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Alex Langer, facitore di pace
Stiamo facendo ciò che era, è e sarà giusto? UN CONVEGNO NAZIONALE A VERONA, 30-31 GENNAIO E 1 FEBBRAIO 2026 In occasione degli 80 anni dalla nascita e dei 30 anni dalla morte, vogliamo interrogarci sull’oggi e verificare quanto il “metodo Langer” sia ancora attualissimo per “continuare in ciò che era giusto”. Il Convegno, promosso dalla Scuola di Pace e Nonviolenza  (Fondazione Toniolo e Movimento Nonviolento), con il contributo e il patrocinio del Comune di Verona, Diocesi di Verona, Università di Verona, con l’adesione della Fondazione Alexander Langer Stiftung e dell’Istituto Opera Don Calabria. Al Convegno partecipano, tra gli altri,: Donatella Di Cesare (filosofa), Domenico Pompili (Vescovo), Gad Lerner (giornalista), Mauro Bozzetti (filosofo), Federico Faloppa (linguista), Mao Valpiana (Movimento Nonviolento) e inoltre, don Renzo Beghini, Marzio Marzorati (Legambiente), Christine Stufferin e Elisabeth Alber (Fondazione Langer), Lorenzo Faggi, Alessandro Raveggi, Gabriele Santoro, Pinuccia Montanari, Maria Chiara Rioli, gli ex eurodeputati Gianni Tamino e Franco Corleone e le eurodeputate in carica Cristina Guarda e Benedetta Scuderi. Il Convegno, nello spirito del “viaggiatore leggero”, sarà itinerante: – venerdì 30/01 sera, ore 20:45: spettacolo all’Auditorium Don Calabria di San Zeno in Monte; – sabato 31/01 mattina, ore 10:00: Aula Caprioli dell’Università di Verona, presso il polo Zanotto; – sabato 31/01 pomeriggio, ore 14:30: Auditorium della Chiesa di San Fermo; – domenica 01/02 mattina, ore 9:30: Aula Magna del Seminario Vescovile Maggiore. Partecipazione libera, aperta a tutte e tutti gli interessati, fino ad esaurimento posti. In allegato la locandina e il programma del Convegno. Di seguito il link con il programma completo. https://www.movimentononviolento.it/sedi/verona/alex-langer-facitore-di-pace-un-convegno-itinerante-a-verona-31-gennaio-e-1-febbraio-2026 Per maggiori informazioni: Casa per la Nonviolenza, via Spagna, 8 – Verona segreteria@arenadipace.it segreteria@movimentononviolento.it Nei giorni precedenti tel. 045 8009803 Durante il convegno cell. 351 4981281 Movimento Nonviolento
La stanza del sindaco. A Porto Sant’Elpidio (Fermo) negata una sala del Comune per un convegno sul disarmo
Approda in Parlamento con un’interrogazione presentata dal deputato di AVS Francesco Mari la decisione del sindaco di Porto Sant’Elpidio di negare la concessione di uno spazio comunale pubblico, la Sala Gigli di Piazza Garibaldi. La richiesta di utilizzo era per l’incontro promosso dal Coordinamento Marche per la Palestina domenica 18 gennaio dal tema: “Disarmiamo il futuro. Contro l’economia di guerra e il colonialismo”. I relatori invitati sono Raffaele Spiga di BDS Italia, il ricercatore universitario Marco Caligari, Josè Nivoi dei portuali di Genova, il prof. Stefano Lucarelli dell’Università di Bergamo e la giornalista Linda Maggiori; quest’ultima autrice dell’inchiesta in cui viene documentato che frammenti dei componenti militari prodotti dalla Civitanavi Honeywell di Porto S. Elpidio sono stati rinvenuti tra i residui bellici dei bombardamenti israeliani su Gaza. Il tema centrale dell’incontro del 18 gennaio è l’economia di guerra, con inevitabili riferimenti a tutte quelle aziende marchigiane, compresa Civitanavi-Honeywell, che sul territorio regionale producono tecnologie militari, ad uso anche di uno Stato genocida come Israele. Porto Sant’Elpidio infatti è la città dove ha sede ed opera la Civitanavi Systems, da tempo al centro dell’attenzione del movimento Pro Pal per le sue connessioni con quella che Francesca Albanese ha definito “economia del genocidio”: lo scorso 28 novembre, giorno dello sciopero generale, proprio di fronte ai cancelli dell’azienda di componentistica elettronica marchigiana si è tenuto un un presidio nonviolento da Marche per la Palestina e da Sumud Centro Culturale Palestinese Una decisione molto grave, quella del sindaco Massimiliano Ciarpella (eletto nel 2023 con il 71% dei consensi al ballottaggio a capo di una lista Fratelli d’Italia, UDC e Civiche) di negare uno spazio pubblico cittadino, formalmente richiesto in base ai regolamenti comunali. Nella lettera con cui l’avv. Ciarpella ha motivato la sua scelta, si legge: “Risulta tuttavia, dalla promozione social dell’evento, come dalla diffusione di materiale cartaceo, che l’argomento centrale di discussione sarà l’attività di una azienda locale, la Civitanavi Honeywell. Ad ogni modo, ai sensi dell’art. 3, comma 3, del Regolamento per la concessione in uso temporaneo della Sala Gigli, si prevede la facoltà dell’Amministrazione Comunale di non concedere l’utilizzo della Sala “in tutti i casi in cui … ritenga l’iniziativa inadeguata alla promozione e valorizzazione del territorio comunale o lesiva degli interessi della Comunità cittadina”. Nelle Marche, come altrove, spesso i rapporti tra imprese, comunità e istituzioni sono molto stretti e condizionanti. Che il sindaco Ciarpella tenga alla Civitanavi Honeywell lo si capisce dall’averci accompagnato il 21 giugno 2024 la sottosegretaria all’Economia Lucia Albano, di origini marchigiane, in visita istituzionale. E’ la stessa esponente di FDI del governo Meloni che sul proprio profilo Instagram scrisse: “In visita all’azienda Civitanavi a Porto Sant’Elpidio, eccellenza Made in Marche nella produzione di radar aerei, accompagnata dal CEO Andrea Pizzarulli, dal consigliere regionale Andrea Putzu, dal sindaco di Porto Sant’Elpidio Massimiliano Ciarpella e dal vicesindaco Andrea Balestrieri. Siamo orgogliosi di avere nelle Marche un’azienda che sa coniugare l’eccellenza del manifatturiero con l’innovazione tecnologica. Il governo è con voi e vi sostiene”. In questi rapporti tra imprese e istituzioni non mancano le occasioni di ricadute mecenatistiche per i territori, spesso operazioni di solo greemwashing. Nel caso della Civitanavi, è la stessa azienda a renderne conto sul proprio sito nella pubblicazione dei Bilanci Sostenibilità 2022 e 2023 (non sono stati ancora pubblicati quelli del 2024 e 2025): “L’impegno verso il territorio e la comunità. Civitanavi è fortemente radicata nel suo territorio e supporta attivamente le attività della comunità locale. Nel corso del 2023 sono state fatte donazioni verso la Croce Verde Valdaso, impegnata nelle emergenze sanitarie e nell’assistenza al trasporto sanitario e disabili, e verso l’Università Politecnica delle Marche per l’istituzione di borse di studio, come indicato nel paragrafo a seguire.  Anche per il 2024 Civitanavi continua il suo impegno verso il territorio e la comunità. Nel mese di aprile 2024 la Società ha scelto di supportare con una donazione il progetto INFINITAE-DRAGON BOAT, proposto dall’associazione INFINITAEODV di Fermo. Nell’anno 2023, è proseguito lo stretto rapporto con le Università e gli Istituti Tecnici locali, volti a favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e a rafforzare le relazioni con il territorio. In particolare, l’azienda ha organizzato incontri presso l’Istituto Tecnico Tecnologico G. e M. Montani di Fermo e ha ospitato tre tirocini curriculari. Nel mese di giugno, ha aderito all’Iniziativa di sponsorizzazione della Laurea Magistrale in Ingegneria Elettronica, riconoscendo un contributo economico all’Università Politecnica delle Marche allo scopo di istituire borse di studio con graduatoria a esaurimento per gli studenti della laurea Magistrale in Ingegneria Elettronica”. A sottolineare il radicamento dell’azienda nel territorio, fu proprio l’AD Andrea Pizzarulli in un’intervista del 2024 alla notizia dell’ingresso del colosso americano Honeywell in Civitanavi Systems: “Viviamo e lavoriamo nelle Marche, cerchiamo fornitori di fiducia nel nostro territorio dando la priorità al consolidamento del rapporti umani.” Si capisce quindi, paradossalmente, la decisione antidemocratica del sindaco Ciarpelli nel negare la sala comunale per un incontro pubblico, che avrebbe puntato il focus dell’approfondimento anche sulla Civitanavi Honeywell; anche se, come quasi certamente è avvenuto, non ci sarà stata sul sindaco alcuna pressione dell’azienda. Oramai, specie nelle Marche, la politica e le istituzioni agiscono di default. Un sindaco, quello di Porto Sant’Elpidio, che al contrario, nel 2024, non ebbe lo stesso atteggiamento censorio e di diniego verso un evento culturale in città che vedeva presenti associazioni ed esponenti della galassia di riferimento di Casapound, tanto che il Comune fu tra gli organizzatori. Altro caso che, dalla provincia fermana, finì direttamente in Senato, a seguito di un’interrogazione del Sen. Francesco Verducci del PD. Giovedì 15 gennaio nel primo pomeriggio una trentina di persone, tra cui i promotori dell’incontro, hanno tenuto un sit-in sotto la sede del Comune di Porto Sant’Elpidio. Una delegazione è salita a parlare con il sindaco Ciarpella. “Il sindaco – racconta un’attivista dopo l’incontro – ha ripetuto come un disco rotto che non possiamo accostare un’azienda che insiste nel Comune di Porto Sant’Elpidio a parole come morte, genocidio, etc. Il problema è soltanto questo. Tanto che abbiamo risposto che lui non è l’avvocato dell’azienda, che ha tutti gli strumenti per difendersi da sola. Lui è il Sindaco di una città e non può proibire ad associazioni o movimenti di esprimere opinioni politiche o di denunciare. Gli abbiamo spiegato che nella gerarchia delle fonti il regolamento comunale, che tra l’altro interpreta in maniera arbitraria, non può che sottostare alle leggi e ancor più alla nostra Costituzione. Inoltre abbiamo annunciato tutte le azioni nelle sedi opportune perché questo atto rappresenta un grave precedente. Non si può parlare male di un’azienda privata del territorio. Quindi non potremmo parlare di Della Valle e la filiera degli appalti e caporalato, etc. Uscendo abbiamo detto che per la prossima iniziativa chiederemo a lui argomenti da trattare, relatori da invitare e così via”. Intanto i promotori hanno deciso di cambiare città: l’incontro si terrà a Fermo, capoluogo di provincia, sempre domenica alle ore 17, nella sede della Croce Verde, che non è la stessa sezione dell’associazione volontaristica (Croce Verde Valdaso di Altidona), finanziata dalla Civitanavi Honeywell, come riportato nel Bilancio di Sostenibilità 2023.   Leonardo Animali
Emilio Ricci: i buoni motivi per votare No al referendum sui magistrati e la vera essenza della riforma
l’avvocato Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI, Marina Pierlorenzi, presidente ANPI provinciale Roma Da Patria indipendente l’intervento dell’avv. Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI,   al Convegno tenutosi a Roma il 14 novembre scorso su “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” Le norme introdotte dal governo vengono presentate nella propaganda come soluzione per rendere il processo più trasparente e veloce, ma è un falso. In realtà l’elemento fondamentale che entra in gioco è l’equilibrio dei poteri dello Stato. Se si volessero davvero velocizzare i procedimenti in tribunale, si dovrebbero adottare ben altri strumenti, come la depenalizzazione dei “reati da cortile”. E non a caso preoccupano al contempo le misure approvate in materia di ordine pubblico. Intervento al convegno “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” organizzato dall’Associazione nazionale dei partigiani Siamo tutti qui per ragionare su questa questione molto complessa e delicata che va approfondita anche perché la battaglia che noi intendiamo fare, la battaglia referendaria, è una battaglia che ci vede impegnati come ANPI in prima fila, affiancati all’Associazione Nazionale Magistrati che ha organizzato un proprio comitato per il No. Vorrei spiegare rapidamente per quale ragione oggi noi abbiamo ritenuto di organizzare un incontro che parli della separazione delle carriere da un lato e della legge sicurezza dall’altro: sembrerebbero due questioni tecnicamente tra di loro molto diverse, ma in realtà sono strettamente collegate da un filo comune. La separazione delle carriere incide sull’ordinamento giudiziario, sul rapporto tra magistratura requirente e giudicante e sugli aspetti di rilevanza costituzionale della giurisdizione. La nuova legge sulla sicurezza pubblica incide su ambiti diversi (sull’immigrazione, sull’ordine pubblico, sulle misure prevenzione, sui poteri delle forze dell’ordine) ma, in realtà, io ritengo che queste due riforme debbano essere osservate con un’attenzione comune: secondo me, il motivo politico fondamentale e strutturale per il quale questo governo oggi si muove su questi terreni, è perché ritiene che il sistema vigente, munito di contrappesi significativi sia troppo garantista, troppo complicato, troppo lento, per cui è necessario “semplificare” per rendere più efficienti i meccanismi decisionali e ridurre gli spazi di conflitto e di controllo sul suo operato. La separazione delle carriere in realtà viene presentata come un modo per rendere il processo più trasparente. “Chi accusa accusa… Chi giudica giudica” … uno slogan semplicistico che colpisce la fantasia delle persone in maniera mediatica, non in maniera sostanziale, perché in realtà l’elemento che entra in gioco fondamentale è quello dell’equilibrio dei poteri dello Stato. Nello stesso modo anche la legge sicurezza viene presentata come una risposta a emergenze reali: criminalità, terrorismo e gestione flussi migratori. Quando vengono sollevati dubbi sul sistema normativo che si vuole introdurre con la riforma costituzionale, coloro i quali pongono dubbi e prospettano i rischi insiti nelle modifiche vengono additati come nemici dell’ordine, come persone che in realtà non vogliono una gestione più garantista, più serena delle questioni legate all’ordine pubblico, e che vogliono condizionare lo sviluppo della sicurezza nel nostro Paese. Quindi il profilo che valuterei è quello della necessità di comprendere se le nuove disposizioni in qualche modo rafforzano o se indeboliscono quelli che sono i contrappesi costituzionali. Abbiamo intanto una valutazione di tipo generale su questo profilo. Sulla separazione delle carriere credo di essere uno dei pochi avvocati in Italia che è contrario alla separazione delle carriere. Vi sono molti, come le associazioni di categoria e, in particolare, la Camera penale che sono favorevoli alla riforma, con un orientamento dal quale dissento. La mia opinione è che oggi l’ordinamento costituzionale prevede un unico Consiglio Superiore della Magistratura, quindi con un’unica garanzia di indipendenza dei magistrati sia per quanto riguarda la funzione del pubblico ministero sia in relazione alla funzione del giudicante: noi, infatti, abbiamo di fronte una garanzia di tipo generale nel senso che i magistrati sono garantiti da una ormai sostanziale separazione delle carriere realizzata progressivamente nel tempo e confermata anche dalla ulteriore riduzione della possibilità di passare da una funzione all’altra sancita nell’ultima riforma Cartabia. La voce di chi, invece, è favorevole è quella di sostenere che la imparzialità del giudice sarebbe garantita maggiormente da una diversa cultura rispetto a quella del pubblico ministero: quindi, la separazione dovrebbe garantire da un lato l’autonomia del pubblico ministero rispetto al giudice, quando – al contrario noi riteniamo, e anch’io ritengo – che la attuale unità delle carriere, la presenza di un unico Consiglio Superiore sia proprio una garanzia della indipendenza della Magistratura da qualsiasi potere esterno. Quindi, anche se ovviamente nella proposta di legge costituzionale non è esplicitamente detto, noi sappiamo bene quali siano i rischi inseriti in una riforma di questo tipo. Noi sappiamo oggi e lo sanno bene coloro i quali svolgono l’ufficio di Procura, quale sia il carico di lavoro che i PM hanno, carico che determina che molte attività di indagini siano delegate alla polizia giudiziaria nelle sue varie articolazioni: nel caso in cui la riforma costituzionale venisse approvata in sede referendaria e la funzione del Pubblico ministero venisse separata da quella del giudice, la dipendenza della polizia giudiziaria dal potere esecutivo potrebbe portare ad un significativo condizionamento dell’attività di indagine da parte delle procure. Questo ve lo dico anche per una mia lunghissima esperienza personale come avvocato: vi è, infatti, la necessità di individuare le priorità ed è proprio questo il profilo che noi temiamo perché leggiamo che dietro a queste idee vi è il rischio che il Pubblico ministero possa un domani, (anche se – l’ho detto e lo ripeto – non è oggi esplicitamente previsto dalla norma costituzionale) essere condizionato dal potere esecutivo sulla individuazione dei reati da perseguire e che di fatto si giunga alla cosiddetta rinunciabilità dell’azione penale che sarebbe, per noi cittadini, una violazione importante, significativa e molto compromettente di quello che è invece il fondamento democratico sul quale si basa l’esercizio dell’azione penale obbligatoria. Tenete presente che tutte queste modifiche vengono contrabbandate come norme di riforma per la velocizzazione dei processi, ma non è così. In realtà, il problema è assolutamente diverso, ed è fondato esclusivamente sul fatto che noi non siamo in grado di gestire la quantità dei processi che pendono, problema che mai nessuno ha voluto affrontare: sono più di 50 anni che svolgo questo lavoro, e non solo io ma tanti colleghi e amici che con me lavorano nei Tribunali si rendono conto che la vera riforma della Giustizia, l’unica vera riforma della Giustizia penale significativa, sia una importante depenalizzazione dei reati, quelli che io definisco i reati da cortile, che però intasano gli uffici giudiziari e non consentono lo svolgimento, invece, di attività di indagine più importanti e anche di carattere più pregnante per quanto riguarda la coltivazione della legalità nel nostro Paese. È chiaro che il problema della depenalizzazione pone un problema importante dal punto di vista della gestione poi di tutte queste situazioni depenalizzate. Noi abbiamo purtroppo un sistema per cui tutte le sanzioni amministrative che sono migliaia e migliaia, decine di migliaia, se non addirittura centinaia di migliaia, non vengono discusse. Vi dò un dato che ho avuto appunto in relazione allo svolgimento dell’attività professionale: Equitalia Giustizia che è delegata la raccolta delle sanzioni, riscuote il 2% delle spese di giustizia che vengono comminate dai Tribunali. Voi capite bene che con questo sistema non è possibile pensare a una riforma che non sia anche una riforma del sistema di esazione delle sanzioni o di gestione di quelle che potrebbero essere domani le sanzioni amministrative per quelle legate ai reati eventualmente depenalizzati. Ma io non sto parlando di una parte di depenalizzazione del 10%: io parlo del 60-65% dei reati poi non giungono a processo. La magistratura giudicante riesce a smaltire meno del 50% dei reati che vengono portati dalle Procure all’attenzione dei giudici per la fase dibattimentale: quindi sotto questo profilo il problema è che, di fatto, si determina una sorta di depenalizzazione indotta alla quale si associa il problema fondamentale della certezza della giustizia, del diritto e della pena, che sono questioni che a livello sociale impattano significativamente sull’immagine della giustizia perché noi non stiamo parlando qui dei grandi processi, delle grandi indagini che hanno una loro corsia preferenziale, un loro modo di essere oggetto di interesse sia da parte dei giudici inquirenti che della parte giudicante, ma parlo di quella enorme quantità di procedimenti che non vedono una fine se non attraverso la prescrizione, determinando quindi una sostanziale fondamentale incertezza del diritto che causa una serie di problemi e di disvalori di carattere sociale. Vi sono processi che durano 10 – 11 – 12 anni e che determinano, come potete immaginare, danni in tutte le situazioni e articolazioni: pensate ai dipendenti pubblici che vengono inquisiti per anni e che non possono avere avanzamenti di carriera; pensate alle persone che subiscono processi per cui devono pagarsi avvocati, devono provvedere a una serie di questioni che sicuramente li condizionano pesantemente nel corso della vita. Queste sono le questioni che io pongo in maniera generale, in maniera politica perché l’obiettivo che abbiamo non è quello ovviamente di fare una o, quantomeno, non solo quello di fare una battaglia tecnica nei confronti di questa legge costituzionale ma anche quello di assumere posizioni rispetto alle involuzioni autoritarie sanzionatorie della legge sicurezza. Io credo che questo sia un profilo che si lega (e l’ANPI, diciamo, nelle ultime riunioni anche del Comitato nazionale di questo ne ha parlato e ne ha discusso) anche all’esercizio delle proprie libertà, dei propri diritti, della libertà di parola, della libertà di associazione, di tutte quelle che sono le libertà garantite costituzionalmente e che devono essere rafforzate piuttosto che indebolite. Quindi l’ANPI su questo tema è contro la riforma costituzionale e contro la legge sicurezza e ritiene che sia un vulnus significativo all’interno del comparto della struttura costituzionale che da anni ci governa e che, a parte qualche deviazione, esistente in tutti i Paesi, ha garantito una forte presenza democratica, all’interno della quale noi riusciamo comunque a gestire la libertà in maniera autonoma, tale da farci pensare che questo sia comunque, al di là delle varie involuzioni, un Paese dove si vive bene e dove, proprio per questo, bisogna contrastare in maniera forte ogni involuzione di tipo antidemocratico. Mi soffermo rapidissimamente su due questioni che caratterizzano questa riforma costituzionale, tenendo conto che del sorteggio dei magistrati parleranno altri meglio e più di me. Farò quindi riferimento ancora a due punti: il referendum (di cui dirò alla fine) e l’Alta Corte di Giustizia. Noi oggi abbiamo un Consiglio Superiore della Magistratura che giudica attraverso una propria sezione disciplinare e poi eroga le sanzioni a tutti i magistrati: pubblici ministeri e giudici. Il magistrato che viene sanzionato ha la possibilità di ricorrere alle Sezioni Unite della Cassazione. È una garanzia molto importante, di rilevanza costituzionale in quanto il magistrato, per la delicatezza dell’attività che svolge, deve essere tutelato al massimo quando viene sottoposto a procedimento disciplinare. La riforma prevede un organo ibrido che non si comprende bene cosa sia. L’Alta Corte di Giustizia è caratterizzata da una “trazione politica”: inoltre emerge un evidente problema di costituzionalità in quanto, qualora il magistrato venisse condannato in primo grado dall’Alta Corte di Giustizia, si prevede che l’appello debba essere fatto di fronte allo stesso organo senza alcuna previsione del ricorso alle sezioni unite della Corte di Cassazione. Mi ricordo un po’ del medesimo problema, quando mi sono occupato delle questioni legate alla revoca degli emolumenti dei parlamentari dei senatori: anche lì, l’Autodichia è in primo e secondo grado sostanzialmente dinanzi allo stesso organo. Questa è una cosa molto, molto grave e molto delicata sulla quale noi dobbiamo batterci perché lì sta, a mio avviso, uno degli aspetti involutivi sostanziali e fondamentali della riforma. Cioè, se noi non garantiamo il doppio grado di giudizio dinanzi a organi diversi e al di sopra delle valutazioni politiche delle parti, noi corriamo il rischio di andare verso un degrado del quale non conosciamo la fine. Questione referendum. Noi ovviamente siamo per il No deciso e rispetto a ciò la mancanza del quorum potrebbe rappresentare una garanzia importante. Io personalmente sono convinto di una cosa: in realtà, credo che sia più la società civile, quella che è qui e che è fuori, che debba, in qualche modo, contrastare questo disegno autoritario e debba andare a votare per il No. Il Sì secondo me è legato a una percentuale limitata, non dimentichiamo che il governo che millanta il favore della maggioranza dei cittadini, è stato eletto grazie anche a una legge elettorale demenziale dal 14% dei votanti, con una tensione pari al 50%… Quindi io ritengo che debba condursi una battaglia culturale e intellettuale che non coinvolga, almeno per quanto riguarda l’ANPI, soltanto il profilo tecnico (di difficile comprensione da parte della maggioranza della popolazione), ma che venga condotta come una battaglia fatta per i diritti, con parole semplici e comprensibili. Perché dietro a questa questione della separazione delle carriere vi sono in agguato tutta una serie problemi che minerebbero in maniera sostanziale la nostra libertà e la nostra Costituzione: parlo della difesa dei diritti fondamentali che attualmente vengono garantiti e che potrebbero essere compromessi. Avvocato Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI. Trascrizione della introduzione al Convegno tenutosi a Roma il 14 novembre scorso su “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” 30 dicembre 2025 > Vai alla registrazione del Convegno del 14 novembre 2025 “Separazione delle > carriere e legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” su > Radio Radicale > > Vai a Riforma costituzionale della magistratura, cronologia e materiali Per osservazioni e precisazioni sulla pubblicazione del testo di Patria Indipendente scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com
Gaetano Azzariti: il contesto della riforma costituzionale in materia di ordinamento della giustizia
Intervento di Gaetano Azzariti, Professore ordinario di diritto costituzionale all’ Università La Sapienza di Roma al Convegno “Separazione delle carriere e legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?”, organizzato dall’ANPI, Roma Auditorium via Rieti, 14 novembre 2025 (da Questione Giustizia 16 dicembre 2025) 1. Vorrei soffermarmi sul contesto, più che sul testo. Se vogliamo ben comprendere la portata e gli effetti della riforma costituzionale in materia di ordinamento della giustizia è necessario infatti riflettere anche, e forse soprattutto, sulla crisi più generale della democrazia. Anzitutto rilevando la sua chiara connessione. Difatti non credo possa negarsi che la profondità delle trasformazioni in corso in tutti gli ordinamenti di democrazia occidentale abbiano una loro diretta incidenza sul sistema giudiziario e di tutela dei diritti. Anche se non possiamo esaminare adeguatamente in questa sede le complesse trasformazioni globali, credo che nessuno possa sottovalutare la portata storica dei processi innescati dall’aggressività di Putin, dall’arroganza di Trump, dall’afasia ormai congenita dell’Europa, dal moltiplicarsi degli ordinamenti dispotici, dall’impotenza delle istituzioni dell’ONU, dalla barbarie delle pratiche genocidarie che si stanno sviluppando sotto i nostri occhi impotenti. Stiamo assistendo ad una complessiva rottura degli equilibri mondiali. È in questo contesto che le difficoltà di far valere i diritti, l’autonomia e il ruolo dei giudici si sono palesate in modo drammatico: c’è chi parla ormai di fine del diritto internazionale e ritorno del diritto della forza.  Anche senza giungere a così definitive conclusioni, appare comunque fondata la constatazione di una giustizia internazionale che non sembra più in grado di esercitare efficacemente un suo ruolo autonomo, basta pensare all’impotenza della Corte penale internazionale e agli attacchi ritorsivi che stanno subendo i componenti della Corte stessa. All’interno degli Stati, poi, la crisi della democrazia e gli effetti sull’autonomia del potere giudiziario sono ancor più espliciti. Se prima apparivano delle eccezioni i casi delle cosiddette democrazie illiberali (l’Ungheria, la Polonia, quest’ultima almeno sino alle ultime elezioni) nei cui confronti erano diffuse le condanne delle ripetute violazioni dei principi dello stato di diritto, ora l’insofferenza nei confronti dei giudici quando questi limitano o sanzionano chi governa si sono generalizzate, mentre acquiescenti appaiono le reazioni degli Stati e delle istituzioni democratiche. Basta pensare a quel che sta succedendo nella patria dei “checks and balances“, gli Stati Uniti. Insomma, non sembra che per la giustizia e le tutele giurisdizionali, oltre che per l’ordinamento giurisdizionale nel suo complesso, tiri una bella aria da nessuna parte nel mondo. 2. Per tornare ora al nostro Paese, mi vorrei limitare ad osservare un fatto che non credo possa essere negato. La riforma del ruolo costituzionale assegnato al potere giudiziario opera entro un definito disegno politico complessivo, che è in corso di svolgimento. Una diversa idea di democrazia ampiamente articolato e che è stato chiaramente enunciato, contrassegnato da una esplicita volontà politica finalizzata a conseguire un insieme di incisivi cambiamenti sociali e istituzionali. Un progetto che si sviluppa su più piani. Basta qui richiamare lo stravolgimento della forma di governo che si avrebbe se dovesse essere approvato lo sgangherato premierato attualmente in discussione. Un progetto che farebbe transitare la nostra sofferente democrazia parlamentare, per farla approdare in una inquietante democrazia del Capo. Un programma questo affiancato da un parallelo disegno di ribaltamento dell’assetto dei poteri locali perseguita con insistita e caparbia volontà – nonostante le smentite della Consulta – dai fautori dell’autonomia differenziata. Un disegno finalizzato a determinare un assetto nei rapporti tra territori fondato sulla diseguaglianza e sull’abbandono della visione solidale di regionalismo. L’intenzione è quella di passare dal regionalismo solidale ad uno competitivo, di natura appropriativa delle risorse. Quella che è stata chiamata la “secessione dei ricchi”. Ma poi, ancor più in generale, è il clima politico, la cultura espressa e l’azione in concreto realizzata dall’attuale maggioranza parlamentare a preoccupare. Perché questa non sembra potersi ricondurre solo ad una contingenza momentanea, ma appare invece il frutto di un lungo regresso – che non esenta dunque da responsabilità gravi le diverse maggioranza del passato – ma che ha portato via via a fare emergere una cultura politica di sostanziale ostilità verso la costituzione repubblicana. In rapido ed estemporaneo elenco è sufficiente per dimostrare l’assunto.  Basta pensare alle continue limitazioni ai diritti di libertà dei cittadini. In primo luogo, il diritto al dissenso e alla libertà di riunione e di manifestazione. Abbiamo infatti assistito, attoniti, ad ingiustificate e brutali aggressioni da parte delle forze dell’ordine a pacifici manifestanti, minorenni inclusi, che esprimevano una civile protesta e del tutto legittime opinioni, senza arrecare alcun pericolo per la sicurezza e incolumità pubblica; abbiamo subìto e stiamo subendo l’onta di continui decreti sicurezza contrassegnati da un panpenalismo che ha portato a moltiplicare le pene, sino a configurare come reato la resistenza passiva. Gandhi sta trasecolando e noi con lui. E poi anche il diritto di critica e la libertà di stampa appaiono sotto stress: oltre alla sistematica occupazione di tutti gli spazi di informazione e comunicazione pubblica, abbiamo visto ministri della Repubblica intervenire per censurare addirittura le performance dei comici in televisione, attacchi diretti a giornalisti se non ad intere testate non per contestare fatti, ma per delegittimare il pluralismo, le opinioni o le inchieste svolte; vi sono ripetuti ed espliciti rifiuti di parlare con giornalisti ritenuti “ostili”; abbiamo visto autorità ritenute indipendenti che sanzionavano od ostacolavano la diffusione di trasmissioni televisive ritenute antigovernative; assistiamo alle prassi di un potere ormai convinto che la comunicazione istituzionale sia solo quella di regime, espressa tramite social e unidirezionalmente rivolta al proprio elettorato. Ancora, non può che far riflettere l’incapacità nel governare il fenomeno strutturale delle migrazioni, che non solo sta facendo venir meno ogni politica di accoglienza, ma anche ogni garanzia dei diritti inviolabili che devono essere assicurati a tutte le persone, stranieri compresi. Non solo si lasciano nel degrado, in una situazione drammatica e disumana, i Centri di Permanenza e Rimpatrio, ma si prova anche a deportare nei centri albanesi chi arriva dai mari. Sino ad ora un disegno non riuscito, grazie a qualche giudice coraggioso, ma ci assicurano che ciononostante essi “funzioneranno”, come è stato promesso ben scandendo le parole. Vedremo se prevarranno le ragioni del diritto o quelle del potere. Tralascio di dire della dignità delle persone detenute nelle carceri, che – a proposito di giustizia – sarebbe un fronte da aprire, ma che neppure l’aumento dei suicidi riesce a scalfire. Continui sono poi i tentativi di limitare i diritti del lavoro, non ancora aggredendo direttamente il diritto di sciopero, ma attraverso le vie traverse: abbiamo visto infatti utilizzare l’arma della precettazione con una disinvoltura mai prima immaginata. Ovvero una legislazione di favore nei confronti della libertà delle imprese che è andata però a scapito della tutela dei diritti e della sicurezza in ambito lavorativo. Ma in fondo sono tutte le politiche sociali che vengono sostituite da politiche neoliberiste dimentiche degli inderogabili doveri di solidarietà. E non da oggi. Potrei continuare con altre esemplificazioni, ma mi sembra già sufficientemente chiaro il segno del cambiamento. 3. È in questo quadro che si registrano i continui attacchi alla indipendenza e autonomia della magistratura. Accusata di invadere lo spazio della politica ogni volta che inquisisce un soggetto politico o condanna questi per azioni o fatti posti in essere contra legem ovvero in violazione di norma di diritto internazionale o europeo. Persino il controllo contabile sulle spese viene considerato un fatto eversivo realizzato in odio al Governo e compiuto da giudici ostili, ritenuti, chissà perché, sempre “comunisti”. Siamo ben oltre, dunque, la più che legittima reazione del Governo o dei singoli esponenti politici, qualora vengano inquisiti, che è rivolta a difesa del proprio operato e finalizzata a dimostrare la correttezza delle proprie azioni. Ora la pretesa è quella dell’immunità. La tesi è chiara: la politica non si processa, essa ha il primato sugli altri poteri.  Un ritorno dello Stato assoluto. Da qui la volontà di rimodulare gli equilibri dei poteri: a favore di quello politico. Insofferente al controllo e non solo a quello dei giudici nazionali. Da qui la riforma della giustizia. Ma anche l’intolleranza per il rispetto del diritto internazionale (come dimostra l’ingiustificato e aggressivo rifiuto di dare seguito alla richiesta della Corte penale internazionale).  Un disegno che dunque riguarda gli assetti democratici complessivi e gli equilibri costituzionali. Non è pertanto solo questione di magistratura. Si tratta di un progetto perseguito con tenacia; però, credo, non ancora compiuto. Potrebbe dirsi, in caso, come suggeriva Gramsci, che viviamo una fase d’interregno dove si manifestano fenomeni mostruosi. La lotta è tra vecchio che non muore e nuovo che non è ancora nato.  4. Entro questo contesto si è andata definendo una legge costituzionale di modifica dell’assetto della magistratura del tutto conforme alla cultura del tempo, al regresso annunciato. Rinviando agli altri interventi per il necessario e approfondito esame del testo, qui mi soffermo solo a valutare, quale possa essere, in questo contesto, il ruolo e la forza da assegnare al referendum annunciato sulla giustizia. Un referendum difficile da far capire, poco coinvolgente, perché – sintetizzo – forse la maggioranza del popolo italiano non è interessato ai problemi della divisione delle carriere, dell’organizzazione del CSM o dell’Alta corte di giustizia. La tecnicità del quesito certo non aiuta. E poi può anche darsi che la maggior parte del popolo italiano non ami particolarmente i giudici, magari assegnando alla loro responsabilità tutti i mali evidenti del sistema giudiziario (lentezza, farraginosità, mancanza di trasparenza dei riti processuali, mancanza di personale, astrusità del linguaggio). Eppure, io credo che se riuscissimo a far comprendere il quadro entro cui si colloca la riforma e la posta in gioco che è il superamento del nostro sistema costituzionale delle garanzie e la costituzione antifascista posta a garanzia dei diritti fondamentali delle persone, allora può essere che si riesca a far percepire anche a livello popolare i rischi che corriamo. I sondaggi dicono che per ora i contrari alla riforma sono in minoranza. Dalla parte di chi vuole arrestare il degrado dello stato di diritto forse non c’è ancora la forza necessaria: c’è però la Costituzione. Il che non è poco e, in fondo, è il presupposto per avere ragione. Se il sonno della ragione ha generato mostri, non possiamo fare altro che provare a risvegliare le coscienze dormienti. > Vai alla registrazione del Convegno del 14 novembre 2025 “Separazione delle > carriere e legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” su > Radio Radicale 26 dicembre 2025 NOTA L’articolo è stato pubblicato da Questione Giustizia 16 dicembre 2025. Per osservazioni e precisazioni rispetto alla sua pubblicazione sul sito di Carteinregola scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com
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ANNI DI GUERRA: MENZOGNE, VERITÀ, SCINTILLE 15 novembre 2025 al C.S. Cantiere a Milano, Viale Monterosa, 84, dalle 10.00 alle 19.00 * * * * * h. 10.00: Introduzione del C.S. Cantiere I sessione: Come la guerra ha piegato tecnica, diritto e comunicazione h. 10.30 Gabriele Battaglia, introduzione e coordinamento Interventi Gianni Giovannelli:  La [...]
frittura mista|radio fabbrica 04/11/2025@0
Il primo approfondimento della serata lo abbiamo fatto in compagnia di Marco Veruggio del puntocritco.info, per commentare insieme l’annuncio da parte di Amazon di voler procedere a licenziare 14mila suoi dipendenti. Abbiamo provato ad andare alle radici di questa scelta, passando in rassegna i vari motivi che hanno portato a ciò; ma abbiamo anche analizzato […]