
Agenda 1325 in Medio Oriente: dopo 25 anni la sfida è decidere
Pressenza - Friday, June 12, 2026A venticinque anni dall’adozione della Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il documento che per la prima volta ha riconosciuto il ruolo fondamentale delle donne nella prevenzione dei conflitti, nei processi di pace e nella ricostruzione postbellica, una domanda attraversa il Medio Oriente con particolare urgenza: quanto di quell’impegno si è realmente tradotto in cambiamento?
È stata questa la questione di fondo emersa durante il convegno regionale Women Engendering Peace – Reflections on WPS 25+, svoltosi online l’11 giugno e dedicato a una riflessione collettiva sul futuro dell’Agenda Donne, Pace e Sicurezza (Women, Peace and Security – WPS) nei Paesi della regione araba. L’incontro ha riunito donne costruttrici di pace, organizzazioni della società civile, ricercatrici, rappresentanti istituzionali e organismi internazionali provenienti da Libano, Iraq, Siria e Libia.
L’iniziativa si inserisce nel progetto Women Engendering Peace: Strengthening the 1325 Agenda to Promote Women’s Protection and Participation in Iraq, Lebanon, Syria and Libya, coordinato da Un Ponte Per e sostenuto dalla Direzione Generale per gli Affari Politici e di Sicurezza del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale italiano.
A dare il benvenuto ai partecipanti sono state Shirine Jurdi, facilitatrice di WILPF Libano, la segretaria generale della Women’s International League for Peace and Freedom (WILPF) Amrita Kapur, rappresentanti regionali di UN Women e Rosella Bonarrigo di Un Ponte Per. Nel corso dell’incontro è stato inoltre presentato il Manifesto WPS+25, elaborato da organizzazioni femminili della regione.
L’aspetto forse più significativo del convegno riguarda il contesto stesso in cui si è svolto. L’evento avrebbe dovuto rappresentare il momento conclusivo di un percorso pluriennale e tenersi in presenza a Beirut. L’aggravarsi dei conflitti e dell’instabilità nella regione ha però costretto le organizzatrici a rinviarlo e a ripensarne la forma. Questa circostanza, lungi dall’essere un semplice dettaglio organizzativo, è diventata parte integrante della riflessione politica proposta dall’incontro.
Negli ultimi anni, infatti, le popolazioni di Libano, Siria, Iraq e Libia hanno dovuto affrontare nuove ondate di violenza, sfollamenti, crisi economiche e crescenti emergenze umanitarie. Eppure, come hanno ricordato più volte le relatrici, proprio in questi contesti le donne continuano a svolgere un ruolo essenziale nella tenuta sociale delle comunità, nell’assistenza alle persone vulnerabili, nella mediazione locale e nella costruzione di spazi di dialogo.
Da qui la convinzione condivisa che l’Agenda Donne, Pace e Sicurezza non sia soltanto un quadro normativo internazionale, ma una realtà vissuta quotidianamente da migliaia di donne che operano nei territori attraversati dai conflitti.
La prima presentazione nazionale è stata dedicata al Libano. Chada Kassab ha illustrato i risultati del rapporto nazionale, concentrato sulla partecipazione politica femminile. Il dato che sintetizza meglio la situazione è la presenza di sole otto donne nel Parlamento libanese composto da 128 membri. Secondo il rapporto, le principali barriere all’accesso delle donne alla politica sono di natura economica, istituzionale e culturale. Le campagne elettorali richiedono risorse spesso non disponibili alle candidate; i partiti continuano a privilegiare figure maschili; il sistema politico confessionale e clientelare favorisce reti di potere tradizionalmente controllate dagli uomini. A ciò si aggiunge l’assenza di quote obbligatorie di genere e la mancanza di riforme legislative capaci di riequilibrare la rappresentanza.Particolarmente allarmante è il fenomeno della violenza politica contro le donne. Le attiviste e le candidate subiscono campagne diffamatorie, molestie, intimidazioni e attacchi online sempre più sofisticati, compreso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per manipolare immagini e screditare figure pubbliche femminili. Il quadro è stato ulteriormente aggravato dall’escalation del conflitto nel sud del Paese.
Fadi Abi Allam del Movimento per la Pace Permanente ha descritto una situazione segnata da oltre un milione di sfollati, dalla distruzione di decine di villaggi e da una crescente pressione sulle strutture di accoglienza. Le donne e le ragazze rappresentano oltre la metà delle persone costrette a lasciare le proprie case. Nei rifugi temporanei affrontano condizioni di sovraffollamento, carenze igieniche e rischi crescenti di violenza di genere. Le donne incinte incontrano inoltre gravi difficoltà nell’accesso alle cure prenatali e ai servizi sanitari, mentre la perdita di attività economiche, soprattutto nei settori agricoli e nelle cooperative femminili, ha colpito migliaia di famiglie. Eppure, ha osservato Abi Allam, sono proprio le donne a sostenere gran parte della risposta sociale all’emergenza. Pur restando escluse dai principali tavoli decisionali, guidano iniziative di assistenza, organizzano reti di solidarietà e garantiscono la sopravvivenza quotidiana delle comunità colpite dalla guerra.
Se in Libano il tema dominante è l’impatto della guerra, in Iraq il dibattito si è concentrato sulle recenti trasformazioni legislative. Ghazala Jango e le rappresentanti della Iraqi Women’s Network hanno illustrato le conseguenze della riforma della Legge sullo Statuto Personale n. 188 del 1959, considerata per lungo tempo una delle normative familiari più avanzate della regione.
Le organizzazioni femminili presenti al convegno hanno espresso forte preoccupazione per modifiche che, a loro avviso, rischiano di aumentare la frammentazione giuridica e di ridurre alcune tutele fondamentali per le donne. Tra i temi più discussi figurano il rischio di matrimoni precoci, le disparità nelle procedure di divorzio, la riduzione delle garanzie in materia di affidamento dei figli e possibili limitazioni dei diritti ereditari. Particolarmente significativa è stata la critica al concetto di “libera scelta” utilizzato dai sostenitori della riforma. Secondo le organizzazioni femminili, parlare di libertà di scelta giuridica in una società dove molte donne non dispongono ancora di piena autonomia nelle decisioni familiari rischia di essere un argomento puramente teorico.
Da questo confronto è emersa una riflessione che attraversa oggi molti movimenti femminili della regione: la battaglia non riguarda soltanto l’acquisizione di nuovi diritti, ma sempre più spesso la difesa di conquiste che sembravano ormai consolidate.
Il caso siriano è apparso diverso dagli altri. Le organizzazioni presenti hanno descritto l’attuale fase politica come una finestra di opportunità ma anche come un momento estremamente fragile. Dopo anni di guerra, la questione centrale non riguarda soltanto la protezione delle donne, ma il loro ruolo nella definizione del futuro assetto politico del Paese. Le richieste avanzate sono chiare: almeno il 35% di rappresentanza femminile nelle istituzioni pubbliche, nei futuri organismi governativi, nei processi costituzionali e nei negoziati politici. Le attiviste insistono inoltre sulla necessità di una costituzione democratica fondata sull’uguaglianza dei diritti e sulla rimozione delle norme discriminatorie. Un tema ricorrente è stato quello della partecipazione simbolica.
Secondo numerose relatrici, le donne vengono spesso invitate ai tavoli di dialogo come segno di inclusione, ma senza una reale possibilità di incidere sulle decisioni. La richiesta avanzata dalle organizzazioni siriane è quindi quella di passare dalla consultazione alla co-governance.
Non si tratta di essere coinvolte dopo la ricostruzione del Paese, ma di contribuire fin da ora alla definizione della nuova Siria.
La situazione descritta dalle organizzazioni libiche evidenzia una diversa contraddizione. Pur esistendo strumenti internazionali, piani nazionali e programmi di sostegno, molte attiviste continuano a operare in un contesto caratterizzato da forte insicurezza e frammentazione istituzionale.
Le partecipanti hanno denunciato minacce, intimidazioni, campagne diffamatorie e restrizioni alla libertà di associazione. Molte hanno sottolineato come i meccanismi di protezione promossi dalla comunità internazionale non riescano spesso a tradursi in una sicurezza concreta per chi lavora quotidianamente sul terreno. Accanto alle criticità, sono state tuttavia presentate anche esperienze innovative, tra cui la significativa presenza femminile nel Comitato di Dialogo Strutturato e la redazione della prima Carta delle Donne Libiche per la Pace, considerata da molte partecipanti un esempio importante di elaborazione politica autonoma da parte delle donne.
Se c’è una conclusione che accomuna le esperienze di Libano, Iraq, Siria e Libia, è la constatazione che il problema oggi non è più l’assenza delle donne.
Le donne sono presenti nelle organizzazioni della società civile, nelle reti umanitarie, nei processi di mediazione locale e nelle iniziative di ricostruzione. Partecipano ai dibattiti pubblici e contribuiscono alla gestione delle crisi. Tuttavia continuano ad avere un’influenza limitata sulle decisioni fondamentali riguardanti la guerra e la pace, la sicurezza, le riforme istituzionali, i bilanci pubblici e i processi di ricostruzione.
Per questo motivo, venticinque anni dopo la Risoluzione 1325, il dibattito sembra essere entrato in una nuova fase.
Nel 2000 la richiesta era semplice: includere le donne.
Nel 2025 la domanda è diventata più radicale: le istituzioni sono disposte a condividere realmente il potere?