Roma Pride 2026: se i diritti non sono di tuttə non sono diritti
Non bisogna essere per forza neri per manifestare contro il razzismo, ne è
necessario essere uno straniero clandestino per lottare contro chi minaccia la
cosiddetta “emigrazione”, o donna per protestare contro i femminicidi, o rom per
indignati contro la tziganofobia… si può essere quindi essere eterosessuali,
cisgender, e scendere in piazza contro ogni forma di omofobia: basta non essere
fascisti e/o stronzi (mi si scusi il francesismo).
B
Da anni infatti i Pride sono una grande festa di libertà di tutte e di tutti: un
gioioso movimento di festa di popolo e soprattutto di giovani e giovanissimi che
ripudiano il moralismo sessuofobo e clerical e fascista che per secoli ha
dominato, a volte con ferocia, il nostro Paese, l’intero Occidente e gran parte
del nostro pianeta.
Tutt’ora ci sono Paesi in cui l’omosessualità è un reato, talvolta persino
punito con la pena di morte al punto che non sono pochi i rifugiati che richiedo
asilo in Italia per le persecuzioni che vive chi appartiene o si riconosce in
una identità di genere non conforme.
Sfilano i numerosi carri che sparano musica a tutto volume.
Ricordo il primo Pride a cui ho partecipato nel 2000. La Chiesa Cattolica tentó
in tutti i modi di bloccarlo considerandolo blasfemo nell’anno del giubileo.
Questa ottusità provocó, come sempre accade in questo Paese quando la reazione
tenta di imporsi spudoratamente, una partecipazione di massa.
Ricordo Armando Cossutta in giacca e cravatta dietro lo striscione di
Rifondazione Comunista e il mio amico don Gianni Novelli, che ci ha lasciato
pochi mesi fa, direttore del Centro Interconfessionale per la Pace che sfilava
con un folto gruppo di Cristiani contro l’omofobia.
Credo che fu da allora che i Pride divennero sempre di più una festa di tutte,
ma anche momento di lotta perché la reazione incalza è ci vuole poco a tornare
indietro di decenni.
Ho un ricordo particolarmente emozionante di un mio alunno che brividi dopo una
decina di anni e quindi ormai ventenne che faceva parte del servizio d’ordine
che apriva il corteo e che mi abvracció calorosamente visibilmente commosso.
Per quanto tentino forze neoliberiste di appropiarsi di questa battaglia per i
diritti individuali, in Italia queste posizioni di pink washing non trovano
spazio.
Da un lato vi sono i numerosi carri della Cgil, esprimono il fatto che i diritti
umani sono una rete indivisibile che unisce quelli individuali a quelli sociali
poiché senza una casa e un lavoro non esiste vera libertà.
Dall’altro il Pride di Roma ha “scelto da che parte stare” e ha deciso che chi
non condanna il genocidio in Palestina non può sfilare nel Pride come nulla
fosse.
I Pride in Italia espressione della vasta comunità LGBTQIA+ italiana credono
nella intersezionalità delle lotte e quindi ripudiano la guerra è il militarismo
e sostengono il popolo palestinese.
Del resto le giovani e giovanissime persone che sfilano Oggi sono in gran parte
le stesse che sabato scorso hanno manifestato contro gli xenofobi e razzisti
autori delle reimmigrazione, che hanno votato NO al referendum costituzionale e
che hanno bloccato Roma e l’Italia in solidarietà con la Palestina.
Lotte per la libertà che si intrecciano.
Anni fa la partigiana comunista Tina Costa decise di accettare di essere la
madrina di uno dei Pride romani.
La giovane leader del movimento degli Studenti Palestinesi, Maia Issa, sta sul
carro dell’Arci imbandierato con le bandiere palestinesi.
Riusciremo ad unire queste lotte in un credibile e vincente progetto di
alternativa di società?
Difficile dirlo, “a sarà dura” dicono le compagne ed i compagni della Valsusa
che da decenni si oppongono al TAV.
Pressenza serve anche a questo.
Mauro Carlo Zanella