L’attualità arriva sempre in ritardo
A seguire Phil K. Dick, “l’uomo che ricordava il futuro”, come scrive Anthony
Peake (Gremese ed. 2017), la gente ormai non può più essere sicura di che cosa
sia reale e che cosa non lo sia.
Percepiamo nettamente ogni notizia che apprendiamo come la naturale conseguenza
di ciò che già ci aspettavamo. Le stesse reazioni impazienti, inconsulte,
aggressive dei social sono la testimonianza che ognuno è convinto di sapere che
le cose stiano in un certo modo e in nessun altro.
La tolleranza sarebbe invece il frutto maturo dell’esistenza di possibilità
alternative e delle inevitabili contraddizioni, mentre la pretesa che le cose
vadano in un solo modo determinato distrugge la realtà come regno del possibile,
ci inchioda in un determinismo che annienta ogni margine inatteso, ogni
ambizione spirituale, qualsiasi fede e costruzione di una promessa e di un
pentimento, e anche lo spegnersi di ogni precognizione o sincronicità.
L’alternativa a tutto questo, alla prigionia di un tutto univoco e prestabilito
era stata cinquant’anni fa la teoria dei livelli di realtà, sulla quale allora
ci eravamo confrontati allo scopo di individuare differenti modi del razionale e
dell’irrazionale.
Ricordo di essere intervenuto per dire che la nozione di cronaca e quindi il
compito del giornalista stava per cambiare completamente. Era banale dire che le
notizie appena date erano già vecchie, il problema non risiedeva nella
frustrazione del giornalista scavalcato dai fatti, ma dalla convinzione che
prima o poi lo stesso giornalismo d’inchiesta sarebbe stato reso vano dal
tumulto dei new media. Tutto si sarebbe rivestito di partigianeria e
inattendibilità e la vera indagine non avrebbe ricevuto alcun premio. E allora
dove recuperare la verità? Nelle fessure tra due opposte menzogne, amavo dire.
Eccoli ora i social a urlare tutte le nostre frustrazioni e nello stesso ecco il
piano diabolico di certa informazione a produrre strade a senso unico per
androidi manipolati, resi felici dell’obbedienza e dalla incazzatura come unica
forma rivoluzionaria.
Non bisogna dimenticare Dick e la sua teoria dell’esistenza di due tipi di
tempo, che si troverebbero ad angolo retto uno rispetto all’altro. Normalmente
siamo consapevoli solo del tempo verticale, progressivo ma nel tempo cubico la
causalità può correre anche in senso inverso e quindi passato e futuro possono
coesistere in uno stesso momento.
Si possono formare linee temporali parallele, la superficie ha diverse
profondità, il passato si può ‘riparare’ in favore di una migliore comprensione
di quanto accade.
Il giornalista insomma ha l’asprezza di chi trasmette diagnosi sui fatti
osservando quanto accade e svelandone le responsabilità ma ha anche una sua
teoria, un suo modo di smascherare la verità come se la verità fosse un
colpevole. Oriana Fallaci aveva esasperato queste capacità e queste posizioni ma
aveva anche indicato un ruolo scomodo del suo mestiere.
Insomma, esiste una quarta dimensione anche nel vero giornalismo, determinata
dall’azione del tempo sui fatti. Lo percepiamo quando su certe stragi o
attentati dobbiamo ammettere una frustrazione. Nemmeno l’accertamento
giudiziario dei fatti li definisce una volta per tutte con i propri
responsabili.
La verità è appannaggio della coscienza collettiva ma subisce egualmente
manipolazioni, oscuramenti da parte di chi detiene poteri pubblici.
La realtà corre, la politica frena. I treni sono sempre in ritardo anche perché
qualcuno sposta le stazioni un po’ più in là.
The post L’attualità arriva sempre in ritardo appeared first on L'INDIPENDENTE.