Negli Stati Uniti la protesta dal basso ha già bloccato oltre 70 progetti di data center
Almeno 75 progetti di data center, i capannoni pieni di server che fanno
funzionare l’intelligenza artificiale, sono stati bloccati o rinviati negli USA
nei primi tre mesi del 2026 per l’opposizione delle comunità locali, per circa
130 miliardi di dollari di investimenti. Li ha contati Data Center Watch, il
progetto della società di ricerca 10a Labs che segue i progetti contestati dai
residenti, secondo cui si tratta della «più grande concentrazione in un singolo
trimestre mai registrata», pari al valore di tutto il 2025. Solo tra aprile e
giugno l’osservatorio ne ha registrati altri 45, per quasi 68 miliardi. Un
numero complessivo preciso, però, non esiste e le due cifre di Data Center Watch
non possono essere sommate perché molti progetti fermati nel primo trimestre
sono rimasti contestati anche nel secondo. Il conteggio fa distinzione anche tra
progetti bloccati, cioè ritirati dopo le proteste, e progetti solo rinviati, che
possono ancora ripartire.
A confermare la tendenza è un’inchiesta del Financial Times, che cita il
conteggio della società RegLayers: almeno 47 grandi progetti rinviati, ritirati
o bocciati dall’inizio dell’anno. È una stima prudente, perché considera solo i
progetti più grandi, e comprende anche quelli fermati da permessi negati o da
difficoltà di finanziamento. Secondo la stessa inchiesta, quest’anno oltre mille
comunità locali hanno tentato di introdurre moratorie, cioè sospensioni
temporanee delle nuove costruzioni, o altri limiti. Intanto i gruppi locali di
opposizione sono più che raddoppiati rispetto alla fine del 2025 e sono presenti
in 49 Stati su 50.
Dietro i numeri ci sono storie di piccoli centri. Ad Archbald, cittadina della
Pennsylvania di circa 7.500 abitanti, il 27 marzo il consiglio comunale ha
respinto un complesso di 18 edifici proposto dalla texana Provident Realty
Advisors, davanti a circa 200 residenti. La legge statale imponeva di votare
entro quel giorno, altrimenti il progetto sarebbe stato approvato in automatico.
Gli abitanti temevano rumore, inquinamento luminoso e dell’aria, la perdita di
habitat naturali e il calo del valore delle case. «Non corrisponde alla retorica
del “buon vicino” che continuano a propinarci» ha detto la residente Janessa
Bednash a DeSmog. A Hoffman Estates, alla periferia di Chicago, settimane di
mobilitazione hanno spinto l’1 luglio la società Karis Critical a ritirare la
richiesta di trasformare 186 acri, circa 75 ettari, di terreni residenziali in
area industriale. I residenti avevano scoperto che il Comune discuteva il
progetto con l’azienda da un anno e mezzo e che negli atti pubblici non c’erano
studi ambientali né dati sul consumo d’acqua.
Chi si oppone contesta i consumi di elettricità e il conseguente aumento delle
bollette, l’acqua usata per raffreddare i server, il rumore e le scarse ricadute
positive sul territorio. Sulle bollette i timori hanno una base documentata.
Nella rete gestita da PJM, l’operatore che porta l’elettricità a 13 Stati
dell’est e del Midwest, il controllore indipendente del mercato ha calcolato che
la domanda dei data center, esistente e prevista, ha fatto salire di 23,1
miliardi di dollari i pagamenti per la “capacità”, cioè le somme versate alle
centrali per garantire che ci sia abbastanza potenza disponibile nei momenti di
picco. Solo nelle ultime due aste, 13,8 miliardi sono finiti direttamente nelle
bollette, e nei primi tre mesi del 2026 il costo all’ingrosso dell’elettricità è
cresciuto del 75,5% rispetto a un anno prima.
La mobilitazione, come avevamo raccontato, è poi passata dalle assemblee
comunali ai parlamenti statali tanto che, nelle prime sei settimane dell’anno
sono state depositate oltre 300 proposte di legge sui data center e in 14 Stati,
su iniziativa sia di democratici sia di repubblicani, è stata proposta una
moratoria statale. Lo Stato di New York ha sospeso per un anno i nuovi impianti
più grandi, mentre in Maine la moratoria approvata dal parlamento è stata
bloccata dal veto della governatrice democratica Janet Mills. Washington spinge
nella direzione opposta. La Casa Bianca ha ordinato alle agenzie federali di
accelerare i permessi per data center e centrali, e il senatore repubblicano Tom
Cotton ha chiesto al Dipartimento di Giustizia di indagare se dietro gli
attivisti ci siano potenze straniere con presunti interessi nel rallentare la
proliferazione di queste strutture. Il 9 ottobre la FERC, l’autorità federale
che regola le reti elettriche, ha approvato la creazione di un registro dei
grandi consumatori da almeno 50 megawatt nella rete PJM, che raccoglierà date di
allacciamento e fabbisogno di potenza dei nuovi impianti.
Gli stop si sommano ai dubbi degli analisti. Secondo la banca d’investimento
Bernstein, solo il 35% dei data center annunciati negli Stati Uniti è davvero
realizzabile. La protesta, intanto, ha attraversato l’oceano. In Lombardia è
nata a settembre la prima rete dal basso contro i data center, che ha
già frenato due impianti e l’11 ottobre ha portato in piazza a Milano
la richiesta di una moratoria. Pochi giorni dopo il presidente della regione
Lombardia Attilio Fontana ha annunciato una modifica della legge regionale,
mentre il Governo va nella direzione opposta e ha dimezzato i tempi della
valutazione ambientale per i nuovi impianti.
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