Roma Pride 2026: se i diritti non sono di tuttə non sono diritti

Pressenza - Saturday, June 20, 2026

Non bisogna essere per forza neri per manifestare contro il razzismo, ne è necessario essere uno straniero clandestino per lottare contro chi minaccia la cosiddetta “emigrazione”, o donna per protestare contro i femminicidi, o rom per indignati contro la tziganofobia… si può essere quindi essere eterosessuali, cisgender, e scendere in piazza contro ogni forma di omofobia: basta non essere fascisti e/o stronzi (mi si scusi il francesismo).

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Da anni infatti i Pride sono una grande festa di libertà di tutte e di tutti: un gioioso movimento di festa di popolo e soprattutto di giovani e giovanissimi che ripudiano il moralismo sessuofobo e clerical e fascista che per secoli ha dominato, a volte con ferocia, il nostro Paese, l’intero Occidente e gran parte del nostro pianeta.

Tutt’ora ci sono Paesi in cui l’omosessualità è un reato, talvolta persino punito con la pena di morte al punto che non sono pochi i rifugiati che richiedo asilo in Italia per le persecuzioni che vive chi appartiene o si riconosce in una identità di genere non conforme.

Sfilano i numerosi carri che sparano musica a tutto volume.

Ricordo il primo Pride a cui ho partecipato nel 2000. La Chiesa Cattolica tentó in tutti i modi di bloccarlo considerandolo blasfemo nell’anno del giubileo. Questa ottusità provocó, come sempre accade in questo Paese quando la reazione tenta di imporsi spudoratamente, una partecipazione di massa.

Ricordo Armando Cossutta in giacca e cravatta dietro lo striscione di Rifondazione Comunista e il mio amico don Gianni Novelli, che ci ha lasciato pochi mesi fa, direttore del Centro Interconfessionale per la Pace che sfilava con un folto gruppo di Cristiani contro l’omofobia.

Credo che fu da allora che i Pride divennero sempre di più una festa di tutte, ma anche momento di lotta perché la reazione incalza è ci vuole poco a tornare indietro di decenni.

Ho un ricordo particolarmente emozionante di un mio alunno che brividi dopo una decina di anni e quindi ormai ventenne che faceva parte del servizio d’ordine che apriva il corteo e che mi abvracció calorosamente visibilmente commosso.

Per quanto tentino forze neoliberiste di appropiarsi di questa battaglia per i diritti individuali, in Italia queste posizioni di pink washing non trovano spazio.

Da un lato vi sono i numerosi carri della Cgil, esprimono il fatto che i diritti umani sono una rete indivisibile che unisce quelli individuali a quelli sociali poiché senza una casa e un lavoro non esiste vera libertà.

Dall’altro il Pride di Roma ha “scelto da che parte stare” e ha deciso che chi non condanna il genocidio in Palestina non può sfilare nel Pride come nulla fosse.

I Pride in Italia espressione della vasta comunità LGBTQIA+ italiana credono nella intersezionalità delle lotte e quindi ripudiano la guerra è il militarismo e sostengono il popolo palestinese.

 

Del resto le giovani e giovanissime persone che sfilano Oggi sono in gran parte le stesse che sabato scorso hanno manifestato contro gli xenofobi e razzisti autori delle reimmigrazione, che hanno votato NO al referendum costituzionale e che hanno bloccato Roma e l’Italia in solidarietà con la Palestina.

Lotte per la libertà che si intrecciano.

Anni fa la partigiana comunista Tina Costa decise di accettare di essere la madrina di uno dei Pride romani.

La giovane leader del movimento degli Studenti Palestinesi, Maia Issa, sta sul carro dell’Arci imbandierato con le bandiere palestinesi.

Riusciremo ad unire queste lotte in un credibile e vincente progetto di alternativa di società?

Difficile dirlo, “a sarà dura” dicono le compagne ed i compagni della Valsusa che da decenni si oppongono al TAV.

Pressenza serve anche a questo.

Mauro Carlo Zanella