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Gli Stati Generali sulla detenzione amministrativa
Il 22 e 23 maggio si è tenuta a Milano la quinta edizione degli Stati Generali sulla Detenzione Amministrativa: un evento che chiama a raccolta avvocatə e operatorə del diritto, ma anche accademici, attivistə e persone solidali per ragionare sulle evoluzioni normative e sociali intercorse annualmente in tema di detenzione e diritto d’asilo. Quest’anno risultava fondamentale affrontare i più ampi cambiamenti del Nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo, che non solo estende esponenzialmente i casi di una detenzione de facto delle persone migranti, ma segna un cambio di prospettiva epocale nel diritto d’immigrazione e d’asilo a livello europeo. Ad essere ridefinite non sono solo le procedure, ma il significato stesso delle parole e di concetti giuridici tradizionalmente associati alla protezione, i quali sono stati trasformati in armi per selezionare, confinare e controllare le persone migranti. Il Patto europeo rappresenta il punto di arrivo di questa traiettoria. Una riforma definita dalle istituzioni europee come «storica», che segna però anche un cambio di paradigma: se la normativa precedente era costruita almeno formalmente attorno alla figura del richiedente asilo e dei suoi diritti, il nuovo impianto assume come punto di vista prioritario quello dello Stato, della gestione dei flussi e della sicurezza delle frontiere. Ph: Davide Salvadori LA FRONTIERA ADDOSSO «Un migrante mi disse molti anni fa: la legge è per i poveri. E quello che intendeva era che la legge, per i poveri, è contro di loro. Non serve a proteggerli. Serve a confinarli, a opprimerli, a estrarre valore dai loro corpi». È così che Shahram Khosravi ha aperto il primo panel dedicato alla parola “frontiera”. Non è possibile comprendere le politiche migratorie europee senza iscriverle nel più ampio concetto di capitalismo razziale: un sistema che produce valore attraverso lo sfruttamento differenziato delle persone in base alla razza, ma anche al genere e alla classe. «A parità di lavoro e condizioni, una lavoratrice migrante può guadagnare fino al 20 per cento in meno rispetto a un lavoratore nazionale. Questo differenziale salariale è prodotto dalle frontiere», ha concluso Khosravi. Se per decenni la frontiera è stata immaginata come una linea di passaggio verso i diritti, oggi appare più evidentemente come un dispositivo che si attacca ai corpi, alle lingue, ai colori della pelle e alle gerarchie globali del lavoro. Con il regolamento Screening e le procedure accelerate di frontiera, la persona può essere trattenuta per mesi nella “finzione di non ingresso”: nonostante la persona sia già sul territorio, la persona rimane giuridicamente “in frontiera”, fino a una decisione sulle procedure da applicare. Ne deriva la possibilità di confinamento prolungato, procedure accelerate ed espulsioni sempre più agili. A questa trasformazione giuridica si accompagna quella tecnologica. Laura Carrer e le ricercatrici del centro Hermes hanno mostrato come la raccolta sistematica di dati biometrici, l’interoperabilità delle banche dati e l’utilizzo crescente di tecnologie di sorveglianza stiano producendo una nuova forma di confinamento: quello all’interno dei database. Fotografie, impronte digitali e scansioni facciali accompagnano le persone per decenni, ben oltre la loro esperienza migratoria. Un caso emblematico è quello di un cittadino eritreo naturalizzato italiano ancora inquadrato in database che ostacolano la sua libertà di movimento all’estero. Come ha sottolineato Khosravi: «Questo accade a un eritreo, a un afghano, a un iraniano. Non accade a un canadese, a uno svedese o a un francese. La storia coloniale continua a vivere nelle pratiche di frontiera». > La frontiera non si ferma ai confini esterni: cammina con noi all’interno > delle città.  Le cosiddette zone rosse e le ordinanze urbane producono nuove geografie di esclusione. Secondo Selam Tesfai, «la profilazione razziale, la segregazione degli spazi urbani, la distinzione tra chi può stare in un luogo e chi no hanno una storia precisa. L’apartheid non è qualcosa di estraneo alla storia italiana. Basta guardare ad Asmara e alla costruzione delle città coloniali». Queste pratiche costruiscono una geografia morale della città, in cui alcune presenze sono considerate legittime e altre minacciose. «Il mio senso di insicurezza», ha aggiunto, «non è mai considerato rilevante. Non conta la paura di attraversare una stazione sapendo di poter essere fermata per un controllo. Non conta l’umiliazione che si vive negli uffici immigrazione o quando viene chiesto il permesso di soggiorno in mezzo alla strada». A questa estensione dei poteri di sorveglianza si accompagna inoltre, come ha evidenziato il giornalista Duccio Facchini, una crescente opacità istituzionale. Mentre aumentano i dispositivi di controllo sulle persone, si restringe l’accesso alle informazioni da parte di giornalisti, avvocati e società civile. La ragion di Stato viene sempre più spesso invocata per giustificare il diniego di dati fondamentali per comprendere le pratiche di gestione delle frontiere. Ph: Davide Salvadori SOLIDARIETÀ: COMPLICITÀ FRA STATI E CRIMINALIZZAZIONE DEGLI INDIVIDUI Nel Patto europeo, “solidarietà” non indica più il sostegno alle persone in movimento, ma la cooperazione tra Stati nella gestione dei respingimenti. Il compromesso europeo non supera il Sistema Dublino, ma introduce una solidarietà “flessibile”: redistribuzione, contributi economici o responsabilità procedurali opzionali per gli Stati. > Parallelamente, la solidarietà dal basso viene sempre più criminalizzata. Rahel Sereke ha osservato come la repressione segua la logica del «colpirne uno per educarne centro». Nel quartiere di Porta Venezia, pratiche di aiuto sono state progressivamente trasformate in problemi di ordine pubblico attraverso sanzioni, controlli e campagne mediatiche. «Oggi essere identificabili come le persone che aiutano è un pericolo» ha aggiunto, «soprattutto se si tratta di comunità nazionali, etnico-nazionali o le comunità di riferimento con background migratorio». La solidarietà diventa così un comportamento da scoraggiare, mentre gli spazi di mutuo soccorso vengono ridotti e resi vulnerabili. LIBERTÀ CONDIZIONATA Il sistema di gestione migratoria contemporaneo produce una libertà sempre più condizionata. Attraverso le disposizioni del regolamento screening, della direttiva accoglienza e l’introduzione di alcune misure speciali, le persone vengono mantenute “a disposizione” delle autorità senza che si parli formalmente di detenzione. Obblighi di firma, soggiorno, trasferimenti e restrizioni territoriali limitano la libertà personale senza essere riconosciuti come tali. L’avvocato Gianluca Vitale ha evidenziato come molte di queste misure derivino dal diritto penale, trasferite però nel campo amministrativo. Valeria Verdolini ha definito questo fenomeno come “pena senza colpa”: la libertà viene compressa non per ciò che si è fatto, ma per la propria deportabilità. Al panel sulla parola libertà ha partecipato anche l’europarlamentare Ilaria Salis, che di privazione della libertà ne sa qualcosa, ma anche dei processi decisionali all’interno dell’Unione Europea. Nel suo intervento ha restituito la gravità della situazione in Parlamento Europeo, dove l’alleanza tra popolari ed estrema destra permette di discutere e quasi approvare la detenzione e deportabilità anche di minori di 6 anni. VULNERABILITÀ: DA STRUMENTO DI TUTELA AD ARMA DI SELEZIONE Forse nessuna parola mostra con altrettanta evidenza il processo di svuotamento (e sfruttamento) semantico all’interno del nuovo patto europeo quanto il concetto di vulnerabilità. Nelle normative europee la vulnerabilità viene spesso trattata come una caratteristica immediatamente visibile e individuale, mentre numerosi studi dimostrano come essa sia invece prodotta da condizioni sociali, giuridiche ed economiche specifiche. Lo screening preliminare dovrebbe individuare le vulnerabilità entro sette giorni dall’arrivo, in un contesto caratterizzato da trattenimento, forte pressione psicologica e accesso limitato ai servizi. Letizia Palumbo e Barbara Sorgoni, rispettivamente sociologa del diritto e antropologa, hanno invece restituito come la vulnerabilità sia una condizione “situata”, prodotta da fattori ambientali che possono impattare anche categorie di persone ritenute “non-vulnerabili” per senso comune.  Il Patto arriva a seguito di decenni di raccomandazioni che sembra strumentalizzare in senso marcatamente contrario: invece che predisporre valutazioni di vulnerabilità tali da verificarne la sussistenza nella sua complessità, elimina qualsiasi automaticità nelle garanzie a protezione delle soggettività ritenute più fragili.  Come ha osservato Barbara Sorgoni, «forse le ricerche che per anni hanno documentato le trappole e le difficoltà dei sistemi di asilo non sono state ignorate dalle istituzioni europee. Forse sono state lette molto bene e utilizzate per capire come impedire che le persone apprendessero il modo di orientarsi dentro procedure sempre più soffocanti». La conseguenza è una distinzione sempre più rigida tra persone considerate meritevoli di protezione e persone ritenute sacrificabili, all’interno di un sistema che continua a produrre vulnerabilità attraverso la precarizzazione giuridica e la limitazione dei diritti. RIPRENDERSI IL SIGNIFICATO DELLE PAROLE «Il colonialismo ci insegna una cosa importante», ha affermato Selam Tesfai. «Questa macchina ha bisogno di giustificazioni. Le giustificazioni cambiano nel tempo, ma la logica resta la stessa: costruire una gerarchia tra corpi e vite differenti». Riprendendo le parole della scrittrice Gloria Anzaldúa, Khosravi ha ricordato che la frontiera non è soltanto un luogo di violenza: è anche uno spazio di produzione di conoscenza e di resistenza. Nonostante l’inasprimento dei controlli e la crescita dei dispositivi tecnologici, le persone continuano ad attraversare le frontiere, mostrando forme di resistenza e adattamento a infrastrutture di sorveglianza e violenza che ad altri occhi sembrerebbero imbattibili. Se le frontiere contemporanee si espandono ben oltre i CPR, investendo città, banche dati e procedure amministrative, anche le pratiche di opposizione devono essere capaci di muoversi su questi stessi terreni. Difendere i diritti significa oggi anche contendere il significato delle parole con cui vengono nominati. In questa prospettiva, risignificare il linguaggio diventa un atto politico: mettere in discussione le giustificazioni che legittimano il capitalismo razziale e generare nuovi spazi di agibilità politica.
Disparu
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 MAFQOUD Lasciamo presentare la parola ai Corrispondenti del Giornale delle Rotte: Il mare non restituisce i nomi. A volte, restituisce i corpi quando il sale ha già finito il suo lavoro. Una madre tiene una foto. Aspetta di essere autorizzata a piangere. Ha pagato dodicimila euro per riportare a casa i suoi figli. Si è indebitata per seppellirli. Senza corpo non c’è lutto, dicono. Senza corpo la morte non è certa. Disparu è intrappolato in un tempo che non passa: per chi è andato e per chi è rimasto ad aspettare. DISPARU Parola a cura di Jacopo Anderlini e Vincenza Pellegrino dell’Università di Parma I termini disparu in francese, e mafqud, in arabo, indicano le persone scomparse durante le traversate del Mediterraneo o nei tentativi di «bruciare» le frontiere, il cui numero si conta oggi in numerose decine di migliaia. Se l’Organizzazione internazionale per le migrazioni parla di oltre trentamila morti nel Mediterraneo negli ultimi dieci anni, il numero è certo ben maggiore poiché moltissime persone scomparse non vengono denunciate né registrate. Per rendere l’idea, nel mese di agosto 2023, in uno dei nostri periodi di ricerca sul campo, nell’obitorio della provincia di Zarzis, nel sud della Tunisia, un conricercatore tunisino che si occupa di documentare i disparu ha ottenuto un registro dove si parlava di novecento corpi restituiti dal mare e recuperati sulle spiagge del litorale tunisino meridionale nella sola stagione estiva.  Disparu non rimanda semplicemente all’assenza di una persona – morta o scomparsa senza lasciare tracce – rinvia piuttosto a una condizione liminale di scomparsa che sfida le categorie di vita e morte, producendo una sofferenza che è al tempo stesso individuale, familiare e sociale.  La scomparsa non è un evento puntuale ma un processo prolungato nel tempo che coinvolge non solo chi parte senza mai arrivare ma anche le loro intere reti familiari e sociali. Le madri, i padri, i fratelli e le sorelle di chi è scomparso si trovano intrappolati in una dimensione temporale alterata, dove l’attesa diventa essa stessa una forma di violenza.  La categoria di disparu mette a nudo non solo quanto la traversata sia mortifera ma anche il fallimento del sistema europeo di identificazione e registrazione delle vittime del confine. Molti corpi vengono restituiti dal mare settimane o mesi dopo Nel raccontarci la sua storia di mancanza e perdita legata ai figli morti la morte, quando sole, sale e decomposizione li hanno resi irriconoscibili. Altri non riemergono mai, lasciando le famiglie in una condizione di incertezza senza fine: senza corpo non c’è lutto possibile.  In questo vuoto istituzionale alcune famiglie dei disparu si sono organizzate e hanno creato gruppi di solidarietà – come Mem.Med – Memoria mediterranea o la Terre pour tous – che lavorano con reti transnazionali come Commemor’action, nata nel 2014 dopo la strage del Tarajal a Ceuta dove decine di persone sono morte o scomparse nel tentativo di raggiungere l’enclave spagnola in Marocco. Queste reti attraversano e sfidano le burocrazie dei confini nazionali, si scambiano informazioni, portano avanti battaglie legali per ottenere identificazioni, rivendicando così il diritto alla verità. Inoltre prendono parola pubblicamente e costruiscono strumenti di documentazione dal basso, archivi dove le storie dei singoli scomparsi vengono raccontate, i loro nomi registrati e le loro vicende sottratte all’oblio istituzionale, trasformando il dolore privato in azione politica collettiva.  La condizione di disparu, infine, rende visibile la violenza del sistema dei visti e del regime confinario, che separa arbitrariamente chi ha diritto alla mobilità e chi no. Per le famiglie la battaglia per ritrovare i propri cari diventa anche una lotta contro l’ingiustizia di un mondo dove persino nella morte si applicano forme di discriminazione economica e razziale.  ESEMPI DAL CAMPO Nell’attraversamento del Mediterraneo e per lungo tempo risultati scomparsi, Amira descrive quello che per lei è stato il periodo più buio, caratterizzato da una battaglia contro un sistema che nega l’importanza del rapporto con i corpi dei propri cari per elaborare il lutto. Le madri di chi è scomparso sono sospese in uno stato in cui non sono né in vita né morti, e devono scontrarsi con il rifiuto dell’autorità di umanizzare la relazione familiare e di facilitare l’identificazione dei defunti. È questa mancanza, secondo Amira, che condanna le persone a una dimensione di sofferenza insopportabile, privandole della possibilità di fare i conti con la perdita, di immaginare gli ultimi momenti dei loro cari e, in definitiva, di trovare un senso di chiusura.  Estratto dai diari di campo, ottobre 2023  Davanti all’ambasciata italiana a Tunisi una donna anziana tiene un cartello con scritte in arabo la data di scomparsa del figlio e la domanda: «Dove è scomparso mio figlio?». Accanto ai manichini di ferro senza testa che rappresentano i giovani dispersi, le madri siedono per terra sotto un telo, ognuna con la foto del proprio figlio scomparso. Uno striscione recita: «Questi sono i morti dispersi nel mare, vittime della Fortress Europe». Estratto dai diari di campo, ottobre 2023 Nella casa di Souad alcune cose appaiono bloccate, ferme nel tempo. La camera dei due figli, scomparsi nel Mediterraneo l’uno a distanza di un anno dall’altro, le loro fotografie, le loro vite. Souad ci racconta di come paradossalmente il suo dolore ha cominciato a evolvere (esplodere, rendersi visibile, rendersi curabile) solo con il ritrovamento dei loro corpi in due spiagge della sponda nord della Sicilia. «Per riavere i loro corpi dallo stato italiano ho pagato circa dodicimila euro, abbiamo fatto una enorme colletta. Mi sono indebitata per riaverli».  Estratto dai diari di campo, ottobre 2023
Par la grâce de Dieu
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Tutte le parole che hanno posto nel Contro dizionario, hanno una prima volta, che  poi si ripete. Anche Dio si è rivelata cosi: Vincenza Pellegrino l’ha ascoltata una volta e poi di nuovo e ancora, come una benedizione quando qualcuno le regalava la propria storia, come un’invocazione per dire che Dio era dalla sua parte, come preghiera quando le si raccontava l’intenzione di partire. Hamid BM le ha rivelato quanto fosse masticata questa parola nei campi, dicendo che era una delle più importanti, che passava di bocca in bocca, di gesto in gesto, nel movimento, nelle attese.  Questa parola non è un’idea astratta ma una presenza che si respira. Dio è un nome ripetuto come un ritmo, un sostegno che tiene insieme, allontana la paura e alimenta speranza. Nei campi, nelle foreste, sulle barche, la fede diventa parola condivisa, un mantra che aiuta ad accettare il rischio e a trasformarlo in destino. Affidarsi a Dio significa riconoscere la possibilità della morte, ma anche darle un senso, iscriverla in un cammino che continua oltre l’ostacolo. Non c’è frase di un avventuriero che non sia accompagnata da par la grace de Dieu osi Dieu le veux. Nell’universo delle persone in movimento, Dio è guida invisibile e forza politica: sta dalla parte di chi fugge, di chi non ha protezione, contro un mondo che blocca e respinge. La fede permette di resistere, leggere l’esperienza come prova e rivelazione. Così, anche quando tutto tenta di impedire il movimento, Dio, preghiere e gesti sacri lo tengono in vita. DIEU Parola a cura di Vincenza Pellegrino, Università di Parma e Hamid BM Dio, è molto nominato nelle esperienze di mobilità interdetta, potremmo dire che è spesso presentato come motore stesso e nutrimento della migrazione interdetta. La credenza in Dio e più in generale la dimensione spirituale è elemento centrale per resistere e tenere duro durante l’avventura migratoria (si veda Encantation). «Sei mio padre, mia madre, la mia destra, la sinistra. Sei il solo che mi può aiutare»: questo è uno dei tanti mantra diffusi che si sentono a ogni ora negli accampamenti e sulle barche, dice Hamid. Mantra che puoi sentire nelle foreste, nelle brousse o negli zitounes. Parlando insieme di diverse testimonianze, Hamid sottolinea come queste pratiche di richiamo alla volontà di Dio manipolano simbolicamente innanzitutto l’accettazione del rischio: «Accetto la decisione che tu accetti per me». In questo riferirsi alla volontà di Dio, quindi, sta innanzitutto la conoscenza della dimensione mortifera del contesto sociale istituito, del fatto che muoversi per molte persone si è tradotto negli ultimi anni nella esposizione alla morte.  Più in generale, tuttavia, il riferimento costante dei migranti a Dio precede le ritualità di protezione all’esposizione al rischio, è qualcosa che si sente nell’aria ovunque in questi campi perché chi si mette in mobilità viene spesso da contesti dove le persone di origine africana sono profondamente credenti e praticanti – tanto tra i musulmani che tra i cristiani, cattolici o protestanti – di forme religiose monoteistiche spesso sincretiche a pratiche improntate all’animismo e alla relazione spirituale profonda con il mondo naturale. La maggior parte delle persone intrappolate nelle frontiere militarizzate e che fuggono da contesti violenti, quindi, credono profondamente e vedono in Dieu declinazione di un destino orientato: ti espone al mondo e te lo l’unica forma di potere/potenza in grado di aiutare gli ultimi, i perseguitati, les soldats o les aventuriers con poca speranza di sopravvivere e che il mondo degli uomini potenti osteggia. «Non hai nessuno che ti conduce. Nessuno che ti protegge. Il mondo degli umani ti ostacola e ti imprigiona. Ma Lui è dalla tua parte perché tu hai fede. E se ti ha condotto sino lì, significa che continua a condurti. Per questo che non solo io, ma tutti, durante tutta questa esperienza sentono che Dio è dalla parte di chi vuole salvarsi, è contro le leggi che ti impediscono di salvarti», dice Hamid.  Questo sistema di pensiero, ricorrente nel discorso dei testi moni di cui stiamo parlando, è interessante per vari motivi: mostra empiricamente che la società globale delle persone che non hanno diritto di muoversi e di portarsi in salvo dalle ingiustizie (che la stessa immobilità forzata fa esplodere) è una società di credenti, società che il viaggio in qualche modo post secolarizza ancora più marcatamente.  Inoltre il tipo di discorsi che si fanno su Dio dentro la mobilità impedita sono interessanti poiché costruiscono una specifica forma di epopea collettiva, costituiscono un insieme di mantra, esclamazioni, racconti che nutrono una specifica pedagogia della migrazione («anche e soprattutto ai bambini si insegna a pregare per il viaggio, a chiamare Dio come protettore per chi non ha nulla e nessuno che lo difenda»). Manipolando concettualmente l’idea del probabile fallimento e della probabile morte di chi è costretto a nascondersi perché tra gli uomini non ha più avvocati, né tribunali, né possibili difensori, dà a Dio un ruolo attivo nella storia, un ruolo potremmo dire politico: Dio vuole la giustizia, la salvezza di chi non ha nulla. Dio è la mostra per quel che è, ti mette in un percorso da cui puoi capire la natura delle cose umane, ti dà la forza di accettarle sapendo che anche fallire avrà senso, ma al tempo stesso ti accompagna nel modificarle. In tal senso la vivezza e la presenza di Dio sono del tutto specifiche in questi campi e colpiscono soprattutto noi ricercatori che proveniamo da società secolarizzate e disincantate. Infine, la fede e l’attaccamento alle pratiche religiose sono riportati come importanti elementi di facilitazione e socializzazione nelle società di transito, soprattutto nel caso delle persone di religione musulmana e del transito attraverso il Maghreb, contesto in cui la solidarietà dal basso risponde a forme di organizzazione religiosa.  ESEMPI DAL CAMPO Essere musulmano mi ha aiutato molto con gli arabi. Sentivano la mia credenza, eravamo fratelli. Io avevo un piccolo Corano portatile che mi è stato regalato e quando mi prendevano e lo vedevano chiedeva no scusa. Era un dono di protezione. Sono arrivato in Italia con il mio zaino con la camera d’aria e il piccolo Corano, tutto lì. E un pull che ho buttato appena arrivato. Intervista con hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia  È come se avessi avuto una persona nascosta in me che mi conduce va. Anzi mi spingeva. Eravamo in otto sotto l’albero in Tunisia e sono il solo che è arrivato, è il mio destino e l’ho accettato salendo sulla barca pensando che Dio aveva per me l’esperienza di non farmi arrivare ma di farmi vivere la conoscenza di quel viaggio e che era con me!  Intervista con ismail, giovane uomo di origine ivoriana, conosciuto in Tunisia
Comita: la parole del legame
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 La comita parla di legame. Persone che si uniscono, mettono insieme i pochi mezzi che hanno e trasformano la fiducia in forza, in una rotta condivisa, in una possibilità. Non ci sono intermediari né promesse comprate: solo mani che collaborano, conoscenze messe a disposizione del mare e qualcuno che accetta di guidare, diventando rais, portando sulle spalle il rischio e la speranza di tutti. È un partire che cresce nei quartieri, tra chi il mare lo conosce da sempre, tra chi lo attraversa già con lo sguardo prima ancora che con il corpo. La comita racconta che migrare è una scelta costruita dentro reti di fiducia, risorse e coraggio. E allo stesso tempo rivela le disuguaglianze: perché solo alcuni possono permettersi di partire così, mentre altri restano affidati a mani sconosciute. È, in fondo, una traversata che non comincia dalla riva, ma dalle relazioni: un pezzo di comunità che si stacca dalla terra e prova, insieme, a immaginare un altrove. COMITA Parola a cura di Filippo Torre, Università di Genova Il verbo latino committere è entrato dentro il dialetto tunisino attraverso la parola comita, un termine che indica una «compagnia», una «comitiva», un «equipaggio» che si mette d’accordo per organizzare l’attraversamento del canale di Sicilia in maniera autonoma, acquistando collettivamente la barca e tutto il materiale per dividere le spese e partire verso l’Italia. In Tunisia questa modalità di uscita (kharja) è contrapposta al viaggio organizzato attraverso un facilitatore (si veda Harrag), che permette di evitare i rischi di una truffa e i costi del servizio di intermediazione. La migrazione in comita segue linee di amicizia, familiari e di vicinato, fondando la partenza su (supposte) relazioni di fiducia, in rari casi utilizzando i social network per completare l’equipaggio. Rivelando in altre parole come la combinazione di capitale sociale e capitale economico strutturi precise pratiche di viaggio.  Muoversi in comita è quindi una modalità di uscita dalla Tunisia esclusivamente a portata di chi ha le giuste conoscenze marinaresche e una certa familiarità con la navigazione, a chi riesce cioè ad accedere direttamente ai mezzi di produzione della rotta migratoria mediterranea. È la modalità di chi ha già i contatti necessari per acquistare – o rubare, spesso nel manshar (il cantiere di riparazione), ma le conseguenze in caso di intercettazione sono più rischiose – una barca e il resto del materiale (Gps, motore, giubbotti, ecc.), mettere insieme l’equipaggio e trovare una persona in grado di guidare, che si prende il rischio di farsi eleggere come rais, parola che in arabo indica il capitano dell’imbarcazione (si veda Capitain). Per questo motivo è una modalità di viaggio che è utilizzata primariamente dagli abitanti tunisini della costa a sud della capitale Tunisi, che – se comparati con i tunisini dell’interno o i subsahariani che arrivano «da fuori» – hanno un accesso privilegiato allo spazio marittimo del canale di Sicilia e che possono mobilitare un sapere specifico legato alla pesca, in un contesto dove la costruzione, l’acquisto e il possesso di barche sono strettamente monitorati dallo stato.  I giovani uomini tunisini delle regioni costiere di Nabeul, Susa, Monastir, Mahdia, Sfax, Gabès, Medenin vedono con estrema naturalezza la prospettiva di percorrere in autonomia le miglia che dividono la costa tunisina dall’isola italiana di Lampedusa, muovendosi nelle zone di pesca (si veda Mammellone) e tra le rotte marittime che già molti di loro conoscono, sfidando le intercettazioni sempre più violente della guardia costiera tunisina e il rischio della deportazione dall’Italia. Ad alcuni di loro capita di cogliere l’opportunità, di partire quasi per caso, raccogliendo la proposta di imbarcarsi da parte di altri amici o parenti, con l’obiettivo di tentare la fortuna e lavorare qualche anno in Europa prima di ritornare.  Oltre a smentire un certo racconto eurocentrico che dipinge i migranti come orde di disperati pronti a partire a qualsiasi costo senza conoscere i rischi che li aspettano, la possibilità di viaggiare incomita riflette la sempre maggiore stratificazione e segregazione delle forme di attraversamento del canale di Sicilia, prodotte dall’irrigidimento del confine italo-tunisino. Come conseguenza degli accordi di esternalizzazione del confine tra la Tunisia e l’Unione Europea, chi non è un ragazzo tunisino che abita sulla costa e conosce il mare difficilmente riesce a organizzarsi per partire in autonomia, ed è costretto invece a fare affidamento su diverse figure di intermediatori più o meno organizzati (si veda Cokseur), a volte truffaldini e sfruttatori.  ESEMPI DAL CAMPO Ciao ragazzi, chi ha i soldi pronti ed è intenzionato a partire, il mio progetto è per venerdì prossimo. Siamo una comita, ci mancano ancora due persone con i soldi già pronti.  Post su un gruppo facebook  Tutte le persone a Mahdia in un modo o nell’altro conoscono il mare, sanno come si guida una barca. Il viaggio in comita prende forma solo se c’è un pescatore o qualcuno che conosce bene il mare, per questo è un modo caratteristico delle zone costiere. Quelli che vengono dall’in terno non ne sanno molto di mare e sono costretti ad affidarsi a un harrag. Quando su una barca la Garde Nationale trova un equipaggio in cui tutti vengono da fuori e uno dalla costa, quest’ultimo è di solito accusato di essere l’organizzatore o il capitano. Tutti qui abbiamo sempre provato tra di noi, tra amici. Questo tipo di viaggio si chiama comita: io e tutta la gente del quartiere ci siamo sempre organizzati tra di noi in questo modo. Cos’è la comita? È un gruppo di amici che compra il materiale per partire. Chi fa la comita? La fanno i poveri… C’è gente che va in spiaggia di notte per vedere se c’è qualcuno che parte, e si imbuca nel viaggio senza pagare niente…  intervista con Maher, ragazzo di Mahdia
Controfuoco. Per una critica all’ordine delle cose (N° 3, maggio 2026)
> con·tro·fuò·co/ > Incendio, appiccato volontariamente, > per eliminare il materiale > combustibile e quindi contrastare > l’avanzata di un incendio di grandi > proporzioni, spec. nei boschi. INTRODUZIONE Il 20 novembre 1989 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvava la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, affermando che ogni minore è prima di tutto un soggetto di diritti, titolare di una tutela fondata sul suo superiore interesse. L’Italia ratificava la Convenzione il 27 maggio 1991 con la legge n. 176. A distanza di oltre trent’anni, quei diritti fondamentali appaiono sempre più compromessi. L’adozione della cd. legge Zampa (n. 47 del 2017), prima delle modifiche peggiorative del governo Meloni, sembrava avesse finalmente rafforzato la tutela nei confronti dei minori stranieri non accompagnati (MSNA) arrivati in Italia, vietando il respingimento alla frontiera, garantendo il diritto all’accoglienza, alla salute e all’istruzione, e introducendo la figura del tutore volontario. Nonostante ciò, i diritti sanciti sulla carta hanno faticato a tradursi in protezione effettiva. Non tanto perché i principi della Convenzione di New York siano venuti meno sul piano formale, ma perché sono sistematicamente svuotati nelle pratiche, piegati a logiche di sicurezza, selezione e controllo. Il terzo numero di Controfuoco si inserisce in questo scarto tra diritto sancito e diritto negato proponendosi allo stesso tempo di fare luce sull’inedito attacco che esecutivi populisti e sovranisti stanno dispiegando al cuore stesso dell’impianto normativo italiano ed europeo, smantellando diritti e garanzie conquistate attraverso lotte e mobilitazioni. Gli articoli che leggerete mostrano come la figura del minore – includendo sia i minori stranieri non accompagnati che, più in generale, i giovani razzializzati cosiddetti di “seconda generazione” – sia oggi al centro di una profonda riconfigurazione simbolica e istituzionale. Da soggetto “vulnerabile” da proteggere, il minore viene di continuo rappresentato come problema di ordine pubblico, bersaglio di campagne mediatiche e risposte punitive sproporzionate. Si assiste ad un panico morale attorno alla “criminalità minorile” che non trova riscontro nelle statistiche, ma produce comunque un rafforzamento delle maglie penali e una sovra-rappresentazione dei giovani stranieri nei segmenti più punitivi del sistema. Questa torsione si inscrive in una più ampia involuzione della giustizia minorile: tra riforme processuali, decreti sicurezza e medicalizzazione del disagio, si erode il principio della differenziazione e si avvicina il trattamento riservato ai minori a quello degli adulti. Dietro alla retorica del “doverli salvare”, prende forma una giustizia che invece punisce, colpendo in modo sistematico chi è giovane e straniero o percepito come tale. La criminalizzazione, però, non passa solo da qui. Si costruisce prima di tutto nello spazio urbano e nelle narrazioni mediatiche e politiche, attraverso l’invenzione della figura stigmatizzante del “maranza”: non più minore, non necessariamente straniero, ma giovane non bianco, percepito come soggetto pericoloso da disciplinare. In questa narrazione manca qualsiasi riferimento ai vissuti individuali e collettivi dei giovani razzializzati, ai contesti territoriali e ai quartieri impoveriti in cui trascorrono le giornate. Come è assente qualsiasi riflessione sul razzismo sistemico e l’approccio delle istituzioni che considera questi giovani come un peso e non portatori di diritti.  E ancora una volta, la criminalizzazione si costruisce nel sistema di accoglienza che si rivela come un altro dispositivo di inclusione differenziale, strutturato per produrre manodopera ricattabile e obbediente, mentre chi devia dal percorso assegnato viene bollato come deviante e marginalizzato. Cosa sono oggi i Centri di accoglienza straordinaria, in particolare i nuovi CASP, se non luoghi di segregazione e invisibilizzazione in cui la tutela cede definitivamente il passo al contenimento? Il tempo dei minori soli è un tempo contraddittorio, fatto di urgenza e attesa, di accelerazioni forzate e immobilità amministrativa. La maggiore età incombe come una scadenza che velocizza i percorsi, mentre documenti, tutele e possibilità restano sospesi. È un tempo che costringe a crescere in fretta e ad essere pazienti, aspettando un parere che deciderà tra la regolarità di una vita precaria o l’irregolarità e tutto ciò che ne consegue.  Eppure, come emerge dai contributi, dentro questo dispositivo di criminalizzazione diffusa, qualcosa eccede. La voce dei giovani razzializzati – nella musica, nei linguaggi, nelle pratiche di auto-rappresentazione – rompe il silenzio imposto, ribalta lo stigma, rende visibile quel “noi” che è già presente. Non una richiesta di integrazione e assimilazione, ma un atto che impone alla società intera la loro esistenza, ossia un atto politico. È qui che Controfuoco prende posizione: non per difendere astrattamente dei diritti sempre più minori, ma per interrogare i rapporti di forza e i dispositivi che li rendono tali. CONTROFUOCO N° 3 MAGGIO 2026 SOMMARIO Se uniamo i puntini. La pista cifrata dell’involuzione della giustizia minorile Carolina Di Luciano I minori stranieri sono diventati più pericolosi? Riflessioni intorno alla delinquenza giovanile a partire dai dati Monia Giovannetti e Stefania Crocitti Il divenire maranza dei MSNA. Note sulla costruzione sociale della nuova teppa Nina Bacchini, Luca Daminelli, Tommaso Sarti Tra urgenza e attesa: le temporalità contraddittorie nelle traiettorie dei minori soli in Italia Alessandra Barzaghi Nominare, trattare: dall’oggetto del discorso al soggetto politico Angela Curina Accolti o segregati? Quando l’accoglienza nei CASP diventa invisibilizzazione sociale Omid Firouzi Tabar e Chiara Marchetti Pratiche amministrative di debordering. L’esempio del ricongiungimento familiare nel quadro del regolamento Dublino III Bastien Roland Clicca sull’immagine di copertina per scaricare gratuitamente la rivista o qui sotto Download in pdf Acquista una copia cartacea Fotografie: Nicoletta Alessio, Pietro Coppola, Omid Firouzi Tabar, Luca Greco, Alessia Mastroiacovo, Antonio Sempere, Save The Children, Alessandra Barzaghi La foto di copertina è di Chiara Pirra. Progetto grafico: Giacomo Bertorelle Gruppo redazionale: Jacopo Anderlini, Francesco Della Puppa, Francesco Ferri, Enrico Gargiulo, Barbara Barbieri, Stefano Bleggi, Giovanni Marenda, Omid Firouzi Tabar, Martina Lo Cascio, Francesca Esposito, Luca Daminelli e Emilio Caja. Cooperativa editrice Tele Radio City s.c.s., Vicolo Pontecorvo, 1/A – 35121 Padova, Italy, Iscr. Albo Soc. Coop. n. A121522 Melting Pot è una testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Padova in data 15/06/2015 n. 2359 del Registro Stampa. Controfuoco è un processo aperto e collettivo che vuole coinvolgere saperi e conoscenze composite e crescere a partire dalle diverse esperienze e biografie che intreccerà. Per contribuire scrivi a collaborazioni@meltingpot.org.
Cokseur: l’organizzatore logistico del viaggio
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Figura di passaggio, sospesa tra mondi, instabile, senza radici né garanzie, il cokseur aggrega una domanda che non può dichiararsi apertamente, la trasforma in movimento. Vive di fiducia e sospetto, di ombra e di fama. È nel suo gesto iniziale, nel raccogliere e mettere in relazione, che il viaggio prende forma. Non è il viaggio, ma  colui che lo rende possibile.  Tessitore di relazioni, raccoglitore di traiettorie disperse. Talvolta onesto, altre no. I luoghi della boza sono incerti, le sue strade non sono segnalate,  ogni direzione è rischio. Ed è allora che appare il cokseur: indica, connette, raduna. Un logista del viaggio. Lo si incontra lontano dal mare, tra stazioni improvvisate e margini urbani, pronto a comporre gruppi di viaggiatori come fossero costellazioni temporanee: autobus, taxi, barche ancora da immaginare. È voce e ponte al contempo, memoria di percorsi già tentati e archivio vivente di contatti. Spesso è stato egli stesso un aventurier, ma ha finito per fermarsi a metà del cammino. Conosce l’avventura e proprio per questo è capace di orientare quello degli altri. COKSEUR Parola a cura di Vincenza Pellegrino – Università di Parma-, Ivan Bonnin e Hamid BM Cokseur è il nome con cui viene indicata la figura di qualcuno che funge da intermediario nel dare informazioni utili a organizzare la boza. È una figura fondamentale poiché spesso gli aventurier si trovano in contesti che non conoscono, dentro i quali è difficilissimo muoversi senza essere intercettati e soprattutto è necessario acquisire informazioni e contatti per proseguire. Il cokseur è quindi una figura di relais: offre informazioni e contatti per proseguire il viaggio, e d’altro canto è colui che raccoglie i passeggeri per formare gli equipaggi di autobus, taxi, barche, per costituire insomma il gruppo di viaggio che affronterà insieme la tappa successiva. Termine solitamente riferito a figure terrestri più che marine (le si incontra lontano dal mare), per traslazione oggi indica anche coloro che organizzano gli equipaggi di mare (più spesso chiamati lanceurs, coloro che lanciano in mare). Nello stesso luogo vi sono spesso molti cokseur, come attori in competizione tra loro e con reputazioni diverse. Il cokseur è quindi l’aggregatore di una domanda sociale, un soggetto liminale posto tra il mondo dei viaggiatori neri e quello dei fornitori tunisini o maghrebini più in generale. Nella complessa organizzazione del viaggio di cui parliamo, il cokseur è spesso una persona che ha tentato la propria boza, ha desiderato raggiungere l’Europa o raggiungere una condizione di regolarità in altri paesi di transito, ma ha fallito nella propria impresa, e – avendo acquisito molta esperienza e contatti – si trova nella condizione di svolgere questo ruolo. «Non avendo famiglia, né radicamento, né diritti, il cokseur è spesso un uomo senza radici e da questo deriva la sua inaffidabilità», mi dice Hamid. A volte però svolgono il ruolo di cokseur anche studenti in migrazione o altre figure che – avendo documenti – possono facilitare le transazioni di soldi per il pagamento dei servizi resi. Perché una questione determinante in questi viaggi verso la salvezza è come svolgere le transazioni, visto che non si può viaggiare facilmente con soldi materiali poiché si è troppo esposti al furto (si veda Cachette). In tal senso una delle principali abilità del cokseur è quella di stabilire legami e relazioni con persone locali o in possesso di documenti attraverso cui effettuare le transazioni. La logica, quindi, è quella di sviluppare reti che consentano la circolazione dei soldi legata ai servizi di informazione, di assemblaggio delle domande e di trasporto necessari a chi deve muoversi nascostamente ma che sono fuori da logiche di sfruttamento criminale – di tipo sessuale e lavorativo ad esempio – alle quali invece allude in modo general generico l’informazione mediatica.  Altra figura simile ma diversa è quella del passeur, termine che indica invece più spesso una persona originaria del paese di transito (ad esempio Marocco, Algeria, Tunisia ma anche Mauritania e così via), e che a differenza del cokseur – che ha un ruolo di relais, informazione, assemblaggio – lavora operativamente a organizzare lo spostamento: ha contatti con gli chauffeur (coloro che guidano i mezzi) o è esso stesso proprietario di qualche mezzo (spesso sono persone che già svolgevano un lavoro nel trasporto di oggetti).  La logica con cui ci si affida a un cokseur o a un passeur è sempre la stessa: quella del passa parola e della raccomandazione informale («altre persone con lui sono riuscite a fare boza»). Ma più in generale si ha poca scelta: per sottrarsi alla violenza bisogna proseguire, e per proseguire spesso ci si espone alla violenza.  Altri termini testimoniano infine della complessa rete di figure che aiutano le persone a cui la mobilità è interdetta a muoversi verso condizioni migliori: tornano ad esempio nelle testimonianze i lanceurs («sono i maghrebini, les arabes che ti lanciano nel mare»), les guides (migranti molte volte respinti o ai quali persone locali insegnano le strade del passaggio), i kamò (una parola che probabilmente viene da camorassien, che sembra essere una traslazione ivoriana della parola «camorrista»). Se il cokseur ha tra i suoi compiti economici quello di reclutare le bouteille per il viaggio, il kamò rappresenta invece il manager del convoi, il soggetto subsahariano che stabilisce i contatti con les arabes.  ESEMPI DAL CAMPO Probabilmente se non fossi riuscito a passare e a salvarmi, se non fossi riuscito a fare boza, io sarei diventato un cokseur perché parlo le lingue e non avrei avuto altre scelte. Ho avuto molte occasioni di diventare cokseur. Ma se sei lì da cinque anni, dieci anni e nessun paese ti dà documenti, né la Tunisia né puoi andare in Europa né puoi tornare che è tutto bruciato, allora cosa fai? Certo che inizi a lavorare nel mondo del viaggio.  Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia
La 5° edizione degli Stati Generali sulla detenzione amministrativa
Gli Stati Generali sulla detenzione amministrativa si svolgeranno in presenza a Milano, presso il Centro Internazionale di Quartiere, e online su piattaforma Zoom. La partecipazione è gratuita, previa iscrizione. Il 22 e 23 maggio 2026 si terrà a Milano, presso il Centro Internazionale di Quartiere, la quinta edizione degli Stati Generali sulla detenzione amministrativa: un laboratorio politico e giuridico multidisciplinare che, anno dopo anno, si conferma come uno degli spazi più avanzati di analisi e contrasto del sistema della detenzione amministrativa e del regime dei visti in Europa. L’appuntamento arriva in un momento di passaggio decisivo. Con l’entrata in vigore del Patto europeo su migrazione e asilo prevista per giugno 2026, il diritto europeo in materia di mobilità, libertà personale e protezione internazionale attraversa una trasformazione profonda. Il programma completo Iscrizioni Una trasformazione che non si limita alla produzione di nuove norme, ma investe il livello più insidioso del diritto: quello del linguaggio. Il Patto, infatti, non introduce soltanto dispositivi giuridici più restrittivi, ma riorganizza il vocabolario stesso attraverso cui tali dispositivi vengono pensati e legittimati. Termini come frontiera, solidarietà, libertà e vulnerabilità ricorrono con frequenza nei testi normativi, ma vengono progressivamente svuotati del loro significato consolidato per assumere funzioni nuove, spesso opposte a quelle riconosciute dal diritto, dalle scienze sociali e dall’esperienza concreta delle persone migranti. È da qui che gli Stati Generali scelgono di partire: dal linguaggio. Non si tratta di un esercizio filologico, ma di un’operazione politica e giuridica essenziale. Smontare il lessico del Patto europeo diventa una condizione preliminare per qualsiasi forma di resistenza, sia essa legale, politica o comunicativa. Prima ancora di costruire argomentazioni alternative, è necessario comprendere come il testo normativo abbia già anticipato, neutralizzato e in parte assorbito le categorie attraverso cui si potrebbero rivendicare diritti. Il programma dei due giorni è costruito attorno a quattro panel tematici, ciascuno dedicato a una parola-chiave: frontiera, solidarietà, libertà e vulnerabilità. Ogni panel prende avvio dal significato ordinario del termine – quello che si potrebbe trovare in un dizionario o nel lessico giuridico consolidato – per metterne in evidenza lo scarto rispetto all’uso che ne fa il Patto europeo. Un esercizio di confronto che mira a rendere visibile la distanza tra il linguaggio dichiarato delle politiche migratorie e i loro effetti materiali. L’obiettivo è la costruzione collettiva di un glossario critico: uno strumento di analisi e di intervento che permetta di leggere le trasformazioni in corso non solo come cambiamenti normativi, ma come riscritture profonde delle categorie attraverso cui si definiscono confini, diritti e soggettività.
Clochard
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Les aventuriers hanno una vita complessa: da un lato sono privati di diritti, dall’altro vengono utilizzati per canalizzare paure e frustrazioni sociali. Vengono così costruiti come nemici interni, responsabili simbolici di un disagio collettivo che in realtà ha origini strutturali. In questo quadro, la violenza esercitata contro di loro appare non solo tollerata, ma implicitamente legittimata. Nel contesto del Maghreb, clochard indica gruppi di giovani marginalizzati coinvolti in microcriminalità che esercitano un controllo informale del territorio. Essi prendono di mira soprattutto le persone migranti subsahariane senza documenti, usando violenza e intimidazione per escluderli da spazi urbani e risorse. CLOCHARD Parola a cura di Jacopo Anderlini, Università di Parma Se nel francese standard la parola significa «senzatetto», nei paesi del Maghreb il termine clochard identifica la piccola criminalità che opera nelle periferie urbane e nelle zone rurali impoverite. Si tratta per lo più di giovani, singoli o organizzati in bande locali, talvolta legati alle tifoserie calcistiche. Spesso aggrediscono le persone subsahariane sans papiers, con l’obiettivo non solo di impossessarsi dei loro pochi averi ma anche di affermare il controllo territoriale su spazi che considerano propri. In questo senso, la loro azione emerge come una forma di governance informale che mira a regolare la presenza di soggetti percepiti come estranei e potenzialmente destabilizzanti per gli equilibri consolidati del quartiere. I clochard influenzano di fatto chi può transitare, sostare o lavorare in determinate aree, imponendo un regime di segregazione spaziale che relega le persone subsahariane in transito ai margini più estremi della società.  Questo fenomeno si è particolarmente intensificato in Tunisia a partire dal febbraio 2023, quando il discorso criminalizzante del presidente Kaïs Saïed ha di fatto legittimato socialmente l’aggressione verso i migranti subsahariani. Le successive normative che puniscono chi offre loro alloggio o lavoro hanno completato un processo di stigmatizzazione istituzionale che ha trasformato le persone sans papiers in bersagli socialmente autorizzati. In questo clima di legittimazione statale, la frustrazione generazionale, la disoccupazione e la mancanza di prospettive di mobilità sociale hanno trovato un canale di sfogo nella violenza verso soggetti che lo stato stesso aveva indicato come nemici interni.  Questa violenza dal basso si è poi saldata con l’intensificazione della violenza istituzionale, creando un sistema integrato di oppressione: i rastrellamenti e le deportazioni di massa da parte delle autorità di polizia si sono moltiplicati, mentre parallelamente cresceva l’impunità per le aggressioni compiute da civili.  I migranti subsahariani subiscono così una duplice esposizione alla violenza che ricorda la figura dell’homo sacer descritta da Giorgio Agamben: un soggetto che chiunque può colpire impunemente senza commettere un crimine, escluso tanto dall’ordine giuridico quanto dalla comunità. Come il pharmakos dell’antichità greca, le persone in transito subsahariane funzionano da capro espiatorio collettivo, su cui una società in crisi scarica le proprie tensioni e frustrazioni.  In questo scenario i clochard agiscono come esecutori materiali di un sistema di violenza più ampio che attraversa l’intera società maghrebina. Per i giovani delle periferie impoverite, l’aggressione ai migranti neri diventa un modo di ristabilire simbolicamente la propria posizione sociale: l’umiliazione strutturale – quella hogra che caratterizza l’esperienza di esclusione e frustrazione postcoloniale (si veda Hogra) – trova sfogo nella sopraffazione di chi è percepito come ancora più in basso nella gerarchia sociale.  Vittime del sistema si trasformano così in carnefici di soggetti ancora più deboli.  ESEMPI DAL CAMPO Mary, una donna camerunense sans papiers sulla cinquantina, ci dà appuntamento in una zona periferica di Sfax vicino a dove vive, per raccontarci delle torture e detenzioni subite in Libia e Algeria e della sua attuale condizione in Tunisia. Il luogo d’incontro è sulla soglia di un edificio abbandonato e defilato, vicino alla ferrovia. Mary arriva trafelata e coperta dalla testa ai piedi da un lungo abito. Mentre parla  con noi continua a guardare gli angoli della strada come temesse l’arrivo di qualcuno. Le chiediamo se abbia paura della polizia ma lei nega con decisione: «Il problema sono i clochard di qui, che danno la caccia ai neri». Ci spiega che le persone subsahariane vengono aggredite o taglieggiate quasi quotidianamente da gruppi di giovani tunisini, piccoli criminali della zona che vivono di espedienti, che le picchiano e poi le privano dei loro pochi averi.  Estratto dai diari di campo, gennaio 2024
Clandestino: di nascosto
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Quante volte l’abbiamo ascoltata questa parola? Termine che criminalizza, costruzione politica di un nemico. Tagliente, accusatoria, criminalizzante. Vuol dire di nascosto. Indica ciò che avviene senza autorizzazione, contro la legge. E’ diventato un termine chiave del linguaggio securitario. Trasforma il migrante in figura illegale, sospetta, da controllare. Negli ultimi anni si è imposta nel discorso politico e mediatico, alimentato dalle narrazioni sempre più diffuse che criminalizzano le migrazioni. Ma entra anche nel linguaggio quotidiano, dove, in contesti di tensione e abbandono istituzionale, come a Lampedusa, diventa una parola carica di paura e rabbia.  E poi, siccome le parole sono magiche,  clandestino diventa simbolo identitario e culturale.  Da marchio negativo a segno di resistenza. CLANDESTINO Parola a cura di Luca Giliberti, Università di Parma. L’ etimologia della parola clandestino deriva dal latino clandestinus, che a sua volta proviene daclam, che significa «di nascosto»; indica per lo più cose fatte senza l’approvazione o contro il divieto dell’autorità. Termine molto in voga all’interno del dibattito sulle migrazioni, rimanda a un approccio di tipo securitario e fa riferimento a una dimensione non autorizzata, illegale, che agisce in segreto, evitando i controlli. Si consolida negli ultimi anni nel linguaggio politico mainstream, veicolato dai mass media e cavalcato da forze politiche che fanno della criminalizzazione delle migrazioni il loro cavallo di battaglia.  Parola dalla diffusione feconda, oltre a emergere nel dibattito proibizionista e a fianco delle politiche di razzismo istituzionale, si consolida nel linguaggio dal basso delle popolazioni locali coinvolte direttamente dal fenomeno migratorio. Sull’isola di Lampedusa, per esempio, se storicamente il termine per indicare i migranti è quello di turcu (si veda Turcu), in tempi recenti la parola clandestino emerge in modo decisivo, in un contesto in cui si condensano il risentimento e la frustrazione per il senso di abbandono istituzionale e si fomentano ansie di tipo securitario. Il clandestino diviene allora il nemico da combattere, finendo per incarnare la figura del capro espiatorio.  Al contempo, il concetto di clandestino in altri contesti sociali si trova a ripercorrere il classico schema dello stigma che si trasforma in emblema, e viene rivendicato in vari modi, per esempio attraverso un certo tipo di produzione culturale. La hit globale di Manu Chao, che dà il nome al popolarissimo disco, insieme a una serie di altre produzioni culturali che ne fanno un uso similare – come la famosa canzone del rapper Master Sina e del cantante tunisino Balti – ne sono un chiaro esempio, ribaltando la cornice di senso che solitamente attornia tale concetto.  ESEMPI DAL CAMPO Manchiamo sull’isola da un anno e mezzo e non facciamo in tempo ad arrivare che, già sul taxi, esce fuori la parola clandestino. Il tassista, alla domanda di come va sull’isola, risponde che «i clandestini arri vano ogni giorno e che in questo momento c’è bel tempo, ci saranno sbarchi. Turisti invece ancora niente».  Estratto dai diari di campo, aprile 2025  «Bisogna difendersi. Qui siamo in guerra contro i clandestini…», esordisce Guido. L’inizio della conversazione è d’impatto, evidenziando una netta contrapposizione tra lampedusani e migranti, specialmente quelli di origine tunisina: «I tunisini sono una brutta razza… Vengono a pescare da noi e noi non possiamo pescare da loro. A differenza dei neri, chi arriva qui non scappa da nessuna guerra. Si muovono solo per arricchirsi: ’A jaddina ca camina porta ’a vozza china [la gallina che cammina ha la pancia piena]». Ci racconta attraverso un detto che sembrerebbe stigmatizzare i migranti, in particolare quelli economici. Nonostante la profonda diffidenza nei confronti degli sbarcati a Lampedusa, Guido è stato protagonista di un salvataggio in mare, di cui ci racconta i dettagli con grande emozione: «A me, come a molti, è capitato di incontrare un barcone di clandestini. Ho chiamato i miei amici che mi hanno detto di lasciar stare. Alla fine, ho deciso di trai narli e, se fosse affondata la barca, me li sarei presi a bordo. Non si lasciano le persone amare. Quando siamo arrivati in porto, mi hanno abbracciato come un salvatore… Guarda, ho la pelle d’oca».  Estratto dai diari di campo, settembre 2022  «Sono venuto in Italia, venuto da piccolo / Arabo in Italia, quello che dicono / Scappato dal paese su una barca / Choft 3la 3inaya wled [ho visto coi miei occhi ragazzi del mio paese affondare] / C’è chi si è salvato, c’è chi è morto / C’è chi è annegato, senza ritorno / Buongiorno l’Italia, ciao la Tunisia / Hareb min lbled w houma trak el boulisiya [in fuga dal paese e li insegue la polizia] / Mi sono arrangiato, ho sbagliato / Mi hanno taggato, per maleducato / Io sono cresciuto, ho pagato / […] / Non devo dire grazie a nessuno, perché la mia vita l’ho fatta da solo / E quando da bimbo tu aspettavi il regalo, io ero fuori a raccogliere il denaro / Clandestino / Perché senza soggiorno / Perché senza la mamma / Perché senza ritorno / Clandestino / Io voglio diventare ricco / Facendo contento la mamma / Senza cadere a picco».  Estratto della canzone Clandestino di Master Sina e Balti
Centro, tra ostacolo e orizzonte
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Anche centro è una parola  dalle molteplici sfumature, tra due sponde dello stesso mare. La parola è italiana, ma la si mastica in Tunisia e qui, acquisisce il senso preciso che manca al centro italiano: indica luoghi di cattura e contenimento. Hotspot, Cas, Cpr.  Il termine è entrato rapidamente nel linguaggio dei giovani, che raccontano le esperienze di chi è arrivato in Italia e poi è stato rinchiuso. Video sui social, storie di amici e parenti fanno circolare queste esperienze. Non è un concetto astratto: è uno spazio chiuso, sorvegliato, da cui non si esce. Eppure, negli stessi network, si condividono pratiche per sfuggire, aggirare, resistere. E allora lui è lì,  quasi come un’ingombrante presenza che resta un ostacolo, ma al contempo offre un orizzonte. CENTRO Parola a cura di Jacopo Anderlini, Università di Parma Numerosi sono i prestiti linguistici dall’italiano al tunisino, espressione della secolare prossimità sociale e culturale tra le due sponde del Mediterraneo. Si tratta di parole che toccano vari ambiti del quotidiano: il lavoro, come la pesca o il piccolo commercio, la vita domestica, l’abbigliamento, i trasporti.  Il termine centro non appartiene a questo insieme. La sua comparsa nella lingua tunisina è recente e riflette l’impatto – simbolico e materiale – del regime confinario europeo, non solo sulle pratiche ma anche sugli immaginari e i desideri di mobilità della popolazione tunisina.  Per un parlante italiano, centro è un termine alquanto generico; in Tunisia invece identifica una gamma di specifici dispositivi di confine votati alla cattura e al contenimento: hotspot, Centri di accoglienza straordinaria (Cas), Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). È entrato rapidamente nel lessico dei giovani tunisini – siano essi provenienti dalle classi popolari o della media borghesia – quando discutono dei pro e dei contro, delle possibilità di migrare, pesandone rischi e opportunità. La diffusione del termine si deve ai racconti di chi è riuscito ad arrivare in Italia ma è poi incappato in questi luoghi di detenzione, esperienze che vengono condivise soprattutto attraverso video sui social network. Queste storie circolano anche attraverso le scuole tunisine, in cui – nell’ambito di specifici programmi didattici, spesso finanziati con fondi europei – si ritiene che possano servire come deterrente alla mobilità, informando sui rischi della migrazione. L’esistenza di centri detentivi dove si viene rinchiusi per il solo fatto di provenire da un altro paese viene presentata come una realtà naturale e non il frutto delle politiche mortifere dell’Unione Europea. L’hotspot di Lampedusa rappresenta l’emblema di questi dispositivi: un luogo di detenzione insulare dove chi arriva dall’altra parte del Mediterraneo viene sottoposto a procedure di identificazione e smistamento, trasformando l’intera isola in una prigione a cielo aperto (si veda Lampedusa).  Nonostante la rappresentazione del centro sia quella di un luogo chiuso e recintato, dove si sta in gabbia, non si può uscire e si è sorvegliati costantemente, nelle reti che raggruppano chi è partito e chi non lo è ancora vengono condivise pratiche di resistenza e sottrazione a questo dispositivo, da una parte all’altra del Mediterraneo.  ESEMPI DAL CAMPO Per Hamid, giovane tunisino di un quartiere popolare di Mahdia, il centro non è un’istituzione precisa, ma un’immagine ricorrente fatta di recinzioni, cancelli e guardie. Quando parla dei rischi del viaggio non teme tanto il mare quanto «restare bloccato in un centro per mesi». Questa rappresentazione circola tra i suoi coetanei attraverso racconti, chat su WhatsApp e brevi video su TikTok. È diventata una sorta di deterrente simbolico: il centro come gabbia da evitare a ogni costo, anche se nessuno di loro ci è mai stato di persona. È questa stessa rappresentazione astratta, idealtipica, del centro che vediamo raffigurata nei bozzetti di una scenografia di uno studente dell’Accademia d’arte di Mahdia. Estratto dai diari di campo, febbraio 2025