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Cos’è lo Stato liquido? Chi liquida lo Stato?
Presentazione del libro di Emanuele Petracca Lo stato liquido. L’Italia privata del patrimonio pubblico. Castelvecchi editore, 2025. Venerdì 19 giugno 2026 alle ore 17:00 – Libreria Alfani – via degli Alfani 84 – Firenze Coordina l’arch. Roberto Budini Gattai… Leggi tutto L'articolo Cos’è lo Stato liquido? Chi liquida lo Stato? sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Mondello, il vizio di competenza che il CGA non ha voluto vedere. Schifani, Belingheri e la doppia verità del palazzo
𝐈𝐥 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐢𝐮𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐠𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐨 C’è qualcosa di strutturalmente rivelatore nel modo in cui la vicenda della spiaggia di Mondello si è sviluppata: 𝐥𝐚 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐞𝐭𝐚̀ 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐨 𝐁𝐞𝐥𝐠𝐚 𝐞̀ 𝐭𝐨𝐫𝐧𝐚𝐭𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐨𝐧𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥 𝐥𝐢𝐭𝐨𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐥 𝐂𝐨𝐧𝐬𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐭𝐢𝐳𝐢𝐚 𝐀𝐦𝐦𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐬𝐬𝐞 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐚 𝐥𝐚 𝐬𝐮𝐚 𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚. La Regione Siciliana aveva dichiarato la decadenza della concessione dopo 𝐝𝐮𝐞 𝐞𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐫𝐚𝐯𝐯𝐢𝐜𝐢𝐧𝐚𝐭𝐢 𝐞 𝐠𝐫𝐚𝐯𝐢: l’interdittiva antimafia prefettizia che aveva colpito la GM Edil della famiglia Genova, fornitrice di servizi per l’Italo-Belga, e l’avvio della misura di prevenzione collaborativa nei confronti della stessa concessionaria, con la nomina di tre commissari prefettizi per dodici mesi. 𝐍𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐚𝐯𝐚 𝐝𝐢 𝐬𝐨𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐯𝐚𝐠𝐡𝐢, 𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐯𝐯𝐞𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐥𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐮𝐭𝐨𝐫𝐢𝐭𝐚̀ 𝐩𝐫𝐞𝐟𝐞𝐭𝐭𝐢𝐳𝐢𝐚, 𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚𝐭𝐢 𝐬𝐮 𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐚𝐥𝐮𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐫𝐞𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐟𝐢𝐥𝐭𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐦𝐚𝐟𝐢𝐨𝐬𝐚.   𝐈𝐥 𝐯𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 Il primo nodo giuridico che l’ordinanza avrebbe dovuto sciogliere – e non ha sciolto – riguarda la competenza stessa del Consiglio di Giustizia Amministrativa a pronunciarsi sulla legittimità della revoca, nella misura in cui questa revoca era fondata sulla misura di prevenzione collaborativa. 𝐋𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐚𝐛𝐨𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐨 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐜𝐨𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐦𝐚𝐟𝐢𝐚 (D.lgs. 159/2011, art. 94-bis), 𝐚𝐩𝐩𝐥𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐏𝐫𝐞𝐟𝐞𝐭𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐞 𝐬𝐨𝐠𝐠𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐚𝐥 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨𝐥𝐥𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐓𝐫𝐢𝐛𝐮𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐦𝐢𝐬𝐮𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 – sezione specializzata della magistratura ordinaria, 𝐧𝐨𝐧 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐢𝐳𝐢𝐚 𝐚𝐦𝐦𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚. Quando il CGA entra nel merito della legittimità di una revoca fondata su quella misura, 𝐬𝐜𝐨𝐧𝐟𝐢𝐧𝐚 𝐢𝐧 𝐮𝐧 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐠𝐢𝐮𝐫𝐢𝐬𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚. La soluzione corretta sarebbe stata 𝐬𝐨𝐬𝐩𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐠𝐢𝐮𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨 in attesa degli esiti del procedimento prefettizio e giudiziario antimafia, o quantomeno sollevare la questione di competenza rispetto alla valutazione dell’idoneità della prevenzione collaborativa a giustificare la revoca concessoria, 𝐫𝐢𝐦𝐞𝐭𝐭𝐞𝐧𝐝𝐨𝐥𝐚 𝐚𝐥 𝐠𝐢𝐮𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐧𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚𝐥𝐞. Non averlo fatto non è solo un dettaglio procedurale. 𝐒𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐥 𝐂𝐆𝐀 𝐬𝐢 𝐞̀ 𝐩𝐫𝐨𝐧𝐮𝐧𝐜𝐢𝐚𝐭𝐨 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐝𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐠𝐚𝐫𝐚𝐧𝐳𝐢𝐞 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐦𝐚𝐟𝐢𝐚 𝐨𝐟𝐟𝐞𝐫𝐭𝐞 𝐝𝐚𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐢𝐬𝐬𝐚𝐫𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐟𝐞𝐭𝐭𝐢𝐳𝐢 – 𝐠𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐧𝐨𝐦𝐢𝐧𝐚𝐭𝐢 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐏𝐫𝐞𝐟𝐞𝐭𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐫𝐢𝐭𝐞𝐧𝐮𝐭𝐨 𝐥’𝐢𝐧𝐟𝐢𝐥𝐭𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐮𝐧 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐫𝐞𝐭𝐨 – 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐚𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐭𝐞𝐜𝐧𝐢𝐜𝐚 𝐞 𝐠𝐢𝐮𝐫𝐢𝐝𝐢𝐜𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐟𝐚𝐫𝐥𝐨, 𝐞 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐚𝐭𝐭𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐞 𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐩𝐮𝐭𝐚𝐭𝐞 𝐬𝐢 𝐞𝐬𝐩𝐫𝐢𝐦𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐨. 𝐈𝐥 𝐫𝐢𝐬𝐮𝐥𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐞̀ 𝐮𝐧’𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐡𝐞, 𝐧𝐞𝐥 𝐭𝐞𝐧𝐭𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐝𝐢 𝐠𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐢𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐮𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐛𝐚𝐥𝐧𝐞𝐚𝐫𝐞, 𝐡𝐚 𝐝𝐢 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐬𝐨𝐬𝐩𝐞𝐬𝐨 𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐞𝐠𝐮𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐚𝐥𝐮𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐦𝐚𝐟𝐢𝐚.   Le contraddizioni dell’ordinanza: premiare chi si voleva rimuovere Il vizio logico più profondo dell’ordinanza non è tecnico: è politico nel senso più alto del termine. Il CGA critica la Regione non per aver tollerato irregolarità, ma per non essere stata abbastanza rapida nel trovare un sostituto. Questo ragionamento produce un effetto perverso: la cattiva organizzazione istituzionale diventa una risorsa per il concessionario contestato. La discontinuità amministrativa premia la continuità di chi si voleva rimuovere. Ma il ragionamento nasconde un’ulteriore illogicità che l’ordinanza non affronta: 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐢 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐛𝐚𝐥𝐧𝐞𝐚𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐈𝐭𝐚𝐥𝐨 𝐁𝐞𝐥𝐠𝐚 𝐝𝐨𝐯𝐞𝐯𝐚𝐧𝐨 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐢𝐝𝐞𝐫𝐚𝐭𝐢 𝐩𝐫𝐢𝐨𝐫𝐢𝐭𝐚𝐫𝐢 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐚𝐢 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞𝐫𝐨 𝐢𝐦𝐩𝐢𝐞𝐠𝐚𝐭𝐨 𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐢𝐬𝐬𝐚𝐫𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐟𝐞𝐭𝐭𝐢𝐳𝐢 𝐠𝐢𝐚̀ 𝐢𝐧 𝐜𝐚𝐫𝐢𝐜𝐚 – 𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐢𝐬𝐬𝐚𝐫𝐢 𝐧𝐨𝐦𝐢𝐧𝐚𝐭𝐢 𝐚𝐝 𝐡𝐨𝐜 – 𝐩𝐞𝐫 𝐚𝐯𝐯𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐠𝐞𝐬𝐭𝐢𝐨𝐧𝐞? La misura di prevenzione collaborativa aveva già messo in campo tre figure di garanzia, con mandato preciso e potere sostitutivo. Erano già lì. Avevano già accesso all’organizzazione aziendale. Perché non potevano gestire la transizione? L’ordinanza non lo spiega. Si limita a constatare che la Regione non aveva organizzato un’alternativa, senza interrogarsi sul fatto che un’alternativa era già operativa per volontà della Prefettura. Altrettanto fragile è la critica al piano Mondello del Comune, finanziato con trecentomila euro dal fondo di riserva. I giudici osservano che la copertura era «non strutturale, una tantum, per due mesi e non per l’intera stagione». Critica legittima. 𝐌𝐚 𝐥’𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐞 – 𝐞 𝐚𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐩𝐨𝐭𝐮𝐭𝐨 𝐟𝐚𝐫𝐥𝐨 – 𝐬𝐞 𝐢𝐥 𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞 𝐚𝐯𝐞𝐬𝐬𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐭𝐢𝐯𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐫𝐞 𝐢 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐢𝐳𝐢 𝐝𝐢 𝐢𝐠𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐞 𝐬𝐢𝐜𝐮𝐫𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐞𝐧𝐢𝐥𝐞. 𝐈𝐥 𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐏𝐚𝐥𝐞𝐫𝐦𝐨 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐞𝐭𝐚̀ 𝐢𝐧 𝐡𝐨𝐮𝐬𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐠𝐞𝐬𝐭𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐫𝐢𝐟𝐢𝐮𝐭𝐢 (𝐑𝐀𝐏), 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐜𝐪𝐮𝐚 (𝐀𝐌𝐀𝐏), 𝐝𝐞𝐥 𝐯𝐞𝐫𝐝𝐞 𝐮𝐫𝐛𝐚𝐧𝐨 (𝐑𝐞𝐬𝐞𝐭): 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐭𝐭𝐮𝐫𝐞 𝐠𝐢𝐚̀ 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐢𝐚𝐭𝐞, 𝐠𝐢𝐚̀ 𝐨𝐩𝐞𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐞, 𝐠𝐢𝐚̀ 𝐜𝐨𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐭𝐞 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐚𝐭𝐞𝐧𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐨. Un’ordinanza sindacale che attivasse questi soggetti, integrata dai proventi della tassa di soggiorno che per legge può essere destinata alla valorizzazione del territorio turistico, e di cui Mondello è certamente tra le voci principali – avrebbe potuto costruire un sistema di gestione pubblica diretta, almeno per la durata della stagione. Il CGA avrebbe potuto indicarlo come percorso praticabile, come strumento di tutela dell’interesse pubblico alternativo alla riattivazione del concessionario contestato. Non lo ha fatto.   𝐋𝐚 𝐬𝐩𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐚 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐞𝐜𝐜𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞: 𝐢𝐥 𝐫𝐨𝐯𝐞𝐬𝐜𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐫𝐢𝐧𝐜𝐢𝐩𝐢𝐨 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 Il passaggio più rivelatore dell’intera ordinanza è quello in cui i giudici osservano che, se la Regione avesse scelto di rendere la spiaggia liberamente fruibile, «l’odierno pregiudizio per l’interesse pubblico sarebbe risultato inconfigurabile». Il ragionamento è formalmente corretto. Ma la sua premessa implicita è una distorsione profonda del diritto demaniale. 𝐋’𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐚 𝐥𝐚 𝐬𝐩𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐚 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐮𝐧’𝐚𝐧𝐨𝐦𝐚𝐥𝐢𝐚 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚, 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐞𝐦𝐞𝐫𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐚 𝐠𝐞𝐬𝐭𝐢𝐫𝐞, 𝐚𝐧𝐳𝐢𝐜𝐡𝐞́ 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐚 𝐧𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭𝐚̀. Eppure, il Codice della navigazione e la Costituzione sono chiari: il demanio marittimo è patrimonio indisponibile dello Stato. La concessione privata è l’eccezione, consentita dalla legge a condizioni precise e revocabili; la libera fruizione collettiva è il principio. Una spiaggia senza concessionario non è una spiaggia abbandonata: è una spiaggia pubblica, che richiede gestione pubblica dei servizi: pulizia, sicurezza, sicurezza, presidi igienici, ma non la mediazione di un operatore commerciale che ne condizioni e limiti l’accesso. Equiparare l’assenza del privato all’assenza di tutela dell’interesse pubblico è una lettura che rovescia il senso del demanio. E qui si tocca il limite più grave dell’ordinanza: 𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐠𝐢𝐮𝐝𝐢𝐳𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐢𝐧𝐬𝐮𝐟𝐟𝐢𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐩𝐮𝐨̀, 𝐝𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐚, 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐢𝐫𝐞 𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐠𝐢𝐮𝐫𝐢𝐝𝐢𝐜𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐫𝐢𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐬𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐚 𝐮𝐧 𝐩𝐫𝐨𝐯𝐯𝐞𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐟𝐞𝐭𝐭𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐦𝐚𝐟𝐢𝐚. 𝐋𝐚 𝐜𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐚𝐦𝐦𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐬𝐨𝐠𝐠𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐢𝐧 𝐜𝐚𝐩𝐨 𝐚𝐥 𝐩𝐫𝐢𝐯𝐚𝐭𝐨. 𝐋’𝐢𝐧𝐜𝐚𝐩𝐚𝐜𝐢𝐭𝐚̀ 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐠𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐥𝐨𝐜𝐚𝐥𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐢𝐧 𝐮𝐧 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐠𝐢𝐮𝐫𝐢𝐝𝐢𝐜𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐢𝐫𝐫𝐢𝐧𝐮𝐧𝐜𝐢𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞. Queste sono affermazioni che reggono anche sotto il profilo strettamente tecnico-giuridico, e l’ordinanza non offre argomenti sufficienti per confutarle.   𝐒𝐜𝐡𝐢𝐟𝐚𝐧𝐢, 𝐁𝐞𝐥𝐢𝐧𝐠𝐡𝐞𝐫𝐢 𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐨𝐩𝐩𝐢𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐚𝐥𝐚𝐳𝐳𝐨 Ma la vicenda giuridica non può essere letta in isolamento dalla sua dimensione politica, che nelle ultime settimane ha assunto contorni ancora più inquietanti. Il parlamentare regionale Ismaele La Vardera ha reso pubblica quella che presenta come la registrazione di una telefonata con Rino Belingheri, dirigente generale dell’Assessorato Territorio e Ambiente, lo stesso che il 26 novembre 2025 aveva firmato la revoca della concessione all’Italo Belga. In quell’audio, Belingheri affermerebbe di essere stato “convocato dal presidente della Regione Renato Schifani che gli avrebbe manifestato il proprio disappunto per la revoca: “𝐁𝐢𝐬𝐨𝐠𝐧𝐚𝐯𝐚 𝐟𝐚𝐫𝐥𝐚 𝐚 𝐨𝐭𝐭𝐨𝐛𝐫𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐫𝐞 𝐥𝐨𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐯𝐨𝐥𝐠𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞𝐬𝐭𝐢𝐯𝐚”. L’accusa di La Vardera è diretta: il governatore avrebbe detto pubblicamente di volere la rimozione dell’Italo Belga, ma all’interno dei palazzi regionali 𝐚𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐞𝐬𝐞𝐫𝐜𝐢𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐮𝐢 𝐯𝐞𝐫𝐭𝐢𝐜𝐢 𝐚𝐦𝐦𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐢 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐫𝐢𝐦𝐨𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐚𝐯𝐯𝐞𝐧𝐢𝐬𝐬𝐞 – o almeno fosse rinviata a dopo la stagione. “𝐒𝐜𝐡𝐢𝐟𝐚𝐧𝐢 – 𝐚𝐭𝐭𝐚𝐜𝐜𝐚 𝐢𝐥 𝐝𝐞𝐩𝐮𝐭𝐚𝐭𝐨 – 𝐜𝐨𝐧𝐯𝐨𝐜𝐚 𝐧𝐞𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐮𝐟𝐟𝐢𝐜𝐢𝐨 𝐮𝐧 𝐦𝐚𝐬𝐬𝐢𝐦𝐨 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐠𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐑𝐞𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐝𝐢𝐫𝐠𝐥𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐥’𝐚𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐝𝐨𝐯𝐮𝐭𝐨 𝐟𝐚𝐫𝐞, 𝐛𝐢𝐬𝐨𝐠𝐧𝐚𝐯𝐚 𝐟𝐚𝐫𝐠𝐥𝐢 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐩𝐨𝐢 𝐬𝐢 𝐯𝐞𝐝𝐞𝐯𝐚”. Schifani, su Facebook, aveva scritto il 27 febbraio: “Palazzo d’Orleans ha mantenuto fin dall’inizio il necessario riserbo istituzionale”. Per La Vardera quella frase è la prova di una doppia verità: “un post che racconta l’ennesimo atto ipocrita del governo Schifani”. E conclude con un appello diretto al governatore: “Se hai il coraggio, querela me o il dirigente generale. O forse dovresti fare quello che tutti i siciliani aspettano, andare a casa e liberare questa regione da una cappa”. 𝐒𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐞𝐫𝐦𝐚𝐭𝐚, 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐢𝐚𝐥𝐞𝐭𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚. È la descrizione di un tentativo di interferenza politica su un procedimento amministrativo fondato su valutazioni antimafia. È la descrizione di un sistema in cui la legge parla una lingua e il potere ne parla un’altra, e quella del potere è quella che conta. La questione non è se l’Italo Belga sia colpevole. La questione è se la logica della continuità del servizio privato possa prevalere, in sede cautelare, sulla logica della legalità antimafia, in un contesto in cui lo Stato stesso – attraverso la Prefettura – ha ritenuto necessario intervenire. E se questa prevalenza sia compatibile con il principio per cui, in questa terra, i beni comuni non si restituiscono: SI LIBERANO.   La responsabilità pubblica non si delega La vicenda di Mondello è la manifestazione locale di una tensione che attraversa l’intera storia del litorale italiano: la difficoltà di ripensare il rapporto tra demanio collettivo e interesse privato, in un contesto dove le concessioni storiche hanno sedimentato aspettative, dipendenze e – talvolta – complicità che si rivelano molto difficili da sciogliere. L’ordinanza congela lo status quo fino al 30 settembre. Rimanda il problema senza risolverlo, scaricando sulle istituzioni la responsabilità di una transizione che avrebbe dovuto essere già pronta. Ma la domanda che essa lascia aperta è la più importante: chi è responsabile, in ultima istanza, di un bene comune? La risposta che questa vicenda indica il privato, per inadeguatezza del pubblico, è esattamente la risposta sbagliata sul piano del diritto, della logica e della storia civile di questa città. 𝐋𝐚 𝐬𝐩𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐌𝐨𝐧𝐝𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐚𝐢 𝐩𝐚𝐥𝐞𝐫𝐦𝐢𝐭𝐚𝐧𝐢. 𝐍𝐨𝐧 𝐧𝐞𝐥 𝐬𝐞𝐧𝐬𝐨 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐭𝐞𝐫𝐦𝐢𝐧𝐞, 𝐦𝐚 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐠𝐢𝐮𝐫𝐢𝐝𝐢𝐜𝐨, 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞, 𝐢𝐫𝐫𝐢𝐧𝐮𝐧𝐜𝐢𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞. Nessuna stagione balneare, nessuna urgenza organizzativa, nessuna pressione politica può cambiare questo fatto. E chi ha il compito di applicare la legge – in tribunale, in prefettura, o in un ufficio di Palazzo d’Orleans – ha la responsabilità di ricordarselo.   Aurelio Angelini
June 3, 2026
Pressenza
Ostia, chi controllerà il mare di Roma?
Il Comune di Roma ha dichiarato battaglia agli storici concessionari balneari di Ostia, facendo leva sul malcontento di residenti e frequentatori del litorale, stanchi di essere respinti ai cancelli degli stabilimenti nonostante il diritto al libero e gratuito accesso al mare. Per anni a Ostia il 94,5% degli stabilimenti non ha permesso l’ingresso gratuito, detenendo il record negativo per continuità di litorale senza spiaggia libera: 3.450 metri senza varchi verso il mare. Il lungomare di Ostia, per decenni trasformato in un vero e proprio “lungomuro”, preda del lavoro stagionale sottopagato, sembra oggi destinato a una fase di cambiamento. Ma la stagione balneare, tra macerie e nuove concessioni ancora da firmare, stenta a partire. Le domande restano aperte: siamo davvero di fronte alla fine del vecchio sistema balneare oppure a una sua semplice riorganizzazione? L’applicazione della direttiva Bolkestein libererà realmente il mare oppure aprirà le spiagge agli interessi di grandi operatori economici e finanziari? GLI ABUSI SUL LITORALE ROMANO La rottura con il passato è iniziata attraverso una massiccia attività di controllo sugli stabilimenti balneari. Come raccontato dal “Corriere della Sera“, i sopralluoghi effettuati con droni e verifiche tecniche hanno riguardato circa 73mila metri quadrati di strutture sul litorale di Ostia. Il risultato è stato significativo: quasi un intero ettaro di opere abusive accertate. Prima dell’inizio della stagione balneare erano 34 gli stabilimenti chiamati a demolire manufatti contestati: verande, ampliamenti, pedane, cabine e ristoranti costruiti ben oltre i limiti autorizzati. Un numero considerevole che restituisce la dimensione di un sistema che per anni ha trattato il bene demaniale come uno spazio da occupare progressivamente più che come patrimonio collettivo. Quella degli abusi non è quindi soltanto una questione urbanistica. È il riflesso materiale di un modello di gestione del litorale costruito attraverso proroghe continue, tolleranza amministrativa e privatizzazione progressiva dello spazio pubblico. Per anni gli stabilimenti di Ostia hanno funzionato come barriere fisiche e sociali: chilometri di costa occupati da concessioni, varchi controllati, spiagge libere ridotte e un accesso al mare spesso ostacolato. La battaglia sul litorale romano non riguarda quindi soltanto le demolizioni. Riguarda l’idea stessa di mare come bene collettivo. LA GARA DEL CAMPIDOGLIO E IL SISTEMA DELLE ROYALTIES Nel 2025 il Campidoglio ha indetto due bandi per l’assegnazione delle nuove concessioni demaniali marittime relative alla maggior parte degli stabilimenti di Ostia e delle spiagge libere attrezzate con concessioni scadute. La gara ha riguardato una quarantina di concessioni: circa un terzo degli impianti ha cambiato formalmente gestione. Le nuove concessioni, la maggior parte delle quali non ancora operative, hanno una durata estremamente breve: un anno, rinnovabile stagione per stagione fino a un massimo di altre due annualità. Si tratta di una soluzione transitoria nell’attesa che venga approvato il nuovo PUA (Piano di Utilizzazione degli Arenili) dall’Assemblea Capitolina. Una volta concluso l’iter, si potrà procedere alla messa a gara delle concessioni pluriennali. Tra gli elementi più rilevanti introdotti dal Comune di Roma c’è il nuovo sistema delle royalties. Oltre al tradizionale canone concessorio, i nuovi assegnatari dovranno versare al Campidoglio una percentuale sul fatturato prodotto dalle attività. Secondo l’assessore al Demanio Tobia Zevi, questo meccanismo avrebbe prodotto un rialzo medio del 12% delle offerte economiche. Ma il nuovo modello viene guardato con forte preoccupazione. di Metro Centric (Flickr) Secondo il LabUr, la royalty non rappresenta soltanto una clausola economica ma una vera e propria scelta politica e urbanistica. Il rischio evidenziato è che il nuovo sistema finisca per favorire operatori dotati di grande capacità finanziaria, in grado di sostenere margini ridotti e ritorni economici differiti nel tempo. In questo scenario la concessione balneare smette di essere una semplice attività stagionale e diventa un asset strategico: presidio territoriale, leva commerciale, piattaforma immobiliare futura e strumento di posizionamento economico. È proprio qui che si apre uno dei nodi principali della nuova fase: chi controllerà realmente il mare di Roma dopo questa caotica transizione? E soprattutto: il superamento del vecchio sistema balneare, con il nuovo PUA, produrrà una maggiore accessibilità pubblica oppure una nuova concentrazione del demanio nelle mani di grandi operatori economici? UNA STAGIONE BALNEARE CHE NON RIESCE A PARTIRE Mentre procedono sequestri e demolizioni, la stagione estiva 2026 appare già segnata dall’incertezza. Gli assistenti bagnanti della Sezione Lifeguards Italiani hanno denunciato una situazione definita “grave e pericolosa” sul litorale romano. Nel loro comunicato parlano di carenza di presidi di salvataggio, spiagge non cardioprotette, mezzi inutilizzati e assenza di una pianificazione efficace per la sicurezza in mare. A tutto questo si aggiunge il tema dell’erosione costiera. Le mareggiate degli ultimi mesi hanno colpito duramente il litorale di Ostia, mentre l’avanzamento del mare continua a ridurre l’arenile anche in assenza di eventi eccezionali. La crisi del modello balneare romano non è quindi soltanto amministrativa o giudiziaria. È anche ambientale. Per anni il litorale è stato sfruttato come piattaforma economica senza una reale pianificazione pubblica capace di affrontare erosione, consumo di suolo e fragilità della costa. La ciliegina sulla torta è stata la costruzione del Porto turistico di Ostia alla foce del Tevere, un’opera contestata da anni per il suo impatto sul naturale ripascimento delle spiagge. Il porto è finito al centro di sequestri e procedimenti giudiziari che hanno coinvolto Mauro Balini. Le indagini della magistratura hanno inoltre più volte incrociato il sistema di relazioni tra l’imprenditoria del litorale, l’amministrazione locale e ambienti riconducibili ai clan Fasciani e Spada. Eppure la risposta politica continua a muoversi nella stessa direzione. Il sindaco Gualtieri, nonostante il parere contrario del Municipio X, ha inserito tra le opere strategiche del Giubileo il Porto crocieristico di Fiumicino, sull’altro lato della foce del Tevere, sostenuto anche dal governo Meloni attraverso il sindaco di Fiumicino Mario Baccini e dalla Lega di Salvini. Il progetto prevede una concessione demaniale di lunghissima durata — novant’anni — affidata a Royal Caribbean Group, colosso globale dell’industria crocieristica. Dai tempi dell’imperatore Traiano sappiamo che non si costruiscono porti alla foce dei fiumi, ma una parte della politica sembra non aver imparato la lezione. Una volta resa operativa la direttiva Bolkestein sul litorale romano, chi ci garantisce che un modello simile, incentivato dal sistema delle royalties, non finisca per aprire le porte del demanio a grandi gruppi economici e finanziari, togliendo spazio alle più modeste realtà locali? POLITICA LOCALE E SISTEMA BALNEARE Il rapporto tra politica locale e concessionari balneari rappresenta uno dei nodi più delicati dell’intera vicenda. Per decenni il sistema degli stabilimenti è stato difeso trasversalmente da centrodestra e centrosinistra. Le amministrazioni si sono alternate, ma il modello di gestione del litorale è rimasto sostanzialmente invariato: proroghe continue, tolleranza sugli abusi, scarsità di spiagge libere e centralità economica e politica dei concessionari. Dentro questo quadro si inseriscono anche le recenti indagini sulle cene elettorali organizzate allo Shilling, storico stabilimento di Ostia legato all’imprenditore Fabio Balini, parente di Mauro Balini del Porto turistico di Ostia. Secondo quanto riportato dalla stampa, nelle inchieste compaiono esponenti politici di diversi schieramenti, tra cui Monica Picca e Antonio Caliendo. La Procura di Roma ipotizza finanziamenti illeciti collegati agli eventi politici e privati organizzati allo Shilling. Le persone coinvolte hanno respinto le accuse. Monica Picca, oltre a essere esponente della Lega a Ostia, fa parte anche della giunta Baccini di Fiumicino, favorevole al Porto crocieristico affidato a Royal Caribbean. Negli ultimi mesi la consigliera è stata inoltre impegnata, insieme al consigliere Aguzzetti — ex-militante di CasaPound e imputato nel procedimento per il tentativo di occupazione di una casa popolare — in una campagna politica per lo sgombero della Vittorio Emanuele in nome della legalità e del decoro urbano. Una contraddizione politica difficile da ignorare: si raccolgono firme invocando interventi rapidi contro marginalità sociale e occupazioni informali, mentre sugli abusi strutturali che per anni hanno segnato il litorale romano si è spesso scelto il silenzio, quando non la difesa degli interessi dei concessionari. Al di là degli sviluppi giudiziari, il dato politico resta evidente: il sistema balneare romano ha mantenuto a lungo una forte capacità di influenza trasversale sulle amministrazioni e sul governo del territorio. di Andrea Vanni (Flickr) LA BATTAGLIA PER IL MARE LIBERO La battaglia che oggi si apre a Ostia non riguarda soltanto la sostituzione di alcuni concessionari. Riguarda il futuro del mare di Roma. La domanda centrale è se il litorale continuerà a essere gestito come una somma di feudi economici oppure se diventerà finalmente uno spazio pubblico realmente accessibile. Perché il punto non è semplicemente chi vincerà le nuove concessioni. Il punto è capire quanto spazio verrà restituito alle spiagge libere con il PUA, quali abusi saranno davvero demoliti, quali interessi economici sopravvivranno dietro le nuove società, quali nuovi interessi saranno favoriti dal sistema delle royalties, quanto controllo pubblico esisterà sul litorale e soprattutto quale idea di città verrà costruita lungo il mare. Per anni Ostia è stata il simbolo di una gestione privatizzata della costa romana. Per anni è stata raccontata esclusivamente attraverso il paradigma criminale e mafioso, spesso riducendo un territorio complesso alle relazioni tra una parte dell’imprenditoria balneare, pezzi della politica locale e ambienti criminali, a discapito della stragrande maggioranza di chi vive quotidianamente Ostia senza essere colluso. Oggi quella struttura di potere sembra entrare in crisi. Ma senza una reale mobilitazione pubblica per il mare libero e per la difesa del demanio come bene collettivo, il rischio è che il nuovo corso annunciato dal Campidoglio finisca per cambiare soltanto le insegne, lasciando intatti gli equilibri economici e politici che hanno governato il litorale negli ultimi decenni. Non saranno le liberalizzazioni a restituire il mare alla collettività. Il nuovo corso dovrebbe ripartire dall’abbattimento del “lungomuro”, dall’aumento delle spiagge libere e da un controllo pubblico reale sul demanio. Perché non sarà una diversa distribuzione del profitto a restituire il mare libero, ma la rottura del modello che ha trasformato la costa romana in uno spazio privatizzato ed esclusivo. La copertina è di Cala mar (Flickr) Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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May 28, 2026
DINAMOpress
La spiaggia di Mondello appartiene ai palermitani, ecco perché la decisione del CGA è giuridicamente discutibile
Il Consiglio di Giustizia Amministrativa della Sicilia ha sospeso la revoca della concessione della spiaggia di Mondello alla società Italo-Belga. Motivazione: l’imminenza della stagione estiva potrebbe creare problemi di ordine pubblico se la spiaggia restasse “non gestita da alcuno”. Questa decisione è giuridicamente fragile, per almeno cinque ragioni fondamentali. 1. Il concetto di “ordine pubblico” viene usato in modo improprio L’ordine pubblico è una categoria giuridica precisa, che riguarda la sicurezza fisica delle persone e la prevenzione di disordini gravi. Non è uno strumento per preservare assetti commerciali privati. Il CGA trasforma un argomento di polizia amministrativa in una ragione per sospendere un provvedimento antimafia. Questo è un cortocircuito logico e giuridico: si usa la tutela del cittadino come pretesto per tutelare il concessionario. 2. Confonde la “vacatio gestionis” con un pericolo reale Il ragionamento del CGA presuppone che, senza l’Italo-Belga, la spiaggia precipiterebbe nel caos. Ma questo è falso in diritto e nei fatti: Il Comune di Palermo, in quanto ente titolare del demanio, ha poteri sostitutivi immediati. Esistono strumenti giuridici consolidati per la gestione commissariale di beni oggetto di revoca concessoria. L’articolo 21-nonies della Legge 241/1990 prevede meccanismi di transizione proprio per evitare vuoti gestionali. Il “pericolo” paventato dal CGA non è una forza della natura: è un problema amministrativo ordinario, risolvibile con gli strumenti che lo Stato già possiede. 3. Inverte la gerarchia tra interesse pubblico e interesse privato La revoca della concessione era stata disposta per gravi ragioni antimafia: collegamenti tra i soggetti gestori e la criminalità organizzata. Secondo i principi fondamentali del diritto amministrativo, il principio di legalità e quello di tutela dell’ordine democratico sono gerarchicamente superiori a qualsiasi interesse commerciale privato — anche legittimo, figuriamoci uno compromesso da infiltrazioni mafiose. Il CGA capovolge questa gerarchia: l’interesse del concessionario (continuare a gestire la spiaggia) prevale sull’interesse pubblico (estirpare le infiltrazioni mafiose dal demanio). È come sospendere la chiusura di un locale per camorra perché “se chiude, i clienti abituali non sanno dove andare”. 4. Il fumus boni iuris e il periculum in mora vengono applicati al contrario Per sospendere un atto amministrativo in sede cautelare, il giudice deve verificare due requisiti classici: Fumus boni iuris: apparente fondatezza del ricorso Periculum in mora: danno grave e irreparabile derivante dall’esecuzione immediata dell’atto Qui il fumus è debolissimo: la revoca era fondata su accertamenti antimafia seri. E il periculum è invertito: il danno grave e irreparabile è quello subito dalla collettività se si consente a una società con collegamenti mafiosi di continuare a gestire per un’altra stagione un bene pubblico primario. La “stagione estiva” è un danno per il concessionario, non un pericolo per i cittadini. 5. Crea un precedente pericolosissimo Se questo ragionamento fosse valido, nessuna concessione demaniale potrebbe mai essere revocata tra aprile e settembre, perché ogni spiaggia, ogni porto, ogni struttura turistica potrebbe invocare “l’imminenza della stagione estiva” come scudo contro qualsiasi provvedimento sanzionatorio. Si tratterebbe di una finestra di impunità stagionale strutturale, che svuoterebbe di fatto il potere sanzionatorio della pubblica amministrazione. Conclusione La decisione del CGA non tutela i cittadini. Tutela un concessionario con gravi ombre, usando i cittadini stessi come scudo retorico. È una decisione che, nel migliore dei casi, rivela una grave superficialità nella ponderazione degli interessi in gioco. Nel peggiore, qualcosa di più difficile da nominare. La spiaggia di Mondello appartiene ai palermitani. Non all’Italo-Belga. E lo Stato ha tutti gli strumenti per gestire una transizione ordinata — se solo volesse usarla. AURELIO ANGELINI SOCIOLOGO DELL’AMBIENTE E DEL TERRITORIO. È PRESIDENTE DEL COMITATO NAZIONALE PER L’EDUCAZIONE ALLA SOSTENIBILITÀ AGENDA 2030. COORDINATORE NAZIONALE DI MOVIMENTO ECOLOGISTA. È STATO PROFESSORE ORDINARIO DI SOCIOLOGIA DELL’AMBIENTE E DEL TERRITORIO PRESSO L’UNIVERSITÀ KORE DI ENNA, PRESIDE DI FACOLTÀ E COORDINATORE DEL DOTTORATO DI RICERCA IN “CONTESTI, AMBIENTI E STILI DI VITA PER LA SALUTE E IL BENESSERE”. HA INSEGNATO ALL’UNIVERSITÀ DI PALERMO Redazione Sicilia
April 27, 2026
Pressenza
Josi Della Ragione: perché la spiaggia di Bacoli non può essere un privilegio per pochi
 Dall’esperienza di Free Bacoli alla battaglia sui lidi militari di Miseno, il sindaco racconta la sua idea di legalità, beni comuni e diritto al mare. Chi è davvero Josi Gerardo Della Ragione? A Bacoli lo conoscono tutti. Ma fuori dai Campi Flegrei non tutti sanno davvero da dove comincia la sua storia pubblica. Prima di essere il sindaco che oggi guida una delle battaglie più discusse del territorio, Josi Gerardo Della Ragione viene da un percorso di attivismo civico nato nel 2008 con Free Bacoli: liberare Bacoli dall’apatia e dalla rassegnazione. Da lì prende forma una linea precisa, tradotta negli anni in un’idea riconoscibile di impegno pubblico: legalità, beni comuni, trasparenza, tutela dell’ambiente e valorizzazione culturale del territorio. Una visione che a Bacoli tiene insieme mare, paesaggio, archeologia, memoria e diritto dei cittadini a vivere pienamente i luoghi della propria comunità. Dentro questo percorso si inserisce oggi anche la battaglia sui lidi militari di Miseno. In un tratto di costa tra i più simbolici e frequentati dell’area flegrea, il Comune contesta da tempo il fatto che una porzione enorme di arenile resti sottratta alla cittadinanza, tra stabilimenti militari, basi logistiche e concessioni che, secondo l’amministrazione, non corrispondono più alla realtà effettiva dell’uso di quegli spazi. A rendere ancora più forte lo scontro è stato, in questi giorni, il cartello comparso sulla spiaggia di Miseno con la scritta “Divieto di accesso” e il riferimento alla “sorveglianza armata”. Un’immagine che ha colpito profondamente l’opinione pubblica e che, più di ogni altra cosa, ha reso visibile la frattura tra due idee opposte di mare: da una parte uno spazio pubblico, aperto e condiviso; dall’altra un’area percepita come sottratta alla collettività. Per capire meglio il senso di questa battaglia, abbiamo rivolto a Josi Gerardo Della Ragione alcune domande semplici ma precise, cercando di far emergere non solo la polemica del momento, ma anche la visione di città che si muove dietro questa vicenda. Josi Della Ragione risponde Quando hai capito che legalità, beni comuni e trasparenza sarebbero diventati il centro del tuo impegno per Bacoli? Nasce tutto dal mio impegno di attivista, che parte nel 2008. Ho iniziato a fare attivismo sul territorio con le associazioni e, in particolar modo, abbiamo fondato un’associazione che si chiama Free Bacoli, cioè liberare Bacoli dall’apatia e dalla rassegnazione. Indubbiamente le matrici che hanno mosso il mio impegno sono la legalità e i beni comuni, la trasparenza, ma anche e soprattutto la tutela dell’ambiente e la valorizzazione culturale del nostro territorio. Sono le leve che permettono a questa città di potersi affrancare, di poter essere protagonista, non solo per Bacoli ma per l’intero tessuto campano e meridionale, e di caratterizzarsi attraverso la valorizzazione delle risorse paesaggistiche, naturalistiche e archeologiche, dentro un percorso di legalità che non dia adito a dubbi, cioè stare dalla parte della giustizia sociale e del rispetto delle regole. Se devo immaginare un momento in cui inizia tutto questo, sicuramente è il 2008, quando abbiamo fondato l’associazione. Ma in realtà l’impegno civico c’era già anche prima, quando ho avuto il piacere e l’onore di svolgere il ruolo di rappresentante degli studenti al liceo di Bacoli. Quindi già da giovane c’era questo approccio risolutivo e di impegno civico verso le questioni. Bacoli custodisce anche un patrimonio archeologico sommerso straordinario, dai mosaici ai resti dell’antica Baia. Quanto conta, nella tua idea di città, la valorizzazione di questo patrimonio? Bacoli è per eccellenza una città ad altissima densità archeologica. In un territorio di appena 13 chilometri quadrati, oltre ai due laghi, custodisce siti monumentali di epoche diverse, da quella greca a quella romana, fino a quella aragonese e borbonica, dalla Casina Vanvitelliana alla Piscina Mirabilis. Abbiamo il Museo archeologico dei Campi Flegrei, tra i più importanti del Sud Italia dopo quello di Napoli. Per questo il nostro patrimonio archeologico e culturale è fondamentale, sia per la promozione della città sia per generare occupazione e lavoro. Noi lavoriamo costantemente perché i siti siano sempre più aperti, collegati tra loro e realmente visitabili, così da permettere alle persone di conoscerli e, nello stesso tempo, di creare sviluppo. Il patrimonio di Bacoli, però, non è solo archeologico: è anche naturalistico. Penso ai laghi, alla costa, ai percorsi ambientali. Per noi l’ambiente va tutelato non solo perché è giusto farlo, ma anche perché rappresenta un unicum e perché attraverso la sua valorizzazione si può costruire uno sviluppo sostenibile. Sui lidi militari, qual è il punto essenziale della contestazione del Comune, su quali atti si fonda e che cosa non coincide, secondo voi, tra ciò che risulta nelle concessioni e ciò che accade concretamente su quel tratto di spiaggia? In realtà la questione è duplice. La prima è un’istanza che portiamo avanti da anni: la rivendicazione affinché la comunità possa riavere spazi che le sono stati negati. Parliamo non di un solo lido militare, ma di cinque lidi militari, uno dietro l’altro, tutti concentrati a Miseno, a cui si aggiungono altre basi strategiche presenti nella stessa zona. Complessivamente parliamo di almeno 100.000 metri quadrati tra lidi e basi logistiche che occupano il lungomare di Miseno, cioè più dell’80% della superficie di un’area di grandissimo valore storico, paesaggistico e sociale, un luogo straordinariamente bello che potrebbe essere anche un motore turistico e che invece viene frenato da questa presenza così massiccia dei militari. Questa è una riflessione generale che portiamo avanti da anni. Io ho iniziato a rivendicare queste istanze da giovane attivista, con il megafono, gli striscioni e facendo le manifestazioni in città, e continuo oggi da sindaco nelle sedi istituzionali. Ma se sarà necessario torneremo anche in strada, insieme ai cittadini, per rivendicare questi diritti. Sul piano burocratico, poi, ci sono delle gravi incongruenze. Innanzitutto si fa riferimento a dispositivi degli anni ’90 che, secondo noi, sono superati dalle norme successive, perché oggi la competenza sulle aree demaniali viene gestita direttamente dai Comuni e non più dallo Stato. Ma anche quei dispositivi degli anni ’90 prevedevano che queste aree fossero gestite per finalità istituzionali militari, che siano esercitazioni, la difesa della nazione, così come si evince anche da quei cartelli. Ma tutto questo stride con la realtà. Oggi i lidi militari sono diventati veri e propri stabilimenti balneari, dove si fa business, economia, dove ci sono privati che li gestiscono. C’è un’attività che nulla ha a che fare con la difesa della nazione, a meno che non si immagini che la nazione si difenda con l’asciugamano, le ciabatte, i secchielli. Tutto questo si pone in contraddizione con le motivazioni che all’epoca spinsero a individuare quegli spazi per attività militari. A ciò si aggiunge un altro elemento importante: quelle aree non sono state mai, e dico mai, consegnate dal Demanio e dalla Capitaneria di porto alle strutture militari. C’è quindi una difformità amministrativa di grande rilevanza, che pone ulteriormente nell’amministrazione comunale l’attenzione affinché, nel rispetto delle regole, si possano bilanciare gli interessi militari creando un unico stabilimento, un unico lido interforze, che tenga dentro tutti, e il resto della spiaggia sia restituito alla comunità. Perché non è accettabile creare aree di privilegio in cui i dipendenti delle strutture militari abbiano il privilegio di andare in spiaggia e abbiano quindi più diritti dei parenti del salumiere, del parente dell’operaio, del parente del disoccupato. Questo è assolutamente inaccettabile. Oggi, concretamente, che cosa chiede il Comune su quel tratto di arenile? Noi chiediamo che l’intera area venga liberata. Però siamo anche pronti a un punto d’incontro: che vi sia una struttura interforze, un unico lido che possa tenere insieme tutti, mentre il resto della spiaggia venga restituito alla comunità. Tra l’altro, anche gli stessi volumi utilizzati dai militari sono in uno stato di decadenza totale e potrebbero anch’essi diventare luoghi in cui creare economia e offrire servizi ai bagnanti delle spiagge libere. Ma, più di ogni altra cosa, noi vogliamo la spiaggia libera, perché Bacoli, il lungomare di Miseno e di Miliscola, non sono un lungomare qualsiasi: sono il lungomare della provincia di Napoli, la spiaggia di Napoli. Qui vengono centinaia di migliaia di persone ogni estate. Nei fine settimana estivi e durante tutta la stagione, la città è stracolma di bagnanti, mentre le spiagge libere sono sempre di meno, anche perché abbiamo questi ostacoli enormi. Da parte nostra lo Stato è assolutamente rispettato, anche le forze dell’ordine hanno il nostro massimo rispetto, ma questo non può conciliarsi con il fatto che, dall’altro lato, lo Stato non garantisca i diritti dei cittadini. Il cartello comparso a Miseno, con quel linguaggio e quell’immagine, che cosa rappresenta secondo te in questa vicenda? Rappresenta un atto di prepotenza da parte di chi ritiene di avere diritti maggiori rispetto alla comunità. Questo è. L’amministrazione locale pone una questione di rispetto della comunità, dei diritti al mare, dei diritti alla spiaggia. Tra l’altro siamo in un tempo in cui finalmente si attua la direttiva Bolkestein e quindi le concessioni demaniali non saranno più intese come proprietà privata e lo Stato deve dare l’esempio. Non è pensabile che continui questa modalità, questo approccio, tra l’altro da strutture militari che in alcuni casi a Bacoli non pagano neanche i tributi locali. C’è una forza armata che da sola deve al Comune oltre 120.000 euro di Tari, loro e i loro gestori. Questo è l’esempio emblematico della mancata anche attenzione rispetto al territorio. Quel cartello, gravemente offensivo, mortifica una comunità che sta puntando sempre di più su una città green, una città sostenibile, una città aperta. Per un bambino passeggiare in battigia e trovarsi davanti quel cartello, in un tempo così complesso e in un mondo purtroppo pieno di guerre, è qualcosa di inaccettabile. In questi anni ti è mai capitato di provare paura, anche sul piano personale? Sì, ho avuto paura e mi capita ancora adesso di averne. Ma chi ha l’onore di svolgere ruoli istituzionali deve avere il coraggio di andare oltre. Fare il sindaco è una missione. Fra tutte le battaglie che hai condotto, qual è quella che senti più rappresentativa della Bacoli che volevi costruire? L’intervento più distintivo è stato sicuramente la valorizzazione di Villa Ferretti, un bene confiscato alla camorra. Si tratta di una villa marittima settecentesca realizzata su una villa marittima romana, inserita in un’area che prima era vissuta come un parcheggio abusivo e una spiaggia abbandonata. Oggi quel bene confiscato ai clan è diventato un parco pubblico all’aperto, vissuto gratuitamente ogni giorno dai cittadini. C’è un teatro all’aperto da 3.000 posti, un percorso archeologico, il primo parco archeologico comunale all’interno di un bene confiscato alla camorra, con ville marittime del II secolo d.C., cioè la parte emersa del Parco archeologico sommerso di Baia. C’è inoltre la prima sede universitaria dei Campi Flegrei: la Federico II tiene lezioni all’interno della struttura e la gestisce insieme alla Scuola Superiore Meridionale, mentre vi hanno sede anche gli uffici della Soprintendenza per l’archeologia subacquea. In più, la spiaggia è vissuta liberamente. Per me questo è il segno più forte di ciò che volevamo costruire: un bene confiscato ai clan che diventa davvero un simbolo di riscatto sociale, restituito alla comunità. È l’esempio di come il degrado possa essere recuperato attraverso l’azione del Comune, in sinergia con le altre istituzioni, e attraverso il ripristino della legalità in un luogo che prima era nelle mani della criminalità organizzata. Ringraziamo Josi Gerardo Della Ragione per la disponibilità e per il tempo dedicato a questa intervista, condividendo il valore civile delle iniziative che porta avanti in difesa dei beni comuni, della legalità e del diritto al mare per tutti. La casina Vanvitelliana Villa Ferretti Il mosaico sommerso dell’antica Baia La spiaggia di Bacoli tra mare e orizzonte flegreo Barca e riflessi al lago Fusaro Lucia Montanaro
April 24, 2026
Pressenza
Urbano comune. Tra potere altruista e democrazia partecipativa
Se non nasce dagli abitanti, non è partecipazione. Se non è autogestito, non è un bene comune. Da quando il capitalismo finanziario ha imposto i propri interessi sulle logiche della politica, le democrazie liberali stanno degenerando. I partiti, difendendo l’interesse … Leggi tutto L'articolo Urbano comune. Tra potere altruista e democrazia partecipativa sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Una diffida all’amministrazione di Roma Capitale per gli ex-Mercati Generali
Nel corso della conferenza stampa che si è tenuta mercoledì 15 aprile nella sala convegni Renato Biagetti alla Città dell’Altra Economia è stato presentato l’Atto di diffida formale inviato al Sindaco di Roma Roberto Gualtieri, all’Assessora ai Lavori Pubblici Ornella Segnalini e al Responsabile del Procedimento. Lo stesso è stato segnalato anche all’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione) che già si era espressa sulla variante presentata al progetto originario nel 2012 chiedendo un nuovo bando di gara, viste le variazioni essenziali. > La diffida riguarda la convenzione che è stata rinnovata fra l’amministrazione > e i fondi di investimento immobiliare che intendono realizzare una struttura > turistica ricettiva nell’area degli ex-Mercati Generali nel quartiere > Ostiense. La rappresentante del comitato ha illustrato il lungo percorso, iniziato a ottobre dello scorso anno, quando un gruppo di abitanti del quartiere ha iniziato a vedersi per discutere del futuro di quell’area pubblica. Oggi sono centinaia le persone che partecipano alle assemblee del lunedì, insieme ad altri comitati cittadini e agli spazi sociali. La rappresentante ha ricordato la manifestazione del 28 febbraio, che ha visto la partecipazione di più di 5mila persone, le due conferenze urbanistiche che sono state organizzate con la partecipazione di tecnici ed esperti di varie discipline, le decine di infopoint che hanno informato il territorio di tutto quello che succedeva intorno a quell’area e infine la larga partecipazione del comitato ai “finti” tavoli di partecipazione organizzati dall’amministrazione. È così che il comitato è arrivato alla decisione di rivolgersi a uno studio legale per porre l’amministrazione di fronte alle proprie responsabilità e per chiedere la sospensione e la revoca degli atti adottati, l’avvio del dibattito pubblico e della Valutazione di Impatto Ambientale, la tutela dell’ecosistema sviluppatosi negli anni e la restituzione dell’area alla città come bene comune. Sarah Gainsforth, ricercatrice indipendente e giornalista free-lance impegnata nel comitato, ha illustrato come è cambiato il nuovo progetto rispetto a quello originario che era risultato vincitore nella gara bandita nel 2003. Le funzioni originarie, che prevedevano una gran parte di spazi per la cultura e il tempo libero, sono cambiate e molta della cubatura che si intende realizzare sarà destinata a residenze universitarie e turistiche. Nella relazione che accompagna il progetto è scritto che «è ridotta drasticamente a causa della attuale inattualità e improduttività della destinazione commerciale». Il comitato chiede perché il privato può cambiare il progetto secondo le proprie convenienze, mentre l’amministrazione pubblica non riesce a modificare l’accordo e il progetto per nuove e mutate esigenze del quartiere e della città? > Il bilancio illustrato da Sarah Gainsforth è vistosamente a favore degli > investitori privati: l’area di 8 ettari e mezzo è interamente pubblica e viene > assegnata in concessione con pagamento di un canone annuo di 165mila euro. > L’investimento tutto privato è di 381 milioni di euro e il valore della > gestione per 57 anni è di 3,5 miliardi di euro. I l canone annuo è rimasto invariato dal 2006, mai pagato finora e mai indicizzato. Rappresenta lo 0,51% del fatturato stimato per il primo anno di gestione. Altro che interesse pubblico, il Comune fa un gran regalo al fondo Hines! L’avvocata Veronica Dini, incaricata di seguire gli aspetti legali delle procedure fin qui espletate, ha illustrato le criticità riscontrate. La modifica sostanziale del progetto e il valore del contratto impone lo svolgimento di una nuova procedura di gara a evidenza pubblica. È stata violato il diritto di informazione e partecipazione della cittadinanza, come previsto dal Regolamento e come reso obbligatorio dall’articolo 40 del D.lgs. 36/2023 per opere superiori a 300 milioni di euro. Il nuovo progetto non è mai stato sottoposto a Verifica di Impatto Ambientale obbligatoria ai sensi del D.lgs.152/2006. Il piano economico-finanziario appare viziato e mancante di una vera analisi della domanda e dell’offerta. È sull’interesse pubblico che si è concentrata l’attenzione della diffida. La dichiarazione di interesse pubblico andava valutata sul nuovo progetto, mentre è stata semplicemente confermata, come se nulla fosse cambiato. L’enorme studentato privato non costituisce oggetto di interesse pubblico, come lo stesso Assessore all’Urbanistica ha dichiarato pubblicamente. > Allora qual è l’interesse pubblico? Solo il 6,2% della superficie totale > edificata sarà fruibile gratuitamente dai cittadini e la gestione degli spazi > all’aperto sarebbe a carico di Roma Capitale contro ogni evidente interesse > pubblico. Lorenzo Romito di Stalker ha parlato del danno ambientale che la realizzazione del progetto provocherebbe in quell’area umida e alla falda superficiale connessa al paleoalveo del fiume Almone. Ha lanciato i gruppi di progettazione partecipata per la costruzione di una proposta per conservare il valore naturalistico ed ecologico del sito e per la realizzazione della “bellezza” all’interno della città. Con la diffida il comitato intima a Roma Capitale di revocare gli atti adottati, avviare il dibattito pubblico, verificare l’impatto ambientale, avviare monitoraggi ecologici e accertare le responsabilità per il danno ambientale già prodotto. La lotta è solo all’inizio. Per sostenere le spese legali è stata lanciata una raccolta fondi su questo link. La copertina è tratta dalla pagina Facebook Ex Mercati Generali – BASTA Speculazioni SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Una diffida all’amministrazione di Roma Capitale per gli ex-Mercati Generali proviene da DINAMOpress.
April 20, 2026
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Recensione di “Corpi urbani contesi”, sull’esperienza dei beni comuni di Napoli
Articolazione e metodologia del lavoro In queste settimane è uscito, per le edizioni Ombre Corte, un interessante volume di Martina Locorotondo che, a buon diritto, può essere considerata come una componente della nuova intellettualità critica metropolitana. Il titolo del lavoro è: “Corpi urbani contesi” e attraverso la storia dell’esperienza dei […] L'articolo Recensione di “Corpi urbani contesi”, sull’esperienza dei beni comuni di Napoli su Contropiano.
April 3, 2026
Contropiano