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Solido, Solidale
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Quando l’attesa diventa una forma di resistenza, gli aventurier si definiscono soldati:  pronti, ai margini del confine, per prepararsi a superarlo. il linguaggio della guerra sostituisce qui quello del semplice viaggio: ci sono caporali, guide, comandanti. Ma il nemico non è un esercito. È il confine stesso. Essere soldat significa imparare la disciplina dell’attesa, condividere ciò che si possiede, affidarsi al gruppo. Significa resistere alla paura, alla fame, alle incursioni della polizia e all’incertezza dei giorni. Il soldato è parte di una collettività che cerca di aprirsi un varco, non per conquistare un territorio, ma per raggiungere un luogo dove poter continuare il proprio cammino. SOLDAT a cura di Vincenza Pellegrino e Hamid Ben Moussa La parola soldat è utilizzata negli accampamenti all’interno dei quali ci si nasconde e ci si prepara alla boza (si veda Zitounes N.d.R. ancora da pubblicare), con particolare riferimento alle foreste circostanti le aree urbane di Ceuta e Melilla dove sono collocate le frontiere ispano-marocchine, ma poi utilizzato per altri accampamenti, anche in Tunisia. È una parola che nasce per indicare il grado più semplice con cui partecipare alla armata della boza, vale a dire all’organizzazione che consente di tentare l’attraversamento della barriera metallica che circonda Ceuta e Melilla, oltre la quale finalmente si potrà chiedere la protezione internazionale. Il termine, quindi, indica al tempo stesso l’uomo comune (in questo contesto è più rara la presenza delle donne poiché gli assalti alla valla comportano grandi resse e forza fisica), che non ha grado, e la necessaria affiliazione al gruppo, con le sue gerarchie e le sue differenziazioni interne. Da un lato quindi il termine rimanda alla configurazione materiale del confine (se devi superare una barriera e dall’altra parte hai dei militari che puntano fucili, ti rappresenti come un soldato avversario). Dall’altro lato identifica un atteggiamento: hai una missione, devi restare focalizzato, devi essere forte e combattere la paura. Si tratta nei fatti di rappresentare la piramide sociale creatasi nell’attesa, per difendersi e opporsi alle polizie marocchina e spagnola, la cui presenza incombente è mirata a ostacolare l’attraversamento delle barriere proprio per impedire le richieste di protezione internazionale, e le cui incursioni violente generano la specifica dinamica organizzativa in cui vive il soldat per riuscire nella sua impresa. Si tratta quindi di una parola che aiuta a rappresentare l’organizzazione, che si percepisce come per fare da traduzione e cassa di trasmissione delle informazioni «insieme di resistenti» e che detta regole simili a quelle di molte forze di guerriglia resistente non orientate all’offesa quanto piuttosto al nascondimento e alla logistica necessaria al movimento senza essere intercettate (lo scopo è appunto riuscire a superare le barriere metalliche che funzionano da confine). Nella descrizione dei testimoni la parola soldat sta quindi alla base di una precisa piramide gerarchica dentro i grandi assembramenti che negli ultimi anni sono arrivati a contare diverse decine di migliaia di migranti. «Soldat siamo tutti noi migranti», dice Hamid parlandone, «perché si vive come una armata che resiste ‘contro’: la legge mi attacca, la polizia mi attacca, è come in una guerra dove tutto il mondo è nemico e tu resisti con i tuoi compagni di brutta avventura». Coloro che spiegano le regole fondamentali ai soldat neoarrivati sono chiamati caporali, persone che raggruppano sotto di sé insiemi variegati di nazionalità e lingue madri e utilizzano le lingue coloniali (francese o inglese), e spiegano loro le regole del gioco. Perché, se tutti hanno diritto di entrare nelle forêts per tentare l’attraversamento del confine e la boza, esistono tuttavia regole precise per restare. Una delle regole più importanti è quella che riguarda la messa in comune dei propri averi: i soldi in moneta, i soldi sui conti bancari che si controllano a distanza attraverso il cellulare (quando si hanno), le carte sim, il poco cibo, i piccoli libri di preghiera. Tutto. Tranne le cose di pochissimo valore, quali vestiti logori, scampoli di stoffa, fotografie e oggetti intagliati autonomamente nel legno. Un altro ruolo importante nell’organizzazione a cui partecipa il soldat è il tiemo: sono i rappresentanti dei diversi gruppi linguistici che collaborano con i caporali per capire cosa succeda nei diversi sottogruppi, per parlare con le specifiche persone, per fare da traduzione e cassa di trasmissione delle informazioni date dai vertici dell’organizzazione verso le basi. I caporali e i tiemo si relazionano con gli officiers che a loro volta rispondono a un comandant, una sorta di equivalente terrestre del capitain per la boza marittima, colui che con le guides (che sono da lungo tempo in foresta e conoscono benissimo i luoghi e le dinamiche degli assalti delle polizie) prepara la boza, decide quando, quanti, come potranno tentare di attraversare questo confine. Sono molti i racconti sulle difficoltà di vivere in questa armata poiché, sebbene le regole ci siano e siano chiare, le prepotenze, i ricatti, i furti sono all’ordine del giorno in un contesto dove le privazioni sono tante. Qui, ancora più che negli zitounes o in altri luoghi della coabitazione resistente, la vita è «fuori dal mondo» e l’arbitrio di chi governa il campo è grande. Come abbiamo già sottolineato, maggiore è la violenza con cui le persone migranti sono respinte e impedite alla richiesta di protezione, maggiore è la durata della loro disperazione, maggiore sarà la difficoltà con cui essi organizzano la propria resistenza. Infine, anche in questo contesto si creano specifici assesta menti di classe sociale: «i soldat con qualche soldo alle spalle» (una famiglia, una carta sim e la possibilità di attingere a un conto) favoriscono la propria collocazione ma si rendono anche molto ricattabili, attenzionati; i soldat con competenze utili sono maggiormente favoriti dall’organizzazione: parlare molte lingue resta elemento importante, ma qui contano competenze diverse rispetto agli attraversamenti marittimi (contano meno le conoscenze dei motori, ad esempio, e di più le abilità fisiche, e così via). ESEMPI DAL CAMPO La boza è gratuita, tutti hanno diritto di inserirsi nell’armata e tentare la boza. Ma devi mettere tutto in comune: i soldi, gli oggetti, il cibo. Tutto. Ho visto molte perquisizioni. Anche il Corano si metteva in comune. I vestiti erano sempre pochi e logori, quelli non contano. Se il soldat nasconde per sé delle cose il fakop è grande. Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia Appena sono entrato a Melilla ho sentito parlare un caporale in hausa e ho risposto in hausa. Mi ha preso da parte, mi ha chiesto se ero solo, mi ha detto che ero sotto la sua protezione. La mia perquisizione è stata molto più leggera, praticamente non l’ho fatta. Sono stato a guardare le cose che facevano agli altri frugando nelle cachette. Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia Nella foresta siamo soldati semplicemente perché abbiamo tutti contro, e quando hai tutti contro se non fai un’armata muori. È un’armata di resistenza. Ma poi devi resistere anche all’armata. Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia
La barca del nemico
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Per gli harraga è il nome dato alle motovedette della Guardia nazionale tunisina, incaricate di intercettare chi tenta di attraversare il mare. Se la skadra appare all’orizzonte, il viaggio rischia di finire prima di cominciare. Mentre flouqa rappresenta la possibilità della partenza,  skadra è il contrario: il ritorno forzato. Per chi attraversa il Mediterraneo, non è soltanto un mezzo navale: è la forma concreta della frontiera nel mare, delle politiche di controllo che generano inseguimento e cattura. Per questo la parola porta con sé paura e frustrazione. Oltre che descrivere una nave, indica il momento in cui un orizzonte aperto si chiude e segna la fine della speranza. Un’apparizione che ricorda come, al contempo, il mare sia strada e barriera nel Mediterraneo occidentale. SKADRA a cura di Filippo Torre, Università di Genova La motovedetta militare tunisina è chiamata colloquialmente, dagli harraga, skadra, un termine di evidente derivazione italiana e francese. Skadra è la nave o il gommone della Garde Nationale che pattuglia le coste in subappalto dell’Italia e dell’Unione Europea, la guardia costiera che fa il lavoro sporco intercettando e riportando indietro i migranti prima che arrivino ed entrino nella zona del non-respingimento (si veda Eau-bleue). In questo senso se flouqa è il mezzo necessario per attraversare il confine senza documenti e fabbricare una via di fuga (si veda Flouqa), skadra è la barca nemica, quella che interrompe il sogno di inseguire una vita dignitosa, trasformando il percorso migratorio in un momento di umiliazione, di ferite fisiche e psicologiche e, in tantissimi casi, di morte in mare. Il sostegno europeo alla Tunisia per controllare le coste europee, con il finanziamento e la fornitura di attrezzature nautiche e mezzi militari, risale al periodo del presidente Ben Ali, ma si è intensificato negli ultimi anni, in concomitanza con l’aumento dell’utilizzo della rotta marittima tunisina, che nel 2023 ha superato quella libica in termini di partenze undocumented verso l’Italia. Seguendo il modello degli accordi con le milizie libiche del 2017, alle autorità tunisine sono stati forniti navi, radar mobili, telecamere, veicoli, motori e pezzi di ricambio. Diversi report denunciano che a partire dal 2022 le intercettazioni delle barche dei migranti da parte della Garde Nationale hanno assunto contorni sempre più violenti, scanditi da casi di mancata assistenza, speronamenti e manovre pericolose, uso di bastoni, fucili e gas lacrimogeno, furto dei motori. Con il rafforzamento del ruolo della Tunisia come alleato dell’Europa nel controllo del confine mediterraneo, il numero di attacchi segnalati contro le imbarcazioni cariche di viaggiatori subsahariani – quanto verso quelle che trasportano cittadini tunisini – è aumentato notevolmente. Attraverso le testimonianze dei superstiti, la Garde Nationale è accusata di non limitarsi ad abbordare, arrestare e mettere in salvo i migranti ma di provocare intenzionalmente dei naufragi come tecnica di dissuasione e – una volta a terra – di organizzare delle deportazioni forzate e un sistema di vendita di esseri umani verso il confine con la Libia o l’Algeria (si vedano Or noir e Kidnappeur). Con l’istituzione della zona Sar tunisina nel giugno 2024, queste stesse pratiche prima ristrette alle acque territoriali avvengono ora anche nelle acque internazionali. ESEMPI DAL CAMPO Erano le cinque del mattino, era il 10 luglio 2021. Eravamo su una barca con sessantacinque persone. Alcune ore dopo la nostra partenza da Sfax, eravamo molto vicini alle acque internazionali (trenta minuti secondo la posizione Gps). Le guardie costiere tunisine si sono avvicinate alla nostra barca e ci hanno chiesto di fermarci. Abbiamo deciso di obbedire e il capitano ha spento il motore. Ma le guardie costiere tunisine hanno fatto una virata molto rapida e hanno deliberatamente colpito la nostra barca. La nostra barca si è rovesciata. Tutti sono caduti in acqua. Alcuni di noi avevano i giubbotti di salvataggio, ma non tutti. Molti non sapevano nuotare e sono annegati. Un’altra barca delle guardie costiere è arrivata e hanno portato i sopravvissuti sulla loro barca. Eravamo solo trentuno sopravvissuti. Tutti i bambini sono morti. Hanno portato anche sette corpi sulle loro barche. […] Quando siamo arrivati nel porto di Sfax, le guardie costiere sono scappate. Intervista con Ali, testimone del rapporto Mare Interrotto SKADRA è la parola che tutti pronunciano appena si parte in barca. Tutti si mettono a vedere se c’è una skadra e tengono i telefoni spenti per non fare luce e non essere intercettati dai radar… Se non ci sono skadra niente ti può impedire di arrivare a Lampedusa sano e salvo. A me era capitato di essere intercettato da una skadra, ma l’ultima volta mio fratello è stato accerchiato da otto navi: non avevo mai sentito di una cosa del genere. Intervista con Ismail, ragazzo di Chebba
Sbarco. Da leggere insieme a Boza free
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 È la parola che segna la fine del mare, quando una traversata diventa presenza. Ma dietro questa parola si raccolgono storie molto diverse: chi è sopravvissuto al viaggio, chi è stato soccorso, chi è arrivato da solo. Le parole che lo sostituiscono – arrivo, evento – cercano di alleggerire o neutralizzare ciò che accade. Sbarco, invece, porta con sé il peso del confine e delle sue paure. Eppure, nessuna di queste definizioni riesce davvero a contenere l’esperienza che descrive. Per gli aventurier, il significato è semplice. Lo sbarco è il momento in cui il mare viene lasciato alle spalle. Un istante breve, spesso spiegato da boza!: il punto in cui un viaggio finisce e un’incertezza nuova comincia. SBARCO Il termine è usato da diversi gruppi sociali, non solo le autorità italiane ma anche gli stessi abitanti di Lampedusa («uno sbarco di turchi») e indica l’arrivo delle persone ai moli in seguito a un’operazione di soccorso in mare. Sbarcati sono coloro che hanno con successo «bruciato la frontiera» e coloro che non sono sopravvissuti alla violenza del tragitto; anche le salme sbarcano. Gli sbarchi si dividono fra autonomi e non autonomi: i secondi sono quelli gestiti dalle autorità attraverso un complesso dispositivo che include interventi sanitari, controlli di polizia e pratiche di prima accoglienza; i primi si verificano invece quando le barche degli aventurier arrivano direttamente sulle coste della Fortezza Europa, eludendo (provvisoriamente) il dispositivo. Il termine è spesso sostituito da altri che hanno lo stesso significato, fra cui «arrivo» ed «evento marittimo» (abbreviato in «evento» e trascritto come Ev, seguito da un’identità numerica apposta sui braccialetti al polso degli sbarcati). In genere attivisti e volontari del Forum Lampedusa Solidale che partecipano all’accoglienza ai moli usano esclusivamente il termine «arrivo» per allontanarsi da un linguaggio militare che tende a disumanizzare le persone soccorse. Viceversa, le forze dell’ordine e altre autorità del dispositivo usano il termine «evento» nelle comunicazioni ufficiali ma prediligono «sbarco» in quelle informali. La scelta di uno a discapito dell’altro non è solo linguistica, rappresenta due diverse concezioni della migrazione. «Sbarco» evoca un’azione che richiama l’idea di invasione, di confine da difendere e spesso viene associato a una narrazione securitaria e reificante. Al contrario «evento» o «arrivo» rischiano di minimizzare l’intensità e la violenza di ciò che accade o è accaduto in mare, trasformando l’esperienza del viaggio in un episodio privo di emozioni e conseguenze sul benessere delle persone. Entrambe le scelte linguistiche, seppure per motivi differenti, contribuiscono a costruire una realtà che in parte oscura le sofferenze, riducendo l’arrivo e/o lo sbarco a Lampedusa a un semplice passaggio, un atto unico, un «mentre» slegato dal resto, dissociato da un prima sempre violento e traumatico e da un dopo ignoto ma che potrà presentare nuove sofferenze e difficoltà. Al contrario degli abitanti locali e delle autorità, gli aventurier celebrano l’arrivo e/o lo sbarco attraverso la ripetizione del grido liberatorio boza! (si veda Boza). ESEMPI DAL CAMPO Capisci? Non uso la parola sbarco, perché è un termine del gergo militare e disumanizza. E noi qui stiamo parlando di persone che arrivano. Intervista con un’operatrice ONG di Lampedusa Alle 18.30 arrivano 22 persone. Comunicazione whatsapp dal forum Lampedusa solidale Arrivando al porto di Lampedusa, ricordo la sensazione di imbarazzo… poi scopri che tu sei un evento. Intervista con Dagmawi Yimer, regista di origine etiope Oggi si sono prodotti molti eventi. Evento sta per evento marittimo… evento, sbarco… è la stessa cosa… E continuerà così, viste le condizioni del mare. E poi se non c’è vento… Intervista con un funzionario di polizia ai moli di Lampedusa
Se le persone si muovono
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Persone in movimento. È l’espressione usata dal mondo del soccorso civile in mare e dell’attivismo per indicare chi attraversa per arrivare in Europa. E’ un’espressione che  parla semplicemente di persone e cerca di mettere tra parentesi le etichette, le paure e i giudizi che spesso accompagnano la parola «migrante». Ricorda una condizione più essenziale: quella di esseri umani in viaggio. Questa espressione racconta un tentativo di restituire dignità attraverso il linguaggio. E siccome sguardo e linguaggio si alimentano, forse, se si cambia il modo di descrivere qualcuno,  si modifica la percezione che si ha su di lui. E anche se questo non può modificare il mondo che spinge a partire, forse può almeno cambiare il mondo che accoglie. POM People on the move: con queste parole il mondo del soccorso indipendente in mare – la flotta civile – definisce coloro che fuggendo da Libia e Tunisia provano a raggiungere Lampedusa, l’Europa. L’espressione PoM e i suoi sinonimi generano un’inversione di sguardo rispetto ai modi in cui i diretti protagonisti si rappresentano – bozayeur, aventurier, soldat, clandestin, passeggeri, harraga – sottolineando sempre la dimensione attiva della propria mobilità. Nel mondo bianco e middle class della solidarietà in mare non si mettono in rilievo tratti quali l’assunzione deliberata del rischio, la forza, la lotta, la trasgressione della legalità o, semplicemente, la condizione di chi acquisisce un servizio, piuttosto si cercano vie per «demigranticizzare» parole e discorsi sulle migrazioni. L’espressione PoM è ormai diffusa in tutta la reportistica di numerose organizzazioni umanitarie. Riprendendo Erving Goffman potremmo dire che – diversamente dal lessico degli aventurier costruito attorno alla trasformazione dello stigma in emblema – le parole degli attori della solidarietà enfatizzano l’invisibilizzazione e l’eufemizzazione; perché in mare non ci sono migranti ma persone, naufraghi, che una volta soccorsi e portati a bordo delle navi delle Ong diventano guests. Tale eufemizzazione ha un duplice intento: da un lato vuole arginare lo stigma associato alla parola «migrante», che è ormai satura di apriori negativi capaci di modificare lo sguardo di chi dovrà poi accogliere, dall’altro prova a costruire un frame più astratto, volto a riconoscere a questi soggetti gli stessi diritti di chiunque si trovi in pericolo. La legge morale del mare, insieme alle convenzioni internazionali che la sanciscono – e che vengono insegnate come un mantra a quanti intendono ottenere; Ci sono differenti tipi di people on the move. Ci sono persone che una qualunque patente nautica –, dovrebbe valere per tutti: dai turisti in crociera ai migranti su toba e convoi. Purtroppo, non è ciò che accade. PoB (people on board, quando sono soccorsi dalla flotta civile) e PoM – così come i loro succedanei – permeano le conversazioni informali e le interazioni quotidiane fra equipaggi solidali di terra e mare. Inoltre, contribuiscono a generare un linguaggio tecnico-burocratico, veloce, fatto di acronimi funzionali a segnalare alle autorità le diverse situazioni di soccorso (o casi, dall’inglese case) in cui la flotta civile è impegnata. L’uso di questi termini, come performance tattica di gestione/riduzione dello stigma, si dispiega essenzialmente nel dialogo ufficiale con le istituzioni italiane: nel cruscotto giornaliero degli episodi di sbarco pubblicato dal ministero dell’Interno, così come nelle comunicazioni radio delle Capitanerie e nelle mail dei Centri di coordinamento del soccorso marittimo (Mrcc), in risposta agli eventi segnalati dalla flotta civile si utilizza viceversa il termine «migranti». ESEMPI DAL CAMPO Gentile Ufficiale al Comando, questa la valutazione della situazione: 45 PoB, 14 donne, 5 bambini. Lat: XXXX. Long: YYYY Stiamo distribuendo i salvagenti. Il motore è senza benzina. L’imbarcazione non può navigare. L’acqua sta entrando nello scafo. Il rischio di rovesciamento è alto. Riteniamo che l’imbarcazione sia in pericolo e abbiamo deciso di prendere le persone a bordo del nostro vascello. Prototipo di mail inviata da un attore della flotta civile al mrcc, maritime rescue coordination center, Roma, aprile 2025 Ci sono differenti tipi di people on the move. Ci sono persone che sono molto eccitate quando le incontriamo, sono molto felici, ridono e cantano. Magari sono persone in movimento da un giorno o da un periodo molto corto. Ed è molto importante che noi stessi ci presentiamo quanto prima: devono sapere chi siamo e cosa vogliamo. Intervista con Acab, capitano della flotta civile
L’oro. LORO
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Nome amaro. Si usa per descrivere il valore economico che un aventurier genera a chi lo sfrutta. La ricchezza viene estratta dal suo corpo, dal suo lavoro e dalla sua vulnerabilità. L’espressione unisce il colore della pelle con la materia da sfruttare. Oro nero parla di sfruttamento. Racconta un’economia vasta, costruita sul controllo della mobilità e sui profitti che possono nascere dall’impossibilità di muoversi liberamente. La parola rivela così una verità dolorosa: il migrante in cammino è una miniera che produce ricchezza per altri, anche quando non possiede nulla. La definizione lascia spazio a domande: chi trae beneficio dal movimento delle persone? E chi ne paga il prezzo? ORO NERO Parola a cura di Luca Queirolo Palmas, Università di Genova Or noir è un’espressione di uso comune tra gli aventurier in Tunisia e in Libia che sottolinea quanto la loro presenza sia una risorsa economica fondamentale. L’oro rimanda alla generazione o estrazione di ricchezza e il nero al colore della pelle. I corpi neri migranti, obbligati a un lavoro mal pagato e senza diritti, sono metaforicamente rappresentati come una miniera che genera denaro facile e risorse per i locali. Ma l’uso di questo termine ha all’origine una rappresentazione subita. Gli aventurier infatti raccontano di aver ascoltato dai loro chefs tunisini o libici l’uso dell’espressione «oro nero» per designarli: questo li rende consapevoli di essere una risorsa umana, una fonte di facile profitto, di essere utili ma non benvenuti. L’e spressione evoca così la dimensione del lavoro, dello sfrutta mento, della schiavitù. In Tunisia or noir è associato al termine or vert che si riferisce alla coltivazione delle olive e alla produzione dell’olio che ha bisogno di manodopera migrante. In altri casi è riferita allo sfruttamento nei cantieri edili, evidenziando come sia il sudore e la fatica dei soggetti razzializzati a costruire materialmente i paesi che li ospitano. In un gioco di specchi un’espressione che riflette uno sguardo esterno – quello dei padroni arabi –, o che è immaginata tale, diviene per gli aventurier black un modo per esperire e autodefinire il proprio ruolo in Libia e Tunisia (si veda Black).  Per molti or noir è direttamente legato alla riduzione in schiavitù e alla logica economica soggiacente i respingimenti in mare finanziati dall’Unione Europea. A questi seguono le deportazioni verso il deserto e le frontiere algerine e libiche. I testimoni del rapporto State Trafficking raccontano, con estrema precisione, luoghi, prezzi e fasi attraverso cui l’oro nero viene estratto, venduto e comprato: l’intercettazione in mare, la reclusione nel carcere di Sfax, l’arresto nei luoghi di lavoro o negli accampamenti dove si prepara il viaggio, permettono di generare uno stock che gli apparati di stato tunisini scambiano con le milizie e polizie libiche lungo le frontiere. Poi l’oro nero viene messo a valore tra prigioni e lavoro coatto, dopo una serie infinita di violenze e torture: un migrante nero venduto a un prezzo variabile dai dieci ai cinquanta euro da funzionari tunisini in uniforme può rendere sino a mille, millecinquecento euro nelle prigioni libiche attraverso il riscatto richiesto alle famiglie nei paesi di origine. L’oro nero è in fondo tale anche in virtù delle politiche migratorie europee che foraggiano Tunisia e Libia con mezzi, tecnologie e denaro in abbondanza al fine di bloccare le partenze verso Lampedusa.  ESEMPI DAL CAMPO Non è facile trovare una miniera d’oro, non è facile trovare una vena di petrolio, ma è facile trovare dei migranti. È la tratta. Quando hai un nero, in Tunisia o in Libia, è come avere del bestiame. I libici ti comprano dai soldati tunisini alla frontiera a pochi euro e poi chiedono il riscatto alla tua famiglia. È un grande mercato. Per questo ci chiamano «oro nero», per questo siamo «oro nero». La vendita di noi migranti è più fruttuosa della vendita della droga. Intervista con il testimone numero 1 del rapporto State Trafficking  OR NOIR In Tunisia per noi neri una giornata di lavoro varia dai venti ai trenta dinari. Siamo oro nero. Questo è sfruttamento, questa è la schiavitù che continua.  Intervista con Tala, corrispondente del Giornale delle Rotte  Ho visto i militari libici che ci compravano. Io stesso ho scaricato le casse di droga e le taniche di carburante dai loro pick up per metterli sui camion della Garde Nationale tunisina. Il prezzo della nostra vendita. Noi siamo una risorsa, una miniera, per la Tunisia, per la Libia.  Intervista con il testimone numero 13 del rapporto State Trafficking Sono i padroni arabi che ci chiamano «oro nero». Ci chiamano «oro nero» o schiavi. Noi siamo l’oro nero per loro. Siamo come una materia prima. Noi siamo cash diretto, non come il petrolio che si deve cercare o come i diamanti che ci vogliono delle macchine per scavare. No. Basta solo che tu cammini per strada, ti imbatti in un nero e lo arresti e poi lo metti in prigione. E non hai speso un centesimo. E lui deve pagare per uscire. Per questo ci chiamano oro nero, noi siamo l’oro diretto. Intervista con William, corrispondente del Giornale delle Rotte
September 24, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Meteo: il tempo che farà. Ma non solo
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Il meteo è attesa, speranza, paura. Meteo serve ad indicare che tempo farà. Ma non solo. Non descrive soltanto il cielo: indica quando partire, quando fermarsi, quando rinunciare. È ben più di una previsione: è destino sospeso tra il vento e l’orizzonte. Forse, è l’unica forza che nessuno controlla e da cui dipendono molte vite. Perché, anche quando promette il passaggio, ricorda che il mare può trasformarsi, in poche ore, da strada a ostacolo. METEO a cura di Enrico Fravega, Università di Genova La parola meteo sintetizza e racchiude in un unico termine l’interagire di tutti quei parametri che definiscono le condizioni atmosferiche di uno specifico spazio, in un determinato tempo (un giorno, una settimana, ecc.). Quando si parla di meteo, dunque, ci si riferisce a valori come temperatura, pressione atmosferica precipitazioni, vento, e simili. Per chi guarda lo stretto di Sicilia dalla sua sponda sud, il meteo non è un dettaglio tecnico o una curiosità. Piuttosto è il preludio, l’apertura o la chiusura del sipario su una possibile partenza. La nota che annuncia la sinfonia, oppure il silenzio. Sugli schermi dei cellulari le app meteo compongono tavolozze multicolore a indicare vento, onda, pioggia e linee dinamiche di evoluzione nell’arco della giornata o della settimana. Sui social qualcuno le traduce in parole semplici: «mare buono», «vento forte», «onde grosse», «pericolo». Parole che passano di bocca in bocca, accendendo sogni e incubi tra chi le pronuncia e chi le ascolta. Ci sono giorni in cui il vento si placa calando sul mare come un lenzuolo di seta e sembra di poter scivolare fino a Lampedusa. Altre in cui il vento morde la pelle e ogni onda è un muro. Nella situazione di mobility injustice che caratterizza le condizioni materiali di movimento dei migranti nel Mediterraneo centrale, la previsione meteo è sia avvertimento, sia presagio. È la cornice di realtà che si impone a ogni possibile attraversa mento del canale di Sicilia. La linea invisibile che scandisce il tempo dell’attesa e quello del viaggio. Il filo teso su cui camminano, incerte, le vite di chi si avventura per mare. La più grande opportunità e, allo stesso tempo, la più letale minaccia. O la manifestazione della volontà di Dio (si veda Dieu). C’è chi nei frangenti del mare o nella forza del vento legge la scrittura di un destino, e chi nei grafici delle previsioni vede solo una data: domani, dopodomani, forse fra una settimana. Perché qui il tempo atmosferico si fonde con quello cronologico. I più esperti sanno che le finestre meteo si aprono e si chiudono spesso nel giro di poche ore; perché il tempo è volubile, cambia umore senza preavviso. E quando cambia è come un colpo di coltello nella tela del cielo: squarcia la luce, lascia libere forze sovrannaturali, attorciglia la pancia. Le restrizioni al soccorso in mare e l’esternalizzazione del controllo delle frontiere impongono al meteo anche funzioni necropolitiche. Esempi dal campo Météo de Lampedusa du vendredi 22 novembre au mercredi 27 novembre 2024 vendredi: vent rafales vagues. mauvais samedi: vent rafales vagues houles mauvais dimanche: vent rafales vagues mauvais lundi: vent rafales vagues mauvais mardi: vent rafales mauvais mercredi vent rafale mauvais mauvaise météo des 2 cotes trop de naufrages depuis septembre, octobre et novembre respectez la météo… c’est pas l’homme qui prend la mer cest la mer qui prend l’homme Post sulla pagina facebook Marino dubois officiel
September 17, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Mammellone: un archivio liquido
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Mammellone è un tratto di mare tra Tunisia e Sicilia, un luogo di incontro più che un confine. Qui, da generazioni, pescatori di sponde diverse condividono lavoro, parole e gesti, legati da una stessa vita sul mare. In queste acque si  custodiscono le tracce delle migrazioni: relitti, naufragi, memorie. Per questo, non è solo un banco di pesca. È un archivio vivente del Mediterraneo, intreccio tra scambi e perdite, vicinanza e frontiera. Il Mammellone è un luogo in cui il Mediterraneo mostra il suo volto più vero e  ricorda che gli uomini si sono incontrati molto prima che gli Stati tracciassero linee sulle mappe.  MAMMELLONE a cura di Enrico Fravega, Università di Genova Il Mammellone è un banco di pesca che si apre, quasi segreto, al centro del canale di Sicilia, lungo una linea immaginaria che unisce Sfax a Lampedusa, oggetto di frizioni e accordi gestionali tra Tunisia e Italia. È una tradizionale zona di pesca delle marinerie italiane ma, soprattutto, è uno dei molti spazi di contatto dove si incontrano pescatori provenienti da tutto il Mediterraneo: mazaresi, lampedusani, tunisini di Mahdia, Chebba o Sfax, maltesi e molti altri che qui pescano, si scontrano, si incontrano, scambiano vino per couscous e chissà cos’altro. Luoghi comuni che non si collocano su uno spazio meramente geografico ma rappresentano uno spazio di condivisione storico. Qui le barche restano immobili come astronavi in sospensione; gli uomini a bordo parlano lingue che non si assomigliano eppure si intrecciano in un esperanto di gesti, dialetti marinari e sguardi che bastano a intendersi. Sono gli operai del mare, uniti dalla fatica di tirare su dal fondo qualcosa che valga la pena di portare a riva. L’incontro, in queste acque, non è commercio e non è diplomazia. È piuttosto la legge del mare – un patto implicito di mutuo riconoscimento – continuamente incrinata dalla violenza dei regimi di frontiera. Perché qui le storie di pesca tori e di migranti, di Ong e di polizie marittime, si sfiorano, si sovrappongono, si ingarbugliano. «Quando lo abbiamo tirato su, sembrava un cristiano», racconta Franco Adragna, anche detto Capitan Ciccio, comandante della barca che, con le reti, portò alla luce il Satiro Danzante oggi esposto a Mazara del Vallo. Ma non sempre le reti restituiscono reperti antichi: in queste acque non è raro che si impiglino ai corpi dei migranti dispersi in mare. Il Mammellone dunque non è soltanto onda e corrente: è un archivio di incontri, naufragi, memorie e scambi. Uno spazio di mare vivente, in cui ogni barca che lo attraversa riscrive la sua storia, legata alla guerra della pesca e all’estrattivismo ittico. ESEMPI DAL CAMPO  Dovete sapere che tra gli anni ’60 e i ’90 il Mediterraneo era ancora ricco, una miniera d’oro, specialmente là al Mammellone. E noi, con le nostre barche che erano tra le più avanzate a quell’epoca, ci andavamo e pigliavamo pesci a volontà. Ma era come una corsa, capisci? Chi ci arrivava prima, prendeva di tutto… Ma piano piano, questo mare, pure quello vicino alla Tunisia si cominciava a sfruttare sempre di più… Ma era la vita nostra. Intervista con Antonino, pescatore in pensione di Mazara del vallo Ma quando mai l’Italia si è interessata di proteggere noialtri pescatori? L’unica cosa che sanno fare e lasciarci soli a mare con i problemi, il carburante che costa sempre più e le motovedette che ci sparano. Guarda la Libia, per esempio, si sono pigliati tutto il golfo della Sirte, come fosse loro. E ci scordiamo, poi, di quello che fece la buonanima di Andreotti? Un bel regalo ai tunisini, il Mammellone… Per anni, solo noi andavamo lì e ora rischiamo che ci multino o che ci sparino. Intervista con Vito, ex pescatore di Mazara del Vallo
Mamma Africa: la voce di una madre che attraversa il mare
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Per molti aventurier è una presenza, una voce che arriva quando il viaggio si fa confuso, pericoloso o solitario. Nel Mediterraneo delle frontiere e delle attese, dove le informazioni possono valere quanto il denaro o il cibo, Maman Marino è un punto di riferimento. Condivide notizie, verifica voci, raccoglie richieste di aiuto, segue le tracce di chi è scomparso. La sua forza nasce dalla fiducia ed è una rete di protezione per le persone che si scambiano informazioni, racconti e tragedie lungo le rotte del Mediterraneo. Per la sua cura e per rispetto molti la chiamano maman.  Maman Africa ricorda che le frontiere sono fatte di muri, pattuglie e documenti, naufragi, carceri, liberazioni, imbrogli, previsioni per il viaggio. Ma non solo. Sono ricamate  anche di parole di cura.  MAMAN MARINO a cura di Enrico Fravega e Luca Queirolo Palmas Maman Marino, o Madame Marino, è una figura emblematica per gli aventurier, il cui nome risuona negli spazi sociali e digitali del Mediterraneo centrale. Attraverso una presenza capillare sulle piattaforme dei social media, Madame Marino, una signora francese sulla sessantina, ha dato vita a: un’iniziativa di solidarietà e di aiuto reciproco, attraverso la condivisione di risorse informative critiche per quanti sono in viaggio; una piattaforma mediatica «dal basso» che offre uno spazio di comunicazione orizzontale per gli aventurier; un «brand» del web riconosciuto da tutti coloro che cercano di attraversare il Mediterraneo centrale. Nel quadro di un processo di digitalizzazione della comunicazione che ha interessato, con velocità e gradi diversi di infra strutturazione, sia le popolazioni del Global North che quelle del Global South, da alcuni anni si assiste all’utilizzo di app come WhatsApp o Telegram, o social media come Facebook o Instagram, per la comunicazione peer-to-peer da parte delle persone irregolarizzate. Pur essendo presente su diverse piattaforme, la sua attività si concentra su Facebook, la cui pagina, all’agosto del 2025, conta circa centomila follower. L’esperienza di Madame Marino come referente nel campo dell’informazione per gli aventurier, per il Mediterraneo centrale, si inserisce in un contesto più ampio in cui ogni rotta migratoria vede la presenza di figure-simbolo solidali, utili e affidabili a cui sono attribuite funzioni di circolazione e validazione delle informazioni. È il caso della pagina Facebook di Helena Maleno Garzon per quanto concerne l’Atlantico e il Mediterraneo occidentale e quella di Tommy Olsen di Aegean Boat Report per il Mediterraneo orientale. Attualmente le sue pagine sui social media si rivolgono principalmente ai migranti francofoni e sono lo scenario di una molteplicità di richieste di aiuto e di scambi di informazioni sulle condizioni meteo nel canale di Sicilia o su ciò che accade negli zitounes di Sfax, dove molti migranti sono accampati in attesa di lasciare la Tunisia; sulle persone scomparse o sulle domande riguardanti le necessità materiali di chi è in viaggio; sugli sbarchi a Lampedusa o sui naufragi; nonché sulle truffe operate da falsi cokseur e arnaquer (si veda Cokseur). Madame Marino attraverso i social media sfida la legittimità delle restrizioni imposte dallo stato alla mobilità umana e rivela attraverso il suo lavoro le continue violazioni dei diritti umani e la razzializzazione delle persone in viaggio. Allo stesso tempo il lavoro volontario di Madame Marino mette in discussione il monopolio da parte delle emittenti e dei network dell’informazione, dimostrando che anche in scenari complessi, caratterizzati da forti restrizioni della libertà, è possibile produrre un’informazione di qualità dal basso. Madame Marino gestisce personalmente i suoi account, controllando ogni informazione prima della pubblicazione attraverso un lavoro continuo e una rete capillare di corrispondenti in tutto il Nord Africa. Per il suo ruolo, Madame Marino è stata ripetutamente minacciata e, dal 2021, i suoi account Facebook sono stati chiusi numerose volte. Per le persone in movimento Madame Marino è per tutti maman. Emerge così la dimensione affettiva che lega questa esperienza di solidarietà ai suoi follower. Interviste MAMA AFRICA: QUANDO LA CURA SFIDA LA VIOLENZA Intervista a Marino Dubois, attivista e testimone degli abusi e delle violazioni ai confini del Mediterraneo 21 Ottobre 2025 ESEMPI DAL CAMPO  Lampedusa 24 agosto. 100 persone arrivate dalla Libia: Egitto, Sudan, Pakistan, Siria. Post sulla pagina facebook Marino Dubois officiel Tunisia Sfax. Naufragio di una barca di 130 persone. È deceduta Odia, di nazionalità della Guinea. Viveva al km 33 e prima al 31. Riposa in pace Odia. Sincere condoglianze alla sua famiglia, ai fratelli, alle sorelle, a tutti gli aventuriers, alla comunità guineana. Post sulla pagina facebook Marino Dubois officiel Per favore, Maman Marino Dubois, spiega ai miei fratelli e sorelle che non sono più in Tunisia, per poterli aiutare a fare l’iscrizione all’Oim. Spiacente, compagni, sono ritornato al mio paese, non posso più aiutarvi. Buona fortuna a tutti, vi ringrazio. Fatou Kaissa del km 27 Post sulla pagina facebook Marino Dubois officiel Sempre, sempre, ci sono problemi, ci sono chiamate… In effetti io sono la confidente, sono l’amica, sono la mamma, sono la sorella, sono la psicologa, sono l’infermiera; adesso da una settimana seguo un bambino che ha la tosse e la tubercolosi, faccio mille cose, risolvo persino dei problemi matrimoniali, diciamo così. Ad esempio, ora una donna è incinta di otto mesi negli zitounes e l’uomo è andato via a Tunisi senza aiutarla… Mi hanno chiesto di parlare con quest’uomo perché si assuma le sue responsabilità… Insomma, seguo storie di cuore, di soldi, di barche e di naufragi, di prigioni, di Libia. Sono sopraffatta, è un’occupazione a tempo pieno, la notte mi chiamano a tutte le ore, loro non hanno ora, hanno bisogno di parlare. Intervista con Maman Marino, agosto 2025
Lampedusa. Lo scoglio che racconta le contraddizioni
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Ancora prima di essere un’isola, per gli aventurier è un’idea, un nome pronunciato lungo le rotte come una promessa, una direzione, una preghiera. Poi, è lembo di terra su cui si proiettano speranze e paure. Simbolo dell’arrivo in Europa e di tutto ciò che può accadere prima di arrivare: attesa, mare, naufragio, soccorso, respingimento. Per chi viaggia, Lampedusa appare come una porta, come la fine dell’acqua, momento in cui un miraggio diventa finalmente una riva. Per gli Stati, come un filtro, dove il confine prende forma concreta attraverso procedure, controlli e decisioni capaci di cambiare una vita; luogo in cui le persone vengono contate, classificate, smistate . Vetrina del Mediterraneo contemporaneo, questo scoglio racconta le contraddizioni di un intero continente. Dietro il suo nome così noto, resta la cosa più semplice: una terra all’orizzonte.  LAMPEDUSA L’isola di Lampedusa, come altri luoghi affacciati sul Mar Mediterraneo, per esempio Lesbo in Grecia o Ceuta/Melilla in Spagna, è un punto nevralgico cruciale per lo spettacolo delle frontiere e la storia globale delle migrazioni irregolari verso l’Europa. Al contempo, Lampedusa è parola chiave per chi è in viaggio, divenendo immaginario di riferimento e in qualche modo simbolo dell’arrivo in Europa attraverso il Mediterraneo centrale. O dei naufragi delle molte barche che avevano quest’isola come meta. L’isola, come conseguenza delle politiche di gestione dei flussi più che per una specifica determinante geografica, è stata, ed è tuttora, una porta d’accesso all’Europa attraversata da centinaia di migliaia di migranti negli ultimi trent’anni. Data la sua centralità simbolica e materiale, come palcoscenico paradigmatico dei discorsi e delle pratiche di diversi attori, la ricerca sociale ha scavato in lungo e in largo l’isola, concentrandosi su molteplici processi, come il passaggio dall’economia della pesca a quella del turismo, l’indebolimento dell’etica del mare e l’affermarsi di uno spirito competitivo; la trasformazione del confine tra fase umanitaria e fase di sicurezza e la creazione strumentale di una emergenza persistente; la produttività dello spettacolo della nuda vita sulla condizione dei migranti e le oscillazioni tra visibilità e invisibilità del fenomeno migratorio, nella dimensione detentiva strutturale dell’isola; il ruolo chiave delle economie di confine, dell’industria migratoria e della militarizzazione, nonché i vincoli nel raggiungimento del diritto di asilo; l’evoluzione del rapporto tra isolani e sbarchi e la diffusione di sentimenti di rassegnazione e risentimento nei confronti dello stato. Lampedusa, nello spettacolo del confine, è una vetrina. Ma vetrina poi Lampedusa, oltre a essere un nome e un luogo ben noto lungo le rotte migratorie grazie alla circolazione di esperienze, storie e gruppi di persone in movimento, è anche uno dei primi filtri del regime di frontiera europeo e un laboratorio cruciale per sperimentare nuovi dispositivi orientati alla governance dei flussi. È qui, insieme alle isole greche, che è stato implementato l’approccio degli hotspot, al fine di distinguere i migranti politici da quelli economici, generando in seguito diverse forme di canalizzazione tra l’espulsione e l’inserimento nei circuiti di accoglienza.  ESEMPI DAL CAMPO «Quando andavo alla scuola elementare ricordo che, guardando la cartina dell’Italia attaccata al muro, chiedevamo alla maestra dove fosse Lampedusa. E la maestra metteva un dito sul muro, un po’ più in giù della Sicilia, e diceva: ‘Ecco, qui sta Lampedusa’. Non c’eravamo sulla cartina!» Giacomo Sferlazzo, artista lampedusano nato nel 1980, fondatore del collettivo Askavusa, racconta storie d’infanzia su un’isola che, all’epoca, in Italia risultava sconosciuta ai più. Interviene a questo punto un altro membro di Askavusa (che significa «a piedi scalzi», «senza scarpe», ed evoca «un’aspirazione a collegarsi con la storia e la memoria viva dell’isola con cui il turismo di massa crea una cesura»): «Dalla fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 in avanti, le migrazioni a Lampedusa dialogano con altri due eventi, il turismo di massa e la militarizzazione del Mediterraneo, con una serie di conseguenze. Il turismo di massa, per esempio, va a modificare una comunità di pescatori e di cicli culturali legati al mare… De Martino parlerebbe di ‘apocalissi culturale’. In pochi anni Lampedusa fa un salto molto più rapido e profondo che altri posti in Italia».  Estratto dai diari di campo, dicembre 2020  LAMPEDUSA di cosa? Sembrerebbe una vetrina anche di cose distinte, dipendendo dal momento e dalla contingenza storica. Hotspot vuoto, hotspot pieno… dipendendo se c’è la visita di un ministro o altro… E poi, come isola, ha in sé una dimensione di detenzione. Sebbene molti migranti quando arrivano non lo sappiano e chiedano dov’è la stazione, qui si rimane bloccati, anche se si è riusciti a uscire dall’hotspot. Quando sei in un’isola dove vai? Rimani comunque bloccato. L’hotspot, in fin dei conti, è Lampedusa…  Intervista a un avvocato delle reti solidali
Kidnappeur: il figlio bastardo della frontiera
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu.  È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Il kidnappeur è il figlio bastardo della frontiera, che nasce dal suo blocco e che cresce dove le strade finiscono e le persone perdono ogni diritto. Il kidnappeur nasce lungo la frontiera, dove le lingue si mescolano come le piste nel deserto. Compare quando il viaggio si interrompe, quando la persona smette di essere viaggiatore e diventa merce. Il vive negli spazi lasciati aperti dalla chiusura delle rotte: tra arresti, deportazioni, passaggi clandestini e ritorni forzati. Ombra che cresce accanto alla frontiera quando la mobilità viene resa impossibile. Per gli aventurier, il kidnappeur rappresenta il momento in cui il viaggio perde ogni promessa:  al mare da attraversare e alla meta da raggiungere si sostituisce l’attesa di una telefonata, di un riscatto, di una liberazione incerta. KIDNAPPEUR a cura di Enrico Fravega e Luca Queirolo Palmas, Università di Genova. Entrambi. Kidnappeur è una parola bastarda, nata al crocevia tra due lingue – inglese e francese – e diffusa tra gli aventurier di diverse nazionalità. Corre di bocca in bocca, come un sussurro. Porta con sé l’eco di catene arrugginite, di telefoni che squillano a migliaia di chilometri, di famiglie terrorizzate. Descrive il sequestro di persona operato a scopo di riscatto da tunisini o altri migranti subsahariani, e spesso implica l’esercizio di varie forme di violenza e tortura sulle persone sequestrate. Arriva dalla Libia, dove l’economia del sequestro prospera da anni. A partire dal 2023, con la chiusura della porte de la mer (la diminuzione drastica delle partenze dalla Tunisia verso l’Italia) per l’intensificarsi delle intercettazioni in mare e delle deportazioni nel deserto, ha preso forma un nuovo mercato: quello dei sequestri degli aventurier. Il meccanismo non è così diverso da quanto descritto riguardo la frontiera libico-tunisina nel rapporto State Trafficking. Tutto parte dalle deportazioni operate dalla Garde Nationale in questo caso dirette non verso la Libia ma verso l’Algeria. Al centro c’è sempre la riduzione in schiavitù dei migranti, la loro vendita, la richiesta di un riscatto alle famiglie per la liberazione. Il sistema è il seguente: dal porto o dal carcere di Sfax, la Garde Nationale carica le persone da deportare su grandi bus e le abbandona in una zona di confine in Tunisia lungo la strada P13. Di fronte si trova la città algerina di Tebessa. Come fosse una delle città invisibili di Calvino, le sue strade sembrano condurre alla libertà ma portano a prigioni invisibili. Qui infatti i deportati sono costretti a rivolgersi a una rete di traffico per trovare un luogo dove dormire e per usare i servizi di trasporto. I taximafia e altri mezzi informali giocano un ruolo importante produzione dei video e la comunicazione con le famiglie nella logistica dei sequestri: permettono di riattraversare la frontiera e fare ritorno a Sfax. Sembrano passaggi offerti per carità ma ogni corsa può divenire un ritorno all’inferno, perché una volta arrivate le persone rischiano di essere rivendute e deportate in un arcipelago di prigioni clandestine, gestite da tunisini e da altri migranti black. Come nel caso degli arnaqueur che vendono falsi viaggi (si veda Arnaqueur) o per i cokseur che rubano i soldi dei passeggeri (si veda Cokseur), anche nel caso dei kidnappeur è all’opera un sistema di segnalazione e di messa all’indice: si rende pubblico ovvero che quel taximafia tunisino – con un nome, un telefono, una foto – lavora con i kidnappeur, oppure che quel tal migrante – con una nazionalità, un’età, un nome e una foto – è parte della rete dei sequestri. Kidnappeur non è quindi un individuo ma un sistema economico operato da una rete di soggetti: taxisti, guardiani di prigioni domestiche, proprietari tunisini di case messe a disposizione, operatori del passaggio della frontiera dal lato algerino. Pierre Bourdieu parlava di «circolarità della violenza», ovvero di come la violenza strutturale si ripercuota sempre in violenza interpersonale. In tal senso il kidnappeur è figlio dell’economia e della violenza della frontiera; è il fratello oscuro del passeur, il gemello cattivo del cokseur. Nessuno lo ha voluto ma eccolo lì: vive e cresce dove le mappe sanguinano. Come nel caso dei viaggi in toba, anche il sequestro e la detenzione informale in Tunisia costituiscono un terreno di cooperazione fra soggetti diversi – les arabes e i black: i primi garantiscono l’infrastruttura del trasporto e la messa a disposizione dei luoghi di detenzione; i secondi si occupano di gestire la violenza sugli ostaggi, la KIDNAPPEUR paesi di origine. Lo sviluppo recente di questo mercato avvicina sempre più, nella gestione dell’«oro nero», la Tunisia alla Libia (si veda Or noir). Gli aventurier associano il kidnapping a una forma di tratta, in cui il ruolo delle autorità tunisine è laterale ma fondamentale: forniscono risorse umane – secondo alcuni in cambio di una percentuale – a un mercato informale che si sviluppa grazie ai volumi degli arresti e delle deportazioni. È la stessa musica; solo sono cambiati lo strumento e il contesto: là le sabbie libiche, qui le strade di Sfax. La partitura però è identica: uomini presi, rivenduti. Consumati come merci di fronte a un continente che ascolta, fingendo di non sentire, e che chiama tutto questo «ordine pubblico», o «esternalizzazione delle frontiere». ESEMPI DAL CAMPO Il kidnapping è un lavoro fra tunisini e migranti subsahariani. I taxi mafia ti prendono alla frontiera se non hai soldi e ti portano nei bunker a Sfax dove sono stoccate le persone. I tassisti ti vendono per centocinquanta euro agli arabi e ad altri neri. Rimani là, e ti chiedono cinquecento, settecento o anche mille euro per uscire. È una vendita, passo dopo passo. I neri kidnappeur sono gli ultimi acquirenti nella catena. Alcuni prigionieri subiscono torture, con i coltelli, con i bastoni o i machete e poi i video vengono mandati alle famiglie, un po’ come in Libia, ma a Sfax. La polizia sa dove sono le prigioni informali, la polizia porta i deportati ai trafficanti, è un deal. Ma è nascosto. È un sistema legalizzato, nell’ombra. La vendita in Tunisia è gestita dalle autorità. Ma c’è sempre bisogno di un nero. Sono dei banditi i neri che partecipano a questo lavoro. Il nero è utilizzato anche come comunicatore ma è una catena in cui c’è sempre un arabo. I neri sono dei banditi già nei loro paesi, dei maledetti, che si permettono di sequestrare i loro fratelli. È a causa di queste persone che l’avventura è diventata difficile. intervista con William, corrispondente del giornale delle rotte Tebessa, frontiera Algeria-Tunisia. Attenzione! Un kidnappeur di Te bessa è in Tunisia. Soprannome: Generale; Nazionalità: Guinea. Ha torturato molti passeggeri deportati dalla Tunisia. Chiede i riscatti alle famiglie. Post sulla pagina facebook Marino Dubois officiel, con foto del kidnappeur e indicazioni delle sue reti sociali