Gli Stati Generali sulla detenzione amministrativa
Il 22 e 23 maggio si è tenuta a Milano la quinta edizione degli Stati Generali
sulla Detenzione Amministrativa: un evento che chiama a raccolta avvocatə e
operatorə del diritto, ma anche accademici, attivistə e persone solidali per
ragionare sulle evoluzioni normative e sociali intercorse annualmente in tema di
detenzione e diritto d’asilo.
Quest’anno risultava fondamentale affrontare i più ampi cambiamenti del Nuovo
Patto Europeo su Migrazione e Asilo, che non solo estende esponenzialmente i
casi di una detenzione de facto delle persone migranti, ma segna un cambio di
prospettiva epocale nel diritto d’immigrazione e d’asilo a livello europeo.
Ad essere ridefinite non sono solo le procedure, ma il significato stesso delle
parole e di concetti giuridici tradizionalmente associati alla protezione, i
quali sono stati trasformati in armi per selezionare, confinare e controllare le
persone migranti.
Il Patto europeo rappresenta il punto di arrivo di questa traiettoria. Una
riforma definita dalle istituzioni europee come «storica», che segna però anche
un cambio di paradigma: se la normativa precedente era costruita almeno
formalmente attorno alla figura del richiedente asilo e dei suoi diritti, il
nuovo impianto assume come punto di vista prioritario quello dello Stato, della
gestione dei flussi e della sicurezza delle frontiere.
Ph: Davide Salvadori
LA FRONTIERA ADDOSSO
«Un migrante mi disse molti anni fa: la legge è per i poveri. E quello che
intendeva era che la legge, per i poveri, è contro di loro. Non serve a
proteggerli. Serve a confinarli, a opprimerli, a estrarre valore dai loro
corpi».
È così che Shahram Khosravi ha aperto il primo panel dedicato alla parola
“frontiera”.
Non è possibile comprendere le politiche migratorie europee senza iscriverle nel
più ampio concetto di capitalismo razziale: un sistema che produce valore
attraverso lo sfruttamento differenziato delle persone in base alla razza, ma
anche al genere e alla classe. «A parità di lavoro e condizioni, una lavoratrice
migrante può guadagnare fino al 20 per cento in meno rispetto a un lavoratore
nazionale. Questo differenziale salariale è prodotto dalle frontiere», ha
concluso Khosravi.
Se per decenni la frontiera è stata immaginata come una linea di passaggio verso
i diritti, oggi appare più evidentemente come un dispositivo che si attacca ai
corpi, alle lingue, ai colori della pelle e alle gerarchie globali del lavoro.
Con il regolamento Screening e le procedure accelerate di frontiera, la persona
può essere trattenuta per mesi nella “finzione di non ingresso”: nonostante la
persona sia già sul territorio, la persona rimane giuridicamente “in frontiera”,
fino a una decisione sulle procedure da applicare. Ne deriva la possibilità di
confinamento prolungato, procedure accelerate ed espulsioni sempre più agili.
A questa trasformazione giuridica si accompagna quella tecnologica. Laura Carrer
e le ricercatrici del centro Hermes hanno mostrato come la raccolta sistematica
di dati biometrici, l’interoperabilità delle banche dati e l’utilizzo crescente
di tecnologie di sorveglianza stiano producendo una nuova forma di confinamento:
quello all’interno dei database. Fotografie, impronte digitali e scansioni
facciali accompagnano le persone per decenni, ben oltre la loro esperienza
migratoria.
Un caso emblematico è quello di un cittadino eritreo naturalizzato italiano
ancora inquadrato in database che ostacolano la sua libertà di movimento
all’estero. Come ha sottolineato Khosravi: «Questo accade a un eritreo, a un
afghano, a un iraniano. Non accade a un canadese, a uno svedese o a un francese.
La storia coloniale continua a vivere nelle pratiche di frontiera».
> La frontiera non si ferma ai confini esterni: cammina con noi all’interno
> delle città.
Le cosiddette zone rosse e le ordinanze urbane producono nuove geografie di
esclusione. Secondo Selam Tesfai, «la profilazione razziale, la segregazione
degli spazi urbani, la distinzione tra chi può stare in un luogo e chi no hanno
una storia precisa. L’apartheid non è qualcosa di estraneo alla storia italiana.
Basta guardare ad Asmara e alla costruzione delle città coloniali».
Queste pratiche costruiscono una geografia morale della città, in cui alcune
presenze sono considerate legittime e altre minacciose. «Il mio senso di
insicurezza», ha aggiunto, «non è mai considerato rilevante. Non conta la paura
di attraversare una stazione sapendo di poter essere fermata per un controllo.
Non conta l’umiliazione che si vive negli uffici immigrazione o quando viene
chiesto il permesso di soggiorno in mezzo alla strada».
A questa estensione dei poteri di sorveglianza si accompagna inoltre, come ha
evidenziato il giornalista Duccio Facchini, una crescente opacità istituzionale.
Mentre aumentano i dispositivi di controllo sulle persone, si restringe
l’accesso alle informazioni da parte di giornalisti, avvocati e società civile.
La ragion di Stato viene sempre più spesso invocata per giustificare il diniego
di dati fondamentali per comprendere le pratiche di gestione delle frontiere.
Ph: Davide Salvadori
SOLIDARIETÀ: COMPLICITÀ FRA STATI E CRIMINALIZZAZIONE DEGLI INDIVIDUI
Nel Patto europeo, “solidarietà” non indica più il sostegno alle persone in
movimento, ma la cooperazione tra Stati nella gestione dei respingimenti.
Il compromesso europeo non supera il Sistema Dublino, ma introduce una
solidarietà “flessibile”: redistribuzione, contributi economici o responsabilità
procedurali opzionali per gli Stati.
> Parallelamente, la solidarietà dal basso viene sempre più criminalizzata.
Rahel Sereke ha osservato come la repressione segua la logica del «colpirne uno
per educarne centro». Nel quartiere di Porta Venezia, pratiche di aiuto sono
state progressivamente trasformate in problemi di ordine pubblico attraverso
sanzioni, controlli e campagne mediatiche. «Oggi essere identificabili come le
persone che aiutano è un pericolo» ha aggiunto, «soprattutto se si tratta di
comunità nazionali, etnico-nazionali o le comunità di riferimento con background
migratorio».
La solidarietà diventa così un comportamento da scoraggiare, mentre gli spazi di
mutuo soccorso vengono ridotti e resi vulnerabili.
LIBERTÀ CONDIZIONATA
Il sistema di gestione migratoria contemporaneo produce una libertà sempre più
condizionata. Attraverso le disposizioni del regolamento screening, della
direttiva accoglienza e l’introduzione di alcune misure speciali, le persone
vengono mantenute “a disposizione” delle autorità senza che si parli formalmente
di detenzione.
Obblighi di firma, soggiorno, trasferimenti e restrizioni territoriali limitano
la libertà personale senza essere riconosciuti come tali.
L’avvocato Gianluca Vitale ha evidenziato come molte di queste misure derivino
dal diritto penale, trasferite però nel campo amministrativo. Valeria Verdolini
ha definito questo fenomeno come “pena senza colpa”: la libertà viene compressa
non per ciò che si è fatto, ma per la propria deportabilità.
Al panel sulla parola libertà ha partecipato anche l’europarlamentare Ilaria
Salis, che di privazione della libertà ne sa qualcosa, ma anche dei processi
decisionali all’interno dell’Unione Europea. Nel suo intervento ha restituito la
gravità della situazione in Parlamento Europeo, dove l’alleanza tra popolari ed
estrema destra permette di discutere e quasi approvare la detenzione e
deportabilità anche di minori di 6 anni.
VULNERABILITÀ: DA STRUMENTO DI TUTELA AD ARMA DI SELEZIONE
Forse nessuna parola mostra con altrettanta evidenza il processo di svuotamento
(e sfruttamento) semantico all’interno del nuovo patto europeo quanto il
concetto di vulnerabilità.
Nelle normative europee la vulnerabilità viene spesso trattata come una
caratteristica immediatamente visibile e individuale, mentre numerosi studi
dimostrano come essa sia invece prodotta da condizioni sociali, giuridiche ed
economiche specifiche.
Lo screening preliminare dovrebbe individuare le vulnerabilità entro sette
giorni dall’arrivo, in un contesto caratterizzato da trattenimento, forte
pressione psicologica e accesso limitato ai servizi.
Letizia Palumbo e Barbara Sorgoni, rispettivamente sociologa del diritto e
antropologa, hanno invece restituito come la vulnerabilità sia una condizione
“situata”, prodotta da fattori ambientali che possono impattare anche categorie
di persone ritenute “non-vulnerabili” per senso comune.
Il Patto arriva a seguito di decenni di raccomandazioni che sembra
strumentalizzare in senso marcatamente contrario: invece che predisporre
valutazioni di vulnerabilità tali da verificarne la sussistenza nella sua
complessità, elimina qualsiasi automaticità nelle garanzie a protezione delle
soggettività ritenute più fragili.
Come ha osservato Barbara Sorgoni, «forse le ricerche che per anni hanno
documentato le trappole e le difficoltà dei sistemi di asilo non sono state
ignorate dalle istituzioni europee. Forse sono state lette molto bene e
utilizzate per capire come impedire che le persone apprendessero il modo di
orientarsi dentro procedure sempre più soffocanti». La conseguenza è una
distinzione sempre più rigida tra persone considerate meritevoli di protezione e
persone ritenute sacrificabili, all’interno di un sistema che continua a
produrre vulnerabilità attraverso la precarizzazione giuridica e la limitazione
dei diritti.
RIPRENDERSI IL SIGNIFICATO DELLE PAROLE
«Il colonialismo ci insegna una cosa importante», ha affermato Selam Tesfai.
«Questa macchina ha bisogno di giustificazioni. Le giustificazioni cambiano nel
tempo, ma la logica resta la stessa: costruire una gerarchia tra corpi e vite
differenti».
Riprendendo le parole della scrittrice Gloria Anzaldúa, Khosravi ha ricordato
che la frontiera non è soltanto un luogo di violenza: è anche uno spazio di
produzione di conoscenza e di resistenza.
Nonostante l’inasprimento dei controlli e la crescita dei dispositivi
tecnologici, le persone continuano ad attraversare le frontiere, mostrando forme
di resistenza e adattamento a infrastrutture di sorveglianza e violenza che ad
altri occhi sembrerebbero imbattibili.
Se le frontiere contemporanee si espandono ben oltre i CPR, investendo città,
banche dati e procedure amministrative, anche le pratiche di opposizione devono
essere capaci di muoversi su questi stessi terreni.
Difendere i diritti significa oggi anche contendere il significato delle parole
con cui vengono nominati. In questa prospettiva, risignificare il linguaggio
diventa un atto politico: mettere in discussione le giustificazioni che
legittimano il capitalismo razziale e generare nuovi spazi di agibilità
politica.