Fine della democrazia, lo scrolling infinito verso un nuovo regime

Pressenza - Monday, August 10, 2026

«Guardatevi attorno. Non avete la vaga impressione di vivere un momento di dissociazione collettiva? Vediamo che tutto sta crollando, eppure andiamo avanti come se niente fosse. Questa non è una crisi della democrazia ma lo smottamento verso un nuovo regime. Scrolling infinito, dopamina sotto controllo. Quando dubiterete di voi stessi, ricordatelo: questo secolo non vi impedisce di pensare, vi tiene occupati finché non saprete più come fare. Il XXI secolo non vi governerà, vi programmerà»_

 

Il codice ha preso il posto della rappresentanza consegnata ad istituzioni che esprimano un volere, una sovranità di una pluralità di individui.  L’individuazione oggi è già in buona misura aldilà della sovranità popolare circoscritta nell’arena di forze (partiti) in un perimetro (parlamento e costituzione). Prendo il passaggio estrapolandolo da un contesto che è distante dai miei convincimenti. Ma bene rende il problema. Nel suo saggio Resistere ai tempi oscuri (Einaudi, 2026 ), Asma Mhalla parla di una «cyberdistopia»: «Ciò che chiamiamo realtà è già un’interfaccia». Secondo questa interpretazione, il punto non è (solo) tecnologico. È politico. Nel Leviatano, Thomas Hobbes immagina il sovrano come un gigante riempito di migliaia di corpi umani minuscoli: il potere del «mostro» nasce da un patto collettivo. Ci raccogliamo nel perimetro di un’entità sovrana cui affidiamo — cedendola — la forza individuale di ciascuno, ricevendone in cambio sicurezza, ordine, protezione. Il frontespizio di quell’opera, data alle stampe nel 1651, raffigura il modello su cui si reggono ancora gli Stati in grado di tutelarci dall’autodistruzione. Il sistema funziona finché quello Stato detiene il monopolio della forza — e il controllo della struttura. Quando un’altra potenza comparabile entra in campo, il patto vacilla. Le BigTech rappresenterebbero quella «potenza comparabile». Non competono con gli Stati sul piano dello scontro diretto geopolitico. Competono sul terreno delle infrastrutture cognitive e spostano le grandi decisioni «fuori» dalla sfera democratica. Non è una novità assoluta, ed è stato questo il lascito del materialismo storico ad una critica dell’ideologia sopravvissuta al crollo del muro. Fin qui però si era ancora creduto di poter in qualche modo addomesticare la bestia. Mentre oggi non lo sostiene più nessuno. Nessuno che conti qualcosa. Prendo a riprova di ciò un passo di un editoriale del Corsera:
L’Europa ha sì (e con merito) cercato di sviluppare un quadro normativo articolato che contenga il potere delle BigTech. Non ha però costruito una forza industriale minimamente paragonabile a quella americana o cinese. Le buone regole hanno senso, ma le regole da sole non penetrano nei rapporti di potere.
Mario Draghi lo aveva scritto due anni fa: senza un salto di scala negli investimenti in tecnologia, energia, difesa, l’Europa non potrà competere e si destinerà a divenire un mercato di consumo per le potenze che «producono» futuro. Il suo rapporto, presentato il 9 settembre 2024, è rimasto lì. Quante delle raccomandazioni sono state realizzate appieno? Sessanta su 383, pari al 15,7%; erano il 15% a inizio 2026. La percentuale misura il ritardo. E il ritardo, in questa fase, non è un dato tecnico. È un rischio, appunto, politico. C’è qualcosa che le democrazie custodiscono: la capacità di nominare i problemi. Di metterli sul tavolo. Di costruire attorno a quel tavolo un consenso che vuole rispondere — lentamente, conflittualmente — alla realtà dei cittadini, oltre le interfacce.In un’epoca in cui la prima forma di resistenza è sforzarsi di vedere, o di ascoltare, non è poco. Certo, adesso dovremmo immaginare la nostra di accelerazione. Accelerazione, realtà aumentata, algoritmi… del vecchio Hobbes resta una citazione che è una forzatura:
L’inferno è la verità vista troppo tardi.

Michele Ambrogio