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Una gradinata di Orgosolo si tinge dei colori della Palestina
Riprendiamo dalla pagina Facebook Le poesiole di Monica Messa questa notizia di arte popolare e solidarietà. Le autrici del murale sono tutte donne del paese che si sono messe in ginocchio sulla pietra di piazza Gramsci, curvate a impastare i colori di Gaza come un bucato pesante. Lina Sanna ha segnato il passo, le altre ci hanno messo il respiro. Non solo bandiera, ma lo sfreghio di una ferita che ne chiama un’altra, il silenzio della Barbagia che riconosce il gemito di una madre dall’altra parte del mare. Una vicinanza di pance e di terra, senza parole grandi. Solo un po’ di vernice per dire: vi guardiamo. Redazione Italia
June 5, 2026
Pressenza
Spunti didattici: la primaria “G. Stancati” di Rende (CS) realizza Jina, cortometraggio su Maysoon Majidi e Jina Mahsa Amini
Alla primaria “Giuseppe Stancati” di Rende (Cosenza), le insegnanti Serena Criscuolo, Giulia Falcone e Alessandra Lanzillotti, partendo da un racconto illustrato ispirato alla vita di Maysoon Majidi e Jina Mahsa Amini, hanno accompagnato le loro classi nella realizzazione del cortometraggio Jina, una fiaba che attraversa il Mediterraneo e che racconta l’incontro spirituale tra due giovani curdo-iraniane. La narrazione affronta temi come il viaggio, l’oppressione, la solitudine ma anche la fiducia e la solidarietà. È pensata per parlare a tutti, anche ai più piccoli, per ricordare l’importanza di credere in sé stessi e nella giustizia e non stancarsi mai di difendere i diritti inviolabili. Il cortometraggio è l’opera di due classi seconde e il percorso è parte di un progetto più ampio che include un albo illustrato gigante (50/times 70 cm) disegnato (inchiostro di china e 14 tavole ad acquerello) da Serena Criscuolo e Pietro Barone e realizzato presso la “Stamperia artigiana senza pressa” di Cosenza. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, pubblichiamo con entusiamo il cortometraggio e i materiali ricevuti affinché possano essere spunti su più livelli per chi ci legge. Vediamo infatti in questo progetto un esempio di manifestazione artistica dell’essere insegnante. E non solo per via della settima arte, ma per la capacità e l’emozione con cui esperienze di migrazione, patriarcato e violazione dei diritti umani sono state intrecciate e rese fruibili (e vincibili!) per bambine e bambini di 8 anni. Dopo il video, potete scaricare la descrizione dell’unità didattica. Ringraziando le colleghe per questa meraviglia, auspichiamo presto di ricevere altre “segnalazioni” così. Perché quando ci affermiamo con una didattica alternativa e creatrice di pace, ci troviamo a contrastare la militarizzazione in un modo “indiretto” ma altrettanto efficace… Se non di più. Buona visione. Descrizione dell’unità didattica: Jina.dal.racconto.al.cortometraggioDownload Fotografia del librone illustrato: Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: MAKE A ONE-TIME DONATION Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Donate -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A MONTHLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate monthly -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A YEARLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate yearly
Le grandi potenze esibiscono il loro potere patriarcale
> Recentemente Donald Trump ha fatto visita a Xi Jinping. Alle donne non è stato > permesso partecipare ai negoziati tra le grandi potenze. La foto di un vertice al quale hanno partecipato solo uomini ha suscitato malumore negli Stati Uniti. Le voci critiche femminili vi hanno visto un segnale per capire chi ha voce in capitolo nella politica delle grandi potenze, e chi no. «LA FINE DELLA SOCIETÀ MERITOCRATICA» Gita Gopinath, docente di economia all’Università di Harvard, ha scritto su X: «Un simbolo della fine della società meritocratica: un incontro tra le due piú grandi economie mondiali e nessuna donna al tavolo». In entrambi i paesi ci sono donne altamente qualificate, ma rimangono escluse. A quanto pare, ciò che conta non sono le qualifiche, ma le relazioni, ha detto Gopinath al «Guardian»: «È incredibile che alla fine ci sia un tavolo occupato solo da uomini, nonostante ci siano nel mondo così tante donne qualificate». «LE OPINIONI DELLE DONNE NON CONTANO NULLA» Halima Kazem, storica presso la Stanford University, ha parlato di un’involuzione. «In passato, ai vertici tra Stati Uniti e Cina dell’era Obama c’erano donne al tavolo delle trattative. Oggi nessuna delle grandi potenze ritiene che le donne debbano far parte delle delegazioni che negoziano la politica globale. Non si tratta solo di un fallimento americano. La Cina e gli Stati Uniti trasmettono così il segnale che le voci delle donne non contano nulla nella definizione dell’ordine mondiale.» MESSA IN SCENA DELL’AUTORITÀ MASCHILE Non c’è carenza di donne qualificate, afferma Kazem. «Si tratta di una decisione consapevole sul tipo di autorità che si vuole mettere in scena: maschile, militarizzata ed esclusiva.» Il fatto che entrambe le grandi potenze si presentino senza donne influenza anche l’idea di cosa sia la diplomazia «seria» – e chi ne sia escluso. INCONTRI PRECEDENTI CON DONNE Tra le donne di alto rango che hanno partecipato agli incontri bilaterali sotto la presidenza di Barack Obama figuravano l’allora vice primo ministro cinese Liu Yandong, la consigliera per la sicurezza nazionale statunitense Susan Rice e la segretaria di Stato americana Hillary Clinton. All’ incontro piú recente, nella delegazione statunitense erano presenti tra gli imprenditori solo un paio di donne, tra cui la nuora di Trump, Lara Trump, la direttrice di Citigroup Jane Fraser e la presidente di Meta Dina Powell McCormick. NEGOZIATI DI PACE SENZA DONNE Anche dai negoziati di pace ormai le donne sono in gran parte assenti. Eppure è scientificamente provato da tempo che gli accordi di pace durano più a lungo quando alle trattative hanno partecipato delle donne. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI ANNA SETTE INFOsperber
June 2, 2026
Pressenza
Al Centro Malaguzzi di Reggio Emilia: esercito israeliano, principessa del Galles e parmigiano
PARTE 1. LA REGGIO CHILDREN INTERNATIONAL NETWORK E L’ESERCITO ISRAELIANO La segnalazione all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università relativa a diversi post pubblicati sulla sua pagina Facebook dall’antropologo e attivista Cosimo Pederzoli, ci porta a Reggio Emilia. Il problema, oggetto dell’invio, me lo spiega Pederzoli stesso, in risposta a una e-mail in cui gli chiedo approfondimenti. Riporto le sue parole: > «In sintesi la questione è la seguente: quali rapporti ha ReggioChildren Srl > con istituti e insegnanti pro-Israele? In che modo vengono organizzate queste > relazioni? Ovviamente, il giudizio non è rivolto a scuole ebraiche in quanto > tali ma al coinvolgimento in attività di supporto all’esercito. Il mio focus è > stato diretto, negli ultimi due anni, verso il network “Narea”, ossia il North > American Reggio Emilia Alliance. > La rete delle scuole, ma anche di organizzazioni più ampie, che si ispira al > Reggio Approach e che si forma a Reggio Emilia, ospiti al Centro > Internazionale Loris Malaguzzi, sotto forma di “Study Groups”, facendo > ufficialmente parte del “Reggio Children International Network” (creato nel > 2006). All’interno di questo Network ci sono, prima e dopo il 7 ottobre, > scuole ebraiche statunitensi molto attive nella propaganda pro-israeliana, a > volte schierate direttamente con l’IDF. > Avevo già fatto notare l’anno scorso le stesse dinamiche, venne sospesa una > collaborazione (solo perché a ridosso della visita in città dell’Albanese, la > mia segnalazione era precedentemente caduta nel vuoto 6 mesi prima). [ndr: qui > i link agli articoli di allora RaiNews, Il Resto del Carlino, Reggionline]» Sembra, ad un certo punto, che da Reggio Children arrivi una tenue smentita, soprattutto in relazione alla vendita del marchio alle scuole israeliane, eppure Pederzoli segnala nuovamente alcune foto sulla sua pagina che documentano la presenza di soldati israeliani a Reggio. Continua il giornalista: «Ho svolto poi una ricerca per capire se la “revisione delle collaborazioni” che era stata promessa fosse avvenuta ma è emerso che all’interno del “Reggio Children International Network“, proprio nello Study Group Narea, sono presenti scuole americane ebraiche che continuano a sponsorizzare Israele e l’IDF. Questi istituti comprendono la fascia early childhood / superiori, quindi la foto [nota mia: con due ragazzine di età superiore alla fascia 0/6] che ho pubblicato è stata scattata recentemente in una di queste scuole facenti parte del network Reggio Children.» Pederzoli, impegnato in vari campi (i senza fissa dimora; i minori non accompagnati; le situazioni di sfruttamento del lavoro; il genocidio in Palestina), sottolinea la disattenzione della sinistra – in una città e in una regione storicamente legate alla sinistra storica – verso i temi che stanno al cuore del suo lavoro e nello specifico per il caso riguardante il fiore all’occhiello dell’Amministrazione Comunale, le scuole Reggio Children 0/6, compromesse con le quelle israeliane. Aggiunge che la pubblicazione sul nostro sito lo farà sentire meno solo in una città e in una regione sempre più indifferenti, a quanto pare anche nel partito Sinistra Italiana, in cui ha militato negli ultimi anni. Certamente criticare Reggio Children non torna facile, così come denunciare le complicità con lo Stato di Israele in Italia, e in Emilia in particolare. La sinistra, il Pd in particolar modo, si muove con molta ambiguità rispetto al genocidio in atto e alla questione riguardante la diade culturale e storica sionismo-semitismo, e il prefisso anti (si veda qui la proposta di decreto Romeo e Del Rio sulla prevenzione delle forme di opposizione allo stato di Israele di taglio antisemita). Provo a curiosare sul sito Reggio Emilia Approach. Si può trovare accesso alle informazioni sulle scuole, sulla filosofia dell’approccio educativo, sulle occasioni formative, sulla documentazione delle attività, sull’elenco delle pubblicazioni. C’è un ma: tutto si vende e tutto si compra, se non ci si iscrive ufficialmente non si vedono e non si ricevono i materiali informativi. PARTE 2. CENTRO INTERNAZIONALE LORIS MALAGUZZI, PRINCIPESSA DEL GALLES E… PARMIGIANO Ho visitato – quando dirigevo, in un Istituto Comprensivo di Roma, anche la scuola dell’infanzia statale, il Centro Internazionale Loris Malaguzzi di Reggio, aperto nel 2006, intitolato al maestro e pedagogista che ha ispirato con le sue idee – e creato – quello che oggi sono le scuole 0/6, contribuendo alla fama internazionale). Ne ricavai un forte impatto: struttura e idee-guida pedagogiche e didattiche degli atelier, cura degli spazi, quantità di materiali, tutto era effettivamente impressionante, i 100 linguaggi c’erano tutti. Ma provai anche il retrogusto che viene quando quel che vedi è troppo luccicante, ti sa di un po’ fasullo e, se poi si rivela autentico, troppo gridato e soprattutto profondamente ingiusto. Nella nostra scuola di periferia cercavamo di essere all’altezza dei bisogni di una zona popolare, dei molto minori non italiani, con i pochi mezzi a nostra disposizione, in locali squallidi che le maestre inventavano con fantasia e professionalità, perché la bellezza e la cura sono importanti quanto una buona pedagogia (anche le parole-chiave di Malaguzzi erano relazione, bambini, luoghi). Oggi, per approfondire lo sfondo relativo alla segnalazione di Cosimo Perdezoli, entro virtualmente in una delle loro scuole, l’istituto Diana. A ridosso di un parco pubblico, è un edificio magnifico: intorno a una piazza centrale si posizionano le aule, le pareti riproducono immagini favolose, le vetrate aggettano su due giardini. Apro la Carta dei Servizi, 83 pagine in cui tutto, ma proprio tutto, sembra spiegato, anche se non trovo quel che mi piacerebbe sapere alla voce valutazione della qualità del servizio, soprattutto dei percorsi educativi. Forse dovrei iscrivermi – pagando – a qualche a pista offerta dal sito ufficiale o dal Centro Malaguzzi (vedi qui). Una maestra di Reggio ben informata mi fa notare che anche queste scuole, come del resto la maggior parte dei nidi, dei gradi infanzia e primaria, sono tenute in piedi dal lavoro di maestre, di donne, sia nelle attività di aula che in quelle organizzative. Così, cercando ancora, incrocio il nome di Loretta Giaroni, comunista, moglie di un partigiano, figura importante dell’Unione Donne Italiane (UDI). Oggi, a circa tre anni dalla sua morte, le è stato dedicato un archivio contenente le sue carte, i suoi lavori, le riflessioni e i resoconti degli incontri (vedi qui). Ma, come icona della Reggio Children, non fa testo e non può competere con Malaguzzi. Maestre, donne, nate in famiglie umili che hanno studiato spesso da autodidatte, hanno lavorato senza troppa risonanza e costruito quel che ora vediamo sotto le pagliuzze luccicanti. È un aspetto della storia della scuola democratica in Italia che non fu un’impresa solo di grandi Maestri (da Milani, a Ciari, a Dolci, a Rodari, a Malaguzzi, ecc) ma di donne di poca istruzione e di grandi capacità, soprattutto nella lettura socio-politica dei territori in cui lavoravano e vivevano. Chi oggi dirige Reggio Children non bada a spese (anche perché sostenute dal Comune di Reggio che firma le convenzioni con le cooperative che costituisco il sistema integrato pubblico-privato). Così la macchina pubblicitaria non si ferma. Nei giorni scorsi è andata in visita anche la principessa del Galles, Catherine Middleton, moglie di William primogenito di Carlo III e di Diana Spencer. La missione era volta a rendere più performativa l’offerta Centro per la Prima Infanzia Royal Fundation (vedi qui). Gli scopi della fondazione inglese consistono nel prestare un aiuto nei percorsi di crescita ai minori di famiglie svantaggiate perché si sa, è scientificamente provato (leggo dal sito inglese), che i primi 6 anni di vita decidono del futuro. Lo sa anche l’INVALSI che su questa fascia di età investe nelle sue ricerche sulle soft skills… I cui obiettivi sono più chiari se esploriamo le pagine della rivista on line ROARS: è il mercato (anche militare…) bellezza!. Nel caso dell’istituzione della principessa Kate i denari li mette la corte, il suo patrimonio famigliare, altre istituzioni private: un caso di sgocciolamento verso il basso della ricchezza? La classica carità e generosità dei grandi filantropi. Sempre per non farsi incantare da tanto luccicare di cristalli aggiungo due annotazioni. Alcune insegnanti di Reggio Children hanno confidato alla mia informatrice, maestra e sindacalista, quanto sia forte la pressione su di loro di tutta questa fama. Registrazioni, video, report, visite illustri, incontri di formazione a tamburo battente, riunioni, il carico e l’ansia di prestazione possono sembrare l’anticamera del burnout. Ma nessuna paura, sempre sulla carta dei servizi della scuola Diana, leggo che il personale viene fatto girare per una sana alternanza dei ruoli e delle relazioni: non so bene cosa voglia dire. A seguire ascolto anche lo sconforto con cui la mia amica racconta lo stato deplorevole in cui versano le scuole d’infanzia e primarie statali a Reggio, dagli edifici alle mense. Del resto, in un plesso nella periferia della città che conosco per esserci stata diverse volte a incontrare, su tematiche educative e politiche, insegnanti e genitori, le classi sono per il 50% formate da alunni non italiani e italiani di seconda generazione, le famiglie sono disfunzionali, faticano a crescere i loro figli, la scuola rappresenta il solo luogo dove riporre qualche speranza di futuro. Ma questi aspetti non li conosce la principessa e li misconosce il Ministro Valditara. Cosmopolitismo e parmigiano: tutto sta nel proteggere il marchio. Ah, viene a fagiolo: il Centro Malaguzzi è all’interno dell’edificio di bella archeologia industriale Locatelli, acquisito e donato dal Comune della Città. Ancora latte e formaggi, pur passati i noti marchi Locatelli, Galbani, Parmalat a miglior vita nel gruppo francese Lactalis (qualcuno ricorda lo scandalo del fallimento Parmalat, nel 2003?). Nell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sappiamo che tutto si tiene sotto la voce mercato: l’istruzione, l’educazione, la guerra e la relativa propaganda incantatrice. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
2 GIUGNO: VUOTO POLITICO, ASTENSIONISMO, DIRITTI NEGATI. COME È CAMBIATA LA PARTECIPAZIONE POLITICA DELLE DONNE A A OTTANT’ANNI DAL PRIMO VOTO
Le donne in Italia votarono per la prima volta il 10 marzo 1946 in occasione delle elezioni amministrative. Pochi mesi dopo, il 2 giugno 1946, parteciparono in massa al Referendum istituzionale e alle elezioni per l’Assemblea Costituente. Fu l’inizio del suffragio universale per l’Italia. Al referendum istituzionale del 2 giugno 1946, votarono circa 12 milioni di donne. Era il primo ingresso nello spazio pubblico di un Paese che fino a pochi anni prima le voleva relegate nello spazio domestico. E alle urne ci andarono in massa, più degli uomini. Esse rappresentarono oltre il 50% del corpo elettorale, partecipando con un’affluenza straordinaria e contribuendo in modo determinante alla vittoria della Repubblica. Questo evento storico, effetto anche del ruolo di primo piano che le donne avevano assunto nelle lotte per pane e diritti, compresa la lotta di liberazione partigiana durante la seconda guerra mondiale, permise per la prima alle donne italiane di votare e di partecipare attivamente alla vita politica del Paese. Le premesse, però, non si sono realizzate. L’affluenza femminile è passata dal 94% delle politiche del 1958 al minimo storico del 62,2% alle elezioni politiche del 2022 (gli uomini sono stati il 65,7%). Il paradosso si è concretizzato nel fatto che ad eleggere la prima premier donna in Italia è stato l’elettorato maschile. Fratelli d’Italia ha registrato una percentuale di consensi più alta tra gli uomini rispetto alle donne. Le analisi di flusso hanno evidenziato che il partito ha raccolto il 28% delle preferenze maschili contro il 24% di quelle femminili. Il peso maggiore dell’astensionismo si continua a concentrare ancora oggi nel Sud, nelle province, nei piccoli comuni, tra le donne più anziane e con minore istruzione. Le mancate attenzioni delle istituzioni su lavoro, diritti, istanze sociali ha fatto sì che la partecipazione politica abbia perso di significato. E’, oggi come allora, una questione di genere e classe? Cosa è cambiato dopo 80 anni? Radio Onda d’Urto ha affrontato il tema e posto queste domande a Francesca Garisto, avvocata, penalista, particolarmente impegnata nella difesa in giudizio delle donne vittime della violenza maschile, e Vicepresidente fella casa  Delle Donne Maltrattate di Milano, il primo centro antiviolenza nato in Italia. Con Lei, Leopoldina Fortunati, teorica femminista, già militante di Lotta Femminista e del movimento per il Salario al Lavoro Domestico. Fu tra le prime studiose a occuparsi del rapporto tra donne, lavoro e tecnologie. Ha insegnato Sociologia della Comunicazione e della Cultura all’Università di Udine, ed è autrice de L’arcano della riproduzione. Casalinghe, prostitute, operai e capitale. Buon ascolto. Ascolta o scarica.
June 2, 2026
Radio Onda d`Urto
Nessuna legittimità dall’Europa a chi massacra i diritti delle donne e delle bambine afghane
Le dichiarazioni di principio sono una cosa, gli interessi politici un’altra, anche per l’Unione Europea. Il Parlamento Europeo ha fin dall’inizio condannato i Talebani e le loro politiche fondamentaliste contro i diritti umani, negando sempre il riconoscimento del governo talebano de facto. In questo modo, l’Unione Europea si è presentata come paladina dei valori della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, coerentemente con la propria storia e identità politica. Una crescente distanza tra principi e pratiche politiche Tuttavia, questa attenzione dichiarata alla difesa dei diritti delle donne e del popolo afghano appare sempre meno coerente con alcune scelte politiche concrete adottate in questa fase sia dagli Stati membri sia dalle istituzioni europee. Infatti, osservando provvedimenti, dichiarazioni e iniziative rivolte ai migranti afghani, emerge una direzione diversa: accanto alle prese di posizione ufficiali, si sono sviluppati contatti e colloqui con i rappresentanti del governo talebano finalizzati a facilitare i rimpatri degli afghani ritenuti “indesiderati”, anziché esercitare una reale pressione per l’allentamento delle loro politiche repressive. In questo quadro, la crescente pressione dell’opinione pubblica europea a favore di un contenimento dei flussi migratori ha contribuito a trasformare il rifiuto formale del riconoscimento del governo talebano in un dialogo sempre più pratico e operativo. Ne è un esempio la progressiva normalizzazione dei contatti tecnici, che hanno finito per sostituire il negato riconoscimento politico con relazioni di fatto con delegati talebani e con l’accettazione di ambasciatori designati da Kabul. Si arriva così all’annuncio dell’invito della Commissione Europea a rappresentanti talebani per un incontro “tecnico” a Bruxelles, previsto per giugno, volto a discutere la possibilità di espulsione di cittadini afghani presenti in Europa. Secondo il portavoce Markus Lammert, si tratterebbe di un “incontro di follow-up”, successivo ai colloqui già svolti in Afghanistan, nell’ambito del dialogo operativo sui rimpatri. Il rischio di legittimazione politica Un incontro, tuttavia, fortemente contestato. Il Relatore speciale sui diritti umani in Afghanistan per le Nazioni Unite, Bennett, ha espresso preoccupazione per il rischio che qualsiasi forma di rimpatrio possa violare il principio di non respingimento, alla luce delle diffuse violazioni dei diritti umani. Anche la diaspora afghana e numerose organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato l’iniziativa come un tradimento dei diritti fondamentali. Sul piano politico, la maggior parte delle forze europee ha sottolineato come non esistano incontri realmente “tecnici”, poiché ogni contatto rischia di contribuire a una normalizzazione del regime talebano e a conferirgli una legittimità indiretta. Riconoscere anche solo indirettamente una qualche legittimità ad attori che violano sistematicamente i principi dell’Unione Europea finisce per indebolirne l’autorevolezza morale e la credibilità come garante dei diritti fondamentali. Anche Cecilia Strada – nel video che pubblichiamo – ha esortato a non fare alcun compromesso con i Talebani e invitato la Commissione a desistere dai colloqui. Una diplomazia silenziosa di avvicinamento di fatto Le contestazioni hanno portato il 21 maggio il Parlamento Europeo a esprimere una posizione contraria all’iniziativa, nell’ambito della delibera che condanna il Codice giuridico adottato dai Talebani e, più in generale, contro il riconoscimento del loro governo e per un impegno a riconoscere l’Apartheid di genere come crimine contro l’umanità. Tuttavia, l’invito non è stato ritirato. L’iniziativa si inserisce infatti in un processo di avvicinamento graduale, spesso definito “tecnico” o “pragmatico”, che si traduce in una diplomazia silenziosa fatta di piccoli passi e contatti informali. Dietro la definizione di “dialogo tecnico” si nasconde l’ambiguità della attuale fase politica europea: il difficile tentativo di mantenere l’equilibrio tra il rifiuto formale di legittimare i Talebani e la volontà di interagire con loro su questioni operative come i rimpatri.   CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
May 31, 2026
Pressenza
Per la pace. Il «cucire» delle donne e…
… e il mondo che si salva con la vita. In piazza il 21 giugno a Roma. di Rosangela Pesenti (*) Per la pace firmo qualsiasi appello. Per la pace, il sostegno alla flottilla, la denuncia del genocidio in Palestina e della pulizia etnica in Cisgiordania, contro l’aggressione all’Ucraina e all’Iran, indipendentemente dalla mia distanza politica (un baratro) dai due
Portavoce del KJAR: Senza l’unità delle donne, né il regime né la società possono cambiare
Affermando che né il regime né la società iraniana possono cambiare senza l’unità delle donne, Rozerîn Kemanger, portavoce del Comitato per le relazioni estere del KJAR, ha dichiarato: “Le componenti dello Stato sono dominate dagli uomini e centralizzate. Le componenti di ‘jin, jiyan, azadî’ sono le donne e la società. Due linee di demarcazione molto nette si contrappongono”. In Iran, dopo la morte di Jîna Emînî il 16 settembre 2022, tre giorni dopo il suo arresto da parte della Polizia Morale per aver presumibilmente violato il codice di abbigliamento obbligatorio indossando il velo in modo improprio, è iniziata una nuova era. La resistenza “jin, jiyan, azadî (Donna, vita, libertà)”, guidata dalle donne contro l’oppressione e i divieti del regime, si è rapidamente diffusa in tutto il mondo. La lotta in seguito ha portato anche all’unificazione delle organizzazioni femminili sotto una piattaforma comune. Nîna (Organizzazione per la libertà delle donne del Kurdistan), Orizzonte delle donne curde, l’Organizzazione per la lotta delle donne del Kurdistan iraniano, l’Unione democratica delle donne del Kurdistan iraniano e la Comunità delle donne libere del Kurdistan orientale (KJAR) si sono riunite nella “Piattaforma delle donne del Kurdistan orientale – JÎNA” e hanno concordato una lotta comune. La piattaforma ha definito il suo obiettivo principale come l’unione della forza intellettuale e politica delle donne e la lotta contro ogni forma di discriminazione di genere, nazionale, culturale e di classe diretta contro le donne curde in Iran, collegando al contempo la lotta per i diritti delle donne alla lotta di liberazione nazionale. Rozerîn Kemanger, portavoce del Comitato per le relazioni estere della KJAR, ha rilasciato un’intervista all’agenzia Mezopotamya (MA) in merito alle pressioni subite dalle donne in Iran e alla resistenza che oppongono a tali pressioni. Rozerîn Kemanger ha sottolineato l’importanza della piattaforma, affermando: “Non bastano gli appelli, ma è necessario che questi si traducano in azioni concrete. Dobbiamo agire in modo degno delle donne che hanno dato la vita per la libertà nelle strade”. Resistenza jin, jiyan, azadî Richiamando l’attenzione sulla guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, Rozerîn Kemanger ha affermato che il conflitto non è sorto all’improvviso e che ogni attore coinvolto ha i propri interessi. Sostiene che, sebbene le politiche dell’Iran si siano evolute negli ultimi decenni, la sua repressione interna e le sue politiche interventiste regionali in paesi come Iraq, Libano e Siria sono rimaste invariate. “Tuttavia, la guerra principale condotta dal regime iraniano è stata contro la propria società e il proprio popolo”, ha affermato, aggiungendo che il sistema si è indebolito nel momento in cui ha iniziato a colpire direttamente la società. Rozerîn Kemanger ha affermato che l’Iran si è indebolito in modo particolare dopo la resistenza “jin, jiyan, azadî”. “L’essenza della struttura sociale iraniana è la resistenza, la ribellione e l’opposizione”, ha dichiarato, ricordando le precedenti rivolte nel paese. Secondo lei, la rivolta guidata dalle donne si è trasformata in un movimento sociale più ampio perché la questione delle donne in Iran non è solo una questione di genere, ma anche una questione di sopravvivenza per la società stessa. Le donne hanno guidato l’intero processo, sia a livello teorico che pratico. Hanno portato la società in piazza e l’hanno risvegliata alla ribellione”, ha aggiunto. «Senza la libertà delle donne, la società non può essere libera» Affermando che “la società non può essere libera se le donne non sono libere”, Rozerîn Kemanger ha dichiarato che lo Stato islamico iraniano si fonda su una struttura centralizzata, autoritaria e dominata dagli uomini, mentre il movimento “jin, jiyan, azadî” si basa sui giovani, sulle donne e sulla società. «Due linee di demarcazione molto nette si sono contrapposte, e alla fine ha prevalso il principio di “jin, jiyan, azadî”», ha affermato, descrivendo il movimento come la prova di un importante risveglio sociale. L’Iran deve democratizzarsi Rozerîn Kemanger ha affermato che il regime ha intensificato la repressione con l’aumento della resistenza, in particolare contro le donne. “La situazione nelle carceri è grave e nessuno sa cosa stia succedendo lì”, ha dichiarato, aggiungendo che il regime è politicamente esausto e incapace di trovare soluzioni. “Un regime indebolito e in fase di collasso si trova ora ad affrontare una società organizzata, dinamica e pronta a resistere”, ha affermato Rozerîn Kemanger, aggiungendo: “L’Iran deve democratizzarsi, altrimenti il popolo non può continuare a vivere sotto un simile sistema”. «Senza l’unità delle donne, il regime non può cambiare» Rozerîn Kemanger ha sottolineato che, dopo la guerra, le organizzazioni curde e successivamente quelle femminili si sono unite sotto un’unica egida. “In ogni movimento di resistenza e insurrezione, abbiamo visto che senza l’unità delle donne, né un regime né una società possono cambiare”, ha affermato. Ha sottolineato che le donne in Iran condividono problemi comuni e pertanto devono creare insieme soluzioni comuni. “KJAR non affronta le questioni femminili individualmente. «La questione femminile trascende la politica», ha affermato, sottolineando che l’organizzazione è in contatto con diversi gruppi femminili in Kurdistan, Iran, Afghanistan e Medio Oriente. Rozerîn Kemanger ha affermato che le donne continuano a guidare la resistenza nelle strade, nelle carceri e in ogni ambito della vita nel Kurdistan orientale.   Ha concluso: “Abbiamo speranza, e questa speranza sta diventando realtà. La libertà nel Rojhilat arriverà grazie alla guida delle donne”. MA / Adnan Bilen L'articolo Portavoce del KJAR: Senza l’unità delle donne, né il regime né la società possono cambiare proviene da Retekurdistan.it.
May 17, 2026
Retekurdistan.it
Donne palestinesi nelle gabbie israeliane
Incinte, malate, imprigionate. La difficile situazione situazione delle donne palestinesi nelle carceri israeliane. Ali Shawahneh, 46 anni, non ha tempo per cercare lavoro. Da quando Israele ha arrestato sua moglie, Amina Tawil, 36 anni, nella loro casa di Qalqilya, è diventato sia padre che madre per i loro quattro figli. […] L'articolo Donne palestinesi nelle gabbie israeliane su Contropiano.
May 15, 2026
Contropiano
Giovedì 14 maggio laboratorio online “Disarmarsi nella quotidianità e nelle scuole” della Lega Internazionale di Donne per la Pace e la Libertà
GIOVEDÌ 14 MAGGIO, ORE 18.00 CONFERENZA E LABORATORIO ONLINE, LINK La Women’s International League for Peace and Freedom (WILPF) Italia terrà il quinto e ultimo incontro del percorso “Abolire il nucleare, educare alla pace” giovedì 14 maggio alle ore 18. L’appuntamento ha il titolo “Disarmarsi nella quotidianità e nelle scuole” e si realizzerà in forma laboratoriale. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e l’Associazione Nazionale Per la Scuola della Repubblica hanno collaborato al progetto e interverranno giovedì grazie a Roberta Leoni e Anna Angelucci. Leggiamo dall’invito di WILP Italia: > «In questo laboratorio pratico con Vanessa Hanson, social media manager di > ICAN, scopriremo come fare attivismo per il disarmo nucleare ogni giorno, > attraverso i social e altri strumenti di comunicazione. Rifletteremo sul ruolo > dei e delle giovani nella costruzione di un mondo libero da armi nucleari e > progetteremo insieme attività e laboratori che gli e le insegnanti potranno > riproporre in classe.» Per saperne di più, potete visitare il sito web dedicato al progetto. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: MAKE A ONE-TIME DONATION Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Donate -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A MONTHLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate monthly -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A YEARLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate yearly