
78 Anniversario della Nakba: da Beit Jala al mondo con i Combattenti per la Pace
Pressenza - Thursday, May 7, 2026
“Sono cresciuto in un Kibbutz che i primi profughi ebrei nella Palestina mandataria avevano fondato nel 1927, oltre vent’anni prima della Nakba. Ricordo le nostre scorribande da bambini in un villaggio non lontano da dove vivevamo: una manciata di case che erano stato evidentemente abbandonate, ma a nessuno di noi veniva in mente di capire perché, e chi ci aveva abitato. Ricordo soprattutto una certa casa, più bella della altre, sembrava una villa: come mai era vuota, cos’era successo… Oltre a queste superficiali domande nessuno di noi si spingeva. Ci sono voluti anni perché riuscissi non dico a capire, ma a ricevere, a mettermi in ascolto di quella dolorosa storia di spossessamento, che per i palestinesi è stata la Nakba, la catastrofe, l’inizio della pulizia etnica e dell’apartheid; e per tutti noi che viviamo su questa terra, israeliani compresi, ha segnato l’inizio della catastrofe in cui ci troviamo.”
Chi parla è Avner Wishnitzer, ex combattente nell’unità Sayeret Matkal (considerato un corpo d’élite dell’IDF), docente di Storia dell’Impero Ottomano e voce tra le più sensibili all’interno dei Combattenti per la Pace che ha contribuito a fondare. E insieme a lui, nel mosaico di volti che grazie a Zoom ci arrivano dalle rispettive postazioni tra Israele e Cisgiordania, ci sono:
– Jamil Qassas, ex-detenuto, un fratello ucciso durante la 1ma Intifada, discendente di una famiglia che nel 1948 venne cacciata dal villaggio di Al-Qubeiba, infanzia e adolescenza trascorse in un campo profughi, e attualmente coordinatore della comunità palestinese all’interno dei CfPeace;
– Nimrod Ben Zeev, docente di storia del moderno Medio Oriente, specializzato in particolare su quel particolare periodo che segnò l’inizio dello stato israeliano, e infatti tra i principali coordinatori di questa molto prossima edizione della Nakba Ceremony che i CfPeace stanno preparandosi ad allestire il 15 maggio a Beit Jala;
– e in dialogo con tutti loro, alla conduzione di questo bel webinar che ci è stato offerto ieri sera (6 maggio) in anticipo appunto sulla commemorazione, c’è Rana Salman, co-direttrice palestinese dei CfPeace insieme all’israeliana Eszter Koranyi.
Sumud Humanity: questo il titolo dell’evento di questa 7ma edizione, che non richiede alcuna traduzione, “perché ben oltre i nostri confini è l’intera umanità, ovunque assediata dalla minaccia della guerra, a trovarsi in resistenza: a livello locale come a livello globale, siamo tutti in Sumud”.
Webinar davvero bello, che ci ha visti collegati in tanti: dagli Stati Uniti dove i Combattenti per la Pace godono del maggior sostegno; da varie postazioni Europee, dove si sta formando una bella rete di situazioni; e naturalmente da varie città e centri abitati tra Israele e Cisgiordania.
Rana Salman ha aperto l’incontro sottolineando il paradosso cognitivo implicito nella stessa definizione di Nakba. Evento-limite, catastrofico, letteralmente rimosso dai libri di storia e dal discorso pubblico israeliani, di cui è tuttora così difficile avere memoria. E al tempo stesso realtà di cui non serve neppure avere memoria, perché in effetti continua più che mai brutale nel presente: la stessa catastrofe che nel 1948 ha costretto alla fuga oltre 700.000 palestinesi da oltre 400 villaggi, la stessa storia di perdita e spossessamento, è continuata in tutti gli anni successivi, ed è più che mai in corso in questi ultimi mesi, che hanno visto intensificarsi gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania, approfittando dello spostamento di attenzione, dell’ennesimo stato d’emergenza, causa-guerra contro il Libano e l’Iran. Per non dire di Gaza, ormai oscurata nonostante la più disperante apocalisse.
Sulla difficoltà di avere memoria si è espresso Nimrod Ben Zeev, ricordando la reticenza di sua nonna:
“Approdata in Israele come sopravvissuta dell’Olocausto, ha proprio scelto di non sapere: chiusa dentro il trauma da cui era scampata, non si è fatta domande. Solo a un certo punto della sua vita ha cominciato a parlare di certi rumori, di gente che trasportava chissà cosa, che gli arrivavano dalla strada, dalle finestre di quella casa in cui aveva trovato rifugio e dalle quali si era ben guardata dall’affacciarsi. Solo in seguito aveva capito. E di nuovo aveva rimosso: argomento tabù per la sua generazione che si è trasmesso a un’intera società.”
“Per noi la Nakba è invece una ferita che si trasmette di generazione in generazione, impossibile dimenticare” gli fa ha fatto eco il palestinese Jamil Qassas.
“Tutti noi abbiamo in famiglia la storia di qualche nonno o anziano parente rimasto ucciso, oltre alla perdita di ogni bene materiale, case, campi, bestiame, che lì per lì vennero abbandonati con l’idea di tornare. Ed è questa la cosa forse più dolorosa da accettare: quella possibilità di ritorno che per tutti questi anni ci è stata negata, nonostante una risoluzione dell’Onu (la 194, che sancisce il diritto al ritorno per i profughi, come diritto umano fondamentale ndr), nonostante l’evidenza dell’illegalità. Io oggi sono un attivista per la pace, credo nella possibilità di coesistenza di entrambe le nostre comunità in questa stessa terra. Ma mi colpisce la non volontà di sapere da parte di tanti israeliani, tra loro anche tanti studenti, che pur dovrebbero essere ormai informati, che avrebbero tutti gli strumenti per capire. Come mi stupisce l’indifferenza della comunità internazionale, che nella più totale inerzia assiste agli abusi. E’ in questa chiave che considero importante questa nostra iniziativa, come Combattenti per la Pace, arrivata quest’anno alle 7ma edizione. Mi auguro che a collegarsi siano in tanti.”
Ma come è cominciata, chi ha avuto l’idea di aggiungere alla Memorial Ceremony, anche questa per niente facile Nakba Cerimony, oltretutto “congiunta”, israeliani insieme ai palestinesi, all’interno dei CfPeace?
“E’ cominciata con una certa riunione, 8 anni fa” rievoca Jamil. “Il tema era l’occupazione: documentare non solo l’estensione ma anche la storia dell’occupazione israeliana in Palestina, a partire del 1967. Fui proprio io a dire: questa data non mi rappresenta, come fate a cancellare tutto quello che è successo prima, a partire dal 1948! E devo dire che ci furono parecchie obiezioni, molti tra i compagni israeliani non erano d’accordo…”
“E io ero tra quelli” ammette Avner. “Con il mio background di sionista “di sinistra”, con una storia di refusenik tutt’altro che facile alle spalle, additati come traditori del diritto di esistere dello stato israeliano: era già tutto così complicato per noi ex militari dell’IDF, obiettori. Il fatto di riconoscere e quindi denunciare l’occupazione, l’ipotesi (sempre più lontana dopo il fallimento degli Accordi di Oslo) di uno stato palestinese… l’idea di includere in agenda anche la Nakba mi sembrò lì per lì una forzatura, oltre alla difficoltà che avrebbe posto sul piano della comunicazione, essendo quella pagina di storia così rimossa per non dire nagata, dalla maggioranza degli israeliani.
E però dopo non poche discussioni abbiamo capito che Jamil aveva ragione: quello che io stesso avevo avuto difficoltà a vedere, è ora oggetto di interesse da parte di un crescente numero di giovani israeliani che vive questa “riscoperta” in chiave proprio di attivismo, organizzando seminari sul tema o visite guidate nei villaggi abbandonati 78 anni fa, riattivando testimonianze, narrazioni, contenuti che girano sul web.”
Un lavoro, un impegno di trasversale e collettiva riscoperta, indubbiamente prezioso, che intreccia la ricerca storica, da archivi che restano per lo più sigillati, con percorsi esperienziali. E un impegno che ci verrà restituito, che potremo anche noi condividere, la sera del 15 maggio con la Nakba Memorial Ceremony che i Combattenti per la Pace ci invitano a seguire anche da remoto.
Per informazioni e per organizzare la proiezione dell’evento in sedi associative, oltre che private: https://www.cfpeace.org/nakba-ceremony
