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Sergio Costa: “80 anni fa il voto alle donne, ma la parità è ancora un cammino aperto”
«Ottant’anni fa milioni di cittadini scelsero la Repubblica. E per la prima volta, davanti alle stesse urne degli uomini, c’erano loro: le donne – ha dichiarato Sergio Costa, Vicepresidente della Camera dei Deputati – Quasi tredici milioni di italiane che fino al giorno prima erano state spettatrici della Storia e che all’improvviso ne diventavano protagoniste. Quel 2 giugno non nacque soltanto una forma di Stato, nacque un popolo di cittadine e cittadini libere, liberi e uguali». «Conservo un ricordo di famiglia che mi è caro – ricorda Sergio Costa – Mia madre, allora ventenne, a quel voto non poteva ancora prendere parte, perché la legge fissava a ventuno anni la soglia per le urne. Eppure visse quel giugno con un trasporto che mi ha sempre raccontato come qualcosa di nuovo, quasi inebriante. Sapeva di dover aspettare, ma sentiva già di appartenere a quella conquista, al riscatto di generazioni di donne tenute ai margini della vita pubblica». «Ma celebrare oggi significa anche guardare in faccia ciò che manca: il divario salariale, la scarsa presenza nei luoghi decisionali, la violenza che continua a colpire troppe donne – conclude Sergio Costa – La parità resta un cammino aperto. A ottant’anni dalla nascita della Repubblica, il mio augurio è che le istituzioni sappiano onorare quelle radici con i fatti, perché una democrazia è compiuta davvero solo quando nessuno resta indietro». Redazione Italia
June 2, 2026
Pressenza
Rilasciati gli attivisti di Extinction Rebellion fermati stamattina a Roma
Dopo oltre 7 ore, le sei persone prelevate dalle Forze dell’Ordine nei pressi dell’Altare della Patria sono state rilasciate dall’Ufficio Immigrazione di Tor Sapienza. A comunicarlo sono state le stesse persone coinvolte una volta uscite dall’edificio, in quanto le comunicazioni con l’esterno sono state impedite fino al rilascio. A tutte loro, infatti, è stato strappato il telefono dalle mani non appena fermate: azione illegittima e ingiustificata, resa ancora più grave dall’aver negato il diritto previsto di contattare un avvocato o contatto di fiducia. Questi illeciti si aggiungono alle reazioni verbalmente aggressive che le persone denunciano di aver ricevuto da parte degli agenti durante il fermo, come “voglio bruciare lo striscione con voi dentro”. Durante la permanenza in Questura, inoltre, gli agenti si sono rifiutati di chiarire alle persone stesse il loro stato legale – se di fermo o di arresto – sostenendo invece che fossero “graditi ospiti”. Informazione che non è stata fornita neanche ai legali del movimento, così la posizione delle persone, nonostante abbiano ripetutamente tentato di contattare Questure e Commissariati nel corso della mattinata. Tutte e sei le persone sono state rilasciate con denunce per “invasione di terreni ed edifici” (art. 633 cp) nonostante solo tre di loro erano effettivamente entrate nel cantiere e le altre sono state costrette a entrarvi dagli agenti stessi. Tre di loro sono state inoltre denunciate per “resistenza a pubblico ufficiale” (art. 337 cp) per aver praticato resistenza passiva o aver tenuto una bandiera in mano. Oltre a bandiere e striscioni, ad alcune di loro sono state sequestrate anche le telecamere, nonostante non costituissero un corpo del reato, e mancassero dunque i presupposti per il sequestro. “Quanto avvenuto è preoccupante e surreale, un sequestro di persona a tutti gli effetti. Pratiche intimidatorie e illegittime mascherate da gestione dell’ordine e della sicurezza pubblica, ancora più paradossali se avvengono nella giornata in cui dovremmo celebrare la nostra democrazia. Mentre si verificava questo episodio inaccettabile, si svolgeva la parata per celebrare la Repubblica e la Costituzione: Costituzione che ripudia la guerra, proprio come riportava lo striscione ormai sequestrato. In una Roma sorvolata da aerei caccia, difendere la democrazia sulla Terra diventa un imperativo morale. Abbiamo denunciate una volta e lo faremo ancora”. Extinction Rebellion
June 2, 2026
Pressenza
Pontedera: “No alla guerra” dalla Piaggio alla base NATO
In oltre due migliaia di persone oggi, 2 giugno, a Pontedera e da Pisa, Viareggio, Lucca, Livorno e Piombino hanno risposto all’appello del Movimento No Base, che riferisce: > Una presenza di collettivi variegata e determinata ha rivendicato un futuro di > pace e diritti per il territorio della Valdera portando in piazza > un’opposizione radicale alla militarizzazione del territorio e al progetto > della nuova base militare del Gruppo di Intervento Speciale (GIS) e del > Tuscania tra Pisa e Pontedera.Non è stata solo una manifestazione, ma un corpo > collettivo che ha attraversato Pontedera per dire che la Toscana non può e non > deve diventare l’hub logistico delle guerre globali. > > Il corteo ha mosso i primi passi dal Comune verso il Duomo, aperto dalle voci > di Stop Rearm. > > Un intervento che ha subito messo a nudo la ferita democratica: decisioni > calate dall’alto, prese in uffici blindati e protette dal segreto militare, > mentre la cittadinanza viene esclusa da ogni scelta che riguarda il proprio > suolo. > > “La partecipazione dei cittadini è l’unico vero antidoto a una politica che > scambia la democrazia con l’obbedienza agli ordini militari”, è stato ribadito > tra i primi applausi della piazza. > > La preghiera e la cultura di pace – Davanti al Duomo, lo spazio è stato > occupato dalla testimonianza dei Cristiani No Base. Un richiamo etico e > spirituale che ha ribaltato la narrativa del riarmo: la pace non è l’assenza > di conflitto, ma la presenza di giustizia sociale. Un grido che ha unito > credenti e non nella convinzione che investire in armamenti significhi tradire > l’umanità. > > La scuola non si arruola: contro la censura e per la libertà – Mentre il > corteo riprendeva il cammino, la parola è passata ai collettivi studenteschi e > allə studentə No Base. > > Il focus si è spostato sull’università e sulle scuole, denunciando il clima di > censura e repressione che sta colpendo il mondo della formazione. > > È stata duramente condannata la linea del Ministro Valditara e la gravità > della sanzione inflitta all’insegnante “colpevole” di aver invitato Francesca > Albanese a parlare di Palestina. > > “Sanzionare un docente significa colpire la libertà di insegnamento e il > pensiero critico”, hanno gridato gli studenti, rivendicando una scuola che sia > officina di pace e non anticamera della caserma. > > Presso la palestra Pacinotti, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle > scuole ha approfondito il legame tra propaganda bellica e percorsi formativi, > ribadendo che l’istruzione deve restare pubblica, laica e libera da ogni > logica di guerra. > > Lo snodo della morte: trasporti e Military Mobility – Raggiunta la stazione, > il tema si è fatto infrastrutturale. > > I Ferrovieri contro la guerra hanno tracciato la mappa della “Military > Mobility”. > > Pontedera è oggi lo snodo cruciale che connette i porti di Livorno, Piombino e > La Spezia all’asse Nord Europa-Mediterraneo attraverso Firenze. > > “Vogliono trasformare la Toscana in una piattaforma logistica per il transito > di truppe e armamenti”, hanno denunciato i ferrovieri. > > La piazza ha risposto con un secco no: i binari devono servire alla mobilità > sostenibile dei pendolari e non al trasporto di strumenti di morte. La memoria > della strage di Viareggio è servita a ricordare che la sicurezza dei cittadini > viene sempre sacrificata sull’altare del profitto e della velocità, oggi > piegati alla logistica bellica e all’ipocrisia di chi chiama “presidi di > sicurezza” le basi di proiezione militare all’estero dei soldati nostrani. > > Nel corso della mobilitazione, il corteo ha espresso piena solidarietà – > tramite gli esponenti di Freedom Flotilla Italia – al popolo palestinese e a > tutti i popoli oggi oppressi dalla guerra. > > Welfare e diritto all’abitare – In via Brigate Partigiane, l’Unione Inquilini > ha portato il corteo di fronte alla realtà cruda dell’emergenza abitativa. > > Mentre il governo stanzia 520 milioni di euro per una base militare, migliaia > di famiglie restano senza casa e la sanità pubblica cade a pezzi: “Ogni euro > speso in cemento militare è un euro sottratto a un tetto per chi ne ha bisogno > e a una visita medica garantita”. > > Lavoro e riconversione: il nodo Piaggio – Il momento finale e più simbolico si > è svolto davanti ai cancelli della Piaggio. Qui, l’intervento di Cappellini e > del Coordinamento Valdera Avvelenata ha chiuso il cerchio. > > È stata denunciata la deriva verso la transizione civile-bellica e > l’ossessione per la cyber-sicurezza militare: “Non vogliamo una fabbrica che > costruisce morte, ma una produzione che rispetti l’ambiente e la salute dei > lavoratori”. > > I dati parlano chiaro: l’industria civile genera più occupazione e ricchezza > duratura rispetto a quella bellica.  La Valdera avvelenata dai profitti > indiscriminati chiede oggi una bonifica dei territori e delle menti. > > I prossimi appuntamenti – La mobilitazione non si ferma qui. Nel pomeriggio si > prosegue con una grande assemblea proprio nella Tenuta Isabella, l’area > deputata a divenire, secondo il Ministero della Difesa, una pista e un > poligono militare. > > “Noi oggi parleremo del futuro di questa zona e dei prossimi appuntamenti di > mobilitazione, a partire dal campeggio no base giovanile nel fine settimana > del 13 e 14 giugno e la partenza di una nuova flottilla da Viareggio il 20 > giugno”. > > Pontedera ha scelto da che parte stare: dalla parte della vita, della > trasparenza e di un futuro dove i 520 milioni di euro servano a costruire > scuole, case e ospedali, non basi militari. Una scelta di campo condivisa a > livello nazionale: tramite un coordinamento antimilitarista, analoghe > manifestazioni si sono svolte in contemporanea a Catania, Trapani, Cagliari, > Vicenza e Firenze. > > Movimento No Base Redazione Toscana
June 2, 2026
Pressenza
A Sulmona la festa della Repubblica che ripudia la guerra
“Pensate quanto è lungo il lavoro per rendere un uomo capace di uccidere. Bisogna dirgli che il nemico è un mostro e non un essere umano come lui. Dunque, la guerra è un triste progetto di morte preparato a freddo. Noi continueremo ad opporci”: si è aperta con queste parole della cantautrice e attivista statunitense Joan Baez la manifestazione svolta oggi a Sulmona per chiedere la smilitarizzazione della base di Monte San Cosimo. “Celebriamo il 2 giugno, Festa della Repubblica all’insegna di quanto sancisce la nostra Costituzione: il ripudio della guerra – ha detto Mario Pizzola del Movimento Nonviolento – Un ripudio che coinvolge anche la preparazione della guerra e la folle corsa al riarmo decisa dall’Unione Europea e accettata supinamente dal governo italiano. Da quasi 90 anni la Valle Peligna è costretta a convivere con il più grande deposito di armi e munizioni esistente in Abruzzo. Una struttura che rappresenta un pericolo per la popolazione e che è stata già bombardata nel corso della Seconda guerra mondiale. Vogliamo che questa area vastissima di 133 ettari venga restituita alla comunità locale per essere adibita a finalità civili e di pace”. Il segretario provinciale della Cgil dell’Aquila, Francesco Marrelli, ha ricordato che già nel primo dopoguerra ci furono lotte organizzate dal sindacato per chiedere la smilitarizzazione di Monte San Cosimo e per trasformarlo in area da destinare ad attività sociali e produttive: “E’ un progetto che oggi rilanciamo con forza tenendo conto che si tratta di un’area già infrastrutturata e dotata di ogni servizio come acqua, luce e gas. Ci sono inoltre strade interne e una ferrovia ed è anche vicinissima all’autostrada Pescara-Roma. Perciò può rappresentare una importante risorsa per risollevare un territorio soggetto ad una pesantissima crisi economica e ad un continuo spopolamento, un territorio dove le uniche attività che vi si insediano sono quelle a forte impatto ambientale e senza ricaduta occupazionale, come la centrale Snam”. Renato Di Nicola, del coordinamento Disarmare la pace Disertare la guerra, ha sottolineato il forte legame che c’è tra fonti fossili e guerra. “Le fonti fossili – ha detto – non sono solo la causa principale del cambiamento climatico e dei disastri che esso produce, ma sono anche la causa di molte guerre, come dimostra il conflitto in Ucraina e quello in Iran. Le due lotte, perciò, sono congiunte. Il governo continua a dire che all’interno di Monte San Cosimo vi sono solo limitati quantitativi di armi e munizioni. Ma allora perché negli anni ’80 le servitù militari furono raddoppiate? Perché Gheddafi minacciò di colpirlo? Se fosse vero che la base militare è poco importante, allora che senso ha impegnare un’area così grande? Smilitarizziamola e restituiamola ad un territorio in forte sofferenza. In primo luogo, ad esempio, ad attività di protezione civile visto che parliamo di una zona ad altissima sismicità”. Alla manifestazione hanno partecipato anche i giovani del PD la cui rappresentante Caterina Marzi ha messo in evidenza che ciò che sta avvenendo nel mondo, lo sdoganamento della guerra come mezzo ordinario per risolvere le controversie internazionali, gli eccidi della popolazione civile fino al genocidio, come a Gaza, la soppressione del diritto internazionale, suscitano una fortissima preoccupazione tra le nuove generazioni: “Noi guardiamo al futuro con angoscia, ed è per questo che ci battiamo per la pace, contro il riarmo e contro la crescente militarizzazione dei territori. Pertanto, facciamo nostro l’obiettivo della smilitarizzazione del deposito di Monte San Cosimo, come pure ci opponiamo decisamente ai disegni governativi che mirano alla reintroduzione della leva militare obbligatoria”. Marco Alberico, attivista del blog Casa di Vetro, ha fatto presente che la lotta per la smilitarizzazione di Monte San Cosimo non parte da zero ma che già in passato ci sono state molte iniziative: “Circa 20 anni fa una petizione popolare che raccolse 5.000 firme di cittadini e ben 17 Comuni del comprensorio approvarono delibere in favore della smilitarizzazione. La stessa Regione Abruzzo recepì la richiesta dei Comuni ma poi tutto si fermò perché la nostra classe politica lasciò cadere questa battaglia. Avevamo invitato alla manifestazione anche i Sindaci, le consigliere regionali e i parlamentari ma non si è presentato nessuno di essi. Noi però non demordiamo e continueremo a portare avanti questa lotta quale componente non secondaria della vertenza Valle Peligna”. Gli interventi che si sono susseguiti nella manifestazione sono stati accompagnati anche da canti e letture di testi pacifisti. Tra questi un appello della Federazione Giovanile Socialista ai coscritti della leva del 1911 che diceva: > Pensateci quando in nome del re e della patria vi comanderanno di andare > contro i vostri fratelli di altre nazioni, lavoratori come voi, sfruttati come > voi, per ucciderli e farvi uccidere. Risvegliate allora nel vostro cuore i > migliori sentimenti, e se qualche delinquente gallonato vi comanderà il fuoco, > non dimenticate la vostra origine, non dimenticate che continuate ad > appartenere alla classe operaia anche se vi hanno imposto la casacca > soldatesca, non dimenticate che vi rendereste indegni del bacio materno > assassinando i vostri compagni. Redazione Abruzzo
June 2, 2026
Pressenza
La democrazia non è un’eredità, ma una responsabilità quotidiana
In occasione dell’80° anniversario della nascita della Repubblica Italiana, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani desidera rivolgere una riflessione alla comunità scolastica e, in particolare, alle giovani generazioni, chiamate a raccogliere l’eredità più preziosa consegnata dal 2 giugno 1946: la consapevolezza che la democrazia non è una conquista definitiva, bensì una costruzione quotidiana. Ogni anno celebriamo la Festa della Repubblica ricordando il referendum che consentì agli italiani di scegliere liberamente il proprio futuro dopo gli anni della dittatura e della guerra. Eppure, a ottant’anni da quella scelta storica, la domanda più importante non è cosa accadde allora, ma cosa sta accadendo oggi. Viviamo in un’epoca straordinaria. Mai nella storia dell’umanità così tante persone hanno avuto accesso all’informazione, alla conoscenza e agli strumenti di comunicazione. Eppure assistiamo, contemporaneamente, alla crescita delle guerre, all’espansione dei discorsi d’odio, all’indifferenza verso le sofferenze altrui, all’isolamento sociale e alla difficoltà di costruire relazioni autentiche. È un paradosso che dovrebbe interrogare profondamente il mondo della scuola. Possiamo conoscere in tempo reale ciò che accade a migliaia di chilometri di distanza, ma rischiamo di non accorgerci della solitudine di chi siede accanto a noi in classe. Possiamo parlare con il mondo intero attraverso uno schermo, ma talvolta fatichiamo ad ascoltare chi vive nella nostra stessa comunità. Possiamo accedere a una quantità immensa di dati, ma non sempre sviluppiamo la capacità di comprendere il significato umano delle informazioni che riceviamo. Forse la sfida più grande del nostro tempo consiste proprio in questo: imparare nuovamente a riconoscere l’altro come persona. Le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica in occasione delle celebrazioni del 2 giugno, quando richiama la necessità che prevalga la forza della legge e non la forza delle armi, non riguardano soltanto i conflitti internazionali. Esse chiamano in causa ciascuno di noi. Ogni volta che prevale la prepotenza sul dialogo, l’umiliazione sul rispetto, l’esclusione sull’inclusione, si produce una piccola ferita ai principi che sostengono la convivenza democratica. Per questa ragione il Coordinamento ritiene che la scuola debba essere considerata oggi uno dei più importanti presìdi democratici del Paese. Nelle aule scolastiche non si trasmettono soltanto conoscenze. Si costruiscono visioni del mondo. Si apprendono le regole della convivenza civile. Si sperimenta il valore della partecipazione. Si impara che la libertà individuale acquista significato soltanto quando si accompagna alla responsabilità verso gli altri. Ai giovani desideriamo rivolgere un invito particolare. Non considerate la Costituzione un semplice documento storico né un insieme di norme da studiare per una verifica. La Costituzione è una narrazione collettiva che parla anche di voi. È il racconto di donne e uomini che, dopo aver conosciuto la guerra, la repressione e la privazione delle libertà fondamentali, decisero di affidare il futuro del Paese alla dignità della persona umana, all’uguaglianza e alla solidarietà. Ogni generazione è chiamata a riscrivere quel racconto attraverso le proprie scelte. La qualità della democrazia italiana dipenderà dalla vostra capacità di difendere la verità contro la disinformazione, il dialogo contro l’aggressività, la partecipazione contro l’indifferenza, la cooperazione contro la cultura dello scarto. Al personale scolastico, ai dirigenti, ai docenti e a tutti coloro che operano quotidianamente nelle istituzioni educative, desideriamo rivolgere un sentimento di profonda gratitudine. In una società spesso attraversata da tensioni, fragilità relazionali e disorientamento culturale, la scuola continua a rappresentare uno dei pochi luoghi nei quali è possibile incontrare la diversità senza temerla, confrontarsi senza annullarsi reciprocamente, crescere senza rinunciare alla propria identità. Educare ai diritti umani oggi significa molto più che trasmettere contenuti. Significa insegnare ai giovani che la dignità non è negoziabile, che nessuna persona può essere ridotta a un’etichetta, che il rispetto delle differenze non indebolisce una comunità ma la rende più forte. Forse la riflessione più urgente che gli ottant’anni della Repubblica consegnano alla scuola riguarda proprio il concetto di cittadinanza. Per troppo tempo abbiamo pensato che essere cittadini significasse principalmente esercitare dei diritti. Ma il futuro delle democrazie dipenderà dalla capacità di comprendere che cittadinanza significa anche prendersi cura degli altri, delle istituzioni democratiche, dei beni comuni, della verità e della pace. Una Repubblica può sopravvivere a molte crisi economiche, a profonde trasformazioni sociali e persino a difficili passaggi politici. Ciò che rischia davvero di indebolirla è la perdita della capacità di riconoscersi come comunità umana. Il contrario della democrazia, infatti, non è soltanto la dittatura. Il contrario della democrazia è l’indifferenza verso il destino degli altri. A ottant’anni dalla sua nascita, la Repubblica continua dunque a rivolgere a ciascuno di noi una domanda semplice e al tempo stesso impegnativa: quale società stiamo costruendo con le nostre parole, le nostre scelte e i nostri comportamenti quotidiani? Dalla risposta a questa domanda dipenderà non soltanto il futuro delle istituzioni democratiche, ma la qualità umana della nostra convivenza civile. Romano Pesavento, presidente CNDDU Maddalena Brunasti
June 2, 2026
Pressenza
La Repubblica celebrata dalla Meloni non è quella del 2 giugno 1946
In occasione dell’80° anniversario della nascita della Repubblica, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha fatto un’affermazione importante: “dopo 80 anni dobbiamo chiederci che Repubblica vogliamo essere domani”. Una frase che potrebbe esser stata pronunciata da uno statista: parole importanti, che lascerebbero presagire l’esplicitazione di una visione di quello che lei pensa debba essere la Repubblica del futuro, perché questo richiederebbe la responsabilità pubblica che ha assunto di fronte al Paese.  Ma la frase di Meloni invece è morta lì. Nessuna visione, nessuna prospettiva.  Non sapremo mai probabilmente quale sia la sua idea di “Repubblica di domani”.  Quello che sappiamo, e stiamo sperimentando però, è quale sia la sua idea di Repubblica di questi 4 anni e mezzo di governo.  La Repubblica in cui lei annovera a padre della patria l’estensore di ordini di fucilazione di partigiani, quale è stato Giorgio Almirante nella sua fase Repubblichina, e poi occulto facilitatore dello stragismo fascista di Stato, durante la sua direzione del Movimento Sociale Italiano. La Repubblica che ha strutturato uno Stato securitario, oppressivo e poliziesco, perseguito inizialmente con il grottesco decreto “anti-raveparty”, e poi attuato con tutti i decreti sicurezza, fatti approvare in maniera obbediente alla sua maggioranza in Parlamento. La Repubblica che copre la strage di Cutro, che riporta in Libia con un volo di Stato un torturatore e uno stupratore quale Usāma al-Maṣrī, che costruisce lager per migranti in Albania in accordo con l’autocrate rosso Edi Rama, censurati dalla legislazione europea, e che oggi ospitano più poliziotti italiani in villeggiatura che persone migranti. La Repubblica che è tutt’ora complice e fiancheggiatrice del genocidio di Gaza, e asservita agli interessi geopolitici di Trump. La Repubblica che in questi 4 anni e mezzo, ha abbandonato decine di migliaia di cittadini colpiti da luttuose alluvioni e catastrofi naturali a causa della crisi ecoclimatica.  La Repubblica in cui le mafie, la corruzione pubblica e privata, senza alcun spargimento di sangue, operano come neanche riuscivano a fare durante la ‘stagione delle stragi’ e di Tangentopoli.  La Repubblica dell’economia di guerra, del riarmo, della militarizzazione delle scuole e delle università, e del probabile ritorno alla leva militare obbligatoria.  L’idea di Repubblica, con cui Meloni governa questo Paese, è concreta nella vita dei cittadini italiani, anche attraverso altre scelte che riguardano la sanità, la scuola, i diritti delle persone, specie quelle più fragili.  La consapevolezza di questo concreto presente porta a concludere che, anche se lei la covi intimamente, la sua idea di ‘Repubblica di domani’ non avrà sicuramente niente a che vedere con i valori e le radici di quel 2 giugno 1946.  Ci si augura solo che, quanto prima possibile, Meloni torni ad appartenere alla ‘Repubblica di domani’ da semplice cittadina, che onori per primo con il suo tempo, cosa che non ha mai fatto, quel valore che apre la Costituzione all’articolo 1. Leonardo Animali
June 2, 2026
Pressenza
Il 2 Giugno tradito: dalla Repubblica della Resistenza alla sfilata delle armi
Nel suo messaggio per l’80esimo anniversario della Repubblica, il Presidente Sergio Mattarella ha ricordato quel 2 giugno 1946 come «un atto di libertà senza precedenti», una scelta compiuta da donne e uomini per lasciarsi alle spalle le macerie del fascismo e della guerra, definendo le Forze Armate come «presidio dei principi alla base della pacifica convivenza». Eppure, al di là del cerimoniale e della solennità delle parole presidenziali, questa celebrazione rischia di ridursi a un esercizio di vuota retorica istituzionale. C’è una distanza ormai incolmabile tra la “casa comune” evocata dal Colle e la realtà materiale del Paese. La parata militare che attraversa i Fori Imperiali nasconde una realtà ben diversa da quella immaginata dai padri costituenti, trasformando una data che dovrebbe appartenere ai diritti, alla democrazia sociale e al ripudio del conflitto in una sfilata di reparti pronti al fronte e tecnologie di distruzione. La Repubblica nata dalla Resistenza, discussa all’interno dell’Assemblea Costituente, era un progetto radicale di trasformazione sociale e, prima di tutto, un’architettura istituzionale di Pace. I partigiani, le donne e gli uomini che avevano combattuto nella lotta di Liberazione uscivano dall’inferno del conflitto mondiale con la profonda convinzione che la democrazia non potesse esistere senza il ripudio totale della guerra e di ogni forma di militarismo. Sognavano una Repubblica fondata sul lavoro come strumento di dignità e libertà, e sulla giustizia sociale, sancita in modo inequivocabile dall’articolo 3 della Carta: rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto l’uguaglianza dei cittadini. Per quella generazione, la redistribuzione della ricchezza, la sanità pubblica, l’istruzione di massa e la coesistenza pacifica tra i popoli non erano elementi separati, ma pilastri insostituibili e strettamente interconnessi di una società nuova, radicalmente antitetica all’avventurismo bellico del ventennio. Il bilancio degli ultimi decenni fotografa invece il crollo verticale di quel progetto. Le statistiche ufficiali dell’Istat descrivono un Paese profondamente lacerato dalle disuguaglianze, dove la povertà assoluta non è più un’emergenza passeggera ma un fenomeno strutturale che riguarda il 9,7% della popolazione: parliamo di 5,7 milioni di persone che vivono sotto la soglia minima di sussistenza. A questa situazione drammatica si aggiunge l’ombra della povertà relativa e dell’esclusione sociale, un bacino di vulnerabilità cronica che stringe nella sua morsa l’11,1% delle famiglie italiane, pari a circa 8,5 milioni di individui costantemente a rischio di scivolare nell’indigenza. Di fronte a questi dati, l’appello presidenziale ai “doveri di solidarietà” suona drammaticamente astratto, se non accompagnato da politiche economiche di segno opposto. Il tradimento più evidente della promessa costituzionale riguarda proprio il lavoro, che l’articolo 1 pone a fondamento dello Stato. I dati ISTAT e le principali rilevazioni europee descrivono con chiarezza l’espansione del fenomeno dei “lavoratori poveri”. In Italia, circa un occupato su dieci si colloca oggi a rischio povertà, segno che l’impiego ha perso la sua funzione di riscatto e sicurezza: avere un lavoro non basta più a evitare condizioni di deprivazione. A questo quadro contribuisce la diffusione del lavoro discontinuo, dei contratti pirata e del part-time involontario, che in molte rilevazioni oscilla intorno a un lavoratore su dieci, colpendo duramente l’occupazione giovanile e femminile. Negli ultimi decenni, la dinamica salariale ha inoltre mostrato una stagnazione prolungata e unica in Europa: l’Italia è tra i paesi OCSE con la più debole crescita dei salari reali nel lungo periodo, rimasti fermi o addirittura arretrati rispetto alla fine del secolo scorso. Quell’idea di solidarietà collettiva che animava la Costituzione è stata progressivamente erosa da un modello economico che ha indebolito il lavoro, frammentato le tutele e ridimensionato lo stato sociale a favore delle privatizzazioni. In questo quadro di arretramento, il disconoscimento della Repubblica di Pace si fa lampante nel modo in cui lo Stato sceglie di celebrare il 2 Giugno. Esibire i muscoli dello Stato attraverso i sistemi d’arma calpesta lo spirito profondo dei costituenti. È una scelta in palese contraddizione con l’articolo 11 della Carta, che ripudia solennemente la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Nel suo messaggio [Quirinale : Messaggio del Presidente Mattarella alle Forze Armate in occasione del 80° anniversario della Repubblica Italiana], Mattarella ha affermato che non può esservi benessere se una parte dell’umanità vive nella precarietà e che l’Italia lavora per uscire da una fase di permanente conflittualità. Eppure, le scelte geopolitiche concrete della classe dirigente vanno nella direzione opposta. La sfilata delle armi è inaccettabile alla luce degli attuali scenari internazionali, segnati da una spinta pericolosa verso il riarmo globale. L’Italia, anziché farsi portatrice di quella neutralità attiva ispirata dalla Resistenza, si è appiattita su logiche di scontro frontale e di cobelligeranza di fatto. La partecipazione italiana ai conflitti odierni si esprime sia nell’invio continuativo di armi all’Ucraina (coordinato con NATO e UE), sia nelle missioni navali nel Mar Rosso. Anche verso Israele, nonostante le accuse internazionali e i massacri di civili, il legame strutturale non si è mai interrotto: restano attive le forniture di armi e i programmi industriali multinazionali. Questa postura si inserisce in una traiettoria di forte crescita delle spese militari, che il SIPRI attesta a 30-32 miliardi di dollari annui, mentre il calcolo integrato in ambito NATO (che include missioni all’estero e investimenti industriali del Ministero del Made in Italy per l’acquisto di armi) tocca i 45 miliardi di euro complessivi. Si spendono decine di miliardi per i sistemi d’arma mentre si dice ai cittadini che mancano le risorse per la sanità pubblica, per la scuola, per la sicurezza del territorio o per contrastare la miseria di quei quasi sei milioni di indigenti. La Repubblica si difende attuando i diritti fondamentali, non mostrando gli arsenali o alimentando i conflitti altrui. La vera parata acrobatica dovrebbe essere quella dei lavoratori, dei medici, degli insegnanti e di chi tiene in piedi i servizi pubblici elementari, non quella delle tecnologie di distruzione. Per ritrovare il senso profondo di questa data è necessario guardare alla figura di Sandro Pertini, il Presidente che più di ogni altro ha incarnato il legame indissolubile tra lotta partigiana, pacifismo e istituzioni democratiche. Fiero oppositore di ogni militarismo e di ogni logica di blocco contrapposto, Pertini ha lasciato una lezione politica che i governi sembrano aver dimenticato. Nel proprio discorso d’insediamento, il 9 luglio 1978, e poi ancora in altre occasioni Pertini diceva: > Si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai di > vita, sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la > fame. Una frase che oggi risuona come un atto d’accusa contro l’attuale gestione delle risorse pubbliche. Celebrare l’80° anniversario della Repubblica non può più essere un esercizio di memoria passiva o di rassegnata testimonianza di fronte a un testo costituzionale ampiamente inattuato. Di fronte a sei milioni di poveri e a miliardi spesi in armamenti, c’è un preciso dovere politico che chiama alla mobilitazione le forze sociali, i movimenti e i cittadini. È il momento di rompere il silenzio, di disertare la retorica della parata e di costruire un’opposizione reale e diffusa contro la politica del riarmo e dello smantellamento dei diritti. Riprendersi il senso del 2 Giugno significa organizzarsi e lottare nelle piazze e nei territori per imporre un’agenda politica radicalmente diversa: che rimetta al centro la pace, la redistribuzione della ricchezza e la piena attuazione della Carta del 1948. Il testimone della Resistenza spetta a noi raccoglierlo, trasformando la memoria in conflitto politico per un’Italia fondata davvero sul lavoro, sull’uguaglianza e sulla giustizia sociale. Giovanni Barbera
June 2, 2026
Pressenza
28 maggio – 1 giugno 2026: soldati israeliani in Sardegna. Diario d’inquietudini e domande
 Dalle piazze di tutto il mondo si leva alto il grido per liberare la Palestina dall’Oppressione: Free Free Palestine! Palestina Libera! Chiedendo a gran voce di fermare il genocidio! Di rispettare il Diritto Internazionale! In due anni e mezzo dal 7 ottobre sono 1500 i bambini arrestati nelle carceri israeliane, secondo l’ultimo rapporto sull’uso della tortura da parte di Israele nei territori palestinesi occupati, presentato in Senato da Francesca Albanese, Relatrice Speciale dell’Onu sui territori palestinesi. E quale sarebbe la destinazione di chi perpetra violenza nei confronti di minori in un genocidio in atto? Giovedì 28 maggio Pierpaolo Loi (Redazione Pressenza Sardigna) riporta l’arrivo di quattro voli provenienti da Tel Aviv, con dispiegamento di forza pubblica nell’aeroporto di Cagliari-Elmas, diretti ad uno dei più lussuosi resort presenti nel Sud Sardegna. E dire che proprio il 28 maggio 2026, a Cagliari si è svolta la presentazione dei lavori del Consiglio delle Bambine e dei Bambini del Comune di Cagliari sul tema della Pace, del progetto su la “Pace disarmata” presentato dalla classe 1ˆA della Scuola Secondaria di Primo grado “Manno” e dell’intervento “Imparare a parlare la lingua della pace e della non violenza” da parte del ricercatore e docente di Pedagogia generale e sociale dell’Università di Cagliari Salvatore Deiana, nei locali della Mediateca del Mediterraneo di Cagliari (MEM) all’interno del progetto promosso dal Comune: “Cagliari città della Pace”. E dire che la Regione Sardegna ha sottoscritto a ottobre 2025 il documento dal titolo: “Sardinia Peace Island – Building Peace, Growing Futures” in risonanza al noto: “costruire ponti e non muri”! E mi chiedo: “Quali ponti? Quali muri? … Con quali bambine e bambini?” Il giorno dopo l’arrivo dei primi voli charter con soldati da Tel Aviv verso il Sud Sardegna, un’esponente della maggioranza in Regione, ha chiesto formalmente di interdire lo sbarco dei reparti militari dell’IDF, in applicazione dell’atto formale che vincola la Regione a recidere ogni rapporto istituzionale, economico e di cooperazione con lo stato di Israele fino all’interruzione delle violazioni del diritto internazionale: “Non siamo una colonia per le vacanze di chi, con le mani ancora sporche di sangue, si concede relax dopo aver massacrato un popolo” (V. Di Nolfo, Consiglio RAS, 29/05/2026). Lo stesso giorno, nel parlamento italiano, esponenti di minoranza hanno sollevato l’abnorme contraddizione in atto presente anche in altre regioni italiane. “Abbiamo solo un’arma: la parola. E dunque, continueremo a parlare. Senza vergogna e senza paura», afferma il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme, che ha scelto di rimanere affianco, con e dalla parte della popolazione, di chi soffre. “Non scriviamo per contrapporci, ma per condividere una ferita”, sottoscrive La Rete internazionale “Preti contro il genocidio” – oltre 2.200 sacerdoti, 25 vescovi, 2 cardinali, in 58 paesi, e in risonanza alla frase di Papa Francesco “Vado avanti” (in risposta a chi lo accusava di mettere a rischio la sicurezza mondiale per aver predicato la pace). Affermano: “Andiamo avanti”, per una pace ‘disarmata’, cioè non fondata sulla paura, sulla minaccia o sugli armamenti; e disarmante, perché capace di risolvere i conflitti, di aprire i cuori e di generare fiducia, empatia e speranza” (Camerun, 15 aprile 2026). “Eppure, tra le macerie, resistono gli sguardi delle persone che incontriamo che racchiudono tutto il dolore e tutta la forza di umanità che si esprime in ogni gesto di cura, presenza, dignità”, dichiara il personale di Emergency. Tante le manifestazioni in Italia e nel mondo a sostegno di chi volontariamente è salpato sulle imbarcazioni della Global Sumud Flottilla, trasportando aiuti umanitari verso la popolazione palestinese sotto assedio, e ha subito violenze dall’abbordaggio fino alla fine della prigionia nelle carceri israeliane! Tanti gli scioperi contro la guerra, contro il riarmo (vedi, non ultime, il 18 e 29 maggio 2026!) e per i diritti sindacali di chi lavora e per la Pace! Tanti i Presidi, tante le associazioni che promuovono manifestazioni e iniziative culturali che denunciano il genocidio in atto dichiarato anche dall’ONU e dai rapporti redatti dalla Relatrice Speciale dell’ONU sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese (Dall’economia di occupazione all’economia di genocidio, Anatomia di un genocidio, 2024), per i quali da mesi subisce sanzioni dagli USA, (nonostante la dichiarazione del giudice federale americano e sia cittadina europea e funzionario dell’ONU), che le impediscono di aprire e gestire un conto bancario condannandola, fino a svolta negli iter legali in corso, a quella che lei stessa definisce “una morte civile”, per cui chiede sostegno. Andare a scuola, a che pro? Interiorizzare il messaggio, “Mai Più! Mai più l’olocausto! Mai Più la pulizia etnica!” e trovarsi oggi a essere testimoni di crimini inauditi nei confronti di una popolazione civile inerme? Eppure, nonostante l’articolo 4 del codice etico di UniCa (Università di Cagliari) dichiari di ripudiare la guerra, nonostante le dichiarazioni da parte del rettore Francesco Mola e del senato accademico, UniCa e i suoi docenti compaiono ancora nei siti ufficiali di ben quattro progetti di ricerca europei in collaborazione con atenei israeliani: PlatinuMS con l’università di “Tel Aviv”(costruita su quel che fú un villaggio palestinese raso al suolo durante la Nakba), Better4u con il Weizmann Institute of Science, NPP-SOL e Impactive con il Technion (l’università più collusa con il complesso militare-industriale sionista). Da qu l’appello tra chi studia, insegna, lavora all’Università che esige: l’interruzione immediata di ogni collaborazione con lo Stato israeliano; un Decreto Rettorale che renda effettiva la rescissione a effetto immediato; la modifica del regolamento per impedire la partecipazione a bandi congiunti Italia-Israele; corridoi accademici e umanitari per studenti e ricercatori palestinesi; una presa di posizione netta dell’Ateneo contro il genocidio. (dal Dossier: Unica e la filiera del genocidio: fondi europei e dati sardi per “Israele”, aggiornato al 19/05/2026 ). Ancora mancano studentesse e studenti palestinesi negli istituti AFAM, per Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica italiani… E chi arriva prima di loro?! Quando attivare voli charter per portare chi continua a macchiarsi del sangue di innocenti di fronte alla Corte di Giustizia Internazionale? Il 2 giugno commemoriamo l’ottantesimo anniversario della proclamazione della Repubblica italiana. E per la Festa della Repubblica (fondata sul lavoro. Art. 1 Costituzione italiana) a quali manifestazioni partecipiamo? Senza il lavoro di madri e padri nelle famiglie italiane, tanto silente quanto presente, come potrebbe andare avanti la vita? Più intellettuali e gruppi e movimenti popolari chiedono a gran voce che la festa della Repubblica veda in prima fila la rappresentanza delle scuole e degli ospedali, delle lavoratrici e dei lavoratori, del mondo del volontariato, delle diverse spiritualità e della cooperazione internazionale che apre lo sguardo solidale sul mondo! Quando riusciremo a svincolare l’immagine della Repubblica da una sicurezza a senso unico, intesa solo dal punto di vista militare? Forse con la proposta di legge di iniziativa popolare per la difesa civile non armata e nonviolenta? (per la quale si stanno raccogliendo adesioni e firme on line e negli uffici del comune di residenza). La svolta da dove può partire se non dall’attenzione di ciascuna e ciascuno di noi verso ciò che sogniamo di realizzare?       Redazione Sardigna
June 2, 2026
Pressenza
2 Giugno: la Repubblica è del popolo, non degli eserciti
Pubblichiamo il comunicato di USB – Unione Sindacale di Base – FEDERAZIONE REGIONALE SARDEGNA Il 2 giugno è il giorno in cui il popolo italiano scelse la Repubblica contro la monarchia, aprendo la strada alla Costituzione antifascista nata dalla Resistenza e dalla lotta di donne e uomini che volevano pace, democrazia, lavoro e giustizia sociale. Per questo non accettiamo che la Festa della Repubblica venga trasformata in una celebrazione delle armi, delle parate militari e della cultura della guerra. Mentre sfilano carri armati e reparti militari, chi celebra le conquiste dei lavoratori? Chi ricorda le lotte che hanno conquistato il diritto alla salute, alla pensione, all’istruzione pubblica, a un lavoro dignitoso? Quelle conquiste vengono smantellate ogni giorno. La sanità pubblica viene impoverita e privatizzata. Le liste d’attesa diventano infinite e chi può paga, chi non può rinuncia alle cure. Il sistema pensionistico pubblico viene progressivamente indebolito per favorire i fondi pensione privati. I salari perdono potere d’acquisto, cresce la precarietà, aumentano le disuguaglianze e la povertà. Ai giovani si offre un futuro di lavoro povero, precarietà e migrazione. In compenso si trovano sempre più soldi per le spese militari, per il riarmo e per alimentare una pericolosa economia di guerra. Miliardi per le armi. Briciole per la sanità. Tagli ai servizi. Sacrifici per lavoratori e pensionati. Questa nonèla Repubblica immaginata da chi ha sconfitto il fascismo. In Sardegna questa realtà assume un significato ancora più grave. La nostra terra continua a essere sempre più colonizzata e gravata da servitù militari tra le più pesanti d’Europa. Interi territori vengono sottratti alle comunità, all’ambiente e alle attività produttive. Mentre si parla di pace e sviluppo, la Sardegna continua a essere utilizzata come piattaforma militare. * Basta con una Repubblica che investe nelle armi e taglia i diritti. * Basta con la retorica militarista che vuole far passare la guerra come inevitabile. * Basta con le politiche che impoveriscono il lavoro e arricchiscono i grandi interessi economici. * Difendere la Repubblica significa difendere la pace. * Difendere la Repubblica significa difendere la sanità pubblica. * Difendere la Repubblica significa garantire pensioni dignitose. * Difendere la Repubblica significa investire nel lavoro, nella scuola, nella casa e nella giustizia sociale. Non servono più soldati nelle parate ma servono più medici negli ospedali. Non servono più armamenti, ma servono salari più alti e pensioni al passo col costo della vita. Non servono economie di guerra, ma serve una società fondata sulla solidarietà, sull’uguaglianza e sui diritti. Il 2 giugno riprendiamoci il significato autentico della Festa della Repubblica. Contro il riarmo e la guerra. Contro le servitù militari in Sardegna. Per il lavoro, la pace e la giustizia sociale. Foto di Pierpaolo Loi * LE NOSTRE BANDIERE SONO LA PACE, IL LAVORO E I DIRITTI * MENO ARMI, PIÙ SANITÀ * MENO SPESE MILITARI, PIÙ SALARI E PENSIONI * FUORI LA GUERRA DALLA FESTA DELLA REPUBBLICA * LA REPUBBLICA È DEL POPOLO, NON DEGLI ESERCITI!   Redazione Sardigna
June 1, 2026
Pressenza