A 25 anni dal G8 di Genova: il movimento, la piazza, la repressione – terza parte

Pressenza - Friday, July 24, 2026

Il Coordinamento Antifascista Torino ha organizzato, in occasione del venticinquesimo anniversario degli eventi legati al G8 di Genova del 2001, due eventi presso il Comala di Torino.

Il primo appuntamento, giovedì 16 luglio, prevedeva un dibattito dal titolo “A 25 anni dal G8 di Genova: il movimento, la piazza, la repressione”, seguito da un buffet di solidarietà con gli attivisti colpiti da sanzioni pecuniarie a cura delle Mamme in piazza per la libertà di dissenso e dalla proiezione del film “Diaz don’t clean up this blood” di Daniele Vicari.

La sterilizzazione della democrazia

L’intervento di Alessandra Algostino (Università di Torino) conclude il dibattito rispondendo alla domanda “come sono cambiate le piazze dopo Genova?”

Secondo la professoressa Algostino, dopo Genova tutto è andato peggiorando. Genova in questo senso rappresenta un po’ l’emersione, l’emblema, ma anche il preludio di un processo di sterilizzazione della democrazia; un processo che era già in corso, ma è stato affinato negli anni successivi.

Con la scusa della guerra al terrorismo e la retorica dell’emergenza ci troviamo in uno stato di eccezione permanente, con lo Stato che diventa un funzionario dell’ordine neoliberale.

A Genova nell’appello per le manifestazioni del 2001 si diceva che sapere rispondere alle innumerevoli ingiustizie, disastri ambientali, guerre e morti per fame che questa globalizzazione produce è questione di democrazia; anche il diritto a manifestare è questione di democrazia.

25 anni dopo Genova che cosa è successo? Di quella che era la democrazia sociale, cioè sanità, istruzione, sicurezza del lavoro, assistenza sociale, si è persa traccia. Il riscaldamento climatico sta asfissiando e devastando indisturbato il pianeta.

La guerra è normalizzata come presente e come futuro. Il diritto di manifestare è un diritto neutralizzato. Il populismo penale da un lato con sempre nuovi reati e l’amministrativizzazione della sicurezza, vale a dire sempre maggiori poteri a questore e prefetto, concorrono a criminalizzare il dissenso e a svuotare la democrazia anche in quella che è la sua veste minima, cioè la democrazia liberale.

Oggi esiste una fusione tra potere politico, economico e tecnologico che allora forse immaginavamo, ma che è diventata realtà e domina il mondo. Ci sono i big del capitalismo estrattivista, finanziario e digitale che occupano direttamente quelli che sono i luoghi della politica e la gestiscono platalmente al fianco dei rappresentanti politici. Una gestione patrimoniale privatistica che si trascina nella privatizzazione del pubblico, nella specializzazione ad esempio della scuola, dell’università.

La globalizzazione che si denunciava a Genova nel 2001 ha mutato le forme, ma non quella che è la voracità predatoria di un capitalismo che, come un mostro informe, cambia immagini, libera concorrenza, vuole farsi neoliberale, però resta sempre lo stesso. E allora noi oggi parliamo di democrazia illiberale, di fascio liberismo, di neoliberismo autoritario, di tecnofascismo per descrivere l’epoca di ora e rispetto a tutto questo Genova è stato un passaggio, un elemento cruciale e quindi la violenza che ci ha descritto Novaro[1], la violenza di Bolzanetto, le torture di Bolzanetto, la violenza della Diaz, la morte di Carlo Giuliani esondano in quella che è la militarizzazione delle piazze che vediamo e che abbiamo visto qua a Torino, nel quartiere Vanchiglia, intorno ad Askatasuna, i trattamenti disumani delle carceri, ma anche nei CPR, la discriminazione raziale, la violenza sistemica e strutturale di quelle che sono le diseguaglianze e la costruzione del nemico.

Algostino elenca le brutte parole d’ordine che si sono rafforzate in questi 25 anni: sicurezza come ordine pubblico, neutralizzazione del conflitto, costruzione del nemico, il nemico che è il povero, il dissenziente, il migrante, la risoluzione del legame sociale, l’assolutizzazione del profitto, quella che Amartya Sen chiama la libertà senza democrazia, cioè sostanzialmente quella che è la legge del più forte e poi ancora i confini, la disumanizzazione, la cancellazione del diritto internazionale; il genocidio in Palestina che pretende di assuefarci a questa mancanza di limiti, agli orrori, all’impunità che abbiamo visto a Genova, ma che adesso ritorna su un’enorme scala di quello che è il genocidio e gli orrori in Palestina.

Nel frattempo, muri fisici ma anche giuridici classificano, disumanizzano e uccidono le persone che migrano, perché noi possiamo parlare oggi di un genocidio anche delle persone migranti e quindi la violenza che abbiamo visto a Genova si fa violenza sistemica, si fa violenza strutturale e si fa violenza contro tutte le persone che sono considerate ai margini, dai palestinesi ai migranti ai poveri a coloro che ancora oggi si si ribellano. Il diritto di manifestare evocato a Genova e travolto a Genova dagli orrori che abbiamo sentito, rivela lo spostamento del rapporto tra autorità e libertà e dopo Genova verrà il reato di blocco stradale, verranno le multe come intimidazione istituzionale all’esercizio del diritto di riunione, il confino che porta i manifestanti lontano dalle piazze, le zone rosse. La zona rossa di Genova è la zona che proprio concretizza materialmente il disciplinamento e la repressione.

Quella di Genova anticipa le direttive Maroni del 2009, Salvini del 2019, Lamorgese del 2020, è un processo bipartisan che attraversa i vari governi, questo della sottolineatura della progressiva criminalizzazione del dissenso. Siamo a Torino, le aree diciamo sottratte al dissenso della Valsusa con queste ordinanze che si susseguono di anno in anno. In questo senso Genova rappresenta l’emersione, l’emblema e l’anticipazione di quello che arriva dopo.

Per chiudere con una nota positiva, Algostino considera che Genova ci ricorda anche quella che è l’intelligenza collettiva, ci ricorda la forza della critica dell’esistenza, perché è vero, avevamo ragione, avevamo ragione a Genova. Genova ci ricorda ancora un’altra cosa, ci ricorda l’importanza della transversalità e della convergenza, di procedere uniti nelle differenze. Allora quello è stato molto importante, è il momento di cercare di riprenderlo ancora oggi, di ritrovare la stessa convergenza dal basso, perché è vero che i tempi sono bui, è vero che siamo nella tormenta, ma questo cosa ci porta a dire? Che un altro mondo non solo è possibile, ma in questo momento è necessario.

<< Seconda parte

[1] https://www.pressenza.com/it/2026/07/a-25-anni-dal-g8-di-genova-il-movimento-la-piazza-la-repressione-seconda-parte/

Giorgio Mancuso