L’attualità arriva sempre in ritardo

L'INDIPENDENTE - Saturday, August 8, 2026

A seguire Phil K. Dick, “l’uomo che ricordava il futuro”, come scrive Anthony Peake (Gremese ed. 2017), la gente ormai non può più essere sicura di che cosa sia reale e che cosa non lo sia.

Percepiamo nettamente ogni notizia che apprendiamo come la naturale conseguenza di ciò che già ci aspettavamo. Le stesse reazioni impazienti, inconsulte, aggressive dei social sono la testimonianza che ognuno è convinto di sapere che le cose stiano in un certo modo e in nessun altro.

La tolleranza sarebbe invece il frutto maturo dell’esistenza di possibilità alternative e delle inevitabili contraddizioni, mentre la pretesa che le cose vadano in un solo modo determinato distrugge la realtà come regno del possibile, ci inchioda in un determinismo che annienta ogni margine inatteso, ogni ambizione spirituale, qualsiasi fede e costruzione di una promessa e di un pentimento, e anche lo spegnersi di ogni precognizione o sincronicità.

L’alternativa a tutto questo, alla prigionia di un tutto univoco e prestabilito era stata cinquant’anni fa la teoria dei livelli di realtà, sulla quale allora ci eravamo confrontati allo scopo di individuare differenti modi del razionale e dell’irrazionale.

Ricordo di essere intervenuto per dire che la nozione di cronaca e quindi il compito del giornalista stava per cambiare completamente. Era banale dire che le notizie appena date erano già vecchie, il problema non risiedeva nella frustrazione del giornalista scavalcato dai fatti, ma dalla convinzione che prima o poi lo stesso giornalismo d’inchiesta sarebbe stato reso vano dal tumulto dei new media. Tutto si sarebbe rivestito di partigianeria e inattendibilità e la vera indagine non avrebbe ricevuto alcun premio. E allora dove recuperare la verità? Nelle fessure tra due opposte menzogne, amavo dire.

Eccoli ora i social a urlare tutte le nostre frustrazioni e nello stesso ecco il piano diabolico di certa informazione a produrre strade a senso unico per androidi manipolati, resi felici dell’obbedienza e dalla incazzatura come unica forma rivoluzionaria.

Non bisogna dimenticare Dick e la sua teoria dell’esistenza di due tipi di tempo, che si troverebbero ad angolo retto uno rispetto all’altro. Normalmente siamo consapevoli solo del tempo verticale, progressivo ma nel tempo cubico la causalità può correre anche in senso inverso e quindi passato e futuro possono coesistere in uno stesso momento.

Si possono formare linee temporali parallele, la superficie ha diverse profondità, il passato si può ‘riparare’ in favore di una migliore comprensione di quanto accade.

Il giornalista insomma ha l’asprezza di chi trasmette diagnosi sui fatti osservando quanto accade e svelandone le responsabilità ma ha anche una sua teoria, un suo modo di smascherare la verità come se la verità fosse un colpevole. Oriana Fallaci aveva esasperato queste capacità e queste posizioni ma aveva anche indicato un ruolo scomodo del suo mestiere.

Insomma, esiste una quarta dimensione anche nel vero giornalismo, determinata dall’azione del tempo sui fatti. Lo percepiamo quando su certe stragi o attentati dobbiamo ammettere una frustrazione. Nemmeno l’accertamento giudiziario dei fatti li definisce una volta per tutte con i propri responsabili.

La verità è appannaggio della coscienza collettiva ma subisce egualmente manipolazioni, oscuramenti da parte di chi detiene poteri pubblici.

La realtà corre, la politica frena. I treni sono sempre in ritardo anche perché qualcuno sposta le stazioni un po’ più in là.

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