Monti comuni

Comune-info - Wednesday, July 22, 2026

I Montes en Mano Común, o Montes Veciñais, sono un tipo di proprietà collettiva, diffuso in oltre un quarto della Galizia, che prevede la collettivizzazione dei beni agroforestali tra i residenti ma soprattutto la collettivizzazione della gestione socio-ecologica del territorio. Nella sede della comunità di Tameiga, municipio di Mos, ad esempio, si trova un caffè comunitario, la piscina della comunità e tante sale per attività di vario tipo, ,come il campo scuola, per grandi e piccoli

Foto Comunidade De Montes De Tameiga

La giornata era davvero calda, e lo sapevamo anche senza leggere le cifre sul cruscotto della macchina. Il vento atlantico che sfrecciava fuori dai finestrini era quello che ci voleva per fare pace con il pianeta. Le altre lo pregustavano pensando al mare che le aspettava, mentre per noi cominciava un lungo pomeriggio di lavoro. Le nostre strade si separavano una volta arrivati a Vigo; noi proseguivamo verso l’interno, mentre loro rincorrevano la brezza verso l’oceano.

Dovevamo raggiungere la comunità di Tameiga, municipio di Mos, dove ci aspettavano quattro signori di una certa età, con i quali avremmo trascorso alcune ore. Il motivo dell’incontro era ricostruire, seppur parzialmente, alcuni eventi occorsi a cavallo degli anni Settanta, quando assieme ad altri i nostri interlocutori avevano portato avanti la rivendicazione per il recupero dei Montes galiziani dopo gli anni della dittatura franchista. I Montes en Mano Común, o Montes Veciñais, sono un tipo di proprietà collettiva, caratteristico della Galizia, che prevede non solo la collettivizzazione dei beni agroforestali tra i residenti ma anche – anzi soprattutto – la collettivizzazione della gestione socio-ecologica del territorio in cui vivono. Hanno rappresentato per secoli il cardine del sistema agro-silvo-pastorale delle comunità galiziane, assicurando la produzione e ri-produzione del mondo umano e più-che-umano della campagna nord-occidentale della penisola iberica.

Al giorno d’oggi, i montes Galiziani sono una delle proprietà collettive più peculiari in Europa, quasi un unicum, coprendo una superficie di quasi un quarto del territorio galiziano. Discendono direttamente da forme di proprietà del diritto germanico, fondato sull’uso e non sul diritto di proprietà privata, come avviene nel diritto romano. Soprattutto, diversamente da altri omologhi (come succede in Italia) alcune comunità hanno saputo aggiornare gli usi del territorio per poter mantenere vivo il valore sociale della collettività anche quando le attività agro-silvo-pastorali sono venute meno.

Oltre alla delocalizzazione della produzione agricola e forestale in altre aree del mondo, i montes (che sono stati attivi e lavorati produttivamente fino al secolo scorso) hanno subito un duro attacco durante la dittatura fascista. Il progetto autarchico di Franco trasformò la galizia nella “fabbrica di legno” della Spagna, espropriando le terre collettive. Con l’appropriazione delle terre da parte dello Stato, le comunità persero il diritto di uso delle terre, e con esso anche il sistema sociale collettivo che garantiva un governo di democrazia diretta del territorio con secoli di storia alle spalle.

Oggi il paesaggio di tanta parte dei montes galiziani si presenta come una grande piantagione di eucalipti e pini, frutto delle scelte industriali del regime franchista che, come altri regimi fascisti del tempo, preferì sostenere l’industria del legno e della carta contro i sistemi agro-silvo-pastorali che sostenevano le comunità locali.

Il nostro interesse per i montes galiziani è nato dentro un progetto di ricerca internazionale sul patrimonio culturale e il cambiamento climatico. È vero che quando si parla di patrimonio culturale in genere si pensa ad edifici, statue o centri storici; per le montagne e i loro ecosistemi si dovrebbe parlare di patrimonio naturale e ci vengono in mente parchi nazionali, non certo musei. Invece, la storia dei montes della Galizia ci ricorda che il paesaggio intorno a noi – soprattutto in contesti fortemente antropizzati come quelli europei – è sempre un ibrido di natura e storia, cultura ed ecologia. È questo uno dei principi cardine della convenzione europea sul paesaggio del 2000 che proprio sottolinea il rapporto dialettico tra comunità umane e ambiente. Nel caso dei montes siamo in presenza non solo di un insieme di pratiche che determinano un certo esito paesaggistico, ma di un’idea di vita collettiva in grado di produrre un’alternativa radicale allo stato presente delle cose, basato sull’individualismo proprietario.

Mentre eravamo pronti a raccogliere storie di resistenze passate e magari capire meglio l’evoluzione di un’idea di proprietà collettiva negli ultimi cinquant’anni, forse eravamo meno pronti a entrare in una comunità di montes come appare oggi. Sebbene la giornata fosse caldissima, una strana ondata di calore per la regione più atlantica della Spagna, appena varcato il cancello della comunità l’aria si era fatta più fresca. Non era suggestione: semplicemente stavamo parcheggiando l’automobile all’ombra degli alberi, dove, poco lontano, si vedeva un’area picnic attrezzata con bagni, acqua corrente e barbecue in pietra. Davanti a noi un grande edificio con un caffè comunitario – insomma gestito a prezzi popolari dalla comunità per la comunità – con una terrazza panoramica con vista impagabile sulla costa di Vigo, con il vento dell’oceano che ti accarezza anche a distanza di chilometri. Poco più in basso, la piscina della comunità. Ai piani superiori gli uffici della comunità, sale per riunioni e corsi di vario tipo. Alle pareti poster colorati annunciavano le attività per l’estate: il campo scuola per i più piccoli, concerti, spettacoli e le attività del coro (che si svolgono sotto nella sala concerti, sempre della comunità); quest’estate ci sarebbe anche stata la nostra scuola estiva che avrebbe portato lì una ventina di giovani ricercatori e ricercatrici da tutto il mondo interessate a studiare il patrimonio culturale, i commons e il cambio climatico.

Siamo arrivati alla nostra intervista collettiva quasi tramortiti. Ci tornavano in mente le narrazioni tossiche che cercano di demolire ogni possibilità di alternativa. I sacerdoti dell’ineluttabile presente chiedono provocatoriamente a chi, come noi, critica il sistema capitalistico se voglia forse tornare nelle caverne oppure lo sfidano a elencare le cose alle quali sarebbe disposto a rinunciare per “il bene dell’ambiente”. Come se provare a non morire di tossicità fosse un favore che facciamo all’ambiente. Ammirando la piscina dalla terrazza della caffetteria, la vicenda dei montes galiziani sembrava l’incarnazione di quell’idea di Keito Saito sulla frugalità individuale e il lusso collettivo. Sarà che Samuele è diventato una star con il suo galiziano quasi perfetto, ma tutti ci salutano come se ci conoscessimo da sempre e per un pomeriggio ci sembra possibile l’impossibile, un altro modo di pensare la vita dentro una collettività che non presuppone sacrifici. Difficile pensare che ci si sacrifichi mentre si mangia un gelato al fresco degli alberi – non eucalipti – chiacchierando mentre si osserva l’oceano.

I paradisi, tuttavia, non esistono; d’altra parte se esistessero ci si entrerebbe da morti e quindi, tutto sommato, non possono avere una grande attrattiva sui vivi. I montes hanno tanti problemi, molti dovuti all’eredità del regime franchista che ne ha sconvolto gli equilibri sociali ed ecologici. Altri sono dovuti all’emigrazione massiccia e allo spopolamento. Nell’intervista collettiva che abbiamo fatto questo maggio, ci hanno raccontato anche delle divisioni interne, dovute soprattutto al tentativo di quelli che chiamavano caciques (signorotti locali che furono spesso alleati silenziosi del potere franchista) di impossessarsi dei beni comuni. Non siamo finiti in paradiso, però qualche dubbio sulla favola triste che non ci sono alternative c’è venuto, mentre rientravamo a casa chiedendoci come sarebbe successo se invece ci fossimo fermati lì…

Il progetto di cui si parla in questo articolo è “WRENCH – Whispers of Time. Heritage as narrative of climate change” (finanziato attraverso la Belmont Forum dall’Agencia Estatal de Investigación, PCI2024-153536). Nel sito web di WRENCH sono disponibili molti materiali della ricerca. Sui commons come sistemi socioecologici si rimanda a Massimo De Angelis, Omnia Sunt Communia (Zed Books 2017) e al suo nuovo libro Sumud in uscita per Editpress. Sui montes galiziani si veda Xesús Balboa e Anna Maria Savelli, L’utilizzazione del ‘monte’ nella Galizia del secolo XIX (Quaderni Storici, 1992) e Grupo de Estudos da Propiedade Comunal – IDEGA, Os montes veciñais en man común: O patrimonio silente: naturaleza, economía, identidade e democracia na Galicia rural (Edicións Xerais de Galicia, 2006).

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