Agenda 1325 in Medio Oriente: dopo 25 anni la sfida è decidere
A venticinque anni dall’adozione della Risoluzione 1325 del Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite, il documento che per la prima volta ha
riconosciuto il ruolo fondamentale delle donne nella prevenzione dei conflitti,
nei processi di pace e nella ricostruzione postbellica, una domanda attraversa
il Medio Oriente con particolare urgenza: quanto di quell’impegno si è realmente
tradotto in cambiamento?
È stata questa la questione di fondo emersa durante il convegno regionale Women
Engendering Peace – Reflections on WPS 25+, svoltosi online l’11 giugno e
dedicato a una riflessione collettiva sul futuro dell’Agenda Donne, Pace e
Sicurezza (Women, Peace and Security – WPS) nei Paesi della regione araba.
L’incontro ha riunito donne costruttrici di pace, organizzazioni della società
civile, ricercatrici, rappresentanti istituzionali e organismi internazionali
provenienti da Libano, Iraq, Siria e Libia.
L’iniziativa si inserisce nel progetto Women Engendering Peace: Strengthening
the 1325 Agenda to Promote Women’s Protection and Participation in Iraq,
Lebanon, Syria and Libya, coordinato da Un Ponte Per e sostenuto dalla Direzione
Generale per gli Affari Politici e di Sicurezza del Ministero degli Affari
Esteri e della Cooperazione Internazionale italiano.
A dare il benvenuto ai partecipanti sono state Shirine Jurdi, facilitatrice di
WILPF Libano, la segretaria generale della Women’s International League for
Peace and Freedom (WILPF) Amrita Kapur, rappresentanti regionali di UN Women e
Rosella Bonarrigo di Un Ponte Per. Nel corso dell’incontro è stato inoltre
presentato il Manifesto WPS+25, elaborato da organizzazioni femminili della
regione.
L’aspetto forse più significativo del convegno riguarda il contesto stesso in
cui si è svolto. L’evento avrebbe dovuto rappresentare il momento conclusivo di
un percorso pluriennale e tenersi in presenza a Beirut. L’aggravarsi dei
conflitti e dell’instabilità nella regione ha però costretto le organizzatrici a
rinviarlo e a ripensarne la forma. Questa circostanza, lungi dall’essere un
semplice dettaglio organizzativo, è diventata parte integrante della riflessione
politica proposta dall’incontro.
Negli ultimi anni, infatti, le popolazioni di Libano, Siria, Iraq e Libia hanno
dovuto affrontare nuove ondate di violenza, sfollamenti, crisi economiche e
crescenti emergenze umanitarie. Eppure, come hanno ricordato più volte le
relatrici, proprio in questi contesti le donne continuano a svolgere un ruolo
essenziale nella tenuta sociale delle comunità, nell’assistenza alle persone
vulnerabili, nella mediazione locale e nella costruzione di spazi di dialogo.
Da qui la convinzione condivisa che l’Agenda Donne, Pace e Sicurezza non sia
soltanto un quadro normativo internazionale, ma una realtà vissuta
quotidianamente da migliaia di donne che operano nei territori attraversati dai
conflitti.
La prima presentazione nazionale è stata dedicata al Libano. Chada Kassab ha
illustrato i risultati del rapporto nazionale, concentrato sulla partecipazione
politica femminile. Il dato che sintetizza meglio la situazione è la presenza di
sole otto donne nel Parlamento libanese composto da 128 membri. Secondo il
rapporto, le principali barriere all’accesso delle donne alla politica sono di
natura economica, istituzionale e culturale. Le campagne elettorali richiedono
risorse spesso non disponibili alle candidate; i partiti continuano a
privilegiare figure maschili; il sistema politico confessionale e clientelare
favorisce reti di potere tradizionalmente controllate dagli uomini. A ciò si
aggiunge l’assenza di quote obbligatorie di genere e la mancanza di riforme
legislative capaci di riequilibrare la rappresentanza.Particolarmente allarmante
è il fenomeno della violenza politica contro le donne. Le attiviste e le
candidate subiscono campagne diffamatorie, molestie, intimidazioni e attacchi
online sempre più sofisticati, compreso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale
per manipolare immagini e screditare figure pubbliche femminili. Il quadro è
stato ulteriormente aggravato dall’escalation del conflitto nel sud del Paese.
Fadi Abi Allam del Movimento per la Pace Permanente ha descritto una situazione
segnata da oltre un milione di sfollati, dalla distruzione di decine di villaggi
e da una crescente pressione sulle strutture di accoglienza. Le donne e le
ragazze rappresentano oltre la metà delle persone costrette a lasciare le
proprie case. Nei rifugi temporanei affrontano condizioni di sovraffollamento,
carenze igieniche e rischi crescenti di violenza di genere. Le donne incinte
incontrano inoltre gravi difficoltà nell’accesso alle cure prenatali e ai
servizi sanitari, mentre la perdita di attività economiche, soprattutto nei
settori agricoli e nelle cooperative femminili, ha colpito migliaia di famiglie.
Eppure, ha osservato Abi Allam, sono proprio le donne a sostenere gran parte
della risposta sociale all’emergenza. Pur restando escluse dai principali tavoli
decisionali, guidano iniziative di assistenza, organizzano reti di solidarietà e
garantiscono la sopravvivenza quotidiana delle comunità colpite dalla guerra.
Se in Libano il tema dominante è l’impatto della guerra, in Iraq il dibattito si
è concentrato sulle recenti trasformazioni legislative. Ghazala Jango e le
rappresentanti della Iraqi Women’s Network hanno illustrato le conseguenze della
riforma della Legge sullo Statuto Personale n. 188 del 1959, considerata per
lungo tempo una delle normative familiari più avanzate della regione.
Le organizzazioni femminili presenti al convegno hanno espresso forte
preoccupazione per modifiche che, a loro avviso, rischiano di aumentare la
frammentazione giuridica e di ridurre alcune tutele fondamentali per le donne.
Tra i temi più discussi figurano il rischio di matrimoni precoci, le disparità
nelle procedure di divorzio, la riduzione delle garanzie in materia di
affidamento dei figli e possibili limitazioni dei diritti ereditari.
Particolarmente significativa è stata la critica al concetto di “libera scelta”
utilizzato dai sostenitori della riforma. Secondo le organizzazioni femminili,
parlare di libertà di scelta giuridica in una società dove molte donne non
dispongono ancora di piena autonomia nelle decisioni familiari rischia di essere
un argomento puramente teorico.
Da questo confronto è emersa una riflessione che attraversa oggi molti movimenti
femminili della regione: la battaglia non riguarda soltanto l’acquisizione di
nuovi diritti, ma sempre più spesso la difesa di conquiste che sembravano ormai
consolidate.
Il caso siriano è apparso diverso dagli altri. Le organizzazioni presenti hanno
descritto l’attuale fase politica come una finestra di opportunità ma anche come
un momento estremamente fragile. Dopo anni di guerra, la questione centrale non
riguarda soltanto la protezione delle donne, ma il loro ruolo nella definizione
del futuro assetto politico del Paese. Le richieste avanzate sono chiare: almeno
il 35% di rappresentanza femminile nelle istituzioni pubbliche, nei futuri
organismi governativi, nei processi costituzionali e nei negoziati politici. Le
attiviste insistono inoltre sulla necessità di una costituzione democratica
fondata sull’uguaglianza dei diritti e sulla rimozione delle norme
discriminatorie. Un tema ricorrente è stato quello della partecipazione
simbolica.
Secondo numerose relatrici, le donne vengono spesso invitate ai tavoli di
dialogo come segno di inclusione, ma senza una reale possibilità di incidere
sulle decisioni. La richiesta avanzata dalle organizzazioni siriane è quindi
quella di passare dalla consultazione alla co-governance.
Non si tratta di essere coinvolte dopo la ricostruzione del Paese, ma di
contribuire fin da ora alla definizione della nuova Siria.
La situazione descritta dalle organizzazioni libiche evidenzia una diversa
contraddizione. Pur esistendo strumenti internazionali, piani nazionali e
programmi di sostegno, molte attiviste continuano a operare in un contesto
caratterizzato da forte insicurezza e frammentazione istituzionale.
Le partecipanti hanno denunciato minacce, intimidazioni, campagne diffamatorie e
restrizioni alla libertà di associazione. Molte hanno sottolineato come i
meccanismi di protezione promossi dalla comunità internazionale non riescano
spesso a tradursi in una sicurezza concreta per chi lavora quotidianamente sul
terreno. Accanto alle criticità, sono state tuttavia presentate anche esperienze
innovative, tra cui la significativa presenza femminile nel Comitato di Dialogo
Strutturato e la redazione della prima Carta delle Donne Libiche per la Pace,
considerata da molte partecipanti un esempio importante di elaborazione politica
autonoma da parte delle donne.
Se c’è una conclusione che accomuna le esperienze di Libano, Iraq, Siria e
Libia, è la constatazione che il problema oggi non è più l’assenza delle donne.
Le donne sono presenti nelle organizzazioni della società civile, nelle reti
umanitarie, nei processi di mediazione locale e nelle iniziative di
ricostruzione. Partecipano ai dibattiti pubblici e contribuiscono alla gestione
delle crisi. Tuttavia continuano ad avere un’influenza limitata sulle decisioni
fondamentali riguardanti la guerra e la pace, la sicurezza, le riforme
istituzionali, i bilanci pubblici e i processi di ricostruzione.
Per questo motivo, venticinque anni dopo la Risoluzione 1325, il dibattito
sembra essere entrato in una nuova fase.
Nel 2000 la richiesta era semplice: includere le donne.
Nel 2025 la domanda è diventata più radicale: le istituzioni sono disposte a
condividere realmente il potere?
Tiziana Volta