando, quanti, come potranno tentare di attraversare questo
confine.
Sono molti i racconti sulle difficoltà di vivere in questa armata poiché,
sebbene le regole ci siano e siano chiare, le prepotenze, i ricatti, i furti
sono all’ordine del giorno in un contesto dove le privazioni sono tante.
Qui, ancora più che negli zitounes o in altri luoghi della coabitazione
resistente, la vita è «fuori dal mondo» e l’arbitrio di chi governa il campo è
grande. Come abbiamo già sottolineato, maggiore è la violenza con cui le persone
migranti sono respinte e impedite alla richiesta di protezione, maggiore è la
durata della loro disperazione, maggiore sarà la difficoltà con cui essi
organizzano la propria resistenza.
Infine, anche in questo contesto si creano specifici assesta menti di classe
sociale: «i soldat con qualche soldo alle spalle» (una famiglia, una carta sim e
la possibilità di attingere a un conto) favoriscono la propria collocazione ma
si rendono anche molto ricattabili, attenzionati; i soldat con competenze utili
sono maggiormente favoriti dall’organizzazione: parlare molte lingue resta
elemento importante, ma qui contano competenze diverse rispetto agli
attraversamenti marittimi (contano meno le conoscenze dei motori, ad esempio, e
di più le abilità fisiche, e così via).
ESEMPI DAL CAMPO
La boza è gratuita, tutti hanno diritto di inserirsi nell’armata e tentare la
boza. Ma devi mettere tutto in comune: i soldi, gli oggetti, il cibo. Tutto. Ho
visto molte perquisizioni. Anche il Corano si metteva in comune. I vestiti erano
sempre pochi e logori, quelli non contano. Se il soldat nasconde per sé delle
cose il fakop è grande.
Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia,
ora in Italia
Appena sono entrato a Melilla ho sentito parlare un caporale in hausa e ho
risposto in hausa. Mi ha preso da parte, mi ha chiesto se ero solo, mi ha detto
che ero sotto la sua protezione. La mia perquisizione è stata molto più leggera,
praticamente non l’ho fatta. Sono stato a guardare le cose che facevano agli
altri frugando nelle cachette.
Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia,
ora in Italia
Nella foresta siamo soldati semplicemente perché abbiamo tutti contro, e quando
hai tutti contro se non fai un’armata muori. È un’armata di resistenza. Ma poi
devi resistere anche all’armata.
Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia,
ora in Italia