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A 25 anni dal G8 di Genova: il movimento, la piazza, la repressione – terza parte
Il Coordinamento Antifascista Torino ha organizzato, in occasione del venticinquesimo anniversario degli eventi legati al G8 di Genova del 2001, due eventi presso il Comala di Torino. Il primo appuntamento, giovedì 16 luglio, prevedeva un dibattito dal titolo “A 25 anni dal G8 di Genova: il movimento, la piazza, la repressione”, seguito da un buffet di solidarietà con gli attivisti colpiti da sanzioni pecuniarie a cura delle Mamme in piazza per la libertà di dissenso e dalla proiezione del film “Diaz don’t clean up this blood” di Daniele Vicari. LA STERILIZZAZIONE DELLA DEMOCRAZIA L’intervento di Alessandra Algostino (Università di Torino) conclude il dibattito rispondendo alla domanda “come sono cambiate le piazze dopo Genova?” Secondo la professoressa Algostino, dopo Genova tutto è andato peggiorando. Genova in questo senso rappresenta un po’ l’emersione, l’emblema, ma anche il preludio di un processo di sterilizzazione della democrazia; un processo che era già in corso, ma è stato affinato negli anni successivi. Con la scusa della guerra al terrorismo e la retorica dell’emergenza ci troviamo in uno stato di eccezione permanente, con lo Stato che diventa un funzionario dell’ordine neoliberale. A Genova nell’appello per le manifestazioni del 2001 si diceva che sapere rispondere alle innumerevoli ingiustizie, disastri ambientali, guerre e morti per fame che questa globalizzazione produce è questione di democrazia; anche il diritto a manifestare è questione di democrazia. 25 anni dopo Genova che cosa è successo? Di quella che era la democrazia sociale, cioè sanità, istruzione, sicurezza del lavoro, assistenza sociale, si è persa traccia. Il riscaldamento climatico sta asfissiando e devastando indisturbato il pianeta. La guerra è normalizzata come presente e come futuro. Il diritto di manifestare è un diritto neutralizzato. Il populismo penale da un lato con sempre nuovi reati e l’amministrativizzazione della sicurezza, vale a dire sempre maggiori poteri a questore e prefetto, concorrono a criminalizzare il dissenso e a svuotare la democrazia anche in quella che è la sua veste minima, cioè la democrazia liberale. Oggi esiste una fusione tra potere politico, economico e tecnologico che allora forse immaginavamo, ma che è diventata realtà e domina il mondo. Ci sono i big del capitalismo estrattivista, finanziario e digitale che occupano direttamente quelli che sono i luoghi della politica e la gestiscono platalmente al fianco dei rappresentanti politici. Una gestione patrimoniale privatistica che si trascina nella privatizzazione del pubblico, nella specializzazione ad esempio della scuola, dell’università. La globalizzazione che si denunciava a Genova nel 2001 ha mutato le forme, ma non quella che è la voracità predatoria di un capitalismo che, come un mostro informe, cambia immagini, libera concorrenza, vuole farsi neoliberale, però resta sempre lo stesso. E allora noi oggi parliamo di democrazia illiberale, di fascio liberismo, di neoliberismo autoritario, di tecnofascismo per descrivere l’epoca di ora e rispetto a tutto questo Genova è stato un passaggio, un elemento cruciale e quindi la violenza che ci ha descritto Novaro[1], la violenza di Bolzanetto, le torture di Bolzanetto, la violenza della Diaz, la morte di Carlo Giuliani esondano in quella che è la militarizzazione delle piazze che vediamo e che abbiamo visto qua a Torino, nel quartiere Vanchiglia, intorno ad Askatasuna, i trattamenti disumani delle carceri, ma anche nei CPR, la discriminazione raziale, la violenza sistemica e strutturale di quelle che sono le diseguaglianze e la costruzione del nemico. Algostino elenca le brutte parole d’ordine che si sono rafforzate in questi 25 anni: sicurezza come ordine pubblico, neutralizzazione del conflitto, costruzione del nemico, il nemico che è il povero, il dissenziente, il migrante, la risoluzione del legame sociale, l’assolutizzazione del profitto, quella che Amartya Sen chiama la libertà senza democrazia, cioè sostanzialmente quella che è la legge del più forte e poi ancora i confini, la disumanizzazione, la cancellazione del diritto internazionale; il genocidio in Palestina che pretende di assuefarci a questa mancanza di limiti, agli orrori, all’impunità che abbiamo visto a Genova, ma che adesso ritorna su un’enorme scala di quello che è il genocidio e gli orrori in Palestina. Nel frattempo, muri fisici ma anche giuridici classificano, disumanizzano e uccidono le persone che migrano, perché noi possiamo parlare oggi di un genocidio anche delle persone migranti e quindi la violenza che abbiamo visto a Genova si fa violenza sistemica, si fa violenza strutturale e si fa violenza contro tutte le persone che sono considerate ai margini, dai palestinesi ai migranti ai poveri a coloro che ancora oggi si si ribellano. Il diritto di manifestare evocato a Genova e travolto a Genova dagli orrori che abbiamo sentito, rivela lo spostamento del rapporto tra autorità e libertà e dopo Genova verrà il reato di blocco stradale, verranno le multe come intimidazione istituzionale all’esercizio del diritto di riunione, il confino che porta i manifestanti lontano dalle piazze, le zone rosse. La zona rossa di Genova è la zona che proprio concretizza materialmente il disciplinamento e la repressione. Quella di Genova anticipa le direttive Maroni del 2009, Salvini del 2019, Lamorgese del 2020, è un processo bipartisan che attraversa i vari governi, questo della sottolineatura della progressiva criminalizzazione del dissenso. Siamo a Torino, le aree diciamo sottratte al dissenso della Valsusa con queste ordinanze che si susseguono di anno in anno. In questo senso Genova rappresenta l’emersione, l’emblema e l’anticipazione di quello che arriva dopo. Per chiudere con una nota positiva, Algostino considera che Genova ci ricorda anche quella che è l’intelligenza collettiva, ci ricorda la forza della critica dell’esistenza, perché è vero, avevamo ragione, avevamo ragione a Genova. Genova ci ricorda ancora un’altra cosa, ci ricorda l’importanza della transversalità e della convergenza, di procedere uniti nelle differenze. Allora quello è stato molto importante, è il momento di cercare di riprenderlo ancora oggi, di ritrovare la stessa convergenza dal basso, perché è vero che i tempi sono bui, è vero che siamo nella tormenta, ma questo cosa ci porta a dire? Che un altro mondo non solo è possibile, ma in questo momento è necessario. << Seconda parte [1] https://www.pressenza.com/it/2026/07/a-25-anni-dal-g8-di-genova-il-movimento-la-piazza-la-repressione-seconda-parte/ Giorgio Mancuso
July 24, 2026
Pressenza
A 25 anni dal G8 di Genova: il movimento, la piazza, la repressione – seconda parte
Il Coordinamento Antifascista Torino ha organizzato, in occasione del venticinquesimo anniversario degli eventi legati al G8 di Genova del 2001, due eventi presso il Comala di Torino. Il primo appuntamento, giovedì 16 luglio, prevedeva un dibattito dal titolo “A 25 anni dal G8 di Genova: il movimento, la piazza, la repressione”, seguito da un buffet di solidarietà con gli attivisti colpiti da sanzioni pecuniarie a cura delle Mamme in piazza per la libertà di dissenso e dalla proiezione del film “Diaz don’t clean up this blood” di Daniele Vicari LA REPRESSIONE ED I PROCESSI[1] Nel secondo intervento Claudio Novaro, avvocato di numerosi manifestanti processati dopo il G8 di Genova, racconta quei giorni di luglio 2001 attraverso i processi. La verità processuale e la verità storica non sempre sono coincidenti però i processi hanno consentito di scovare ed enucleare frammenti di verità storica molto importanti. A Genova vengono arrestate circa 250 persone in piazza; ci sono alcune decine di processi che vanno avanti e che si concludono quasi tutti con l’assoluzione, perché i processi vengono fatti sulla base di annotazioni e verbali di arresto sostanzialmente falsi. Ci sono quattro filoni principali su cui concentrare l’attenzione. Il primo riguarda il processo relativo alla morte di Carlo Giuliani che si conclude con un’archiviazione che non consente un contraddittorio pubblico né la possibilità di riaprire il caso. Restano una serie di interrogativi, che le controinchieste hanno rilanciato nel corso degli anni. Non si sa ancora oggi esattamente quante persone stavano sul Defender dei Carabinieri, non si sa esattamente chi abbia sparato, perché Placanica dopo averlo ammesso ha cambiato versione. Non si sa neanche come sia morto esattamente Carlo, perché nelle immagini si vede che il Defender passa sul corpo di Carlo due volte, in uno dei due passaggi zampilla del sangue, il che significa che Carlo era vivo e c’era ancora una circolazione sanguigna in atto. Secondo filone importante è quello contro 25 manifestanti per il reato di devastazione e saccheggio. Metà di questi manifestanti sono stati assolti perché si sono trovati a fronteggiare una carica inconsulta della polizia, come dimostrato da numerosi video. Per gli altri le pene sono durissime, fino a 13 anni di reclusione. Novaro invita a ragionare sul livello sanzionatorio di questo processo: 13 anni di reclusione per devastazione e saccheggio contro le condanne che i massacratori della Diaz ed i torturatori di Bolzaneto non hanno sostanzialmente preso. Terzo filone importante, la caserma di Bolzaneto; nell’ipotesi iniziale dovevano transitare per Bolzaneto tutti gli arrestati che dovevano essere segnalati, identificati e poi mandati nelle carceri di Voghera, Pavia e Alessandria. E in effetti transitano per Bolzaneto 223 arrestati, di cui 26 immediatamente trasferiti negli ospedali per le lesioni subite, 55 persone vengono portate a Bolzaneto solo per le identificazioni. Bolzaneto è un vulnus straordinario; uno dei principi fondanti di qualsiasi ordinamento giuridico è l’habeas corpus ovvero che il corpo della persona arrestata deve essere tutelato perché è a disposizione dello Stato; quindi, lo Stato deve mettere in campo delle garanzie specifiche. I corpi delle ragazze e dei ragazzi trattenuti a Bolzaneto sono stati abusati come ampliamente documentate e Novaro cita diversi esempi. Come finisce il processo di Bolzaneto? 45 imputati, in primo grado, solo 15 condannati e 30 assolti per le difficoltà di attribuire soggettivamente le condotte, ovvero non si sa esattamente chi ha fatto cosa. Condannati si fa per dire, perché andrà poi tutto in prescrizione, nel senso che il processo d’appello ribalta il processo di primo grado, 44 condannati su 45, ma è passato troppo tempo e va praticamente tutto in prescrizione. Sarà poi la Corte Europea, con due pronunce gemelle del 26 ottobre 2017 a liquidare delle grosse cifre di risarcimento ai ragazzi di Bolzaneto, circa 90.000€ a persona, e soprattutto a stigmatizzare e a condannare l’Italia per l’assenza del reato di tortura nella legislazione italiana che verrà introdotto solo nel 2017. Ultimo filone quella della scuola Diaz. La storia dell’assalto alla scuola Diaz è raccontata efficacemente dal film “Diaz don’t clean up this blood” di Daniele Vicari[2] che ha però due limiti: non fa i nomi e mette dentro la scuola Diaz i black block, probabilmente per ragioni di sceneggiatura, circostanza di cui non c’è nessuna evidenza processuale e che è stata utilizzata come uno dei pretesti per l’assalto alla scuola. Per una lunga parte della vicenda processuale della Diaz gli avvocati difensori degli imputati sostenevano che i pestaggi erano da attribuire ai black block, che si erano poi allontanati da una porta laterale: questa tesi è stata successivamente abbandonata perché manifestamente falsa. Non è stato possibile occultare il processo per quella che è stata definita la “macelleria messicana” alla Diaz come è stato tentato per altri processi: troppo l’interesse da parte dell’opinione pubblica anche internazionale; le indagini dell’ottima Procura di Genova e del dottore Enrico Zucca che in quegli anni si è molto speso,  sono state un corpo a corpo investigativo durissimo contro la Polizia di Stato, che ha falsificato i ruoli, ha mandato delle foto false, ne ha fatte di tutti i colori distruggendo ad un certo punto anche il reperto più significativo, le famose bombe molotov “trovate” all’interno della scuola. Novaro racconta le vicende della Diaz a partire dal verbale di arresto che comincia raccontando l’episodio dell’aggressione nei pressi della Diaz ad una pattuglia della polizia da parte di un gruppo di Black Block molto nutrito che inizia a urlare a scagliare degli oggetti: vengono spaccati i parabrezza e gli specchietti retrovisori delle auto. La questura a partire da questo verbale deduce che la Diaz è il quartiere generale dei black block e parte l’operazione Diaz. Nel processo questo episodio viene chiarito ed è spiegato molto bene nel film: una decina di persone hanno inveito contro la pattuglia e lanciato una bottiglia di birra che non ha colpito i mezzi. La scelta strategica di assaltare la Diaz si rileva così manifestatamente pretestuosa ed eccessiva tanto è vero che le forze dell’ordine hanno dovuto costruire prove che giustificassero con maggior forza l’operazione: il ritrovamento alla Diaz di picconi e mazze prelevate da un cantiere vicino, l’utilizzo di due bombe molotov trovate altrove, una coltellata autoinferta al giubbotto antiproiettile di un poliziotto. Tutte cose che non hanno retto alla verifica processuale. Poi ci sono i casi singoli: Novaro racconta una nutrita serie di casi delle vittime della scuola Diaz con denti spaccati, ossa rotte, traumi cranici, costole incrinate, e torture varie. Risulta impossibile associare le violenze a singoli poliziotti così si considerano responsabili i nove capisquadra ed il comandante Canterini. Il paradosso di questo processo è che l’unico reato che resterà intatto, ancora in cassazione, ed eviterà la prescrizione, è il falso del verbale, cioè il falso ideologico. Tutti gli altri reati andranno in prescrizione: le calunnie, il pestaggio e quant’altro. I nove capisquadra hanno condanne da 3 anni a 6 mesi, Canterini viene condannato a 5 anni. I capisquadra usufruiranno della prescrizione e Canterini no, perché ha firmato quel verbale. Così finisce gloriosamente la vicenda processuale genovese, col fatto importante che per la prima volta in questo paese c’è stato un controllo di legalità su tutto l’operato delle forze dell’ordine. << Prima parte [1] Il testo che segue è una limitata sintesi dell’intervento di Claudio Novaro che fa nomi e cognomi dei torturatori e racconta una nutrita serie di casi delle vittime di Bolzaneto e della scuola Diaz con denti spaccati, ossa rotte, traumi cranici, costole incrinate, apologia di fascismo e torture varie (N.d.A.) [2] Proiettato nella stessa serata Giorgio Mancuso
July 19, 2026
Pressenza
A 25 anni dal G8 di Genova: il movimento, la piazza, la repressione – prima parte
Il Coordinamento Antifascista Torino ha organizzato, in occasione del venticinquesimo anniversario degli eventi legati al G8 di Genova del 2001, due eventi presso il Comala di Torino. Il primo appuntamento, giovedì 16 luglio, prevedeva un dibattito dal titolo “A 25 anni dal G8 di Genova: il movimento, la piazza, la repressione”, seguito da un buffet di solidarietà con gli attivisti colpiti da sanzioni pecuniarie a cura delle Mamme in piazza per la libertà di dissenso e dalla proiezione del film “Diaz don’t clean up this blood” di Daniele Vicari IL MOVIMENTO E LA PIAZZA Il dibattito comincia con Ezio Bertok e Max Gavagna che tracciano per sommi capi la storia dei Social Forum con una particolare attenzione a quello di Torino e di Genova ed ai legami reciproci senza perdere di vista, nella timeline, quello che succedeva nel resto del mondo: il racconto non parte da quell’estate del 2001, ma torna giustamente indietro per cercare di definire un movimento che trova le sue radici nel vento di cambiamento nato dalla fine della guerra fredda e dal successivo processo di globalizzazione finanziaria. Siccome nel racconto bisogna, ad ogni modo, partire da qualche evento, si parte dal movimento zapatista, nato nel Ciapas in Messico nel 1994 come reazione all’accordo di libero scambio NAFTA e diventato prototipo del cambiamento sociale dal basso. Nel 1997 nel vertice di Denver il gruppo dei paesi più industrializzati (G7) diviene G8 con l’ingresso della Russia. In quegli anni si avvia il processo di globalizzazione dei mercati delle merci e finanziario con una serie di passi normativi per eliminare, con le buone o con le cattive, qualsiasi ostacolo a questo processo; questo processo incontra una certa resistenza in settori trasversali delle società mondiali che si manifesta per la prima volta in tutta la sua potenza alla riunione di Seattle del WTO nel 1999 con manifestazioni di massa a cui partecipano più di 40.000 persone. Grazie al successo di Seattle il movimento no global si rafforza e comincia a definirsi per slogan e tematiche proponendo la globalizzazione dei diritti in luogo della globalizzazione dei mercati. Nel 2000 ritorna in auge la vecchia idea di tassare all’1% le transizioni finanziarie, la Tobin Tax che prende il nome dall’economista che la propose per primo: con lo scopo principale di attivare questa forma di tassazione vista come un granello che può bloccare il perverso meccanismo della speculazione finanziaria internazionale nasce in Francia ATTAC che conia anche lo slogan che diventerà fondamentale nei Forum Sociali “Un altro mondo è possibile”. Nello stesso anno nasce ATTAC Italia e la Rete Lilliput. A gennaio 2001 si riunisce a Porto Allegre per la prima volta il Forum Sociale Mondiale[1]. A marzo 2001 le manifestazioni di protesta contro il Terzo Global Forum sulla governance di Napoli, prima apparizione nelle piazze nel movimento no global in Italia, vengono violentemente represse dalle forze dell’ordine. Nel febbraio 2001 nasce il Genova Social Forum con l’obiettivo di coordinare le iniziative di contrasto al 27º vertice del G8 pianificato a Genova dal 19 al 22 luglio 2001. A giugno 2001 nasce il Torino Social Forum come rete di organizzazioni per coordinare la partecipazione da Torino alle attività per il G8 di Genova: il TSF organizzerà 32 pullman per Genova nei giorni del vertice. Nei giorni dal 18 al 22 luglio 2001 Genova è stata invasa da una marea di persone (nel corteo sabato 21 luglio si parla di 300.000 persone) e da un’infinità di attività di tutti i tipi accomunate dalla necessità di pensare ad un altro mondo, dalla richiesta di rappresentanza (voi G8 noi sei miliardi), dall’intuizione che il processo di globalizzazione avrebbe portato al disastro; l’unica risposta istituzionale a queste richieste è stata una repressione, ancora una volta, senza precedenti. Estremamente emozionante il finale dell’intervento: > L’utopia è la stata dentro ogni folata di vento. Un’utopia con la u minuscola. > L’utopia del distintivo ed insopprimibile bisogno di ribellarsi. > > L’utopia come negazione del presente più che come definizione del futuro. Un > altro mondo possibile è un’aspirazione utopica che comprende più mondi > possibili, ma mai un mondo senza alternativa. Sui manifesti e sui siti dei > social forum spesso compare Edoardo Galeano. > > L’utopia è come l’orizzonte. Cammino due passi e si allontana di due passi. > Cammino dieci passi e si allontana di dieci passi. > > L’orizzonte è irraggiungibile. Serve per continuare a camminare. Ma è rimasto > forte il trauma. > > Abbiamo riflettuto tanto sulla violenza subita, sulla libertà violata, sulla > sospensione dello stato di diritto nei giorni del G8. Per qualcuno, ancora > oggi, un elicottero sopra la testa crea ansia immediata. Genova aveva ucciso > la speranza. > > In una tesi triennale, una studentessa che nel 2001 non era ancora nata, > scrisse come il G8 di Genova sia stata una grossa fattura, una delle tante > nella storia d’Italia. Scrisse che l’uso sregolato e violento della forza > aveva schiacciato e occultato i grandi temi posti dal movimento, giustizia > sociale, questione ambientale, diritto al futuro, temi affrontati all’epoca in > modo innovativo, con un patto trasversale nato insieme alla società. A Genova > era presente l’intera società, con le sue contraddizioni e difficoltà. > > E fu un momento unico di coesione e condivisione mai visto prima. La risposta > delle istituzioni è stata la violenza, e la violenza è per sempre. I traumi > lasciano un segno, una cicatrice, una ferita da cui non puoi prescindere. > > Così gli psicologi sono arrivati a elaborare la nozione di trauma > psicopolitico. E ora siamo diventati noi, i nonni partigiani che hanno > combattuto. Però l’abbiamo solo preso, e non abbiamo vinto, pur avendo > ragione. > > Perché avevamo ragione su tutto. E vorremmo sentirla di nuovo, quella brezza > primaverile, con l’utopia, di trasformarla in un tornado. – Continua – Max Gavagna Ezio Bertok [1] https://it.wikipedia.org/wiki/Forum_sociale_mondiale Giorgio Mancuso
July 18, 2026
Pressenza
GENTRIFICAZIONE E SPECULAZIONE URBANA: IL CASO DI TORINO
In questa puntata i “Saperi Maledetti” hanno continuato a ragionare sulla gentrificazione e sulla speculazione urbana, i cui effetti hanno trasformato radicalmente la nostra cultura urbana. Se il Sud viene ridisegnato a prova di turismo, nel Nord, bacino della produttività, gli investimenti sono incentrati sui grandi eventi. La dimensione urbana di Torino sta affrontando enormi mutamenti ben direzionati. Se si è vista passare la città da una fase espansiva (termine privo di una connotazione positiva), in termini di crescita e di investimenti, popolazione e sviluppo urbano con aumento della progettualità, ora Torino si scopre in una fase regressiva e costretta a reinventarsi tra festival, olimpiadi, saloni del libro e ATP finals. Con Eliana Luceri, sociologa, laureata con tesi su Matera, capitale della cultura, abbiamo tracciato delle analogie sull’impatto che questa formula economica ha sui territori. Con Alberto Valz Gris, docente del Politecnico di Torino, abbiamo invece delineato le prospettive di modifica del contesto urbano di Torino, in cui negli ultimi anni si sono succeduti uno sgombero dietro l’altro, verso un sempre maggiore restringimento dell’agibilità sociale in direzione di un modello di città imprenditoriale.
COMALA: da spazio di aggregazione ad acceleratore per imprese
L’avviso pubblico del comune di Torino per l’assegnazione degli spazi di corso Ferrucci 65/a, meglio conosciuto come Comala, ha visto una cordata di enti, che ambiscono a promuovere sturt up e ad accelerare imprese, aggiudicarsi il bando. Dopo 15 anni in cui è stata data forma e vita ad attività, posti di lavoro e progetti partecipati quotidianamente da centinaia di persone, un colpo di spugna del Comune vorrebbe cancellare questa esperienza di aggregazione e gestione di spazi pubblici. Social Innovation Teams, Eufemia, Paolo Landoni e Pasquale Lanni: i nomi noti – non per meriti – a guida della cordata. Oltre il danno la beffa. Non solo, l’avviso pubblico è stato strutturato dal Comune partendo e prendendo spunto – o meglio appropriandosi – delle attività costruite negli anni da Comala, ma i vertici della cordata sono arrivati nei giorni scorsi a dichiarare con una certa arroganza tutta accademica, di avere come obiettivo quello di “fare meglio di Comala”, pur avendone di fatto copiato la progettualità. Senza una esplicita messa a profitto, non solo degli spazi, ma anche di ogni attività umana, le possibilità di gestire luoghi pubblici si rivela sempre più ridotta. Eppure da quanto si muove attorno agli spazi e alle persone del Comala, sembra che la decisione dell’amministrazione non avrà vita facile. Insieme ad una lavoratrice di Comala ne parliamo ai microfoni di Radio Blackout:
February 25, 2026
Radio Blackout - Info