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Il mondo: “un posto pulito, illuminato bene”
Sono passati giusto cent’anni dalla ideazione di un piccolo capolavoro A Clean Well-Lighted Place, un breve racconto di Ernest Hemingway, pubblicato poi nel 1933. Un vero e proprio sketch filosofico, anticipatore della letteratura oggettiva e di quella neorealista, che probabilmente ispirò a Cesare Pavese il racconto Nel caffè della stazione. Ieri leggevo quelle cinque pagine di Hemingway: «Era tardi e tutti se n’erano andati dal caffè, tranne un vecchio seduto nella zona d’ombra che le foglie dell’albero formavano sotto la luce elettrica». Pagine di fatto autobiografiche, o che hanno comunque quello speciale respiro di una visione diretta e che poi, se seguiamo la biografia dello scrittore americano scritta da Fernanda Pivano, vediamo sempre intrecciarsi con vicende personali: l’alcool, la depressione, l’ossessione del suicidio… Mi incanta sempre la magia che crea Hemingway di espandere la percezione di ogni cosa banale in un orizzonte di vita a sé stante, di visibile creazione artistica, rendendo leggendari anche i piccoli fatti o le persone qualsiasi, come il vecchio ubriaco che aveva tentato di uccidersi, «disperato di niente» perché aveva «un sacco di soldi», e i due camerieri che nel racconto parlavano di lui. Costruire sequenze cinematografiche sull’andirivieni dei bar, ad esempio, location pullulanti di ritratti e storie dove Hemingway amava scrivere. Forse per la sua dipendenza dall’alcool, egli aveva allucinazioni prima di addormentarsi, del tipo di quelle esposte dallo psichiatra Oliver Sacks nei suoi libri: quello spingersi oltre noi stessi che può generare alterazioni degli stati di coscienza (Allucinazioni, trad.it [1]. Adelphi, capp. 6 e 11). Hemingway vedeva che la sua anima lasciava il proprio corpo: forse non aveva soltanto paura di non svegliarsi più ma anche di trasformarsi senza poter controllare più nulla. E voleva sempre la luce come in una eterna alba. Quel paradosso dello scrittore che in quelli stessi anni colpiva Pirandello, quando ad esempio incontrava i suoi personaggi che prendevano vita e lo venivano a trovare in giardino. Hemingway aveva bisogno insieme di scorci e di paesaggi, rendeva metaforico ogni sguardo, sapeva cogliere le minuzie dei gesti e poi cavalcare spazi infiniti. Insegnava a chi volesse scrivere di non creare personaggi ma intercettare persone e per questo gli piaceva scrivere nei caffè per immaginare nei volti di chi andava e veniva dei possibili narrativi. Dei destini architettati dal nulla, un nulla, un “nada” alla spagnola, illuminato, pulito: «O nada nostro che sei nel nada…dacci oggi il nostro nada quotidiano…». Un paio di settimane fa ho condotto un workshop sulla scrittura, partendo dal mio libro Scrivere come sognare (Cartman edizioni), intrecciando il camminare e il sognare, la cronaca e la poesia, l’osservazione e l’immaginazione, l’addormentarsi e il risveglio. E mi sono chiesto: Chi non vorrebbe scrivere? Chi non vorrebbe diventare autore della propria realtà? Chi non immagina un mondo alternativo, un mondo tutto suo, dove con la capacità pazzesca dell’ invenzione, di una fantasia praticamente onnipotente, possa dare vita a qualcosa di straordinario? Chi ama davvero la scrittura non ha in fondo idee speciali, desidera semplicemente uscire dall’ovvio quotidiano, dalle regole automatiche di una vita ripetitiva, lontano da quell’ autoritarismo martellante, da quella obbedienza automatica che rende sterile qualsiasi aspirazione, banale qualsiasi situazione. Chi scrive sa che in ogni caso la sua scrittura aggiungerà qualcosa al mondo, lo caricherà di nuovi orizzonti, di inedite alternative. Ogni donna, ogni uomo sa che scrivere vuol dire immaginare, tracciare contorni, popolare gli spazi, decidere il possibile e l’impossibile. Di questi tempi battersi ad esempio senza tregua contro le imbecillità, cioè battersi ad esempio contro l’idea di una guerra inevitabile che viene declamata come un futuro possibile. Disarmiamoli allora con la forza delle idee questi profeti dell’orrore, priviamoli di qualsiasi consenso, smascheriamo i loro sporchi interessi, denunciamo il loro analfabetismo umano, sabotiamo gli organi di stampa che fanno da grancassa a questi criminali, pronti a dare del terrorista a chiunque non sia loro complice, arruoliamo le intelligenze non le paure. Rendiamo inoffensive quelle facce ingrugnite, alimentate da un odio fazioso, con i loro sporchi capitali arrischiati in spettacoli di morte, incatenati nella prigionia delle minacce e delle ritorsioni. Scriviamo allora per fare vincere, con la scrittura e le belle idee, una pace fantasiosa, facciamo scendere in piazza anche le parole, per dare forza alle nostre visioni, amiche contagiose, magari poetiche e velleitarie, ma affrancate da qualsiasi prigionia. Voglio insomma un mondo, un’Europa illuminata bene dove abbiano ascolto e spazio le storie di ognuno, dei giovani e degli anziani, di chi lavora e di chi sogna, di chi corre e di chi è malato, voglio che si sentano strumenti della stessa orchestra un po’ rock con un batterista che non perdoni e una cantante che illumini il cielo. The post Il mondo: “un posto pulito, illuminato bene” appeared first on L'Indipendente.
October 17, 2026
L'INDIPENDENTE
San Francesco, il lupo, i segni
L’incontro di Francesco col lupo alle porte di Gubbio è un episodio chiave per comprendere l’immagine del santo in una sorta di icona popolare o di sacra rappresentazione. Il racconto viene presentato in uno dei Fioretti di san Francesco, scritto verso la fine del XIV secolo. Mentre Francesco, racconta il Fioretto, si trovava a Gubbio, nel contado apparve un lupo «grandissimo e terribile e feroce»: i cittadini lo temevano, non tanto perché divorava gli animali dei contadini quanto piuttosto perché avrebbe potuto insidiare la loro incolumità. Francesco decide, «armato solo del segno della croce», di muovere verso il lupo. Fin qui niente di strano: nella cultura medievale si incontrano frequentemente episodi di santi e animali, dai remotissimi precedenti. Nella cultura mediterranea (dal V al III millennio a.C.) la Grande Dea femminile dei Carii era Potnia Theròn, signora delle fiere.  Ecco dunque storie di leoni e orsi che, avendo divorato gli animali di proprietà dei monasteri, chiedono perdono ai monaci e sono obbligati ad assumere servizio al posto delle vittime, frati che salvano cervi e capre selvatiche inseguite da cacciatori. Il rapporto assume certe volte la forma del patto, tanto che si stabilisce un vero e proprio contratto fra l’animale e il santo. Così è per il lupo nei confronti di Malo (VII secolo) o di Hervé (VI secolo); oppure per l’orso e il bue che arrivano perfino, per intervento di Colombano, a lavorare aggiogati insieme. Anche i valori simbolici vanno tenuti presenti, attribuiti al lupo dalla tradizione cristiana e precristiana, tramandati dalla Scrittura, dalle opere dei padri della Chiesa, dalle enciclopedie medievali e dalla novellistica: basti pensare ai racconti del lupo e l’agnello e del lupo e la volpe.  Il lupo, anzitutto, è il diavolo; poi l’ingannatore, il fedifrago, il cattivo predicatore; nel caso di Gubbio sta a significare il pericolo che incombe sugli uomini indifesi e sui peccatori, pericolo che ha forma animale, anche in senso metaforico. L’attività dei santi, quindi, è vista come restauratrice di un ordine perduto per colpa degli uomini. Francesco si proporrà intermediario in un patto, di natura insieme religiosa (chiedendo al popolo il pentimento dei peccati), sociale (stabilendo la reintegrazione in città del “lupo”) ed economica (avendo il lupo alterato l’equilibrio dei beni con le sue razzie, considerate veri e propri reati contro il patrimonio). Se il lupo è il diavolo, allora il confronto reciproco di Francesco e degli eugubini è il confronto tra uomo e natura, in altri termini fra le due grandi entità mitiche, l’anthropos e il cosmos: il mezzo che dovrebbe promuoverne il rapporto è il logos, la parola, umana e divina, di cui appunto si varrà Francesco.  «Ed ecco che, veggendo molti cittadini, i quali erano venuti a vedere questo miracolo, il detto lupo si fa incontro a santo Francesco, colla bocca aperta, e appressandosi a lui, santo Francesco si gli fa il segno della croce e chiamalo a sé, e dice così: Vieni qua, frate lupo, io ti comando dalla parte di Cristo che tu non facci male né a me né a persona. Mirabile cosa a dire, immantenente che santo Francesco ebbe fatta la croce, il lupo terribile chiuse la bocca e ristette di correre. E fatto il comandamento, venne mansuetamente come un agnello, e gittòssi a’ piedi di santo Francesco». Secondo la tradizione, se mai qualcuno si fosse imbattuto in un lupo, per salvarsi avrebbe dovuto sorprenderlo; altrimenti, se il lupo lo avesse visto per primo, gli avrebbe tolto la voce e quindi la possibilità di chiedere aiuto. Sant’Ambrogio (IV secolo) sostiene che c’è un mezzo più sicuro, dal chiaro risvolto simbolico: si tratta di prendere una pietra e il lupo fuggirà. La pietra è Cristo: se l’uomo si rifugia in lui nulla può spaventarlo. In quella grande enciclopedia che è lo Speculum di Vincenzo di Beauvais (XIII secolo) si afferma che «se il lupo ti insegue, mentre ti vede poni un segno o un altro mezzo fra te e lui». E che cos’è, se non un segno e un mezzo, la pietra di Ambrogio o il signum crucis di Francesco? L’arringa di Francesco, che segue alla dimostrazione di remissione del lupo, tocca prima di tutto le sue colpe, poi contiene un invito alla pacificazione in nome di Dio: i cittadini lo perdonino, lo accolgano in città, gli offrano del cibo. E il lupo, con mosse del corpo e della coda, dimostra di accettare. Si tratta di un patto condotto secondo i normali canoni giuridici, come se il lupo fosse un “bandito” da riconciliare col mondo, un reo che dell’uomo aveva perso la figura ma che, una volta diventato cittadino, faceva, con la sua presenza, memoria sensibile, «della virtù e della santità di santo Francesco». The post San Francesco, il lupo, i segni appeared first on L'Indipendente.
October 10, 2026
L'INDIPENDENTE
“Destino”, una poesia di Jamel Garrach
Sì... è il mio destino, amico mio, di camminare nella vita leggero come un'ombra fugace, nessuno mi aspetta alla fine della strada, nessun cuore si preoccupa se faccio tardi, e nessun occhio resta sveglio ad attendere il mio ritorno. Vivo questa dolorosa libertà, la libertà di coloro che possono andarsene quando vogliono, perché la loro assenza non turba nessuno, e non lascia mai un vuoto evidente. Posso sparire tra la folla, passare come una brezza leggera, senza che nessuno chieda: dove sei andato? O perché hai ritardato? Ma la verità che nessuno sa, è che l'essere umano non cerca sempre la libertà, ma a volte cerca un cuore che tremi per lui, qualcuno che lo aspetti, una mano che lo stringa quando decide di partire e gli dica: «Resta... perché la tua presenza significa molto per me». Com'è crudele poter andare via in qualsiasi momento, non perché tu sia forte, ma perché nessuno ti ha chiesto di restare. Questa poesia ci è stata inviata da Jamel Garrach, ragazzo che vive e lavora in Italia dal 2023. L’abbiamo pubblicata pensando si trattasse di un interessante spunto di riflessione, che merita di essere ospitato e letto. Di seguito, il commento del prof. Gian Paolo Caprettini. Scriveva Nazim Hikmet in una celebre poesia, rivolgendosi al figlio: «Non vivere come un inquilino», sentiti cioè padrone di quello che hai scelto, anche fosse soltanto un colpo di vento, una persona che incontri, una fantasia che ti attraversa. Ti colpisca sì la bestia ferita e la stella che si spegne ma godi soprattutto dell’essere umano, dell’abitare la casa del padre anche se l’hai lasciata. La seconda modernità, quella che inizia con la fine della seconda guerra mondiale è stata precorsa da due opere, Gli indifferenti di Alberto Moravia (1929) e La nausea di Jean Paul Sartre (1938). Da una parte l’ipocrisia borghese e la vita come destino da subire, dall’altra la liberazione che forse l’arte può dare di fronte alla necessità di dover trovare noi un significato. L’esistenzialismo è il tratto filosofico di questa modernità, la difficoltà nelle relazioni umane, la coscienza della realtà come tormento, la convinzione che la nostra persona e la nostra coscienza siano usurpate da altri o disabitate. In anni più recenti è stato forse l’uruguaiano Juan Carlos Onetti a intercettare i paradossi e le contraddizioni della condizione umana. Prendiamo La balada del ausente: Non darmi coscienza, un grido, un bisogno, un ordine. Sono nudo e lontano, da ciò che mi hanno lasciato. Mi volto verso il mondo e il suo segreto muschioso, verso la dolorosa chiarezza del mondo. Nudo, solo, disarmato, ondeggio il mio corpo consumato. Inciampo e avanzo. Nel testo di Jamel Garrach si sente il destino delle parole come richiamo, come messa in causa di un ascolto che non ci sarà ma che la poesia simula e rende possibile. Nessuno ascolta me, ma qualcuno ascolterà il mio richiamo di poeta: una vicenda che da Saffo a Leopardi, da Cardarelli a Neruda, ha rappresentato la speciale forza della poesia come sussurro e come grido. S’anche ti lascerò per breve tempo, solitudine mia, se mi trascina l’amore, tornerò, stanne pur certa; i sentimenti cedono, tu resti. (Alda Merini) Perfino la solitudine, una volta personificata, può contenere una speranza, può prendere il posto sulla scena come una finzione vivente. The post “Destino”, una poesia di Jamel Garrach appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 3, 2026
L'INDIPENDENTE
”Sul ponte di coperta”, una poesia di Sylvia Plath (1960)
Mezzanotte in mezzo all’Atlantico. In coperta. Avvolti in se stessi come in un velo spesso e muti come manichini in un negozio di vestiti, pochi passeggeri studiano la vecchia mappa del cielo sul soffitto. Minuscola e lontana, una nave solitaria illuminata come una torta nuziale a due piani porta via lentamente le sue candeline. Ora non è rimasto granché da guardare. Ma nessuno si muove o parla – I giocatori di bingo, quelli che giocano all’amore su un quadrato non più grande di un tappeto sono sospinti sopra creste e avvallamenti, ciascuno arrestato nel suo istante privato e arroccato in esso come un re. Piccole gocce macchiano i cappotti, i guanti: filano troppo veloci per accorgersi del bagnato. Là dove vanno può accadere di tutto. La revivalista trasandata cui provvede il buon Dio (le ha dato una pochette, una spilla da cappello con perla e sette cappotti invernali l’agosto scorso) prega sottovoce di poter salvare gli studenti d’arte di Berlino Ovest. L’astrologo al suo fianco (un Leone) ha letto la data del suo viaggio nelle stelle. È soddisfatto dell’assenza di ghiaccio. Nel giro di un anno sarà ricco (se non lo sa lui!) vendendo alle madri gallesi e inglesi oroscopi a due scellini e sei pence. E il canuto gioielliere danese si sta intagliando una moglie perfettamente sfaccettata che lo serva in tutto, silenziosa come un diamante. Palloncini lunari legati con una cordicella al polso dei loro proprietari, i sogni leggeri galleggiano per essere lasciati andare all’annuncio della terra. (Luglio 1960) Ci sono condizioni umane in cui ci si trova dinanzi al mondo come spettacolo. Ma tu non hai convocato attrici e attori, non hai allestito la scena, non hai scelto né musica né luci né suoni. Non sei regista di nulla, devi prendere cose e persone così come sono. Ma in questo diventi egualmente creatore: decidendo come vedere, come trasformare in fantasie i dati di fatto, come cambiare la realtà in sogno e viceversa, e poi a che cosa dare la prevalenza, come ordinare il tumulto dei tuoi pensieri. E ancora, improvvisamente, fare silenzio, cambiare sguardo, inquadratura, cominciare a immaginare quel che non vedi, facendolo diventare il naturale seguito della realtà che stai osservando. Questa è poesia, dove la nave da crociera lontana diventa una “wedding cake“ a due piani, dove le gocce di una ventata d’acqua sul ponte di coperta sembrano buttate lì per dirci che ci sono, non per bagnare davvero. Sylvia Plath si fa regista di questi spezzoni di vita che si sono incarnati nei passeggeri della nave e, inevitabilmente, trasforma la navigazione in una metafora della vita stessa e i quadri dei gesti, degli atteggiamenti, degli scorci, delle persone come fossero delle intrusioni nei camerini di attrici e attori che si preparano a entrare in scena diventando personaggi immaginari. Così, invece di guardare banalmente le stelle Sylvia ci fa notare l’ astrologo e nei possibili narrativi delle vite intercettate escogita un gioielliere danese che si gloria di una dama al suo fianco come fosse un prezioso oggetto, privo però di identità. Forse c’è una piccola festa a bordo e i reali palloncini in chiusura si trasformano in metafore di sogni, al laccio di qualcuno, pronti ad essere smentiti al risveglio, cioè all’approdo, a terra dove tutto tornerà banale, lontano dall’Oceano, fuori da ogni poesia. The post ”Sul ponte di coperta”, una poesia di Sylvia Plath (1960) appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 19, 2026
L'INDIPENDENTE
Complice la poesia
Forse non bastano più le parole di un linguaggio ordinario per dire i sentimenti di oggi. Per reagire agli orrori venduti come giusta vendetta, e all’opposto per celebrare la gioia di un silenzioso incantesimo della natura. Che parole scegliere, da quale vocabolario, per far comprendere realmente quel che proviamo e pensiamo, sfuggendo all’ inesorabile sentenziosità dei commenti online, per superare le barriere dell’ovvietà del male. Come restare veri e giusti in quel che diciamo senza insultare chi ogni giorno ci insulta nei fatti preparandoci al peggio, ostacolando soluzioni ragionevoli dei conflitti, forzando la realtà a essere quel che non è. Troppi politici sono sempre più indegni di rappresentarci, obbedienti all’oscuro, imprigionati nel carcere dell’inevitabile. Resta comunque una speciale libertà di parola, quella che sfiora l’incomprensione, che si alimenta di piccole mitologie personali oppure di visioni metafisiche, di ribellione e di anacronismi, di utopia e di fedi, di sorrisi e di sogni. Una parola che renda degni, che lasci buoni segni, e semi, di futuro. In te, poesia ho creduto come in una amica che silenziosa comprende e accoglie, che canta miti, sentimenti e passioni rivoluzionarie, che odia le banalità, che vuole farsi accompagnare da una sana follia e da amore inatteso. Oggi forse soltanto la poesia, come hanno dimostrato ad esempio le donne poeta in Iran e in Nepal , è capace di cantare autenticamente la ribellione, di mettere in canzone bisogni, fantasie e desideri, di rimarcare le disuguaglianze e insieme i meriti di chi viene trascurato. Due anni fa stavo lavorando in questi giorni al libro Complice la poesia, pubblicato poi da L’ Indipendente, per dare voce alle passioni che la poesia ha incarnato. I tempi sono ancora cambiati ma la poesia resta comunque attuale, sopravvive alle follie distruttive, ai governanti senza scrupoli, all’ ignoranza colpevole di chi decide per tutti. E vuole proclamare che ci sono ancora centinaia, migliaia, milioni di piccole voci che chiamano, che piangono, che ci chiedono perché succede tutto questo. C’è una poesia preghiera che va salvata, ci sono sorrisi e lievi pensieri di gioia che non vanno spenti. La poesia non si ritira, senza tregua impone la sua difficile logica, si ostina a esternare contraddizioni, utopie e  incantesimi, orizzonti di pace e di lotte senza rancore, la poesia canta il suo ruolo di libertà, di fanciulla in fiore, di passione sulle barricate, di verità stupefatta, di sfida all’ovvio, di tentazione invincibile verso l’indicibile. The post Complice la poesia appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 12, 2026
L'INDIPENDENTE
Due tipi di utopia
Agosto è il mese del caos ma anche dell’utopia, un’utopia stanca però dove si ripetono soliti riti. Ci siamo presi del tempo come se fosse una merce scontata a disposizione. Anche soltanto mezz’ora al bar, dovunque tu fossi, ti ha alzato da terra con quella ritualità lieve che annulla i pensieri e fa scattare brevi visioni, realtà sospese prive di attesa.  Macini realtà possibili come terre da scoprire, consulti la tua sfera magica del tempo che verrà, ti inventi qualsiasi cosa purché tutto non si ripeta. Sai che settembre annuncia già la ruggine dell’autunno, come scriveva Ray Bradbury, e insieme alla ruggine l’allungarsi delle notti, cioè dei sogni, di nuove realtà possibili.  Ci sono due forme di utopia, una del “senza” e una del “con”, una che si impegna e lotta per eliminare, l’altra che immagina conquiste più o meno possibili.  La prima ci può rendere depressi soprattutto se non abbiamo la giusta fiducia e ci sentiamo isolati. Ma non dobbiamo aspettarci nulla, dobbiamo noi fare pulizia, sabotare nei fatti le multinazionali del crimine, sentirci nello stesso tempo dilettanti della vita, alieni dai controlli, non alienati ma amanti dei piccoli riti, delle passeggere amicizie di ogni giorno, cultori di una empatia come dissonanza rispetto a un potere che ci inganna. È l’utopia del no al riarmo, del no alle sfide provocatrici, del no a governi orchestrati da interessi oscuri, del no alla violenza dei regimi del terrore.  La seconda utopia, quella del “con”, ci vuole invece ansiosi, pretende da noi e in questo ci fa il dono di non sentirci mai appagati. È l’utopia ad esempio dei quartieri urbani con alberi e parchi, degli ospedali pubblici con amministrazioni efficienti, di scuole dove si insegni a fare società non competizione. Dico “utopia” ben sapendo che questo termine ha acquisito nella recente modernità un valore ideologico, una connotazione “di sinistra”, il senso quasi di una visione che carica la politica della coltivazione di un ideale che rimane sullo sfondo, non realizzabile.  Io invece credo che l’utopia sia il nutrimento di un’immaginazione del possibile e superi le convenienze degli schieramenti.  Intorno a me ad agosto ho sentito voci di Babele, di un crocevia multicolore, a stento ho riconosciuto qualche lingua, ma l’effetto è un nonsodove che ha cancellato ogni riferimento, un nonsodove che è una traduzione possibile della parola “utopia”. Siamo stati tutti curiosi, ognuno a modo suo, come le forme del pane che ho incontrato, e che variavano dalla Georgia al Portogallo, dalla Polonia alla Grecia ma tutte espressioni concrete e insieme simboliche di una unica pace, di una unica assoluta necessità.  «La pace non è un’utopia; è un’abitudine, una scelta che dobbiamo continuare a fare» (John F. Kennedy, 1963). «Chi semina utopia raccoglie realtà», bello questo motto di Carlin Petrini. E poi: «La speranza non ha niente a che vedere con l’ottimismo. La speranza non è la convinzione che ciò che stiamo facendo avrà successo. La speranza è la certezza che ciò che stiamo facendo ha un significato. Che abbia successo o meno». Queste parole sono di Václav Havel, commediografo, poeta, il primo presidente della Cecoslovacchia liberata dai sovietici.  Un’utopia quella che nessuno torni a occupare quella libertà? Che ci abbiano fatto semplicemente cambiare padrone?  La libertà non è mai ottenuta una volta per tutte, perfino le tradizioni del diritto, cioè di una libertà conquistata e trasferita in norme, sono messe in discussione da nuove realtà, da ambigui accomodamenti, da squallidi tradimenti.  Così l’utopia coincide con l’idea di far valere quei diritti là dove sono traditi. Utopia perché, ad esempio, è inimmaginabile che qualcuno fermi l’orrore barbaro, disumano che sta perpetrando il governo di Israele, spegnendo in noi l’idea che la vendetta e lo sterminio fossero stati superati dalla memoria e dalla coscienza storica.  Utopia è insomma una speranza lucida, un’intenzione vincente, una prova di effettiva uguaglianza, un perdono che arriva soltanto dopo che sia fatta giustizia. The post Due tipi di utopia appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 5, 2026
L'INDIPENDENTE
Confini e frontiere
Il confine è immobile, ha i suoi tracciati, ti aspetta, sai dove si trova, è un passaggio obbligato, fa parte del linguaggio perché segna spesso il passaggio tra due lingue differenti, oltre che fra due Stati. È come lo spazio bianco tra le parole, il segnale che permette di individuare i significati che gli stanno intorno. La frontiera invece è mobile, è frutto di un progetto che continua ma cambia, contiene passato e futuro, il suo destino è il transito, la trasformazione, la negoziazione, l’intesa o l’incomprensione, i movimenti mentali, gli orizzonti politici. La frontiera è ermeneutica, il confine è semiotico: la prima va interpretata, del secondo si prende atto. Non si deve fare confusione. Sono avvenute e stanno avvenendo guerre per i confini, per le frontiere invece si misurano i progetti, i risvolti culturali a lungo termine. Se fosse per le frontiere non ci dovrebbe essere guerra tra Russia e Ucraina perché insieme custodiscono una cultura comune, sulla quale però le ragioni di potenza economiche e militari hanno esercitato la loro deleteria influenza: di qua la NATO di là gli altri. E così la contrapposizione continua, insulto alla caduta del muro di Berlino: ancora confini. Il confine si salva però quando diventa relazionale, quando permette o addirittura incoraggia gli scambi. I confini spaziali interpersonali, ad esempio attraverso la prossemica, sono indispensabili per definire i rispettivi margini di manovra e anche per salvaguardare le individualità. I confini interstatali sono invece frutto di scontri: le immigrazioni, considerate in termini di frontiera hanno necessità di un progetto, viste in termini di confini riportano tutto alla solita volontà di potenza. Questi li ‘prendo’ io, questi altri li ‘prendi’ tu. In ogni caso è davvero la vita, individuale e sociale, a ridare respiro, a metterci alla prova, al di fuori delle logiche a noi estranee. Due esperienze di viaggio in camper – insieme all’emozionante racconto di Luís Sepúlveda, La frontiera scomparsa – mi hanno fornito l’esempio. Anni fa eravamo in un bosco della Svezia quando, a un certo punto, vediamo a lato strada un vecchio piloncino di pietra con su scritto ‘Norge‘: era avvenuto un passaggio come fosse del tutto naturale, ci potevamo immaginare di seguire un tracciato di pellegrini o esploratori che si affidano a vari segnali. Ci si stava dicendo che eravamo entrati in Norvegia. Nient’altro, il semplice retaggio arcaico e insieme moderno della pietra miliare. In giorni recenti ci trovavamo su una stretta strada di campagna, in Polonia, in mezzo a campi sterminati, diretti in Lituania. A un certo punto, vicino a una fattoria, vediamo un uomo con davanti un cono stradale a metà del passaggio. Faccio un cenno di saluto, vedo che ha una divisa mimetica, mi fermo, mi dice: «Hi, good morning, welcome». Stavamo entrando in Lituania. Ci sono confini quasi impercettibili, addirittura lì, a pochissimi chilometri in linea d’aria dal territorio russo di Kaliningrad su cui i media stanno costruendo ansia crescente. Finché però l’umanità batte la ragion di Stato nulla è perduto. The post Confini e frontiere appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 29, 2026
L'INDIPENDENTE
L’attualità arriva sempre in ritardo
A seguire Phil K. Dick, “l’uomo che ricordava il futuro”, come scrive Anthony Peake (Gremese ed. 2017), la gente ormai non può più essere sicura di che cosa sia reale e che cosa non lo sia. Percepiamo nettamente ogni notizia che apprendiamo come la naturale conseguenza di ciò che già ci aspettavamo. Le stesse reazioni impazienti, inconsulte, aggressive dei social sono la testimonianza che ognuno è convinto di sapere che le cose stiano in un certo modo e in nessun altro. La tolleranza sarebbe invece il frutto maturo dell’esistenza di possibilità alternative e delle inevitabili contraddizioni, mentre la pretesa che le cose vadano in un solo modo determinato distrugge la realtà come regno del possibile, ci inchioda in un determinismo che annienta ogni margine inatteso, ogni ambizione spirituale, qualsiasi fede e costruzione di una promessa e di un pentimento, e anche lo spegnersi di ogni precognizione o sincronicità. L’alternativa a tutto questo, alla prigionia di un tutto univoco e prestabilito era stata cinquant’anni fa la teoria dei livelli di realtà, sulla quale allora ci eravamo confrontati allo scopo di individuare differenti modi del razionale e dell’irrazionale. Ricordo di essere intervenuto per dire che la nozione di cronaca e quindi il compito del giornalista stava per cambiare completamente. Era banale dire che le notizie appena date erano già vecchie, il problema non risiedeva nella frustrazione del giornalista scavalcato dai fatti, ma dalla convinzione che prima o poi lo stesso giornalismo d’inchiesta sarebbe stato reso vano dal tumulto dei new media. Tutto si sarebbe rivestito di partigianeria e inattendibilità e la vera indagine non avrebbe ricevuto alcun premio. E allora dove recuperare la verità? Nelle fessure tra due opposte menzogne, amavo dire. Eccoli ora i social a urlare tutte le nostre frustrazioni e nello stesso ecco il piano diabolico di certa informazione a produrre strade a senso unico per androidi manipolati, resi felici dell’obbedienza e dalla incazzatura come unica forma rivoluzionaria. Non bisogna dimenticare Dick e la sua teoria dell’esistenza di due tipi di tempo, che si troverebbero ad angolo retto uno rispetto all’altro. Normalmente siamo consapevoli solo del tempo verticale, progressivo ma nel tempo cubico la causalità può correre anche in senso inverso e quindi passato e futuro possono coesistere in uno stesso momento. Si possono formare linee temporali parallele, la superficie ha diverse profondità, il passato si può ‘riparare’ in favore di una migliore comprensione di quanto accade. Il giornalista insomma ha l’asprezza di chi trasmette diagnosi sui fatti osservando quanto accade e svelandone le responsabilità ma ha anche una sua teoria, un suo modo di smascherare la verità come se la verità fosse un colpevole. Oriana Fallaci aveva esasperato queste capacità e queste posizioni ma aveva anche indicato un ruolo scomodo del suo mestiere. Insomma, esiste una quarta dimensione anche nel vero giornalismo, determinata dall’azione del tempo sui fatti. Lo percepiamo quando su certe stragi o attentati dobbiamo ammettere una frustrazione. Nemmeno l’accertamento giudiziario dei fatti li definisce una volta per tutte con i propri responsabili. La verità è appannaggio della coscienza collettiva ma subisce egualmente manipolazioni, oscuramenti da parte di chi detiene poteri pubblici. La realtà corre, la politica frena. I treni sono sempre in ritardo anche perché qualcuno sposta le stazioni un po’ più in là. The post L’attualità arriva sempre in ritardo appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 8, 2026
L'INDIPENDENTE
”Se devo morire” e ”L’aquilone”, due poesie necessarie di Refaat Alareer e Giovanni Pascoli
Se devo morire, tu devi vivere per raccontare la mia storia, per vendere le mie cose, per comprare un pezzo di stoffa e dello spago, per farne un aquilone (fallo bianco con una coda lunga) cosicché un bambino, da qualche parte a Gaza, guardando il cielo negli occhi aspettando suo padre che se ne andò in fiamme —senza dire addio a nessuno nemmeno alla sua stessa carne nemmeno a se stesso — veda l'aquilone, il mio aquilone che tu hai fatto, volare in alto sopra e pensi per un momento che ci sia un angelo lì a riportare amore. Se devo morire, fa che porti speranza, fa che si racconti una storia. (Refaat Alareer, Se devo morire, 2023) Potrebbe avvenire, anzi è certo, che le poesie possano rispondersi se in loro permane e agisce un mythos arcano e il logos, il loro dire, il loro canto insegue per abbracciarlo quel  senso originario, inquieto e perenne. Poesie anche lontane che si richiamano come echi dell’anima del mondo. L’aquilone incarna l’infanzia e insieme l’ inganno e la morte che l’ infanzia non dovrebbe conoscere. Così ci si augura che un legame permanga comunque ma sottile come una pace incerta, come un amore che attende invano. "C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d'antico: io vivo altrove, e sento che sono intorno nate le viole" Così Giovanni Pascoli ne L’ aquilone (1897) coglie la persistenza altalenante del logos, del suo eterno ritorno. E dopo: Si respira una dolce aria che scioglie le dure zolle, e visita le chiese di campagna...un'aria d'altro luogo e d'altro mese e d'altra vita: un'aria celestina che regga molte bianche ali sospese...sì, gli aquiloni! E' questa una mattina che non c'è scuola. Siamo usciti a schiera tra le siepi di rovo e d'albaspina La storia, il divenire si sospende, l’aquilone ha bisogno di un sogno speciale. Più avanti Pascoli chiama in causa l’aereo-terreno simbolo vivente: Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino/ventoso: ognuno manda da una balza/la sua cometa per il ciel turchino. Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza, risale, prende il vento; ecco pian piano tra un lungo dei fanciulli urlo s'inalza. S'inalza; e ruba il filo dalla mano, come un fiore che fugga su lo stelo esile, e vada a rifiorir lontano./S'inalza; e i piedi trepidi e l'anelo petto del bimbo e l'avida pupilla e il viso e il cuore, porta tutto in cielo Nella poesia di Pascoli è un ragazzino a morire, a stringere al petto il gioco preferito, nei versi di Alareer è un padre che sa di venire ucciso e considera l’ aquilone, lasciato al figlio, come il pegno di una storia, un corpo di parole che deve restare. La morte comunque è perdita dell’infanzia, della pace, della tenerezza dovuta e attesa. Un padre che muore ucciso da un  nemico feroce, una madre che accarezza la sua creatura.  I genitori aprono destini ma…il mondo ha conosciuto e conoscerà la crudeltà, la fine dell’innocenza. Il padre poeta vuole un vento di dolci suoni che perduri e sorvoli, continuando l’incantesimo dell’infanzia, nonostante il male. Quella perdita di innocenza che ha cantato anche Khaled Hosseini ne Il cacciatore di aquiloni (2003), unendola alla violenza personale e della guerra, alla morte per odio. Andare nel cielo, lasciando un filo tenue verso il suolo, questo il compito dell’ aquilone, della macchina spirituale che spiega la levità della terra. Più su, più su: già come un punto brilla lassù, lassù... Ma ecco una ventata di sbieco, ecco uno strillo alto... – Chi strilla? /Sono le voci della camerata mia: le conosco tutte all'improvviso, una dolce, una acuta, una velata.../ A uno a uno tutti vi ravviso, o miei compagni! E te, sì, che abbandoni su l'omero il pallor muto del viso./Sì: dissi sopra te l'orazioni, e piansi: eppur, felice te che al vento non vedesti cader che gli aquiloni! Pascoli, in chiusura, renderà quasi ideale quella morte prematura, fedele alla sua visione dell’eterno fanciullino, dell’ anima che smarrisce il suo candore. Alareer e Hosseini conoscono da vicino altri orrori, quelli della modernità più recente, frutto di intolleranze etniche e religiose, di quel terrore procurato dai terroristi ma anche, e ancora di più, da certi governi malsani. Difficile sperare, ma sperare è una vera sfida, è il canto dell’orgoglio umano, di chi sa che chi comanda sta sbagliando tutto per sete di dominio. Tuttavia, nonostante ciò, l’angelo-aquilone abita il Cielo e tiene un filo rivolto a terra, quel sottile tratto di penna, quella preghiera, quell’ urlo di pace, quel grido d’amore che sovrasta ogni sparo, che rende ancora più ingiusto, inumano quel tipo di morte. Ma che in ogni caso sopravviverà all’odio, come il biblico vento sottile. The post ”Se devo morire” e ”L’aquilone”, due poesie necessarie di Refaat Alareer e Giovanni Pascoli appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 1, 2026
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