Fabbrica e territorio: due culture politiche

Comune-info - Friday, June 12, 2026

La centralità che un tempo rivestivano fabbriche, salari e rapporti con lo Stato, che spaziavano dallo scontro alla negoziazione, è diventata molto meno rilevante nella vita reale delle persone. Una nuova cultura politica, nata intorno a chi vive i territori, dove sono più feroci le nuove aggressioni del capitalismo ma dove emergono anche inedite azioni collettive intorno ai temi dell’autonomia, ha cominciato ovunque a prendere piede negli ultimi trent’anni. Tuttavia, scrive Raúl Zibechi, resta aperta una questione difficile da risolvere: come rapportarsi con la cultura politica del lavoro salariato e delle fabbriche: sembra necessario costruire ponti

A proposito di inedite alleanze e territorio: un’assemblea (7 giugno 2026) a Firenze del
Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn con le filiere contadine di produzione diretta e con chi lotta contro lo sfruttamento nelle campagne

Per gran parte del XX secolo, e anche per una porzione del secolo precedente, i capitalisti erano determinati ad acquisire lavoratori, in particolare lavoratori qualificati, al fine di sfruttarli e accrescere la propria ricchezza. Il fulcro della vita economica ruotava attorno al lavoro salariato. I lavoratori si costituirono in classe attraverso conflitti con i capitalisti e lo Stato, dando vita a sindacati e partiti politici per contrastarne il potere. Con la “rivoluzione mondiale del 1968” (Wallerstein), il capitale si sentì messo alle strette e iniziò a smantellare i tradizionali complessi industriali, delocalizzando le fabbriche in Cina e in Asia e automatizzando gli impianti di produzione, fino ad arrivare alla robotizzazione, eliminando così la problematica presenza dei lavoratori. Il nucleo dell’accumulazione si spostò dal capitale produttivo a quello speculativo. L’accumulazione per espropriazione o furto (Harvey) è diventata più importante della riproduzione su larga scala del capitale (Marx), che non è mai scomparsa, ma ha cessato di essere il nucleo dell’arricchimento capitalistico in Occidente. Parallelamente, ma come parte dello stesso processo, il capitale più concentrato ha monopolizzato il potere politico, impadronendosi degli Stati nazionali per trasformarli in scudi per i propri interessi. Le cosiddette libertà democratiche sono sempre più limitate, quando ancora esistono.

Con questi cambiamenti, sorgono anche nuove sfide per i popoli oppressi e sfruttati del mondo. La più importante è che la cultura dell’azione collettiva del periodo dell’egemonia industriale (sempre in Occidente) non era più sufficiente né utile nel periodo dell’espropriazione. La centralità che un tempo rivestivano fabbriche, salari e rapporti con lo Stato (che spaziavano dallo scontro alla negoziazione) è diventata molto meno rilevante nella vita reale.

Ma questo non valeva per la coscienza collettiva, quindi il mondo del lavoro ha continuato a funzionare sostanzialmente allo stesso modo. Si tratta di un fenomeno comune nella storia sociale, poiché la cultura in generale, e la cultura politica in particolare, si evolve molto più lentamente delle relazioni sociali. Sebbene le arti spesso anticipino il futuro e mantengano un atteggiamento critico, il potere creativo viene solitamente soffocato dall’implacabile ostilità dei media mainstream e dalla mercificazione dell’espressione artistica, cosicché la creatività finisce per essere assoggettata al mercato o relegata ai margini.

A poco a poco, le comunità scoprirono che la trasformazione capitalistica aveva trasformato i loro territori in centri di accumulazione attraverso l’espropriazione. Gli anni ’90 furono un decennio cruciale, con l’avvento del neoliberismo che generò ondate sismiche in grado di riorganizzare completamente i settori industriali e il mondo del lavoro. In quegli stessi anni, si verificò un profondo cambiamento nel concetto stesso di territorio, che cessò di essere lo spazio in cui si instaura il monopolio della violenza legittima (Weber), per diventare invece un insieme eterogeneo di territori all’interno dello stesso Stato-nazione. La vera novità risiede nel ruolo dei popoli che abitano questi territori: principalmente comunità indigene, nere e contadine, sebbene anche le periferie urbane abbiano iniziato a svolgere un ruolo di primo piano.

L’accumulazione per espropriazione implica lo spostamento delle popolazioni per riorganizzare i territori a beneficio del capitale (Subcomandante Marcos), il che in realtà rende visibili i soggetti collettivi che li abitano. Pur non volendo cadere in un determinismo semplicistico, credo che la trasformazione del capitalismo e dello Stato, e l’emergere di nuovi soggetti collettivi, siano alla base dell’ascesa di una nuova cultura politica che ha iniziato a prendere piede negli anni ’90.

Questa nuova cultura dell’azione collettiva, che pone al centro i territori e le persone che li abitano, ruota attorno all’autogoverno territoriale e alla difesa dei propri spazi: modalità che definiamo autonomia. Non è un caso che le autonomie stiano prendendo piede nel continente proprio quando si intensificano gli espropri, perché per queste popolazioni è il modo migliore per difendere il proprio territorio e la propria vita.

I nuovi problemi che stanno emergendo sono: come difenderci meglio dalla violenza militare, narco-paramilitare che converge per facilitare l’espropriazione; come e in che modo costruire qualcosa di nuovo nei nostri territori, che non sia una mera copia del vecchio. Questi sono dibattiti di primaria importanza. Una questione difficile da risolvere, sulla quale abbiamo fatto pochi progressi, è come rapportarsi a queste due culture politiche: quella del lavoro salariato e quella della terra, quella che guarda allo Stato e quella che costruisce l’autonomia.

È possibile che una sola di queste due culture non sia sufficiente a fermare il capitalismo, quindi sembra necessario costruire ponti e, auspicabilmente, stringere alleanze. Sono convinto che l’autonomia sia il modo migliore per difendere la vita, ma comprendo anche che per le popolazioni urbane rappresenta una sfida talmente ardua da sembrare irraggiungibile.

Inviato anche a La Jornada

L'articolo Fabbrica e territorio: due culture politiche proviene da Comune-info.