
“Quella notte alla Diaz”. Il fumetto che fa parlare ancora Genova 2001
Pressenza - Wednesday, May 13, 2026Christian Mirra si trovava nella scuola quel 21 luglio: è stato picchiato, arrestato e portato in ospedale. Le sue tavole pubblicate da Guanda nel 2009 sono ora liberamente accessibili. Ha deciso infatti di diffonderle gratis sui social. Una fatica bellissima: “Sto riallacciando rapporti con tante persone conosciute anni fa e incontrando giovani attivisti e collettivi che non conoscevo. Dietro il silenzio mediatico esistono ancora moltissime realtà che cercano di cambiare il mondo”_
Christian Mirra è stato il primo a raccontare per immagini la “notte della Diaz” -il 21 luglio 2001- e l’unico a farlo da dentro. Era lì. È stato picchiato, arrestato, portato in ospedale. Il suo fumetto “Quella notte alla Diaz”, uscito per Guanda nel 2009, è ora disponibile gratuitamente. Christian nel luglio 2001, giovane attivista, arrivò a Genova da Benevento, ora vive e lavora come illustratore, scrittore e fumettista in Spagna, a Santander. Genova 2001 gli “parla” ancora.
Christian, perché hai deciso di diffondere gratis sui social la nuova edizione del fumetto, anziché pensare a una nuova edizione a stampa?
CM Perché voglio che il mio fumetto sia accessibile a tutti. Voglio che il mio lavoro serva come strumento di memoria e denuncia. Il motivo per cui realizzai questo fumetto era raccontare quello che successe alla Diaz senza filtri, mostrando la mia esperienza diretta, per rompere il muro di propaganda con cui per anni sono stati raccontati i fatti di Genova. Quando, nel 2009, Guanda decise di pubblicarlo fui felice: un grande editore mi permetteva di raggiungere un pubblico molto più ampio di quanto sperassi. Recuperati i diritti, però, ho capito che la scelta più coerente era renderlo gratuito e digitale. In questo modo chiunque può leggerlo e diffonderlo liberamente. Ho in programma anche di tradurlo in inglese e spagnolo, perché il movimento colpito a Genova era globale e cosmopolita. E spero di riuscire a fare anche una nuova edizione stampata. Ma quest’obiettivo è secondario: mi interessa soprattutto la diffusione.
Che tipo di esperienza sta venendo fuori?
CM Qualcosa di molto bello e appassionante. Dopo anni passati a lavorare quasi esclusivamente come fumettista freelance sto riscoprendo il piacere di dedicarmi a un progetto personale in cui credo profondamente. Ma è anche un’impresa faticosa. Pensavo, un po’ ingenuamente, che avere già il fumetto pronto significasse che gran parte del lavoro fosse già fatto. Ma la pubblicazione indipendente significa che tutto ricade sull’autore: non solo creare il fumetto ma anche diffonderlo. E a 25 anni dai fatti l’attenzione su Genova si è molto ridotta. Però questa fatica ha anche un lato bellissimo: mi sta permettendo di riallacciare rapporti con tante persone conosciute anni fa e di incontrare giovani attivisti e collettivi che non conoscevo. Dietro il silenzio mediatico esistono ancora moltissime realtà che cercano di cambiare il mondo in meglio.
Come nacque “Quella notte alla Diaz”? In che momento?
CM L’esigenza di raccontare la Diaz nacque immediatamente. Finché ero in ospedale, in stato di fermo, pensavo solo a sopravvivere. Ma appena tornato a casa vidi come molti media e politici continuassero a raccontare Genova come una manifestazione violenta, cercando di giustificare la repressione della polizia. La cosa che mi colpì di più fu vedere quanto quel racconto funzionasse. C’era gente che aveva davanti un testimone diretto, eppure pensava di potermi spiegare come erano andate le cose perché le aveva sentite raccontare diversamente in televisione. L’idea del fumetto arrivò quasi subito. Nel 2003 abbozzai un primo storyboard ma il lavoro vero e proprio iniziò nel 2008, quando vivevo in Olanda e avevo finalmente una situazione abbastanza stabile da permettermi di affrontare un progetto così impegnativo.
Di seguito alcune delle tavole di “Quella notte alla Diaz”, rese disponibili dall’autore



Qual era il tuo stato d’animo nel disegnare?
CM Sono passato attraverso emozioni molto diverse. Ricordare e rappresentare quei momenti a volte era doloroso ma il disegno aveva anche un effetto catartico. Lo stato d’animo principale era una specie di trance: tutta la mia concentrazione era sul disegno, quasi come se stessi raccontando qualcosa accaduto a un’altra persona. A volte mi rendevo conto che stavo passando ore sui ricordi peggiori della mia vita. Ed era strano scoprire che, nonostante tutto, mi sentivo in pace. Come se il disegno trasformasse quei ricordi in qualcosa di bello, o almeno di utile.
Qual è la traccia principale che la Diaz ha lasciato dentro di te?
CM Una rabbia molto profonda per l’ingiustizia. Era un sentimento che avevo già prima di Genova ma dopo la Diaz è diventato qualcosa che non mi ha più lasciato. Mi colpisce ancora vedere l’impunità dei responsabili e il fatto che molte delle questioni contro cui protestavamo allora siano peggiorate: guerre, disuguaglianze, repressione, perdita di diritti. A Genova c’era un movimento che aveva intuito molti dei problemi che oggi sono esplosi in tutta la loro gravità. Ma quel movimento non era solo protesta: portava anche proposte concrete, che furono completamente ignorate e seppellite nel fango della propaganda e nel sangue della repressione. Come persona che non solo ha vissuto quell’esperienza ma ha anche studiato a lungo quei fatti e conosciuto molti dei protagonisti, sento ancora la responsabilità di tenere viva quella memoria.



Il tuo fumetto è stato la prima rappresentazione visiva della Diaz, poi è venuto nel 2012 il film di Vicari (“Diaz – Don’t clean up this blood”). Che impressione ti ha fatto?
CM Sono stato contento fin dall’inizio che volessero fare un film sulla Diaz. Io ho fatto un fumetto ma se avessi potuto avrei fatto un film. Cinema e fumetto hanno una forza narrativa capace di raggiungere persone che forse non leggerebbero un saggio o guarderebbero un documentario. E un film può raggiungere più persone. Prima di vederlo, però, avevo paura di come sarebbe stata raccontata la Diaz. C’era il rischio di un racconto ambiguo, che lasciasse il dubbio che la scuola fosse davvero un covo di black bloc o che la polizia fosse stata costretta a intervenire. Per fortuna il film fu affidato a Daniele Vicari, che secondo me ha realizzato un capolavoro. Un racconto corale che mostra molti punti di vista, restituendo con grande chiarezza l’atmosfera e l’orrore della repressione, senza cadere nella retorica o nel racconto di parte. L’unico difetto è, dal mio punto di vista, che il film usi pseudonimi e non i nomi reali dei poliziotti responsabili. Nel mio fumetto ho fatto nomi e cognomi e continuo ancora oggi a denunciare l’impunità e le carriere dei dirigenti coinvolti nella repressione della Diaz.


Genova 2001 è…
CM Uno spartiacque, che segna un prima e un dopo: per me, e per il movimento che voleva un mondo migliore. Per quanto mi riguarda, la mia vita è andata avanti ma non è stata più la stessa. Ancora oggi sento la responsabilità di raccontare cosa accadde. A Genova si incontrarono realtà molto diverse, unite dalla critica a una globalizzazione neoliberista imposta dall’alto e portatrici di proposte concrete per un sistema più giusto, più rispettoso dell’ambiente e dei diritti umani. Genova 2001 mostrò quanto possa essere fragile la democrazia quando interessi economici e politici si sentono minacciati. La repressione e la propaganda riuscirono a spezzare un movimento enorme, che aveva intuito molti problemi che oggi sono esplosi in tutta la loro gravità. Per questo penso che Genova non debba essere dimenticata. Non solo per ricordare la violenza subita ma anche le idee e le possibilità che quel movimento rappresentava.