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“Quella notte alla Diaz”. Il fumetto che fa parlare ancora Genova 2001
Christian Mirra si trovava nella scuola quel 21 luglio: è stato picchiato, arrestato e portato in ospedale. Le sue tavole pubblicate da Guanda nel 2009 sono ora liberamente accessibili. Ha deciso infatti di diffonderle gratis sui social. Una fatica bellissima: “Sto riallacciando rapporti con tante persone conosciute anni fa e incontrando giovani attivisti e collettivi che non conoscevo. Dietro il silenzio mediatico esistono ancora moltissime realtà che cercano di cambiare il mondo”_   Christian Mirra è stato il primo a raccontare per immagini la “notte della Diaz” -il 21 luglio 2001- e l’unico a farlo da dentro. Era lì. È stato picchiato, arrestato, portato in ospedale. Il suo fumetto “Quella notte alla Diaz”, uscito per Guanda nel 2009, è ora disponibile gratuitamente. Christian nel luglio 2001, giovane attivista, arrivò a Genova da Benevento, ora vive e lavora come illustratore, scrittore e fumettista in Spagna, a Santander. Genova 2001 gli “parla” ancora. Christian, perché hai deciso di diffondere gratis sui social la nuova edizione del fumetto, anziché pensare a una nuova edizione a stampa? CM Perché voglio che il mio fumetto sia accessibile a tutti. Voglio che il mio lavoro serva come strumento di memoria e denuncia. Il motivo per cui realizzai questo fumetto era raccontare quello che successe alla Diaz senza filtri, mostrando la mia esperienza diretta, per rompere il muro di propaganda con cui per anni sono stati raccontati i fatti di Genova. Quando, nel 2009, Guanda decise di pubblicarlo fui felice: un grande editore mi permetteva di raggiungere un pubblico molto più ampio di quanto sperassi. Recuperati i diritti, però, ho capito che la scelta più coerente era renderlo gratuito e digitale. In questo modo chiunque può leggerlo e diffonderlo liberamente. Ho in programma anche di tradurlo in inglese e spagnolo, perché il movimento colpito a Genova era globale e cosmopolita. E spero di riuscire a fare anche una nuova edizione stampata. Ma quest’obiettivo è secondario: mi interessa soprattutto la diffusione. Che tipo di esperienza sta venendo fuori? CM Qualcosa di molto bello e appassionante. Dopo anni passati a lavorare quasi esclusivamente come fumettista freelance sto riscoprendo il piacere di dedicarmi a un progetto personale in cui credo profondamente. Ma è anche un’impresa faticosa. Pensavo, un po’ ingenuamente, che avere già il fumetto pronto significasse che gran parte del lavoro fosse già fatto. Ma la pubblicazione indipendente significa che tutto ricade sull’autore: non solo creare il fumetto ma anche diffonderlo. E a 25 anni dai fatti l’attenzione su Genova si è molto ridotta. Però questa fatica ha anche un lato bellissimo: mi sta permettendo di riallacciare rapporti con tante persone conosciute anni fa e di incontrare giovani attivisti e collettivi che non conoscevo. Dietro il silenzio mediatico esistono ancora moltissime realtà che cercano di cambiare il mondo in meglio. Come nacque “Quella notte alla Diaz”? In che momento? CM L’esigenza di raccontare la Diaz nacque immediatamente. Finché ero in ospedale, in stato di fermo, pensavo solo a sopravvivere. Ma appena tornato a casa vidi come molti media e politici continuassero a raccontare Genova come una manifestazione violenta, cercando di giustificare la repressione della polizia. La cosa che mi colpì di più fu vedere quanto quel racconto funzionasse. C’era gente che aveva davanti un testimone diretto, eppure pensava di potermi spiegare come erano andate le cose perché le aveva sentite raccontare diversamente in televisione. L’idea del fumetto arrivò quasi subito. Nel 2003 abbozzai un primo storyboard ma il lavoro vero e proprio iniziò nel 2008, quando vivevo in Olanda e avevo finalmente una situazione abbastanza stabile da permettermi di affrontare un progetto così impegnativo. DI SEGUITO ALCUNE DELLE TAVOLE DI “QUELLA NOTTE ALLA DIAZ”, RESE DISPONIBILI DALL’AUTORE -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Qual era il tuo stato d’animo nel disegnare? CM Sono passato attraverso emozioni molto diverse. Ricordare e rappresentare quei momenti a volte era doloroso ma il disegno aveva anche un effetto catartico. Lo stato d’animo principale era una specie di trance: tutta la mia concentrazione era sul disegno, quasi come se stessi raccontando qualcosa accaduto a un’altra persona. A volte mi rendevo conto che stavo passando ore sui ricordi peggiori della mia vita. Ed era strano scoprire che, nonostante tutto, mi sentivo in pace. Come se il disegno trasformasse quei ricordi in qualcosa di bello, o almeno di utile. Qual è la traccia principale che la Diaz ha lasciato dentro di te? CM Una rabbia molto profonda per l’ingiustizia. Era un sentimento che avevo già prima di Genova ma dopo la Diaz è diventato qualcosa che non mi ha più lasciato. Mi colpisce ancora vedere l’impunità dei responsabili e il fatto che molte delle questioni contro cui protestavamo allora siano peggiorate: guerre, disuguaglianze, repressione, perdita di diritti. A Genova c’era un movimento che aveva intuito molti dei problemi che oggi sono esplosi in tutta la loro gravità. Ma quel movimento non era solo protesta: portava anche proposte concrete, che furono completamente ignorate e seppellite nel fango della propaganda e nel sangue della repressione. Come persona che non solo ha vissuto quell’esperienza ma ha anche studiato a lungo quei fatti e conosciuto molti dei protagonisti, sento ancora la responsabilità di tenere viva quella memoria. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il tuo fumetto è stato la prima rappresentazione visiva della Diaz, poi è venuto nel 2012 il film di Vicari (“Diaz – Don’t clean up this blood”). Che impressione ti ha fatto? CM Sono stato contento fin dall’inizio che volessero fare un film sulla Diaz. Io ho fatto un fumetto ma se avessi potuto avrei fatto un film. Cinema e fumetto hanno una forza narrativa capace di raggiungere persone che forse non leggerebbero un saggio o guarderebbero un documentario. E un film può raggiungere più persone. Prima di vederlo, però, avevo paura di come sarebbe stata raccontata la Diaz. C’era il rischio di un racconto ambiguo, che lasciasse il dubbio che la scuola fosse davvero un covo di black bloc o che la polizia fosse stata costretta a intervenire. Per fortuna il film fu affidato a Daniele Vicari, che secondo me ha realizzato un capolavoro. Un racconto corale che mostra molti punti di vista, restituendo con grande chiarezza l’atmosfera e l’orrore della repressione, senza cadere nella retorica o nel racconto di parte. L’unico difetto è, dal mio punto di vista, che il film usi pseudonimi e non i nomi reali dei poliziotti responsabili. Nel mio fumetto ho fatto nomi e cognomi e continuo ancora oggi a denunciare l’impunità e le carriere dei dirigenti coinvolti nella repressione della Diaz. -------------------------------------------------------------------------------- Genova 2001 è… CM Uno spartiacque, che segna un prima e un dopo: per me, e per il movimento che voleva un mondo migliore. Per quanto mi riguarda, la mia vita è andata avanti ma non è stata più la stessa. Ancora oggi sento la responsabilità di raccontare cosa accadde. A Genova si incontrarono realtà molto diverse, unite dalla critica a una globalizzazione neoliberista imposta dall’alto e portatrici di proposte concrete per un sistema più giusto, più rispettoso dell’ambiente e dei diritti umani. Genova 2001 mostrò quanto possa essere fragile la democrazia quando interessi economici e politici si sentono minacciati. La repressione e la propaganda riuscirono a spezzare un movimento enorme, che aveva intuito molti problemi che oggi sono esplosi in tutta la loro gravità. Per questo penso che Genova non debba essere dimenticata. Non solo per ricordare la violenza subita ma anche le idee e le possibilità che quel movimento rappresentava. LORENZO GUADAGNUCCI È GIORNALISTA DEL “QUOTIDIANO NAZIONALE”. PER ALTRECONOMIA HA SCRITTO, TRA GLI ALTRI, I LIBRI “NOI DELLA DIAZ”, “PAROLE SPORCHE” E “UN’ALTRA MEMORIA” altreconomia
May 13, 2026
Pressenza
Peppino Impastato — 9 maggio 1978
Ci sono morti che lo Stato vorrebbe far sembrare suicidi. Ci sono voci che il potere vorrebbe far sembrare follia. Ci sono uomini che la mafia vorrebbe cancellare dalla memoria come si cancella un nome da un elenco, come si smonta un corpo su un binario e si chiama quella mattanza gesto disperato. Peppino Impastato non si suicidò. Lo ammazzarono. Lo fecero a pezzi letteralmente e poi provarono a ricomporre quei pezzi in una menzogna. Nacque dentro la mafia come si nasce dentro una lingua che non hai scelto. Padre mafioso. Parentele con i boss. Cinisi, provincia di Palermo, dove Cosa Nostra non era un’organizzazione criminale ma l’aria stessa, il confine tra ciò che si può dire e ciò che non si deve. Peppino scelse di respirare diversamente. A vent’anni ruppe con il padre. A ventidue fondò un circolo culturale. A ventisette aprì i microfoni di Radio Aut e cominciò a fare la cosa più pericolosa del mondo in una terra dove il potere si regge sul silenzio: ridere dei mafiosi. Chiamò Gaetano Badalamenti, il capo mandamento, l’intoccabile Tano Seduto. Lo sbeffeggiò, lo smontò, lo ridicolizzò con quella satira feroce e gioiosa che è la forma più alta di coraggio civile, perché chi viene deriso non può più far paura allo stesso modo, non può più camminare con la stessa solennità sacra e criminale. Le sue trasmissioni le ascoltava tutto il paese. Ridevano. E ridendo, capivano. Lo uccisero nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978. Quella stessa mattina, a Roma, veniva ritrovato il corpo di Aldo Moro in via Caetani. L’Italia aveva gli occhi puntati altrove. La storia ufficiale aveva già deciso cosa contava. E Peppino un ragazzo di trentadue anni, comunista, figlio di nessuno e figlio di tutti scivolò per anni nell’ombra di quel giorno enorme, come se anche nella morte qualcuno avesse voluto che non si vedesse, che non si sentisse, che non disturbasse. Prima dissero che si era fatto saltare da solo sui binari. Un suicidio. Un pazzo. Un esaltato. Ci vollero vent’anni, vent’anni di lotta tenace di sua madre Felicia, di suo fratello Giovanni, dei compagni di Cinisi, del Centro Impastato per strappare alla verità quello che le apparteneva: la condanna di Gaetano Badalamenti come mandante, pronunciata definitivamente solo nel 2002. Vent’anni per dire in un’aula di tribunale quello che tutti sapevano dal primo giorno. Ma qui sta la ferita che non rimargina, il punto che non è solo storia ma è politica, ancora, adesso: Peppino non fu ucciso solo dalla mafia. Fu ucciso anche dal depistaggio. Da uomini delle istituzioni che orientarono le indagini verso la pista del suicidio. Da una macchina dello Stato che per omertà, per connivenza, per convenienza scelse di non vedere, o peggio, scelse di guardare dall’altra parte con la consapevolezza di chi sa esattamente dove non guardare. La mafia non esiste nel vuoto. Prospera nell’intreccio. Nell’accordo non scritto tra chi spara e chi poi archivia, tra chi ordina e chi poi insabbia, tra chi uccide e chi poi chiama quell’assassinio con un altro nome. Questo è il nodo che l’Italia non ha mai sciolto davvero. Questo è il motivo per cui Peppino Impastato non è solo un martire della lotta alla mafia, ma è una domanda ancora aperta sulla natura dello Stato, sui suoi confini, sui suoi complici, sui suoi silenzi. Oggi lo ricordiamo. Ma ricordare, senza capire, è solo nostalgia. Ricordare senza rabbia è consolazione. Ricordare senza trarne conseguenze politiche è trasformare un rivoluzionario in un santino, e i santini non fanno paura a nessuno. Peppino faceva paura. Per questo lo ammazzarono. Faceva paura perché usava le parole come strumenti, perché credeva che la cultura fosse un atto politico, perché sapeva — e lo gridava — che la mafia non è un folklore meridionale, non è una patologia locale, è un sistema di potere che ha bisogno di alleati in alto per sopravvivere in basso. Il modo più onesto di onorarlo non è deporre fiori su una lapide. È continuare a nominare i potenti con il loro nome vero. È non smettere di ridere di chi si crede intoccabile. È pretendere che lo Stato faccia fino in fondo quello che invece ha imparato così bene a non fare. È tenere accesi i microfoni anche quando soprattutto quando qualcuno lavora nell’ombra per spegnerli. Peppino Impastato, presente nelle nostre idee e nei nostri cuori. Finché ci sarà qualcuno disposto a dire la verità ad alta voce, tu non sarai mai abbastanza morto per loro. Aurelio Angelini
May 9, 2026
Pressenza