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Il 2 Giugno tradito: dalla Repubblica della Resistenza alla sfilata delle armi
Nel suo messaggio per l’80esimo anniversario della Repubblica, il Presidente Sergio Mattarella ha ricordato quel 2 giugno 1946 come «un atto di libertà senza precedenti», una scelta compiuta da donne e uomini per lasciarsi alle spalle le macerie del fascismo e della guerra, definendo le Forze Armate come «presidio dei principi alla base della pacifica convivenza». Eppure, al di là del cerimoniale e della solennità delle parole presidenziali, questa celebrazione rischia di ridursi a un esercizio di vuota retorica istituzionale. C’è una distanza ormai incolmabile tra la “casa comune” evocata dal Colle e la realtà materiale del Paese. La parata militare che attraversa i Fori Imperiali nasconde una realtà ben diversa da quella immaginata dai padri costituenti, trasformando una data che dovrebbe appartenere ai diritti, alla democrazia sociale e al ripudio del conflitto in una sfilata di reparti pronti al fronte e tecnologie di distruzione. La Repubblica nata dalla Resistenza, discussa all’interno dell’Assemblea Costituente, era un progetto radicale di trasformazione sociale e, prima di tutto, un’architettura istituzionale di Pace. I partigiani, le donne e gli uomini che avevano combattuto nella lotta di Liberazione uscivano dall’inferno del conflitto mondiale con la profonda convinzione che la democrazia non potesse esistere senza il ripudio totale della guerra e di ogni forma di militarismo. Sognavano una Repubblica fondata sul lavoro come strumento di dignità e libertà, e sulla giustizia sociale, sancita in modo inequivocabile dall’articolo 3 della Carta: rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto l’uguaglianza dei cittadini. Per quella generazione, la redistribuzione della ricchezza, la sanità pubblica, l’istruzione di massa e la coesistenza pacifica tra i popoli non erano elementi separati, ma pilastri insostituibili e strettamente interconnessi di una società nuova, radicalmente antitetica all’avventurismo bellico del ventennio. Il bilancio degli ultimi decenni fotografa invece il crollo verticale di quel progetto. Le statistiche ufficiali dell’Istat descrivono un Paese profondamente lacerato dalle disuguaglianze, dove la povertà assoluta non è più un’emergenza passeggera ma un fenomeno strutturale che riguarda il 9,7% della popolazione: parliamo di 5,7 milioni di persone che vivono sotto la soglia minima di sussistenza. A questa situazione drammatica si aggiunge l’ombra della povertà relativa e dell’esclusione sociale, un bacino di vulnerabilità cronica che stringe nella sua morsa l’11,1% delle famiglie italiane, pari a circa 8,5 milioni di individui costantemente a rischio di scivolare nell’indigenza. Di fronte a questi dati, l’appello presidenziale ai “doveri di solidarietà” suona drammaticamente astratto, se non accompagnato da politiche economiche di segno opposto. Il tradimento più evidente della promessa costituzionale riguarda proprio il lavoro, che l’articolo 1 pone a fondamento dello Stato. I dati ISTAT e le principali rilevazioni europee descrivono con chiarezza l’espansione del fenomeno dei “lavoratori poveri”. In Italia, circa un occupato su dieci si colloca oggi a rischio povertà, segno che l’impiego ha perso la sua funzione di riscatto e sicurezza: avere un lavoro non basta più a evitare condizioni di deprivazione. A questo quadro contribuisce la diffusione del lavoro discontinuo, dei contratti pirata e del part-time involontario, che in molte rilevazioni oscilla intorno a un lavoratore su dieci, colpendo duramente l’occupazione giovanile e femminile. Negli ultimi decenni, la dinamica salariale ha inoltre mostrato una stagnazione prolungata e unica in Europa: l’Italia è tra i paesi OCSE con la più debole crescita dei salari reali nel lungo periodo, rimasti fermi o addirittura arretrati rispetto alla fine del secolo scorso. Quell’idea di solidarietà collettiva che animava la Costituzione è stata progressivamente erosa da un modello economico che ha indebolito il lavoro, frammentato le tutele e ridimensionato lo stato sociale a favore delle privatizzazioni. In questo quadro di arretramento, il disconoscimento della Repubblica di Pace si fa lampante nel modo in cui lo Stato sceglie di celebrare il 2 Giugno. Esibire i muscoli dello Stato attraverso i sistemi d’arma calpesta lo spirito profondo dei costituenti. È una scelta in palese contraddizione con l’articolo 11 della Carta, che ripudia solennemente la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Nel suo messaggio [Quirinale : Messaggio del Presidente Mattarella alle Forze Armate in occasione del 80° anniversario della Repubblica Italiana], Mattarella ha affermato che non può esservi benessere se una parte dell’umanità vive nella precarietà e che l’Italia lavora per uscire da una fase di permanente conflittualità. Eppure, le scelte geopolitiche concrete della classe dirigente vanno nella direzione opposta. La sfilata delle armi è inaccettabile alla luce degli attuali scenari internazionali, segnati da una spinta pericolosa verso il riarmo globale. L’Italia, anziché farsi portatrice di quella neutralità attiva ispirata dalla Resistenza, si è appiattita su logiche di scontro frontale e di cobelligeranza di fatto. La partecipazione italiana ai conflitti odierni si esprime sia nell’invio continuativo di armi all’Ucraina (coordinato con NATO e UE), sia nelle missioni navali nel Mar Rosso. Anche verso Israele, nonostante le accuse internazionali e i massacri di civili, il legame strutturale non si è mai interrotto: restano attive le forniture di armi e i programmi industriali multinazionali. Questa postura si inserisce in una traiettoria di forte crescita delle spese militari, che il SIPRI attesta a 30-32 miliardi di dollari annui, mentre il calcolo integrato in ambito NATO (che include missioni all’estero e investimenti industriali del Ministero del Made in Italy per l’acquisto di armi) tocca i 45 miliardi di euro complessivi. Si spendono decine di miliardi per i sistemi d’arma mentre si dice ai cittadini che mancano le risorse per la sanità pubblica, per la scuola, per la sicurezza del territorio o per contrastare la miseria di quei quasi sei milioni di indigenti. La Repubblica si difende attuando i diritti fondamentali, non mostrando gli arsenali o alimentando i conflitti altrui. La vera parata acrobatica dovrebbe essere quella dei lavoratori, dei medici, degli insegnanti e di chi tiene in piedi i servizi pubblici elementari, non quella delle tecnologie di distruzione. Per ritrovare il senso profondo di questa data è necessario guardare alla figura di Sandro Pertini, il Presidente che più di ogni altro ha incarnato il legame indissolubile tra lotta partigiana, pacifismo e istituzioni democratiche. Fiero oppositore di ogni militarismo e di ogni logica di blocco contrapposto, Pertini ha lasciato una lezione politica che i governi sembrano aver dimenticato. Nel proprio discorso d’insediamento, il 9 luglio 1978, e poi ancora in altre occasioni Pertini diceva: > Si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai di > vita, sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la > fame. Una frase che oggi risuona come un atto d’accusa contro l’attuale gestione delle risorse pubbliche. Celebrare l’80° anniversario della Repubblica non può più essere un esercizio di memoria passiva o di rassegnata testimonianza di fronte a un testo costituzionale ampiamente inattuato. Di fronte a sei milioni di poveri e a miliardi spesi in armamenti, c’è un preciso dovere politico che chiama alla mobilitazione le forze sociali, i movimenti e i cittadini. È il momento di rompere il silenzio, di disertare la retorica della parata e di costruire un’opposizione reale e diffusa contro la politica del riarmo e dello smantellamento dei diritti. Riprendersi il senso del 2 Giugno significa organizzarsi e lottare nelle piazze e nei territori per imporre un’agenda politica radicalmente diversa: che rimetta al centro la pace, la redistribuzione della ricchezza e la piena attuazione della Carta del 1948. Il testimone della Resistenza spetta a noi raccoglierlo, trasformando la memoria in conflitto politico per un’Italia fondata davvero sul lavoro, sull’uguaglianza e sulla giustizia sociale. Giovanni Barbera
June 2, 2026
Pressenza
Parata del 2 giugno: anche i cavalli obiettano
Se non fosse per i tre giovani militari dei Lancieri di Montebello, due dei quali donne, e per la poliziotta, che si sono feriti e che sono stati ricoverati in ospedale, fortunatamente non in pericolo di vita, anche se due sono in condizioni critiche, ci sarebbe da ridere, ma purtroppo i fatti accaduti a Roma nella notte tra il 29 ed il 30 maggio sono molto seri e gravi. Durante la prova della sfilata del 2 giugno, tenutasi in via delle Terme di Caracalla, quattro agenti della polizia urbana avrebbero fatto esplodere dei peterdi e dei fuochi d’artificio (pare sia una stravagante tradizione con diversi precedenti negli anni passati). Il rumore improvviso delle esplosioni ha provocato la fuga precipitosa di una trentina di cavalli terrorizzati, che al galoppo hanno mandato in tilt il traffico, provocando diversi tamponamenti, sulla Cristoforo Colombo,  una delle principali arterie della Capitale. Secondo il Sole 24 Ore, oltre ai feriti umani si sarebbero feriti una quindicina di cavalli tra questi uno in modo così grave da deciderne frettolosamente l’abbattimento, insomma un vero e proprio disastro. Giovanni Barbera,  Segretario della Federazione Romana del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, e collaboratore di Pressenza, ha dichiarato: “La clamorosa fuga dei cavalli dell’Esercito non è un semplice incidente di percorso. E’, a tutti gli effetti, un gesto simbolico e involontariamente potente di disobbedienza alla messa in scena della militarizzazione della nostra Repubblica. La natura ci ha offerto una inattesa lezione. E’ bastato il rumore di alcuni petardi a ricordare che i cavalli sono animali liberi e sensibili, che non intendono essere comparse di una parata militare”. La parata militare venne abolita durante la Presidenza di Sandro Pertini, il Partigiano Socialista che arrivò ad essere la più alta carica dello stato, e che, rigorosamente in linea con l’articolo 11 della Costituzione della Repubblica, nel suo discorso d’insediamento il 9 luglio 1978 pronunciò una delle sue frasi più famose “L’Italia deve essere nel mondo portatrice di Pace. Si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, sorgente di vita per milioni di creature umane, che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti popoli della terra. Questa è la strada, la strada della Pace che noi dobbiamo seguire”, una esortazione che più volte ribadì durante il suo settennato. Il presidente Francesco Cossiga ripristinò la festa. Ricordo come durante il suo mandato (1985-1999) mi ritrovai ad essere testimone di una riuscita contestazione: da un camioncino, in piazza Corrado Ricci, uscirono, in costume da bagno, ciambella ai fianchi e pinne, una decina di manifestanti, uomini e donne, che tentarono di marciare verso via dei Fori Imperiali. Ad aprire l’improvvisato manipolo un gonfalone che recava la scritta “Trippe da sbarco”. Dopo lo stupore iniziale vennero trascinati via a forza, mentre sbattevano le pinne. Anche il Presidente Oscar Luigi Scalfaro, che con Pietro Ingrao sventolò in una oceanica manifestazione per la Pace e contro la guerra in Iraq, la bandiera arcobaleno della Pace, aveva ben altra idea di come celebrare la nascita della Repubblica. La Sfilata in pompa magna, venne ripristinata dal presidente Ciampi, che evidentemente condivideva l’idea, non autenticamente Patriotica ma militarista e patriotarda, che la massima espressione della Repubblica sia la potenza del suo esercito. Alfio Nicotra, di “Un Ponte per…” che fa parte della Rete Pace e disarmo ha dichiarato “Quella che dovrebbe essere una festa civile, si festeggia infatti un referendum che ha scelto di farla finita con la monarchia, è diventata una parata militare. A festeggiare dovono essere i cittadini e le cittadine. Il Presidente Sandro Pertini aveva abolito la parata poichè ci vedeva un’incongruenza: è come se le truppe avessero occupato una festa di tutt’altro segno”. Insomma la parata militare deve essere abolita e nel frattempo i primi a volerla inconsapevolmente disertare sono stati i poveri cavalli dell’Esercito, a cui nessuno aveva chiesto se gradissero far parte di una triste e incostituzionale ostentazione di forza guerresca.   Mauro Carlo Zanella
June 1, 2026
Pressenza
Ancora sulla parata militare del 2 giugno
 Ci sembrano incompatibili la parata militare, che è ostentazione della forza distruttiva delle armi, e l’articolo 11 della Costituzione: la Repubblica è davanti alla scelta tra riarmo e pace (come già ribadito più volte: Verso il 2 giugno e la parata. Militarizzazione dei territori e conflitto sociale). Siamo alla vigilia del giorno in cui l’Italia celebra la nascita della Repubblica con la tradizionale parata militare del 2 giugno, e torna inevitabilmente ad affacciarsi una domanda profonda sul significato stesso della democrazia costituzionale nata dalla Resistenza. Perché sussiste un evidente dissonanza tra l’inchinarsi alle Frecce Tricolori, ai mezzi militari e all’esibizione della forza dello Stato, e la Costituzione italiana che custodisce un principio radicale ma spesso rimosso dal dibattito pubblico: l’articolo 11, quello in cui “l’Italia ripudia la guerra”, come anche dichiara l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Non un generico auspicio morale, ma una scelta storica e politica maturata dopo il fascismo, la catastrofe bellica e la devastazione prodotta dai nazionalismi imperiali del Novecento. La tensione tra la rappresentazione militare della Repubblica e il dettato costituzionale non riguarda il rispetto dovuto alle Forze armate o alle istituzioni democratiche, ma il rischio che la guerra venga progressivamente normalizzata come destino inevitabile delle relazioni internazionali. In un tempo segnato dal riarmo globale, dall’aumento delle spese militari e dalla costruzione permanente del nemico, l’articolo 11 torna così ad assumere una centralità che travalica la dimensione giuridica per investire direttamente il terreno politico, culturale e antropologico della convivenza democratica, continua ad affermare con forza e convinzione anche l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. La formula secondo cui “l’Italia ripudia la guerra” non rappresenta soltanto una dichiarazione di principio nata dalle macerie del secondo conflitto mondiale, ma costituisce il tentativo più avanzato di inscrivere nella struttura costituzionale una diversa idea di civiltà politica. In essa si condensa l’esperienza storica dell’antifascismo, della Resistenza e della consapevolezza maturata dopo la devastazione materiale, etica e morale prodotta dai nazionalismi imperiali del Novecento. Le molteplici esperienze di opposizione alla guerra presenti nelle città e nelle province italiane testimoniano la persistenza di una memoria storica che non è ancora stata completamente neutralizzata dalla normalizzazione del militarismo contemporaneo. Dai movimenti contro la leva obbligatoria alle mobilitazioni contro le basi statunitensi e NATO, dalle campagne contro il riarmo alle pratiche di obiezione di coscienza nei luoghi di lavoro, emerge un tessuto diffuso di resistenza civile che spesso rimane frammentato, locale, privo di una sintesi politica complessiva. Eppure proprio in questa pluralità risiede una possibilità storica: trasformare le lotte parziali in un progetto collettivo capace di ridefinire il rapporto tra società, Stato e guerra. La guerra contemporanea non si presenta più soltanto come evento eccezionale o dichiarazione formale tra Stati sovrani. Essa permea l’intera organizzazione economica e culturale delle società avanzate. La conversione bellica dell’economia, l’aumento delle spese militari, la subordinazione della ricerca scientifica agli interessi strategici, la costruzione mediatica del nemico e l’espansione degli apparati securitari delineano una struttura permanente di mobilitazione. In questo contesto il militarismo non opera unicamente attraverso le armi, ma mediante la progressiva interiorizzazione dell’idea che la guerra costituisca un destino inevitabile delle relazioni umane. Il vero trionfo dell’ordine bellico consiste precisamente nel trasformare la guerra da scandalo storico a normalità psicologica. Per questa ragione l’attuazione dell’articolo 11 non può limitarsi a un richiamo morale o simbolico. Se la guerra tende a diventare struttura economica e culturale, allora anche la pace deve assumere una dimensione materiale e organizzativa. Difendere il ripudio della guerra significa interrogare i meccanismi produttivi che traggono profitto dal conflitto, le alleanze internazionali che subordinano la sovranità democratica a logiche geopolitiche, le forme di dipendenza ideologica che riducono il dissenso a marginalità. La pace, in questo senso, non coincide con l’assenza passiva di guerra, ma con la costruzione attiva di rapporti sociali alternativi alla competizione distruttiva imposta dal capitalismo globale. Le lotte territoriali contro le installazioni militari assumono allora un significato che va oltre la semplice opposizione locale. Esse diventano momenti di riappropriazione democratica dello spazio pubblico e della sovranità popolare. Il segreto che spesso circonda le basi militari e gli accordi strategici internazionali rappresenta infatti una sospensione implicita della democrazia: intere porzioni di territorio vengono sottratte al controllo delle comunità in nome di interessi superiori definiti altrove. In tale dinamica si manifesta una contraddizione profonda tra costituzionalismo democratico e integrazione militare globale. Analogamente, la questione dell’obiezione di coscienza nei luoghi di lavoro apre un problema filosofico e politico di grande rilievo. In una società in cui la produzione bellica si intreccia con numerosi settori industriali e tecnologici, il lavoratore rischia di diventare ingranaggio inconsapevole di processi distruttivi che non controlla. L’obiezione non riguarda quindi soltanto la sfera individuale della coscienza morale, ma investe il tema del controllo democratico sul lavoro e sulla finalità sociale della produzione. La domanda implicita è radicale: è possibile una democrazia autentica se i processi economici fondamentali rimangono subordinati alla logica della guerra? L’orizzonte che emerge da queste riflessioni non è quello di un pacifismo astratto o puramente testimoniale. Al contrario, si tratta di riconoscere che la guerra moderna è inseparabile dalle forme di dominio economico e politico che attraversano le società contemporanee. Di conseguenza, ogni movimento che voglia realmente attuare l’articolo 11 deve confrontarsi con il problema della trasformazione sociale complessiva. La pace non può essere ridotta a invocazione etica; deve diventare pratica politica organizzata, capacità di costruire alleanze popolari, progetto di democratizzazione radicale delle istituzioni e dell’economia. In questo senso il richiamo alla Resistenza assume un valore non retorico ma storico. La Resistenza italiana non fu soltanto lotta armata contro l’occupazione nazifascista; fu anche esperienza di autorganizzazione popolare, di solidarietà collettiva, di elaborazione di un nuovo modello di società fondato sulla dignità del lavoro e sulla partecipazione democratica. L’articolo 11 nasce precisamente da quella esperienza storica e ne conserva l’ambizione più profonda: impedire che la guerra possa nuovamente costituire il principio ordinatore della vita politica. Oggi, di fronte alla crisi dell’ordine internazionale e alla crescente militarizzazione delle democrazie occidentali, l’attuazione dell’articolo 11 rappresenta forse una delle ultime possibilità di restituire contenuto sostanziale alla sovranità popolare. Non come semplice difesa di un principio costituzionale isolato, ma come ricostruzione di una cultura politica capace di opporsi alla naturalizzazione della guerra. La vera posta in gioco non riguarda soltanto la politica estera, bensì l’idea stessa di umanità che si intende preservare nel XXI secolo.     Laura Tussi
May 30, 2026
Pressenza