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Antonio Iovane / Pertini non se ne va
Antonio Iovane, autore di questo libro, è stato uno degli oltre duecentomila ragazzini che il presidente Sandro Pertini ha incontrato durante il suo settennale mandato presidenziale. Con la scuola elementare da lui frequentata, la “Principessa Mafalda”, fu ricevuto al Quirinale il 24 aprile 1985. Di quella gita a Roma ancora ricorda la figura di Pertini, asserragliato in un rettangolo delimitato da un cordone rosso nella sala dei Corazzieri, mentre invitava la scolaresca a rivolgergli “domande con impertinenza”, a dispetto del suo cognome. A quarant’anni di distanza la figura di Pertini non è stata dimenticata, anzi, emerge con forza da L’italianissimo: occorre subito chiarire che non siamo di fronte a una biografia tradizionale, tantomeno a un romanzo storico nel senso più convenzionale del termine. Abbiamo tra le mani, piuttosto, un ritratto particolare di Pertini, che ci restituisce la dimensione più umana e meno “eroica” del Presidente operaio. Prendendo spunto da un episodio reale, il ritardo di Pertini nel giorno in cui avrebbe dovuto lasciare il Quirinale, Iovane costruisce intorno a questo avvenimento una situazione dichiaratamente fantasiosa: la scomparsa del Presidente che, una volta ritrovato, comunica a tutti la sua intenzione di non abbandonare il proprio ruolo. Il mancato commiato si traduce così in una girandola di incontri con vari personaggi della politica, studenti, giornalisti e addirittura con il Papa, all’epoca Wojtyła, e naturalmente con l’amata moglie Carla Voltolina. Tra discussioni, ricordi, telefonate, incontri e contrasti, ritornano alla luce fatti noti e meno noti della vita del settimo presidente della Repubblica. Non solo episodi come quelli relativi alla Resistenza che ne esaltano la dirittura morale, la tenacia e la coerenza, ma anche alcuni che svelano una dimensione più intima, meno conosciuta. Ad esempio Pertini, per rispettare la volontà della moglie di restare lontana dai riflettori, decise di usare il Quirinale soltanto come un ufficio dove “timbrare il cartellino”, rientrando a casa ogni sera e facendosi riservare, nel palazzo del potere, soltanto una piccola stanza per la siesta pomeridiana. Oppure ritorniamo con la memoria al novembre del 1980, quando il Presidente andò in Irpinia, dopo che la terra aveva tremato per novanta secondi scrollandosi di dosso case, chiese e scuole, uccidendo quasi tremila persone. E soprattutto al momento in cui, rientrato a Roma, tenne un discorso nel quale si scagliò, come avevano fatto anche molti cittadini, contro i soccorsi tardivi, arrivando a portare alle dimissioni l’allora Ministro dell’Interno Virginio Rognoni. Oppure il discorso di fine anno del 1982 quando, dopo aver visitato i campi profughi di Sabra e Shatila colpiti durante la guerra in Libano, aveva affermato che lo Stato di Israele avrebbe dovuto essere bandito dalla società internazionale. O ancora il giorno del funerale di Guido Rossa, sindacalista dell’Italsider di Genova, ucciso dopo aver denunciato un brigatista infiltrato all’interno della fabbrica. Pertini partecipò sotto la pioggia al corteo funebre insieme ai cittadini comuni e agli operai che cantavano “Bandiera Rossa”, “I morti di Reggio Emilia” “L’Internazionale”. Decise anche di incontrare i camalli, i portuali di Genova, nonostante tra alcuni di questi e le Brigate Rosse sembrasse correre una certa simpatia. Aprì il discorso presentandosi non come il Presidente della Repubblica, ma come il “compagno Sandro” e ricorda che lui le Brigate Rosse le ha conosciute, le ha viste in faccia durante la Resistenza, sottolineando che quelle erano, per lui, le vere Brigate Rosse: quelle che insieme a lui avevano combattuto contro i fascisti, non contro i democratici concludendo che quelli di oggi erano soltanto dei codardi che sparavano contro gli operai. Gli uomini lo applaudono, apprezzando probabilmente – nella ricostruzione di Iovane – il fatto che Pertini non avesse fatto sfoggio di retorica e non avesse cercato di accattivarsi la platea con parole ruffiane; non era lì per cercare l’applauso, ma per esporre la propria opinione, per cercare di capire. C’è da chiedersi se i politici attuali possano ancora comportarsi così e Iovane, nel suo gioco di fantapolitica, suggerisce una risposta facendo apparire Enrico Berlinguer che, rivolgendosi a Pertini, gli direbbe: “Quando hai iniziato tu con la politica, presidente, c’erano le grandi passioni. Oggi c’è solo una grande macchina che si preoccupa di occupare tutti i gangli del potere. Questa classe dirigente si è incancrenita nelle proprie rendite di posizione. Solo le figure come la tua sanno riscattare la politica”. Ci sono anche episodi che ricordano qualche inciampo del Presidente avvenuto durante il suo mandato così come nella ricostruzione della strage di Bologna: quando gli venne comunicata la notizia, Pertini inveì da subito — anche se le prime informazioni riferivano dell’esplosione di una caldaia — contro i fascisti. Arrivato in elicottero a Bologna, dopo la visita ai feriti dell’Ospedale Maggiore, si reca davanti alla stazione, deturpata e piena di macerie, invasa da soccorritori, giornalisti, polvere, detriti, escavatori e ruspe. Si muove tra la scorta, la folla e i cronisti; disperato, cammina inorridito senza una direzione precisa. Quattro giorni dopo è in Piazza Maggiore, in attesa che parli il sindaco della città, Renato Zangheri. I politici erano stati bistrattati e fischiati, tutti tranne Pertini, ma nella basilica di San Petronio, quando si avvicina ai familiari delle vittime stringendo loro la mano, Annamaria Montani, figlia di una delle persone che avevano perso la vita, si rifiuta di concedergli la propria. Il capo dello Stato sembra smarrito, ferito e risentito, tanto da concludere lì il giro dei saluti. Gli altri familiari rimangono delusi, ma Pertini non vuole che quell’incidente si ripeta, non vuole rischiare; l’orgoglio gli ha fatto omettere un gesto di civiltà. Sono proprio questi episodi che spiegano come mai Pertini sia rimasto così profondamente impresso nella memoria collettiva: perché non ha quasi mai rispettato protocolli, etichette e regole; perché non ha nascosto il suo lato irascibile e permaloso; perché non si lasciava contraddire e neppure guidare, non accoglieva suggerimenti e spesso non ascoltava nessuno se non sé stesso. Lo si ricorda con affetto perché nei suoi racconti c’è sempre la mamma, perché esultò come un ragazzino al gol di Tardelli nella finale dei Mondiali di calcio del 1982, perché invocò la pace nel suo discorso di insediamento nel 1978 con quelle parole destinate a diventare una sorta di testamento politico e civile: “Si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame”. Non lo dimentichiamo perché ha vissuto tante vite, almeno otto e “tutte con la p”: patriota durante la Prima guerra mondiale, prigioniero politico per quindici anni, partigiano, padre costituente, polemista per l’Avanti!, parlamentare e, infine, presidente della Repubblica. Nell’aprirsi l’ottava e ultima delle sue vite, quella da pensionato, Iovane sembra chiedersi che cosa rimanga di un personaggio politico quando la sua epoca è finita. È una domanda che riguarda Pertini, ma non soltanto lui. Che cosa rimane di una persona pubblica quando il ruolo è finito? Quanto della sua identità coincide con l’incarico che ha ricoperto? E soprattutto, è possibile uscire davvero dalla storia? Ci sono personaggi che sembrano non volerne uscire davvero – Pertini è uno di questi.       L'articolo Antonio Iovane / Pertini non se ne va proviene da Pulp Magazine.
October 22, 2026
Pulp Magazine
Eirenefest Firenze: Letizia Fuochi, il dissenso e la pace
Eirenefest Firenze 2026: tra dissenso, responsabilità e memoria. Il dialogo tra Letizia Fuochi ed Emanuela Bavazzano Si è conclusa alla Comunità delle Piagge la tappa fiorentina di Eirenefest 2026 (il Festival del libro per la pace e la nonviolenza) con un intenso incontro che ha visto dialogare Emanuela Bavazzano e la cantautrice, storica e attivista Letizia Fuochi. Un confronto ricco, appassionato e partecipato, ricamato sul filo doppio della pace e del dissenso, tra riflessioni storiche, testimonianze e momenti musicali. Ad aprire l’incontro è stata Emanuela Bavazzano, sottolineando la necessità di esplorare percorsi non convenzionali e riflettere sull’agire politico e sociale: un cammino guidato dal richiamo agli ultimi e ai poveri del mondo. Riprendendo le parole di Beniamino Deidda — storico magistrato e figura di riferimento della comunità — Bavazzano ha ricordato come la contestazione porti con sé la riscoperta della potenzialità rivoluzionaria della coscienza, trasformando la speranza in un’azione storica concreta.   La prossimità, i gradi di separazione e la responsabilità Incalzata sugli stimoli della conduttrice, Letizia Fuochi ha ripercorso il proprio percorso umano ed artistico. Richiamando con ironia la teoria dei «sei gradi di separazione», la cantautrice ha evidenziato l’importanza della prossimità: quel filo invisibile che unisce persone, luoghi e idealità. Nata come «la Joan Baez del Quartiere 2» a Firenze, Fuochi ha raccontato come la militanza e la musica non siano state una scelta tattica, ma una necessità interiore per non soccombere all’ingiustizia. Il cuore del suo intervento si è fondato sul concetto di responsabilità, valore appreso fin dall’infanzia. Tra i ricordi più vivi, il racconto di quando, a soli cinque anni e mezzo, nel settembre 1984, decise di scrivere di propria iniziativa una lettera di auguri al Presidente della Repubblica Sandro Pertini, apponendovi persino il timbro di un cagnolino giocattolo. La risposta ufficiale giunta via telegramma poche settimane dopo le confermò una lezione fondamentale: quando si compie un gesto con intenzione sincera e trasparente, si crea il presupposto autentico per fare comunità.   L’indignazione, il rifiuto dei compromessi e l’etica Il dialogo ha poi toccato il tema delle emozioni in politica. Bavazzano ha richiamato le riflessioni di Gianadrea Franchi e Lorena Fornasier (animatori dell’associazione Linea d’Ombra di Trieste, impegnati nella cura dei migranti, a partire dai piedi rovinati dai lunghi cammini), evidenziando come l’angoscia e l’indignazione non debbano essere viste come derive paralizzanti, bensì come il motore emotivo ed esperienziale per l’azione collettiva contro l’indifferenza. Letizia Fuochi ha descritto questa spinta non come angoscia, ma come una “vertigine” di fronte all’impossibilità di tollerare l’ingiustizia. Cercare la propria «misura» nel mondo la condotta a scegliere l’arte, la musica e la storia come strumenti di scavo interiore. Fuochi ha rievocato un episodio centrale della propria giovinezza accademica: nei primi anni Duemila, durante una ricerca storicamente e politicamente scomoda sulle doppie identità di ebrei e comunisti in Italia (accolta con favore da Amos Luzzatto, allora presidente dell’UCEI), scelse di interrompere la ricerca e rinunciare a un’importante pubblicazione editoriale pur di non scendere a compromessi etici o piegarsi a logiche d’opportunismo politico. Una scelta di integrità e dignità personale che ancora oggi guida la sua voce.   I grandi fari della memoria: Piero Calamandrei ed Enrico Bocci Ampio spazio è stato dedicato alle figure storiche che hanno nutrito la coscienza civile di Letizia Fuochi. Tra queste, il partigiano Enrico Bocci, tra gli animatori di Radio Cora, ricordato per la sua straordinaria forza etica e per il rifiuto della violenza cieca persino nel pieno della guerra di Liberazione. Ma il contributo più denso e inedito ha riguardato Piero Calamandrei. Ricordando il recente lavoro condotto insieme alla famiglia del giurista e costituzionalista (sfociato anche in una presentazione ufficiale del volume alla presenza delle istituzioni), Fuochi ha citato un testo straordinario e poco noto scritto da Calamandrei nel 1954 per l’Enciclopedia dei Ragazzi (poi ripreso nel racconto Futuro Postumo). In quel testo visionario, Calamandrei prefigurava con decenni di anticipo l’era dei mezzi di comunicazione di massa, la globalizzazione e il livellamento dei confini nazionali, definiti «linee da tracciare con la matita e non con l’inchiostro». Soprattutto, il grande giurista metteva in guardia l’umanità sul rischio dell’autodistruzione atomica: la guerra non come gloria, ma come fallimento di un cervello umano divenuto ipertrofico rispetto alla propria capacità di restare umano. Da qui il richiamo fondamentale all’Articolo 11 della Costituzione e all’insegnamento che la pace e la democrazia sono responsabilità quotidiana e inalienabile di ogni singolo cittadino.   La musica come atto di resistenza: De André, Tenco e le canzoni della scelta L’incontro è stato costellato da intensi ed emozionanti interventi musicali ed esecuzioni acustiche. Tra i brani citati ed eseguiti: * Se equivocó la paloma: la celebre poesia dell’esule spagnolo Rafael Alberti musicata da Carlos Guastavino, metafora potentissima della pace (la colomba) che si smarrisce e si confonde di fronte al dramma della guerra civile. * La guerra di Piero di Fabrizio De André: richiamata per spiegare alle giovani generazioni il valore della scelta, della paura e del rifiuto di sparare per primi di fronte all’assurdità dei conflitti voluti dai potenti. * La ballata del soldato (o La ballata dell’eroe, portata al successo sia da Luigi Tenco che da De André): sferzante critica all’inganno della gloria bellica e delle medaglie alla memoria di fronte al dolore reale delle famiglie e delle donne che attendono invano il ritorno dei propri cari. * Cara maestra di Luigi Tenco (1962): brano amaro e profondo che chiude l’incontro svelando le contraddizioni della società italiana, il conformismo e l’ipocrisia delle gerarchie sociali. Infine, Letizia Fuochi ha interpretato un proprio brano originale dedicato alle donne della Resistenza italiana e a figure come Maria Teresa Regard e Maria Luigia Guaita. La canzone narra la determinazione con cui tante giovani donne imbracciarono la bicicletta e sfidarono il regime, sorridendo «con il rossetto rosso ancora intero» per conquistare la libertà, la giustizia e un mondo nuovo.   La cura attraverso la cultura Nelle battute finali, arricchite dalla lettura da parte di Emanuela Bavazzano di una poesia sulla cura condivisa, L’incontro si è concluso con un forte appello al dialogo, allo scambio e al confronto culturale. Citando il professore Stefano Mancuso, Fuochi ha ricordato come l’identità e la cultura siano esse stesse il frutto di secolari migrazioni e contaminazioni. La vera risposta alla guerra e al cinismo del capitalismo resta dunque la cura: un investimento continuo nell’istruzione, nella ricerca, nella memoria storica e nel coraggio di agire nonostante la paura, per continuare a far germogliare i sogni e il futuro.   Letizia Fuochi e Emanuela Bavazzano Letizia Fuochi e Emanuela Bavazzano Letizia Fuochi Letizia Fuochi Letizia Fuochi Letizia Fuochi Letizia Fuochi Letizia Fuochi e Emanuela Bavazzano Letizia Fuochi e Emanuela Bavazzano Letizia Fuochi e Emanuela Bavazzano Letizia Fuochi e Emanuela Bavazzano Foto di Paolo Mazzinghi   Paolo Mazzinghi
October 5, 2026
Pressenza
«Invece di armarci potremmo…»: 15 schede
dossier del Centro Nuovo Modello Sviluppo. Presentazione di Rocco Artifoni e link per scaricarlo. Ma chi l’ha detto che non ci sono alternative al riarmo? Anzi, le alternative – oltre che possibili – sono necessarie. È questa la conclusione a cui si giunge dopo aver letto il dossier “dal militare al sociale” realizzato dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo. Il
Il 2 Giugno tradito: dalla Repubblica della Resistenza alla sfilata delle armi
Nel suo messaggio per l’80esimo anniversario della Repubblica, il Presidente Sergio Mattarella ha ricordato quel 2 giugno 1946 come «un atto di libertà senza precedenti», una scelta compiuta da donne e uomini per lasciarsi alle spalle le macerie del fascismo e della guerra, definendo le Forze Armate come «presidio dei principi alla base della pacifica convivenza». Eppure, al di là del cerimoniale e della solennità delle parole presidenziali, questa celebrazione rischia di ridursi a un esercizio di vuota retorica istituzionale. C’è una distanza ormai incolmabile tra la “casa comune” evocata dal Colle e la realtà materiale del Paese. La parata militare che attraversa i Fori Imperiali nasconde una realtà ben diversa da quella immaginata dai padri costituenti, trasformando una data che dovrebbe appartenere ai diritti, alla democrazia sociale e al ripudio del conflitto in una sfilata di reparti pronti al fronte e tecnologie di distruzione. La Repubblica nata dalla Resistenza, discussa all’interno dell’Assemblea Costituente, era un progetto radicale di trasformazione sociale e, prima di tutto, un’architettura istituzionale di Pace. I partigiani, le donne e gli uomini che avevano combattuto nella lotta di Liberazione uscivano dall’inferno del conflitto mondiale con la profonda convinzione che la democrazia non potesse esistere senza il ripudio totale della guerra e di ogni forma di militarismo. Sognavano una Repubblica fondata sul lavoro come strumento di dignità e libertà, e sulla giustizia sociale, sancita in modo inequivocabile dall’articolo 3 della Carta: rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto l’uguaglianza dei cittadini. Per quella generazione, la redistribuzione della ricchezza, la sanità pubblica, l’istruzione di massa e la coesistenza pacifica tra i popoli non erano elementi separati, ma pilastri insostituibili e strettamente interconnessi di una società nuova, radicalmente antitetica all’avventurismo bellico del ventennio. Il bilancio degli ultimi decenni fotografa invece il crollo verticale di quel progetto. Le statistiche ufficiali dell’Istat descrivono un Paese profondamente lacerato dalle disuguaglianze, dove la povertà assoluta non è più un’emergenza passeggera ma un fenomeno strutturale che riguarda il 9,7% della popolazione: parliamo di 5,7 milioni di persone che vivono sotto la soglia minima di sussistenza. A questa situazione drammatica si aggiunge l’ombra della povertà relativa e dell’esclusione sociale, un bacino di vulnerabilità cronica che stringe nella sua morsa l’11,1% delle famiglie italiane, pari a circa 8,5 milioni di individui costantemente a rischio di scivolare nell’indigenza. Di fronte a questi dati, l’appello presidenziale ai “doveri di solidarietà” suona drammaticamente astratto, se non accompagnato da politiche economiche di segno opposto. Il tradimento più evidente della promessa costituzionale riguarda proprio il lavoro, che l’articolo 1 pone a fondamento dello Stato. I dati ISTAT e le principali rilevazioni europee descrivono con chiarezza l’espansione del fenomeno dei “lavoratori poveri”. In Italia, circa un occupato su dieci si colloca oggi a rischio povertà, segno che l’impiego ha perso la sua funzione di riscatto e sicurezza: avere un lavoro non basta più a evitare condizioni di deprivazione. A questo quadro contribuisce la diffusione del lavoro discontinuo, dei contratti pirata e del part-time involontario, che in molte rilevazioni oscilla intorno a un lavoratore su dieci, colpendo duramente l’occupazione giovanile e femminile. Negli ultimi decenni, la dinamica salariale ha inoltre mostrato una stagnazione prolungata e unica in Europa: l’Italia è tra i paesi OCSE con la più debole crescita dei salari reali nel lungo periodo, rimasti fermi o addirittura arretrati rispetto alla fine del secolo scorso. Quell’idea di solidarietà collettiva che animava la Costituzione è stata progressivamente erosa da un modello economico che ha indebolito il lavoro, frammentato le tutele e ridimensionato lo stato sociale a favore delle privatizzazioni. In questo quadro di arretramento, il disconoscimento della Repubblica di Pace si fa lampante nel modo in cui lo Stato sceglie di celebrare il 2 Giugno. Esibire i muscoli dello Stato attraverso i sistemi d’arma calpesta lo spirito profondo dei costituenti. È una scelta in palese contraddizione con l’articolo 11 della Carta, che ripudia solennemente la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Nel suo messaggio [Quirinale : Messaggio del Presidente Mattarella alle Forze Armate in occasione del 80° anniversario della Repubblica Italiana], Mattarella ha affermato che non può esservi benessere se una parte dell’umanità vive nella precarietà e che l’Italia lavora per uscire da una fase di permanente conflittualità. Eppure, le scelte geopolitiche concrete della classe dirigente vanno nella direzione opposta. La sfilata delle armi è inaccettabile alla luce degli attuali scenari internazionali, segnati da una spinta pericolosa verso il riarmo globale. L’Italia, anziché farsi portatrice di quella neutralità attiva ispirata dalla Resistenza, si è appiattita su logiche di scontro frontale e di cobelligeranza di fatto. La partecipazione italiana ai conflitti odierni si esprime sia nell’invio continuativo di armi all’Ucraina (coordinato con NATO e UE), sia nelle missioni navali nel Mar Rosso. Anche verso Israele, nonostante le accuse internazionali e i massacri di civili, il legame strutturale non si è mai interrotto: restano attive le forniture di armi e i programmi industriali multinazionali. Questa postura si inserisce in una traiettoria di forte crescita delle spese militari, che il SIPRI attesta a 30-32 miliardi di dollari annui, mentre il calcolo integrato in ambito NATO (che include missioni all’estero e investimenti industriali del Ministero del Made in Italy per l’acquisto di armi) tocca i 45 miliardi di euro complessivi. Si spendono decine di miliardi per i sistemi d’arma mentre si dice ai cittadini che mancano le risorse per la sanità pubblica, per la scuola, per la sicurezza del territorio o per contrastare la miseria di quei quasi sei milioni di indigenti. La Repubblica si difende attuando i diritti fondamentali, non mostrando gli arsenali o alimentando i conflitti altrui. La vera parata acrobatica dovrebbe essere quella dei lavoratori, dei medici, degli insegnanti e di chi tiene in piedi i servizi pubblici elementari, non quella delle tecnologie di distruzione. Per ritrovare il senso profondo di questa data è necessario guardare alla figura di Sandro Pertini, il Presidente che più di ogni altro ha incarnato il legame indissolubile tra lotta partigiana, pacifismo e istituzioni democratiche. Fiero oppositore di ogni militarismo e di ogni logica di blocco contrapposto, Pertini ha lasciato una lezione politica che i governi sembrano aver dimenticato. Nel proprio discorso d’insediamento, il 9 luglio 1978, e poi ancora in altre occasioni Pertini diceva: > Si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai di > vita, sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la > fame. Una frase che oggi risuona come un atto d’accusa contro l’attuale gestione delle risorse pubbliche. Celebrare l’80° anniversario della Repubblica non può più essere un esercizio di memoria passiva o di rassegnata testimonianza di fronte a un testo costituzionale ampiamente inattuato. Di fronte a sei milioni di poveri e a miliardi spesi in armamenti, c’è un preciso dovere politico che chiama alla mobilitazione le forze sociali, i movimenti e i cittadini. È il momento di rompere il silenzio, di disertare la retorica della parata e di costruire un’opposizione reale e diffusa contro la politica del riarmo e dello smantellamento dei diritti. Riprendersi il senso del 2 Giugno significa organizzarsi e lottare nelle piazze e nei territori per imporre un’agenda politica radicalmente diversa: che rimetta al centro la pace, la redistribuzione della ricchezza e la piena attuazione della Carta del 1948. Il testimone della Resistenza spetta a noi raccoglierlo, trasformando la memoria in conflitto politico per un’Italia fondata davvero sul lavoro, sull’uguaglianza e sulla giustizia sociale. Giovanni Barbera
June 2, 2026
Pressenza
Invece di armarci potremmo…
Ma chi l’ha detto che non ci sono alternative al riarmo? Anzi, le alternative – oltre che possibili – sono necessarie. È questa la conclusione a cui si giunge dopo aver letto il dossier “dal militare al sociale” realizzato dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo che potete liberamente scaricare a questo link https://www.cnms.it/attachments/article/214/CNMS_Dal%20militare%20al%20sociale.pdf Il punto di partenza è il costo delle armi: “nel 2025 l’Italia ha destinato alle spese militari 35,5 miliardi di euro (5,7% di ciò che paghiamo in tasse), ma conta di portarle a 48 miliardi per il 2028. Una scelta dalle conseguenze catastrofiche”. Perciò “le spese militari vanno fermate, non solo perché ce lo chiede l’articolo 11 della Costituzione, ma anche perché ci impediscono di risolvere gli enormi problemi sociali e ambientali che ci rendono la vita difficile”. L’impostazione del documento è semplice: “Invece di armarci potremmo…”. Partendo da questo presupposto il dossier indica alcune possibili e utili alternative: “soccorrere la sanità pubblica, mettere le scuole in sicurezza, offrire servizi gratuiti all’infanzia, organizzare una buona scuola per tutti, migliorare lo stato sociale, risanare la giustizia, mettere il territorio in sicurezza, risanare la rete idrica, accelerare la transizione energetica, garantire ai migranti un’accoglienza dignitosa, potenziare la cooperazione internazionale, rafforzare il sistema delle Nazioni Unite, investire nella difesa nonviolenta, istituire un corpo civile di pace”. La sintesi di questa visione l’aveva già indicata con chiarezza Sandro Pertini: “Svuotare gli arsenali, riempire i granai”. Sembra utopia, ma in realtà è una scelta razionale. Il dossier dedica una scheda ad ogni proposta alternativa al riarmo, con una stima delle necessità. Si tratta di scegliere che cosa sia meglio per il bene comune. Il dossier serve ad informare per aumentare la consapevolezza. Ma è stato redatto anche per sollecitare chi legge ad attivarsi, scrivendo un messaggio alla classe politica: “Spett.le Presidente del Consiglio, scrivo a Lei con l’intento di raggiungere anche i gruppi parlamentari che sostengono il Suo governo. In ossequio alla sollecitazione dell’On. Pertini Svuotare gli arsenali, riempire i granai chiedo che i soldi pubblici siano spesi non per armamenti, ma in sanità, scuola, pensioni, protezione civile e quant’altro possa servire a migliorare la vita dei cittadini. Valuterò l’operato della maggioranza di governo anche in base alle scelte di spesa che effettuerà e ne terrò conto quando sarò chiamato a dare il mio voto.” Nel 2027 in Italia si terranno le elezioni politiche. La Costituzione ci chiede “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2). Il voto è uno strumento per dare concretezza a questa richiesta, eleggendo persone che si impegnino a realizzare questa “Campagna a difesa dei bisogni sacrificati dalle spese militari”, promossa dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo. Rocco Artifoni
June 1, 2026
Pressenza