
Il 2 Giugno tradito: dalla Repubblica della Resistenza alla sfilata delle armi
Pressenza - Tuesday, June 2, 2026Nel suo messaggio per l’80esimo anniversario della Repubblica, il Presidente Sergio Mattarella ha ricordato quel 2 giugno 1946 come «un atto di libertà senza precedenti», una scelta compiuta da donne e uomini per lasciarsi alle spalle le macerie del fascismo e della guerra, definendo le Forze Armate come «presidio dei principi alla base della pacifica convivenza». Eppure, al di là del cerimoniale e della solennità delle parole presidenziali, questa celebrazione rischia di ridursi a un esercizio di vuota retorica istituzionale.
C’è una distanza ormai incolmabile tra la “casa comune” evocata dal Colle e la realtà materiale del Paese.
La parata militare che attraversa i Fori Imperiali nasconde una realtà ben diversa da quella immaginata dai padri costituenti, trasformando una data che dovrebbe appartenere ai diritti, alla democrazia sociale e al ripudio del conflitto in una sfilata di reparti pronti al fronte e tecnologie di distruzione.
La Repubblica nata dalla Resistenza, discussa all’interno dell’Assemblea Costituente, era un progetto radicale di trasformazione sociale e, prima di tutto, un’architettura istituzionale di Pace. I partigiani, le donne e gli uomini che avevano combattuto nella lotta di Liberazione uscivano dall’inferno del conflitto mondiale con la profonda convinzione che la democrazia non potesse esistere senza il ripudio totale della guerra e di ogni forma di militarismo. Sognavano una Repubblica fondata sul lavoro come strumento di dignità e libertà, e sulla giustizia sociale, sancita in modo inequivocabile dall’articolo 3 della Carta: rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto l’uguaglianza dei cittadini. Per quella generazione, la redistribuzione della ricchezza, la sanità pubblica, l’istruzione di massa e la coesistenza pacifica tra i popoli non erano elementi separati, ma pilastri insostituibili e strettamente interconnessi di una società nuova, radicalmente antitetica all’avventurismo bellico del ventennio.
Il bilancio degli ultimi decenni fotografa invece il crollo verticale di quel progetto.
Le statistiche ufficiali dell’Istat descrivono un Paese profondamente lacerato dalle disuguaglianze, dove la povertà assoluta non è più un’emergenza passeggera ma un fenomeno strutturale che riguarda il 9,7% della popolazione: parliamo di 5,7 milioni di persone che vivono sotto la soglia minima di sussistenza.
A questa situazione drammatica si aggiunge l’ombra della povertà relativa e dell’esclusione sociale, un bacino di vulnerabilità cronica che stringe nella sua morsa l’11,1% delle famiglie italiane, pari a circa 8,5 milioni di individui costantemente a rischio di scivolare nell’indigenza.
Di fronte a questi dati, l’appello presidenziale ai “doveri di solidarietà” suona drammaticamente astratto, se non accompagnato da politiche economiche di segno opposto.
Il tradimento più evidente della promessa costituzionale riguarda proprio il lavoro, che l’articolo 1 pone a fondamento dello Stato. I dati ISTAT e le principali rilevazioni europee descrivono con chiarezza l’espansione del fenomeno dei “lavoratori poveri”. In Italia, circa un occupato su dieci si colloca oggi a rischio povertà, segno che l’impiego ha perso la sua funzione di riscatto e sicurezza: avere un lavoro non basta più a evitare condizioni di deprivazione.
A questo quadro contribuisce la diffusione del lavoro discontinuo, dei contratti pirata e del part-time involontario, che in molte rilevazioni oscilla intorno a un lavoratore su dieci, colpendo duramente l’occupazione giovanile e femminile. Negli ultimi decenni, la dinamica salariale ha inoltre mostrato una stagnazione prolungata e unica in Europa: l’Italia è tra i paesi OCSE con la più debole crescita dei salari reali nel lungo periodo, rimasti fermi o addirittura arretrati rispetto alla fine del secolo scorso.
Quell’idea di solidarietà collettiva che animava la Costituzione è stata progressivamente erosa da un modello economico che ha indebolito il lavoro, frammentato le tutele e ridimensionato lo stato sociale a favore delle privatizzazioni.
In questo quadro di arretramento, il disconoscimento della Repubblica di Pace si fa lampante nel modo in cui lo Stato sceglie di celebrare il 2 Giugno. Esibire i muscoli dello Stato attraverso i sistemi d’arma calpesta lo spirito profondo dei costituenti. È una scelta in palese contraddizione con l’articolo 11 della Carta, che ripudia solennemente la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Nel suo messaggio [Quirinale : Messaggio del Presidente Mattarella alle Forze Armate in occasione del 80° anniversario della Repubblica Italiana], Mattarella ha affermato che non può esservi benessere se una parte dell’umanità vive nella precarietà e che l’Italia lavora per uscire da una fase di permanente conflittualità.
Eppure, le scelte geopolitiche concrete della classe dirigente vanno nella direzione opposta.
La sfilata delle armi è inaccettabile alla luce degli attuali scenari internazionali, segnati da una spinta pericolosa verso il riarmo globale.
L’Italia, anziché farsi portatrice di quella neutralità attiva ispirata dalla Resistenza, si è appiattita su logiche di scontro frontale e di cobelligeranza di fatto. La partecipazione italiana ai conflitti odierni si esprime sia nell’invio continuativo di armi all’Ucraina (coordinato con NATO e UE), sia nelle missioni navali nel Mar Rosso. Anche verso Israele, nonostante le accuse internazionali e i massacri di civili, il legame strutturale non si è mai interrotto: restano attive le forniture di armi e i programmi industriali multinazionali.
Questa postura si inserisce in una traiettoria di forte crescita delle spese militari, che il SIPRI attesta a 30-32 miliardi di dollari annui, mentre il calcolo integrato in ambito NATO (che include missioni all’estero e investimenti industriali del Ministero del Made in Italy per l’acquisto di armi) tocca i 45 miliardi di euro complessivi. Si spendono decine di miliardi per i sistemi d’arma mentre si dice ai cittadini che mancano le risorse per la sanità pubblica, per la scuola, per la sicurezza del territorio o per contrastare la miseria di quei quasi sei milioni di indigenti.
La Repubblica si difende attuando i diritti fondamentali, non mostrando gli arsenali o alimentando i conflitti altrui. La vera parata acrobatica dovrebbe essere quella dei lavoratori, dei medici, degli insegnanti e di chi tiene in piedi i servizi pubblici elementari, non quella delle tecnologie di distruzione.
Per ritrovare il senso profondo di questa data è necessario guardare alla figura di Sandro Pertini, il Presidente che più di ogni altro ha incarnato il legame indissolubile tra lotta partigiana, pacifismo e istituzioni democratiche. Fiero oppositore di ogni militarismo e di ogni logica di blocco contrapposto, Pertini ha lasciato una lezione politica che i governi sembrano aver dimenticato.
Nel proprio discorso d’insediamento, il 9 luglio 1978, e poi ancora in altre occasioni Pertini diceva:
Si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai di vita, sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame.
Una frase che oggi risuona come un atto d’accusa contro l’attuale gestione delle risorse pubbliche.
Celebrare l’80° anniversario della Repubblica non può più essere un esercizio di memoria passiva o di rassegnata testimonianza di fronte a un testo costituzionale ampiamente inattuato.
Di fronte a sei milioni di poveri e a miliardi spesi in armamenti, c’è un preciso dovere politico che chiama alla mobilitazione le forze sociali, i movimenti e i cittadini.
È il momento di rompere il silenzio, di disertare la retorica della parata e di costruire un’opposizione reale e diffusa contro la politica del riarmo e dello smantellamento dei diritti. Riprendersi il senso del 2 Giugno significa organizzarsi e lottare nelle piazze e nei territori per imporre un’agenda politica radicalmente diversa: che rimetta al centro la pace, la redistribuzione della ricchezza e la piena attuazione della Carta del 1948. Il testimone della Resistenza spetta a noi raccoglierlo, trasformando la memoria in conflitto politico per un’Italia fondata davvero sul lavoro, sull’uguaglianza e sulla giustizia sociale.